Sicurezza: manifestazione a Roma all’indomani del Giro?

29.01.2025
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«Sicuramente bisogna fare qualcosa – dice Salvato – perché tutti quanti stiamo qua solo a lamentarci per la poca sicurezza o a fare il post con il cuoricino spezzato per Sara che è morta, ma alla fine diventa ridicolo, hai capito?».

Abbiamo chiamato il presidente dell’ACCPI perché l’idea di organizzare una manifestazione di ciclisti sta prendendo forma. Dopo la morte di Sara Piffer era solo nella nostra testa , ma quando ne è uscita attraverso l’Editoriale di ieri, ha incontrato il consenso del popolo del ciclismo. Quantomeno della gente comune, ma i corridori? I professionisti sono disposti a scendere in piazza e metterci la faccia per protestare contro una strage che riguarda loro per primi? Chi può essere sicuro di non essere il prossimo?

In questi ultimi 30 anni li abbiamo visti scioperare per non mettere il casco, contro le scorribande della Polizia al Tour del 1998, contro le rotaie e la poca sicurezza sulle strade del Giro, perché c’era troppo vento, perché c’era troppa pioggia e anche per la neve. 

L’uccisione di Sara Piffer ha fatto traboccare il vaso? E’ immaginabile scendere in piazza? (immagine Instagram)
L’uccisione di Sara Piffer ha fatto traboccare il vaso? E’ immaginabile scendere in piazza? (immagine Instagram)
E adesso, presidente, avrebbero voglia di metterci la faccia?

Riavvolgendo un po’ il nastro, sapete da quanto stiamo battagliando su questa cosa, no? Siamo stati i primi a muoverci sul tema della sicurezza e lungo la strada abbiamo conosciuto tanti amici. Marco Cavorso, ad esempio, che è stato uno dei motori e sempre una forza di tutto questo movimento. Poi c’è stato il tira e molla per la legge del metro e mezzo. Ci siamo arrivati vicini tante volte. Siamo stati a Roma con vari ministri, ne ho conosciuti tanti, però alla fine c’è stata la versione di Salvini: non era come la volevamo, però almeno è stata approvata.

Cristian, non basta…

Per questo abbiamo parlato con varie persone e avevamo pensato di muoverci sul fronte della comunicazione. Si pensava di realizzare degli spot sulla sicurezza stradale, ci erano state date parole di collaborazione che poi sono state rimangiate. Tanto che ne abbiamo riparlato nel nostro Consiglio e ci siamo detti di fare anche da soli.

Di cosa si tratterebbe?

Avevamo in mente di coinvolgere qualche personaggio noto, si pensava a Paolo Kessisoglu, che è un grande appassionato di bici. L’idea era di realizzare delle pillole video in cui far parlare corridori, familiari che hanno perduto qualcuno, ma anche personaggi di spicco come Paolo, appunto, ma anche Cannavaro, oppure Jovanotti e magari Mancini…

Cavorso, con Paola Gianotti e Fondriest: una settimana dopo questa foto al Mugello, la morte di Sara Piffer
Cavorso, con Paola Gianotti e Fondriest: una settimana dopo questa foto al Mugello, la morte di Sara Piffer
Non basta. Finora hai parlato di iniziative cui partecipi tu e nessun corridore. Quello che sarebbe bello sapere è se per questo scenderebbero in strada. Altrimenti si fa un funerale e ci si mette buoni ad aspettare il prossimo…

Ognuno è preso dalle sue mille cose. Se li prendi singolarmente, magari De Marchi che è sempre più sensibile, oppure Trentin… E’ difficile coinvolgerli, devi organizzargli le cose, lo sai come sono fatti…

Ma qui si parla della loro vita e il solo modo perché la gente se ne accorga è invadere le città…

Allora proviamo a organizzare qualcosa che potrebbe essere, non so, il giorno dopo il Giro d’Italia? I ragazzi saranno a Roma, gli si può chiedere di fermarsi un giorno in più, sennò come fai a portarne tanti? La carovana è là e magari invece di tornare a casa la mattina dopo, tornano il pomeriggio. Ma una cosa dobbiamo saperla.

Quale?

Puoi mettere in atto tutte le azioni che vuoi, ma c’è poco da fare se ti ritrovi con quel vecchio che andava troppo forte e in Spagna ha investito la nazionale tedesca, a Calpe che sembra il paradiso dei ciclisti. Però sono d’accordo, qualcosa bisogna fare e bisogna anche coinvolgere più gente possibile. Anche io tante volte quando sono in bici, quando torno più che altro, penso che potrebbe toccare anche a me.

Stella: sprint vincente nel deserto, buona la prima!

28.01.2025
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La prima vittoria italiana della stagione 2025 porta la firma del giovane Davide Stella, velocista al suo primo anno nella UAE Team Gen Z. Un esordio coi fiocchi per il pistard classe 2006 che alla quinta e ultima tappa del Tour of Sharjah mette in fila tutti (in apertura foto Tour of Sharjah). Il talento della pista azzurra, che nel mondiale juniores dello scorso settembre ha portato a casa due ori e un argento, ha cominciato con il piede giusto anche su strada. 

Nel deserto, tra moschee e sabbia fa un gran caldo. Al termine della tappa raggiungiamo Stella al telefono. Lui e i compagni del devo team della UAE Team Emirates si trovano al Dubai Mall per festeggiare. Un giro per salvarsi dal caldo e per trovare un po’ di svago alla fine di dieci giorni impegnativi. 

«Siamo arrivati negli Emirati – dice Stella al telefono – il 18 gennaio per correre una gara inaugurale. Poi è iniziato il Tour of Sharjah. Nei primi giorni sono stato male, ho preso un virus intestinale che mi ha debilitato parecchio. Ho perso quattro chili di liquidi. Man mano che le tappe passavano stavo sempre meglio (lo testimonia il quinto posto nella seconda tappa, ndr)».

Stella ha conquistato il titolo iridato con il quartetto azzurro, per loro è arrivato anche il record del mondo
Stella ha conquistato il titolo iridato con il quartetto azzurro, per loro è arrivato anche il record del mondo

Energia ritrovata

I chilometri sono passati e la forza è presto tornata a impossessarsi delle gambe di Stella, che nella volata di oggi ha chiuso in bellezza il viaggio negli Emirati Arabi.

«Come sviluppo di gara – spiega il velocista – mi sono trovato bene, in queste gare il gruppo controlla l’andamento della tappa. Tutto è più lineare. La volata di oggi è stata abbastanza nervosa, non è stato facile gestirla, tanto che all’ultimo mi sono trovato solo. Dopo l’ultima rotonda ero rimasto indietro, così ho lanciato lo sprint ai 400 metri. Piano piano sono risalito, fino a superare il primo. E’ stato uno sforzo abbastanza simile a quello che faccio in pista, dove siamo chiamati a fare tanti secondi con picchi alti di potenza. Prima di partire per venire qui a correre sapevo di stare bene, per quanto riguarda il picco di potenza massima ero su ottimi livelli. Non ho ancora metabolizzato bene il successo, magari tra qualche ora sarò più consapevole. Però iniziare così è bello, molto».

Nella prima volata del Tour of Sharjah Stella ha ottenuto un quinto posto, serviva solo prendere le misure (foto Tour of Sharjah)
Nella prima volata del Tour of Sharjah Stella ha ottenuto un quinto posto, serviva solo prendere le misure (foto Tour of Sharjah)

La parola del coach

Al Tour of Sharjah, insieme ai ragazzi del UAE Team Gen Z, c’era anche Giacomo Notari. Il preparatore del devo team non è andato con i ragazzi a festeggiare, per lui e lo staff è tempo di fare le valige e preparare il rientro di tutti i materiali. 

«Che corridore sia Stella – racconta Notari mentre è indaffarato con le ultime cose da sistemare – lo abbiamo visto fin dai primi test e anche da ciò che ha fatto su pista. Con lui abbiamo impostato un lavoro che ci permettesse di mantenere e migliorare l’esplosività, tanto che ha continuato ad allenarsi su pista durante l’inverno. A livello anaerobico è tanto, tanto, ma tanto forte. Si tratta di un velocista puro e lo si è visto fin dal primo ritiro, quando faceva le volate con Molano e se la giocava. Ma uno juniores forte può giocarsela con un corridore più maturo nello sprint secco. Quello che deve migliorare Stella è la resistenza».

Davide Stella ha impressionato Notari per la sua potenza nello sprint (foto Tour of Sharjah)
Davide Stella ha impressionato Notari per la sua potenza nello sprint (foto Tour of Sharjah)

Cammino misurato

Quello che ha intrapreso Davide Stella con il UAE Team Gen Z è un cammino lungo. Oggi, e in generale in questi primi mesi, ha fatto il primo passo. Che poi questo abbia portato già a una vittoria è un segnale che fa ben sperare e mette tutti di buon umore. Ma il percorso è ancora lungo

«L’equilibrio da trovare – continua Notari – è delicato. Stella deve mantenere lo spunto veloce, quindi una fase anaerobica forte. Tuttavia per esprimersi al suo massimo nelle volate deve riuscire ad arrivarci fresco, per questo si deve migliorare nella parte anaerobica. Durante l’inverno ci siamo concentrati su tutte e due le fasi, con tante ore in Z2 per aumentare la resistenza e i lavori sulle volate e in pista per mantenere lo spunto.

«In queste tappe le distanze non erano proibitive, sono distanze che uno junior può reggere, si parla di 120 0 130 chilometri per tappa. Ciò su cui dovremo lavorare sarà arrivare dopo 150 o 170 chilometri con lo stesso spunto veloce. L’ho detto ieri ai ragazzi, voi siete nel devo team per crescere, nessuno vi chiede di vincere dieci gare, ma di arrivare pronti per il salto nel WorldTour. Poi se si vince meglio (dice con una risata, ndr) ma non deve essere un’ossessione».

Carapaz corre deciso verso il Giro. Inverno top e grandi stimoli

28.01.2025
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«Ho studiato il percorso del Giro d’Italia e credo che sia particolarmente adatto alle mie caratteristiche». Ha parlato diretto, schietto e senza mezze misure Richard Carapaz. Tutto è successo qualche giorno fa in Ecuador, quando ha indetto una conferenza stampa per presentare di fatto la sua stagione. Poche ore dopo, l’ecuadoriano ha preso un volo ed è arrivato in Europa (in apertura foto di @albertserrataco).

Questa è una stagione decisamente importante per Carapaz. Il suo 2024 si può archiviare con un segno positivo senza dubbio: al Tour de France ha vestito la maglia gialla e si è portato a casa quella a pois. Un risultato più che sufficiente a salvare una stagione, ma il rendimento, almeno nella prima parte europea dell’anno, non è stato alla sua altezza. La “Locomotora del Carchi” ha stravinto a gennaio e febbraio in Sud America, ma poi ha avuto qualche problema fisico. Ora le cose, sembra, stiano andando diversamente.

Primo luglio 2024, a Torino Richard Carapaz si veste di giallo. Venti giorno dopo a Nizza sfoggerà la maglia a pois
Primo luglio 2024, a Torino Carapaz si veste di giallo. Venti giorno dopo a Nizza sfoggerà la maglia a pois

Come nel 2022

Il calendario agonistico di Carapaz avrà inizio con l’Étoile de Bessèges, a partire dalla prossima settimana. Di fatto, si tratta di un programma quasi identico a quello del 2022, esclusi i campionati nazionali, quando fu secondo al Giro d’Italia dietro a Jai Hindley. Quell’anno, un po’ inaspettatamente, Richard crollò nel finale del Fedaia, nonostante le pendenze e l’altitudine fossero teoricamente a lui favorevoli.

Il suo cammino di avvicinamento alla corsa rosa sarà un crescendo di condizione: Bessèges, poi Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e Volta a Catalunya. A quel punto seguirà una prima pausa agonistica. Per lui un mese di allenamenti in altura, prima delle Ardenne. Forse…

«Potrei fare anche la Liegi – ha detto il campione olimpico di Tokyo – valuteremo più in là». Al momento, la Doyenne è nella lista delle gare a cui Carapaz dovrebbe partecipare. Assieme alle Strade Bianche, sarebbe l’unica corsa di un giorno in programma prima del Giro.

«Dopo il Catalunya – ha spiegato il suo direttore sportivo, Juan Manuel Garate – andremo in ritiro a Sierra Nevada. Forse Richard potrebbe tornare in Ecuador. Se tutto andrà per il meglio, scendere dall’altura, fare la Liegi e poi il Giro sarebbe il top. Ma se la classica belga dovesse interferire con la preparazione ottimale per il Giro, non avremo problemi a saltarla».

Se le previsioni saranno confermate, Carapaz affronterebbe il Giro con 19 giorni di corsa nelle gambe. Un numero non esagerato rispetto al passato, ma piuttosto alto se confrontato con i suoi rivali per la generale: Roglic dovrebbe arrivare in Albania con una dozzina di giorni, Gee con dieci, Landa con undici.

Nel 2019 Carapaz vinse il Giro: fu uno dei primissimi grandi trionfi sportivi per il suo Paese. Da lì Richard ha avuto una popolarità enorme

Carapaz e il Giro

Il legame tra Carapaz e il Giro è forte, così come è forte il legame tra il Sud America e la nostra corsa. Negli ultimi anni, specialmente la scorsa estate al Tour ma nelle tappe italiane, si è vista una comunità ecuadoriana sempre numerosa e presente. Segno che lo sport, il ciclismo e il Giro sono molto seguiti.

È proprio sulle strade del Giro che la stella di Carapaz è esplosa definitivamente. Era il 2019 quando uscì in maglia rosa dalle Alpi Occidentali e si prese la generale una settimana dopo. Da allora sono passati sei anni, ma in bacheca Richard ha aggiunto altri tre podi nei grandi tre Giri. Ora vuole tornare a vincere. E l’occasione è (quasi) perfetta: il percorso e il parterre sono ideali.

«Mi piace molto il percorso del Giro – ha detto Carapaz – in particolare la terza settimana. È davvero dura, con salite lunghe, e sono convinto che lotteremo per il titolo. Del resto, lì abbiamo già fatto bene! In più, penso che quest’anno la mia EF Education-EasyPost sia una squadra molto solida, e questo è uno dei fattori che può aiutarmi a rivincere il Giro. Sì, rivoglio la maglia rosa. Sogno di riportarla in Ecuador».

Secondo Garate Carapaz ha passato un inverno molto buono e sereno sulle strade di casa (foto @albertserrataco)
Secondo Garate Carapaz ha passato un inverno molto buono e sereno sulle strade di casa (foto @albertserrataco)

Parla Garate

Carapaz si è riposato bene. Lo scorso anno, a causa di un problema di salute della figlia, è tornato in Ecuador subito dopo la Vuelta saltando il mondiale. Questo gli ha permesso di recuperare a fondo, un aspetto sottolineato sia da lui stesso che da Garate.

«Credo – ha ripreso il diesse spagnolo – che Richard abbia passato il miglior inverno da quando è con noi. Non ha mai avuto problemi di salute, si è sempre allenato e la sua condizione è stata un crescendo. Ha fatto un inverno davvero solido.

«Per quanto riguarda il resto del suo cammino, il nostro obiettivo è il Giro. E tutto, anche la Liegi, ruota intorno a questo. Anche la decisione di non fare i sopralluoghi, almeno direttamente con il corridore. Ormai il più delle volte quando vai a vedere una tappa di montagna trovi un passo chiuso. Quindi riscendi in macchina, ti sposti dall’altra parte della valle, risali in bici… Alla fine vedi e non vedi».

Carapaz e lo stesso Garate ci sono sembrati molto motivati. L’operazione Giro è già partita. In questi giorni, Richard si trova nella sua residenza europea a Monaco. Con Garate si sente quasi ogni giorno. «Anche se io – confida Garate – non lo chiamo spessissimo. L’importante è che si senta con il suo coach: so che le cose vanno bene e va bene così».

Il 2025 di Carapaz è chiaro: al Giro per la generale, al Tour per le tappe, e poi il lungo stacco che potrebbe portarlo al mondiale in Rwanda. Un mondiale che lo stuzzica parecchio. Il percorso è duro, simile a quello delle Olimpiadi di Tokyo, ma più impegnativo e ad alta quota. L’occasione è troppo ghiotta anche se di mezzo c’è la querelle ormai annosa con la Federciclismo di Quito. Ma questa è un’altra storia, prima… sotto con il Giro.

Pezzo Rosola brothers, adesso parla mamma Paola

28.01.2025
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Papà ha detto la sua, ora parla mamma. Dopo aver sentito Paolo Rosola a proposito dei suoi figli e in particolare di Patrik che continua a stupire nell’ambiente del ciclocross, con la conquista del terzo posto anche nell’ultima prova di Coppa del mondo, tocca a Paola Pezzo – due volte olimpionica di mountain bike, ad Atlanta e Sydney – dire la sua e raccontare il suo rapporto con i due ragazzi che, a dispetto del prestigio e dei risultati dei loro genitori, hanno deciso di seguire la loro stessa strada.

Oddio, nel caso di Paola Pezzo il discorso è un po’ diverso perché tanto Kevin che Patrik si sono orientati verso la strada e nel profondo, un po’ di rammarico nella campionessa veronese c’è.

Patrik sul podio di Faé di Oderzo, la maglia tricolore ha completato un inverno di grande crescita
Patrik sul podio di Faé di Oderzo, la maglia tricolore ha completato un inverno di grande crescita

«La loro scelta era però obbligata – ammette – visto che su strada puoi costruirti una carriera e un lavoro. Nella mtb purtroppo vedo che anno dopo anno c’è un progressivo distacco, mancano le squadre, soprattutto a livello juniores, dove devi costruire il corridore. Io amo quella disciplina e vederla in queste condizioni mi fa male. Sono però contenta che almeno nei primi anni i miei figli l’abbiano affrontata perché ha dato loro quella base tecnica, quell’abilità di guida che ti consente di fare la differenza. E comunque come disciplina di spalla, in questo momento meglio il ciclocross della mtb…».

Com’è stato affrontare una lunga trasferta in Belgio, per tutto il periodo delle feste?

Molto faticoso, ma bello. D’estate fra lavoro e corse non abbiamo mai tempo per fare vacanze, così abbiamo pensato che poteva essere bello affrontare una trasferta diversa dal solito, in famiglia, visto che Kevin ora ha la sua vita. Per Patrik è stata un’esperienza fondamentale, se vuoi crescere devi correre lì, ma non solo per la qualità delle gare. E’ tutto il contesto che ti lascia senza parole con decine di migliaia di tifosi e un baccano infernale.

Paola Pezzo è una leggenda della mtb, con 2 titoli olimpici e mondiali, 3 europei, una Coppa del Mondo (foto Paolo Colombo)
Paola Pezzo è una leggenda della mtb, con 2 titoli olimpici e mondiali, 3 europei, una Coppa del Mondo (foto Paolo Colombo)
Voi vi siete gestiti in autonomia?

Sì, alla vecchia maniera, Paolo che provvedeva a tutte le necessità tecniche, io che davo una mano, poi si mangiava sempre in camper. D’altronde ci sono gare ogni giorno e sono tutte vicine, c’era da guidare un’oretta o anche meno e ti trovavi sul nuovo luogo di gara. Una delle difficoltà è stato il clima: in tanti giorni non abbiamo mai visto il sole…

Credi che i risultati che Patrik sta ottenendo siano figli anche di quell’esperienza?

Sicuramente, ha acquisito consapevolezza di sé. Già dopo la terza gara si vedevano ragazzi che venivano da lui per conoscerlo, che gli chiedevano di restare a correre in Belgio, che volevano qualche ricordo, autografi, cartoline, selfie. Adesso si vede che ha un’altra gamba.

Alle porte dei 17 anni, Patrik Pezzo Rosola ha già colto il 2° posto a Loenhout e il 3° a Hoogerheide
Alle porte dei 17 anni, Patrik Pezzo Rosola ha già colto il 2° posto a Loenhout e il 3° a Hoogerheide
Paolo dice che per molte cose è simile a te, mentre invece da ragazzino era uno scavezzacollo come lui…

E’ vero. Io oggi mi rivedo in lui, vedo la sua testardaggine, la sua grinta, la voglia di arrivare. Anche io ai tempi ascoltavo tutti, ma poi ero io a decidere e infatti l’allenarmi a casa con il fuso orario australiano prima dei Giochi di Sydney fu un’idea mia. Lui è lo stesso, ascolta ma poi fa di testa sua, dice che sa quel che deve fare. Ma sta cambiando, ad esempio inizia a capire che l’allenamento deve essere controllato anche tramite gli strumenti appositi, non basta più andare a sensazione.

Come riesce a conciliare scuola e sport?

Con un grande impegno, per fortuna siamo riusciti a fargli ridurre l’orario da 8 a 6 ore giornaliere, la sua è una scuola professionale. Ma solo con una grande coscienza di se stessi ci si può riuscire. Devo dire che anche a scuola se la cava bene.

Patrik dietro Agostinacchio: i due saranno insieme ai mondiali del weekend (foto Billiani)
Patrik dietro Agostinacchio: i due saranno insieme ai mondiali del weekend (foto Billiani)
Kevin non ha mai nascosto che la pressione dei vostri nomi, di quel che avete fatto un po’ pesa. E per Patrik?

Anche lui un po’ lo soffre, perché giustamente vuole essere Patrik Pezzo Rosola e non il “figlio di”. E’ un prezzo da pagare nel fare la stessa attività, ma in entrambi i casi è stata una loro libera scelta. Kevin ne soffre di più, spesso ha chiesto che gli speaker la smettessero di citarlo in quella maniera, era stufo di sentire paragoni.

Ora vivono entrambi la vita che avete fatto voi genitori alla loro età, sempre in giro…

Con Paolo al seguito della squadra, la casa spesso mi sembra vuota soprattutto in questo periodo con Patrik in giro con la nazionale. Io però li vedo crescere come uomini, in questo senso ad esempio l’esperienza di Kevin alla Sudtirol, unico italiano nel gruppo è stata fondamentale, ha imparato l’inglese, è diventato cittadino del mondo come lo eravamo noi e per un genitore questa è la cosa più importante, vale oltre ogni vittoria o medaglia.

Nizzolo: l’inverno e la doppia operazione alla gamba

28.01.2025
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Il primo anno alla Q36.5 Pro Cycling Giacomo Nizzolo se lo sarebbe aspettato diverso. I giorni di corsa, in totale, sono stati solamente trentatré. Dopo l’avvio di difficile era arrivata anche la prima vittoria al Sibiu Tour e i mali sembravano essere alle spalle. In Spagna, prima alla Vuelta Castilla y Leon e poi a Burgos, il colpo di pedale era tornato a buoni livelli. Il finale di stagione era lì per essere… masticato, con ambizione e forze nuove.

«Poi gli ultimi due mesi di corse – racconta Nizzolo mentre si trova in macchina – non sono andati come mi sarei aspettato. Arrivavo da una serie di corse a tappe, fatte per migliorare la condizione in vista di settembre e ottobre. Durante una delle prime gare di un giorno che avevo in programma, il Grand Prix d’Isbergues, sono caduto. Il risultato è che mi è uscita un’ernia inguinale esposta. Mi sono ritrovato così, il 15 settembre, con la stagione finita e un’operazione da fare. Anzi due».

La volata vittoriosa a Sibiu, primo successo in maglia Q36.5 Pro Cycling per Nizzolo
La volata vittoriosa a Sibiu, primo successo in maglia Q36.5 Pro Cycling per Nizzolo

Ripartire

Gli interventi ai quali si è sottoposto il velocista della Q36.5 Pro Cycling sono diventati così due. Nizzolo ha deciso di racchiudere, nelle settimane di stop, anche l’operazione per sistemare gli effetti di una vecchia caduta.

«Dopo aver sistemato l’ernia inguinale – dice Nizzolo – ho anticipato di un mese abbondante la rimozione di placche e viti che mi erano state inserite per riparare la frattura del piatto tibiale. Un infortunio che risale quasi a un anno fa. Avrei dovuto fare questa seconda operazione a dicembre ma ho preferito anticipare per non perdere ulteriore tempo una volta risalito in bici». 

La condizione di Nizzolo era in crescita, alla Vuelta a Burgos un buon secondo posto nella tappa inaugurale
La condizione di Nizzolo era in crescita, alla Vuelta a Burgos un buon secondo posto nella tappa inaugurale
Che inverno è stato fino ad ora?

Non facile, mentre io ero fermo gli altri andavano avanti ed ero consapevole che poi mi sarei trovato a dover chiudere il gap. Sapevo di dover ottimizzare ogni allenamento per tornare a un livello che potesse essere giusto per competere. 

A quale punto senti di essere arrivato?

Credo di essere all’80 per cento. Penso anche che la condizione migliore sia frutto non del singolo inverno, ma degli anni di lavoro. Dato che mi sono fermato, ho perso questa continuità e il mio processo di crescita si è fermato. 

L’ultima gara del 2024 per il milanese è stata il Gran Prix d’Isbergues, nel quale una caduta lo ha messo KO
L’ultima gara del 2024 per il milanese è stata il Gran Prix d’Isbergues, nel quale una caduta lo ha messo KO
Manca il passo finale per arrivare al 100 per cento.

Sarà quello più difficile, ma insieme alla squadra abbiamo deciso che è importante correre, pur consapevoli che dovrò crescere. 

Mentalmente quanto pesa questo 20 per cento che manca?

Da questo punto di vista c’è consapevolezza. Chiaramente non ho rimpianti, però è come quando a scuola tornavi dalle vacanze e sapevi di non aver fatto i compiti. La speranza era che la professoressa non ti chiedesse proprio quel che non sapevi. 

Dopo la doppia operazione Nizzolo si è rimesso al lavoro (foto Instagram)
Dopo la doppia operazione Nizzolo si è rimesso al lavoro (foto Instagram)
Come si tramuta questa consapevolezza in gara?

La speranza è di salvarmi con l’esperienza, cercando di giostrare un po’ le mie qualità. Ma so che ci sarà da far fatica. 

Dove riprendi a correre?

Tra poco, dalle gare di Mallorca. Poi andrò al Tour of Oman, Almeria e Belgio. Da lì si apre la primavera con la Tirreno-Adriatico e la Sanremo, ma vedremo anche come risponderò una volta tornato in gara. 

Il morale per il velocista della Q36.5 è comunque alto, ma sa che dovrà lavorare molto
Il morale per il velocista della Q36.5 è comunque alto, ma sa che dovrà lavorare molto
La Q36.5 ha visto arrivare dei buoni corridori in vista del 2025, Tom Pidcock su tutti.

L’evoluzione è tangibile e porta tanta motivazione, anche se il team è arrivato da poco nel ciclismo si vede che vuole migliorare e crescere. 

Si parla anche dell’invito a qualche Grande Giro, ne ha parlato lo stesso Pidcock, da questo punto di vista si sente aria di cambiamento?

Sì tra noi ci confrontiamo, ma non sono i corridori che possono dire queste cose. Credo solamente che la nostra mentalità non debba cambiare, noi come Q36.5 dobbiamo aver voglia di crescere e migliorare come fatto fino ad adesso.

Allenarsi in ritiro: la settimana di Simone Velasco

27.01.2025
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CALPE (Spagna) – Nel cuore della preparazione invernale, abbiamo seguito da vicino la preparazione di Simone Velasco, uno degli atleti di punta della XDS-Astana. Questa volta, più che di una settimana di “settimana tipo”, abbiamo parlato più in generale degli allenamenti in ritiro: tempistiche, volumi, recupero.

Tra allenamenti intensi, recupero e strategie nutrizionali, il corridore ci ha raccontato come affronta questo periodo cruciale della stagione. Un’immersione nel mondo del corridore in ritiro, tra salite impegnative, sprint esplosivi e l’attenta gestione della fatica in vista dei primi appuntamenti agonistici, che tra l’altro per l’ex campione italiano sono iniziati proprio questo fine settimana.

Velasco (classe 1995) è alla quarta stagione nel gruppo Astana
Velasco (classe 1995) è alla quarta stagione nel gruppo Astana
Simone, ritiro è uguale a vita monastica. E’ ancora così?

Eh, diciamo che non ci sono molti modi per svagarsi. Ma è importante anche questo…

Come inizia la settimana?

Tendenzialmente tengo la domenica sacra, dedita al riposo anche in ritiro, proprio come un giorno che dedico alla famiglia e al rilassamento. A quel punto si segue il carico di lavoro necessario. In ritiro lavoriamo a triplette, con un incremento dell’intensità riducendo leggermente la quantità. Siamo sempre più vicini alle gare, quindi è necessario alzare i giri del motore e avvicinarsi alla condizione ottimale.

Come si strutturano queste triplette?

Le giornate iniziano con lavori di forza o intensità, tipo sprint e brevi lavori anaerobici, seguite dal classico giorno di distanza, meno stressante ma comunque impegnativo.

Quindi una tipologia di specifico al giorno, più i chilometri. E quanti sono appunto i chilometri nelle triplette?

Si va in crescendo. Solitamente sono 140, 160, 180 chilometri. Quindi da quattro ore e mezzo a sei ore.

I percorsi prevedono molto dislivello?

Sì, nelle giornate di distanza il dislivello supera abbondantemente i 3.000 metri. Qui in Spagna, nella zona di Denia, Calpe, Benidorm, le strade tendono a incentivare l’ascesa verticale. Nei giorni di volate il dislivello è inferiore, mentre nei giorni di intensità in salita si riducono i chilometri e aumenta il dislivello.

Prima hai parlato di sprint: come svolgete questi lavori?

Siamo divisi per gruppi, il gruppo velocisti segue programmi diversi. Noi più scalatori, ci concentriamo su sprint da 10 secondi, ne facciamo 4 o 5 ripetizioni nell’arco della giornata dedicata. Per la forza invece facciamo delle classiche salite di forza resistenza. Si tratta di tre sessioni da 15-20 minuti alternando cadenza bassa e alta. La gestione dei recuperi dipende dal periodo di allenamento e dalla condizione personale.

In Spagna tante triplette per Velasco e compagni
In Spagna tante triplette per Velasco e compagni
E gli allenamenti ad alta intensità come sono impostati?

Abbiamo lavorato sul VO2 Max e sulla soglia, con ripetute di 15-20 minuti per serie. In tutto le serie sono tre. I recuperi sono di circa mezz’ora tra una serie e l’altra per variare il percorso e non restare sempre sulla stessa salita. E anche per farle un po’ più in là nel corso dei chilometri quando si è un po’ più stanchi.

La nutrizione durante gli allenamenti segue le nuove tendenze, cioè mangiare un tot di carboidrati per ora?

Io sono ancora della vecchia scuola, non seguo rigidamente la regola dei grammi di carboidrati all’ora in allenamento. In gara so che devo mangiare molto di più a certe intensità, mentre a bassa intensità meno. Le strategie alimentari sono soggettive e bisogna conoscere bene il proprio corpo. Io ormai so che in corsa anche se ingerisco 120 grammi di carbo l’ora non ho problemi intestinali e quindi in allenamento cerco di non abusarne.

Ti abbiamo visto correre: come integri la corsa a piedi nell’insieme della tua preparazione?

Ormai sono tre anni che corro abbastanza spesso. Lo faccio come attività alternativa nei giorni di palestra o di scarico. In questo modo termino il micro blocco: tripletta + scarico. Ho iniziato gradualmente con la corsa per evitare problemi muscolari e articolari. Mi trovo bene. Mi piace, ormai è qualche anno che adotto questa tecnica. E poi ho notato che la corsa mi aiuta a sviluppare forza senza affaticarmi troppo a livello cardiaco.

Per Simone anziché lo scarico naturale in bici, 30′-40′ di corsa
Per Simone anziché lo scarico naturale in bici, 30′-40′ di corsa
Il massaggio post corsa è essenziale però?

Per me sì, è fondamentale per evitare infortuni da sovraccarico. Correre sollecita muscoli diversi rispetto alla pedalata e quindi cerco di tenere sotto controllo eventuali infiammazioni.

Quanto spazio ha la palestra nella tua preparazione?

Ora che ci avviciniamo alle gare, riduciamo le sessioni in palestra ad una a settimana. In base ai gruppi di lavoro, la palestra viene inserita in giornate specifiche per non appesantire troppo. I velocisti chiaramente ne fanno un po’ di più.

A proposito di gare che si avvicinano: quali sono i tuoi primi programmi stagionali?

Ora farò due tre gare a Majorca il 29, 31 e 1 febbraio. Dopo una breve pausa, correrò a Murcia e Almeria. Poi seguiranno le corse in Italia come Laigueglia e Strade Bianche, passando per la Tirreno-Adriatico e la Milano-Sanremo. Dopo una fase di altura, affronterò le Ardenne. Mentre per quanto riguarda i grandi Giri, quest’anno andrò al Tour de France.

Intanto Ciabocco porta a casa un piccolo titolo

27.01.2025
5 min
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Il primo squillo tutto azzurro della stagione arriva dall’Australia. Qualcuno potrà dire che è uno squillo sommesso, che parliamo solo della vittoria nella classifica per le giovani. Ma se si tratta di una prova del WorldTour, anzi di quella che di fatto lo ha aperto, ha pur sempre un suo valore. Nel Santos Tour Down Under Eleonora Ciabocco ha portato a casa la maglia della migliore nella classifica specifica e questo conta, anche perché la ragazza di Macerata è stata la migliore delle italiane.

Per lei quella agli antipodi non era la prima trasferta così lontano: «In Australia ero già stata ai mondiali di Wollongong e poi lo scorso anno, sempre al Santos Tour Down Under, ma se devo dire questa è stata un’esperienza diversa».

Per Eleonora la vittoria nella classifica dei giovani è un bel viatico verso la nuova stagione
Per Eleonora la vittoria nella classifica dei giovani è un bel viatico verso la nuova stagione
Perché?

Intanto perché mi sono sentita più sicura di me stessa, cresciuta a livello mentale e come coscienza delle mie capacità. Poi perché la squadra mi ha dato una grande responsabilità: ero in pratica la regista in corsa e questo per una ragazza di soli 20 anni non è cosa da poco, significa che hanno grande fiducia nelle mie qualità. Penso che molto dipenda anche da quel che avviene al di fuori delle corse: in quest’anno il mio inglese è migliorato molto, poter comunicare con maggior facilità aiuta. Ora devo dire la verità: mi sto godendo il mio team, il rapporto con le altre molto più di prima.

Che valore ha la tua prestazione?

Io credo che sia un bel segnale, anche perché non l’ho inseguito specificamente, è arrivato un po’ per caso. Io ho continuato a svolgere i miei compiti: non avevamo una capitana che puntava alla classifica, si operava soprattutto per le singole tappe, si cercava di leggere al meglio ogni situazione tattica e il fatto che chiedessero a me che cosa fare credo abbia un valore anche superiore alla classifica finale.

Il team ha ruotato nella corsa australiana intorno a lei, aiutandola nella difficile seconda tappa
Il team ha ruotato nella corsa australiana intorno a lei, aiutandola nella difficile seconda tappa
Che corsa è stata?

Il livello era sicuramente alto e le corse non sono sempre andate com’erano i piani. La prima tappa ad esempio eravamo convinti che sarebbe finita in volata e infatti tutte lavoravamo per Rachele (Barbieri, ndr), cercavamo di tenere chiusa la corsa per favorire lo sprint, invece nel finale molto tecnico è andata via la Hengeveld. La seconda era la più impegnativa, infatti nella prima salita ho perso terreno e faticavo. Lì la squadra si è messa a mia disposizione per farmi superare la crisi e infatti sono rientrata. Le compagne mi portavano ghiaccio e borracce perché soffrivo molto il caldo.

Che ha contraddistinto anche la tappa finale…

Sì e per noi che venivamo dall’Europa il contraccolpo termico c’è stato, alcune lo hanno superato meglio, altre come me no. In certi momenti proprio non si respirava…

E’ stata, quella australiana, una corsa abbastanza sorprendente nel suo epilogo finale, vi aspettavate la vittoria della svizzera Ruegg?

Sinceramente no, ma più che la sua vittoria mi ha colpito quella dell’olandese nella prima che per certi versi mi ha anche fatto piacere. Fino allo scorso anno correvamo insieme, la conosco bene e so che è forte.

La trasferta australiana ora va avanti, che cosa hanno chiesto a te?

Continuerò nel lavoro a favore del team, anche perché alla base del nostro gruppo c’è proprio questa commistione di ruoli. Per noi conta che a vincere sia il team, non il singolo. Ognuna corre per le compagne. Certamente poi se capiterà l’occasione mi farò trovare pronta, intanto quella maglia messa in valigia è sempre un’iniezione di fiducia, anche perché come detto è arrivata per caso, io ho sempre pensato a lavorare per le altre senza guardare la classifica. Infatti nella tappa finale, dopo aver esaurito i miei compiti mi sono lasciata staccare.

La maceratese è alla Picnic DSM dal 2023. Lo scorso anno ha affrontato 46 giorni di corsa
La maceratese è alla Picnic DSM dal 2023. Lo scorso anno ha affrontato 46 giorni di corsa
In che cosa pensi di essere migliorata?

Credo che il mio rendimento in salita sia migliorato, lo dicevano i numeri in allenamento e l’ho constatato anche in corsa. Ma siamo a inizio stagione, è ancora molto presto per dare giudizi. I veri obiettivi credo arriveranno tra maggio e luglio, voglio guadagnarmi la selezione per i grandi giri, poi lì vedremo che cosa fare, magari trovando anche spazio per le mie aspirazioni personali.

EDITORIALE / La morte di Sara merita una risposta decisa

27.01.2025
4 min
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Il padre di Sara Piffer ha raccontato al Corriere del Trentino di aver ascoltato la preghiera di suo figlio, coinvolto nello stesso incidente, e di aver perdonato l’uomo che, guidando un’auto, aveva da poco ucciso sua figlia (immagine Instagram in apertura). Forse è il solo modo per assorbire un colpo del genere e forse è possibile solo con una straordinaria fede in Dio. L’uomo ha definito la ragazza un dono e ha ringraziato Dio per avergliela mandata.

E’ già difficile accettare la morte di un figlio per un male oscuro che se lo porta via, ma se di mezzo c’è la mano dell’uomo, allora è diverso. Non so se io ci riuscirei. Forse è possibile solo se nasci e cresci in un posto come Palù di Giovo, che guarda il cielo negli occhi e la valle là in basso sembra infinitamente lontana.

Il funerale di Sara Piffer sarà celebrato oggi alle 15 a Palù di Giovo (immagine Instagram)
Il funerale di Sara Piffer sarà celebrato oggi alle 15 a Palù di Giovo (immagine Instagram)

La fretta e il bullismo

«Papà, noi stiamo sempre attenti – diceva a suo padre – sono gli altri che non stanno attenti a noi». E così è stato. Sara è morta proprio laggiù, dove le persone hanno fretta e dove il Trentino con gli anni è diventato rumoroso e distratto come altre parti d’Italia, in cui le biciclette sono l’anello più piccolo della catena alimentare.

La fretta. Aveva fretta la donna che ha ucciso Silvia Piccini, come pure l’uomo che ha ucciso Michele Scarponi. Aveva fretta il camionista che ha ucciso Davide Rebellin. Dicono sempre che avevano fretta, come chiunque non abbia ben chiaro che i limiti di velocità esistono unicamente per motivi di sicurezza. Ciò che sta diventando insopportabile è l’indulgenza verso i carnefici, che alla lunga si fa sempre largo nell’animo della gente buona del ciclismo.

La bontà sta diventando un limite, perché la gente dimentica. Il bullismo sulle strade, alla pari di quello nelle scuole, ha radici nella morbidezza con cui viene affrontato. Nella debolezza davanti alle frasi deliranti di Vittorio Feltri. Nel tollerare un certo modo di esprimersi sui social che legittimano l’aggressione al ciclista. In questo Giorno della Memoria, paragonare i ciclisti sulle strade a quello che accadeva in quegli anni maledetti appare meno fuori luogo di quel che si potrebbe pensare.

Nel 2023 Sara Piffer aveva partacipato la mondiale juniores di Glasgow, chiudendo al 18° posto
Nel 2023 Sara Piffer aveva partacipato la mondiale juniores di Glasgow, chiudendo al 18° posto

Per colpa di tutti

La fretta è il male di questo secolo popolato di tecnologie che rendono tutto possibile. Avete mai avuto, guidando, l’impulso di riempire il tempo comunicando con qualcuno, cercando un’informazione sul web, mandando un messaggio? Avete mai provato a fare un esercizio di autodisciplina, riservandovi di farlo quando vi sarete fermati? Avete provato la sensazione di frustrazione di quando il telefono non ha campo e vi sentite fuori dal mondo o impossibilitati a ottimizzare il tempo, organizzando il lavoro nel tempo della guida?

Sara e tutti gli altri sono morti per colpa nostra, incapaci di dare un valore alla loro vita. Per colpa di chi usa il telefono durante la guida. Per colpa di chi beve e sa di dover guidare. E per colpa di chi pensa che a lui andrà sempre bene e si ritrova un giorno davanti a una ragazza morta a procurarsi le scuse che a lei non ha concesso. Sara è morta per sempre, mentre lui tornerà presto alla sua vita. Con un peso sul cuore, diamolo per scontato, come quello di Giuda che seppe scegliere per sé l’uscita di scena che meritava.

Prima di Sara, anche Silvia Piccini fu uccisa da una donna che aveva fretta di andare al lavoro e neppure si fermò
Prima di Sara, anche Silvia Piccini fu uccisa da una donna che aveva fretta di andare al lavoro e neppure si fermò

Lo sciopero delle bici

Oggi alle 15 in quel paesino che ha dato i natali ai fratelli Moser e a Gilberto Simoni si celebreranno i funerali di Sara Piffer, 19 anni, uccisa sulla strada da un uomo al volante della sua auto. Finché qualsiasi veicolo non sarà considerato alla stregua di un’arma del delitto – di una pistola o di un coltello – la giustizia avrà una falla.

Gli scioperi dei ferrovieri hanno messo in ginocchio l’Italia da qualche mese a questa parte. Se c’è un invito che ci sentiamo di fare alla Federazione Ciclistica Italiana, all’ACSI, alla FIAB e a tutte le sigle che raccolgono sotto le loro insegne milioni di ciclisti è quello di proclamare per un giorno lo sciopero nazionale delle biciclette. Andiamo tutti a Roma e blocchiamo il centro e i palazzi del Governo. Questo non è un invito alla sedizione, è un grido disperato. Almeno quello, forse, riusciranno a sentirlo.

Pino Toni: «Un “nuovo” Casano: tutti uniti per Di Fresco»

27.01.2025
4 min
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Il malore e la corsa in ospedale di Giuseppe Di Fresco hanno portato tutti a stringersi intorno alla sua realtà: il Team Casano. Un post sui social di Pino Toni, che mostra il tesserino da diesse, senza troppi giri di parole racconta di una nuova avventura nata per dare un mano a un amico. Rinvigorita però, così si legge, da un gruppo di ragazzi volenterosi. Gli episodi della vita, spesso mutevoli e incontrollabili, hanno portato a una nuova fase il Team Casano. Rimessi in ordine i pezzi si è pensato subito a come far continuare questa realtà. 

«Lavoravo come preparatore – dice Pino Toni dal suo laboratorio – con il Team Casano dalla scorsa stagione, ruolo che svolgevo anche per altre squadre juniores. Da quando Giuseppe (Di Fresco, ndr) è stato male ho deciso di rimboccarmi le maniche e dare una mano. Lo conosco da più di vent’anni, quando era alla Berti e io ho iniziato a lavorare con lui. Erano i tempi di Damiano Caruso, per intenderci. Abbiamo proseguito insieme anche alla Mastromarco, quando era passato a occuparsi dei dilettanti».

Toni 2022
Pino Toni ha voluto dare una mano a Di Fresco e dal 2025 sarà diesse del Casano
Toni 2022
Pino Toni ha voluto dare una mano a Di Fresco e dal 2025 sarà diesse del Casano

Amicizia e passione

Nel 2024 Pino Toni aveva come ruolo quello del preparatore, ora ha voluto fare un passo in più. Di certo lo ha spinto un sentimento di amicizia, ma non c’è solo questo.

«Del Team Casano – continua – se ne occupava Di Fresco, in toto. Era ed è ancora il faro di questa squadra. E’ andato in giro a cercare sponsor e squadre con cui avviare delle collaborazioni, l’ultima con lo Stabbia. Questa storica società fiorentina rischiava di chiudere, così Di Fresco è andato a parlare con il loro presidente, Benvenuti, e hanno trovato un modo di continuare. Una cosa molto bella, anche perché lo Stabbia farà 50 anni nel 2025. Di Fresco avrebbe portato avanti i compiti di tecnico e manager e aveva messo insieme uno staff di alto livello».

Giueseppe Di Fresco è comunque stato presente al primo ritiro collegiale del Casano
Giueseppe Di Fresco è comunque stato presente al primo ritiro collegiale del Casano
C’è da prendere le redini di una squadra ben formata, come si fa?

Non sarò da solo. Con me ci saranno altri due diesse: Michele Corradini e Alessandro Mansueto. Quest’ultimo è un formatore della Federazione, è siciliano e segue i nostri due ragazzi che vivono lì. Michele Corradini, invece, sta terminando il corso di formazione di terzo livello. 

E’ una squadra ben organizzata?

Assolutamente. Da questo inverno è entrato nello staff un nutrizionista, Matteo Michelotti. Una figura nuova di cui parlavamo Di Fresco e io e che lui ha avuto la prontezza di inserire. 

Durante l’incontro di inizio stagione una prima infarinatura di come funzionerà la squadra nel 2025
Durante l’incontro di inizio stagione una prima infarinatura di come funzionerà la squadra nel 2025
Come sta Di Fresco?

Bene, deve fare attenzione a non caricarsi di lavoro e stress. Ha bisogno di riposare il più possibile e ci vorrà un po’ di tempo. Non è facile nemmeno per noi. Dopo lo smarrimento iniziale si era un po’ persa la bussola. C’è voluto un pochino di tempo per riequilibrare il tutto. Siamo riusciti ad alleggerire la pressione da Di Fresco e distribuirla su tutti. 

Tu cosa farai in più?

Sarò presente con i ragazzi, darò una mano a Corradini nella gestione degli allenamenti e dei dati. Poi ci sarà da curare anche la parte delle corse: prepararle, essere in ammiraglia e curare la strategia. Piano piano capiremo come fare e instaureremo un modo di lavorare, cosa che in parte è già stata fatta. 

Nel 2024 i ragazzi del Casano si sono messi in mostra in diverse gare (foto Fruzzetti)
Nel 2024 i ragazzi del Casano si sono messi in mostra in diverse gare (foto Fruzzetti)
In che modo?

Ho portato il modello che conosco io, quello di una squadra professionistica. Una realtà dove tutti gli impegni sono divisi tra i vari membri dello staff. Sarà difficile, ma vedremo di portare a termine tutti i compiti. Credo che se c’è un posto nel quale provare a fare un progetto in grande sia proprio il Team Casano. 

Si tratta di inserire un modello che sarà poi quello del futuro, anche una volta che Di Fresco sarà tornato.

Certo! Vogliamo far crescere la squadra e renderla professionale, per fare in modo che sia di supporto ai giovani e alla loro crescita. 

Cosa vuol dire professionale?

Che possano nascere delle collaborazioni e che siano continuative. Avere delle risorse per fare investimenti nello staff e nei mezzi