Parla Lanzoni, diesse motivatore per le speranze della BTC City

27.01.2025
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Lo sappiamo, non sono i giorni più adatti per parlare di ciclismo femminile. Quando Giuseppe Lanzoni ci risponde per parlare del suo arrivo alla BTC City Ljubljana Zhiraf Ambedo, non possiamo fare a meno di avere un pensiero profondo per la tragica scomparsa di Sara Piffer della Mendespeck, travolta qualche giorno fa in allenamento da un automobilista.

«Sono rimasto pietrificato quando ho saputo della morte di Sara – ci dice subito il diesse romagnolo che conosce molto bene il mondo femminile – e purtroppo ne succedono troppi di incidenti e investimenti ai corridori, tanti dei quali finiscono in questo modo. Spero che qui in Italia venga fatto qualcosa al più presto, perché il ciclismo sta diventando uno sport troppo pericoloso e poco tutelato. Chi ha figli ora ci pensa due volte se fargli fare ciclismo. Già i giovani smettono presto di correre perché non si intravede un futuro in questo sport per altri motivi, se poi ci mettiamo anche fatti del genere, rischiamo davvero di non avere più corridori».

In un qualche modo torniamo sui passi iniziali per scoprire meglio sia la sua nuova squadra sia il percorso che ce l’ha condotto. Lanzoni ha le spalle abbastanza larghe per dire quello che pensa senza problemi. Così come tanta esperienza per poter dare quel qualcosa in più ad un team continental che l’anno scorso è stato protagonista riuscendo a vincere la Coppa di Francia (la challenge che comprende le loro classiche) con Giada Borghesi, prima che lei a luglio passasse nel WorldTour con la Human Powered Health.

Giuseppe Lanzoni è un direttore sportivo di lungo corso. Arriva alla BTC City dopo tre stagioni nella UAE Development Team
Lanzoni è un direttore sportivo di lungo corso. Arriva alla BTC City dopo tre stagioni nella UAE Development Team
Giuseppe come mai l’approdo nella BTC City?

Dopo tre stagioni alla UAE Development Team ho il bisogno di cambiare aria. Il mio lavoro lo faccio da sempre con passione, guardando prima il lato umano di quello economico. In UAE ho avuto un po’ di contrasti con i dirigenti e nell’ultimo anno e mezzo non mi sono trovato troppo bene. Pensate al paradosso. Da bambino sognavo di avere il superpotere di diventare invisibile e in questi ultimi mesi lo ero diventato veramente per la squadra (dice sorridendo con ironia, ndr). Però guardo avanti, come ho sempre fatto.

Sei comunque stato in una formazione importante. Da questa esperienza cosa porti alla squadra?

Il ciclismo femminile è diventato davvero un lavoro e le ragazze che vogliono fare il grande salto, devono capire di curare il dettaglio, sia che tu sia una capitana o una gregaria. Se vuoi fare il corridore di mestiere bisogna crescere di testa. Devi sapere che certi rapporti diventano più freddi o quanto meno molto più professionali. E che non hai più scuse perché nelle grandi squadre ci sono tante figure a disposizione dell’atleta. Il tempo è il tesoro più grande che ha una persona. Chi vuole correre per mestiere, tenendo conto dei sacrifici che fa una famiglia, non può più sprecare il proprio tempo pedalando senza una vera finalità.

Alla BTC City avrai ancora Carbonari, che sarà la vostra punta. Come l’hai trovata?

Ho chiacchierato molto con Anastasia. Eravamo assieme al devo team della UAE poi è andata nella squadra WorldTour, però anche lei viene da due anni di delusione. Ritorna nel team che l’ha messa in mostra nel 2021. Le ho già detto un po’ di cose. Dovremo lavorare molto a livello psicologico. Deve essere convinta di ripartire da zero, ridimensionando inizialmente certe aspettative. Il ritiro che faremo nelle Marche servirà per motivare lei e le sue compagne.

L’intento è quello di ripetere con lei ciò che è avvenuto con Giada Borghesi, giusto?

Assolutamente sì. Infatti con Anastasia sono stato chiaro subito. Le ho detto che a luglio non la voglio più in squadra (sorride, ndr). Significherebbe che è andata forte, che ha accumulato i punti necessari per poter tornare nel WorldTour. Comunque sembra che abbia ben chiaro cosa fare e mi sembra stimolata. Ha 26 anni ed ha maturato tanta esperienza. Può essere quasi un diesse in corsa, ma soprattutto deve essere un esempio per le sue compagne.

Crestanello esulta a Ponte di Piave. Per Lanzoni può fare crescere ulteriormente (foto Ossola)
Crestanello esulta a Ponte di Piave. Per Lanzoni può fare crescere ulteriormente (foto Ossola)
Che formazione guiderai?

Abbiamo alcune atlete che possono fare il salto nella categoria superiore. Lara Crestanello sta crescendo in salita. Non è una velocista da volate di gruppo, però può dire la sua in sprint ristretti. Gemma Sernissi va forte a crono e si sta ritrovando. La sto seguendo ed è molto motivata. Eremita può fare bene nei percorsi misti. Si allena tanto con Lorenzo Masciarelli, il suo fidanzato. Lei sa che questo è un anno decisivo. Poi abbiamo altre giovani interessanti come Serena, Donati, Lazzari o Sklyarova, kazaka di Toscana . Ci sono quattro slovene, di cui due che arrivano dalle juniores. Pestotnik ha vinto anche una corsa in Italia. Infine contiamo sul recupero di Klimova, ma la scommessa è un’altra.

Di chi parli?

Mi riferisco a Carlotta Uber, trentina di 24 anni che viene dalle granfondo dove vinceva sempre la sua categoria. Ha scoperto tardi la bici perché arriva dall’atletica e dalle corse in montagna. E’ una scalatrice pura, con una grinta incredibile. Quando la sento, è lei che carica me anziché il contrario. Fisicamente è molto simile a Realini. L’anno scorso aveva già fatto qualche gara con la BTC City, vincendo una cronoscalata a Palù di Giovo battendo proprio la povera Sara Piffer. Deve imparare a guidare meglio la bici e si sta allenando uscendo sempre con dei dilettanti trentini, proprio per migliorare a stare in gruppo. Per me può fare una bella stagione, così come tutta la squadra può togliersi delle soddisfazioni.

Il calendario della BTC City Ljubljana cosa prevede?

Esordiremo in Croazia il 5 marzo. Il 9 marzo divideremo la squadra in due correndo ancora in Croazia e al Trofeo Oro in Euro a Montignoso. Poi faremo il Ponente in Rosa, il Giro del Mediterraneo, andremo al Gracia Orlova in Repubblica Ceca. Abbiamo già ricevuto l’invito per le classiche della Coppa di Francia. E ancora tante altre corse. Abbiamo un buon programma al momento anche se mancano le gare più importanti italiane, quelle WorldTour.

Sperate di essere chiamate?

Non sarà facile, soprattutto dopo la riforma e la nascita dei ProTeam, malgrado non sia ben chiaro cosa dica il regolamento a proposito della partecipazione di diritto o ad invito. Correre Strade Bianche, Trofeo Binda, Sanremo e specialmente Giro Women sarebbe bellissimo. Noi ce lo auguriamo sempre, puntando molto sul fatto che l’anno scorso la BTC è stata la seconda continental italiana per punteggio, ma la prima per punti raccolti nelle gare WorldTour. Speriamo possa servire, ma il guaio in Italia è un altro.

Nel 2024 la BTC City è risultata la seconda continental italiana, ma prima per punti WorldTour
Nel 2024 la BTC City è risultata la seconda continental italiana, ma prima per punti WorldTour
Cosa intendi?

Adesso il calendario dei team continental è diventato ancora più difficile. Le gare open è un bene che ci siano, ma non ci sono sempre. Oppure talvolta non hanno distanze o percorsi adatti alle elite, che magari non ti preparano a dovere quando vai all’estero. La Federciclismo dovrebbe incentivare gli organizzatori a farne di più coprendo certe spese o trovare un’altra soluzione per avere una corsa femminile elite di un certo livello tutte le settimane.

Chiaro…

Altrimenti rischiamo, come dicevo prima, che il ciclismo femminile cali drasticamente fra qualche anno. Abbiamo tante campionesse sparse per il mondo, che sono un vanto per l’Italia, ma non possiamo non pensare di mantenere quei numeri e quella qualità senza fare nulla di più.

Come sono cambiati i capi antipioggia? Chiediamo a Santini

26.01.2025
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Gli indumenti antipioggia stanno al ciclismo un po’ come i cappellini. Se questi ultimi arrivano dal passato, i capi tecnici che proteggono dall’acqua (waterproof) sono un vero e proprio simbolo del ciclismo moderno che non conosce stagione.

Come sono cambiati negli anni e come è evoluta questa categoria di indumenti tecnici? Quali sono le peculiarità degli antipioggia e cosa chiedono gli atleti pro? Abbiamo chiesto a tre persone di riferimento, praticanti e perfettamente sul pezzo nell’argomentare le scelte e le tecnicità. Fergus Niland (Creative Designer di Santini), Stefano Devicenzi (Sponsorship Manager di Santini, colui che è a stretto contatto con gli atleti, gli staff tecnici ed i team) e Jacopo Mosca (Team Lidl-Trek), corridore che nei suoi interventi non è mai banale.

Possibilità di combinare più strati e l’antipioggia non deve mai mancare
Possibilità di combinare più strati e l’antipioggia non deve mai mancare

Capi migliorati in tutto

«Negli ultimi anni tutti i capi da pioggia hanno subito un notevole miglioramento – racconta Jacopo Mosca, preofessionista delle Lidl-Trek che usa prodotti Santini – soprattutto sono stati oggetto di una grande specializzazione per diversi tipi di situazioni. Noi corridori siamo coinvolti in questo processo di evoluzione e sviluppo, rendendoci conto che a cascata questi indumenti vengono messi a disposizione per tutti. Il team ha a disposizione lo smanicato a manica corta, la mantellina a manica corta e quella a manica lunga, oltre ad una giacca termica in Polartec felpata, ma sempre antipioggia. A questi capi per la parte superiore, si aggiungono poi dei capi specifici per proteggere le gambe e la parte bassa del corpo in genere.

«Oltre ai gusti personali di ogni corridore – conclude Mosca – c’è una vera e propria ricerca della tecnicità dell’indumento, finalizzata a garantire la massima protezione, termoregolazione e funzionalità in base al meteo. Per fare un esempio, quando piove, ma la temperatura non è rigida, si preferisce usare l’antipioggia non felpato. Non di rado usiamo lo smanicato o l’antiacqua a manica corta, abbinati ai manicotti con tessuto waterproof. Ci sono poi una serie di accessori, dai guanti ai copriscarpe che sono fondamentali, soprattutto quando ci si allena per ore con il freddo. Qui un antipioggia in tasca non deve mai mancare».

Cosa chiedono i pro’?

I corridori prestano particolare attenzione a caratteristiche come la traspirabilità e l’impermeabilità, come racconta Stefano Devicenzi di Santini.

«Danno grande importanza anche ad aspetti che influenzano direttamente la performance tecnica del prodotto, come l’aerodinamicità e la vestibilità. L’aerodinamica in particolare, è un fattore cruciale per gli atleti, anche in condizioni meteorologiche avverse. Come azienda ci rendiamo conto che ogni dettaglio può fare la differenza. Un altro elemento fondamentale è la praticità del capo. La possibilità di indossarlo o toglierlo facilmente durante l’utilizzo è essenziale, soprattutto in gara.

«Per garantire questa versatilità – conclude Devicenzi – è importante che anche i capi antipioggia siano progettati con dettagli funzionali. Ad esempio una zip di alta qualità, quindi capace di funzionare in modo ottimale anche con i guanti o in situazioni difficili. Infine, la possibilità di combinare diversi strati senza compromettere comfort e prestazioni è un requisito imprescindibile per gli atleti».

Indumenti funzionali e pratici, protettivi, semplici da indossare e togliere (foto Santini)
Indumenti funzionali e pratici, protettivi, semplici da indossare e togliere (foto Santini)

Il tempo e le tecnologie

L’evoluzione dei capi antipioggia è strettamente legata ai progressi nella tecnologia delle membrane, prosegue Fergus Niland, seguendo le ricerche dei loro produttori e fornendo i feedback necessari.

«Collaborando con fornitori come Polartec – spiega – abbiamo introdotto capi tecnici dotati di membrane sviluppate appositamente per rispondere alle esigenze dei ciclisti che richiedono performance elevate dei tessuti, degli indumenti e per atleti che pedalano in qualsiasi situazione meteo. Questo si traduce in una traspirabilità nettamente superiore, mantenendo al contempo l’impermeabilità all’acqua e la protezione dal vento, oltre a una notevole durabilità.

«Negli ultimi due anni però, l’innovazione più significativa è stata legata al divieto dei prodotti contenenti PFAS (sostanze sintetiche tensioattive, ndr). Questo cambiamento, di portata enorme – conclude Niland – ha rivoluzionato la tecnologia dei capi impermeabili nel settore del ciclismo. Santini è stata tra le prime aziende ad implementare questa trasformazione, dimostrando il nostro impegno verso soluzioni più sostenibili e performanti».

Le peculiarità dei capi contemporanei

Proseguendo i punti tecnici affrontati in precedenza, Niland cita fra le caratteristiche principali dei capi attuali la traspirabilità e l’impermeabilità, la durabilità e l’impatto del prodotto sull’ambiente.

«Ad esempio la giacca Magic, che è un capo multi-stagione – spiega – è stata realizzata con tessuto Polartec Power Shield RPM. Significa una tecnologia che si basa al 100% sul poliestere riciclato. Impermeabile e privo di PFAS, leggero ed estremamente elastico. Si parla anche d’innovazione, in quanto è lo stesso tessuto ad essere innovativo, perché dotato di un rivestimento non-PFAS altamente impermeabile e resistente fino a 10000 bolle d’acqua.

«Il tessuto vanta inoltre una traspirabilità eccezionale, pari a 30.000 g/m²/24 ore, ridefinisce il concetto di comfort e affronta uno dei principali problemi dei ciclisti, ovvero il calo delle prestazioni causato dal surriscaldamento. Grazie a questa tecnologia – conclude Niland – il rischio di surriscaldamento è ridotto fino al 50% rispetto ad altre membrane».

Santini

Sport e impegno civile, ne parliamo con Jacopo Guarnieri

26.01.2025
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Jacopo Guarnieri ha appena terminato la carriera, una carriera che l’ha visto spesso prendere posizione su temi che andavano anche oltre lo sport. Nella sua bio su X c’è una bandiera arcobaleno, e sempre sull’ex Twitter si trovano contenuti, per esempio, sulla situazione a Gaza o sul 25 aprile. Insomma, su questioni che superano l’orizzonte del ciclismo.

Un’attenzione alle cose del mondo che però pochi suoi (ex) colleghi sembrano condividere, almeno in pubblico. L’abbiamo contattato per ragionare con lui su come possono stare insieme sport ad alto livello e impegno civile e politico. 

Jacopo Guarnieri si è appena ritirato dalle corse, dopo aver militato per Liquigas, Astana, Katusha, Groupama-Fdj e Lotto-Dstny
Jacopo Guarnieri si è appena ritirato dalle corse, dopo aver militato per Liquigas, Astana, Katusha, Groupama-Fdj e Lotto-Dstny
Jacopo, sei stato uno dei pochi corridori che si è esposto su questioni extra ciclistiche. Perché secondo te, c’è questo disinteresse in gruppo per quello che succede nel mondo? 

Credo che, come in qualunque altro lavoro, quando fai il corridore professionista sei nella tua bolla, e questo ti porta a dimenticarti un po’ di tutto il resto. Non ti concentri su quello che c’è attorno, che viene visto spesso come qualcosa di molto lontano dal tuo ambiente. Non credo che sia per cattiveria, è proprio solo il fatto che sei dentro quella bolla e a quel punto un certo distacco dal mondo “reale” diventa quasi inevitabile. 

Una domanda forse un po’ naif. Perché un corridore, magari al termine di una vittoria di tappa al Tour, non utilizza quell’immenso megafono mediatico per dire qualcosa di forte? L’unico esempio che viene in mente è Sagan dopo la prima vittoria al Mondiale.

Appena dopo una gara è un momento molto particolare, c’è l’adrenalina, la stanchezza, sei super concentrato su quello che hai appena fatto, non sei neanche lucido. Quindi credo che aspettarsi che un corridore in quel frangente dica qualcosa di extra ciclistico sia davvero complicato.  Un altro conto magari è quando si è più rilassati in hotel. Quindi nel dopo corsa direi che giustifico quasi tutti. 

Guarnieri nel giardino della sua casa tra le colline piacentine
Guarnieri nel giardino della sua casa tra le colline piacentine
E a parte il dopo corsa?

Ma anche lì non è semplice, specie durante le gare, perché è uno sport che ti prende moltissime energie mentali in ogni momento della giornata. Anch’io quando andavo alle corse ero sempre molto stanco, soprattutto nei grandi giri, quindi hai poca capacità di concentrarti su qualcosa che non sia il tuo lavoro in quel momento. Come dicevo prima viviamo in una bolla, che ti porta a disconnetterti con il resto. Sei vuoi sì, è un’occasione persa, ma funziona così. Poi è così un po’ in tutti gli sport, anzi in altri ci sono direttamente le federazioni che intervengono a bloccare certe dichiarazioni. 

A proposito, tu hai mai avuto limitazioni in questo senso, dalla squadra o dalla Federazione?

Qualche volta è capitato dalla squadra, ma niente di che devo dire. Un episodio limitato nel tempo e comunque niente di troppo grave. 

Guarnieri ha attaccato l’ultima volta il numero alla maglia il 7 agosto 2024 all’ultima tappa della Arctic Race of Norway: la sua milessima gara esatta tra i pro
Guarnieri ha attaccato l’ultima volta il numero alla maglia il 7 agosto 2024 all’ultima tappa della Arctic Race of Norway: la sua millesima gara esatta tra i pro
Puoi dirci di cosa si trattava? 

Preferisco di no. È normale che una squadra professionistica non voglia correre il rischio di far arrabbiare certi sponsor o anche certi potenziali sponsor. Perché ogni volta che ti esponi su qualcosa inevitabilmente pesti i piedi a qualcuno. In generale non è un ambiente in cui veicolare dei messaggi, anzi quello che viene chiesto, più o meno esplicitamente, è di non veicolare niente. La realtà poi è che tanti corridori non hanno opinioni su certe tematiche. 

Tu però le opinioni ce le hai…

Perché sono sempre stato un po’ diverso, sono cresciuto in un certo ambiente, da ragazzo andavo alle manifestazioni. Poi anche forse per un’aderenza musicale con un mondo un po’ di sinistra se vuoi. E in generale sono una persona curiosa. Sono contento di averlo fatto io più che prendermela con gli altri che non l’hanno fatto. 

Guarnieri, qui con Mosca, è stato uno dei corridori più estroversi del gruppo
Guarnieri, qui con Mosca, è stato uno dei corridori più estroversi del gruppo
Forse è più facile esporsi se non si hanno le pressioni di un capitano?

Assolutamente sì. Quando non sei costantemente sotto i riflettori e hai una platea più piccola hai meno pressioni, quindi anche più libertà, certamente. 

Come vedevano i tuoi colleghi le tue prese di posizione?

In realtà nessun ciclista guarda molto i social degli altri ciclisti. È successo una volta quando il Giro è partito dall’Ungheria e io avevo detto qualcosa sulla situazione politica in quel Paese. Poi tanti ragazzi in gruppo mi hanno detto che avevo fatto bene e mi hanno espresso vicinanza. Ma questo perché la notizia era uscita sui media, non perché l’avevo solo scritto sui social. 

Jacopo in una recente intervista concessa a Bici.PRO poco dopo il ritiro
Jacopo in una recente intervista concessa a Bici.PRO poco dopo il ritiro
Ora che sei un ex cambierà qualcosa per te in questo senso? Meno vincoli, più libertà? 

Adesso diventerò uno dei tanti, se prima avevo una nicchia, seppur piccola, ora non sarà più così e mi accorgo che sto usando i social ancora meno. Poi ora inizierò a fare il procuratore quindi è giusto che stia ancora più attento a come e quanto mi espongo, perché rappresenterò altri corridori e dovrò pensare anche a loro. Saranno loro al centro, non più io. In ogni caso non credo molto nell’attivismo online, come dicevo prima serve più a me, per riconoscermi all’interno di una comunità. Ma penso ci siano molti altri modi più efficaci per impegnarsi. 

Però quello che scrivevi lì poteva essere un esempio per altre persone, non credi? 

Può essere, ma la polarizzazione che c’è nei social non riesco più a tollerarla, dovremmo chiederci tutti quanti che senso ha usare questi strumenti se alla fine vengono usati più per dividere le persone che per dare messaggi positivi. X non lo uso più per la piega che ha preso, anche Instagram è tutto finto, quindi passa un messaggio negativo. Credo che fare un passo indietro e usarli meno può essere la cosa più rivoluzionaria da fare in questo momento. 

Damiani e il modello Cofidis: niente devo ma tanto scouting

26.01.2025
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Dall’esperienza di Nicolò Arrighetti e Diego Bracalente, stagisti alla Cofidis per una settimana, è nato lo spunto per chiamare Roberto Damiani. Il diesse del team francese è stato in Spagna a seguire il ritiro dei suoi ragazzi, al quale hanno partecipato anche i due giovani azzurri. Quando raggiungiamo Damiani al telefono ci accoglie con il suo tono gentile e disponibile, che invoglia a parlare e ascoltarlo.

«Stavo guardando gli spostamenti per il Giro d’Italia – racconta – più precisamente per arrivare in Albania. Arrivare a Durazzo non sarà semplice, bisogna viaggiare da Lille, dove partiranno i nostri mezzi pesanti (camion, pullman e ammiraglie, ndr) fino a Bari. Dalla Puglia si prende il traghetto e si attraversa l’Adriatico. Fare il giro dei Paesi dell’ex Jugoslavia diventava troppo complicato a causa delle dogane e dei controlli».

Dall’arrivo di Michelusi nello staff performance è iniziato un lavoro di osservazione e valutazione tra giovani
Dall’arrivo di Michelusi nello staff performance è iniziato un lavoro di osservazione e valutazione tra giovani

Un passo indietro

La stagione della Cofidis si sta costruendo man mano. Damiani dapprima farà un salto in Spagna per seguire la sua prima gara del calendario europeo, successivamente si sposterà in Francia per il Tour des Alpes Maritimes. Ma il grosso del suo calendario sarà in Italia, con Laigueglia, Strade Bianche, Sanremo. Concluderà la primavera con le gare del Nord: Harelbeke, Gand e Fiandre. 

«Tuttavia – riprende – per arrivare pronti a queste gare dovevamo passare prima dal secondo ritiro stagionale. Siamo stati in Spagna per un paio di settimane. Durante quei giorni abbiamo aperto le porte a qualche under 23, sette in totale, che si sono alternati all’interno del team».

Il lavoro di scouting ha già portato i suoi frutti, alla Cofidis per il 2025 è arrivato Clément Izquierdo dal team AVC Aix-En-Provence (foto Mathilde L’Azou)
Il lavoro di scouting ha già portato i suoi frutti, alla Cofidis per il 2025 è arrivato Clément Izquierdo dal team AVC Aix-En-Provence (foto Mathilde L’Azou)
Cosa vuol dire accogliere dei ragazzi under 23 da voi a gennaio. 

Si tratta di un lavoro di scouting che ha preso il via già nel 2024. Stavo leggendo poco fa il vostro articolo sui giovani della Mapei. La scelta di molte formazioni di creare un team di sviluppo ci ha portati a fare un’attività di ricerca tra gli under 23. Non c’è altra via di scelta. La scorsa stagione la Cofidis ha rivoluzionato il settore performance. E’ arrivato Mattia Michelusi, il quale ha iniziato a valutare, testare e capire i giovani. 

Molte squadre WorldTour fanno nascere i devo team, voi?

Molte formazioni dirigono parte del budget per creare squadre continental, ma non è un’idea che mi piace molto. In Francia i costi sono elevati e per fare una squadra devo serve più di un milione di euro. Io ho parlato con Cofidis e ho proposto loro un sistema alternativo. 

Portare gli under 23 al ritiro di gennaio è un modo per mostrare loro come lavora e come funziona un team WorldTour (foto Instagram)
Portare gli under 23 al ritiro di gennaio è un modo per mostrare loro come lavora e come funziona un team WorldTour (foto Instagram)
Ovvero?

Fare un lavoro di scouting europeo. Abbiamo preso i nove Paesi nei quali Cofidis è presente commercialmente. Ci siamo guardati in giro e a gennaio si sono selezionati i primi sette profili, li abbiamo scelti tra Francia, Italia, Belgio e Spagna. 

In questo modo cosa cambia?

Si lavora a stretto contatto con diverse realtà sulle quali si ha fiducia. Ad esempio Arrighetti arriva dalla Biesse Carrera. Io so che di Milesi e Nicoletti mi posso fidare, visto che nel 2024 abbiamo preso come stagista un loro corridore. Questo discorso vale anche per Bracalente. Con queste formazioni si instaura un rapporto di massima trasparenza e solidarietà.

Nel 2024 era toccato a Filip Gruszczynski, sempre della Biesse Carrera fare uno stage con la Cofidis (foto Instagram)
Nel 2024 era toccato a Filip Gruszczynski, sempre della Biesse Carrera fare uno stage con la Cofidis (foto Instagram)
E’ un modo anche per responsabilizzare le squadre.

Vero. In più loro possono affermare di avere un rapporto stretto con la Cofidis, il che permette di avere un maggiore appeal per i ragazzi under 23. E’ un titolo qualificante e che valorizza il lavoro di formazioni continental già esistenti. Inoltre creare una formazione development permette di tenere sotto controllo quei dieci o dodici ragazzi che si prendono. Mentre noi, collaborando con tante formazioni, abbiamo un bacino maggiore. Si parlava della squadra dei giovani della Mapei, voglio dire una cosa.

Prego…

Io sono arrivato alla Mapei l’anno in cui nasceva questo progetto. Avevamo uno staff dedicato e un personale di riferimento. L’investimento economico non era stato di poco conto. Nel ciclismo moderno ci sono troppi venditori di sogni. I procuratori guardano al loro interesse e non a quello del ragazzo. Invece lavorare con i giovani deve essere un piacere. Portarli con noi in ritiro è stato bello, sia Bracalente che Arrighetti hanno toccato con mano una realtà differente. Sapete qual è la cosa che mi è piaciuta di più?

L’obiettivo di queste due settimane di stage svolte a gennaio è quello di trovare i tre stagisti da inserire nel 2025 (foto Instagram)
L’obiettivo di queste due settimane di stage svolte a gennaio è quello di trovare i tre stagisti da inserire nel 2025 (foto Instagram)
Dicci.

Vederli integrati nel gruppo. La sera giocavano a carte e parlavano con i professionisti. In bici si sono mostrati forti e preparati, ma la cosa che ho voluto dire loro è stata di non vivere quei cinque giorni come un test continuo. Non è da una mancata risposta a uno scatto in un ritiro di gennaio che si decide il loro futuro. Volevo che si accorgessero del fatto che si fa sempre ciclismo, cambia la cornice ma il quadro no. 

Però cercate comunque delle risposte? 

Questo è chiaro. Alla fine non nascondo che da questi sette ragazzi vogliamo tirare fuori quelli che saranno gli stagisti che verranno a correre con noi a fine anno. 

I tuoi corridori che hanno detto?

Mi è piaciuta molto una battuta di Thomas che parlando mi ha detto, riferito ad Arrighetti: «Chi è quello? Mentre facevamo la simulazione di corsa mi ha messo alla prova». Mi ha reso felice perché vuol dire che i ragazzi si sono sentiti liberi di muoversi e di fare come se fossero con i loro coetanei. Questo è sicuramente un aspetto positivo.

Grinta Garofoli. Gran feeling con compagni, staff e bici

26.01.2025
5 min
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Basta guardarlo in faccia, anche sulle sue pagine social, per capire quanto ci stia dando sotto Gianmarco Garofoli. Il marchigiano sta sfoderando una grinta che non gli si vedeva da un po’, almeno da fuori. Perché dentro di sé Gianmarco è sempre stato quello che in gergo si definisce un “cagnaccio” (in apertura foto di Wout Beel).

Una grinta che nasce probabilmente dal cambio di squadra. Garofoli ha lasciato l’Astana per approdare alla Soudal-Quick Step. E’ stato accolto a braccia aperte dai compagni, ma anche dal direttore sportivo Davide Bramati. Si cercano giovani di talento da far crescere al fianco di Remco e non solo.

Gianmarco Garofoli (classe 2002) si appresta ad affrontare la sua prima stagione da pro’ (foto Instagram)
Garofoli (classe 2002) si appresta ad affrontare la sua prima stagione da pro’ (foto Instagram)
Gianmarco, un cambio di squadra netto, anche per differenze di approccio…

Sicuramente il salto è grosso, l’Astana era l’ultima nel ranking e la Soudal la terza. Il salto c’è stato e l’ho toccato con mano durante il primo ritiro. Non che l’Astana sia un brutto team, ma si nota la differenza. Avere un corridore come Remco è una responsabilità, non solo un piacere, e devi farti trovare pronto per il tuo capitano. Sarà bello perché avrò un punto di riferimento e dare il massimo è ciò che mancava in questi due anni in Astana.

Cosa intendi con quel “traccia la via”?

Che è proprio un riferimento. Una persona da cui imparare e, essendo un grande leader, tira fuori il meglio dalle persone che ha intorno. E per me è anche un obiettivo.

Intendi anche come valori fisici?

Certo, anche per crescere a livello di numeri. Ovvio, il dislivello è ampio, gigantesco! Però è uno stimolo, forza e motivazione. Se lui li fa, voglio farli anche io o avvicinarmici il più possibile. Hai di fronte, e vicino, dei numeri concreti che ti fanno da riferimento.

Vieni dall’Astana dove c’era e c’è tanta Italia, qui c’è un ambiente più internazionale…

Su questo aspetto non c’è tutta questa differenza. Dover parlare in inglese non è certo un problema per cominciare davvero. E comunque anche in Astana la componente internazionale era aumentata. Semmai le differenze si sentono di più a livello culturale. E’ vero che è un team internazionale ma belga. E i belgi mi piacciono.

Garofoli sta lavorando sodo, anche a crono
Garofoli sta lavorando sodo, anche a crono
E cosa ti piace dei belgi?

Il loro modo di fare, di concepire il ciclismo: sapete quanto conti in Belgio. Mi piace che la squadra si aspetti qualcosa da te, ed è come me l’aspettavo: una squadra che funziona. E nonostante sia una squadra grande qui riesci a tirare fuori la tua individualità all’interno del gruppo. Tutto è incastrato alla perfezione.

Negli allenamenti è cambiato qualcosa?

Un po’ sì. Da questo punto di vista ti ascoltano, prendono in considerazione le tue esigenze e le decisioni si prendono insieme (la stessa cosa che ci aveva detto Paret-Peintre, anche lui nuovo arrivato, ndr). E se le cose si fanno insieme si è più felici. Con De Wolf, il preparatore, ho un bellissimo dialogo. In bici invece le cose sono più o meno quelle: Z2, soglia, VO2 max, forza…

Con chi hai legato di più fin qui?

Sicuramente con Mattia Cattaneo, siamo in camera insieme, ma direi di aver legato benone con tutto il Wolfpack. C’è una bella atmosfera. Come per tutti i nuovi arrivati sono stato “battezzato” al primo incontro…

Immaginiamo quanta birra!

Sì, ma non ci siamo ubriacati come tanti pensano. Abbiamo fatto un banchetto tutti insieme, mi hanno fatto vestire da cheerleader e poi da lottatore di sumo. Il tutto in modo sano. Ho stretto un buon rapporto anche con Landa, un po’ perché parliamo italiano e poi perché siamo nello stesso gruppo di allenamento. In più abbiamo parlato dell’Astana, dove era stato anche lui.

Garofoli alla Vuelta 2024, suo primo grande Giro
Garofoli alla Vuelta 2024, suo primo grande Giro
E con Remco come va?

Veramente zero, semplicemente perché l’ho visto solo nel ritiro prestagionale in Belgio. Io venivo dalla Japan Cup e poi lui ha avuto l’incidente. Non so quanto i nostri programmi si intrecceranno.

Bramati ci ha detto che sei nella lista lunga del Giro…

Ovviamente ci spero, il Giro d’Italia è la gara dei sogni, quella giusta per la mia carriera. Ho fatto la Vuelta e ho visto che le tre settimane sono il mio ambiente. Ci tengo particolarmente a farlo con Landa e imparare cosa significa correre vicino a un leader. Insomma a stare nella corsa.

Sempre Bramati, ci ha detto che i primi due mesi di gare saranno importanti per capire davvero quanto sia possibile per te essere al Giro…

Esatto, in una squadra nuova devi capire come sei tu e viceversa. Per ora tutto è bello, spero di aver fatto buona impressione, ma devi poi andare forte. Devo dimostrare che me lo merito quel posto al Giro.

L’aerosol portatile di Garofoli
L’aerosol portatile di Garofoli
Cambiamo un po’ argomento Gianmarco: le “sfighe” sono finite? Insomma ne hai avuti di problemi di salute in questi primi anni da pro’…

Lo spero! Anche se ho passato i primi tre giorni di ritiro a letto! Ma era una influenza normale. Spero che sia tutto acqua passata. Vero: ho avuto tanti problemi, ma dipende da come reagisci, non da ciò che ti succede. Fisicamente ora mi sento pronto. Accolgo infortuni e problemi con più maturità. Anche se sono giovane ho esperienza ormai. Credo di aver reagito bene anche quando non vedevo la luce. Il 2024 è stato un anno duro, anche se su carta il migliore. Pensate che viaggio sempre con aerosol, antibiotici e antinfiammatori. La mia ragazza dice che sono ipocondriaco, ma dopo tutto quello che ho passato…

Comprensibile

Ho comprato un aerosol portatile. Si attacca allo smartphone. E’ l’acquisto dell’anno! Però guardando il bicchiere mezzo pieno, c’è una cosa che mi avvantaggerà quest’anno e lo voglio dire.

Vai!

Con la nuova bici, la Specialized, parto avvantaggiato. Una bici atomica! La migliore che abbia mai avuto in tutta la mia vita. Parlo proprio di geometrie: quell’angolo sterzo così “in piedi” la bici accelera subito tanto. Senti la differenza appena ti alzi sui pedali.

Calendario senza vincoli, Pidcock può tornare a graffiare

25.01.2025
4 min
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A prescindere da come andrà, il 2025 segna un punto di svolta nella carriera di Tom Pidcock. Il “folletto di Sua Maestà” ha cambiato squadra passando da quella roccaforte che era per lui la Ineos-Grenadiers alla Q36.5 Pro Cycling, alla quale si è legato con un contratto triennale. Come da sua tradizione Tom, di cui si sa pochissimo in questa nuova squadra, ha subito tuonato: «Finalmente non sarò costretto a correre il Tour de France». E lo ha detto quasi con sollievo.

La sua squadra, non prenderà parte alla Grande Boucle e questo gli permetterà di concentrarsi su altri obiettivi e di gestire meglio il proprio calendario. La decisione di unirsi alla Q36.5 è stata presa con il cuore, ma ponderata con la testa: «Ho sentito subito che questo era il posto giusto, anche se ci ho riflettuto a lungo. Qui credono in me e condividiamo la stessa visione del successo». Una libertà di scelta nelle gare che lo ha convinto definitivamente, consentendogli di focalizzarsi su classiche e mountain bike.

Pidcock è approdato quest’anno alla Q36.5. Con la Ineos sono nati dei problemi: ricordiamo l’esclusione a sorpresa alla vigilia del Lombardia
Pidcock è approdato quest’anno alla Q36.5. Con la Ineos sono nati dei problemi: ricordiamo l’esclusione a sorpresa alla vigilia del Lombardia

Il punto

Tom Pidcock, classe 1999, dopo aver vinto tantissimo, lascia Ineos-Grenadiers dopo tre stagioni. In bacheca due ori olimpici nella Mtb, un titolo iridato nel ciclocross, un’Amstel, una tappa al Tour sull’Alpe d’Huez e altri successi di prestigio per approdare alla Q36.5.

Q36.5 che è in crescita, ma che resta pur sempre una professional, pertanto ha bisogno di inviti per partecipare alle gare più prestigiose.

Il britannico avrà un ruolo di leader assoluto e l’opportunità di costruire la stagione su misura per le proprie ambizioni. Dopo l’esordio all’AlUla Tour in Arabia Saudita, il suo calendario prevede partecipazioni a gare di un giorno come l’Omloop Het Nieuwsblad e le Strade Bianche, corse che si addicono perfettamente alle sue caratteristiche. L’obiettivo è chiaro: massimizzare le opportunità e puntare a vittorie importanti senza l’obbligo di seguire un calendario imposto.

Pidcock è riuscito a sprintare nonostante i dubbi sulle condizioni delle sue mani
Pidcock è riuscito a sprintare nonostante i dubbi sulle condizioni delle sue mani

Non solo Amstel

La rinuncia al Tour de France, che per Pidcock è sembrata una vera liberazione, gli apre nuove prospettive, soprattutto in chiave classiche. La Q36.5 ha recentemente ricevuto l’invito per la Liegi-Bastogne-Liegi, monumento in cui Pidcock si classificò secondo nel 2023, e per la Freccia Vallone, corsa dove già in passato ha ottenuto buoni risultati. E chiaramente per lui ci sarà l’Amstel Gold Race, di cui è campione in carica.

Per il britannico, queste gare rappresentano l’occasione perfetta per lasciare il segno e confermare il proprio talento nelle Ardenne. «Non abbiamo il controllo totale sul calendario, ma in teoria dovrei poter partecipare a tutte le gare che desidero», ha dichiarato con ottimismo. La sua esperienza nelle classiche del Nord, unita alla libertà di scelta garantita dalla nuova squadra, potrebbe tradursi in prestazioni di alto livello e, perché no, in vittorie di peso.

Strade Bianche 2023: Tom sfoggia tutte le sue doti di guida e ovviamente anche grandi gambe. Qualora sarà al Giro ne potremmo vedere delle belle
Strade Bianche 2023: Tom sfoggia tutte le sue doti di guida e ovviamente anche grandi gambe. Qualora sarà al Giro ne potremmo vedere delle belle

Battitore libero al Giro?

L’assenza dal Tour ha aperto le porte a un’altra grande opportunità: il Giro d’Italia. Pidcock ha dichiarato che la corsa rosa potrebbe non vederlo al top della forma dopo le classiche, ma al tempo stesso lo stimola l’idea di affrontarla da battitore libero, puntando a successi di tappa piuttosto che alla classifica generale.

Questo approccio più rilassato potrebbe rivelarsi vincente, permettendogli di esprimere tutto il suo potenziale senza pressioni. In più c’è un aspetto su cui riflettere: da come ha parlato Tom, sembra già che la Q36.5 abbia già ricevuto l’invito per il Giro. L’interesse degli organizzatori nei confronti del britannico è noto e di certo con Van Aert ci sarebbero grandi sfide per le tappe, basti pensare proprio a quella di Siena con i tratti in sterrato. Ma non solo ovviamente.

Una cosa è certa, con meno vincoli Tom Pidcock potrebbe dare sfogo a tutta la sua fantasia in questa stagione. Pensate: potrebbe sfidare Pogacar nelle classiche, Van Aert al Giro e Van der Poel al mondiale in Mtb. Vedremo, intanto sarebbe bello saperne di più, la Q36.5 ha ridotto al minimo i colloqui con la stampa. Noi lo abbiamo intravisto a Calpe di fronte all’ascensore dell’hotel in cui era in ritiro. Un saluto, un’aria rilassata, un sorriso e poi è svanito. Dovremmo aspettare le corse…

Le 46 ore in bici di Masnada in Spagna: il ritiro di gennaio

25.01.2025
5 min
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Continua il nostro viaggio all’interno di quelli che sono gli allenamenti dei professionisti prima che inizi la stagione. Il protagonista questa volta è Fausto Masnada, rientrato da poco dal secondo training camp con la XDS Astana Team. Ora il bergamasco si trova sul Teide insieme a Lorenzo Fortunato, i due staranno insieme fino ai primi giorni di febbraio. Una volta terminato questo secondo blocco di lavoro il “folletto dello Zoncolan” tornerà a casa per iniziare la stagione, mentre Masnada resterà sull’isola a lavorare con il gruppo delle Classiche

Fortunato e Masnada dopo il ritiro di Altea sono partiti insieme per il Teide (foto XDS Astana Team)
Fortunato e Masnada dopo il ritiro di Altea sono partiti insieme per il Teide (foto XDS Astana Team)

Dal mare al vulcano

La curiosità intorno al neo acquisto della XDS Astana è tanta, dopo cinque stagioni vissute tra alti e bassi in maglia Soudal Quick-Step è il momento di ritrovare la serenità e le sensazioni che lo avevano spinto tra i nomi da cerchiare in rosso per il futuro del ciclismo italiano. Messo da parte il secondo ritiro con la sua nuova squadra ficchiamo il naso nei lavori fatti in quei giorni spagnoli.

«Siamo stati ad Altea – ci racconta dall’alto del vulcano Teide – dal 6 al 17 gennaio. Considerando il primo e l’ultimo come dei giorni di viaggio abbiamo suddiviso gli allenamenti in tre blocchi: due triplette e una doppietta. Il tutto intervallato con due giorni di riposo».

Il secondo ritiro della XDS Astana Team è durato una decina di giorni, per un totale di 46 ore di allnemamento (foto XDS Astana Team)
Il secondo ritiro della XDS Astana Team è durato una decina di giorni, per un totale di 46 ore di allnemamento (foto XDS Astana Team)

Primo blocco

I giorni di lavoro sono stati in tutto dieci, considerando anche le due sessioni di recupero, che però sono state gestite in maniera totalmente differente. 

«Il 7, 8 e 9 gennaio – spiega Masnada – abbiamo pedalato tanto, così come nel resto del training camp. Il primo giorno, essendo vicino al viaggio, non si è caricato troppo. Abbiamo pedalato per un totale di quattro ore e mezza inserendo dei lavori di breve durata. Questi consistevano in brevi sprint dove variava la durata e la lunghezza del rapporto. Il tutto su un percorso non troppo impegnativo. Si è trattato di un risveglio muscolare. Il resto del tempo siamo stati in Z2, quella di general endurance. Eravamo divisi in gruppi da otto o dieci atleti e quando passavi in testa facevi tirate da una ventina di minuti tra la Z2 e la Z3».

«Il giorno successo – prosegue – l’8, abbiamo fatto dei test per misurare i valori e avere un piano di allenamento per il ritiro e i programmi successivi. Il 9, invece, siamo tornati a fare endurance con dei lavori in salita di media e lunga durata. In totale siamo stati in bici per sei ore e mezza, sulle salite il ritmo era quello di fat max. Abbiamo messo insieme tanto dislivello, intorno ai 3.500 metri e anche a ruota si spingeva».

I corridori del team kazako hanno lavorato molto sull’endurance (foto XDS Astana Team)
I corridori del team kazako hanno lavorato molto sull’endurance (foto XDS Astana Team)

Secondo blocco

Chiusa la tripletta iniziale i corridori della XDS Astana hanno fatto un giorno di riposo totale, la bici l’hanno presa solo per fare qualche contenuto video e riprese per il marketing. Senza stress. 

«La ripresa con gli allenamenti – dice Masnada – è stata l’11 gennaio con un’altra tripletta. In totale le ore di allenamento nei dieci giorni sono state quarantasei, la maggior parte svolte a ritmi di endurance. Anche se non sono mancati i lavori specifici. Nell’arco complessivo delle ore in Spagna un buon 20 per cento è stato dedicato a lavori. Non è stato il classico ritiro con tanto fondo e basta, ma nemmeno un ritiro da “molti lap” ovvero con solo esercizi». 

«Nelle uscite dell’11, 12 e 13 – prosegue a raccontare – ci siamo dedicati a esercizi diversi, come under e over e sul VO2Max. Nel primo caso si tratta di ripetute a due diverse intensità: in Z3 e in Z5. Per concludere anche gli ultimi due giorni, il 15 e il 16, abbiamo tenuto lo stesso piano di allenamento».

Nella seconda parte del ritiro sono stati introdotti alcuni lavori in salita (foto XDS Astana Team)
Nella seconda parte del ritiro sono stati introdotti alcuni lavori in salita (foto XDS Astana Team)

In velodromo

Durante i giorni di Altea i corridori del team XDS Astana hanno trovato anche il tempo di andare in velodromo a fare degli studi sulla posizione da cronometro. 

«Il secondo giorno di riposo – conclude Fausto Masnada – non è stato totalmente defaticante. Abbiamo approfittato della vicinanza con il velodromo di Valencia e siamo andati in pista a girare con le biciclette da cronometro. Ci siamo concentrati sullo studio del coefficiente aerodinamico insieme agli ingegneri. Per ogni posizione facevamo una media di 50 chilometri orari per sedici giri. Io ho provato quattro o cinque posizioni diverse, quindi alla fine ho fatto un’ora e mezza a buona velocità. Non è come fare un allenamento intero, perché con la bici da crono si sta in giro di più, ma non siamo stati fermi. Alla fine ho recuperato una volta tornato a casa, nei quattro giorni prima di ripartire alla volta del Teide».

«Sempre con noi». Il ricordo di Benedetta per la sua amica Sara

25.01.2025
4 min
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Non ci abitueremo mai a certe notizie. Non ci abitueremo mai a certe notizie, specialmente quando parlano di tragedie che potevano essere tranquillamente evitate. Morire in bici mentre ti stai allenando, facendo il tuo lavoro, sta diventando una routine nazionalpopolare che mette i brividi. Mentre era fuori in allenamento col fratello Christian, la diciannovenne Sara Piffer ieri è stata travolta e uccisa da un automobilista in sorpasso che arrivava in senso opposto. Basta solo questo per far capire l’assurdità di questa ennesima morte.

Ieri tutto il mondo del ciclismo e non solo – letteralmente visto che la notizia è rimbalzata in ogni sito anche estero – si è stretto attorno alla famiglia di Sara e della Mendelspeck, la sua formazione. Ogni persona che ha conosciuto Sara si è sentita devastata. Ogni persona che ama il ciclismo si è sentita tirata in causa, insicura e impaurita. Per chi come noi scrive di ciclismo o lo vive profondamente in ogni sua declinazione, sta diventando un esercizio assai complicato parlare di fatti simili. Nello specifico, la lista dei ragazzi morti investiti in allenamento si sta allungando in maniera incontrollabile.

Sara Piffer a maggio 2024 vince a Corridonia e dedica la vittoria allo juniores Lorenzi morto in allenamento (foto Ciclomarche)
Sara Piffer a maggio 2024 vince a Corridonia e dedica la vittoria allo juniores Lorenzi morto in allenamento (foto Ciclomarche)

Lo choc di Benedetta

La Mendelspeck di Renato Pirrone è sempre stata una grande famiglia fin da quando era una formazione giovanile prima di diventare un team continental. Non appena è circolata la notizia della morte di Sara Piffer, sono partiti i primi messaggi di commozione e condoglianze. Difficile trovare qualcosa da dire in più. Il giorno dopo ti concede di affrontare la situazione con una parvenza di maggiore lucidità. Benedetta Della Corte, compagna di squadra di Sara, è ancora comprensibilmente scossa.

«Non ho dormito – ci racconta con la voce calma – ho pianto tutta la notte pensando a lei che era la nostra luce. Ieri ero fuori in allenamento quando ho ricevuto la telefonata di mio padre (Antonello è un dirigente della squadra, ndr). Mi sono bloccata sul momento e non riuscivo più a pedalare. E’ stato un choc fortissimo. Mi sono dovuta far venire a prendere perché non sono stata in grado di ripartire in bici.

«Quello che è successo a Sara – prosegue Benedetta – poteva capitare a me o chiunque altro ragazzo. E non è giusto che si continui a morire in bici. Noi occupiamo lo spazio di uno scooter anche se andiamo più piano, bastano davvero pochissimi secondi per superarci. Pochi secondi tra la vita e la morte. Non ho ancora metabolizzato la sua scomparsa perché proprio pochi giorni fa ci eravamo date appuntamento per oggi e domani per fare distanza assieme. E’ incredibile».

Benedetta Della Corte e Sara Piffer (a sinistra) sono diventate grandissime amiche fin dal primo giorno assieme alla Mendespeck
Benedetta Della Corte e Sara Piffer (a sinistra) sono diventate grandissime amiche fin dal primo giorno assieme alla Mendespeck

Correre per Sara

Il sentimento di papà Antonello è quello di ogni padre che ha un figlio o figlia che corre in bici. Sapendo Benedetta fuori in allenamento per 3-4 ore, lui si tranquillizza solo quando gli arriva un messaggio sul cellulare dal suo computerino della sessione finita. Vivere con questa tensione non è giusto, però la spinta arriva proprio da lei.

«Oggi avevo in programma quella famosa distanza con Sara – riprende Benedetta – e non so se la farò. Per fortuna oggi uscirà con me una ragazza di un’altra squadra che però deve fare solo due ore e mezza. Probabilmente farò anch’io così perché al momento ho paura a restare da sola in strada. Tuttavia voglio pedalare nel ricordo di Sara, perché lei avrebbe voluto così. E perché lei aveva fatto così lo scorso maggio quando era morto investito in allenamento Matteo Lorenzi, lo juniores del Montecorona che aveva corso con suo fratello. Pochissimi giorni dopo avevamo corso a Corridonia e lei voleva vincere per dedicargli la vittoria. Ed è stato così, aveva vinto lei. Il primo successo della Mendelspeck. Che gioia quel giorno».

Sara Piffer era nata il 7 ottobre 2005. Da juniores aveva corso il mondiale di Glasgow e altre gare con la nazionale
Sara Piffer era nata il 7 ottobre 2005. Da juniores aveva corso il mondiale di Glasgow e altre gare con la nazionale

Tra paura e futuro

«Sara ed io – chiude Benedetta trattenendo a stento le lacrime – avevamo legato subito fin dal primo giorno di ritiro un anno fa. Eravamo entrambe celiache ed è stato un ulteriore motivo del nostro forte rapporto di amicizia. Ci aiutavamo portando il nostro cibo alle gare. Sara era sempre sorridente e con una grande passione per il ciclismo. Mi spronava sempre. Era forte, motivata, attenta ai dettagli e ho sempre pensato che sarebbe andata in squadre di categoria superiore nel giro di qualche anno.

«In passato ho continuato a pedalare nel ricordo di un amico morto in bici che non faceva questo sport. Da ieri lo farò pensando anche a Sara, sperando di onorarla con buone gare. Adesso noi ragazze della Mendelspeck dobbiamo diventare il riferimento l’una dell’altra, sapendo che Sara è sempre con noi».

Non ci abitueremo mai a queste notizie e a dover sentire parole del genere. Qualcosa deve cambiare in fretta e radicalmente. La morte di Sara e di tanti altri come lei non può e non deve restare vana.

Il Giro nel cratere e la (lenta) rinascita delle Terre Mutate

25.01.2025
7 min
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Il Giro d’Italia vivrà nuovamente fra le montagne e i paesi del Centro Italia, colpiti duramente dal terremoto del 2016. Accadrà il 17 maggio, nell’ottava tappa che da Giulianova porterà il gruppo a Castelraimondo, attraversando Ascoli Piceno, le contrade dei Sibillini, scalando il Sassotetto, scendendo per Bolognola, Serravalle del Chienti e poi Montelago, Matelica e l’arrivo.

L’ultima volta che una corsa passò da quelle parti fu con la Tirreno-Adriatico dello scorso anno, quando Jonathan Milan vinse la tappa di Giulianova, che era partita da Arrone e aveva attraversato parte degli stessi territori. Davanti a una situazione pressoché immutata, un altro friulano del gruppo – Alessandro De Marchi, che ci era già passato in maglia rosa al Giro del 2021 – si disse stupito e amareggiato.

Il Senatore Castelli, classe 1965, è il Commissario straordinario per la ricostruzione nel Centro Italia
Il Senatore Castelli, classe 1965, è il Commissario straordinario per la ricostruzione nel Centro Italia

Il messaggio del Commissario

L’ultimo anno ha fatto registrare unaccelerazione nella ricostruzione. E la speranza che il passaggio del Giro possa aiutare nel tenere accesa la luce si legge anche in un post su Facebook del Senatore Guido Castelli: 59 anni, Commissario straordinario alla ricostruzione post sisma e ciclista praticante.

«Da appassionato di ruote fine – scrive – sono felice che l’Appennino Centrale torni a vestirsi di rosa anche in questo 2025. Era una notizia attesa da tanti appassionati e adesso c’è la certezza: anche quest’anno il Giro d’Italia farà tappa nei nostri territori per la tappa numero otto del prossimo 17 maggio. La frazione Giulianova-Castelraimondo partirà dall’Abruzzo e, dopo essersi lasciata alle spalle il teramano, toccherà le province di Ascoli Piceno e di Macerata (…). La nostra rinascita e questo evento hanno molto in comune: tanta salita e fatica, con la voglia di non mollare mai e di aggredire i tornanti che portano fin sulla cima».

Le terre dimenticate

Può davvero il ciclismo riportare interesse su quelle aree ancora ferite a distanza di nove anni? In che modo il Giro d’Italia può diventare il traino per il cicloturismo? Ci siamo rivolti direttamente a Castelli, per avere la sua opinione di uomo politico e di appassionato di ciclismo. Prima di approdare al Senato, Castelli è stato sindaco di Ascoli Piceno e poi Assessore della Regione Marche.

«Il Giro che torna – dice – non è un episodio occasionale, in realtà l’abbiamo studiata con Renzo Marinelli, un mio ex collega del Consiglio Regionale delle Marche, che è proprio di Castelraimondo. L’esperienza della Tirreno-Adriatico ci ha fatto capire quanto il Giro possa far bene anche a questi territori. Con questa tappa completiamo un trittico. Il Giro era già arrivato ad Ascoli, con il traguardo di San Giacomo, e da lì abbiamo investito finanziando il restyling della stazione sciistica. Poi c’è stata tutta la stagione dell’Abruzzo, in altre zone sismiche. Mentre la prossima tappa di Castelraimondo attraverserà tutto il cratere dei Sibillini».

Guido Castelli, il primo da sinistra, con Baroncini e Aru, durante #NoiConVoi2021, pedalata di solidarietà sui Monti Sibillini
Guido Castelli, il primo da sinistra, con Baroncini e Aru, durante #NoiConVoi2021, pedalata di solidarietà sui Monti Sibillini

La natura vince

La montagna è protagonista. Basta sollevare lo sguardo dalle macerie di alcuni paesi fantasma, per rendersi conto della loro maestosità e delle strade e dei sentieri che nacquero per i muli e i trattori, mentre oggi sembrano tracciati per le bici.

«Sono tornato più di una volta su quelle strade – prosegue Castelli – però ammetto di aver dovuto sposare la e-bike, che mi ha consentito di comprendere meglio alcuni aspetti del discorso. Abbiamo ulteriormente investito sulla mobilità dolce, finanziando dei progetti outdoor molto importanti nelle Marche. Abbiamo completato e strutturato dei Cammini, che hanno impegnato qualcosa come 48 milioni di euro nelle quattro regioni interessate. L’idea è proprio quella di partire dai Cammini che sono pensati per chi va a piedi e di renderli praticabili anche per i ciclisti. Uno di questi è sicuramente il Cammino dei Cappuccini, che va da Fossombrone fino ad Ascoli Piceno, che per l’appunto è già pensato nella doppia versione.

«Credo molto dell’escursionismo. Abbiamo finanziato anche il Cammino Francescano della marca da Assisi ad Ascoli. C’è anche il Cammino delle Terre Mutate, che va da Fabriano all’Aquila. Per non parlare del recupero della tratta ferroviaria Spoleto-Norcia, frequentata dai biker in misura abbondante. Lo abbiamo fatto con la Fondazione delle Ferrovie, che cura proprio le ferrovie storiche e sta facendo cose molto importanti».

L’economia che riparte

La bicicletta e il cicloturismo come veicolo per rilanciare l’economia e riportare gente su quelle strade. Se arrivano i turisti, i locali non hanno più la spinta di andarsene e allora forse, di pari passo con la rinascita dei muri, si potrà arrestare l’abbandono.

«C’è una tendenza molto interessante – conferma Castelli – anche verso la professionalizzazione dei tour operator. Sono tanti quelli che propongono in maniera molto significativa dei percorsi con guide, in collaborazione con gli affittacamere. Anche dal punto di vista del fare impresa, registriamo una sempre maggiore attenzione verso chi frequenta questi Cammini. Ci sono aziende sul territorio che si stanno specializzando in questa direzione».

E’ il 28 maggio 2024, Pellizzari è appena tornato a Camerino dal Giro: il centro è ancora deserto
E’ il 28 maggio 2024, Pellizzari è appena tornato a Camerino dal Giro: il centro è ancora deserto

Ricostruzione e censura

Il Giro d’Italia accenderà le luci e forse mostrerà le opere ristrutturate. Fu doloroso (e fastidioso) nel 2021 in cui Gino Mader vinse a San Giacomo rendersi conto che la RAI non avesse mostrato neppure un fotogramma di quei muri devastati. Se ne resero conto i residenti che vissero così un doppio abbandono. Sarà diverso? E come procede la ricostruzione?

«Ci sono diverse velocità  – ammette Castelli – perché i luoghi più distrutti sono quelli che richiedono tempi più lunghi. Siamo riusciti a imprimere un cambio di passo che nel 2024 ci ha permesso di liquidare spese per un miliardo e mezzo alle imprese. La mia attenzione, la mia preoccupazione maggiore è su Amatrice, perché effettivamente ha avuto un’area di devastazione enorme. In più il grosso problema iniziale è che ad Amatrice c’è stata una falsa partenza ed è collassata la comunità. Per la zona di Arquata, ho sbloccato le autorizzazioni che erano ferme e abbiamo indetto una gara per circa 60 milioni di euro per rifare le fondazioni.

«Il centro di Arquata è scoppiato, è letteralmente sprofondato. Abbiamo fatto una gara internazionale che spero sarà aggiudicata per giugno per poter rifare le fondamenta del paese, basate su un sistema di isolatori e tiranti, che ne faranno il luogo più sicuro al mondo. Abbiamo presentato il progetto anche al Congresso Mondiale di Ingegneria Sismica di Milano, in modo che la ricostruzione consenta anche di fare innovazione. Per il resto, la ricostruzione di Castelluccio è già partita e il cambio di passo si vede anche nei centri di Rieti, Ascoli Piceno e Tolentino. Camerino è un po’ indietro per la necessità di coordinare gli interventi privati con quelli pubblici, che ha richiesto un’ordinanza specifica. L’Università ha riaperto i suoi uffici nel centro storico e spero che entro quest’anno nella bellissima città di Giulio Pellizzari si vedranno le prime gru».