La tregenda di Guarnieri e Demare verso Tignes

07.07.2021
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Il Tour de France oggi torna ad affrontare le grandi salite, nello specifico il Mont Ventoux, eppure sono ancora freschi i responsi della frazione di Tignes. O’Connor che vola, Pogacar che domina e i velocisti che fanno la lotta disperata per restare nel tempo massimo. Tra questi c’è chi ne ha pagato le conseguenze, anche in modo molto grave. Arnaud Demare e il suo apripista, e amico, Jacopo Guarnieri infatti non ce l’hanno fatta e sono dovuti tornare a casa.

Dlamini ha fatto tutta la tappa in ultima posizione con il carro scopa e il fine corsa alle spalle
Dlamini ha fatto tutta la tappa in ultima posizione con il carro scopa e il fine corsa alle spalle

Finita sul Roselend

Molti sprinter temevano quella frazione: forse perché un po’ corta e molto dura, forse perché sapevano del ritmo che avrebbero imposto i leader. Fatto sta che Cavendish sull’arrivo ha gioito come se avesse vinto per essere riuscito a centrare il limite orario. Dlamini, il sudafricano della Qhubeka-Assos, caduto nei primi chilometri, è arrivato a Tignes un’ora e 24′ dopo O’ Connor. E poi il freddo, la pioggia… Il limite era appena inferiore ai 38′ di ritardo. Demare è arrivato a 41′ e Guarnieri che aveva tirato in precedenza a 52′.

«Abbiamo cercato di finirla in ogni modo – racconta proprio Guarnieri – ma con le cadute dei giorni precedenti e il freddo… avevamo qualcosa in meno nelle gambe. Sono cose succedono, stavolta è toccato a noi. Siamo rimasti con il gruppo di Cavendish fino a 5 chilometri dalla penultima salita, il Cormet de Roselend. A quel punto, causa freddo, ci siamo staccati e di fatto è finita lì».

L’incitamento a Demare, per lui sempre tanti tifosi a bordo strada
L’incitamento a Demare, per lui sempre tanti tifosi a bordo strada

Pericolo fiutato

«Sono un po’ infastidito nei confronti dell’organizzazione. Al mattino, tramite il Cpa avevamo chiesto di allungare il tempo massimo. Il limite in teoria lo decide l’Uci, in pratica lo fa il Tour. Ma ci avevano detto di stare tranquilli perché visto il meteo ci avrebbero ripescato. Invece non è stato così. Al Giro certe cose non succedono, avrebbero dato almeno 15′ in più e alla lunga ne avrebbe guadagnato lo spettacolo nei giorni successivi perché ci sarebbero stati più sprinter in gara. Per me è stato un bell’autogoal da parte del Tour. 

«E noi, sia chiaro, non è che siamo usciti perché siamo andati piano. Io ho fatto tra i miei valori migliori di sempre. Su cinque ore di gara ho passato il 97% del tempo al massimo. Quando sei nel gruppetto tieni una certa velocità, ma in due… cosa vuoi fare? E’ un Tour il cui livello è altissimo e sarebbe stata difficile anche se fossimo stati al 100%, così il rischio era totale e il 100% non è stato sufficiente».

Le ferite di Guarnieri, caduto nelle prime tappe (foto Instagram)
Le ferite di Guarnieri, caduto nelle prime tappe (foto Instagram)

Con la tagliola nella testa

Guarnieri è tornato in Italia il lunedì dopo la tappa di Tignes. Il morale non era dei più alti, ma lui stesso ammette di non aver rimpianti. Sa che con Demare hanno dato tutto. In più Jacopo ha corso con dei fortissimi dolori al costato dovuti ad una caduta che gli aveva procurato dei problemi anche nei giorni precedenti: faceva fatica ad alzarsi sui pedali.

«Siamo rimasti soli per 45 chilometri – riprende Guarnieri – e tutto sommato nella vallata prima della scalata finale eravamo a 2′ dal gruppetto di Cav. Abbiamo speso moltissimo là sotto. Ci informavano sui distacchi e sul limite di tanto in tanto – correre con una tagliola simile nella testa non è facile – e ai piedi della salita verso Tignes avevamo 29′ di ritardo. Per stare dentro avremmo dovuto perdere in 22 chilometri di salita solo 8′ dalla testa della corsa (alla fine Demare ne ha persi “solo” 13, ndr). Non era una scalata impossibile, ma come facciamo noi che siamo di 80 chili contro gente che non arriva a 65 a perdere così poco?

«Se abbiamo parlato? Non molto, con Arnaud ci siamo scambiati giusto qualche parola d’incitamento ogni tanto. Poi nel finale quando io ho mollato, sfinito, gli ho dato una voce un po’ più grande. Ma credetemi il freddo ci ha davvero bloccato. Forse perché non eravamo al massimo, non so… Ma di certo non era il meteo né la temperatura che mi sarei immaginato di trovare al Tour.

«Ripeto, non ho, anzi non abbiamo, rimpianti. Ammetto che sull’arrivo una lacrimuccia mi è scappata quando abbiamo visto che non ce l’avevamo fatta dopo che avevamo dato tutto. Con Demare siamo in camera insieme, ci siamo abbracciati, sappiamo di aver fatto il massimo e siamo stati anche un po’ sfortunati che O’Connor abbia fatto una prestazione simile. Ci sono tante cose che hanno inciso».

Demare arriva a Tignes 41’38” dopo O’Connor. Subito cerca il cronometro con lo sguardo
Demare arriva a Tignes 41’38” dopo O’Connor. Subito cerca il cronometro con lo sguardo

La riflessione di Guarnieri

Spesso si guarda solo alla lotta davanti, in realtà una grande fetta della corsa è anche dietro. Spesso si dice che per vedere un pro’ andare davvero forte in discesa bisogna guardare il gruppetto come scende nelle tappe di montagna. Ci sono regole non scritte che vanno avanti da decenni: quando mollare, quando spingere, quando stare insieme… E a proposito di regole, Guarnieri, che non è mai banale nei suoi giudizi, solleva una questione interessante sul tempo massimo. 

«Ma ha davvero senso il tempo massimo? E non lo dico per opportunismo – riprende il corridore della Groupama-Fdj – Per me serve solo perché non puoi chiudere una strada per 24 ore, ma siamo professionisti, non ce la prenderemmo “a ridere” se il limite non ci fosse. Dicono: c’è sempre stato il tempo massimo. Ma spesso anche gli addetti ai lavori e il pubblico non lo percepiscono bene. Vi faccio un esempio.

«Tour 2018, situazione simile a quella di Tignes. Io e Demare restiamo nel tempo massimo, mentre Greipel, Cavendish, Gaviria, Groenewegen, Kittel e altri vanno a casa. Dopo la tappa di Pau si arriva in volata, vince Demare e cosa dice l’opinione pubblica? Arnaud ha vinto perché tanto era solo. Non c’erano più velocisti in gara. Ma come? Allora non ha valore l’aver tenuto duro quel giorno? Stessa cosa qualche tempo fa quando in una cronosquadre tre corridori della Garmin caddero all’inizio e finirono fuori tempo massimo. Se solo fori in uno di quei momenti sei fritto. Ma tanto come sempre la nostra voce in capitolo è ridicola».

Monumento Ventoux

Quando c’è il Ventoux, non è mai una tappa qualsiasi

07.07.2021
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Il Mont Ventoux, chiamato anche Monte Calvo (sapete che la sua prima ascensione conosciuta è attribuita al Petrarca nel 1336?) è un appuntamento principe per il Tour de France, eppure nella sua lunga storia la Grande Boucle ha affrontato la durissima salita provenzale solamente 16 volte, 10 delle quali prendendo la sommità come punto di arrivo della tappa. Ma ogni volta, il Ventoux ha fatto sentire i suoi effetti sulla classifica e non solo…

Tra i 15 e i 21 chilometri di scalata, con pendenza media del 7,7 per cento ma punte che vanno oltre il 20, il Ventoux ha soprattutto due caratteristiche che lo rendono unico, in alternativa se non addirittura insieme: il vento estremamente forte e il gran caldo. Un caldo terribile, soprattutto nella parte finale della salita, quando l’asfalto viene reso incandescente dal sole estivo e trasmette tutto il suo calore a chi transita. Basti pensare che spesso anche i motori dei mezzi al seguito hanno pagato un pesante dazio…

Si parla di Mont Ventoux e la memoria non può non tornare a quel maledetto giorno del 1967: Tommy Simpson, 29 anni, si gioca moltissimo in quella tappa. Era partito per il Tour con l’obiettivo di vincerlo, anche perché stava per concretizzarsi un danaroso passaggio dalla Peugeot (dove volevano investire su un certo Eddy Merckx) alla Ignis, ma serviva una grande impresa. Quel giorno, il 13 luglio, fa molto caldo: alle pendici della salita Simpson sente che la gamba non è delle migliori, ma non può tirarsi indietro.

Merckx Tour 1972
Un tris d’assi nella scalata al Ventoux nel 1972: da sinistra Ocañåa, Merckx e Poulidor
Merckx Tour 1972
Merckx Tour 1972Un tris d’assi nella scalata al Ventoux nel 1972: da sinistra Ocañåa, Merckx e Poulidor

Caldo, alcol, anfetamine…

Chiede acqua ai suoi gregari: non ce n’è. Un compagno si ferma in un bar e prende l’unico liquido disponibile: una bottiglia di cognac… Simpson ne beve poco, ma sarà letale perché subito dopo ingoia una delle pasticche di anfetamine che ha acquistato la sera prima per 800 sterline. Il mix ha un effetto deflagrante: Simpson inizia a procedere a zigzag, consumato dentro e fuori. Cade, viene rimesso in sella, ricade: non si rialzerà più (nella foto di apertura il monumento a lui dedicato lungo la salita, nel punto in cui morì).

Quella era la sesta volta che il Ventoux veniva affrontato: la prima nel 1951, l’ultima nel 2016 prima dell’edizione in corso. Se si va a guardare la storia della Grande Boucle, si scoprirà che molto raramente sono emersi dei puri carneadi. Ad esempio nel 1958, prima volta che il Ventoux è stato sede finale di tappa, la spuntò Charly Gaul. Era una cronoscalata e il lussemburghese mise in fila i suoi rivali mentre l’anziano campione di casa Raphael Geminiani andava a conquistare la maglia gialla. Il Tour lo vincerà però Gaul, davanti a Vito Favero (al suo debutto al Tour, in giallo proprio fino al Ventoux) e allo stesso Geminiani.

Pantani Ventoux 2000
Armstrong e Pantani: una sfida appassionante al Tour de France del 2000
Pantani Ventoux 2000
Armstrong e Pantani: una sfida appassionante al Tour de France del 2000

La fame infinita di Merckx

Poteva mancare il nome di Merckx? Nel 1970 il Cannibale conquista la sua settima vittoria di tappa (una nella cronosquadre) e prima della fine ne coglierà altre due. Alla fine il suo vantaggio sul secondo, Joop Zoetemelk è di 12’41”, perfino ridotto vista la sua schiacciante superiorità mostrata giorno dopo giorno. Due anni dopo a svettare sul Monte Calvo è il francese Bernard Thevenet, ma è solo l’avvisaglia di quello che sarà capace di fare: il simbolo del primato è ancora di Merckx, che vincerà “accontentandosi” di 6 vittorie parziali.

Due imprese sono legate al nome di Pantani: la prima è indiretta, nel 1994, quando Eros Poli va a conquistare il successo a Carpentras dopo aver svettato per primo sul Ventoux, lui che scalatore non era proprio. Alle sue spalle Pantani in maglia Carrera attacca dal gruppo e stabilisce un record di scalata. Sei anni dopo Marco mette la sua firma da specialista, uno dei più grandi della storia, vincendo al termine di un’epica sfida con Lance Armstrong. Anche l’albo d’oro di quel Tour, come gli altri sei conquistati dal texano, ha una barra sul nome de vincitore, ma resta indimenticabile nella memoria di chi ha avuto la fortuna di assistere.

Froome Ventoux 2016
La bici è a terra inutilizzabile e Froome inizia a correre: c’è una maglia da difendere…
Froome Ventoux 2016
La bici è a terra inutilizzabile e Froome inizia a correre: c’è una maglia da difendere…

Maratoneta per 600 metri…

Ultimo in questa galleria di personaggi è Thomas De Gendt, primo nel 2016. Una vittoria al termine di una delle sue proverbiali fughe con le quali si è costruito una carriera niente male. Più che la sua vittoria con 2” sul compagno d’avventura Pauwels, di quel giorno si ricorda la vicenda nella quale è incorso Chris Froome: il britannico, già maglia gialla, a un chilometro dal traguardo cade insieme a Porte e Mollema. La sua bici è distrutta, il tempo scorre, così il corridore della Sky si improvvisa podista e comincia a correre verso il traguardo. Più avanti gli danno una bici dell’assistenza, ma è troppo piccola, giù e di nuovo a correre.

A 400 metri ecco la bici dall’ammiraglia, ma ormai il traguardo è lì. La classifica dice che la maglia è persa, va al connazionale Adam Yates, ma dopo vibranti proteste il distacco viene neutralizzato e Froome torna in testa. Particolare curioso: oggi in quel che era il team Sky milita proprio Yates (che tuttavia non è presente al Tour), non più Froome.

L’occhio di Bennati: «Colbrelli nervoso. Chapeau Deceuninck»

06.07.2021
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La tappa numero dieci del Tour de France è finita da pochissime ore. Una corsa un po’ insolita per come era stata nervosa sino ad oggi la Grande Boucle. Oggi invece ha regnato la tranquillità… almeno fino agli ultimi 25-30 chilometri, quando in pochissimo tempo è successo di tutto. La Deceuninck – Quick Step che attacca, la BikeExchange che si porta davanti e Colbrelli che fora. Ci sono gli spunti per fare un’analisi con Daniele Bennati. Il toscano, da ex corridore, con il suo occhio mette in evidenza dei punti tecnici affatto scontati.

Colbrelli, l’occhio in avanti, tra le ammiraglie cerca di recuperare dopo la foratura
Colbrelli, l’occhio in avanti, tra le ammiraglie cerca di recuperare dopo la foratura

Sonny nervoso e sfortunato

E con Bennati partiamo proprio da Sonny Colbrelli, oggi vittima di una foratura proprio nel momento in cui la Deceuninck affondava il colpo.

«Con Sonny ci ho parlato anche ieri sera – dice Bennati – siamo amici e ci sentiamo spesso. Lui si agita. E anche oggi purtroppo è stato così. Non è un velocista puro e per lui non è facile prendere le posizioni. In più è sempre solo, Mohoric lo guida fin quando può. E chiaro che con quei 7-8 velocisti che vogliono prendere la ruota di Cavendish c’è una grande lotta. E’ successo anche a me vivere una situazione simile. Lui però ha una gamba supersonica e per questo deve stare tranquillo. Può prendere anche un po’ di vento. Anche perché lui non deve vincere le volate di gruppo, ma deve piazzarsi. Deve stare dietro e solo negli ultimi 2-3 chilometri andare avanti e, come ripeto, prendere anche un po’ d’aria se ce n’è bisogno.

«Colbrelli ha davvero la possibilità di conquistare la maglia verde ma deve piazzarsi. Su carta va più forte Matthews. Solo che Michael fa sì secondo alle sue spalle nei traguardi volanti, ma poi fa 5°-6° nelle volate di gruppo e raccoglie più punti. Ohi, posto sempre che davanti c’è Cavendish. Solo che in prospettiva di Parigi Mark la maglia verde se la deve guadagnare sulle salite, mentre Sonny se la cava molto meglio».

Rischio di pioggia e vento, hanno contribuito ad accendere la corsa nel finale della tappa 10
Rischio di pioggia e vento, hanno contribuito ad accendere la corsa nel finale della tappa 10

Bennati e quel Tour del 2015

Si parla poi della foratura di Colbrelli: è solo sfortuna oppure anche in quel caso c’è lo zampino del nervosismo? Può succedere che ci si tocchi con qualcuno, non si riesca ad evitare una buca…

«Non so di preciso dove Sonny abbia forato – riprende Bennati – magari era troppo sulla banchina per risalire e può aver preso dello sporco, però spesso e volentieri è sfortuna e basta. Mi ricordo di una tappa del Tour 2015, che vinse Kristoff. Quel giorno era il compleanno di mio figlio. Io già non avevo più la volata di un tempo, ma volevo comunque fare qualcosa. Così al mattino progetto di partire agli ultimi due chilometri. Davanti c’è Tony Martin, lo riprendo e lo stacco… Poi ad un tratto sento che la ruota anteriore va giù. Non ci potevo credere: avevo forato. Avevo preso una di quelle fascette di plastica che era saltata da una transenna. Magari non avrei vinto, però…».

L’abbraccio tra Cavendish e Alaphilippe appena dopo l’arrivo di Valence. In squadra c’è un bel clima
L’abbraccio tra Cavendish e Alaphilippe appena dopo l’arrivo di Valence. In squadra c’è un bel clima

“Cav” e la Deceuninck

«Un ritorno così non me lo aspettavo – continua Bennati – ma occhio: se la Deceuninck-Quick step lo convoca per il Tour si poteva immaginare che il livello di Cav fosse al top. Però da qui a vincere una, due, tre tappe non se lo aspettava neanche lui! Giù il cappello. Viene da due anni no, in cui ha superato anche la depressione. Ha vinto 33 tappe al Tour: nel ciclismo moderno è il velocista più forte dopo Cipollini e Petacchi. Io sono rimasto impressionato dalla sua voglia di dimostrare soprattutto a se stesso che c’era ancora. Agli altri non doveva dimostrare nulla, visto che per le sue caratteristiche ha vinto tutto: tappe nei tre grandi Giri, Sanremo, mondiale… E’ stato un grande ad andare da un team manager e dirgli: corro gratis ma dammi una possibilità».

E aggiungiamo noi, e Daniele è d’accordo, è stato anche merito dell’ambiente Deceuninck se è tornato il Cav di un tempo. «Ha ritrovato un ambiente ideale. Pertanto giù il cappello anche alla squadra che ha creduto in lui».

Alaphilippe e la Deceuninck hanno cercato di aprire dei ventagli. Occhio a Carapaz: pronto in seconda ruota.
Alaphilippe e la Deceuninck hanno cercato di aprire dei ventagli. Occhio a Carapaz: pronto in seconda ruota.

Tattiche da rivedere

Ma se la tappa è stata tranquilla per moltissimi chilometri, il finale è stato caotico. O se non altro si sono viste tattiche non del tutto chiare, a partire dalla super trenata di Julian Alaphilippe. Insomma ventagli sì o no? Treni che scappano o tira e molla?

«Partiamo dal presupposto che nonostante molti siano andati a casa, c’erano una decina di sprinter buoni per la volata e la squadra serviva. La Deceuninck è stata eccezionale. Quando hai un treno composto dal campione mondo, da Asgreen che ha vinto il Fiandre, da Cattaneo che ha dato delle menate incredibili e da Ballerini che ha portato l’ultimo uomo (Morkov, ndr) ai 200 metri…. va da sé che il velocista possa vincere e che si sia lavorato in un certo modo.

«Guardate – spiega Bennati – che oggi con quel vento in faccia era difficilissimo gestire la situazione. In questa situazione chi sta dietro è facilitato a rimontare. I Deceuninck invece hanno fatto 4-5 chilometri davanti e per farlo servivano degli uomini superiori a tutti gli altri. Se le altre due tappe Cavendish un po’ se le è dovute guadagnare, oggi per lui vincere è stato un gioco da ragazzi. Avrà fatto 80 metri al vento, forse… (Morkov ha tirato dai 200 ai 100 metri ad una velocità pazzesca, ndr)».

Okay ma perché Alaphilippe ha dato quella menata quando mancavano una ventina di chilometri all’arrivo?
«Secondo me l’ha data perché glielo ha chiesto Cavendish – conclude Bennati – se andiamo a rivedere lui ha sofferto su una salitella. La BikeExchange ha fatto un forcing per metterlo in difficoltà. Mark si è sfilato, ma ha tenuto e quando ha ripreso le prime posizioni ha detto ad Alaphilippe di tirare subito, magari c’era vento, si andava forte e voleva sfruttare l’occasione. Anche perché Mark è molto bravo con i ventagli».

Thomas e la lussazione della spalla. Di cosa si tratta?

06.07.2021
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Thomas che cade nella terza tappa del Tour e riporta la lussazione della spalla, come gli era già successo in allenamento nel dicembre del 2020. Gli esce la spalla, in gergo si dice così. Ma si rialza, è dolorante eppure riparte e giorno dopo giorno recupera fino ad essere in grado di fare il forcing che tutti abbiamo visto verso Tignes. Ma in cosa consiste la lussazione della spalla? Abbiamo chiesto l’intervento del dottor Maurizio Radi, Fisioterapista Osteopata, titolare del Centro Fisioradi di Pesaro, che tra l’altro ha da poco inaugurato la nuova sede. Ecco che cosa ci ha detto.

Cinque articolazioni

La spalla è un complesso articolare composto da 5 articolazioni – Acromion-clavicolare, Scapola-toracica, Gleno-omerale, Sterno-clavicolare, Sottodeltoidea – la più importante delle quali è quella scapolo-omerale, che collega l’omero alla scapola.

Il movimento della spalla è reso possibile da ben 26 muscoli. Essi sono in grado di eseguire movimenti davvero complessi. Nonostante sia protetta da molte strutture anatomiche che comprendono i muscoli, i tendini ed i legamenti, quella scapolo-omerale è una delle più instabili del nostro corpo. Essa infatti è dotata di grande ampiezza di movimento.

Ecco l’immagine tipica della fuoriuscita della testa dell’omero
Ecco l’immagine tipica della fuoriuscita della testa dell’omero

La lussazione della spalla

La lussazione è un evento traumatico che causa la perdita permanente dei rapporti fra le ossa di un’articolazione. Conseguenze possono essere la rottura della capsula e dei legamenti che stabilizzano l’articolazione. In tali lesioni si possono associare anche quella della cartilagine, dei vasi, delle ossa, dei nervi.

La lussazione della spalla è pertanto quell’infortunio caratterizzato dalla fuoriuscita permanente della testa dell’omero dalla cavità glenoidea della scapola. Si tratta della cavità dove solitamente alloggia per formare la cosiddetta articolazione scapolo-omerale. Viene chiamata anche lussazione gleno-omerale.

Due tipologie

Esistono due tipologie. La lussazione anteriore della spalla, in cui la testa dell’omero fuoriesce dalla cavità glenoidea della spalla spostandosi in avanti e verso il basso. E la lussazione posteriore della spalla, in cui la testa dell’omero fuoriesce dalla cavità glenoidea della spalla spostandosi dietro 

La lussazione anteriore della spalla è la tipologia di lussazione della spalla più comune. Essa caratterizza il 95 per cento di tutti i casi di lussazione della spalla. 

La manovra per rimettere la spalla nella sua sede va eseguita da personale qualificato
La manovra per rimettere la spalla nella sua sede va eseguita da personale qualificato

Sintomi e diagnosi

La diagnosi di lussazione è semplice ed immediata. Il danno infatti è visibile ad occhio nudo. I sintomi, tipici di ogni caduta sono dolore violento, impossibilità di movimento dell’arto, il braccio rimane penzolante vicino al corpo, oppure palpando la spalla non si avverte più la sua caratteristica rotondità. L’intervento più frequente in questi casi è il riposizionamento. Esso deve sempre essere effettuato da personale esperto con una manovra particolare. E’ buona norma sottoporre prima il paziente ad una radiografia (inutile dire che in caso di caduta durante una corsa, la spalla viene rimessa nella sua sede senza tale esame, ndr).

Approccio conservativo o chirurgico

In caso di prima lussazione, l’approccio è quasi sempre con terapia conservativa. Perciò, dopo il corretto riposizionamento dell’omero nella sua sede naturale, il braccio verrà immobilizzato tramite un tutore. Suo compito sarà tenere il braccio aderente al corpo per circa due settimane.

Dopo questo primo periodo, è bene procedere ad una corretta riabilitazione dell’articolazione. L’obiettivo sono il recupero totale dei movimenti ed un adeguato rinforzo muscolare per stabilizzare l’articolazione ed evitare incidenti simili in futuro.

La lussazione della spalla può tuttavia causare il distacco del cosiddetto “labbro glenoideo”. Si tratta di una piccola guarnizione che garantisce lo scivolamento dell’omero nella cavità glenoidea.

Questa struttura cartilaginea può cicatrizzare e riposizionarsi nella sede corretta. Tuttavia può anche succedere che guarendo assuma una scorretta posizione o che non cicatrizzi. Questo può portare ulteriori problemi e lussazioni. Quindi nei soggetti giovani e nei soggetti sportivi soprattutto professionisti, va fatta una corretta valutazione. In molti casi si tende ad intervenire chirurgicamente per stabilizzare l’articolazione, scongiurando eventuali recidive.

Un tutore terrà il braccio aderente al corpo per circa due settimane
Un tutore terrà il braccio aderente al corpo per circa due settimane

L’intervento

Di solito l’intervento viene effettuato in artroscopia. La spalla deve restare immobilizzata per circa 3/4 settimane, dopo di che il soggetto verrà sottoposto a sedute di fisioterapia e riabilitazione. Si recuperano così il movimento articolare, il tono muscolare ed il gesto motorio necessari per la ripresa della attività lavorativa e/o sportiva. Questa fase può durare indicativamente 3/4 mesi. Un tempo indispensabile per stabilizzare adeguatamente la spalla.

Demare Tignes 2021

Demare a casa richiama i suoi: «Ora vincete per me»

06.07.2021
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In attesa della prossima tappa per velocisti, presumibilmente quella di martedì a Valence subito dopo il giorno di riposo, Arnaud Demare si lecca le ferite a casa. Il suo Tour è finito in anticipo (in apertura l’arrivo fuori tempo massimo a Tignes), anzi per certi versi non è mai davvero iniziato, è diventato un calvario nel quale gli toccava assistere alle vittorie dei rivali (anzi di “un” rivale, Mark Cavendish) e ingoiare bocconi amari, lui che alla vigilia era considerato il velocista principe in forza di quanto fatto al Giro 2020.

Inutile nasconderlo, anche se nella Grande Boucle il corridore di casa finora non aveva avuto grande fortuna (2 tappe in carriera), il poker di successi al Giro 2020 ma soprattutto la straordinaria superiorità messa in mostra avevano fatto puntare i fari dell’attenzione su di lui. Forse anche un po’ troppo. «Al Giro ho fatto belle cose – diceva prima della partenza da Brest – ma il Tour è un’altra faccenda, una tappa qui ha un valore unico e il bello è che le occasioni per i velocisti non mancano di certo».

Demare Tour Pau 2018
L’ultimo successo di Demare al Tour, tappa di Pau del 2018. Resterà tale, almeno fino al prossimo anno
Demare Tour Pau 2018
L’ultimo successo di Demare al Tour, tappa di Pau del 2018. Resterà tale, almeno fino al prossimo anno

Un inizio senza un briciolo di fortuna

Già, solo che una vittoria nasce sempre da una concatenazione di fattori e così la sconfitta. Cavendish si è ritrovato al Tour quasi per caso, si è esaltato a Fougères e sull’onda dell’entusiasmo si è ripetuto a Chateauroux. Gli è andato tutto bene, ad Arnaud tutto male…

Il corridore della Groupama FDJ (a proposito, il contratto è già in cassaforte fino al 2023) è caduto nella terza tappa, quella del secondo capitombolo tra i velocisti e non è stato un inconveniente da poco, anzi lo ha portato anche a pronunciare parole dure dopo l’arrivo: «Qui è una carneficina e non dipende se l’asfalto è bagnato o è asciutto… Peccato perché ero in una buona posizione, ma la cosa che mi fa arrabbiare è che una caduta lascia sempre tracce».

Il problema è che costruire una volata vincente non dipende solo da lui, ma anche dai compagni, dal classico “treno”, quello che al Giro 2020 aveva fatto faville e che al Tour si è disgregato: il lituano Konovalovas è stato uno di quelli che ha riportato i danni maggiori nella maledetta prima tappa della maxicaduta causata dalla “pseudotifosa” inneggiante ai suoi nonni. Nella sesta, quando c’era da preparare lo sprint della rivincita su Cavendish, ai -2,5 chilometri è toccato a Guarnieri finire a terra.

Guarnieri Tour 2021
Jacopo Guarnieri soccorso dalla sua ammiraglia dopo la caduta nella sesta tappa (foto Getty Images)
Guarnieri Tour 2021
Jacopo Guarnieri soccorso dalla sua ammiraglia dopo la caduta nella sesta tappa (foto Getty Images)

Una volata vecchio stampo…

Senza il suo ultimo uomo, Demare si è trovato con il solo Scotson a pilotarlo: «E’ stato encomiabile, ha provato ad accodarmi al treno della Alpecin ma non ce l’abbiamo fatta. Ma la volata ho voluto farla lo stesso». Sapeva di non poter vincere, eppure ci ha provato, saltando da un rivale all’altro alla vecchia maniera, per finire quarto. Demare aveva preso quel piazzamento come un buon auspicio, in virtù del quale dimenticare i dolori ancora presenti e una gamba che, per conseguenza, non era al massimo.

La sfortuna però quando colpisce, non si ferma più. Un Demare in condizioni normali, nelle tappe alpine si sarebbe salvato senza neanche grandi patemi, invece a Le Grand Bornand, dopo l’offensiva dei fuggitivi e il “tornado Pogacar” in azione, si era salvato per il rotto della cuffia, il giorno dopo con la pioggia battente invece è andato alla deriva: «Il Tour non risparmia nessuno. Io ho dato fondo a tutte le mie energie, ho faticato come mai, ma non è bastato. Almeno ho la coscienza pulita sapendo che non potevo fare nulla di più. E’ andata male dall’inizio, non poteva esserci altro epilogo» ha dichiarato sconsolato all’arrivo ai colleghi di Cyclismactu.

Demare Cavendish Tour 2021
La volata di Chateauroux: vince Cavendish, ma per Demare non è stato uno sprint ad armi pari
Demare Cavendish Tour 2021
La volata di Chateauroux: vince Cavendish, ma per Demare non è stato uno sprint ad armi pari

Basta lacrime, si va in battaglia…

In albergo, vedendo il resto della squadra sconsolato con alcuni componenti in lacrime, a Demare sono risuonate nella mente alcune sue parole pronunciate dopo lo sprint di Chateauroux: «La vittoria prima che nelle gambe nasce dalla testa. Per ora è andato tutto storto, ma se la ruota gira…» e allora ha tirato fuori il carattere che gli ha permesso di diventare un velocista di primissima fascia: «Forza, il Tour non è finito, ora dovete lavorare per David (Gaudu, ndr), ci sono due settimane e c’è tanto da fare…». Averne, di leader così…

Il riposo, Pogacar, l’orgoglio e i soliti sospetti

06.07.2021
5 min
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E alla fine, un po’ te l’aspetti e un po’ non più, salta fuori la velata domanda sul doping. Viene da una giornalista francese de L’Equipe, che la prende alla larga. Pogacar ha appena finito di dire che la sua squadra è forte ed è stato orgoglioso di poter dimostrare a tutti che così fosse, quando lei gli chiede se questa puntigliosità gli sia sempre appartenuta. Lui risponde di sì. Che fin da bambino, se qualcuno non gli credeva, si metteva d’impegno per dimostrargli che si sbagliava. Che non è una persona orgogliosa a prescindere, ma su certi punti sì. E a questo punto, lei cala la domanda: che cosa diresti a chi nutre dei sospetti sulle tue prestazioni?

«A chi ha dei sospetti – risponde Pogacar – dico che ci sono tanti controlli a provare che si sbagliano. Solo ieri ne ho fatti tre: due prima della tappa e uno dopo».

Zoom conference

La conferenza stampa di Pogacar del giorno di riposo si svolge su Zoom. Il covid sarà pure mezzo debellato, ma le squadre non ne vogliono ancora sapere di riaprire le porte e non voglia Dio che l’andazzo proseguirà anche quando la pandemia sarà definitivamente alle spalle. Nella schermata c’è un bel numero di giornalisti, compresi quelli che non hanno ancora spento il microfono e ci propongono spaccati di vita domestica. C’è anche David Walsh, quello che in un giorno di tanti anni fa prese di petto Armstrong.

Verso Tignes ha difeso la maglia gialla prima con la squadra e poi attaccando. «In risposta ai sospetti – dice – ho fatto tre controlli»
Verso Tignes ha difeso la maglia gialla prima con la squadra e poi attaccando

Numeri in ordine

Pogacar ha la solita faccia angelica, seduto di tre quarti in una stanza con le pareti in legno, con il back drop del Team Uae Emirates a ricordarci tutti gli sponsor.

«Sono contento della mia forma – dice – vedo i miei numeri. Questo Tour sta costando a tutti tante energie ed è già una fortuna non essere incappati in cadute. Io ne ho avuta solo una molto piccola il primo giorno e mi basta quella. Il giorno in cui sono stato meglio finora è stato quello de Le Grand Bornand. Non era freddissimo come sabato».

Le storie del Ventoux

Chissà se gli azzurri del calcio che vanno a giocare a Wembley, sia pure nello stadio ricostruito, sanno che cosa significhi quel posto nella storia del pallone. La domanda arriva anche a Pogacar, quando gli viene chiesto se conosca le vicende del Mont Ventoux, che il Tour affronterà per due volte mercoledì.

«E’ una salita storica – risponde il giovane sloveno, che nel giorno di Pantani contro Armstrong aveva un anno e mezzo – so qualcosa, ma non troppo. Ho fatto la ricognizione, posso parlare di come sia fatta e voglio vincere, ma non per lasciare il segno nella storia».

Il tempo che passa. E se al Giro d’Italia scoprimmo che Gino Mader non sapeva nulla di Bartali, come pretendere che Pogacar sappia di Simpson e di Merckx? Sospetti che certi nomi li conosca, non ti meravigli del contrario. E’ forte, è un bravo ragazzo, ha la faccia d’angelo, qualche difetto dovrà pur averlo. Cosa sanno i nostri figli di Piazza Fontana?

Prima ancora che in salita, ha dimostrato la sua forza nella crono di Laval
Prima ancora che in salita, ha dimostrato la sua forza nella crono di Laval

Il suo recupero

La conferenza va avanti con una sorta di conto alla rovescia: scaduto il tempo in lingua inglese, toccherà agli sloveni e a quel punto potremo anche dire addio. Si parla dunque di recupero: del suo portentoso e quello degli altri un po’ meno.

«Quando ero più piccolo – sorride – non conoscevo i miei dati. Sapevo solo che se c’erano corse in serie, stavo meglio nell’ultima che nella prima. Le corse a tappe ho cominciato a farle da junior e lì mi sono reso conto che non avevo mai grossi cali. Sapevo di poter avere ogni giorno lo stesso livello. Ho avuto molti allenatori e tutti mi dicevano la stessa cosa».

Il suo orgoglio

Ma quando si diventa grandi e si arriva al Tour, quelle stesse caratteristiche le trovi anche in altri. E’ l’elite del ciclismo mondiale. I migliori talenti si ritrovano nello stesso posto, portando le loro doti allo scontro finale.

«E io che l’anno scorso l’ho vinto solo grazie alla crono finale – dice – ho avuto per un anno la motivazione di tornare e dimostrare che non fu per caso. Volevo provarlo al mondo e a me stesso. Per questo in ogni corsa ho fatto del mio meglio. Per questo la mia squadra fa ogni giorno del suo meglio. Siamo tra i più forti di questo Tour e lo rivendico con orgoglio. Stanno correndo al 100 per cento in mio aiuto, mentre nel 2020 semplicemente fummo sfortunati. Quest’anno qualche caduta c’è stata, ma siamo tutti qui per difendere la maglia gialla. Dopo le critiche di venerdì, sabato abbiamo voluto prendere in mano la corsa per dimostrarlo».

Ancora una volta, Pogacar ha rivendicato la forza e l’unita del Uae Team Emirates, qui con Formolo e Rui Costa
Pogacar ha rivendicato la forza del Uae Team Emirates, qui con Formolo e Rui Costa

Il Tour riparte

E qui ci riallacciamo alla scena iniziale di questo articolo. L’orgoglio è sul tappeto. E quando l’addetto stampa Luke McGuire passa la parola alla bionda giornalista francese, il discorso va come vi abbiamo già raccontato. Il sorriso ineffabile di lei, davanti al sorriso ineffabile di lui. I sospetti di lei, la calma di lui.

Inizia oggi la seconda settimana del Tour. Pogacar indossa la maglia gialla con 2’01” su O’Connor e 5’18” su Uran. Alle loro spalle tutti i più forti. Con la sensazione che presto il racconto diventerà una raccolta di episodi sulla via di Parigi, avendo il Tour già un vincitore e una lunga schiera di vinti. Ma siccome la storia insegna che nulla nel ciclismo è mai sicuro, ci accingiamo al viaggio con altre pagine bianche da scrivere.

EDITORIALE / Quel giallo che tutto acceca. Anche le squadre…

05.07.2021
4 min
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E’ come se per scelta o per l’incapacità di fermarsi a riflettere, si corra tutti troppo velocemente verso la curva, ben sapendo che la strada è bagnata. E allo stesso modo in cui i corridori non riescono a frenare il loro impeto, dando vita alle cadute di cui siamo stati testimoni nella prima parte del Tour, anche nella loro gestione e nella gestione delle squadre si vedono scelte su cui vale la pena interrogarsi.

Alaphilippe ha provato a tenere duro, ma la classifica non fa per lui
Alaphilippe ha provato a tenere duro, ma la classifica non fa per lui

Il Tour sopra tutto

Alaphilippe e Roglic sono a nostro avviso due facce della stessa medaglia e portano sulla faccia opposta i ragionamenti di squadre che non tengono conto di troppi fattori. Il Tour de France, il benedetto e dannato Tour de France è tornato al centro delle ossessioni.

Non abbiamo dimenticato le parole pronunciate a marzo del 2020 da Patrick Lefevere: «Se salta il Tour de France – disse – il sistema ciclismo collassa». Per questo al momento di ridisegnare il calendario 2020, l’Uci diede la precedenza ai francesi. Mentre quest’anno, con una stagione tutto sommato normale, la precedenza ai francesi l’hanno data due squadre che stanno ora pagando la scelta a caro prezzo.

Scelte azzardate

La Jumbo Visma ha tolto Roglic dalle strade, chiedendogli (o assecondando la sua scelta) di lavorare solo e soltanto per il Tour. La Deceuninck-Quick Step ha fatto la stessa cosa con Alaphilippe, distogliendolo dalle Olimpiadi e chiedendogli (o assecondando la sua scelta) di correre soltanto il Tour. Ma il ciclismo non è una scienza esatta e sono bastate una caduta, un paio di situazioni tattiche anomale e due giorni di freddo per mandare a casa Roglic e spedire Julian fuori classifica, vanificando il lavoro delle rispettive squadre.

Magari Alaphilippe rivaluterà la possibilità di andare a Tokyo e Primoz troverà le gambe per vincere la Vuelta come l’anno scorso, ma quale prezzo hanno pagato in termini di concentrazione e delusione? Si dirà che la Deceuninck-Quick Step stia ben giocando la carta Cavendish, ma non dimentichiamo che durante il Giro lo stesso Lefevere non credeva che Mark potesse ben figurare. Si dirà che Alaphilippe potrà vincere altre tappe. Va bene tutto, ma si tratta comunque di salvataggi in corner.

Giro d’Italia 2021, Sega di Ala, Martinez e Bernal tengono in piedi il Giro lottando tutti i giorni
Giro d’Italia 2021, Sega di Ala, Martinez e Bernal tengono in piedi il Giro lottando tutti i giorni

Nel segno del divertimento

Dal mazzo di questo ragionare per schemi che credevamo superati spiccano alla grande le azioni di Pogacar, Van der Poel e Van Aert. Ragazzi che corrono tutto l’anno e usano una parola tanto cara a Valverde e pochi altri: divertirsi. Il ciclismo più bello nasce quando i suoi attori protagonisti, i campioni, si divertono. Anche questa volta, sconfessando per certi versi la sua storia, il Team Ineos ha fatto scuola, vincendo il Giro con un Bernal che del Tour percepiva soltanto il peso e lo stress e al Giro ha ammesso di aver riscoperto la possibilità di divertirsi in corsa. Il resto in certi casi potrà anche funzionare meglio, ma siamo certi che al pubblico e agli sponsor piaccia allo stesso modo?

Demare fuori tempo massimo nel calvario di Tignes

05.07.2021
5 min
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Demare non ce l’ha fatta. E’ arrivato al traguardo sotto un cielo scuro che sapeva di pioggia, ma anche di tramonto. Il tempo massimo è matematica, starci dentro in certi giorni è un’impresa pari a quella del vincitore. Ieri il limite stabilito sulle 4 ore 26’43” di Ben O’Connor era di 5 ore 04’03”, pari al 14 per cento. In termini più concreti, chiunque fosse arrivato a Tignes oltre i 37’20” dal vincitore sarebbe andato a casa. Cavendish ce l’ha fatta. Ha tagliato il traguardo con Morkov e De Clercq con un distacco di 35’49”. Demare, Guarnieri e altri cinque sono rimasti fuori.

«Questa era una delle tappe di cui ero terrorizzato – ha detto Cavendish, in lacrime come dopo la prima vittoria – e infatti ho sofferto tantissimo. Ci siamo staccati sulla prima salita, ma avevo questi ragazzi fantastici intorno a me, che mi hanno dato il ritmo e molto supporto. Sono abbastanza emozionato per essere arrivato e felice di essere ancora in gara».

Demare ha passato il Col de Saisies nel gruppo Cavendish, poi ha perso contatto
Demare ha passato il Col de Saisies nel gruppo Cavendish, poi ha perso contatto

La maledizione del 9

Demare non ce l’ha fatta. Gli era già successo nel 2017, ugualmente nella 9ª tappa, nel famoso giorno di Chambery che vide la caduta di Richie Porte nella discesa dal Col du Chat e anche allora all’indomani ci sarebbe stato il riposo. Arnaud tagliò il traguardo malato ed esausto. Non era riuscito a mangiare per tutta la tappa e avere accanto Guarnieri a altri due compagni non gli era servito a nulla. Con lui andarono a casa altri sette corridori, fra cui Trentin e Sagan.

Ieri a Tignes è successo più o meno lo stesso. Demare ha tagliato il traguardo a 41 minuti dal vincitore. E se il giorno prima a Le Grand Bornand è arrivato ultimo per una crisi di fame, questa volta la causa di tutto è stato il freddo e probabilmente il non aver recuperato al meglio il giorno prima.

Impietrito a Tignes

«Quando ha passato la prima salita nel gruppo in cui si trovava Cavendish – ha raccontato Guesdon, direttore sportivo della Groupama-Fdj – ho pensato: “Va bene, ce la farà!”. Sfortunatamente però non ha retto il passo sul Cormet de Roselend ed è rimasto indietro».

Arnaud è rimasto fermo a lungo sulla bici dopo la riga, quasi sperando di svegliarsi da un brutto sogno. E mentre era lì, è arrivato anche Jacopo Guarnieri. Lo scenario era desolato, dal podio era appena sceso Cavendish, atteso a lungo perché potesse vestire la maglia verde, mentre il velocista della Groupama cercava una ragione per andare via dal traguardo, quasi sperando che la giuria gli andasse incontro comunicando un cambiamento del tempo massimo.

Niente sconti

«Prima della tappa – ha raccontato Marc Madiot, team manager della Groupama-Fdj, ai colleghi de L’Equipe – i commissari ci avevano detto che avrebbero adattato il tempo massimo in base alle condizioni della gara. Sapevamo dal mattino che sarebbe stato difficile con questo tempo. Ho parlato con il sindacato corridori che ha risposto: vedremo. In realtà non è stato fatto niente».

Ci hanno provato, ma era ormai tardi e soprattutto il gruppo dei corridori fuori tempo era davvero esiguo perché si potesse giustificare una decisione simile.

Record mancato

Dopo la formalizzazione della sua esclusione, Démare è tornato in hotel, dove il cuoco della squadra lo ha accolto in lacrime. Raccontano che il corridore si sia guardato intorno rendendosi conto che il resto della squadra fosse più triste di lui in merito al risultato di giornata.

«Ho dato il massimo – ha detto – sono arrivato al 97 per cento del mio record sulle cinque ore. Per essere nel tempo massimo, avrei dovuto raggiungere il 100 per cento. Come si dice: Affonda o nuota…».

Dlamini è stato l’ultimo al traguardo, un’ora 24′ dopo O’Connor: ben oltre il tempo massimo
Dlamini è stato l’ultimo al traguardo, un’ora 24′ dopo O’Connor: ben oltre il tempo massimo

Camion scopa

Chi ha continuato a nuotare, pur rendendosi conto di affondare, è stato Nicholas Dlamini della Qhubeka-Nexthash. Il corridore sudafricano ha raggiunto Tignes un’ora e 24 minuti dopo l’arrivo di O’Connor. Alle sue spalle il fine corsa e una serie di poliziotti in moto intirizziti, a chiedersi perché mai non lo avessero scaricato a forza sul furgone. Gli operai stavano già smontando il palco, ma il Tour si onora anche potando sino in fondo la propria fatica. Per questo Dlamini ha rifiutato di salire sul camion scopa. Ha voluto raggiungere il traguardo con le sue forze. Arrendendosi infine con l’onore delle armi.

La Uae voleva tenerla, altroché. Lo dicono Formolo (e Pogacar)

04.07.2021
6 min
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Nel giorno dell’impresa di Ben O’Connor l’attenzione era ancora una volta tutta “dietro”: cosa vuol fare il reuccio di questo Tour de France? Pogacar attaccherà? O se ne starà buono, buono a passeggio con la sua nuova Colnago gialla sulle Alpi? Eh sì, perché ad un certo punto sembrava che lo sloveno e la sua Uae Emirates volessero perdere la maglia gialla conquistata il giorno prima. Per carità, lui non è tipo da calcoli, ma… il dubbio ci è venuto. E allora come hanno gestito questa tappa Tadej e la sua squadra?

Ben O’Connor vince a Tignes: formidabile la sua scalata finale
Ben O’Connor vince a Tignes: formidabile la sua scalata finale

Gialla sì o gialla no?

Ma come si può volutamente perdere qualcosa per la quale il giorno prima si è lottato strenuamente? In effetti può sembrare assurdo, in realtà ha una sua logica.

Indossare la maglia del leader in un grande Giro significa arrivare in hotel almeno un’ora, anche un’ora e mezza, dopo i compagni. Ci sono da fare le premiazioni, la conferenza stampa,  l’antidoping… e nel frattempo spunta sempre qualcuno che vuol parlare con te, stringerti la mano, fare un selfie. Spesso gente importante alla quale non puoi voltare le spalle: convenevoli. In pratica un’ora di riposo in meno tutti i giorni.

La tappa numero nove, la Cluses-Tignes, che parte senza Roglic il quale sul traguardo della Val d’Isere è quasi di casa visto che è la sua sede dei ritiri, scatta sotto la pioggia. Dopo il dominio assoluto di ieri mostrato da Pogacar, ma anche dalla sua Uae, tutti gli altri big non si muovono. Ma più che lasciare l’onere della corsa alla squadra della maglia gialla, sembrano più non voler svegliare il can che dorme. E l’attacco di Carapaz nel finale era più rivolto agli altri che al leder sloveno. Che infatti non appena è stato pizzicato ha salutato tutti e ha guadagnato un altro mezzo minuto. Facile, facile…

Sulle Alpi il Tour ha trovato giorni di vero maltempo. Verso Tignes temperature intorno ai 10 gradi
Sulle Alpi il Tour ha trovato giorni di vero maltempo. Verso Tignes temperature intorno ai 10 gradi

Gialla sì!

Il vero punto di oggi era la Uae. Cosa volevano fare? Cosa si sono detti al mattino? E soprattutto: questa squadra è abbastanza forte per scortare Pogacar, visto che era stata additata?

La Uae è in testa, controlla, riduce il distacco e poi ad un certo punto, forse anche complice la sgasata di O’Connor che è maglia gialla virtuale lascia scorrere i chilometri. Se dovesse sfilargliela uno così (con tutto il rispetto per l’australiano della Ag2R-Citroen) non sarebbe un gran problema.

Però i compagni di Tadej sono (quasi) tutti lì. C’è persino Bjerg, che tutto è tranne che scalatore, c’è Rui Costa, c’è Majka e c’è Davide Formolo. Colui che ieri aveva lanciato Tadej verso le stelle.

Ma a fare chiarezza ci ha pensato Pogacar stesso: «Il tempo è stato davvero terribile oggi anche peggio di ieri. Oltre alla pioggia faceva anche freddo. Sono sicuro che molti corridori hanno sofferto (come a dire: io no, ndr). Da parte mia, non volevo mollare la maglia gialla ed è proprio per questo che ho accelerato negli ultimi chilometri. Non volevo passare il giorno di riposo senza averla sulle spalle».

Davide Formolo in testa a tirare per il suo capitano e amico Pogacar
Davide Formolo in testa a tirare per il suo capitano e amico Pogacar

I sassolini di Formolo

Una cosa è certa: chi diceva che Pogacar non aveva compagni all’altezza si sbagliava. La polemica era nata dopo la tappa numero sette, quella di 250 chilometri vinta da Mohoric.

Ma non si poteva far riferimento a quella frazione, nella quale c’era stato un grande sparpaglio e la Uae aveva lavorato molto nei “primi” 150 chilometri. Memori dei ventagli dell’anno scorso i ragazzi della Uae avevano fatto quadrato subito attorno al proprio capitano, spendendo molto all’inizio. E se si va a rivedere, Ineos-Grenadiers a parte, nessuno aveva più molti uomini davanti. Poi ieri sin dal mattino tutti gli Emirates erano sui rulli prima del via. Segno che avevano intenzione di attaccare o quantomeno che avevano le idee chiare. E hanno zittito tutti sulla strada.

«Siamo una bella squadra – ha detto Formolo a fine tappa – altroché. I media ci attaccano, ma noi ci siamo. E siamo anche un bel gruppo di ragazzi che si diverte ad andare in bici. Oggi l’ultimo uomo è stato Majka. Stava bene ed è rimasto lui al fianco di Pogacar. Segno che possiamo scambiarci senza problemi. E se a Tadej non è successo niente sin qui – facciamo gli scongiuri – forse un po’ di merito è anche il nostro».

La caduta di McNulty scendendo dal Cormet de Roselend
La caduta di McNulty scendendo dal Cormet de Roselend

Il punto di Roccia

E dopo i massaggi, con maggior calma lo stesso veronese riprende a raccontare con quel pizzico di lucidità in più che si ha a mente fredda e con molti battiti del cuore in meno.

«Alla fine ogni giorno che passa è una piccola vittoria per noi – continua “Roccia” – Credetemi, se vi dico che siamo spensierati. E anche oggi abbiamo corso così. Non tenere la maglia non sarebbe stato un problema, ma alla fine meglio così.

«Oggi era una di quelle tappe in cui ti devi salvare. Il meteo è stato inclemente tutto il giorno. E quando è così è un attimo a congelarsi. Siamo partiti un po’ con la coda tra le gambe. L’imperativo era non correre rischi. Ciò nonostante Brandon (McNulty, ndr) è caduto nell’ultima discesa e così è toccato a me lavorare prima. Ho sopperito alla mancanza di un uomo in quel momento. L’ultima salita era davvero dura. Avere un uomo in meno ha cambiato davvero le cose. Però stiamo bene ed è andata bene.

«Abbiamo curato ogni aspetto contro il freddo. Avevamo disposto delle auto su ogni Gpm. Ci davano sempre delle mantelline asciutte. Pensate che Van Aert ad un certo punto mi è venuto vicino e mi ha detto: ma siamo al Tour o alla sesta tappa della Tirreno (quella terribile dei muri, ndr)?».

La Uae sfila alla presentazione di Brest
La Uae sfila alla presentazione di Brest

Serenità totale

Formolo parla poi della serenità che si vive nell’ambiente Uae. Ieri sera, per dire come certe cose con Pogacar avvengano naturalmente, non c’è stata chissà quale grande festa. Sì, qualche parola di ringraziamento, qualche abbraccio, ma tutto sommato è stata una serata molto “easy”.

«Per festeggiare – riprende Formolo – c’è tempo. Ma che giornata è stata ieri? Bellissima, credo che non solo noi, ma anche gli appassionati, se la ricorderanno a lungo. Ieri sera siamo arrivati in hotel molto tardi e siamo scesi a cena un po’ separati, ma quando c’è sintonia non c’è bisogno di chissà quali parole. Basta uno sguardo e ci capiamo. Questo gruppo nasce da lontano. Già a gennaio eravamo tutti insieme sul Teide e ci intendiamo al volo. Oggi per esempio non era facile controllare la corsa. C’erano tanti corridori che erano a 7′-8′ di distacco e ci sta che qualcuno potesse scappare. Così abbiamo fatto il nostro: senza dirci nulla li abbiamo tenuti lì, senza fargli prendere troppo vantaggio e ce l’abbiamo fatta».

Al resto ci ha pensato Tadej!