Anche se nel Tour dello scorso anno è finito allo spiedo, la sensazione che Tadej Pogacar sia la lepre e gli altri inseguano si fa ogni giorno più forte, pur con alcune variabili su cui ragionare.
Quando incontrammo lo sloveno a Benidorm nel primo ritiro del UAE Team Emirates, si disse con una certa chiarezza che Tadej avrebbe vissuto un avvio di stagione meno pressante. Per questo pensammo che la scoppola del Tour lo avesse indotto a una maggior cautela, volendo fermamente vincere il terzo.
Vingegaard è stato a lungo in ritiro e debutterà il 23 febbraio al Gran Camino (foto Instagram)Vingegaard è stato a lungo in ritiro e debutterà il 23 febbraio al Gran Camino (foto Instagram)
La logica (non) condivisa
C’era una logica. La stessa che guida la preparazione degli atleti della Jumbo-Visma e, come emerge dall’intervista di stamattina con Paolo Artuso, anche quelli della Bora-Hansgrohe. Una logica non necessariamente condivisibile, ma capace di spostare gli equilibri. Le corse sono tutte a livelli altissimi: meglio arrivarci freschi piuttosto che rischiare di spendere troppo prima.
Se i più forti seguono una linea, gli altri copiano per non farsi trovare impreparati. Lo schema è identico per tutti. Altura e corsa, altura e corsa. Per tutti, ma in apparenza non per Pogacar.
In barba alla partenza più tranquilla, lo sloveno ha debuttato il 13 febbraio alla Jaén Paraiso Interior e ha vinto. Poi si è schierato al via della Vuelta a Andalucia, vincendo tre tappe e la classifica. Ora è atteso alla Strade Bianche e di lì probabilmente alla Parigi-Nizza, la Sanremo e le classiche del Nord dal Fiandre alla Liegi. E correrà per vincere.
Dopo il debutto alla Vuelta a San Juan, Evenepoel è da oggi in corsa al UAE Tour con grandi ambizioniDopo il debutto alla Vuelta a San Juan, Evenepoel è da oggi in corsa al UAE Tour con grandi ambizioni
Cannibale o kamikaze
Nelle prime corse della stagione, Pogacar si è comportato come lo scorso anno. Nel 2022 infatti arrivò al Tour con 10 vittorie e, una volta in Francia, iniziò a sprintare, attaccare, scattare e dare spettacolo. Sarebbe stato tutto perfetto, se non fosse capitato a un certo punto il buco nero del Granon. La squadra ha sempre detto di volerne capire la causa, senza però venirne a capo. Almeno non ufficialmente.
Non si è mai capito se sia stata una crisi di fame o se Pogacar, come si pensò allora, abbia avuto altro, forse anche un blando Covid come alcuni compagni di squadra. Sta di fatto che quel giorno si spense la luce e si cominciò a ragionare sul suo correre dispendioso dei mesi e dei giorni precedenti.
Il 2023 è iniziato allo stesso modo, con il piglio sbarazzino che fa di Tadej una sorta di novello cannibale, al cospetto di avversari che si nascondono ancora.
L’interpretazione è doppia. Si può pensare che Pogacar sappia esattamente quale sia stato il problema del Granon e quindi corra come sempre all’attacco. Oppure semplicemente, vivendo il ciclismo con leggerezza invidiabile, abbia deciso di godersela ogni giorno, cogliendo l’attimo.
Van Aert e Van der Poel, come Pogacar ed Evenepoel, sono i profeti di questo nuovo modo di correreVan Aert e Van der Poel, come Pogacar ed Evenepoel, sono i profeti di questo nuovo modo di correre
Il nuovo corso
Qual che ne sia la spiegazione, Pogacar ha già vinto. Non è per caso che, dovendo comporre un ipotetico dream team del ciclismo, i posti già occupati siano quelli di Van der Poel, Van Aert, Pogacar ed Evenepoel. Gli altri entreranno magari a farne parte, da Vingegaard a Roglic passando per Sagan e Bernal, ma dopo una selezione in cui per varie ragioni si potrebbe persino ragionare di escluderli.
In questi giorni sui vari social non sono mancati gli scambi fra lo sloveno e alcuni dei rivali. Il primo con Evenepoel, nel giorno dell’ennesima vittoria in Andalucia. Remco lo ha pregato di non vincere più e l’altro gli ha risposto che adesso tocca a lui. Poi con Geraint Thomas, che si è fotografato con un ciuffo di capelli fuori dal casco, chiedendo a Pogacar se così andasse bene. E l’altro gli ha risposto che in quel modo risparmierà almeno 10 watt.
Alla Valenciana, si è registrata la vittoria di Ciccone sull’Alto de Pinos, dopo un inverno redditizioAlla Valenciana, si è registrata la vittoria di Ciccone sull’Alto de Pinos, dopo un inverno redditizio
Rinascimento italiano
Questa leggerezza sta scavando il solco e cambiando le abitudini del gruppo, quanto a interpretazioni di corsa, e costringendo le persone normali a fare gli straordinari per reggere il livello. Una leggerezza che fa capire insieme quanto sia cambiato il mondo del ciclismo, libero da logiche di spartizioni che non troppi anni fa fecero puntare il dito verso chi, come Pantani, vinceva ogni volta che ne aveva l’occasione. Qualcuno borbotta davanti allo strapotere di Pogacar, ma nessuno pensa che quel che fa sia sbagliato. E’ il nuovo corso del ciclismo degli squadroni, in cui la molla non è più l’invidia dei grandi verso i piccoli.
E in questo scacchiere di campioni, piace far notare che gli italiani hanno iniziato l’anno con il piede giusto. Con vittorie e ottimi piazzamenti. Se finalmente riusciremo a lasciarci dietro i disagi e le conseguenze rimediabili del Covid, forse ci accorgeremo che le nostre mamme sono ancora capaci di generare campioni.
Alessandro Covi si sblocca e trova la prima vittoria da pro' nella Vuelta Murcia. Perfetto gioco di squadra UAE. Dopo tanti piazzamenti, le braccia al cielo
Cian va veloce. Il suo prossimo step sarà il Tour of Oman, con la mezza idea di fare finalmente classifica, grazie alla salita finale di Green Mountain (tappa di martedì 14 febbraio). Cian Uijtdebroeks e questo suo cognome così difficile (per noi) da pronunciare sono sulla porta di un altro salto di qualità, dopo che la vittoria al Tour de l’Avenir dello scorso anno lo ha fatto uscire dal cono delle luci altrui. Non più il ragazzino che sogna di fare come Evenepoel, ma un atleta promettente e forte, con sogni se possibili più grandi.
Cian ammette che le cose a volte vanno un po’ troppo veloci per lui, ma ci ride su. «Due anni fa guardavo questi campioni in tivù – ha detto al belga Het Nieuwsblad – invece stamattina mi sono trovato improvvisamente in ascensore con Cavendish. Non credo che mi conosca, nessuno mi conosce… ».
La Bora-Hansgrohe lo ha sotto contratto fino al 2024, avendo previsto per lui un cammino di crescita graduale. Il guaio, se di guaio si può parlare, è che il primo ad avere fretta è proprio lui.
Cian Uijtdebroeks è nato il 28 febbraio 2003. Ha corso da junior alla Auto Eder ed è pro’ alla Bora dal 2022Cian Uijtdebroeks è nato il 28 febbraio 2003. Ha corso da junior alla Auto Eder ed è pro’ alla Bora dal 2022
Cosa è cambiato dopo il Tour de l’Avenir?
Non sono più visto come una promessa. Qualcosa è cambiato, anche se continuo senza mettere troppa pressione su me stesso. Ho ancora 19 anni e ci sono in giro corridori che hanno raggiunto grandi risultati a 23. Se riuscirò ad arrivarci prima, allora lo farò. Voglio sempre attaccare, cercare di vincere, ma l’anno scorso fra i professionisti non ci sono riuscito. La squadra mi ha detto che ho davanti tre anni per crescere, mi sembrano lunghissimi. Spero di arrivarci prima.
Era importante liberarsi dal confronto con Evenepoel?
Non è che il confronto con Remco mi tenesse sveglio, ma quando guardavo i suoi risultati, la pressione veniva da sé. Adesso è passata, faccio quello che posso. Il futuro ci dirà se sto crescendo più velocemente o più lentamente di lui. Ci conosciamo. Quando ci vediamo, una chiacchierata ci scappa sempre, ma non è che ci scambiamo messaggi. Ho tre anni di meno, non abbiamo corso insieme nelle giovanili. Non abbiamo parlato poi molto.
Sul podio del Tour de l’Avenir 2022, Uijtdebroeks ha preceduto Staune Mittet e Hessmann (foto Asopresse)Sul podio del Tour de l’Avenir 2022, Uijtdebroeks ha preceduto Staune Mittet e Hessmann (foto Asopresse)
Sei sempre sorridente…
Mi sto divertendo. Vengo pagato per fare qualcosa che amo fare. Mi sento esattamente come quando ero junior, anche se ovviamente il livello è molto più alto. Essere un ciclista professionista è un sogno che si avvera. Poi certamente verrà il giorno in cui da me si vorranno i risultati. Per ora la squadra mi lascia tempo, ma so anche che non aspetteranno cinque anni. Sono convinto però che anche quando sentirò di essere forte e di poter lottare contro i grandi, mentalmente sarò lo stesso che ha vinto tra i più giovani. Anche lì mi veniva chiesto di fare risultati.
Com’è stato il tuo inizio di stagione?
In questo periodo dell’anno ci sono poche gare con grosse salite e questo è l’aspetto più duro. L’ultimo giorno in Oman si andrà a Green Mountain e saranno già venti minuti di salita. Ne avrei preferiti trenta, un’ora, ma per cominciare va bene così. Alla Muscat Classic ho provato ad attaccare nell’ultimo tratto in salita, ma c’era troppo vento contrario. E poi nel finale ho anche forato: scattare sul cerchio non è facile.
Il gusto di attaccare è alla base del ciclismo di Uijtdebroeks, qui al Trofeo Andratx a MallorcaIl gusto di attaccare è alla base del ciclismo di Uijtdebroeks, qui al Trofeo Andratx a Mallorca
Che cosa significa essere pro’ a 19 anni?
Faccio ancora molti errori, sono spesso nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho la testa che va per i fatti suoi. Una volta Nils Politt mi ha detto: «Cian, cosa stai facendo? Vieni alla mia ruota, vieni qui. Fra poco il gruppo tornerà compatto». Se non lo avesse detto, avrei tirato per un’ora e nel finale sarei stato morto. A volte invece sbaglio per capire fin dove posso arrivare…
Quando?
Quando decido di correre come negli juniores. A Mallorca, ad esempio, quando sono partito a 95 chilometri dalla fine. Ho detto alla radio che stavo per attaccare. Mi hanno chiesto se fossi sicuro, ma io sono andato lo stesso. E’ uno stile molto più aggressivo, ma ovviamente per ora non è il modo migliore per vincere una corsa a tappe. A Mallorca si poteva fare, perché non c’era classifica finale. Ma intanto sto crescendo. Ho un buon valore di consumo di ossigeno, ma un solo inverno non può cambiarti troppo. Ho più resistenza, i miei muscoli sono leggermente più sviluppati. L’anno scorso non avrei potuto pedalare per tre ore a tutta come in quella tappa di Mallorca.
Mancavano 95 chilometri all’arrivo del Trofeo Andratx quando il belga è partito da soloMancavano 95 chilometri all’arrivo del Trofeo Andratx quando il belga è partito da solo
Resta il sogno di vincere il Tour?
La scorsa è stata una stagione per imparare. Quest’anno deve essere una via di mezzo, ma l’anno prossimo devo andare forte. Il mio sogno resta diventare un buon corridore per i grandi Giri. Il Tour de France resta il sogno più grande, ma devo ancora crescere. Per ora mi pongo piccoli obiettivi e un giorno, che vinca o meno, farò il contadino. Per questo, dopo un anno ho interrotto gli studi di psicologia e ora seguo biologia e agronomia online. Il mio sogno è vincere un giorno il Tour de France e poi comprarmi una fattoria.
Matteo Fabbro è il solito concentrato di grinta ed esplosivirà. Sa che il suo livello sta crescendo e vuole giocarsi bene le sue carte. Da qui al Giro...
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Se ne va anche gennaio e da stanotte inizierà il lungo volo di ritorno verso l’Europa delle squadre e degli inviati dalla Vuelta a San Juan, mentre è già iniziato il rientro dall’Australia. Una puntatina nel deserto arabo, con Saudi Tour appena iniziato e UAE Tour in arrivo, prima di atterrare a casa e si concluderà la prima fase… esotica del calendario. Corse al caldo, il modo per gratificare un pubblico (australiano e argentino) altrimenti escluso dal grande ciclismo.
Velocisti e campioni non si sono sottratti alla sfida, in barba ai calcoli più prudenti. L’Australia ha visto la ribalta vittoriosa dei due atleti arrivati alla strada dalla Zwift Academy – Jay Vine ha vinto il Tour Down Under, mentre Loes Adegeest s’è portata a casa la Cadel Evans Great Ocean Road Race – e di atleti come Simon Yates e Pello Bilbao. L’Argentina invece ha segnalato le prime accelerazioni di Evenepoel e Bernal, ha ribadito la classe innata di Filippo Ganna, regalato un volto nuovo alle volate con Welsford e si è consegnata prevedibilmente a Miguel Angel Lopez.
Lopez ha vinto la Vuelta a San Juan. Il suo Team Medellin è atteso anche in EuropaLopez ha vinto la Vuelta a San Juan. Il suo Team Medellin è atteso anche in Europa
Certi avvertimenti
Prevedibilmente, certo. Era stato palese, in occasione del primo incontro alla vigilia della corsa, che Superman morisse dalla voglia di riscattarsi dopo il licenziamento dall’Astana. Il medico con cui è stato messo in relazione di recente ha raccontato di avergli dato dei consigli legati all’alimentazione. Il suo procuratore lo ha lasciato libero, pur ammettendo di non ritenerlo un corridore dopato. Il Team Medellin lo difende a spada tratta, accusando l’Astana di ipocrisia e scarsa umanità. E così alla fine, in attesa che la famosa indagine porti a qualcosa, un corridore di livello WorldTour come Lopez (al netto delle sue stranezze più volte evidenziate) si ritrova ai margini per una telefonata ricevuta dalla squadra kazaka. Uno di quegli avvertimenti amichevoli tipici delle regioni più calde, con cui si fa intendere tutto e l’esatto contrario. Un altro modo, già visto in precedenza, con cui si esercita il potere.
E’ iniziato oggi il Saudi Tour, antipasto per il UAE Tour. Poi il ciclismo tornerà in EuropaE’ iniziato oggi il Saudi Tour, antipasto per il UAE Tour. Poi il ciclismo tornerà in Europa
Campionati colombiani
Lo stesso trattamento è toccato infatti a Quintana, messo ai margini dalla positività al Tramadol, che non è vietato in nessun’altra parte del mondo al di fuori del ciclismo. Nairo non trova squadra e difficilmente ci riuscirà. Per lui si tratta di una seconda scivolata: non dimentichiamo gli integratori sospetti che gli furono trovati due anni fa e per i quali tuttavia fu prosciolto. Usando il Tramadol e sapendo di non poterlo fare, il colombiano ha commesso una leggerezza purtroppo imperdonabile e adesso è atteso ai campionati nazionali colombiani, dove come Lopez farà il diavolo a quattro per farsi vedere e lanciare un nuovo appello ai team WorldTour, dopo quello di qualche giorno fa.
Sia Lopez che Quintana sottolineano di avere passaporti biologici nella norma.
Il ritiro di Bernal non comprometterà il suo programma: sarà al via dei campionati colombianiIl ritiro di Bernal non comprometterà il suo programma: sarà al via dei campionati colombiani
Apprensione per Bernal
Accanto a Higuita, secondo a San Juan e in continua crescita, il quarto colombiano che più tiene in apprensione i tifosi è Egan Bernal. Il fuorigiri all’Alto del Colorado lo ha pagato con un’infiammazione del ginocchio battuto nella caduta del primo giorno, di cui nessuno si era accorto. Egan è il solito modello di determinazione e simpatia, ma non ha ancora l’aspetto di un corridore in salute. Le sue gambe sono ancora sottili, i polpacci non hanno la tonicità di quando vinse il Giro, nel muoversi per infilare la maglia osserva ancora mille cautele. L’incidente mostra i suoi segni, inevitabilmente. E certamente per andare al Tour contro Pogacar, Vingegaard e chissà chi altri, dovrà lavorare sodo, crescere e sperare che il tempo gli basti. Il suo livello migliore rischia di non bastare.
La Vuelta a San Juan è stat per Evenepoel un bel rodaggio in vista del UAE TourLa Vuelta a San Juan è stat per Evenepoel un bel rodaggio in vista del UAE Tour
Attacco a Evenepoel
Egan non ha mai dominato. Vinse il Tour del 2019 grazie al vantaggio sull’Iseran, prima che il resto della tappa venisse neutralizzato per grandine. E poi al Giro del 2021 ebbe il suo bel da fare per contrastare i rivali. I successivi problemi alla schiena e l’incidente del 2022 hanno arrestato un processo di crescita che lo pone ora in posizione di svantaggio rispetto ai rivali del momento.
L’attacco della Ineos Grenadiers a Evenepoel c’è stato e ha fatto capire che gli stessi dubbi dimorano nella squadra britannica, che però ora fa quadrato attorno al piccolo colombiano, cercando di capire quale ruolo potrà avere in futuro Pidcock. Vorrebbero dirottarlo sui Giri, ma pare che Tom non abbia la minima voglia ancora di scegliere, divertendosi ancora molto in tutte le altre discipline.
Tadej Pogacar è il vincitore del UAE Tour 2022, cui quest’anno arriverà in modo più blandoTadej Pogacar è il vincitore del UAE Tour 2022, cui quest’anno arriverà in modo più blando
Remco e Tadej
Insomma, la carne al fuoco è davvero tanta. Il UAE Tour ci proporrà il primo scontro fra Pogacar ed Evenepoel. Ieri Remco ha attaccato con Simmons nel finale piattissimo dell’ultima tappa argentina, mentre Pogacar sarà al debutto. La sensazione è che il belga arriverà negli Emirati per cogliere la prima vittoria di peso, mentre lo sloveno sarà al debutto stagionale, ma non si sottrarrà alla sfida.
Perciò in attesa di tornare a fusi orari uguali per tutti, vi diamo appuntamento a Montichiari dove vivremo la preparazione degli azzurri per gli europei su pista della prossima settimana e vi aspettiamo a Hoogerheide, da dove vi racconteremo i mondiali di ciclocross. Sarà pure appena iniziato, ma questo nuovo anno di corse promette già molto bene.
Hirt sapeva già tutto, ma non ha detto nulla. Il suo procuratore aveva avuto l’offerta dettagliata di Lefevere subito dopo la vittoria al Tour of Oman. Il belga lo voleva nella sua squadra per Evenepoel, che non aveva ancora vinto la Vuelta e tantomeno la Liegi o il mondiale, ma aveva chiaro in testa di puntare sui Giri. Tutto quello che è venuto dopo – la vittoria di Aprica al Giro e il sesto posto finale – è stato per entrambi la conferma di aver concluso un ottimo affare.
Ieri era il giorno del suo compleanno e Hirt lo ha trascorso come si fa alla vigilia delle corse. Allenamento di un paio d’ore. Pranzo con la squadra, in un’ala a parte del ristorante. Incontro con qualche giornalista interessato alla sua storia.
«Compio 32 anni – ha scherzato – tutti mi dicono che sono un ragazzino, ma nel ciclismo mi trovo spesso a pensare di essere vecchietto. Comunque grazie per gli auguri, è la prima volta che non festeggio a casa, ma così lontano e in una corsa. Non avevo mai cominciato così presto».
Mentre parliamo, attraverso la hall dell’hotel passano i corridori di rientro da allenamenti più lunghi, che vanno a rigenerarsi in piscina prima della doccia. Giornalisti scrivono ai tavoli del bar. E dopo due giorni di attesa, si comincia a riconoscere l’andirivieni tipico della corsa in arrivo.
Jan Hirt è nato a Trebic (Rep. Ceca) il 21 gennaio 1991. E’ pro’ dal 2015, è alto 1,81 per 62 chiliJan Hirt è nato a Trebic (Rep. Ceca) il 21 gennaio 1991. E’ pro’ dal 2015, è alto 1,81 per 62 chili
Hai accettato subito quell’offerta?
Tutti vogliono correre alla Quick Step (la squadra da quest’anno si chiama Soudal-Quick Step, ndr), perché è quella in cui riesci a valorizzarti meglio. Voglio scoprire se posso diventare un corridore migliore. Avevo già corso con la Etixx continental nel 2014, ma non aveva portato a nulla. E adesso sono nel gruppo di Remco per vincere il Giro. E’ un ruolo di secondo piano, ma lo stesso importante e chiaro. Ho fatto in tutto dieci grandi Giri, so come funziona e sono contento di aiutarlo. E’ un ruolo che ho già svolto all’Astana e mi sono trovato bene. Il mio sogno è vincere corse per me stesso, ma l’occasione andava colta.
Che cosa ti pare di Evenepoel, ora che lo vivi da vicino?
Mi ha colpito. E’ un bravo ragazzo, pieno di fiducia in se stesso. In realtà credo proprio di non aver mai visto uno come lui. Nei ritiri, finché si andava a ritmo regolare, si stava facilmente tutti insieme. Ma appena cominciavamo a fare i lavori specifici, la differenza di velocità fra lui e tutti gli altri era incredibile.
Nel 2022, Hirt ha vinto l’Oman, battendo Masnada che ora sarà suo alleato nel Giro con RemcoNel 2022, Hirt ha vinto l’Oman, battendo Masnada che ora sarà suo alleato nel Giro con Remco
In questa squadra si punta molto sull’affiatamento…
Il famoso Wolfpack, il senso di sacrificarsi per l’altro per costruire qualcosa di grande. E’ importante passare del tempo insieme, ma ci sono squadra in cui puoi vivere anche tutti i giorni nella stessa casa e non si crea complicità. Qui è bastato veramente poco per affiatarsi.
La Intermarché ha la fama di essere una famiglia, ci sono differenze rispetto al nuovo team?
La mia vecchia squadra era un bel gruppo di persone. Non faccio confronti, ma diciamo che ho capito che mi trovo bene nelle squadre belghe. Invece non potrei mai vivere in Belgio, non avrei percorsi per allenarmi e io senza salite non so stare.
Con la vittoria di Aprica al Giro 2022, Hirt ha scalato la classifica. Ha chiuso al sesto posto finaleCon la vittoria di Aprica al Giro 2022, Hirt ha scalato la classifica. Ha chiuso al sesto posto finale
Che cosa ha rappresentato il Giro 2022?
La miglior corsa della mia vita, in qualche modo mi ha aiutato anche a capire cose nuove su me stesso. Non mi ero mai trovato davanti a tener duro per più giorni. Vincere ad Aprica è stato speciale. Non penso che quel tipo di corsa sia una porta destinata a restare chiusa. E’ vero che sono vecchietto (sorride, ndr), ma non voglio fermare la mia carriera. Potrei provarci ancora.
L’anno scorso dicesti che il Giro d’Italia è la tua corsa preferita.
Mi piacciono le salite italiane e mi piace la data in cui si corre, perché a maggio sono sempre andato molto forte. Non è un fatto di preparazione, ma di attitudine, come quelli che vanno fortissimo con il caldo più torrido. Io vado bene a maggio e a fine stagione da sempre. Mi adatto bene al freddo e alle salite fatte col freddo.
Hirt sa aiutare la squadra. Qui al Sazka Tour con Pozzovivo (davanti anche Zana) per aiutare RotaHirt sa aiutare la squadra. Qui al Sazka Tour con Pozzovivo (davanti anche Zana) per aiutare Rota
Farai lo stesso programma di Remco?
Non in ogni singola corsa, ma certo nei passaggi fondamentali, come per il ritiro in altura prima del Catalogna. Non ero mai andato in quota così presto e questa forse è la prima differenza nella preparazione. Remco farà le classiche, io no. Io da qui andrò di nuovo al Tour of Oman, lui al UAE Tour. Non torno in Oman perché ci tengo particolarmente a difendere il mio titolo, ma perché la squadra ha deciso di mandarmi. Vincerlo di nuovo non è un obiettivo, l’obiettivo fino a maggio è il Giro. Remco vincerà sicuramente altro, venerdì all’Alto de Colorado farà già il primo test. Ma per noi del suo gruppo, il primo traguardo è la maglia rosa.
Dopo viaggi davvero lunghi, le nazionali sono quasi al completo a Wollongong, in Australia. Domani scattano i mondiali. Ma dubbi e domande restano tanti
Lo avevamo conosciuto quando arrivò in Italia per la prima volta nel 2017 con la Unieuro Trevigiani. Ma ora la favola di German Tivani riprende slancio
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Due ragazzi diventati uomini alla svelta. Sono rinati dal dolore di cadute che potevano porre fine alla loro carriera e alla loro stessa vita. Ma mentre Remco si è rialzato e ha iniziato a vincere senza tregua, Egan è ancora alle prese con i mille dubbi del rientro. Come loro ci sarebbe anche Jakobsen, ma ieri sul palco dell’Hotel Del Bono hanno fatto salire Remco Evenepoel ed Egan Bernal affinché parlassero di sé.
Mezz’ora di domande per ciascuno alla vigilia della Vuelta a San Juan: alcune variopinte in pieno stile argentino, altre più puntuali. Remco con la cuffia per la traduzionee sorrisini ironici. Bernal più sulle sue, ma padrone della situazione. Il primo già in rotta per il Giro, con 2-3 chili da perdere e una grande leggerezza nel raccontarlo. Il secondo puntato sul Tour, per riprendere il cammino interrotto dallo scontro col bus.
Remco Evenepoel ha ascoltato le domande tradotte in cuffia e ha poi risposto in ingleseRemco Evenepoel ha ascoltato le domande tradotte in cuffia e ha poi risposto in inglese
Si ricomincia dalla Vuelta a San Juan…
EVENEPOEL: «Non aspettavo altro che iniziasse la stagione. Ho grandi attese, ma vincere non è facile. Proveremo ad aiutare il più possibile Fabio, ma io per primo proverò a rivincere la maglia di leader. Sono contento di essere qui, in una bella corsa e con dei bei paesaggi. Sarebbe stato bello avere ancora una crono, non sarà facile replicare il successo dell’ultima volta».
BERNAL: «Questa è la corsa che più mi conviene per iniziare bene. Ha una buona organizzazione e io ho moltissima voglia di correre. Sarà perfetta per prendere il ritmo. Mi sento bene. Ho fatto tutto quello che serviva, ma una cosa è allenarsi, altro è correre. Il percorso ha poche salite, ma con il caldo e i corridori che ci sono, sarà una corsa molto fisica, molto interessante per il pubblico».
Sono successe tante cose nell’ultimo periodo: in che modo ti senti diverso?
EVENEPOEL: «In tre anni sono sicuramente diventato più vecchio. Nel frattempo sono successe molte vittorie e cadute che mi hanno cambiato. Sono un nuovo corridore. E’ bello tornare con la certezza di non essersi fermati dopo quella caduta».
BERNAL: «Si impara molto da un anno come quello che ho passato, forse il peggiore della mia vita. Ho imparato ad avere pazienza e che la famiglia è tanto importante. Siamo esseri umani, siamo fragili. Pensiamo sempre che capiti tutto agli altri, invece questa volta è successo a me, compreso il fatto che mia madre abbia il cancro e anche mio padre non sia stato bene»
Egan Bernal ha raccontato spicchi della sua storia dolorosa degli ultimi 12 mesiEgan Bernal ha raccontato spicchi della sua storia dolorosa degli ultimi 12 mesi
Come vivrai la corsa?
EVENEPOEL: «Noi siamo qui con Fabio Jakobsen, il corridore più veloce al mondo. Farò parte del suo treno, sarò il terzo uomo. Io proverò a vincere sull’Alto del Colorado, confrontandomi con i corridori colombiani che in questo periodo volano perché sono ad allenarsi qui in altura da tutto l’inverno. Mi ricordo dell’ultima volta lassù. Non ero ancora abbastanza sveglio, ero indietro e troppo rilassato. Non ero pronto per stare davanti, ma per fortuna sono riuscito a rimediare. Probabilmente per voi in televisione è stato un bello spettacolo».
BERNAL: «Sarà una corsa da vivere giorno per giorno. La tappa di montagna sarà dura, ma ce ne saranno altre con molto vento: sarà importante salvarsi dai ventagli. Abbiamo una squadra molto buona. Per le tappe veloci abbiamo Viviani, che è molto in forma. Proveremo a fare qualcosa con lui, poi ci saremo noi per le salite. L’importante sarà avere attorno la squadra per arrivare a giocarmi la montagna con chi ci sarà. Ma sono tranquillo, c’è Ganna, quando vuole è una vera macchina».
Come va la vita?
EVENEPOEL: «Procede bene, in Spagna si sta bene, grazie per avermelo chiesto. Essermi trasferito è stato un passo importante della mia storia personale. Calpe è un ottimo posto per allenarmi e lavorare per il mio futuro. L’importante per avere una buona forma è andare sempre per il massimo e poter lavorare nel modo giusto. Spero che continui tutto così, perché finora è andata benissimo».
BERNAL: «Sto facendo gli stessi allenamenti che ero capace di fare nei periodi migliori. Sono tranquillo. La parte più difficile del recupero non è stata quella fisica, tutto sommato, ma quella psicologica. Ci sono stati giorni in cui ho dovuto convincermi del fatto che volessi continuare a uscire mentre a casa mia madre e la mia fidanzata mi aspettavano con la paura addosso. Ma ho capito che la mia vita è sulla bicicletta e che tante persone non hanno avuto la mia stessa fortuna».
La foto con i bambini sarà un rituale di ogni giorno per Egan: «Alla stessa età anche io sognavo di fare il corridore»Anche Remco, super richiesto: «Ai ragazzi posso dire di puntare sempre al massimo e di non accontentarsi»La foto di Egan con i bambini: «Alla stessa età anche io sognavo di fare il corridore»Anche Remco, super richiesto: «Ai ragazzi posso dire di puntare sempre al massimo e di non accontentarsi»
Stamattina tanti bambini vestiti da corridori ti hanno chiesto di fare una foto: come vivi il fatto di essere un’ispirazione?
EVENEPOEL: «Ai ragazzi posso dare pochi consigli, se non quello di godersi la bici, sempre e comunque. Gli dico di essere sempre concentrati sulla corsa che ancora deve venire, combattendo per quello in cui credono e che possono ottenere».
BERNAL: «Essere un riferimento per i più giovani è motivante. Mi ricordano quando avevo la loro età. Avevo 12-13 anni e sognavo di correre sulle strade del Tour. Vedere dei bambini che sognano di imitarmi fa pensare che presto arriveranno nuovi talenti. E forse anche quello che è successo a me può essere un’ispirazione per tante persone che proprio adesso stanno passando momenti difficili, perché davvero credo di aver vinto la corsa più dura».
E alla fine, dopo Bernal ed Evenepoel, sul palco sono salite tutte le stelle della corsa argentinaE alla fine, dopo Bernal ed Evenepoel, sul palco sono salite tutte le stelle della corsa argentina
Cosa potete dire l’uno dell’altro?
EVENEPOEL: «Con Egan abbiamo parlato per cinque minuti al buffet, ma non ci siamo detti molto. Lo seguo su Strava e vedo che pubblica a volte dei dati incredibili, ma mi dicono che a volte lascia dentro anche i tratti dietro moto. Comunque è bello rivederlo in sella e spero che possa tornare al livello del 2019, poi potrà correre nuovamente per vincere i grandi Giri».
BERNAL: «Remco è un’ispirazione, per la caduta che ha avuto e il modo in cui ne è venuto fuori. Non deve essere stato facile, soprattutto in un Paese come il Belgio in cui lo hanno subito paragonato a Merckx. Ma ha lavorato tanto e ha vinto. Ho ammirazione per lui».
Sarebbe tramontata la fusione fra Soudal e Jumbo. Ma il periodo trascorso lascerà cicatrici negli ambienti coinvolti. Colpa di una gestione incompetente
Poco più di 12 giorni al debutto di Mallorca. Fausto Masnada sta rifinendo la preparazione, diviso a metà fra l’incarico di stare ancora accanto a Evenepoel per il Giro e le sue possibilità. E’ passato poco più di un anno dal secondo posto al Lombardia del 2021 e anche se il 2022 non è andato come sperava, si era comunque aperto con una vittoria. Ci sono dei fili da riallacciare e tutte le possibilità per farlo. Remco è già in Argentina, per Fausto ci sarà spazio.
«Anche se seguiremo un diverso calendario – spiega Masnada, in apertura in un’immagine Specialized – le tabelle di allenamento non varieranno, saranno adattate alle gare che faremo. Prima del Giro non faremo le stesse corse, ma svolgeremo l’80 per cento dei ritiri in altura insieme. Quello prima del Catalogna e anche quello successivo, ad esempio. Non è che un gregario si allena diversamente da un capitano: le ore, l’alimentazione e i lavori sono quelli. Quello che cambia (sorride, ndr) è che lui è più forte. Alla fine però la mia preparazione punta sempre a farmi migliorare in salita e a rendermi performante a cronometro».
Masnada è nato nel 1993 ed è professionista dal 2017. Ha corso con Androni, CCC e dal 2020 è con LefevereMasnada è nato nel 1993 ed è professionista dal 2017. Ha corso con Androni, CCC e dal 2020 è con Lefevere
Calendario diverso significa che avrai il tuo spazio?
Sicuramente l’obiettivo di Remco per quest’anno è il Giro d’Italia. Dopo aver vinto la Vuelta, si punta a un nuovo grande Giro. Io correrò gran parte della stagione al suo fianco, però avrò la possibilità di fare le mie corse, quando non sarò con lui. Mentre l’intenzione per il Giro è chiara ed è quella di cercare il successo pieno. Per cui, quando si va con queste ambizioni, bisogna lasciare da parte gli obiettivi personali e guardare a quello che la squadra richiede. Non si può fare altro che così ed è giusto che sia così.
Si è parlato di portare la squadra della Vuelta in blocco al Giro.
A regola, so che la squadra del Giro sarà molto simile a quella spagnola. Però si aggiungerà sicuramente Jan Hirt, perché è una pedina molto importante ed è stato preso a supporto di Remco.
Sul palco della presentazione della Soudal-Quick Step, Masnada con Hirt: due colonne per EvenepoelSul palco della presentazione della Soudal-Quick Step, Masnada con Hirt: due colonne per Evenepoel
Ti ha stupito che Remco abbia vinto la Vuelta?
Mi ha stupito la sua costanza. L’aver mantenuto la maglia rossa fino alla ventunesima tappa. Sulla gara di una settimana si era già testato, per cui sapevamo che poteva reggere con quella condizione e con quei valori. Però dal settimo giorno in poi, era tutto un’incognita. Invece lui è rimasto sempre determinato. Ha avuto delle giornate in cui non era brillante, come a Sierra Nevada due giorni dopo la caduta. Ma diciamo che è rimasto sempre costante e questa è la cosa che mi ha stupito di più. Non ha avuto la giornata di crisi che tutti si aspettavano. E’ calato rispetto alla prima settimana come è normale che sia, ma ha sempre mantenuto una grande condizione.
Un altro Remco rispetto a quello del Giro 2021.
Sicuramente, ma a quel primo Giro era arrivato in ben altra situazione. Era la prima gara che disputava dopo essere caduto al Lombardia, dopo 7-8 mesi senza correre. Pensare di vincere un Giro dopo così tanto tempo e alla prima esperienza sarebbe stata veramente una cosa infattibile secondo me. Alla fine si sta parlando di un fenomeno e di un campione, ma anche i fenomeni e i campioni hanno bisogno di gareggiare, di crescere, di fare esperienze e maturare. Un grande Giro lo vinci sotto più aspetti, non solo sulla salita finale, dove esprimi tutta la tua potenza. Ma su quello che fai tutti i giorni delle tre settimane.
Il giorno più duro della Vuelta, Evenepoel lo ha avuto a Sierra Nevada, due giorni dopo la cadutaIl giorno più duro della Vuelta, Evenepoel lo ha avuto a Sierra Nevada, due giorni dopo la caduta
Secondo te lui credeva di vincerlo?
Come sempre Remco ha aspettative altissime, è questa la sua forza. Va alle corse per vincere, non per provare o piazzarsi: non esiste. La sua priorità è sempre quella di vincere e allo stesso modo affrontò quel Giro, anche se non aveva la preparazione giusta. Però è giusto che sia così. Ci alleniamo con l’obiettivo di giocarci le nostre possibilità e aiutarlo al massimo. Tutti fanno il proprio lavoro e al massimo. E lui cerca di vincere nel migliore dei modi.
Mondini ci ha raccontato delle traversie con la sella…
A inizio novembre ho ripreso la preparazione dopo aver finito la Vuelta ferito per un’infiammazione al soprassella. Sembrava passata, invece dopo 3-4 settimane, l’infiammazione è tornata. Ci siamo fermati nuovamente e con Specialized abbiamo fatto un sacco di prove e di cambiamenti di sella e di posizione, per ridurre il contatto con questo punto di appoggio che si infiammava. Sembra che abbiamo trovato la soluzione corretta, mi sto allenando normalmente, ma devo comunque essere monitorato. Ogni 10-15 giorni vado da un dermatologo, che mi segue e controlla che tutto vada bene, aggiustando la terapia.
Al ritorno dell’infiammazione, Masnada ha lavorato per trovare un nuovo appoggio (foto Specialized)Il lavoro fatto con i biomeccanici mirava a individuale la sella giusta (foto Specialized)Al ritorno dell’infiammazione, Masnada ha lavorato per trovare un nuovo appoggio (foto Specialized)Il lavoro fatto con i biomeccanici mirava a individuale la sella giusta (foto Specialized)
Cosa ricordi del secondo posto al Lombardia?
Non guardo mai indietro, ma alla fine mi sembra che siano passati quattro anni, invece era la fine del 2021. Pensarci mi dà motivazione per dire che il 2022 magari è andato male, però l’anno prima ero stato performante. E’ stato solo un anno no, posso tornare al mio livello ed essere di nuovo competitivo. Dipende tutto da me, ma come ero davanti al Lombardia 14 mesi fa in una condizione fisica ottimale, così posso tornarci.
Consonni ha rinunciato al Tour per non perdersi la tappa di Bergamo al Giro.
Sicuramente sarà un’emozione indescrivibile passare proprio sulle strade di casa. Si corre interamente nella provincia di Bergamo e sarà emozionante. Poi ovviamente Consonni avrà più libertà di decidere cosa fare, come disputare la tappa. Sarà una giornata cruciale, molto dura. E se Remco avrà la maglia rosa come spero, sarà una tappa di controllo che richiederà concentrazione ed energie. Comunque l’emozione di passare per due volte sulla Boccola e su tutte le salite che percorrevo da bambino in allenamento sarà indescrivibile.
Cosa c'è dietro al passaggio di Evenepoel alla Red Bull? La stampa scava e ragiona. Le squadre si assestano. La confusione non manca. E Lipowitz cosa dice?
Dopo sei anni Peiper lascia la UAE e approda alla Red Bull. Ex pro', maniaco del dettaglio, fu il regista della crono che valse a Pogacar il primo Tour
Remco Evenepoel ha detto che avrebbe già in mente i compagni da portare con sé al Giro d’Italia. E infatti quattro, forse cinque, uomini sono già stati scelti. Nibali, invece in passato ci aveva detto che oggi il ciclismo è cambiato e che neanche un capitano come lui poteva pretendere tutti gli uomini a suo piacimento.
Fare una formazione non è facile. Ci sono molti equilibri in ballo. Spesso anche poco visibili ai più, tra cui quelli relativi agli sponsor. Ma restando più su un discorso tecnico, Paolo Savoldelli ci ha detto come funzionava ai suoi tempi. Paolo è stato un leader per le corse a tappe e anche un gregario di extra lusso. Ha vinto “da solo” e ha vinto con i compagni.
Paolo Savoldelli (classe 1973) è stato professionista per 13 stagioniPaolo Savoldelli (classe 1973) è stato professionista per 13 stagioni
Fiducia nelle scelte
Ai tempi del Falco Bergamasco dunque come funzionavano le cose? Salvoldelli avrebbe potuto scegliere i suoi compagni?
«Di solito – spiega Savoldelli – gli uomini che formavano la squadra di un grande Giro li sceglieva il manager o il direttore sportivo. Erano loro che creavano la formazione. Ma in questa scelta aveva ovviamente un certo peso il campione, uno di quelli con la “C” maiuscola. In questo caso il suo parere contava molto.
«Poi c’era anche il corridore che poteva permettersi di fare la squadra. Per dire, quando ho corso per Armstrong già nel ritiro in California ad inizio anno si sapevano quali erano gli otto uomini che avrebbero fatto il Tour de France con lui. Nel corso dell’anno potevano sempre accadere degli imprevisti e qualcosa sarebbe cambiato. Ad esempio, un anno Ekimov ebbe un problema e non venne in Francia. E lo stesso un altro ragazzo. Furono sostituiti, ma di base la squadra era fatta a monte.
«Alla T-Mobile di Ullrich invece mettevano qualcuno vicino a lui sin da subito, in inverno. Quei 3-4 corridori sapevano che lo avrebbero seguito in Francia, ma gli altri no. Li facevano correre, vedevano chi andava bene, chi andava forte e poi sceglievano.
«Ma così è sbagliato perché alla fine quel corridore va a tutta per farsi vedere. Fa più di quel che deve per guadagnarsi il posto e nel momento clou magari non rende come dovrebbe. Se uno ha fiducia in una persona deve fare a priori la scelta e appunto avere fiducia in lui».
Agnoli, per anni, è stato il fedelissimo di Nibali. Il laziale, al Giro 2016 ritiratosi per caduta, raggiunse Vincenzo a Torino per festeggiarlo Agnoli, per anni, è stato il fedelissimo di Nibali. Il laziale, al Giro 2016 ritiratosi per caduta, raggiunse Vincenzo a Torino per festeggiarlo
I fedelissimi
Quello che dice Salvoldelli è giusto. E di fatto è un po’ quel che oggi fa in modo accuratissimo la Jumbo-Visma (e non solo). Però è anche vero, e lo si vede quando ci sono dei trasferimenti importanti, che un capitano ha i suoi compagni super fidati… che si porta dietro al cambio di casacca. Non ultimo Carapaz alla EF Education con Amador. La fiducia dunque è importante, ma non solo quella della dirigenza. E’ importante anche quella da parte dei compagni…
E allora forse avere almeno i 3-4 fedelissimi può servire al leader.
«Averli non dispiace, è chiaro – prosegue Savoldelli – ma io per esempio quando facevo i Giri con Saeco la squadra veniva fatta più per Cipollini che per me. Lui era il più forte velocista in circolazione e aveva bisogno degli uomini, anche perché poi con lui in gara tutto il lavoro della corsa finiva sulle sue spalle e quindi sulla sua squadra. E più o meno è stato così quando ho vinto il mio primo Giro con la Alexia. C’era Ivan Quaranta in squadra».
«Quando invece ho fatto le corse a tappe per la Discovery Channel le cose erano un po’ diverse. Avevano preso un paio di uomini appositamente per me. Due scalatori, uno però poi ha avuto dei problemi e si è ritirato e quindi ancora una volta mi sono ritrovato un po’ da solo. Ma in parte lo sapevo. Ero in squadra con Armstrong, l’obiettivo principale era il Tour e i corridori più forti andavano lì. Quindi io non ho mai avuto la possibilità di creare una grossa squadra intorno a me… Anche se mi sarebbe piaciuto!».
«E il fedelissimo che fa ridere il leader la sera in stanza quando le cose non sono andate bene?», chiediamo al bergamasco. «Non ho mai creduto molto nel confidente – replica Paolo – Ho sempre preferito uomini di sostanza più che di parole».
Forza dell’atleta e programmazione sono basilari nelle scelte degli uomini. Ma in alcuni casi al netto del leader (in questo caso Roglic o Vingegaard) si sa già che un corridore come Van Aert ci saràCi sono casi particolari in cui al netto del leader (in questo caso Roglic o Vingegaard) si sa già che un corridore come Van Aert ci sarà
Responsabilità o stimolo?
«Ma una grossa squadra – prosegue Savoldelli – viene creata per un campione che ha dimostrato più volte di essere veramente forte. Nel caso di Remco lui è l’astro nascente. Ha poco più di vent’anni, ma ha già vinto un mondiale, la Vuelta, un sacco di corse di un giorno… e può permettersi di costruire una squadra».
Conta il campione dunque per Savoldelli. Noi crediamo che conti anche il contesto in cui opera quel campione. Remco Evenepoel ha determinati margini di manovra perché, oltre ad essere fortissimo, è belga in una squadra belga, con sponsor belgi e un team manager belga. Di certo tutto ciò gli dà forza. Le due cose perciò vanno a braccetto.
Questo però non sempre è solo un vantaggio. Subentra anche un discorso di pressione, specie se anche gli uomini li sceglie il leader. E’ come se si caricasse di ulteriori responsabilità. E deve dimostrare che le scelte fatte siano giuste anche nei confronti di chi è rimasto a casa.
«Io – riprende Savoldelli – credo che tutto questo sia più uno stimolo. La pressione il capitano ce l’ha a prescindere. Poi uno che si costruisce la squadra, ovviamente ha tutta la responsabilità, ma è normale. E, ripeto, ce l’avrebbe lo stesso».
Savoldelli al lavoro per Armstrong in salita al Tour del 2005…E poi a braccia alzate qualche giorno dopo sul traguardo di Revel, previo “via libera” da parte del teamSavoldelli al lavoro per Armstrong in salita…E poi a braccia alzate qualche giorno dopo sul traguardo di Revel, previo “via libera” da parte del team
Il peso del super campione
Marco Pantani è stato un apripista, nel ciclismo moderno, della squadra tutta per un capitano. Poi la stessa cosa c’è stata con Armstrong: si correva per un solo obiettivo.
Loro hanno inciso anche sul modo di correre del team. Nessuno si muoveva o andava in fuga. Paolo stesso, quando vinse la tappa al Tour, ci raccontò di essersi ritrovato nella fuga quasi per caso. E una volta dentro la fuga, appunto, avesse chiesto all’ammiraglia se doveva fermarsi o continuare. La situazione per il leader texano era tranquilla e Salvoldelli ottenne il via libera. Ma fu un caso. E forse anche perché il “gregario” in questione aveva appena vinto il suo secondo Giro d’Italia…
Mario Traversoni, velocista e compagno di Pantani, veniva portato al Tour perché ottenesse dei buoni piazzamenti nelle volate iniziali e guadagnare posti in classifica affinché l’ammiraglia della Mercatone Uno non fosse troppo indietro, visto che la colonna delle auto rispecchia la classifica generale. E in caso di necessità gli interventi sarebbero stati più rapidi.
«Vero – conclude Salvoldelli – ma che nomi abbiamo fatto? Qui stiamo parlando di due fuoriclasse che davano spettacolo e sicurezze di successo. Quando questi andavano forte non ce n’era per nessuno. E loro potevano scegliere anche gli uomini.
«Se oggi è fattibile che il corridore batta i pugni sul tavolo per avere i suoi uomini? Al netto dei super campioni, credo che molto dipenda anche dal carattere del leader».
Davide Bramati commenta la vittoria di Alaphilippe al Giro dei Paesi Baschi e il ruolo di Evenepoel. Fra i due è nata un'ottima intesa. Obiettivo Ardenne
Le prime tre stagioni di professionismo gli hanno cambiato lo sguardo e la voce. Andrea Bagioli ha ancora 23 anni e un’esperienza importante. Quindici vittorie in due anni da junior, undici in due anni da U23. Due volte la Vuelta e nel 2022 il debutto al Tour. Il mondiale negli ultimi tre anni: due con Cassani e uno con Bennati. Quattro vittorie da pro’, l’ultima al Catalogna lasciandosi dietro nomi importanti. Nel frattempo, una serie di incidenti di percorso che non gli hanno permesso di essere costante. E visto che alla fine dell’anno scade il contratto, la sensazione di volersi scrollare di dosso la iella e puntare più in alto è la nota costante nelle sue parole (in apertura, è con Tim Declercq).
Con questa volata nella tappa di Barcellona, Bagioli ha battuto Attila Valter e conquistato il successoCon questa volata nella tappa di Barcellona, Bagioli ha battuto Attila Valter e conquistato il successo
Sarà più un fatto di alzare l’asticella oppure di non fermarsi di continuo per vari problemi?
Entrambe le cose. Dopo tre anni, è il momento di alzare un po’ l’asticella e dimostrare qualcosa di più. Qualcosa ho già fatto, però manca sempre qualcosa. L’ultima stagione è stata così e così, non sono mai stato costante per vari problemi di salute, fra covid e bronchite. Quindi speriamo di non avere alti e bassi e stare sempre a un livello medio/alto.
Ora che il problema Covid appare più gestibile, si riuscirà a correre più tranquilli?
Lo spero, vedo che anche in squadra c’è meno ansia. Si cerca ugualmente di stare attenti, però non è come l’anno scorso o due anni fa (Andrea è passato professionista nel 2020 del primo Covid, ndr). Anche mentalmente, almeno per me, questo fa tanto. Si è più rilassati, c’è meno paura.
Il programma 2023 l’hai scelto tu o l’hanno scelto per te?
Un po’ e un po’. Ho detto dove volevo partire e loro hanno cercato di venirmi incontro. Inizierò a Mallorca, poi vorrei fare Drome e Ardeche, per arrivare pronto in Italia per Strade Bianche e Tirreno-Adriatico. Drome e Ardeche saranno un bel test. Drome l’ho vinta, sono percorsi ondulati perfetti per me. Certo anche far bene a Mallorca non sarebbe male, però diciamo che l’appuntamento principale è quello di essere in forma da marzo fino ad aprile, fino alle classiche.
Le buone prove al Delfinato sono valse a Bagioli la chiamata per il Tour: qui con Roglic, vincitore finaleLe buone prove al Delfinato sono valse a Bagioli la chiamata per il Tour: qui con Roglic, vincitore finale
Un cambio di preparazione, insomma…
Ho parlato con il preparatore questo inverno e gli ho detto che volevo partire un po’ più piano. Gli altri anni andavo forte già a novembre/dicembre e arrivavo in forma magari a fine gennaio, inizio febbraio. Poi era normale che arrivassi in calo per marzo e aprile. Quindi quest’anno si è fatta una partenza parecchio più piano. Fino ai primi giorni dell’anno ho sempre lavorato, ma non eccessivamente. Poi dal ritiro di Calpe, si sta cominciando a fare qualche lavoro specifico, avendo curato nel frattempo soprattutto l’endurance.
Come si fa a trovare spazio in una squadra così piena di numeri uno?
Devi andare forte, perché quando in squadra hai Alaphilippe oppure Remco, non è facile trovare degli spazi. E’ normale che si parta con loro come capitani, quindi io devo trovare un varco, dimostrare che vado forte nel periodo stabilito e poi trovare il momento giusto, magari, per anticipare.
Il contratto in scadenza prevede anche che ci si guardi intorno oppure lo scopo è essere confermati?
Entrambe le cose. Ci si può guardare intorno oppure si può anche rimanere, si valuta tutto. Ma è ancora presto, solitamente si inizia a parlarne a primavera, verso aprile o maggio.
Dopo il podio di Montreal, dietro Pogacar e Van Aert, Bagioli era l’azzurro più atteso ai mondiali, ma non ha brillatoDopo il podio di Montreal, dietro Pogacar e Van Aert, Bagioli era l’azzurro più atteso ai mondiali, ma non ha brillato
Quando hai visto l’Andrea più forte?
Penso di averlo visto quest’anno al Giro del Delfinato. Non ho vinto però ero veramente forte (proprio grazie alle sue buone prove, arrivò la chiamata per il Tour, ndr). Oppure anche in Canada, a Montreal, quando sono arrivato terzo.
L’obiettivo è vincere o rendersi utili?
Se serve, mi renderò utile, ma sinceramente voglio vincere. Per ora ho ancora quel carattere, voglio la vittoria. Poi se con gli anni vedrò che non è proprio il mio ambito, mi metterò a disposizione della squadra.
Forse si ragiona così proprio per l’abbondanza di campioni e il poco spazio?
E’ probabile che sia uno dei fattori di cui tenere conto per il futuro. Avere questi campioni intorno sicuramente incide. Se fossi un’altra squadra, magari sarebbe diverso.
Al termine della presentazione, Bagioli, Ballerini e gli altri hanno sfilato sotto la pioggia (foto Wout Beel)Al termine della presentazione, Bagioli, Ballerini e gli altri hanno sfilato sotto la pioggia (foto Wout Beel)
Nel 2023, niente Giro e ancora Tour?
Forse il Tour, però è ancora presto per dirlo. Vedremo dopo le classiche, dopo la Liegi. Mi dispiace saltare il Giro, perché correre in Italia per me sarebbe il massimo e il Giro non l’ho mai fatto. Però d’altro canto capisco anche la squadra, che vuole puntare tutto su Remco.
Come lo vedi il campione del mondo?
Vi dirò, lo vedo più tranquillo e più rilassato. Sembrava più teso e un po’ più nervosetto il primo anno che ero qua. Adesso, nonostante abbia vinto tutto o quasi tutto, lo vedo tranquillo. In allenamento è sempre simpatico, ma anche fuori. Parla, scherza, ride… Mi trovo bene con lui.
Remco Evenepoel va a casa dopo la caduta di Sega di Ala, ma la scelta di portarlo al Giro fa acqua da dovunque la si guardi. Ne abbiamo parlato con Damiani
Le cose che si fanno a porte chiuse nel primo ritiro. A dicembre l’hotel della futura Soudal-Quick Step è rimasto chiuso ai giornalisti. Corridori nuovi, materiali nuovi. Troppe cose tutte insieme per rischiare che uscisse qualche foto non autorizzata. Negli stessi giorni, nei saloni al pianterreno del Suitopia Hotel di Calpe, gli uomini di Retul hanno messo mano a svariate solette su misura e controllato la posizione dei nuovi e degli altri che lo hanno chiesto. La squadra correrà anche nel 2023 con la Tarmac SL7 di Specialized. E dato che non si sa ancora quando sarà lanciata la SL8, non ci sono state grandi variazioni biomeccaniche.
Ciò che è successo in quelle stanze ce lo siamo fatto raccontare da Giampaolo Mondini, che è la porta di accesso dei corridori all’assistenza di massimo livello quanto a posizionamento in bici e solette su misura e nelle tre settimane prima di Natale ha girato per questo fra gli hotel delle squadre sponsorizzate.
Mondini è il responsabile Specialized dei rapporti con i team: qui alla presentazione della Soudal-Quick StepMondini è il responsabile Specialized dei rapporti con i team: qui alla presentazione della Soudal-Quick Step
Avete lavorato solo con i nuovi corridori o anche con gli altri?
«E’ un servizio che offriamo a tutte le nostre squadre. Con i nuovi si cerca di far capire i vantaggi della posizione migliore. Quando si va in una nuova squadra, cambiano la bici, la sella, il manubrio, i pedali. Cambia tutto, per cui la certezza che gli angoli siano stati rispettati è un vantaggio. Per questo di solito si comincia a ottobre».
Con la stagione ancora in corso?
Esatto. Serve per avere gli atleti ancora in formae non fermi da tre settimane. Serve che siano presentabili. Sia per la posizione in sella, perché magari dopo tre settimane di stop non hanno la stessa elasticità. Sia per la possibilità di fare l’abbigliamento su misura, quando sono ancora tirati.
Il problema di Masnada è stato risolto con una sella più stretta (foto Specialized)Cambiando la sella, Masnada ha adattato anche le altre misure del telaio (foto Specialized)Per Masnada sono stati condotti test con vari modelli di selle, fino a quella giusta (foto Specialized)Il problema di Masnada è stato risolto con una sella più stretta (foto Specialized)Cambiando la sella, Masnada ha adattato anche le altre misure del telaio (foto Specialized)Per Masnada sono stati condotti test con vari modelli di selle, fino a quella giusta (foto Specialized)
Con i vecchi corridori invece cosa si fa?
A volte sono loro che chiedono di essere inquadrati. Magari sono caduti, oppure hanno cambiato la sella, hanno male a un ginocchio o ancora vogliono la soletta personalizzata. A Calpe questa volta non c’è stato tantissimo da fare per la biomeccanica.
Masnada ha raccontato di aver dovuto rivedere la posizione per scongiurare l’infiammazione che lo ha fatto soffrire alla Vuelta.
Masnada ha una conformazione così stretta delle ossa del bacino, che qualsiasi sella avesse usato finora, gli causava delle lacerazioni. Alla Vuelta era così rovinato, che l’ha conclusa per aiutare Remco, però ha finito lì la stagione.
Come l’avete risolta?
La soluzione è stata provare una sella da crono, la Sitero. Abbiamo selle larghe da 130 millimetri fino a oltre i 160. E’ rarissimo che i corridori usino selle così strette, ma Fausto potrebbe aver risolto il problema. La Sitero ha anche il naso più corto e così è riuscito a tenere sotto controllo la situazione. Ma dovremo continuare a seguirlo, per vedere se va bene. A volte si cambiano le selle, quando le selle non c’entrano.
Una volta individuali gli angoli, si passa alle regolazioni per ottenere la posizione indicata (foto Specialized)Una volta individuali gli angoli, si passa alle regolazioni per ottenere la posizione indicata (foto Specialized)
Cosa vuoi dire?
Tanti oramai si fanno fare il fondello su misura, anche Nibali lo faceva. Non è una cosa tanto banale, negli ultimi anni sono attenzioni sempre più frequenti. E si sta iniziando a notare che i problemi attribuiti alle selle derivano dal fondello, se non addirittura dalla crema che si usa per le parti intime.
Alle creme?
Avevamo un problema con una squadra. Solo quella. E alla fine abbiamo scoperto che usavano una crema che ungeva così tanto la sella, da danneggiarne la copertura. Per il fondello, così come per le scarpe andrebbe concessa libertà, anche se lo dico contro il mio interesse. Noi stessi, se il corridore non si trova con i nostri prodotti, lo lasciamo libero di cercare di meglio. Quello che non mi va giù è che, pur in assenza di sponsorizzazioni, ci siano squadre che vietano ai corridori di usare certe marche.
I sensori LED vengono collocati sulle sporgenze ossee, come ad esempio la caviglia (foto Specialized)I sensori LED vengono collocati sulle sporgenze ossee, come ad esempio la caviglia (foto Specialized)
Come funziona il sistema Retul?
Si parte dalla posizione di base, dando per scontato che siano già messi bene sulla bici. I cambiamenti vanno valutati attentamente. Le fibre muscolari si adattano, ma lavorano in una precisa direzione. Nel cambiare, bisogna stare attenti perché ogni variazione può avere conseguenze. Al di là delle lunghezze, il valore importante è quello dell’angolo fra i vari segmenti del corpo. Per cui si parte dalla posizione base, poi l’algoritmo Retul mette in relazione la posizione del corridore con quelle di tutti gli altri testati finora, fornendo indicazioni sugli angoli migliori.
In che modo?
Viene creata una mappa in 3D del corridore che pedala, una volta si faceva il confronto fra le fotografie. I marcatori a LED vengono messi su 8 punti fissi, di solito sporgenze ossee, rilevando un minimo di 17 angoli fino a un massimo di 45, con cui ricavi l’esatta prospettiva della posizione. Se il sistema dice che la posizione è giusta, non facciamo niente. Se invece vediamo che qualche angolo è migliorabile, in accordo con il corridore e il fisioterapista della squadra, si decide se intervenire e in che modo.
Intervenire su cosa?
Il sistema ti dice che un angolo è migliorabile, sta all’esperienza del biomeccanico trovare il modo per correggerlo. Se abbassando la sella, allungando l’attacco manubrio o altro. Si fanno variazioni di pochi millimetri, si arriva a una posizione condivisa e poi si lasciano al corridore circa venti giorni per allenarsi ore e ore, sperimentando la nuova posizione. Se si fa la posizione a dicembre, si fa una verifica a gennaio e poi non si tocca più.
L’algoritmo indica gli angoli su cui intervenire: i biomeccanici osservano e intervengono (foto Specialized)L’algoritmo indica gli angoli su cui intervenire: i biomeccanici osservano e intervengono (foto Specialized)
Quanto conta il biomeccanico?
Il nostro obiettivo è togliere di mezzo la soggettività del biomeccanico. Serve che sia esperto nell’usare lo strumento. A volte si può raggiungere la stessa posizione finale partendo da punti diversi, l’importante però è che il risultato sia identico. Non è possibile che due biomeccanici diversi portino a due posizioni diverse.
Da dove arrivano i biomeccanici Retul?
Quando Specialized ha rilevato il marchio, c’erano 5 “professor” che ancora oggi fanno scuola e insegnano il metodo Retul. Quelli che seguono le squadre sono gli stessi che sviluppano l’algoritmo e si servono dei feedback dei corridori per migliorarlo. In generale, tutti quelli che usano il sistema Retul nei negozi e nei centri di biomeccanica, vengono formati perché siano in grado. Il responsabile per l’Italia si chiama Silvio Coatto.
Il trasmettitore sulla schiena inoltra le info raccolte durante la pedalata (foto Specialized)Per il campione del mondo anche un controllo della posizione (foto Specialized)Evenepoel ha provato a ridurre la lunghezza delle pedivelle, ma è rimasto sulle 170 (foto Specialized)La verifica del posizionamento delle tacchette rientra nelle prerogative di Retul (foto Specialized)Il trasmettitore sulla schiena inoltra le info raccolte durante la pedalata (foto Specialized)Per il campione del mondo anche un controllo della posizione (foto Specialized)Evenepoel ha provato a ridurre la lunghezza delle pedivelle, ma è rimasto sulle 170 (foto Specialized)La verifica del posizionamento delle tacchette rientra nelle prerogative di Retul (foto Specialized)
Capita che il corridore voglia cambiare senza una reale esigenza?
E’ una cosa che capita. Il nostro obiettivo a livello mentale è isolare dalla nostra valutazione le sensazioni del corridore. A volte durante la preparazione capita che qualcosa non vada come crede e la prima cosa che fa, se non trova una spiegazione, è mettere mano alla bicicletta. Senza rendersi conto che spesso questo genera problemi più seri.
A crono stessa storia?
A crono è diverso. Si danno alla squadra tutti i dati della posizione più affidabile e da lì si comincia a lavorare. In galleria del vento si parte dalla posizione base e poi si porta verso l’estremo, per trovare la più aerodinamica e insieme la più efficiente. A quel punto si prende la bici Retul che si chiama Muve, su cui si può cambiare la posizione senza che il corridore debba scendere.
Il lavoro sulla bici da crono è reso necessario dalle nuove regole UCI sull’inclinazione delle protesi (foto Specialized)Il lavoro sulla bici da crono è reso necessario dalle nuove regole UCI sull’inclinazione delle protesi (foto Specialized)
Che cosa si fa?
Lo si fa pedalare alla soglia, con una maschera facciale, in modo da fare un test metabolico per il VO2Max. A questo modo si raggiunge un punto limite e a quel punto si può andare a fare i test in pista, cercando la posizione più applicabile alla realtà. Adesso che hanno cambiato le regole e le inclinazioni delle appendici, c’è tanto lavoro da fare.
Che tipo di lavoro avete fatto su Evenepoel?
Remco ha voluto controllare la posizione. E visto che già sulla bici da crono aveva messo le pedivelle da 165, voleva vedere se adottarle anche su strada, ma alla fine ha scelto di restare con le 170, come pure Alaphilippe. Ormai le pedivelle lunghe sono sempre meno diffuse.
La realizzazione d solette su misura è una delle richieste più frequenti (foto Specialized)La realizzazione d solette su misura è una delle richieste più frequenti (foto Specialized)
Si lavora anche sulle asimmetrie dei corridori?
I difetti macroscopici si vedono a occhio nudo. In ogni caso la pedana Retul ruota e permette di valutare il corridore su entrambi i lati.
Il resto rientra fra le cose che si sanno, ma non si dicono. Si parla dei corridori sponsorizzati da altri che chiedono di avere le solette su misura e allora è meglio non fare nomi. Ci sono quelli infatti che hanno il veto espresso di servirsi di materiali Specialized e quelli che, per aggirarlo, producono addirittura un certificato medico. C’è sempre stata una sorta di complicità fra addetti ai lavori, con il benessere degli atleti sopra di tutto. Va bene lo sponsor e va bene il contratto, ma quando sei per cinque ore al giorno sulla bicicletta, bisogna che tu sia soprattutto comodo.
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