Un successo che spetta anche a Di Rocco: sentiamo cosa dice

04.08.2021
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L’ha detto giustamente stamattina Silvio Martinello nella diretta Facebook che ripeteremo anche domani per la corsa a punti: «E’ un successo figlio della gestione del presidente Di Rocco». Un riconoscimento onesto da parte di colui che dell’ex presidente federale è stato il più acerrimo rivale e ha perso le elezioni proprio perché a un certo punto Di Rocco ha scelto di non candidarsi per favorire Daniela Isetti e Isetti in extremis, vista la sconfitta in arrivo, ha spostato i suoi voti verso l’attuale presidente Dagnoni. Infinite e complesse storie dell’Assemblea generale, che sembrano davvero lontane anni luce. Di Rocco a Tokyo non c’è, ma avrebbe potuto in qualità di vicepresidente dell’Uci.

«Ho deciso di non andare – dice – per evitare spiacevoli sovrapposizioni. Mi trovo a Parma, ho seguito la finale con attenzione e sono stati davvero straordinari. Sono rimasto in contatto con i tecnici e un risultato del genere è davvero storico, soprattutto considerando il rapporto che mi lega a Marino Vigna (uno dei quattro azzurri che vinsero l’oro del quartetto a Roma 1960, ndr). Ci sono ancora delle gare da cui mi aspetto qualcosa, per cui magari riparleremo del tutto alla fine, se ne avrete voglia. Mi limito a dire che si poteva essere più generosi con chi ha lavorato prima, si potevano mettere i tecnici in condizione di lavorare meglio e magari si poteva evitare di mandare a Tokyo persone fresche di nomina che in qualche modo potrebbero turbare il lavoro. Quello che è successo oggi in Giappone era già stato progettato da altri».

Il successo di questo quartetto nasce dal 2015 e si è costruito passo per passo
Il successo di questo quartetto nasce dal 2015 e si è costruito passo per passo

Costruire o demolire?

I sassolini sono fatti per essere tolti e certo i rapporti fra l’attuale e la precedente gestione si sono rivelati inesistenti. Di sicuro l’aria di rinnovamento che si respira è netta, resta da capire se per ristrutturare si butteranno già anche i muri buoni o da quelli si partirà per aggiungere volumi alla struttura. Andiamo però oltre, cercando di tornare al movimento e al lavoro che è stato fatto.

Quale pensi sia stata la chiave del successo di Tokyo?

Montichiari e la gestione del velodromo. C’è stata anche la fase della chiusura per le infiltrazioni dal tetto, ma i due sindaci della città sono stati davvero in gamba. Per cui durante la prima fase dei lavori, abbiamo potuto appoggiarci alle strutture del velodromo di Fiorenzuola per la preparazione a secco delle ragazze. Poi Montichiari ha riaperto e fra poco chiuderà per la seconda e definitiva tranche di lavori che permetteranno di mettere l’impianto a norma. Ma lasciatemi dire una cosa…

Diego Bragato, qui con Villa, ha seguito tutta la preparazione del gruppo pista maschile. Non è a Tokyo per limitazioni Covid
Diego Bragato, qui con Villa, ha seguito tutta la preparazione del gruppo pista maschile. Non è a Tokyo per limitazioni Covid
Avanti.

Mettiamo sempre al centro gli atleti e chi lavora con loro. Mentre con Marco Villa si faceva attività di scouting per trovare atleti da coinvolgere, un gran lavoro lo ha fatto Diego Bragato con il Centro Studi, un grande allenatore. Così siamo riusciti a far crescere con successo nuove generazioni di atleti. Fra le donne ne abbiamo un numero notevole, tutte giovanissime e forti. Fra gli uomini adesso si può scegliere, con l’aggiunta del progetto Arvedi (la squadra bresciana guidata da Massimo Rabbaglio, con sponsor comuni alla Fci, ndr), che ha permesso ad esempio a Lamon, Moro e Plebani di fare attività su strada.

Parigi è domani.

Parigi è davvero vicina e credo che rispetto a cià che già c’è, ci sarebbe da aggiungere quello che manca, non togliere quel che funziona.k

Oggi Martinello ha ricordato di quando coinvolgeste Pinarello.

Altro passaggio importante, vero. Ricordo che quando Ganna non era ancora Ganna, andammo a Treviso a chiedergli un’altra bici per lui e Fausto sgranò gli occhi e se ne uscì con un’affermazione di stupore: «Ancora una? Ma non basta?». Eravamo davvero agli inizi.

Fra i passaggi chiave per la rinascita della pista azzurra e il successo di Tokyo, va segnalato l’uso di Montichiari
Fra i passaggi chiave per la rinascita della pista azzurra e il successo di Tokyo, va segnalato l’uso di Montichiari
Ti sarebbe piaciuto essere là a festeggiare con loro?

Come sapete, sono sempre stato moderato nella gestualità, non avevo il foulard tricolore. Ho sempre fatto parte del gruppo, ero uno di loro (in apertura consegna a Ganna la maglia iridata di Berlino in qualità di vicepresidente Uci, ndr). Se ci fossi andato sarebbe stato per far capire che i risultati di oggi sono frutto di un progetto messo in piedi da tanto tempo. Sono contento di vedere tanti festeggiamenti, per ora Dagnoni aspetta che siano gli altri a fare le cose. Io posso solo dire che quest’oro l’abbiamo progettato noi.

Azzurri uniti ma con poche gambe: serviva andare al Tour?

24.07.2021
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«Forse il problema – scherza Nibali – è che vi ho abituato troppo bene. Abbiamo cercato di correre uniti ed è stato importante. Poi non siamo riusciti a finalizzare e questo è un altro discorso, però penso che noi tutti abbiamo cercato di dare il massimo per questo».

Ciccone non ha avuto una gran gioornata, ma ha provato a muoversi
Ciccone non ha avuto una gran gioornata, ma ha provato a muoversi

I crampi di Bettiol, primo degli azzurri: 14° a 3’38” (foto di apertura). La tattica degli azzurri, sempre uniti. Quelli del podio che arrivano dal Tour. Nella baraonda della zona mista i pensieri, le teorie e le interpretazioni si accavallano e poi si infrangono davanti alla stessa evidenza: gli altri sono andati più forte. Sono tre gli italiani che sfilano davanti ai giornalisti: soltanto Caruso e Bettiol non si fanno vedere, difficile dire se perché trattenuti da incombenze olimpiche o semplicemente perché sfiniti e con poca voglia di parlare. In attesa di raccontarvi del sogno di Carapaz, ecco le loro voci.

La via del Tour

«E’ stata stata una corsa durissima – dice Moscon – e il caldo ha fatto la differenza. Abbiamo provato a fare la corsa, giocarci le nostre carte per rompere un po’ i piani di  Belgio e Slovenia. Ci abbiamo provato, poi sul Mikuna Pass è diventata una questione di sopravvivenza. Alberto (Bettiol, ndr) davanti ha avuto dei crampi e ha dovuto fermarsi, mentre noi siamo arrivati nel secondo gruppo. Oggi era lui l’uomo protetto della squadra, stava bene. Io personalmente non ho avuto una gran giornata, ho cercato di difendermi.

Sin dalla firma, era chiaro che l’uomo da tenere al coperto fosse Bettiol (qui Caruso e Ciccone)
Sin dalla firma, era chiaro che l’uomo da tenere al coperto fosse Bettiol (qui Caruso e Ciccone)

«Si è visto che quelli del Tour alla fine sono andati meglio, mi pare che del gruppo davanti Alberto fosse l’unico che non aveva corso in Francia. Col senno di poi, correre al Tour sarebbe stato l’abbinamento ideale, però è andata così. Non so se stasera ci meritiamo il dolce, comunque non eravamo i favoriti. E’ brutto da dirlo, ma non era compito nostro tirare infatti non lo abbiamo fatto. Ci siamo giocati le nostre carte, ma gli altri sono stati più forti».

Una partita a scacchi

«E’ mancato poco – dice Nibali – avevamo giocato le nostre carte nel modo giusto con Bettiol che stava bene. Soltanto che poi nel finale le energie magari non erano proprio il massimo, in giornate calde con l’umido può succedere purtroppo anche questo. Nei giri finali ho provato ad anticipare la salita. Sono uscito al momento giusto, quando si è mosso anche Evenepoel. Però dietro hanno ricucito e alla fine abbiamo fatto il ritmo per prendere la salita del Mikuna nelle prime posizioni. Puoi anche stare bene, però se in una giornata così fai 2-3 accelerazioni, poi le paghi. E’ stata quasi più una partita a scacchi, non è mai semplice cercare di gestire al meglio una gara come questa. Come nazionale abbiamo corso benissimo, sempre uniti, ma non siamo riusciti a finalizzare. Carapaz e gli altri hanno fatto classifica al Tour e hanno dimostrato di avere una grande condizione.

Gli azzurri hanno corso uniti, cercando di anticipare Belgio e Slovenia
Gli azzurri hanno corso uniti, cercando di anticipare Belgio e Slovenia

«Come tutte le Olimpiadi è stata un’esperienza molto bella e come ogni volta diversa. Volevamo giocarci le nostre carte nel miglior modo possibile, sapevamo di non avere un leader unico, ma che ogni ruolo era fondamentale. Non ho l’amaro in bocca, sono contento si aver fatto il massimo».

Giornata storta

«Questa maglia e questa corsa andavano onorate – dice Ciccone –  quindi ho cercato di fare il massimo per i miei compagni e per la squadra e penso che abbiamo lavorato veramente bene. Bettiol era quello che aveva dimostrato di stare meglio e quindi volevamo tenere lui per il finale e noi muoverci diciamo un po’ random per cercare di mettere in difficoltà gli altri. E’ venuta fuori una gara strana, ma sicuramente non toccava a noi tirare. C’erano altre squadre che avevano i veri leader quindi toccava a loro.

Moscon seconda pedina azzurra, 20° all’arrivo, qui con Sivakov
Moscon era la seconda punta dopo Bettiol. E’ arrivato 20°

«La mia è stata una giornataccia però arrivare qui è stata comunque una grande emozione. Ho provato io. Ha provato Damiano. Ha provato Vincenzo e poi è esplosa la corsa. Siamo arrivati abbastanza bene ai piedi dell’ultima salita e alla fine il risultato ha dato ha dato ragione a coloro che hanno fatto il Tour. Però ripeto: è stata una gara veramente strana e con tanto stress».

Dogma F, buona la prima. Ma per Pinarello è solo l’inizio

24.07.2021
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Carapaz vince le Olimpiadi e si lascia dietro tutti i campioni più celebrati e attesi, togliendosi una bella rivincita rispetto a quelli che al Tour lo avevano preso a schiaffoni. Sulla sua bici, la nuovissima Dogma F, come su tutte quelle impegnate nelle prove su strada, Fausto Pinarello ha fatto aggiungere la bandiera della Nazione di appartenenza sulla forcella e quella del Sol Levante nella coda del carro posteriore per omaggiare il Paese in cui ammette di vendere un elevatissimo numero di biciclette. Per l’azienda veneta e per i colori italiani, Tokyo però è un momento molto importante. La vittoria dell’ecuadoriano forse non era prevedibile, ma ora che si va verso la crono e soprattutto la pista, l’asticella sale sempre più su. Prima Ganna e gli altri specialisti della Ineos. Poi i quartetti, la madison e l’omnium con gli azzurri. A ben vedere gli ultimi mesi sono stati belli pieni, fra la pista e la strada con il Team Ineos, che resta comunque l’impegno più oneroso: economicamente e tecnologicamente.

«In realtà è la seconda vittoria sulla Dogma F – dice Fausto Pinarello che è appena sceso in spiaggia dopo aver seguito la corsa – adesso si può dire. Al Giro di Svizzera tutta la squadra aveva la Dogma F mascherata da F12. Solo pochi se ne sono accorti. Quindi Carapaz aveva già vinto. Ha corso benissimo. Speravo che anche Kwiatkowski facesse la volata. E la prima cosa che ho fatto è stato mandare un messaggio a Ganna. Gli ho scritto: visto che il belga si può battere? E lui ha risposto: «Si deve battere». Certo che lasciarsi dietro Pogacar e Van Aert dopo il Tour, è proprio bello…».

Con Ineos hai vinto, quindi, ora tocca alla nazionale..

Economicamente e quantitativamente, Ineos è un grande impegno, ma è anche la base di tutto. Per la nazionale stiamo parlando di bici da pista, che sono obiettivamente meno. Però quest’anno per le Olimpiadi ci siamo impegnati di più e per ogni azzurro che è volato a Tokyo abbiamo realizzato un manubrio su misura. Li abbiamo scansionati tutti e il 100 per cento della squadra ha il suo manubrio sinterizzato in titanio, come Wiggins a suo tempo, Ganna e Viviani. Sulle bici da inseguimento, da madison e da omnium. Sono manubri che vanno in vendita sui 20 mila euro, un bell’impegno, ma sono contento di averlo fatto. E poi rimesso mano alla verniciatura.

La Bolide è alle ultime apparizioni: a Parigi avremo altri modelli
La Bolide è alle ultime apparizioni: a Parigi avremo altri modelli
Facendo cosa?

Tutte le bici azzurre sono blu e cromate, come per la Bolide da crono usata da Ganna al Giro. Si chiama Ego Blue, noi siamo azzurri e rimarremo azzurri tutta la vita.

La Bolide ha ormai la sua storia…

La Bolide discende da quella con cui Wiggins fece il record dell’Ora, con la variabile della forcella, larga o stretta in base alle ruote che usano. E poi c’è la Mate, il modello per le prove di gruppo, la cui aerodinamica discende ugualmente dalla Bolide. Ma sono bici arrivate al capolinea. Faranno ancora qualche gara nel 2022, ma l’obiettivo è cambiare tutto con nuovi modelli per Parigi. Hanno fatto la loro parte. Le novità arriveranno prima al Team Ineos e poi alla nazionale.

Il team resta grande fonte di sviluppo, insomma…

Oltre al fatto che hanno gli uomini capaci di vincere i grandi Giri, uno dei motivi per cui siamo rimasti solo con loro, lasciando la Movistar, è la possibilità di avere i feedback degli atleti e dei loro ingegneri da cui sviluppare le nostre biciclette. Va così da 6-7 anni e ci permette di poter fare le bici più performanti per la squadra e di conseguenza per il mercato.

La Bolide di Ganna deriva da quella usata da Wiggins per l’Ora. Una bici alle ultime uscite ufficiali
La Bolide di Ganna deriva da quella usata da Wiggins per l’Ora. Una bici alle ultime uscite ufficiali
Come si fa a rivoluzionare la gamma e tirar fuori modelli nuovi?

Certamente è più facile se parti da un modello già pronto, ma per la pista abbiamo una banca dati di trent’anni, per cui anche se è difficile, non sarà impossibile. Potendo anche contare sulla collaborazione di atleti come Ganna, Viviani e anche Paternoster per quanto riguarda i manubri.

Quante bici da pista sono volate a Tokyo?

Undici, più quelle di scorta, quindi direi che sono venti. Alcune nuove, alcune no. Non sono bici sottoposte a grande usura, che riguarda piuttosto tubolari e selle. Noi forniamo solo telai, forcelle, reggisella e manubri. Il resto, ruote e guarniture, fa parte della sponsorizzazione federale.

Quanto incide la pista sul mercato Pinarello?

Poco, è un mondo piccolo se non piccolissimo. Il 98 per cento della nostra produzione riguarda la strada, ma la pista è una mia passione sin da quando correvano ancora Villa e Martinello. Tecnicamente insegna tanto ed è spettacolare. La Fci è l’unica con cui abbiamo un contratto di sponsorizzazione, mentre alcune federazioni asiatiche hanno comprato qualche bici.

C’è tanta differenza di misure per Ganna fra la Bolide da crono e quella da pista?

Niente affatto, non deve esserci. Cambia leggermente l’inclinazione del piantone, ma il resto è identico.

Le bici del quartetto sono come bici da inseguimento individuale oppure cambia qualcosa?

Le bici sono quelle, a parte le ruote che usano. Hanno una serie di forcelle diverse: quelle per la madison e quelle per le prove di inseguimento. La Mate la facciamo in quattro misure, con cui copriamo tutti i corridori.

Torniamo per un secondo alla strada: Ineos comincerà a usare i freni a disco?

Cominceranno a provarli dopo le Olimpiadi, credo che i tempi siano maturi. Ma molto dipende dalla fornitura Shimano, perché hanno da dismettere un parco ruote incredibile che va rimpiazzato. Non a caso la Dogma F l’abbiamo fatta per la doppia versione. Dischi e freni tradizionali.

Se non ci fosse stato il Covid, saresti andato in Giappone a seguire i Giochi?

Probabilmente sì. Il Giappone mi piace molto e piace molto anche a mia moglie, potrei andare a viverci. Mi hanno sempre accolto bene. Per questo sulle bici da strada ho voluto anche la loro bandiera. Ma che bella mattinata, ragazzi. Mi dispiace per Gianni (Moscon, ndr) e anche per Bettiol, che forse non aveva corso abbastanza prima. Ma ripeto… che bella mattinata!

In cucina con Mirko nel ritiro degli azzurri in Giappone

23.07.2021
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La crisi di fame fa perdere mondiali o Giri d’Italia: per informazioni chiedere a Mathieu Van der Poel (Yorkshire 2019) o a Cadel Evans (Giro 2002). Spesso le condizioni atmosferiche contribuiscono a far cadere i corridori in questa infima trappola e proprio caldo e umidità, che in questo periodo soffocano Tokyo, saranno due avversari in più dei corridori che si contenderanno le medaglie olimpiche all’ombra del Fuji.

La nutrizionista Laura Martinelli, ha parlato dell’acclimatazione, necessaria per i corridori per rendere al meglio e che comprendeva anche una dieta mirata. Gli azzurri la seguiranno e il cuoco della federazione, Mirko Sut direttamente dal Giappone, ci svela qualche segreto, aprendoci le porte della cucina dell’albergo esclusivo in cui alloggiano ragazzi e ragazze delle prove in linea e a cronometro.

Azzurri pronti per il primo allenamento in terra giapponese
Azzurri pronti per il primo allenamento in terra giapponese
Clima soffocante, 234 chilometri da percorrere, 4.865 metri di dislivello. Come si prepara a tavola una corsa così?

Bisogna bere e mangiare frutta e verdura. Tanta. La pre-idratazione è fondamentale. Gli italiani hanno il vantaggio di venire da un Paese caldo che abitua a correre ed allenarsi a certe temperature.

State seguendo una dieta particolare per combattere il fuso orario?

Iniziamo un po’ prima la colazione per quei corridori che riescono a dormire meno, alle 6,15 sono già in cucina. Per il resto il ritmo è sempre quello: colazione, allenamento, pranzo in hotel, massaggi, cena.

Quante calorie si spenderanno durante le 7 ore di corsa?

Dipende da corridore a corridore e dal suo ruolo. In media si bruceranno 5-6mila calorie. L’importante sarà bere acqua, maltodestrine e sali minerali: la regola è che bisogna integrare tutto quello che si perde e non è affatto facile durante una corsa stressante.

Il Fuji visto dal’hotel azzurro: sembra l’Etna, ma è alto 400 metri di più
Il Fuji visto dal’hotel azzurro: sembra l’Etna, ma è alto 400 metri di più
Quante calorie si dovranno assumere a colazione?

Un migliaio che deriveranno dalla fonte principale di carboidrati (riso, pasta, crostata senza burro) e dalle proteine per cui propongo omelette, pancake, porridge di avena. 

E’ stato difficile reperire frutta e verdura in Giappone?

L’albergo in cui alloggiamo ci ha fatto trovare frutta e verdura di qualità, sana, gustosa, biologica, italiana insieme a pasta, bresaola, prosciutti. Per noi italiani è fondamentale trovare cibi uguali a quelli che assumiamo durante l’anno, è un aiuto a sentirsi a casa e a correre meglio. 

Durante la gara cosa mangeranno i corridori?

Alimentazione standard con un aumento di liquidi per contrastare l’alta sudorazione. Quindi: barrette, gel, panini dolci e salati. A Tokyo, grazie a Roberto Amadio, abbiamo trovato una panetteria gestita da una ragazza che ha lavorato in un panificio italiano. Ci ha preparato i classici “paninetti” al latte, da ciclista seguendo la ricetta italiana.

Prove di Monte Fuji per Moscon e Caruso, la corsa sarà durissima
Prove di Monte Fuji per Moscon e Caruso, la corsa sarà durissima
E le rice cake che hai contribuito a far diventare famose in gruppo…

Sono composte dal riso che si usa per il sushi, viene fatto cuocere tantissimo fino a diventare colloso. A quel punto viene impastato con banana schiacciata o miele e messo in frigo a raffreddare; una volta pronto lo si taglia in tante barrette.

Sappiamo che cerchi di inventare sempre qualcosa che appaghi il palato dei corridori. Il Giappone ti ha ispirato?

Sto cercando di proporre piatti che richiamano la cucina orientale. Preparerò ad esempio del tonno giapponese, buonissimo. Non esagero però con la fantasia perché i corridori sono molto fedeli alla loro dieta.

E’ difficile gestire gusti diversi?

Non lo è perché sono tutti molto preparati e perché li conosco bene. Amano i piatti classici come la pasta e la crostata e se hanno esigenze li assecondo cercando anche di anticiparli.

A che cosa non può rinunciare Vincenzo Nibali?

Alla crostata che preparo con marmellate diverse. Non c’è tutti i giorni e la propongo solo a colazione, ma quando c’è gli piace molto.

Il cittì Davide Cassani segue l’alimentazione?

E’ molto attento, gli piace chiedere e conoscere. Lo staff ha lo stesso menu dei corridori, quindi sa tutto.

Vedendoli a tavola ogni giorno riesci a capire come stanno le gambe?

Posso solo dire che il clima nel gruppo è positivo.

Tra un salto e una spallata, la strada di Fantoni fino a Tokyo

08.07.2021
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Giacomo Fantoni sarà l’unico atleta italiano della Bmx a Tokyo, poi si ritirerà. Di lui avevamo parlato con il cittì Tommaso Lupi, traendo la sensazione (già provata quando li incontrammo in pista a Montichiari) che della specialità importi soltanto a chi la pratica e pochi altri. Non è bello allenarsi ogni santo giorno e approdare alle Olimpiadi, pensando che là fuori nessuno sa che esisti. Perché poi alla fine le Olimpiadi sono le stesse per tutti e l’oro delle medaglie viene fuso nello stesso crogiolo. Che tu sia Justin Gatlin, appunto, o Giacomo Fantoni. Perciò andiamo a vedere che cosa sta facendo il veronese di Zevio, classe 1991, e in che modo si sta preparando, dato che a Tokyo manca ormai veramente poco.

La convocazione per Tokyo 2020 nel miglior momento della carriera
La convocazione per Tokyo 2020 nel miglior momento della carriera

L’appuntamento è per le 8,30 del mattino, lungo il tragitto che da casa lo porta in palestra. Altri buchi dice che non ne troverebbe. 

Che cosa stai facendo in questo periodo?

Stiamo rifacendo in piccolo quello che abbiamo fatto quest’inverno. Un ciclo di forza per spingere nel modo giusto e per adattarci alla pista, che sarà lunga e insolita. Non c’è il minimo dislivello, che a volte aiuta. La gara del Test Event nel 2019 durò 42 secondi, quasi 7 più del solito. Si rischia di arrivare a 45 secondi. Sembra poco, non lo è.

Siete come i velocisti della pista, in fondo, per cui allungare una gara di 7 secondi non è così banale…

Esatto. La velocità su pista è la specialità del ciclismo classico che si avvicina più alla nostra. Non tanto la velocità individuale, quando il Team Sprint. Il velocista che fa il giro di lancio, ha lo stesso tipo di impegno o comunque molto simile. Noi abbiamo una frequenza di pedalata superiore e anche per noi la partenza è una fase decisiva.

Perdona la domanda in apparenza ingenua, ma… è comoda la posizione sulla Bmx?

E’ una delle cose più scomode che ci sia. Non puoi stare seduto e in piedi non sei centrato come su una bici da strada. Però è perfetta per quello che dobbiamo fare. Anche sul fronte dei materiali, non siamo al livello delle bici da strada o le mountain bike, in compenso però si lavora tantissimo sulla tecnica individuale. Salti, partenze, curve, contatto fisico

Contatto fisico?

In nessun’altra disciplina ciclistica è previsto. La spallata, la spinta fanno parte del gioco, ma in base all’intensità possono valere una squalifica. Si lavora di spalla e di gomito a 55 all’ora, su gobbe sterrate. Il sistema nervoso rifiuta certe cose, ma se non ti adegui, ti passano sopra. Devi essere cattivo e pronto, perché la gara dura così poco che se ti metti a pensarci, è già finita.

Come sono fatte le vostre bici?

Si lavora tanto. Ora la sfida è fra telai in carbonio e in alluminio, ma alla fine è una scelta molto personale, dipende da come giri. Il carbonio è più performante. Per le ruote abbiamo cuscinetti chiusi, di serie. Mi faccio sempre il mio tuning, ma per le Olimpiadi ne faremo uno speciale con l’aiuto del mio allenatore Francesco Gargaglia.

Tutto pronto per volare in Giappone: Giacomo Fantoni, Italy
Tutto pronto per volare in Giappone: Giacomo Fantoni, Italy
Siete come discesisti e dovete mandare a memoria il percorso?

Ho una buona memoria fotografica, per cui quando è possibile faccio un giro con la GoPro sul casco e poi in camera guardo e riguardo il video. Quando arrivo in gara, devo già averlo in testa. E visto che nel 2019 non ho partecipato alla gara di Tokyo, in questi giorni sto guardando tutti i video di chi c’era.

In che modo hai cominciato a correre?

Il mio primo sport fu lo snowboard, mentre a 6 anni ebbi la prima bici. Mia madre aveva corso in mountain bike e un giorno per caso arrivammo alla pista di Montorio Veronese. Fu amore a prima vista, un classico. Il bambino vede le gobbe e le curve e si innamora.

Come mai arrivi alle Olimpiadi solo a 30 anni?

E’ stato un cammino molto lungo. Volevo arrivarci prima, ma non ero nelle condizioni di riuscirci. Nel 2016 provai, ma non lavorai a sufficienza. Sono tanti anni che ci vado dietro e che lo sogno, ma so che ora è il momento giusto. Prima non avrei avuto forma e testa, ora sono al mio picco.

In pista a Montichiari, in una fase diversa della preparazione
In pista a Montichiari, in una fase diversa della preparazione
E come la vivi?

E’ un sogno, sono troppo felice.

Altra domanda ingenua: si guadagna a fare l’atleta nella Bmx?

Per niente ingenua, mi viene fatta spesso e la risposta è che il mio lavoro è un altro. Faccio l’allenatore della mia squadra. Domenica scorsa il nostro Leonardo Cantiero ha vinto il tricolore juniores a Padova. La Bmx non mi dà da vivere e non ci sono corpi militari interessati. Ci fu qualche avvicinamento, ma la risposta non è mai arrivata. Io comunque non posso farci più niente, perciò questo è il mio ultimo anno. Non avendo uno stipendio, non posso crearmi una famiglia e a 30 anni è arrivato il momento di dare una svolta.

Quanto è rigida la disciplina in fase di preparazione?

Tornato dalla Coppa del mondo in Colombia, la mia vita è piena di allenamenti e non faccio praticamente altro. Vita monastica, insomma. Per fortuna però da un paio di giorni abbiamo mollato con i carichi di lavoro e sto iniziando a riposare per avere il giusto recupero. Però si lavora sul vestiario, sulla bicicletta…

Fantoni memorizza i tracciati dalla sera prima: dalla partenza alle singole curve (foto Bmx Pro Race)
Fantoni memorizza i tracciati dalla sera prima: dalla partenza alle singole curve (foto Bmx Pro Race)
Quando parti?

Il 21 luglio, per gareggiare il 29 e 30.

Che effetto fa pensare che andrai alle Olimpiadi?

Non sono ancora del tutto sicuro di quello che mi sta succedendo. Sembra ancora una favola. La qualificazione in Colombia è stata fuori da ogni schema. Prima volta in una finale di Coppa del mondo nell’ultima prova disponibile e per due giorni di fila. E alla fine abbiamo strappato il pass olimpico. I sogni di una vita in un solo weekend. Si fa fatica a credere che sia tutto vero e tutto sommato mi piace che sia così…

Il viaggio di Castelli da Rio a Tokyo, fra vento e caldo umido

10.06.2021
5 min
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Come nasce la maglia per andare alle Olimpiadi? In un ciclismo in cui i dettagli sono ormai il vero ago della bilancia e vengono disegnati nel vento perché uno svolazzare di tessuto può fare la differenza fra l’oro e il nulla, in cui il caldo umido spinge verso un tessuto piuttosto che un altro, che cosa c’è dietro i body quasi argentati con cui correranno gli italiani a Tokyo?

Una premessa è d’obbligo, i body sono in fase di realizzazione proprio in questi giorni: la maglia presentata ieri a Roma servirà per gli allenamenti ed è stata utile per far vedere la grafica.

Tre anni di studio

«Il cammino è stato lungo – ha spiegato Alessio Cremonese, Amministratore Delegato di Manufattura Valcismon che in apertura è con Viviani e Roberto Amadio – ed è iniziato tre anni fa in collaborazione con il Politecnico di Milano e i necessari passaggi in galleria del vento, alla ricerca della riduzione del materiale e del massimo miglioramento aerodinamico, in una fase in cui l’aerodinamica è diventata cruciale».

Clima decisivo

Si è parlato di scelte tecniche legate al clima caldo umido di Tokyo ed è una costante nel disegnare le maglie olimpiche. Già nel 1992, gli azzurri corsero con una divisa celeste su strada e azzurra in pista. Ad Atlanta e Sydney si tornò a un azzurro venato di bianco e di verde. Ad Atene si scelse il bianco e così pure a Pechino, Londra e anche Rio. Dove non arriva la tecnica, si spinge poi il marketing e tutto sommato l’idea di offrire ogni quattro anni un prodotto innovativo dalla grafica rinnovata tira anche sul mercato.

Alessio, quando si è assodato che farà caldo e sarà umido, come vi siete mossi?

Ci siamo messi al lavoro per individuare nuovi tessuti e reingegnerizzare il prodotto, tenendo conto anche delle diverse esigenze di vestibilità.

Si parte dall’ultimo body e si va avanti?

Ne teniamo conto, ma in cinque anni ci sono stati nuovi studi per cui il body 2021 sarà piuttosto diverso da quello di Rio.

In che misura incide la collaborazione con gli atleti?

E’ molto importante. Gli atleti provano i prodotti: quelli che già sono sponsorizzati da noi e quelli del giro della nazionale. Devono stare comodi e sanno in che modo una cucitura possa essere spostate perché non dia fastidio. 

Nel 2004 per Bettini maglia Sportful e tutta bianca
Nel 2004 per Bettini maglia Sportful e tutta bianca
In che modo si conciliano vestibilità e aerodinamica?

Utilizzando cinque tipi di tessuto e individuando un taglio unico che permette al body di mantenere la pressione e variare la compressione nei punti in cui deve esserci l’aderenza perfetta. Ormai si sta andando verso maniche sempre più lunghe, calze più alte e pantaloncini al ginocchio. Se non ci fossero delle limitazioni da parte dell’Uci, si potrebbe quasi immaginare il body integrale.

Quando costa realizzare un body come questo?

Non poco. Il singolo capo, la realizzazione del prototipo costa intorno ai 1.000 euro. La galleria del vento la paghi a ore, migliaia di euro ogni ora. E quando sei lì provi tanti capi e tanti abbinamenti per trovare quello più efficiente. Infine considerate che per occasioni come le Olimpiadi, ogni atleta avrà il suo capo su misura.

Avevamo scoperto che il giovane Ganna fece da manichino per Ryder Hesjedal: chi fa ora da manichino per Pippo?

Ora fa da sé, perché è molto disponibile ed è stato da noi anche pochi giorni fa. E’ chiaro che ognuno ha le sue esigenze. Il body di Ganna per la crono è diverso da quello dell’inseguimento perché si corre all’aperto con quel caldo umido di cui abbiamo detto. Il body dello stradista per lo stesso motivo non ha troppo a che fare con quello che useranno in pista per le gare di gruppo.

Il tempo di correre a Tokyo e poi le divise saranno in commercio?

Sia per un fatto di regolamenti, dato che possono usare solo prodotti in commercio, sia perché se il risultato è buono, la maglia si vende molto bene. Durante la presentazione si è detto che diventa il simbolo della Nazione e i riscontri non mancano. La maglia della nazionale si vende bene nelle località di vacanza, perché i turisti la portano via come se portassero una bandiera.

Il Cassani della moto parte da Nibali e sgrana il rosario

30.05.2021
6 min
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Cassani sulla moto azzurra ha vissuto un Giro davvero speciale. Chiunque abbia seguito una corsa in moto lo sa bene. E’ come essere in gruppo. Vedi gli sguardi. Senti le voci. Impari i gesti. Riesci a scambiare poche parole. E semmai vedi cose che alle telecamere sfuggono e ti permettono, se hai un ruolo come il suo, di approfondire il discorso dopo le tappe. Cassani infatti non ha raccontato tutto, ma di certo sul suo taccuino sono finiti i nomi per le Olimpiadi. Gli azzurri di Tokyo usciranno dal Giro e non dal Tour. Del resto, se il percorso ha una salita di 6 chilometri al 10 per cento, non puoi prescindere dagli scalatori. Già, ma chi portare?

Dalla moto Rai, Cassani ha potuto osservare al meglio i suoi azzurri
Dalla moto Rai, Cassani ha potuto osservare al meglio i suoi azzurri

Come sta Nibali?

Quando ci si trova fra giornalisti a parlare della squadra per le prossime Olimpiadi, il primo nome su cui ci si sofferma è quello di Vincenzo Nibali. Una sorta di diritto all’azzurro che gli viene dalla storia e dalla sete di rivalsa sulla sfortuna di Rio. Si disse che il siciliano avesse prolungato la carriera proprio per prendersi la rivincita olimpica, ma le cose non stanno andando secondo i suoi disegni. La frattura del polso prima del Giro d’Italia gli ha impedito di esprimersi come avrebbe voluto. Cassani lo sa.

«Più o meno sto ricevendo le risposte che mi aspettavo – dice il commissario tecnico azzurro – ma con Vincenzo dovrò fare una chiacchierata. Sono stato molto chiaro, ora dobbiamo verificare, come lui per primo ha raccontato due giorni fa al Processo alla Tappa. Quel Nibali ora non c’è e non so se si ritroverà. Però è uno che lotta, per questo voglio parlarci chiaramente nei prossimi giorni».

Caruso ha conquistato con il coraggio, la personalità l’ha sempre avuta
Caruso ha conquistato con il coraggio, la personalità l’ha sempre avuta

Conferma Bettiol

Se aver vinto grandi corse è un titolo preferenziale, alla rosa degli azzurri si aggiunge subito il nome di Bettiol, re del Fiandre 2019, su cui Cassani ragiona in modo concretissimo.

«Certo che aver vinto grandi corse è importante – sorride – non credo che uno che non ha mai vinto possa pensare di cominciare dalle Olimpiadi. Con Alberto sono rimasto sempre in contatto e a parte l’ultimo periodo un po’ spento, non aveva più dato grossi segnali in salita, cosa che invece qui al Giro ha fatto alla grande. Mi ha impressionato in un paio di situazioni per il lavoro fatto con Carthy. Sul Giau e soprattutto a Sega di Ala se lo è portato sulle spalle. E poi ha vinto. Uno così non lo puoi lasciare fuori, ma ricordiamoci che il risultato in una corsa come quella viene solo se si mette insieme una grande squadra. E’ per questo che devono essere uomini speciali ed è per questo, ad esempio, che cinque anni fa uno come Damiano Caruso faceva già parte della spedizione».

Bettiol ha vinto, ma soprattutto ha dato grandi segnali in salita
Bettiol ha vinto, ma soprattutto ha dato grandi segnali in salita

Caruso, capitano vero

Già, come non parlare del Damiano nazionale che ieri ha fatto venire i brividi all’Italia del ciclismo? Per dare al pezzo un po’ di sapore di Giro, vale la pena annotare che l’intervista con Cassani si è fatta tentando di scendere da Campodolcino verso Chiavenna, in una coda interminabile provocata dalla rottura di uno dei camion che trasportano le transenne (altro che pullman), proprio nella serata di gloria di Caruso.

«Mi è piaciuto – dice Cassani, che ha seguito anche la tappa di Valle Spluga sulla moto – perché in una situazione per lui nuova, in cui tutti pensavamo avrebbe gestito, ha dato più di quanto anche lui si aspettasse. Non ha avuto paura, ha rischiato. Ha ragionato da capitano vero, lui che in fondo capitano di strada lo è sempre stato. E a margine di tutto questo, non si è mai snaturato, è sempre stato se stesso. Oggi (ieri, ndr) ci ha regalato una tappa bellissima».

Moscon è uno di quelli su cui il cittì conta: «Lo conosco bene»
Gianni Moscon è uno di quelli su cui il cittì conta: «Lo conosco bene»

Moscon e gli altri

Il quarto di cui si parla è Moscon, quello del Tour of the Alps più che quello di fine Giro, dove una caduta l’ha un po’ messo fuori gioco.

«Gianni è partito bene – dice Cassani – poi la caduta gli ha messo un po’ di sabbiolina negli ingranaggi. Con lui ho sempre avuto uno splendido rapporto e anche molto chiaro. Ci sono stati anni in cui nessuno gli dava fiducia e lui ha tirato fuori due mondiali coi fiocchi a Innsbruck e Harrogate. E anni come lo scorso in cui mi sono reso conto che non stava bene ed è rimasto a casa. Con Gianni so parlare, è un punto di forza. Ma come ci siamo detti, non è la sola alternativa a Nibali.

«Sto prendendo in considerazione anche Formolo, che per caratteristiche è uno da classiche e vorrei tanto sapere perché, dopo aver detto che avrebbe puntato alle tappe, si è messo a far classifica. E poi ci sono De Marchi, con cui comunque voglio parlare, Ciccone sperando che si rimetta presto e Ulissi che ha fatto vedere qualcosa di buono. Mi servono dei fondisti e non avendo fra i nostri cinque un favorito per l’oro, bisognerà correre in base ai corridori che abbiamo».

Grazie Rai e Fci

Ultimi due capitoli, l’avvicinamento e la crono. «Il Tour lo faranno in pochi – dice – fra quelli che puntano alle Olimpiadi. I nostri sono seri professionisti, per cui immagino una fase di altura e semmai la Settimana Italiana in Sardegna per rifinire. Quanto alla partenza per Tokyo, stiamo valutando due date, perché c’è il dubbio che, una volta là, non ci permettano di allenarci su strada. Mentre per la crono, a Ganna si potrebbe affiancare Bettiol che va molto bene. E’ tutto scritto negli appunti di questo Giro, durante il quale ho avuto la grande opportunità della moto grazie alla Rai e alla Federazione. Sono riuscito a restare concentrato sul mio ruolo, sono stato un Cassani diverso da quello degli anni in postazione. E’ stata un’esperienza bellissima, che ha aggiunto tasselli importanti al mio lavoro. Non mi ha deconcentrato, mi ha permesso di farlo a un livello superiore».

Ghirotto entra in Fci. A lui la commissione del fuoristrada

16.05.2021
4 min
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Massimo Ghirotto è definitivamente un pezzo importante del ciclismo italiano: corridore, team manager, diesse, radiocronista e adesso anche presidente della commissione fuoristrada della Federazione ciclistica italiana. 

Coerente con la sua serietà, l’ex dirigente Bianchi (nella foto d’apertura con Gerhard Kershbaumer) ha lasciato la Trek-Pirelli, uno dei team italiani di Mtb più in crescita che fa doppia attività marathon e cross country. Massimo vi era entrato circa un anno fa proprio per seguirli in Coppa del mondo. Ma con questa nomina si è chiamato fuori.

Ghirotto in questi giorni è al Giro per commentarlo dalla moto di Radio Rai
Ghirotto in questi giorni è al Giro per commentarlo dalla moto di Radio Rai

L’investitura da Dagnoni

La nomina è arrivata nel consiglio federale che si è tenuto a ridosso del via del Giro d’Italia. Un consiglio che ha visto le prime grandi mosse nel neopresidente Cordiano Dagnoni.

«Non mi aspettavo questa nomina – dice Ghirotto – E’ stata una piacevolissima sorpresa e anzi colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente Dagnoni. Chiaramente ne avevamo già parlato. A lui serviva una figura esperta del mondo della Mtb. Voleva sfruttare le mie conoscenze nel mondo del fuoristrada. In più ho la mia esperienza amministrativa di quando ero nel team di Gimondi dove tenevo anche i contatti con le aziende per dire…».

A Verona si è da poco tenuta una gara di Coppa Europa di Bmx
A Verona si è da poco tenuta una gara di Coppa Europa di Bmx

Tante discipline

Ghirotto andrà a sostituire Paolo Garniga, che ha tenuto questa posizione per otto anni. Ma qual è poi nello specifico il ruolo del presidente della commissione fuoristrada?

«E’ un ruolo importante perché abbraccia tutte le discipline dell’offroad che non sono poche: cross country, downhill, enduro, marathon, ciclocross, Bmx, freestyle… è un volume di lavoro enorme. Cosa facciamo? Approviamo le gare, promuoviamo gli eventi, valutiamo le norme attuative… 

«Deve essere un lavoro di squadra e proprio su questo aspetto mi hanno colpito le parole di Dagnoni. Cordiano mi ha detto: credo molto nel lavoro di squadra. Che poi è sempre stato il mio motto. Se tutti tirano nella stessa direzione allora si è forti, se invece ognuno tira dalla parte sua non si va da nessuna parte».

Ghirotto collaborerà a stretto giro con Giancarlo Masini. I nomi della commissione non sono stati resi noti, ma Massimo ci anticipa questo nome. Lui è un azzurro paralimpico e sarà un interlocutore importante per interfacciarsi con tutte le discipline. Enduro, e-bike, Dh sono state accorpate e avranno un referente, cross country e marathon ne hanno un altro. E così le altre.

«Sarà importante – riprende Ghirotto – essere sul campo, assicurare che tutto sia idoneo allo svolgimento della gara ed eventualmente dare un supporto».

La Mtb ha numeri importanti. Quest’anno all’Elba (Capoliveri) si terrà il mondiale marathon
La Mtb ha numeri importanti. Quest’anno all’Elba (Capoliveri) si terrà il mondiale marathon

La difesa della Mtb

Ma poi c’è un altra missione molto importante. Far crescere il movimento, in generale il ciclismo, ma nello specifico di Ghirotto quello del fuoristrada. E qui la fetta più grossa è quella della Mtb che con il ciclocross recita la parte maggiore. Potrà avere il fuoristrada più peso politico in seno alla Federazione?

«Questa è una questione che mi piace. La quota dei tesserati off road sono ben oltre il 50% e bisogna levare gli scudi in favore della Mtb che è la base di tutto.

«Molti ragazzi iniziano con questa bici.  Il settore giovanile al Nord va abbastanza bene, va incrementato anche al Centro e al Sud, anche se poi in Sicilia c’è molta attività. Ma come si fa a far crescere il settore? Organizzando gare. Tutti abbiamo iniziato così. Ci vorrà del tempo, ma questa è la via».

«E poi le strutture – conclude Ghirotto – penso alla Bmx e agli impianti che ci sono a Padova e Verona. Lì si possono organizzare gare di livello nazionale e internazionale. I ragazzi possono avere un campo sicuro. Penso alla pump track, al settore gravel che è in forte crescita. Tanti genitori oggi hanno paura a mandare i loro figli per strada. Sono progetti a lungo termine. Il mio sarà un approccio in punta di piedi, ma mi prendo le mie responsabilità».

Cassani, il ciclismo bandiera dell’unità nazionale

12.05.2021
4 min
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Apparentemente molto distanti tra loro, ciclismo e unità nazionale sono due mondi che si sono incontrati in più occasioni e che tuttora si intrecciano. La partenza da Torino del Giro 2021 è stata dedicata all’anniversario dell’Unità d’Italia (160 anni), così come lo furono le edizioni del 2011 e del 1961 (rispettivamente 150 e 100 anni dall’unificazione del Paese). La stessa carovana del Giro, che in oltre un secolo di storia ha attraversato in lungo e in largo lo Stivale, ha contribuito a creare identità e unione tra popolazioni che fino a 70-80 anni fa faticavano persino a comprendersi reciprocamente

Bartali e Togliatti

L’episodio sicuramente più clamoroso che sancisce il legame tra ciclismo e unità nazionale accade pochi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’attentato a Palmiro Togliatti, il 14 luglio 1948, provoca disordini civili diffusi, occupazioni di fabbriche, scontri e anche alcuni morti. Molti temevano si potesse scatenare persino una guerra civile. Alcide De Gasperi, allora Presidente del Consiglio dei ministri, telefona a Gino Bartali, che sta correndo il Tour de France, ma è staccatissimo dalla maglia gialla Louison Bobet, e gli chiede l’impresa. Non si sa con certezza se quella telefonata l’abbia fatta davvero lui, fatto sta che Bartali rimonta, tappa dopo tappa. Recupera venti minuti a Bobet sull’Izoard, si impone anche nelle due tappe successive e vince clamorosamente il Tour a 34 anni, dieci dopo il suo primo successo. La grande vittoria contribuì a calmare gli animi e a placare le tensioni: l’unità nazionale era salva.

I mondiali di Imola 2020 sono stati un bel segnale di gestione dello sport in epoca Covid
I mondiali di Imola 2020 sono stati un bel segnale di gestione dello sport in epoca Covid

La maglia azzurra

Oggi quello spirito unitario è ben rappresentato dalla squadra nazionale. Ce lo conferma Davide Cassani, dal 2014 cittì della nazionale italiana.

«In questi anni – dice – ho sempre trovato dei ragazzi fantastici perché, nonostante siano dei professionisti, hanno una dedizione particolare per la maglia azzurra e l’hanno sempre onorata nel migliore dei modi».

Da diversi anni la nazionale italiana è chiamata “La squadra” (proprio col termine italiano) anche dagli stranieri, segno, per Cassani «che è sempre stata un punto di riferimento di unità, coesione e attaccamento alla maglia». Il cittì confessa che «consegnare delle maglie azzurre ha un significato particolare, sento sempre una grande responsabilità. Molti corridori cercano in tutte le maniere di convincermi a convocarli per partecipare a europei, mondiali e Olimpiadi: tutto questo è molto bello».

«Le vittorie ai campionati europei – continua Davide – ottenute negli ultimi tre anni sono la testimonianza di una squadra unita, dove si è corso per vincere, senza guardare alle individualità».

Nel 2019 Viviani, già olimpionico su pista a Rio 2016, vince l’europeo su strada
Nel 2019 Viviani, olimpionico su pista, vince l’europeo su strada

Il mondiale

Anche per gli appassionati e per chi il ciclismo lo segue solo saltuariamente, alcune competizioni hanno un significato che va al di là del semplice evento sportivo.

«Il campionato del mondo – dice ancora Cassani – è seguito anche da persone che abitualmente non guardano il ciclismo, ma si appassionano per la nazionale, come nel calcio e in tutti gli altri sport. La gente mi chiede di vincere un campionato del mondo, c’è sempre un’attenzione particolare verso la squadra».

L’orgoglio di appartenere alla nazionale unisce i nostri ragazzi
L’orgoglio di appartenere alla nazionale unisce i nostri ragazzi

Ciclismo e Covid

In questo momento storico, nel quale la pandemia rischia di disgregare i rapporti sociali e l’unità stessa del Paese, il ciclismo può avere un ruolo importante.

«Non possiamo pensare che il nostro sport sia la soluzione dei problemi – puntualizza il cittì – possiamo però dire che è un esempio, perché l’anno scorso e quest’anno le corse ci sono state. Sono stati osservati i protocolli, le bolle hanno funzionato, i contagi sono stati veramente bassi. E devo dire che, grazie agli organizzatori, alle squadre e ai corridori, abbiamo avuto la possibilità di assistere a gran belle competizioni. Che possono aver sollevato e dato coraggio anche a chi non appartiene a questo mondo».

Il ciclismo, si sa, è uno sport di fatica e per Cassani «può contribuire a stimolare positivamente tutte quelle persone che hanno avuto difficoltà di salute e lavoro per colpa della pandemia».