Da un Miholjevic all’altro, la storia di Fran e suo padre Vladimir

04.05.2022
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Fran Miholjevic ha vinto la Carpathian Couriers Race, terzo successo di stagione dopo la tappa al Giro di Sicilia e il GP Vipava Valley di febbraio. Di lui si sa che indossa per il secondo anno la maglia del Cycling Team Friuli e che suo padre Vladimir è il team manager della Bahrain Victorious.

Finora vi abbiamo raccontato di Marta Cavalli attraverso gli occhi del padre Alberto. Ci siamo emozionati per l’esultanza di Elisa Balsamo e suo padre Sergio sul traguardo di Wevelgem. E giusto domenica abbiamo conosciuto Marco Fortunato, che continua a lavorare con i bambini alle porte di Bologna, mentre Lorenzo si prepara per il Giro. Ma cosa succede quando tuo padre è uno dell’ambiente e per giunta anche importante?

Ciclismo, no grazie

Lo abbiamo chiesto a Miholjevic senior, 48 anni, professionista dal 1997 al 2012 con 11 stagioni in squadre italiane: Alessio, Liquigas, Acqua & Sapone. Lo abbiamo pregato di parlare da padre e non da addetto ai lavori. Almeno finché è stato possibile tenere separati gli ambiti.

«Quando correvo – sorride – i bambini non volevano vedere le corse in televisione. Le odiavano. Così mia moglie le guardava da sola. Quando ho smesso, sono tornato a studiare Legge. Mi mancavano 10 esami. E intanto, una squadra di triathlon di Fiume, la mia città, mi chiamò per chiedermi di seguire i loro allenamenti. Ne parlai con mia moglie. Le dissi che senza un obbligo, non ce l’avrei fatta a risalire in bici. Così cominciai. E mentre mi stavo preparando per il primo allenamento, Fran mi chiese se poteva venire con me. Era il 2014, aveva 12 anni e una mountain bike di 20 chili che gli avevamo comprato qualche anno prima per la promozione».

Come andò a finire?

Erano ragazzi di 15 anni, quindi tre più di lui. Però Fran andava. Abbiamo la fortuna di vivere fuori città, vicino al bosco. Ancora oggi, ma a quel tempo di più, i bambini giocano in strada e lui era forte. Così tenne il ritmo.

L’orgoglio di papà?

Lo osservavo e credevo che gli sarebbe passata la voglia. In famiglia eravamo un po’ stufi dello sport, non vedevo i miei figli fare agonismo. Però, visto che mi chiese di riprovarci, gli diedi la Cannondale che la Liquigas ci aveva lasciato dopo la vittoria al Giro del 2007. Era una 56, lui ancora aveva bisogno di una 52. Però ci salì sopra e staccò tutti. Fu allora che pensai: «Forse qualcosa c’è!». Così chiamai l’Acqua & Sapone, che nel frattempo aveva chiuso, ma aveva ancora delle bici in magazzino. Chiesi se ne avessero una della sua taglia e mi mandarono quella di Betancur. E piano piano, si cominciò a capire che c’era del talento.

Al Trofeo Ucka del 2019, primo di categoria. Eccolo con padre, madre e sorella minore (foto Novi List)
Al Trofeo Ucka del 2019, primo di categoria. Eccolo con padre, madre e sorella minore (foto Novi List)
In che modo?

Lo portai a una gran fondo e la vinse. Poi si è iscritto al club dove avevo cominciato anche io. E da junior è andato alla Adria Mobil, che ai miei tempi si chiamava KRKA Telekom. Purtroppo anche lui è incappato nel lockdown. Nel 2020 aveva 18 anni, secondo anno junior. E come tutti i ragazzi della sua età ha perso la possibilità di dimostrare il suo valore. Mi faceva quasi compassione nel vedere quanta energia mettesse negli allenamenti senza poter correre. Il quarto posto agli europei di Plouay fu una grossa soddisfazione.

In che modo lo hai seguito?

Ho cercato di fargli capire le specifiche dello sport. Lo guardavo e cercavo di trasferire a lui la mia esperienza. Io non ero veloce, ma spesso riuscivo a fare selezione in salita e vincevo perché ero meno morto degli altri. Fran è sempre stato un bambino più intelligente di me. Io al confronto ero un… caprone forte. Mi chiedevo: a cosa mi serve l’astuzia, se li posso staccare tutti? E se poi rientravano e mi battevano in volata, ero contento lo stesso, perché comunque in salita ero stato più forte. Fran è più furbo. E’ veloce e va bene a crono.

Sei sempre stato presente?

Avere da junior il padre che sa di bici è un vantaggio. Da under 23 diventa un peso e così ho cercato di stare lontano. Ho chiamato per lui un agente, Mattia Galli, perché potesse seguirlo con una minima influenza da parte mia. Era strano che andassi a parlare io con le squadre. Sono venute offerte dalla Leopard in Lussemburgo. So che parlavano con la FDJ. Finché un giorno, ragionando con Pellizotti, il discorso è finito sui tanti corridori che venivano dal Cycling Team Friuli.

Dal 2021, Fran Miholjevic indossa la maglia del Cycling Team Friuli (foto Scanferla)
Dal 2021, Fran Miholjevic indossa la maglia del Cycling Team Friuli (foto Scanferla)
Non li conoscevi?

Li vedevo, ma non avevo mai approfondito. Parlando, ci siamo resi conto che vincevano, ma soprattutto avevano una buona riuscita nel professionismo. Ragazzi come De Marchi, Fabbro e Aleotti erano un bel biglietto da visita. “Pelli” diceva che lavorano bene, insistendo sull’educazione, senza pressioni, facendoli crescere. Così andai a parlare con Bressan.

Insomma, alla fine hai ceduto e ti sei fatto avanti tu…

Gli dissi di valutarlo come corridore (sorride, ndr), non come il figlio di Miholjevic. Se lo riteneva all’altezza, se ne poteva parlare. Roberto aveva già la lista piena, per non lasciare indietro i ragazzi che durante il Covid non si erano espressi, ma alla fine decise di dargli una possibilità. Così Fran ha iniziato a lavorare con Andrea Fusaz, ma anche con Alessio Mattiussi e Fabio Baronti. E poi ha trovato in Renzo Boscolo un diesse con grande visione di corsa e capacità di comunicazione. Se ci sono problemi, si chiariscono subito. Sanno dare anche delle sberle, ma in modo pedagogicamente giusto. Da padre, sono proprio contento.

Anche da manager, visto che nel frattempo è iniziata la collaborazione fra Bahrain e CTF…

Vero. Siamo sulla via giusta per farlo in modo davvero costruttivo. Costruire una continental richiede tanto entusiasmo e tanta energia, che poi viene ripagata quando i corridori li vedi crescere e vanno via. Abbiamo imparato reciprocamente. I nostri hanno visto la fame di arrivare dei ragazzi e anche a loro è scattata la molla di dimostrare quanto valgono. E tutti onorando gli stessi sponsor tecnici.

Che corridore può diventare Fran?

Non è uno scalatore puro, né un velocista. E’ alto 1,90 e pesa 72 chili. E anche se con questi numeri qualcuno ha vinto i Giri, sono tanti chili da portare. Ha le abilità per le corse di un giorno, ma non ha provato quelle del Belgio, perché la nazionale croata juniores non ha i numeri per certe trasferte. Per questo il prossimo anno con il CTF vorremmo fare le gare più importanti del Belgio. Vogliamo internazionalizzare la squadra. La base sarà italiana, la sua forza. Ma abbiamo tante richieste da U23 e juniores che vogliono venire al Bahrain passando per il CT Friuli. Ed è davvero una grande conferma del buon lavoro.

Vacanze di famiglia: con Vladimir e Fran, la mamma Irena e le sorelle Tara e Lana
Vacanze di famiglia: con Vladimir e Fran, la mamma Irena e le sorelle Tara e Lana
Fran vive a casa o sta più spesso in ritiro?

La sede del team è a 135 chilometri da casa, per cui sta spesso a Fiume dove ci sono percorsi ottimi per allenarsi. Però si ferma volentieri anche in ritiro. Là c’è Stockwell, un bel corridore. Vanno d’accordo, per cui Fran parte un giorno prima e torna sempre un giorno dopo.

Alla fine hai capito perché non volevano vedere le gare in tivù?

La figlia più grande, Lana che ha 23 anni, non voleva guardare perché era gelosa delle miss sul palco. A Fran invece non interessava, non era un bambino che mostrava affinità con lo sport. Ha fatto basket, poi pallamano che da noi è famosa e forte. Infine ciclismo. Mi faceva pensare a suo zio, il fratello di mia moglie, forte in qualunque sport, ma senza la mentalità per approfondire. Credevo che Fran fosse così, che facesse sport finché era comodo, invece mi sbagliavo di grosso. Del resto, l’ho sempre detto (ride, ndr) che non sono bravo a valutare le persone…

Anche il Recioto parla francese. De Cassan primo italiano

20.04.2022
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L’epilogo della festa del vino a Negrar di Valpolicella ha il sapore dolce del Recioto, il suo passito DOCG. Ed anche il Palio ha un podio degno di una denominazione di origine controllata garantita. Domina ancora Gregoire in solitaria, ventiquattro ore dopo aver conquistato il Belvedere. Dietro di lui finiscono Edgar Andres Pinzon (Colombia Tierra de Atletas) e Johannes Staune-Mittet, il norvegese della Jumbo-Visma Development (ricordate?) che ci aveva proprio pronosticato due giorni fa il suo compagno e connazionale Per Strand Hagenes.

Davide De Cassan quarto al Palio del Recioto, a soli 2″ dal podio. Il veronese ama le salite medio-lunghe ed ha uno spunto veloce (foto Scanferla)
Davide De Cassan quarto al Palio del Recioto, a soli 2″ dal podio (foto Scanferla)

Germani fissa l’obiettivo

Cento metri dopo la linea del traguardo, mentre proseguono gli arrivi frazionati, ci sono due italiani con umore simile e piazzamenti diversi. Uno è Davide De Cassan del Cycling Team Friuli che chiude quarto (primo degli italiani) a 2″ dal podio e che riflette su una gara che ama particolarmente. L’altro, che finisce più staccato nell’ordine d’arrivo, è Lorenzo Germani. Che si abbraccia subito con Gregoire e Samuel Watson, il suo compagno britannico.

«Quando hai confidenza nel leader – ci spiega a caldo il laziale dell’Equipe Continental Groupama-Fdj – le cose vengono più semplici. Conosciamo le sue qualità, quindi non abbiamo problemi a spenderci per lui perché i risultati arrivano. Il suo inserimento con noi? Quando hai un motore del genere non fai fatica ad integrarti. Dopo oggi, visto che siamo in Italia, possiamo dichiarare che puntiamo al Giro d’Italia U23».

De Cassan pensa alla rivincita

Uno degli avversari del talento francese alla corsa rosa sarà proprio De Cassan, che ritroviamo dopo la riunione post gara col suo diesse Fabio Baronti. Al Recioto il Cycling Team Friuli meritava qualcosa in più, ma è stato protagonista, come sua natura e come ormai è consuetudine.

Davide quanto vale questo piazzamento?

Questa corsa la considero di casa visto che abito a Cavaion Veronese (che dista a circa 20 chilometri da Negrar, ndr). Ci tenevo a fare bella figura già dall’anno scorso, quando poi è saltata. Quest’anno ancora di più. Ho dato tutto. La squadra mi è stata molto vicino, ha lavorato per me. Li ringrazio. Sono contento perché è una corsa dura, prestigiosa. Questo risultato fa molto morale.

Hai sentito un po’ di pressione?

No no. E’ stato veramente bellissimo correre in mezzo tutto questo pubblico che tifava per me. E’ stato uno stimolo ulteriore.

Sul podio sono finiti tre nomi importanti. Si poteva fare qualcosa di più?

Non saprei. Forse l’unica recriminazione che ho è quando ci è scappato via il norvegese della Jumbo nell’ultima discesa. Peccato, ci siamo guardati troppo in quel frangente e lui ne ha approfittato. Se non fosse andato via potevo giocarmi il podio, visto che poi ho fatto una buona volata per il quarto posto.

Hai avuto un buon avvicinamento grazie al Giro di Sicilia…

Ho sentito subito la differenza in salita tornando a correre tra gli U23. In mezzo ai pro’ ho fatto ritmo. Questo quarto posto voglio che diventi un punto di partenza. Verso fine mese correremo in Polonia poi, in base a come verrà strutturata la squadra per il Giro d’Italia U23, vedremo meglio i programmi. In ogni caso siamo una formazione molto ben attrezzata. Abbiamo fatto un grande Giro di Sicilia. Possiamo toglierci delle soddisfazioni in tante corse.

Com’è il ciclismo italiano nei confronti di questi stranieri?

Per me non è criticabile. Guardando gli ordini d’arrivo di queste gare, tra le più importanti d’Europa, c’è sempre uno o più italiani nella top ten. Qui al Recioto tanti italiani sono stati in fuga per tantissimi chilometri. Dobbiamo aggiustare la mira ma il centro è vicino. E’ solo una questione di approccio alle gare e smettere di buttarci sempre la croce addosso.

Il tuo futuro?

Il CTF è un’ottima società, sto veramente bene qui. Adesso penso a dare tutto gara per gara senza pensare troppo al professionismo. Ora solo testa bassa e menare. E sempre disposto a crescere su tutto.

Obiettivi stagionali?

Su questa gara avevo fatto un cerchiolino rosso fuoco (ride, ndr). E sono soddisfatto. Attualmente non ne ho però un pensierino a qualche tappa del Giro U23 o del Val d’Aosta, dove ho fatto bene l’anno scorso, ce lo faccio. Tanto lì ritroverò quelli che sono arrivati davanti qua al Recioto. Cercheremo di prenderci la rivincita.

Fran Miholjevic: cognome importante come il suo talento

08.04.2022
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Fran Miholjevic ha lo sguardo furbo, ce lo dicono tutti e mentre parla con noi a pochi minuti dal via lo si vede. Il talento non gli manca ed in questo inizio di stagione lo ha ampiamente dimostrato, prima la vittoria al GP Vipava, in Slovenia e poi il secondo posto a San Vendemiano. Durante l’intervista gli occhi corrono lungo le colline di Col San Martino a scrutare l’orizzonte

Allora gli chiediamo se teme l’arrivo della pioggia. «Non mi piace molto correre con la pioggia» risponde rapidamente lui, mentre gli occhi non la smettono di viaggiare. E’ uno dei corridori più promettenti del Cycling Team Friuli e figlio di Vladimir Miholjevic, team manager della Bahrain Victorious.

Il giovane croato, qui in piedi sui pedali in mezzo al gruppo, è al secondo anno nelle file del Cycling Team Friuli
Il giovane croato, qui in piedi sui pedali in mezzo al gruppo, è al secondo anno nelle fila del CT Friuli
Allora Fran, questo inizio anno hai già vinto una corsa e ottenuto buoni risultati.

Sì, la corsa che ho vinto mi ha dato grande motivazione per lavorare bene. Questo è il mio secondo anno con il team, l’anno scorso ho avuto un periodo di adattamento, ma ora mi sento veramente pronto.

Cosa è cambiato rispetto all’anno scorso?

Non avendo più la scuola, ho avuto modo di potermi allenare al meglio e di prepararmi alle corse in maniera più approfondita.

Miholjevic al Trofeo Piva ha sofferto molto il maltempo, tanto da ritirarsi. L’apprendimento passa anche da giornate storte
Miholjevic al Trofeo Piva ha sofferto molto il maltempo, tanto da ritirarsi
La forza non ti manca, cosa ti aspetti da questa stagione?

Ora sto bene e spero di poter andare forte anche nelle prossime gare. Non ho obiettivi, vincere è sempre bello, ma direi che la cosa giusta è andare avanti un passo alla volta, lavorando gara per gara.

Conosciamoci un po’, come hai iniziato ad appassionarti alla bici?

Mio papà mi ha fatto conoscere questo sport, ovviamente non mi ha mai spinto a praticarlo. Però avere accanto sin da piccolo questo mondo mi ha creato curiosità, così ho voluto mettermi alla prova.

Com’è il tuo rapporto con lui?

Mi confronto, ma lascia sempre che sia io a decidere per me. Mi lascia molto spazio da questo punto di vista.

Le bici Merida con le quali corre il Cycling Team Friuli grazie alla collaborazione con la Bahrain Victorious
Le bici Merida con le quali corre il Cycling Team Friuli grazie alla collaborazione con la Bahrain Victorious

La voce del tecnico

Visto il gran parlare che si fa attorno al talento di Fran abbiamo voluto chiedere al suo diesse, Renzo Boscolo, qualche considerazione sul ragazzo.

«Questo è il suo secondo anno con noi – dice Renzo – l’anno scorso ha avuto anche la scuola quindi c’era altro su cui concentrarsi. Però appena finita abbiamo visto quanto è cresciuto in breve tempo, non dobbiamo dimenticare che è un 2002».

Renzo Boscolo diesse del Cycling Team Friuli
Renzo Boscolo diesse del Cycling Team Friuli
Come è arrivato da voi?

Noi come Cycling Team Friuli abbiamo rapporti di confine con tutti gli Stati vicini, sia Slovenia che Croazia. Lui è venuto da noi alla fine del secondo anno da junior chiedendoci se ci fosse posto e lo abbiamo accolto a braccia aperte. Tra l’altro aveva vinto la gara a Cividale, noi eravamo presenti e lo abbiamo notato subito.

Questo suo secondo anno servirà anche per affermarsi?

Vi dico, si sta notevolmente accorciando la finestra per mettersi in mostra. Una volta si aspettavano gli elite, ora si ha a che fare con ragazzi già pronti dopo due anni. Diciamo che lui sicuramente quest’anno ha fatto un bel salto in avanti nella preparazione. Vedremo dove potrà arrivare.

Andreaus: primo podio e sprazzi di talento

18.03.2022
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Marco Andreaus ha conquistato il suo primo podio tra gli under 23 domenica 13 marzo alla Due Giorni per Alessandro Bolis (foto apertura Scanferla). Ha regolato la volata di gruppo alle spalle di Manlio Moro, arrivato sul traguardo con 25 secondi di vantaggio.

«Il mio obiettivo – dice Marco Andreaus – era di ottenere un podio nell’arco della stagione, non mi aspettavo arrivasse così presto. All’inizio della gara non credevo molto in me stesso poi piano piano ho sentito che la gamba era buona e mi sono lanciato nello sprint». 

Marco ha la voce felice, è molto entusiasta e lo si capisce dalle sue parole cariche di trasporto. E’ al suo primo anno da under 23 e corre con il Cycling Team Friuli e oggi lo conosciamo insieme.

Marco Andreaus da junior ha corso con la Assali Stefen Omap, qui nella vittoria alla Coppa Città di Tavo (foto Scanferla)
Andreaus da junior ha corso con la Assali Stefen Omap, qui alla Coppa Città di Tavo (foto Scanferla)
Come sono andati questi primi mesi nella nuova categoria?

Bene, il passaggio di categoria si sente anche se ho sofferto un po’ meno rispetto a quanto mi aspettassi. La differenza maggiore l’ho trovata nella qualità della preparazione e dell’allenamento, da junior non sono mai stato abituato a fare più di tre ore di allenamento in inverno. Ho anche avuto la fortuna di andare a fare un training camp con la Bahrain Victorious.

Com’è stato trovarti faccia a faccia con quei campioni?

Bellissimo (fa un piccolo silenzio, come se stesse sognando, ndr), ero nel gruppo di lavoro con Colbrelli e Caruso. Pedalare gomito a gomito con loro è incredibile, prima li avevo visti solamente in TV. Ho fatto loro un sacco di domande, a Damiano ho chiesto come affrontano le salite e mi ha dato qualche consiglio. A tavola parlavamo delle corse che hanno vinto quando loro erano under.

Un consiglio particolare che ti ricordi?

Quello di non finirmi con troppi allenamenti (ridacchia, ndr).

Marco alle spalle di Wout Poels a sinistra e Jack Haig a destra nel ritiro di dicembre con la Bahrain Victorious
Marco alle spalle di Wout Poels a sinistra e Jack Haig a destra nel ritiro di dicembre con la Bahrain Victorious
Il tuo diesse, Renzo Boscolo ha detto che ti ha portato da loro Fondriest, cosa ti ha convinto a scegliere il CT Friuli?

Devo ammettere che il Cycling Team Friuli lo conoscevo già, ci sono tanti corridori trentini che hanno corso e che corrono qui. Renzo e Maurizio si sono incontrati agli europei di Trento e poi tutti insieme abbiamo parlato del progetto e mi sono convinto a venire qui.

Con Maurizio come ti trovi?

Bene, anzi, molto bene. Siamo insieme da tre anni, da quando ero junior di primo anno. Mi tratta come un figlio, ogni tanto viene da me o mi invita da lui a mangiare la pizza. Capita che usciamo insieme in bici d’estate e lì mi riempie di consigli…

Cosa ti dice in particolare?

Di stare tranquillo e di non aver fretta di crescere. Di non sfinirmi con allenamenti troppo lunghi, sono all’inizio della mia carriera, le cose arriveranno al momento giusto. Soprattutto mi raccomanda di non perdere la mia grinta.

Qui con Jonathan Milan ed i compagni del Cycling Team Friuli davanti al bus della Bahrain
Qui con Jonathan Milan ed i compagni del Cycling Team Friuli davanti al bus della Bahrain
I prossimi obiettivi?

Visto che sono in una squadra continental mi piacerebbe correre qualche gara internazionale. Vorrei testarmi in corse un pochino più impegnative, ma tutto arriverà a tempo debito, ora c’è la scuola da finire.

Che scuola fai?

Frequento l’istituto tecnico di Trento, indirizzo meccatronica.

Vivi a Trento?

Vivo a Borgo Valsugana

Essendo lontano dalla squadra ti alleni da solo?

Quando faccio scarico, il lunedì ed il venerdì, mi alleno con dei miei amici che correvano fino allo scorso anno. Il martedì sono a scuola anche il pomeriggio quindi non mi alleno, il mercoledì e il giovedì mi alleno sul lungo da solo. Un pochino mi pesa, ma sono solo due giorni. Anche se il prossimo anno conto di essere più vicino alla squadra.

Marco Andreaus insieme al suo procuratore e mentore Maurizio Fondriest
Marco Andreaus insieme al suo procuratore e mentore Maurizio Fondriest

Parola al diesse

«Il podio ottenuto domenica è la cosa più concreta ed evidente – dice Renzo Boscolo – ma Marco ha fatto anche tante altre cose belle. Come squadra gli abbiamo sempre chiesto di andare in fuga ed in tutte le corse è sempre riuscito ad entrarci. Ha un gran carattere, ed è molto concreto, riesce sempre a mettere in pratica ciò che gli chiediamo.

«Più che il risultato quel che conta è l’approccio, deve imparare a correre, a fare fatica per tutta la gara. Solamente così riuscirà a crescere ritagliandosi lo spazio giusto anche in categorie superiori. Ora non è importante il risultato, ottenere una vittoria rimanendo sempre nascosti nella pancia del gruppo ti insegna poco, i ragazzi devono imparare a fare fatica. 

A sentirlo parlare Marco sembra davvero un ragazzo con la testa sulle spalle, consapevole di ciò che fa. 

«E’ un ragazzo molto ambizioso – riprende Renzo – poi però bisogna saper mediare il tutto. Ad un ragazzo del primo anno è inutile far correre troppe gare a tappe o corse con i pro’. Non avrebbe nemmeno il tempo per prepararle, come dico sempre: prima c’è la scuola da finire».

Sulle parole di Bartoli, la risposta del CT Friuli

05.03.2022
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Eravamo abbastanza sicuri che dopo l’articolo con Bartoli sul GP La Torre qualcuno ci avrebbe contattato. Pensavamo qualcuno di quelli che si era sentito defraudato dalla vittoria di Buratti, invece a scrivere è stato proprio Renzo Boscolo, direttore sportivo di Buratti e del Cycling Team Friuli.

«Ho letto il tuo articolo con l’intervista a Bartoli – c’era scritto – e credo che hai centrato il punto. Siamo appena partiti e già ci sono lamentele sulle continental. Se hai tempo e piacere, ti dirò la mia…».

Sul podio di Fucecchio, Boscolo (a sinistra) con il vincitore Buratti e il CT Friuli
Sul podio di Fucecchio, Boscolo (a sinistra) con il vincitore Buratti e il CT Friuli

Continental e U23

Il Cycling Team Friuli 2022 è composto da 15 atleti e fatto salvo Donegà e i suoi imminenti 24 anni, gli altri sono tutti nati fra il 2000 e il 2003 (un atleta del 2000, 3 del 2001, 4 del 2002, 5 del 2003), pertanto si tratta di un team under 23 a tutti gli effetti che, non avendo ancora cominciato a correre con i professionisti, aveva tutto il titolo di correre a Fucecchio. Quel che poteva fare la differenza rispetto agli atleti delle piccole squadre toscane era la qualità degli atleti, ma da quando è dannoso correre contro rivali più forti?

«Bartoli ci ha preso – dice Boscolo, subito contattato – ma francamente mi spiace perché domenica non avevo percepito i malumori. Le continental alterano il panorama nel momento in cui iniziano a fare attività con i professionisti, ma anche noi quel giorno partivamo da zero e nei primi 10 c’erano anche ragazzi di squadre più piccole. Abbiamo dovuto sudare per andare a riprendere un corridore di Chioccioli (Lucio Pierantozzi, marchigiano, in fuga per quattro giri, ndr). E soprattutto parliamo sempre di corridori giovani, il cui impegno va dosato. Non puoi mandare i primi anni al massacro. Un po’ tra i professionisti e un po’ tra i dilettanti, non è pensabile con un gruppo così giovane andare a fare esclusivamente una stagione tra i professionisti».

Al GP La Torre, quattro giri in fuga per Lucio Pierantozzi (terzo da destra, al via della Firenze-Empoli, foto Facebook)
Al GP La Torre, quattro giri in fuga per Lucio Pierantozzi (terzo da destra, al via della Firenze-Empoli, foto Facebook)

Il calendario non basta

In realtà sarebbe possibile, su questo siamo parzialmente in disaccordo, se solo il calendario fosse tale da supportare il movimento per come si va strutturando.

«Tredici continental – dice Boscolo – sono troppe e limitano la partecipazione alle corse dei professionisti. Per cui capiterà anche a noi di andare alle gare più piccole, quelle organizzate dalle società che magari domenica si sono lamentate. Noi tutti dobbiamo dire grazie a Renzo Maltinti, ad esempio, che oltre ad avere la squadra, organizza le sue corse. Il ciclismo ormai esiste soltanto in Europa, e le WorldTour ce le ritroviamo anche nelle gare 2.1.

«Ad esempio, con la nostra squadra abbiamo sempre fatto il Sibiu Tour in Romania, ma quest’anno probabilmente non riusciremo. E’ ovvio che anche io preferisca le gare internazionali, ma per ora dobbiamo tenerci stretto il calendario italiano, che è apprezzato anche dalle squadre straniere. Gli sloveni ad esempio se non venissero di qua, non potrebbero garantire una grande attività ai loro ragazzi».

Al Sibiu Tour 2021, Fran Miholjevic in fuga con Aru: il confronto con i più forti fa crescere
Al Sibiu Tour 2021, Fran Miholjevic in fuga con Aru: il confronto con i più forti fa crescere

Guardiamo all’estero

Il punto debole dello sviluppo è infatti il calendario dei professionisti, che non riesce a strutturarsi in modo da concedere spazio a tutti.

«Agli organizzatori – dice Boscolo – interessano le WorldTour e le professional, non mi immagino una Coppi e Bartali con 13 continental italiane. Ma se ci guardiamo intorno, si vede che in Europa le squadre dei dilettanti corrono regolarmente fra le continental e le professional. Adesso va di moda portarli all’estero, dopo che per anni si è detto che così si cresce. Ma se vai fuori a fare figuracce, forse è bene che stai a casa. Per questo 13 continental sono troppe, perché non tutte hanno il livello necessario.

«Bartoli ha centrato il tema, i ragazzi devono confrontarsi con quelli più forti. Il Buratti che ha vinto La Torre, da junior non ha fatto niente. Non mi permetto di dire chi farà carriera e chi no, ma quando poi vai ai mondiali o all’estero, contro questi devi correre. Questi devi battere. Se ci provi tutto l’anno, magari soffri di meno».

Pietrobon: dal Cycling Team Friuli alla Eolo-Kometa

03.02.2022
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Tra le tante novità di questo 2022 c’è il passaggio di Andrea Pietrobon al team Eolo-Kometa, nella formazione under 23. Squadra che nella stagione 2022 avrà al suo interno tanta Italia. Dopo due anni corsi con il Cycling Team Friuli (foto Scanferla in apertura), il giovane corridore veneto si è accasato nel team di Basso e Contador.

«I primi contatti con la Eolo li ho avuti a maggio della scorsa stagione – ci racconta – prima del Giro d’Italia under 23. Poi tra luglio e agosto ho avuto dei problemi fisici che mi hanno condizionato il resto dell’anno. Inizialmente sarei dovuto passare con il team professional, ma vista la situazione ho parlato con Ivan Basso e abbiamo deciso di fare le cose con più calma».

Come stai? I problemi sono alle spalle?

Sì, come detto abbiamo deciso di fare le cose con più calma e, in fondo, va bene così. Già nel 2021 ho avuto modo di parlare con i medici della Eolo e sembra che si sia individuata la soluzione. L’obiettivo è trovare la condizione e ritornare ad andare forte, poi verso metà stagione vedremo se fare lo stagista con la professional.

La preparazione è andata bene?

Tutto secondo i piani, a dicembre ho fatto il primo ritiro con la squadra al completo (team under 23 e professional, ndr). Eravamo ad Oliva, vicino a Calpe. Ho avuto modo di lavorare bene e di parlare con Ivan e di conoscere lo staff. L’organizzazione è al top, hanno uno staff preparatissimo e numeroso. Ci sono tanti meccanici, allenatori, medici, sei sempre seguito al meglio.

Andrea Pietrobon, a sinistra, con il procuratore Scimone e Matteo Fabbro
Andrea Pietrobon, a sinistra, con il procuratore Scimone e Matteo Fabbro
Che differenze hai trovato?

Non molte, al Cycling Team Friuli abbiamo sempre lavorato bene e con uno staff di primo livello, come qui. Il team è molto “italiano” e quindi anche trovare il feeling con compagni e staff è stato semplice.

Con Basso cosa vi siete detti?

Abbiamo parlato un po’ della mia condizione, di come sto e dei programmi. Lui è eccezionale, mette tutti a proprio agio ed è davvero disponibile. Ha una tecnica di comunicazione ed un’empatia invidiabili, non è un caso che il team sia cresciuto tanto in così poco tempo.

A gennaio come ti sei allenato?

Ho fatto un mese alle Canarie, sono tornato l’1 febbraio, ho fatto tre settimane in compagnia di Aleotti e Fabbro e una settimana da solo.

Ti sei confrontato anche con loro sulla tua scelta?

Sì, mi hanno detto di non aver fretta, mi fido molto di quel che mi dicono. Noi del Cycling Team Friuli siamo una vera famiglia. I rapporti con Aleotti poi sono sempre stati buoni, ho corso con lui nel 2020 e ci siamo sempre confrontati in maniera serena.

Andrea Pietrobon ha corso due stagioni con il Cycling Team Friuli. Qui con il diesse Boscolo
Andrea Pietrobon per due stagioni con il CT Friuli, qui con il ds Boscolo
Gli obiettivi per la stagione quali sono?

Inizierò a correre il 19 febbraio in Spagna, gran parte delle corse saranno lì. Oltre a ritrovare il colpo di pedale mi piacerebbe fare qualche gara con la nazionale, come lo scorso anno. Sarebbe bello partecipare alla Settimana Internazionale Coppi e Bartali

Sarete tanti italiani nella squadra under 23?

Siamo sette. Sebastiano Minoia, Edoardo Alleva, Gabriele Raccagni, Manuel Oioli, Andrea Montoli, Davide Piganzoli ed io. Non sentirò la mancanza dell’Italia, ora mi aspetta un bel mese di febbraio in Spagna tra il ritiro, di nuovo ad Oliva, e le prime gare. Poi tornerò a casa.

Coach Mattiussi su Olivo: il motore e il perché della rinuncia al cx

18.01.2022
5 min
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Bryan Olivo resta l’argomento del momento a quanto pare. Il talento friulano è stato più volte chiamato in causa, soprattutto per il fatto che quest’anno non ha corso nel cross dove sembrava essere un predestinato dopo la conquista del tricolore juniores della passata stagione. Bryan è passato al CTF e tra i suoi preparatori c’è anche Alessio Mattiussi (i due sono insieme nella foto di apertura).

Alessio segue Bryan già da un po’, in quanto lo stesso team di Roberto Bressan aveva posto l’attenzione sul ragazzo, lui pertanto potrà darci delle indicazioni concrete da un punto di vista tecnico. Che motore ha? È tagliato per la strada? Oppure può fare molto bene anche su pista e nel cross?

Si dice che sia fortissimo per la strada, forte per la pista e per assurdo meno portato per il ciclocross. Proprio da questi “dubbi” partiamo con Mattiussi.

Bryan Olivo, campionati europei juniores, 2020
Bryan Olivo, classe 2003, nei campionati europei juniores 2020
Bryan Olivo, campionati europei juniores, 2020
Bryan Olivo, classe 2003, nei campionati europei juniores 2020
Alessio, abbiamo visto Olivo impegnato in questi anni su più fronti. Qual è secondo te quello dove potrà fare meglio?

Bryan per tanti anni ha corso nel cross e nella strada, dall’anno scorso ha provato anche la pista. La sua vecchia squadra, l’UC Pordenone, giustamente gli ha fatto provare più discipline e forse lui è uno degli atleti più multidisciplinari che abbiamo. Su strada si è mostrato molto generoso, ha corso spesso all’attacco. Ma io sono convinto che con le sue qualità di endurance tra i dilettanti possa fare ancora meglio, perché negli juniores le gare sono più brevi, il modo di correre è più “intermittente”. Anche se quell’argento ai mondiali su pista conta abbastanza.

Come mai non è stato fatto gareggiare nel cross?

Non volevamo appesantirlo troppo. Ricordiamoci che lui adesso è un primo anno. I ragazzi hanno anche la scuola e mettere troppa carne al fuoco può essere controproducente. Noi vogliamo dargli tempo. Non è detto poi che il prossimo anno qualche gara di cross non possa farla, chiaramente programmandola a dovere.

Che caratteristiche ha il motore di Olivo?

È un corridore molto endurance, ripeto, ma analizzando i suoi dati nell’inseguimento, quindi in quei 4′ circa, si è visto che può andare molto forte anche sotto questo punto di vista, anche pensando alla sparata. Di sicuro non è un ragazzo superveloce e neanche uno scalatore. Però in salita si difende bene. Io lo definirei un passista-scalatore.

Quanto è alto e quanto pesa?

È alto 1,80 metri per 66,5 chili.

Bryan Olivo impegnato in pista con ancora la maglia dell’UC Pordenone (foto Instagram – AT Photographyy)
Bryan Olivo impegnato in pista con ancora la maglia dell’UC Pordenone (foto Instagram – AT Photographyy)
In pratica l’identikit perfetto che cerca Pontoni!

In effetti fisicamente è cresciuto molto quest’anno. Negli ultimi tre anni ha avuto un grande sviluppo, ma sono certo che trarrà grandi benefici da questo inverno. Non ha fatto il cross, è vero, ma ha lavorato molto sulla base aerobica e anche in palestra.

Prima, Alessio, hai parlato di endurance, ma come fai a capire che sono queste le sue qualità migliori?

Come preparatore il potenziometro è la nostra fonte di dati principale. Dati che assumiamo in modo costante, anche in gara, cosa che fino a qualche anno fa non era possibile. E altri strumenti ci consentono di incamerarne altri, penso per esempio alla pressione o alle pulsazioni prese al mattino. Più dati abbiamo e meglio è per il futuro. Oggi moltissimi juniores utilizzano il potenziometro, a volte anche troppo, però questo permette di verificare la crescita dell’atleta e i suoi miglioramenti. Come lo vediamo: analizzando la sua curva di potenza. Da questa emergono pregi e difetti.

E come si comporta in questo caso la curva di Olivo?

Capiamo che sia portato per l’endurance perché dopo un certo periodo di sforzo la sua curva non va mai in picchiata. Se a questo aggiungiamo che sui 10 secondi non ha valori altissimi, possiamo dedurre che sia più portato per gli sforzi prolungati.

Quindi ha ragione Bressan: in teoria nel cross non servono queste attitudini di endurance, o quantomeno non sono quelle che ti fanno emergere a livelli mondiali… Ma torniamo a noi, Alessio: tu che Olivo lo conosci già da un po’ cosa gli piace di più?

Devo dire che la prestazione in pista lo ha colpito parecchio. Bryan è cresciuto nel cross e di certo questo gli è rimasto nel cuore, però si è fidato del nostro giudizio e non ha avuto ripensamenti. Con il campionato italiano a Variano in casa, magari un pensiero ce lo ha fatto, ma è anche consapevole che adesso sta entrando nel mondo vero del ciclismo. Noi del Team Friuli, come sapete, facciamo spesso delle competizioni all’estero ed è quello il mondo che dovrà affrontare.

Lo scorso anno il corridore di Fiume Veneto ha vinto il tricolore juniores nel cross (foto Roberto Ferrante)
Lo scorso anno il corridore di Fiume Veneto ha vinto il tricolore juniores nel cross (foto Roberto Ferrante)
Che Olivo vedremo in questo 2022?

Adesso Bryan è in Spagna con il team, l’idea è quella di partire bene, di farsi vedere subito. Come ho già detto, non dobbiamo dimenticare che si tratta di un ragazzo di primo anno, che deve ancora completare la sua crescita e che ha anche la scuola, cosa che per noi è importante. Lo vedremo all’attacco. E dopo la scuola lo vedremo ancora di più. Al CTF abbiamo l’idea di fargli fare qualche corsa a tappe… una volta finita la scuola.

Bryan è cresciuto, questo vi ha fatto rivedere anche la sua posizione in bici? E lo avete ottimizzato per la strada in qualche modo?

Sì, da quando lo abbiamo preso sotto la nostra ala, in parallelo alla preparazione, c’è stata la sua messa in bici. Certamente qualche accortezza nel passaggio dal cross alla strada c’è stata, penso alla posizione un po’ più aerodinamica. Però il lavoro con lui è stato costante: tre volte l’anno lo vedevamo e tre volte l’anno adeguavamo le misure alla sua crescita.

Olivo forte su strada e su pista: vedi delle analogie con Jonathan Milan?

Jonathan è Jonathan! Lui è diventato campione olimpico ed è ancora giovanissimo. Va detto che anche Jonathan è emerso alla fine del primo anno da dilettante ed è esploso durante il secondo. Da juniores ha vinto “poco”…  e chi lo sa!

Quel Milan corridore prima di Jonathan e Matteo

28.12.2021
6 min
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La prima volta che incontrammo Jonathan Milan era alla fine del 2019 e il gigante di Buja si era recato con suo nonno presso la sede del CTF Lab per mettere a punto la posizione. Villa lo aveva notato in pista e lo aveva convocato per un ritiro. Solo dopo qualche ora, parlando con il diesse Renzo Boscolo, facemmo il collegamento tra quel cognome e un corridore friulano classe 1969 che quasi trent’anni prima avevamo visto passare professionista con l’Amore e Vita. Era l’estate del 1992 e scaduto il blocco olimpico quasi 40 dilettanti italiani si riversarono tra i professionisti.

«Solo una decina di loro tenne banco – racconta Flavio Milan – i più, fra cui anche io, smisero nel giro di un paio di stagioni. In quegli anni era così, non eravamo poi così maturi per passare. E io in casa non avevo nessuno per consigliarmi, a parte mio padre che aveva imparato da sé. Per i miei figli è stato diverso. Avere in famiglia uno che ha corso fa una bella differenza».

Flavio Milan passò professionista nell’estate del 1992 (foto Amore & Vita)
Flavio Milan passò professionista nell’estate del 1992 (foto Amore & Vita)

Flavio Milan, classe 1969

Flavio Milan è il padre di Jonathan e Matteo, figlio di quel nonno che tre anni fa accompagnò l’altissimo nipote biondo. Da dilettante in tre anni, Flavio vinse le internazionali più belle. Il Buffoni e il Belvedere, il Trofeo Zssdi e l’Astico-Brenta, il Trofeo Del Rosso e una tappa del Val d’Aosta, una tappa alla Settimana Bergamasca e il Trofeo De Gasperi. Se non avesse avuto davanti nomi come Bartoli e Casagrande, Pantani, Casartelli e Belli, probabilmente avrebbe meritato spazio in una squadra più grande.

I figli hanno seguito le sue orme – uno già professionista al Team Bahrain Victorious e campione olimpico e mondiale, l’altro U23 di primo anno al CT Friuli – anche se all’inizio lui fece di tutto perché provassero altro.

Un panino durante l’allenamento e poi si riparte: a sinistra Matteo, a destra Jonathan
Un panino durante l’allenamento e poi si riparte: a sinistra Matteo, a destra Jonathan
Li mettesti tu in bicicletta?

Le ho provate tutte perché si dedicassero ad altro. Jonathan ha fatto tennis, nuoto, judo e basket, però si vedeva che non fosse contento. Idem suo fratello Matteo. Finché ci trovammo con un amico, Marco Zontone con cui correvo fra gli amatori, e fondammo la Jam’s Bike Team Buja, smettendo a nostra volta di far gare. Iniziò tutto così. Jonathan cominciò a 5 anni con la mountain bike. Ci tenevo che all’inizio fosse per gioco, sviluppando le abilità alla guida.

Che effetto fa ora pensare che quel bambino è un campione olimpico?

Un bell’effetto, ma anche strano. Non pensavo che sarebbe arrivato così rapidamente a certi risultati, così come che passasse così presto tra i professionisti. Per i nonni e per la mamma è una grandissima emozione. Per me che ho corso è diverso. Da ex corridore, avrei voluto correrle le Olimpiadi. Sono il sogno di tutti, ci vedo un po’ i miei sogni. Avevo vinto i mondiali militari 1988 nella Cento Chilometri, ma non sono riuscito ad andare ai Giochi.

La Jam’s Bike Team Buja, creata anche dal padre, è stata la squadra d’esordio per Jonathan e Matteo (foto Facebook)
La Jam’s Bike Team Buja è stata la squadra d’esordio per entrambi (foto Facebook)
Che idea ti sei fatto dei tuoi figli come corridori?

Jonathan è un passista veloce, che però riuscirà a buttarsi anche nelle volate. Ha quel pizzico di follia che serve per farlo. E poi, avendo tutta questa resistenza sui 4 chilometri, potrà fare anche volate più lunghe.

Invece Matteo?

Matteo è tutto da capire, perché è giovane. Tiene bene sulle salite medie ed è veloce. Al confronto con Jonathan, lui somiglia a me, perché è più piccolino. Jonathan è più pesante, le salite di 4 chilometri sono il suo limite.

Sono due ragazzi molto educati.

Gli abbiamo dato i valori di una famiglia normale, in cui più che con le parole si insegna con l’esempio. Insegnamenti che imprimi quotidianamente.

I ragazzi sembrano molto legati fra loro.

Jonathan non lo dà a vedere, ma si preoccupa per Matteo. Lo controlla tramite i suoi compagni di squadra, i tecnici e lo stesso Andrea Fusaz del CTF Lab, che li prepara entrambi.

Le due vittorie di Matteo non hanno aiutato nella ricerca di un team U23 (foto Scanferla)
Le due vittorie di Matteo non hanno aiutato nella ricerca di un team U23 (foto Scanferla)
Si è un po’ discusso lo scorso anno sull’età di Jonathan e sul suo passaggio…

Ha visto l’opportunità di passare e si è detto che magari il treno non sarebbe ripassato e che poteva succedergli qualcosa per cui non lo avrebbero più voluto e non si sarebbe riconfermato. Adesso non si passa più a 25 anni, adesso a 25 anni si smette. Per cui o si mettono delle regole, oppure si continua così.

Così come?

Tutti parlano di tenerli calmi, ma intanto iniziano a prepararli da esordienti. Io li ho fatti crescere entrambi tranquilli, ma col senno di poi, avrei potuto aumentare del 10 per cento i carichi ai 12-13 anni. Forse con qualche risultato di più, avrei avuto meno difficoltà a trovare una squadra per Matteo. Dicono di tenerli calmi da juniores e poi però vanno a vedere i risultati delle categorie precedenti. Secondo me è tutto sbagliato, ma succede perché i pro’ li cercano a 19 anni. Bisognerebbe che restassero per tre anni fra gli under 23.

Credi che Jonathan sia passato presto?

Ne sono certo e gli mancano le corse a tappe. Al secondo anno da U23 ha fatto il Giro d’Italia, spero che ora possa farne in modo graduale. Non si può buttarli nei primi anni a fare i grandi Giri.

Quando ti sei accorto che avessero qualcosa di speciale?

Jonathan prendeva la bici come gioco anche una volta passato su strada, forse perché veniva dalla MTB. Non ci metteva la grinta necessaria. Se faceva una salita con il nonno, a metà si stancava di stringere i denti e si metteva a fare le impennate, con mio padre che si infuriava fuori misura. La prima volta in cui si è impegnato fu ai regionali su pista al primo anno da junior.

Jonathan Milan è passato dopo due anni da U23: qui nel 2019 (foto Scanferla)
Jonathan Milan è passato dopo due anni da U23: qui nel 2019 (foto Scanferla)
Cosa successe?

Si trovò in finale contro Amadio. Jonathan partiva più forte, l’altro veniva fuori alla distanza. La pista gli piaceva forse perché le gare duravano solo 4 minuti. Così partì a tutta e poi tenne, con Floreani, il direttore sportivo del Team Danieli, che si stupì per il suo rendimento. La pista ce l’ha nel sangue…

Invece Matteo?

A lui la pista non piace, la trova stressante, fra rulli, gare e il pubblico addosso. A Matteo piace la strada e vuole migliorare in salita, ma credo che 2-3 anni da under 23 per lui saranno necessari. Con Fusaz che è molto bravo a leggere i dati.

Un ciclismo diverso dal tuo…

Qualcosa posso ancora spiegargli a livello di tattica. Per il resto ognuno si allena da solo, mentre noi uscivamo in gruppetti. Non è facile allenarsi sempre da soli, devi essere molto motivato. Quanto ad altri consigli… Dico loro di ascoltare tutti, anche il vecchietto che prima della partenza li avvisa di un passaggio particolare. Ascoltare tutti e poi farsi la propria opinione. E’ importante ragionare con la propria testa. Anche se il consiglio gli arriva dal padre…

Jonathan e Matteo: botta e risposta tra i fratelli Milan

12.12.2021
7 min
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I fratelli Sagan. Gli Yates e i Bessega, addirittura gemelli. I fratelli Bais e i due Consonni. Le sorelle Fidanza, per un po’ i Frapporti e tutti quelli che abbiamo sicuramente dimenticato. Quando il ciclismo diventa un affare di famiglia, è curioso andare a vedere in che modo condizioni le vite e il modo di pensare

Così questa volta mettiamo nel mirino i fratelli Milan: Jonathan, classe 2000, campione olimpico e del mondo nell’inseguimento a squadre che corre al Team Bahrain Victorious; Matteo, classe 2003, due vittorie nel 2021 fra gli juniores, in procinto di passare al CT Friuli da cui è sbocciato anche suo fratello. Il papà, Flavio Milan classe 1968, fece una bella carriera da dilettante, vincendo corse come il De Gasperi, il Trofeo Zssdi e il Del Rosso.

Con un po’ di fortuna e se Matteo continuerà a crescere come i tecnici pensano possa fare, i due potrebbero ritrovarsi a correre assieme tra i professionisti, dato che la continental friulana ha un rapporto di collaborazione tecnica con il team WorldTour del Bahrein.

Difficilmente i fratelli si somigliano in tutto, persino i gemelli Yates sono completamente diversi. Perciò proviamo a leggere i due ragazzi di Buja attraverso le risposte che daranno alle stesse domande.

Quando hai iniziato a correre in bici?

MATTEO: «Ho iniziato a correre in bici all’età di quattro anni, alla Jam’s Bike Team Buja».

JONATHAN: «Ho iniziato a correre da giovanissimo, avevo quattro anni».

Hai subito pensato che saresti diventato un corridore?

MATTEO: «Per me correre è sempre stato un divertimento e la passione è cresciuta piano piano, nel tempo».

JONATHAN: «All’inizio era molto un divertimento, ho iniziato con la mountain bike. Poi in età più avanzata sono passato alla strada e lentamente sono riuscito a scoprire le mie doti. Da lì piano piano ho iniziato a sognare di diventare un corridore forte e riuscire a passare professionista. E’ stata una cosa graduale».

Si diventa forti con le gambe o con la testa?

MATTEO: «Si diventa forte con entrambe, una cosa aiuta l’altra».

JONATHAN: «Avendo sia gambe che testa. Ci vuole molta testa per allenarsi e di conseguenza arriveranno anche le gambe».

Una cosa che hai imparato da tuo padre?

MATTEO: «Da mio padre la precisione nei dettagli e a dare sempre il massimo. Invece da mia madre ha imparato a cucinare».

JONATHAN: «La determinazione, cioè che comunque non bisogna mai aver paura di faticare, di rimboccarsi le maniche».

Due aggettivi per descrivere tuo fratello corridore?

MATTEO: «Io descriverei mio fratello come un grande passista veloce».

JONATHAN: «Determinato. Penso che determinato comprenda molte altre sue caratteristiche, quindi lo descriverei con una parola soltanto».

Sin da bambino la corsa dei sogni qual era?

MATTEO: «Sin da bambino la mia corsa dei sogni è sempre stata la Tirreno-Adriatico».

JONATHAN: «E’ sempre stata la Roubaix, ma adesso sinceramente sono molte. Però la Roubaix è una di quelle».

La prima volta che ti sei sentito orgoglioso di tuo fratello?

MATTEO: «Quando ha vinto il regionale in pista da juniores».

JONATHAN: «Ho sempre avuto orgoglio per mio fratello, qualsiasi obiettivo lui riuscisse a raggiungere. Quando si fissa una cosa e riesce a ottenerla con determinazione e impegno, questo è un orgoglio, perché vuol dire che ci sta mettendo del suo».

Siete sempre andati d’accordo?

MATTEO: «Tra noi c’è stata sempre una bella complicità. Ogni tanto è normale che litighiamo per stupidaggini, ma niente di che…».

JONATHAN: «Il nostro è un normalissimo rapporto fra fratelli. Ci sono volte in cui si discute, però mai discussioni accese. Magari i fraintendimenti ci stanno, ma abbiamo un bellissimo rapporto e sono contento di averlo».

Che cosa ti piace di Buja?

MATTEO: «Mi piace la posizione geografica, perché mi permette di passare da percorsi collinari a pianeggianti con facilità. E per quanto riguarda la popolazione, è molto presente sia quando si tratta di aiutare nel momento del bisogno, che quando c’è da festeggiare».

JONATHAN: «Mi piace la gente e mi piace soprattutto la città tranquilla. Ci si conosce più o meno tutti e mi piacciono le sue radici, la sua storia… Mi piace tutto di Buja, ecco!».

Che cosa è per te la fatica?

MATTEO: «Per me la fatica è uno stimolo a fare sempre meglio».

JONATHAN: «La fatica per me è quella soglia in cui iniziamo ad avvicinarci ai nostri limiti, che sono soprattutto mentali. Per me la fatica è questo».

Che cosa è per te la salita?

MATTEO: «La salita non è una discesa…».

JONATHAN: «La salita per me è fatica, in pratica avevo già risposto nella domanda precedente».

Che cos’è per te la cronometro?

MATTEO: «Per me la cronometro è una disciplina che… la lascio a mio fratello!».

JONATHAN: «In primis una gara contro te stesso. Poi ovvio, devi basarti su un tempo e sul tempo che ha fatto l’altro. E’ anche una gara contro gli altri, però in primis contro se stessi. Spingerti contro gli ostacoli mentali e fisici, quindi si torna al concetto di fatica».

Ti sei emozionato mai per una vittoria di tuo fratello?

MATTEO: «Sicuramente la vittoria che mi ha emozionato di più è stata quella alle Olimpiadi che finora è stata anche la più grande».

JONATHAN: «Mi emoziono un po’ quasi tutte le volte, però non glielo dico. E’ un segreto fra di noi…».

Tra i due fratelli ci sono tre anni di differenza e caratteristiche tecniche diverse (foto Instagram)
Tra i due fratelli ci sono tre anni di differenza e caratteristiche tecniche diverse (foto Instagram)
Una dote tecnica che lui ha e tu vorresti avere?

MATTEO: «Sicuramente la digestione veloce e boh… scherzo! La dote vera che vorrei avere la sua lucidità negli sprint».

JONATHAN: «E’ un ragazzo veloce, ma tiene molto bene anche sulle salite. In più sta iniziando a essere anche un bel passistone. A me piacerebbe tenere come lui nelle salite medio lunghe di 5/6 chilometri. Almeno fino a quest’anno è stato così, adesso farà il salto di categoria e si dovrà rivedere tutto, ma per me diventerà un ottimo corridore da classiche».

Una tua qualità che gli vorresti regalare?

MATTEO: «Saper cucinare!».

JONATHAN: «Non lo so, sinceramente è una domanda molto grande. Non lo so se ne ho… Sinceramente lo sprint un po’ più forte, ecco».

Piatto preferito?

MATTEO: «La pizza mozzarella di bufala e prosciutto».

JONATHAN: «Ce n’è più di uno. Il primo sono le lasagne e poi mettiamo dentro anche il tiramisù, sono veramente matto per questi due piatti!».

Salita preferita?

MATTEO: «La mia salita preferita è Porzus, vicino ad Attimis».

JONATHAN: «Attimis, ci vado spesso. Una salita famosa dove si allenano anche Fabbro e De Marchi, quindi molto frequentata dalle mie parti. Ma di solito (fra virgolette e fra parentesi) non ne faccio molta di salita, essendo un passistone…».

Sognate in giorno di correre insieme?

MATTEO: «Sicuramente correre assieme è uno dei nostri sogni e, perché no, anche tirargli una volata qualche volta».

JONATHAN: «Mi piacerebbe un sacco correre insieme nella stessa squadra e quindi, dai, è un sogno che spero si realizzerà».