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La salita, la forza, i sogni: a tu per tu con Erica Magnaldi

31.12.2022
5 min
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Erica Magnaldi è una delle scalatrici più forti del panorama internazionale e di sicuro una delle migliori in Italia. Quella del 2022 è stata una buona stagione, anche se forse le è mancato l’acuto. Però è cresciuta. E’ stata costante. Il primo anno di WorldTour non è così semplice alla fine.

L’ex sciatrice di fondo ci ha dedicato del tempo e con lei si è parlato, tra le altre cose, anche del ruolo della scalatrice. Figura tanto amata quanto coinvolta in un periodo storico particolare. Tra gli uomini gli scalatori puri iniziano a scarseggiare. E’ così anche tra le donne? Sentiamo cosa ci ha detto l’atleta della UAE Adq.

Erica Magnaldi (classe 1992), qui durante l’intervista, si appresta ad iniziare la sua sesta stagione da pro’
Erica Magnaldi (classe 1992), qui durante l’intervista, si appresta ad iniziare la sua sesta stagione da pro’
Erica, che stagione è stata quella appena finita?

E’ stata una stagione con degli ottimi risultati, sia individuali che di squadra e sicuramente una bella prima stagione con questa nuova squadra. Sono fiera di aver portato questi colori e di continuare a farlo anche nel 2023. Ma è stata anche una stagione conclusa con largo anticipo, perché ho deciso di affrontare un intervento chirurgico a fine agosto. Mi sono operata all’arteria iliaca per risolvere un problema. Ci ho dovuto convivere tutto quest’anno e molto probabilmente anche in passato. 

Cosa significa convivere?

Ho dovuto gestire questa situazione durante le gare, correre in maniera un po’ diversa. Spesso non potevo esagerare, fare dei grossi fuori giri in quanto sapevo che non avrei tenuto per via della gamba. Però, nonostante questo, sono riuscita comunque a togliermi delle belle soddisfazioni. 

In ottica 2023, questo intervento potrà cambiare molto. Immaginiamo ti possa dare fiducia… 

Sicuramente. Aver deciso di fare l’operazione è stato proprio per questo. Volevo risolvere completamente questo problema per essere libera. Ero cosciente di quello che ero riuscita a fare, nonostante fossi parzialmente limitata. Poter fare le prossime stagioni al pieno delle mie forze magari mi farà fare un piccolo step. E’ stata un’operazione complessa e può recidivare. Io tra l’altro sono stata particolarmente sfortunata perché ho dovuto farla due volte: al primo tentativo non era stata risolutiva e quindi dopo un mese mi sono dovuta operare di nuovo. E’ stata dura mentalmente. Però sono contenta di esserne uscita e di aver ripreso ad allenarmi. 

Quanto sei stata ferma?

Due mesi e mezzo. Mi è mancata tanto la bici, però l’aspetto positivo è che non ho mai avuto così tanta voglia come quest’anno di allenarmi.

La cuneese ha subito una doppia operazione a fine estate (foto Instagram)
La cuneese ha subito una doppia operazione a fine estate (foto Instagram)
Erica, sei una scalatrice con l’arrivo di un’atleta forte come Silvia Persico come vi gestirete in salita? Immaginiamo che lei avrà un ruolo importante visti i suoi risultati…

Intanto bisognerà vedere quanto tempo ci metterò a ritrovare una buona condizione e come risponderà il mio fisico allo stress importante a cui è stato sottoposto. Immagino che nella prima parte di stagione non potrò essere al 100%, pertanto sarò più che felice di mettermi a disposizione in qualsiasi ruolo la squadra voglia affidarmi, per Silvia e per le altre. Il livello medio della squadra si è alzato molto e abbiamo diverse carte che possiamo giocarci bene. Sono felice di essere una di queste pedine.

Cosa ti aspetti da te stessa?

Se le cose andranno come spero e arriverò bene agli appuntamenti a cui tengo di più, avrò dello spazio anche per me stessa. E gli appuntamenti a cui tengo sono le corse dure, quelle in salita…  quindi i grandi Giri.

Parlando con i tuoi colleghi uomini, si dice che la figura dello scalatore puro stia scomparendo: evoluzione delle preparazioni, dei materiali, dei rapporti… Lo scalatore da 55 chili è ormai una chimera. E’ così anche tra le donne, visto che il livello cresce come tra gli uomini?

Penso che in parte sia così anche tra le donne. Anzi, forse da noi questa cosa si avverte ancora di più. E’ sempre più difficile sperare di staccare tutte su una salita secca e arrivare da sole. E dipende anche dai percorsi. Le occasioni per farlo sono molto poche, si contano sulle dita di una mano. Alla fine sono quelle poche tappe al Giro o al Tour in cui effettivamente si riesce a fare una corsa di grande selezione, proprio perché il livello medio si è alzato molto. Solo nell’avvicinamento alla salita se sei una scalatrice pura e magrolina, se non hai i watt, la potenza per reggere in pianura… fai tanta fatica. Puoi essere la più forte al mondo in salita, ma se ci arrivi consumata dallo sforzo non puoi esprimerti al 100%.

E se ci fossero stati i vecchi rapporti, tu che sei una scalatrice saresti stata avvantaggiata? Prima il 34 non c’era e la passista-scalatrice riesce a difendersi con l’alta cadenza…

Probabilmente i rapporti più corti avvantaggiano più loro che noi scalatrici, però resto dell’idea che ormai comunque devi essere capace di difenderti su ogni terreno. Bisogna avere una certa potenza di base.

La salita è il terreno preferito dalla Magnaldi. «Per andare forte – dice – non basta solo essere leggere ma serve anche la forza pura»
La salita è il terreno preferito dalla Magnaldi. «Per andare forte – dice – non basta solo essere leggere ma serve anche la forza pura»
A proposito di potenza, ci sembri più tonica, più muscolosa. E’ così effettivamente?

E’ vero, ho lavorato parecchio sulla forza. Io ho iniziato tardi con il ciclismo: quando sono diventata una pro’ avevo già 24 anni. Da quando ho iniziato, anno per anno, ho visto che il mio corpo è cambiato. Già soltanto aumentando la quantità di chilometri ho sviluppato dei muscoli differenti. In più negli ultimi due anni ho introdotto anche la preparazione in palestra e ne ho tratto un gran beneficio.

E’ fondamentale ormai…

E’ così. E’ necessario per poter rispondere agli attacchi, per poter tenere bene in gruppo e non essere al gancio già in pianura. Avere appunto un po’ di watt assoluti è vitale, non conta soltanto un buon rapporto potenza/peso.

Prima hai detto che le tappe per voi scalatrici si contano sulle dita di una mano: e allora qual è il sogno di Erica Magnaldi?

Se dovessi scegliere una corsa mi piacerebbe vincere una tappa. Una di quelle dure del Giro, del Tour. E perché no, magari centrare una top five in classifica generale. 

Giù il tabù della massaggiatrice. L’esperienza di Laura Doimo

29.12.2022
6 min
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Donne e ciclismo, un connubio che fino a qualche anno fa non era così scontato, anzi… Ma qualcosa si muove. Merito dei tempi che cambiano e, nel caso più specifico, dell’avvento del WorldTour femminile che ha dato un grande impulso anche culturale se vogliamo. E così ecco che Fabiana Luperini diventa la prima direttrice sportiva italiana in una squadra maschile, il Team Corratecche ci siano più addette stampa e persino delle massaggiatrici in pianta stabile tra i pro’. Una di queste è Laura Doimo.

E quello della massaggiatrice è il ruolo più delicato. Interfacciarsi con una massaggiatrice donna per molti è più complicato. E anche per questo motivo per loro trovare spazio nei team non è facile. La Doimo però è una di coloro che invece sembra averlo trovato questo spazio. Laura infatti dalla prossima stagione farà parte dello staff della Q36.5

Ad aprire le porte del grande ciclismo alla Doimo è stato Francesco Frassi (alla destra di Laura), ora diesse della Corratec
Ad aprire le porte del grande ciclismo alla Doimo è stato Francesco Frassi (alla destra di Laura), ora diesse della Corratec
Laura sei stata la prima massaggiatrice italiana in una squadra maschile… Tu avevi iniziato con l’Amore e Vita e c’era anche Francesco Frassi, il quale ha oggi richiamato alla Corratec anche la Luperini. Serviva dunque una persona più sensibile per rompere questo tabù?

Sì, fu Frassi a coinvolgermi tra gli uomini. Io ero nel mondo femminile, ma volevo passare a quello maschile. Facemmo una trasferta in Francia. Era una gara di cinque giorni. Erano i tempi dell’Amore e Vita e quella esperienza mi ha praticamente fatto entrare nel mondo maschile. Sei anni fa poi la differenza era molto più marcata, adesso invece tra donne e uomini è tutto molto più simile. A quei tempi una donna ai massaggi faceva paura. Frassi mi disse: “Non ti preoccupare, vieni via con noi, vedrai che non cambia tanto”. Mi piacque tantissimo e mi accorsi subito che era tutta un’altra cosa.

Da lì è iniziato il tutto?

Esatto, perché poi sembra un mondo grande, ma in realtà è piccolissimo. Ti vedono, ti conoscono e ti chiamano. Quest’anno ho lavorato con tante squadre, una diversa dall’altra… anche under 23. Ero al Giro under 23 con l’interregionale.

Laura, raccontaci un po’ la tua storia…

Sono stata insieme ad un corridore per quattro anni. Era un professionista che correva nel WorldTour. Io ero estetista, facevo già i massaggi e avevo fatto dei corsi e degli studi che poi andando avanti ho perfezionato e continuo a fare anche in ambito sportivo. Già all’epoca facevo dei massaggi e spesso li praticavo sul mio compagno. E’ successo che una volta sono andata a vederlo al Tour de France. Sono rimasta con gli altri massaggiatori all’interno del bus e per due giorni ho fatto tutto quello che facevano loro: dagli alberghi a tutto il resto e mi sono innamorata di questo mestiere.

La Doimo ha lottato per ottenere un posto in una squadra maschile. Le prime esperienze risalgono al 2015/2016 con l’Amore e Vita
La Doimo ha lottato per ottenere un posto in una squadra maschile. Le prime esperienze risalgono al 2015/2016 con l’Amore e Vita
E’ comprensibile. E come sei arrivata al ciclismo?

Mi piace muovermi, essere sempre in giro e il mondo dello sport lo adoro. Poi la storia con questo atleta è finita, ho continuato ad avere il mio centro di estetica, ma contestualmente un amico mi ha chiesto se volevo fare la massaggiatrice in una squadra ciclistica femminile. Ho imparato il mestiere anche grazie ad un massaggiatore e fisioterapista della mia zona che lavorava nel ciclismo. Qualche tempo dopo mi hanno proposto di fare questo lavoro a tempo pieno. E così ho mollato il mio centro…

E adesso sei alla Q36.5…

L’anno scorso ho provato a chiedere a tutte le maggiori squadre, soprattutto squadre italiane. Ma queste non vogliono saperne di donne. Alcune squadre straniere sì, anche se non sono entusiaste in prima battuta. Però all’estero è diverso. E’ più accettato questo mio ruolo. Quest’anno ho firmato con la Q36.5. A loro invece piace proprio: vogliono le donne nello staff perché molti di quel gruppo ci si sono trovati bene in passato. 

Resta difficile trovare squadra?

C’è molta difficoltà. Ho avuto delle belle soddisfazioni. Molti ragazzi si sono trovati veramente bene con me, e io con loro. Per assurdo è più facile rispetto al mondo delle donne che è più particolare.

Laura ha collaborato anche con squadre femminile, tra queste la Valcar
La massaggiatrice ha collaborato anche con squadre femminile, tra queste la Valcar
C’è una sorta di pudore da parte dei corridori verso la massaggiatrice donna, pensando che devono spogliarsi durante il massaggio? 

Pudore… io lo vedo dalla parte della donna, perché magari un massaggiatore uomo queste cose non le nota. Diciamo che siamo in un mondo dove gli ormoni sono molto alti, sia nei ragazzi che nello staff. Ma forse, anzi senza forse, gli atleti sono molto più tranquilli. Sì, può succedere a volte che un corridore ci provi, però non ci sono problemi. So io come fare. Il peggio è il resto dello staff. Molti quando vedono una donna, magari anche piacevole, dopo un po’ di giorni che magari si è in trasferta cominciano a fare gli “sciocchi”. Quindi se tu donna sei una persona un po’ debole…

Ci “caschi”….

Esatto. Succede il caos e ti rovini la reputazione, il rapporto di lavoro. Io l’ho sempre detto a me stessa dal primo momento che sono entrata nelle squadre maschili: “Non devo fare la scema”. Non mi è difficile, non ho più vent’anni, quindi so gestire la mia vita. Però è già successo che ragazze più giovani di me siano rimaste coinvolte in alcune storie e si siano bruciate. E tutto sommato posso anche capirlo: ragazzo e ragazza giovani, carini…  Però bisogna ricordarsi che si è sul posto di lavoro. Devi essere professionale e rigare dritta. Perché se sbagli una volta sei segnata per sempre. 

Per molti anni il ciclismo è stato un tabù per le donne anche negli staff. Adesso le cose stanno cambiando
Per molti anni il ciclismo è stato un tabù per le donne anche negli staff. Adesso le cose stanno cambiando
Nel mondo femminile gli staff sono dominati dalle “quote rosa”: è più facile?

Il mondo femminile è completamente un’altra cosa. Là tutto è concesso e non ci sono certi problemi. Però a me piace essere seria: fuori dal lavoro ho la mia vita, all’interno del lavoro ne ho un’altra. Nel mondo femminile è più facile chiaramente. Negli ultimi due anni soprattutto stanno proprio cercando donne per gli staff. E vogliono donne che abbiano potere come le diesse, o che guidino i bus, che facciano i massaggi e persino il meccanico… anche se quest’ultima figura è un po’ più difficile da trovare al femminile. In questi anni ho avuto richieste di continuo dal mondo femminile.

E tu? Prima hai detto che è anche più particolare…

Ci ho già lavorato per quattro anni e posso dire che con le ragazze non è facile. Soprattutto da un punto di vista psicologico. Da donna ammetto che caratterialmente siamo più difficili da gestire. Spesso le atlete se non c’è un problema se lo inventano. E devi avere tanta, tanta pazienza. L’anno scorso ho lavorato con le ragazze dell’Alé e mi son trovata bene con tutte, però è un continuo lavoro psicologico. Vedendola da terapeuta, i ragazzi combattono un po’ di più.

Adesso quante massaggiatrici siete più o meno tra professionisti e professioniste?

Non saprei dire un numero, ma ne vedo sempre di più. Addette stampa ce ne sono parecchie… Comunque i team WorldTour che hanno sia la squadra femminile che quella maschile hanno un numero maggiori di massaggiatrici. Hanno ormai lo staff unico e se lo scambiano. Perciò capita spesso che le donne che sono con le donne magari vadano anche con la squadra maschile. Anche diversi medici sono donne.

Con Alé il dietro le quinte di una WorldTour femminile

10.11.2022
5 min
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Alé ha un animo femminile. Per questo cura i capi per le donne come mai nessuno prima attraverso lo studio della vestibilità e lo stile unico. Questa è la filosofia che viene applicata a 360 gradi in tutta la gamma Alé. Dalla vendita diretta all’e-commerce, fino alla realizzazione del vestiario per un Team WorldTour donne. Alessia Piccolo, AD di APG, è attrice in prima persona dell’intento rivolto a valorizzare il ciclismo rosa, con gamme dedicate e sponsorizzazioni a team giovanili per ragazze. 

Per questo viaggio dietro le quinte prendiamo come esempio il Team BikeExchange-Jayco che l’azienda veneta veste dai maschi alle femmine. Nella realizzazione di materiale tecnico per un team di questa caratura c’è un’attenzione ai dettagli che viene portata ad una cura di livello sartoriale. Scopriamolo insieme ad Alessandro Migliorini, Responsabile Marketing e Monica Rudella, Responsabile del Prodotto. 

La BikeExchange è un esempio di come l’azienda veneta lavori parallelamente su più fronti
La BikeExchange è un esempio di come l’azienda veneta lavori parallelamente su più fronti

La donna al centro

La cura di ogni dettaglio è ciò che fa la differenza, in ambito sportivo questo aspetto è amplificato all’ennesima potenza in più direzioni. Per Alé ogni esigenza e curva del corpo femminile ha un’importanza viscerale e non trascurabile. «Tutti i capi del Team BikeExchange – spiega Monica Rudella – sono studiati sull’anatomia delle donne. Non partiamo dal modello da uomo per poi svilupparlo per la donna, come fanno tutti quanti. Noi facciamo esattamente il contrario partiamo dal femminile ex novo. L’uso comune è quello di prendere il capo maschile e farlo in taglie ridotte. Le nostre modelliste studiano la fisicità femminile e la riflettono nei materiali. Così come il fondello studiato ad hoc per l’esigenze femminili, con punti di pressione totalmente differenti da quelli maschili. Questo secondo me è il plus di Alé.

«Essendo donna, Alessia Piccolo, ci tiene molto alla cura dell’abbigliamento femminile perché è una cosa che ci contraddistingue. Facciamo spesso indossare i nostri capi progettati in laboratorio alle nostre atlete WorldTour prima di metterci il nostro marchio e mandarlo in produzione. Facciamo anche dieci fitting prima di dire che il capo sia corretto».

Cura sartoriale

Alè vanta un’esperienza trentennale in questo settore, per questo la scelta dei tessuti e il saperli abbinare e cucire con cura è una delle arti che contraddistingue l’azienda. Garantire il massimo della performance e regalare le migliori sensazioni alle cicliste anche nelle situazioni più difficili è l’obiettivo che sta alla base di tutto.

«La scelta dei materiali – dice Migliorini – non si differenzia così tanto tra maschi e femmine perché vengono usati filati top di gamma ad alte prestazioni. Più che altro cambia la scelta delle grafiche e i tagli. La vestibilità è un elemento determinante per il comfort femminile. Per esempio fianchi più sciancrati. La parte dietro è adattata perché c’è un’altra fisionomia rispetto al corpo maschile. Le parti davanti non sono mai in rete ma sono chiuse per non essere trasparenti. Poi per quanto riguarda i materiali abbiamo fatto studi e l’esigenze rimangono le stesse. Il fitting rimane un elemento portante per la realizzazione della divisa e dei capi in generale.

«Oltre alla differenza maschio e femmina, bisogna considerare che ogni atleta ha il suo kit. Sono prodotti sartoriali. Per esempio a Sanchez gli piace la manica un centimetro più lunga mentre a Landa un po’ più corta, noi la realizziamo perché sia perfetta per ognuno di loro. Gli atleti hanno tutte le vestibilità fatte su misura. Per una squadra in media facciamo almeno venti tagli differenti, totalmente su misura per ogni corridore. Rispettiamo le esigenze al millimetro perché pensiamo siano dettagli che possono fare la differenza. Sono capi che vanno indossati a pelle quindi devono seguire le linee del corpo in ogni sua fisionomia. Dai training camp si prendono le misurazioni nei team e dopo pochi giorni siamo in grado di fornire i kit a tutta la squadra»

Qui Alessia Piccolo nel 1° Gran Premio Alé
Qui Alessia Piccolo nel 1° Gran Premio Alé

In prima linea Alessia Piccolo

Alessia Piccolo tiene molto al ciclismo femminile e all’attenzione del prodotto in ogni sua fase.

«Alessia vede tutto indossato in posizione bici – dice Monica Rudella – per poter apprezzare ogni dettaglio in movimento. L’atleta si mette sul rullo e cerchiamo ogni particolare registrando tutti i funzionamenti dei tessuti e delle vestibilità applicate. Qualsiasi cosa deve essere indossata in posizione atletica, non in piedi perché quella è la sua vera funzione. La visione di Alessia è totale, non lascia nulla al caso. Sia per la vestibilità, sia per i materiali, è fondamentale che tutto l’insieme sia progettato ad hoc per la donna. Le grafiche il design sono tutti curati, collaboriamo anche con stilisti esterni ma la supervisione passa sempre da lei. Alessia in primis testa i prodotti ed è la prima che ci fa notare correzioni e dettagli da curare prima di mandare in produzione».

La Piccolo è promotrice anche del ciclismo rosa, attraverso sponsorizzazioni. Il 4 settembre si è svolto il Gran Premio Alé Cycling dedicato alle ragazze delle categorie Esordienti ed Allieve.

Dai pro’ agli amatori

La ricerca ha bisogno di “cavie”. Quelle di Alé sono decisamente speciali. Sono i ciclisti professionisti con cui l’azienda collabora da anni. Nessuno come loro è infatti in grado di dare indicazioni e suggerimenti sui prodotti da sviluppare. 

«Viene sviluppato tutto anche in corsa. Per esempio – riprende Rudella – l’atleta ha provato un capo particolare e ha proposto qualche miglioramento o modifica. Noi lo ascoltiamo e lo miglioriamo in laboratorio per la successiva volta. Ed è da lì che noi partiamo per sviluppare la gamma che vendiamo al pubblico, sfruttando questi preziosi consigli per poi regalarli agli utenti che poi andranno ad acquistare i nostri capi. Siamo convinti che i nostri tester siano i corridori sul campo e che questo sia un elemento unico di cui Alé può essere orgogliosa».

Canins, due Tour e un Giro: «Bene la tecnica, meglio la fantasia»

06.11.2022
6 min
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Uno sguardo al ciclismo femminile con Maria Canins, due Tour vinti (foto di apertura), un Giro e un mondiale cronosquadre. E per farlo partiamo proprio da una frase che la campionessa ci disse qualche tempo fa. In un’intervista alla vigilia delle Olimpiadi, Gabriele Gentili le chiese se seguisse ancora il ciclismo femminile.

La Canins rispose così: «Un po’ sì… Forse andrò contro corrente, ma ho sempre pensato che il grande errore del ciclismo femminile sia stato quello di andare troppo dietro a quanto fanno i pro’, quando invece bisognerebbe scegliere una propria via, più semplice, più divertente. Il paragone con l’altro sesso sarà sempre perdente, è come paragonare la gara dei 100 metri maschile in atletica a quella femminile, sarà sempre la prima ad attira.

«Non capisco come facciano a correre con quegli auricolari sempre nelle orecchie, io non li avrei sopportati. A me piaceva correre e inventare, un giorno andava bene e l’altro magari no, ma così era più divertente».

Sei sempre del parere che cercare di paragonare il ciclismo femminile a quello maschile sia sbagliato dopo un anno così intenso per il ciclismo in rosa?

Per me ve bene tutto, il paragone ci sta, ma non deve essere troppo. Va a finire che con troppe gare ci si stanchi e si stanchino le atlete, perché rispetto agli uomini hanno lo stesso calendario, ma sono di meno. Quella a cui abbiamo assistito è stata una stagione davvero ricca di gare.

Troppe gare finiscono per annoiare dunque?

Se non ti fermi mai, arriva il momento in cui poi ti stanchi, che smetti di divertirti, perché almeno per me parte tutto da lì: dal divertimento. E magari va a finire che molli. Devi avere il tempo per te stessa. Ricordiamoci che parliamo di ragazze giovani.

Con la Vuelta che aumenterà man mano le sue tappe, presto avremmo tre grandi Giri anche tra le donne. Hai seguito la presentazione del prossimo Tour Femmes?

Non troppo, ma so che non c’è tanta salita. Almeno così mi hanno detto. Che c’è solo una tappa di montagna.

Mondiali 2022, la Canins ha esaltato il gesto tecnico-atletico della Van Vleuten nel finale
Mondiali 2022, la Canins ha esaltato il gesto tecnico-atletico della Van Vleuten nel finale
Che ci sia un solo tappone è vero, tra l’altro si scalano Aspin e Tourmalet, ma per noi è un tracciato molto duro. La salita non manca e si fa fatica a trovare una frazione per velociste pure…

In effetti in Francia di piatto piatto c’è ben poco. La pianura francese è sempre un po’ vallonata. Però mi fa piacere che ci siano queste tappe di alta montagna così prestigiose. In generale mi piace questo ciclismo moderno, è tornato più d’attacco come in passato

Però rispetto al passato è stato fatto un bel balzo in avanti…

Sicuro, in confronto a noi non c’è paragone. La Cappellotto mi tiene informata e mi dice che da qualche anno girano anche bei “soldini” per le ragazze, è tutto un altro mondo. Noi eravamo le appassionate che correvano. Oggi oltre a buoni stipendi vedo i bus, i massaggiatori, staff importanti… Bello.

E a Maria Canins sarebbe piaciuto correre in questo ciclismo?

No – risponde secca l’altoatesina – e il primo motivo per cui dico no è che non sarei stata in grado di accettare chi mi guidava dalla macchina: «Vai, aspetta, attacca». Per me il ciclismo era come giocare a carte. E ne ho perse di corse… A volte sbagliavo, ma seguivo le mie gambe. Anche io avevo il mio direttore sportivo che mi diceva di aspettare, e io magari non lo ascoltavo, ma non c’erano gli stessi vincoli di oggi. E poi non mi piacciono le radioline.

Sulle radioline (si vede il filo sul petto della Paladin) la Canins mette il veto: incidono troppo sul suo modo di concepire il ciclismo
Sulle radioline (si vede il filo sul petto della Paladin) la Canins mette il veto
Concetto che avevi espresso anche la volta scorsa…

Avete visto che bello il mondiale? Con la Van Vleuten che, mezza morta, è riuscita a restare attaccata alle altre e rientrando da dietro le ha passate tutte senza che queste potessero più fare niente. Secondo voi sarebbe successo se avessero avuto le radioline e avessero detto a quelle davanti dei distacchi o ciò che succedeva dietro? O l’austriaca che ha vinto le Olimpiadi. Oggi le atlete senza radioline sono come api che vagabondano in cerca del fiore giusto.

Pensiero chiaro, ci sembra di aver capito: un ciclismo professionistico e d’avanguardia, ma senza radio?

Via le cuffie dalle orecchie e sarebbe un ciclismo di nuovo più semplice, altrimenti diventa un po’ come fare sport ai videogiochi. Se tu vuoi vincere invece devi stare attenta, devi osare. Io per esempio correvo davanti per due motivi: uno, perché in gruppo ero imbranata. E due, perché stando lì controllavo sempre chi scattava, chi c’era, chi non c’era, chi stava bene. 

Massaggiatori, preparatori, diesse… ti sarebbe piaciuto avere queste figure professionali al tuo fianco?

Io venivo dallo sci di fondo e lì i massaggi a quell’epoca non si sapeva neanche cosa fossero. Quando arrivai nel ciclismo mi chiesero: «Maria vuoi un massaggio?». E io risposi: «Un massaggio? E perché?». Ricordo che ad un Giro del Veneto vedevo che li faceva una ragazzina di 19 anni e io a 30 anni non li avevo mai fatti. E idem con i nutrizionisti. A me è sempre piaciuto mangiare di tutto, ma con moderazione… Come faccio ancora oggi del resto.

Bus, nutrizionisti, massaggiatori, materiali evoluti, team più strutturati… Maria è favorevole a tutto ciò
Bus, nutrizionisti, massaggiatori, materiali evoluti, team più strutturati… Maria è favorevole a tutto ciò
E sul fronte della preparazione?

Facevo da sola. Io venivo da altri sport, come detto. Prima ancora del fondo c’era la corsa. La corsa è la base. Sostanzialmente ripresi le teorie della corsa e le applicai al ciclismo: allunghi, ripetute, distanze… Facevo da me. Ricordo che per le pulsazioni si appoggiavano le dita all’altezza della gola. Poi venne il cardiofrequenzimetro e fu un bel passo in avanti.

Quindi hai usato certi strumentazioni?

Sì, sì. Attenzione, io non sono contro l’evoluzione. Anzi, specie quella tecnica, mi piace. Se le ragazze per andare forte sentono di aver bisogno del preparatore, del nutrizionista o altro è giusto che vi ricorrano.

Evoluzione tecnica…

Mi è sempre piaciuta e mi affascina ancora. Sono per le innovazioni. Sono stata la prima ad usare i pedali a sgancio rapido e ad avere il computerino sul manubrio. In questo modo potevo regolarmi su quanto mancasse al traguardo volante, all’arrivo… La stessa cosa per l’abbigliamento. Oggi i capi sono super tecnici. Ed è giusto che non vadano in giro ancora con il pulmino e i completini aperti ad asciugare sui sedili per il giorno dopo. No, no… mi piace questa evoluzione e questa organizzazione.

Tour Femmes: tappe nervose, Tourmalet e crono finale

02.11.2022
5 min
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Otto tappe, una super montagna, una cronometro individuale. La scorsa settimana non è stato presentato solo il Tour degli uomini. Nella stessa occasione è stata svelata anche la Grande Boucle femminile: il Tour de France Femmes.

Dicevamo otto tappe come lo scorso anno, trasferimenti pressoché inesistenti e molto centro-sud. La novità è la cronometro. Anche per questo i chilometri scendono un po’. Si passa dai 1.034 dell’anno scorso ai 956 della prossima estate. A proposito: Le Tour de France Femmes andrà in scena dal 23 al 30 luglio.

Marion Rousse, direttrice del Tour Femmes. Alle sue spalle il percorso 2023 che si snoda nel sud della Francia
Marion Rousse, direttrice del Tour Femmes. Alle sue spalle il percorso 2023 che si snoda nel sud della Francia

Tappe nervose

Il percorso si snoda tutto nel Sud, ma guai a pensare alla bella e lussuosa Costa Azzurra. Si va dalle alture del Massiccio Centrale, a quelle dei Pirenei, passando per le colline e le valli della Garonne e del Tarn.

Ad ospitare le Grand Depart sarà Clermont Ferrand, proprio nella zona del Massiccio Centrale. Una prima tappa subito molto nervosa con una “cote” nel finale che complicherà tanto, ma proprio tanto, le cose alle sprinter.

E questo è uno dei leit motiv del prossimo Tour de Femmes: l’assenza di una vera tappa pianeggiante. Lo scorso anno, complice anche la lotta serrata, si è visto come la “pianura francese” con i suoi tipici vallonati riuscisse a fare scompiglio. Quest’anno sembra essere peggio.

A strizzare l’occhio alle ruote veloci sono la sesta tappa e anche la terza, ma quest’ultima ancora una volta se la dovranno sudare.

Super finale

Per il resto la parola d’ordine è nervosismo o cotes. Una continua Liegi. Senza contare che il chilometraggio non sarà affatto semplice. La frazione più lunga, la quarta, la Cahors-Rodez, misura ben 177 chilometri.

L’unica frazione al di sotto dei 100 chilometri, crono esclusa, è quella che con ogni probabilità deciderà la corsa, vale dire la settima. Quella del Tourmalet. Quella che in fase di presentazione nel Palais des Congres ha visto sentire dei grossi mormorii tra il pubblico.

Il gigante pirenaico si affronta dal versante meno cattivo, ma si deve comunque arrivare in cima. Pertanto da La Mongie, gli ultimi 6 chilometri sono micidiali. La strada si restringe, la pendenza balla costantemente tra il 10 e l’11 per cento. Ci si lascia alle spalle i casermoni della civiltà (appunto La Mongie) e si entra nel regno della natura. Sarà un vero spettacolo fino ai 2.110 metri di questo superbo e storico Colle.

Senza contare che prima si scala un altro passo mitico: l’Aspin!

E il giorno dopo c’è la crono. Come è stato fatto a Wollongong, per uomini e donne l’unica crono in programma misura 22 chilometri. Un altro simbolo dell’evoluzione rapida che sta vivendo il ciclismo in rosa.

La Pau-Pau, però rispetto alla frazione contro il tempo degli uomini è più scorrevole. E più per specialiste. E tutto sommato, dopo tappe dure e dopo il Tourmalet, è anche giusto dare delle possibilità alle passiste.

Le protagoniste

Le big a partire dalla campionessa uscente, Annemiek Van Vleuten, hanno tutte detto che si tratta un Tour Femmes parecchio duro, più dello scorso anno.

«Mi godrò il mio ultimo anno da atleta – ha detto la campionessa della Movistar – Sono felice di vedere una salita famosa come il Tourmalet, così come che ci sarà una crono. E che non ci sarà dello sterrato. In questo modo tutto sarà più equilibrato. Ma certo è un tracciato esigente anche nelle altre tappe».

«Penso che sia un percorso impegnativo ed eccitante già dall’inizio – ha sentenziato la seconda classificata del 2022, Demi Vollering –  C’è solo una grande tappa di montagna ma devi arrivarci bene. Lo abbiamo visto questa estate, i guai sono sempre dietro l’angolo, specie con tappe così nervose. Non vedo l’ora di fare le ricognizioni».

E anche Marta Cavalli ha sentenziato: «Il Tourmalet non ti regala nulla e tante tappe sono davvero belle».

«Ci siamo affidati a ciò che ci hanno suggerito le rider lo scorso anno – ha detto la direttrice del Tour Femmes, Marion Roussel’idea è tenere aperta la corsa fino alla fine, che poi è il sogno di tutti gli organizzatori. Volevamo fare un percorso equilibrato e credo che ci siamo riusciti».

Arzeni: «Alla Valcar ricordi indelebili. Ora ci rispettano»

27.08.2022
6 min
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«Alla fine ci siete riusciti, mi avete fatto licenziare dalla Valcar! Ho letto il titolo: Arzeni e le più forti se ne vanno…». Inizia con una battuta delle sue l’intervista con  Davide Arzeni, lo storico direttore sportivo della squadra blu-fucsia. Che poi aggiunge: «E comunque è impossibile: dalla Valcar non si va mai via».

Il “Capo” è rimasto emozionato dall’intervista fatta qualche giorno con il patron della Valcar-Travel & Service, Valentino Villa. Parole che lo hanno colpito. Si chiude un capitolo importante non solo per Arzeni, ma anche per la squadra e, non ci sembra di esagerare, per il ciclismo femminile italiano.

Questa realtà bergamasca ha inciso davvero molto sulla crescita del movimento femminile nel Belpaese, soprattutto negli ultimi anni. Parlano i risultati e ancora di più il gran numero di ragazze create e uscite da quel vivaio.

Davide Arzeni (a sinistra) e Valentino Villa: per anni hanno rappresentato la spina dorsale della Valcar-Travel & Service
Davide Arzeni (a sinistra) e Valentino Villa: per anni hanno rappresentato la spina dorsale della Valcar-Travel & Service
Davide, partiamo dall’intervista: Villa ha espresso belle parole nei tuoi confronti…

Eh sì, è stata un’intervista importante che mi ha commosso. Mi fa piacere sentire certe parole da una persona così influente della mia vita professionale e non solo… Il siparietto del “padre e dello zio” è tutto vero. Così come sono vere non solo le cose che ha detto ma le parole che ha usato.

Quindi è anche vero che un giorno farete una squadra di ciclocross. Sarebbe la chiusura del cerchio?

Sì, vero anche quello. Ce lo siamo promessi.

Per te e per la Valcar si apre un altro capitolo. Ad un certo punto, complici tante offerte crediamo, hai sentito di dover andare?

Per me non è stata una scelta facile, così come non sono mai facili le scelte importanti della vita. E in quanto scelte importanti vanno condivise con le persone più importanti. Quelle della vita privata, come la famiglia e mia moglie, e quelle della vita professionale, Valentino Villa. Prima di prendere la decisione io ne ho parlato con lui. Non sono andato da Valentino e gli ho detto: “Ciao, io me ne vado”.

Com’è stare lì adesso, sapendo che te ne andrai?

Dopo un primo periodo un po’ strano subito dopo aver preso la decisione, adesso ci sto pensando veramente poco. Sono concentratissimo sulle gare (mentre è al telefono con noi sta visionando il circuito di Plouay dove oggi hanno corso le sue ragazze, ndr) e voglio fare bene. E anche le ragazze, sia quelle che vanno via che quelle che restano, pensano su ciò che bisogna fare adesso e non nel 2023.

Il team di Arzeni ha sempre corso in modo aggressivo. Una volta disse: «Per le corse veloci non ho paura di nessuno con le mie ragazze»
Il team di Arzeni ha sempre corso in modo aggressivo. Una volta disse: «Per le corse veloci non ho paura di nessuno con le mie ragazze»
Avete fatto, e state facendo un’ottima stagione…

Senza nulla togliere a nessuno, ma credo che quest’anno sia stato il vero capolavoro di Valentino.

Perché?

Perché ripartire dopo che se erano andate via la campionessa del mondo (Elisa Balsamo, ndr), la Guazzini(l’anno prima avevano perso anche la Marta Cavalli, ndr) non era facile. E invece nonostante tutto siamo ottavi assoluti nel ranking UCI davanti a molte WorldTour. Abbiamo ottenuto dieci vittorie con sei ragazze diverse… Anche per questo siamo concentrati sul finale di stagione. Vogliamo finire alla grande. Siamo motivatissimi.

Questo aspetto della motivazione non è così scontato. Spesso nel calcio i giocatori quando sanno che l’allenatore andrà via tendono “a mollare”, a non ascoltarlo troppo. Da voi non è così?

No, no… C’è stato un momento un po’ sofferto quando è emersa la mia decisione di andare via, ma adesso il clima del gruppo è sereno. C’è condivisione. E tutte quelle parole che vi ha detto Valentino rendono l’idea di questa serenità, appunto, che c’è in squadra.

Con la vittoria alla MerXem Classic, Eleonora Gasparrini è la sesta atleta della Valcar ad alzare le braccia in stagione
Con la vittoria alla MerXem Classic, Eleonora Gasparrini è la sesta atleta della Valcar ad alzare le braccia in stagione
Quindi c’è voglia di godersi la Valcar?

Siamo tutti competitivi, da me a Villa, dallo staff alle ragazze: ci piace fare bene e ci piace vincere. E poi non è che non ci si vede più! Non ho la sensazione di chi sta per lasciare, o peggio ancora, per abbandonare. C’è condivisione totale.

E’ vero che stai anche cercando il tuo successore per lasciare la squadra nelle migliori mani possibili?

E’ già nelle migliori mani possibili. Villa è una garanzia. Quando Arzeni è venuto in Valcar la squadra già c’era e quando se ne andrà non crollerà. Nel 2015, quando sono arrivato, c’erano già la Consonni, la Persico, la Cavalli, la Balsamo… tutte quelle atlete che poi sono state la base solida del team. Erano lì grazie al lavoro di Villa. Grazie alla sua conoscenza del mondo giovanile, del ciclismo femminile. E così è riuscito a creare un gruppo juniores tanto forte.

Hai un obiettivo, un “pallino” da realizzare, prima di andare via?

Eh – sospira Arzeni – quello più grosso non ve lo dico! L’obiettivo è vincere. Ma mettiamola così: il numero preferito di Valentino è il sette. Noi siamo ottavi in classifica, l’obiettivo è quello di scalare ancora una posizione nel ranking. Ormai c’è questa cosa che mi rimbomba nella testa.

Secondo Arzeni, Villa ha avuto l’occhio lungo. In questa foto del 2016 la Balsamo era davvero una bimba. E’ andata via da iridata elite
Secondo Arzeni, Villa ha avuto l’occhio lungo. In questa foto del 2016 la Balsamo era davvero una bimba. E’ andata via da iridata elite
Insomma, ci stai dicendo che quel senso dello “smontare le righe” non c’è?

Assolutamente no. Neanche da parte di chi il prossimo anno non correrà con la Valcar. E tutte, almeno da quel che so io, hanno già un contratto per l’anno prossimo: sia chi resta ed è confermata, sia chi passa ad un nuovo team e ha firmato contratti importanti. Non c’è la ragazza che pensa: “Vado forte perché devo trovare squadra”. La Persico morde, Chiara Consonni è fuori per infortunio, ma è una tigre in gabbia che non vede l’ora di correre. Anzi, se proprio dovessi dire: io le vedo in crescita. Mi sembrano più in palla di prima. La Cipressi mi dà ottime sensazioni, idem la Piergiovanni. Certo ogni tanto c’è quel pizzico di nostalgia.

Tipo?

L’altro giorno per esempio ho sentito Ilaria (Sanguineti, ndr) dire alla Persico: “Sono le ultime che faccio con te”. Però sono unite. Anche un paio di giorni fa, alla Kreiz Breizh Elites Féminin, non hanno vinto, ma hanno svolto un ottimo lavoro di squadra.

Una bella avventura, dai…

Una volta andavamo alle corse e ci dicevano: “La Valcar? Ma cos’è una squadra?”. Adesso ci presentiamo alle gare WorldTour, perché ne abbiamo diritto, e sapete che per la posizione delle ammiraglie non c’è l’estrazione ma si fa in base al ranking dei presenti. Ebbene, puntuale, dopo i primi 3-4 squadroni ecco la Valcar. Insomma, adesso ci riconoscono e ci rispettano.

Sangalli, un’estate ricca di viaggi, indicazioni e medaglie

18.07.2022
6 min
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Come le rockstar che fissano le date dei propri tour itineranti, anche Paolo Sangalli sta trascorrendo un’estate in giro per il mondo. Il cittì della nazionale femminile infatti negli ultimi due mesi è stato a Wollongong in Australia per il sopralluogo del percorso iridato (attorno al 10 giugno), poi ritiro azzurro a Livigno ed infine in rapida successione altre sei manifestazioni. Già fatti il campionato italiano nella bassa modenese, Giochi del Mediterraneo in Algeria, la tappa di Bergamo al Giro Donne ed europei U23/junior in Portogallo. Il bottino finora con la nazionale è piuttosto ricco.

Pioggia di medaglie

Ad Orano due ori con Guazzini a crono e Guarischi in linea nell’evento che il Coni considera il più importante dopo l’Olimpiade. Ad Anadia tante altre medaglie. Oro nel mixed relay junior, poi argento e bronzo junior rispettivamente con Ciabocco e Venturelli nella prova su strada. Tra le elite due argenti entrambi con Guazzini sia a crono che in linea sempre dietro l’olandese Shirin Van Anrooij. E a conferma della bontà delle spedizioni, in tutte le prove troviamo sempre un’altra azzurra nella top ten.

Le prossime “fermate” garantite di Sangalli saranno il Tour Femmes, gli europei elite a Monaco di Baviera il prossimo 21 agosto e chiusura del cerchio il 24 settembre col mondiale. Tutto questo peregrinare serve per avere sotto controllo la situazione delle azzurre, sia quelle certe di una convocazione sia quelle papabili, benché il tecnico milanese abbia (avuto) le idee chiare sulle formazioni da schierare in ogni appuntamento.

Paolo partiamo da una curiosità. Quanto hai contribuito al disegno del Giro Donne?

Posso dire che ho collaborato abbastanza. In alcune tappe ho proprio dato indicazioni precise, soprattutto per quelle in Sardegna e quella di Bergamo. Invece per le due in Trentino ho detto come dovevano essere. Anche se non ci ho messo troppo mano, la frazione di Cesena onestamente me l’aspettavo così come si è svolta, benché il fattore caldo abbia influito tanto.

Quali erano queste indicazioni?

Posso farvi l’esempio della crono di apertura a Cagliari. Avevo chiesto che non fosse più di 5 chilometri, in modo che le italiane che hanno fatto pista, come Balsamo, Consonni o altre nostre velociste, potessero prendere la maglia rosa qualora avessero vinto la prima tappa in linea e non avessero avuto un grosso distacco a cronometro. E così è stato. Poi ho chiesto che i percorsi ricalcassero in parte quelli degli europei U23, elite e mondiali. Insomma ho pensato alle italiane. D’altronde erano diciassette anni che le nostre ragazze non vincevano almeno tre tappe al Giro Donne (ultima volta nel 2005 con tre successi di Giorgia Bronzini, ndr)

Le italiane al Giro come le hai viste?

Cavalli ha fatto seconda ed è venuta fuori nelle tappe dure, quella del Maniva e le due trentine. Longo Borghini ha fatto una scelta intelligente, ovvero quella di puntare alle tappe anche se poi non è riuscita a vincere, chiudendo con un buon quarto posto. Balsamo è stata protagonista nella prima parte con due vittorie e la maglia rosa. Consonni ha chiuso con una gran volata. Cecchini ha finito in crescendo. Poi bene Magnaldi, Bertizzolo, Barbieri e tutte le altre del giro azzurro.

Torniamo ai tuoi viaggi. Com’è saltare da un posto all’altro?

E’ una cosa utile, che poi ti ritrovi alle gare. Ad esempio Livigno è servito per tutte le ragazze per lavorare bene, specie per la Guazzini che ha potuto recuperare. E’ scesa senza più dolore al ginocchio e quindi con la testa libera. Infatti ha disputato una grande cronometro al Mediterraneo, a prescindere dalle concorrenti. Ha fatto la prestazione che doveva fare. In questi giorni sto facendo una visita alle ragazze che stanno facendo altura.

Che riferimenti hai preso durante questi viaggi?

Tantissimi. Sia su di noi, sia sulle avversarie. Per quanto riguarda la nazionale in vista dell’europeo le gerarchie sono già fatte. Balsamo capitano unico, ma avremo anche l’alternativa. Le altre lavoreranno per lei. Questo non significa che si lavorerà per tenere chiusa la corsa. Vuol dire anche andare in fuga e non farle fare fatica. La strategia sarà ben precisa, anche perché con una Wiebes del genere che sta vincendo tutte le volate, bisogna cercare di fare un certo tipo di corsa. L’olandese è sì uno spauracchio, ma anche uno stimolo per trovare soluzioni per tagliarla fuori.

Per il mondiale invece?

Prenderò spunti dopo il Tour anche se al Giro Donne è venuta fuori una ragazza come Silvia Persico. Una come lei, vedendo la corsa che ha fatto, non posso non considerarla. Ad oggi è dentro al gruppo a pieni voti, senza alcun dubbio. Anche per l’Australia bisognerà studiare una tattica giusta.

Quali altre ragazze ti hanno impressionato?

Tra le under 23 abbiamo un grande movimento. Su tutte, Guazzini, Zanardi e Vitillo, Gasparrini e Malcotti ma anche molte ragazze della Top Girls Fassa Bortolo come Bariani e Tonetti, atlete di prospettiva. Ho tanta possibilità di scelta. Un’altra ragazza che aspetto, e che mi è mancata, è Camilla Alessio che sta recuperando da alcuni problemi di salute.

Lo avevamo detto dopo Cittiglio. E’ una fortuna avere questi problemi di abbondanza…

Direi proprio di sì, anche se bisogna saperla gestire. Ho avuto nazionali sempre molto competitive pur facendo del turnover. Però la cosa che mi piace di più è che tutte le ragazze arrivano super motivate. Tutte vogliono mettersi al servizio delle compagne. Pensate che dopo la fine dell’europeo U23, con Guazzini seconda e Zanardi quarta, la prima preoccupazione di tutte le nostre ragazze era di capire come stesse Gasparrini che era rimasta coinvolta in una brutta caduta nel finale. Con uno spirito così, tutto è più semplice per me.

Nuova Woman Collection di rh+, altro passo fra tecnica e stile

Giada Gambino
11.06.2022
4 min
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Le donne più vicine al ciclismo perché il ciclismo è più vicino alle donne. Finita l’epoca in cui per andare in bici bisognava vestirsi da maschio e pedalare su bici scomode, il popolo femminile su due ruote ha invaso le strade. Linee di abbigliamento al femminile. Accessori. Biciclette. Tutto un mondo disegnato su misura che permette la pratica sportiva e non compromette la femminilità. In questo quadro di eleganza e funzionalità, rh+ lancia sul mercato la sua nuova Woman Collection, composta da maglia, gonna-pantalone, casco e occhiali.

Logo W Jersey

La Logo W Jersey è leggerissima e piacevole da indossare a contatto con la pelle, grazie alla morbidezza del tessuto Morphic Ultra Light 4Way Stretch, che è dotato anche di ottime performance tecniche. Per aumentare ulteriormente la traspirabilità, ad esempio, la parte alta della maglia è realizzata in Morphic Ultra Light Mesh 4Way Stretch.

Nella parte posteriore si riconoscono invece tre tasche posteriori Cargo e una mini tasca con zip per oggetti di valore e l’applicazione di elementi riflettenti.

Il fondo maglia e i polsi soft edge sono confezionati in morbido tessuto elasticizzato, mentre la zip frontale si può aprire del tutto e dispone di camlock autobloccante personalizzato.

Prezzo al pubblico di 74,90 euro.

Abbinamento cromatico, tessuti tecnici, accorgimenti che aumentano la sicurezza
Abbinamento cromatico, tessuti tecnici, accorgimenti che aumentano la sicurezza

All Road W Skirt

La All Road W Skirt, composta da pantaloncino interno e gonna esterna, è pensata per il mondo gravel: un prodotto femminile e performante allo stesso tempo, per sentirsi a proprio agio sia in bici ma non solo. Va detto, dopo averla provata ed essendo abituati all’uso dei più classici pantaloncini, che occorre prenderci la mano e abituarsi all’idea di essere in bici indossando una gonna. L’uso nel gravel fa sì che le velocità inferiori ne limitino i movimenti.

Grazie al girovita in tessuto anatomico ed elasticizzato, essa rimane stabile durante la pedalata, mentre il tessuto Morphic Ergo ID con cui è realizzato lo short interno assicura grande traspirabilità.

La gonna è confezionata in tessuto Biomorphic Ultra Strenght Adaptive Stretch: resistente alle abrasioni, leggero e con la giusta elasticità. Il fondello Ergo Motion Woman permette liberta di movimento e un ridotto volume per evitare sfregamenti.

Anche in questo caso vengono applicati degli inserti riflettenti laterali e posteriori e si trova una mini tasca posteriore con zip per oggetti di valore

Prezzo al pubblico di 109,90 euro.

Casco 3IN1

Il modello di casco 3IN1 è super leggero grazie alla tecnica evolutiva di co-stampaggio e permette una buona regolazione per avvolgere al meglio la testa. Gli adesivi rifrangenti applicati nella parte posteriore permettono una buona visibilità anche in caso di poca luce, sempre nel segno della maggiore sicurezza. L’anello in policarbonato garantisce una grande resistenza meccanica in caso di caduta e impatto. E’ inoltre molto comodo per chi, avendo i capelli lunghi, è costretta a riportarli insieme con una treccia. 

Le visiere fornite sono due: una più corta per l’utilizzo gravel e una più lunga per la mountainbike. Facili da installare e rimuovere, anche con una sola mano, senza fori sulla calotta del casco per potersi adattare alle esigenze e allo stile di ogni tipologia di ciclista.

Un casco dotato di ottima aerazione, con rete interna anti-insetto e cinturino traforato. Il nuovo sistema di regolazione Power Fit Ev Light garantisce un perfetto avvolgimento per dare stabilità, anche con le sollecitazioni della guida off-road. Logo reflex per una maggior visibilità. Peso: 225 gr (Tg XS/M)

Prezzo di 99,90 euro.

Klyma sportglasses

Gli occhiali Klyma hanno un bel design, sono comodi e assorbono perfettamente la luce, garantendo una buona visuale sia quando c’è forte luce sia quando il sole è coperto dalle nuvole. 

Design moderno e avvolgente, lenti di altissima qualità e materiali riciclati. Il nuovo Klyma è Made in Italy con la montatura leggera realizzata in Eco Grilamid e disponibile in otto diverse colorazioni. Due di queste hanno lenti fotocromatiche, ma tutte sono fornite anche di seconda lente orange, facile da sostituire e da utilizzare nelle giornate senza sole o nelle situazioni con continui cambi di luce. 

Peso di 30 grammi e prezzo di 90 euro (120 con lente fotocromatica).

Il nuovo Klyma ha la montatura realizzata in Eco Grilamid e disponibile in otto colorazioni.
Il nuovo Klyma ha la montatura realizzata in Eco Grilamid e disponibile in otto colorazioni.

Infine le calze

Il set è completato dai Logo Sock 15, delle calze molto traspiranti che si possono perfettamente abbinare con la stessa tonalità di colore agli occhiali e al alla gonna.

rh+

Pucinskaite, bastone e carota al ciclismo femminile di oggi

19.04.2022
6 min
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Il ciclismo femminile è un argomento che le sta a cuore. E davvero non potrebbe essere altrimenti per Edita Pucinskaite che ancora oggi pedala con costanza e segue tutte le gare, quelle che c’erano ai suoi tempi e non.

Quando la 47enne lituana – che vive da tantissimo tempo a Monsummano Terme e vincitrice di 98 corse in carriera tra cui il mondiale ’99, il Tour de France ’98, i Giri d’Italia Donne ’06 e ’07 – parla di ciò che è stato il suo mondo lo fa con passione. Ce ne siamo accorti subito quando l’abbiamo chiamata dopo la Roubaix vinta da Longo Borghini.

9 ottobre 1999, Verona. Edita Pucinskaite vince in solitaria il Mondiale su Anna Wilson (AUS) e la connazionale Diana Ziliute
9 ottobre 1999, Verona. Edita Pucinskaite vince in solitaria il Mondiale su Anna Wilson (AUS) e la connazionale Diana Ziliute
Edita che differenze hai notato tra il tuo ciclismo e quello attuale?

C’è molta diversità. Il mio era un ciclismo femminile più equilibrato dove quasi tutte le squadre potevano partecipare a quasi tutte le corse, come ad esempio Giro e Tour. All’epoca quasi tutte le formazioni avevano un budget limitato e più o meno uguale. Le giovani che passavano elite potevano coltivare la speranza di fare carriera anche in una squadra piccola. Ora invece i team più piccoli, a fronte del WorldTour, rischiano di non vedere più la luce e così facendo passa l’entusiasmo. Chi smette di correre o chi smette di avere una squadra. Poi adesso sono quasi tutte uguali le atlete…

Cosa intendi?

Lo dico dal mio punto di vista naturalmente ma vedo che mancano le scalatrici come erano Luperini, Sommariba o anche io stessa. Oggi sono aumentate le piccole gare a tappe dove vincono quasi sempre delle passiste che tengono in salita. E’ cambiato il modo di allenarsi perché sono cambiate le gare. Nel ciclismo moderno saremmo rimaste incompiute perché mancano gare in salita. O meglio mancano le grandi salite che facevamo noi. Ne parlavo poco tempo fa proprio con Fabiana (Luperini, ndr) che probabilmente oggi farebbe la gregaria o si sarebbe dovuta snaturare per cercare di fare risultato. Dal punto di vista tecnico non sono certa che mi sarebbe piaciuto correre in questo ciclismo.

Facendo gli avvocati del diavolo, va detto che il Giro Donne è stato sullo Zoncolan e fino a qualche anno fa era stato criticato per la sua durezza che favoriva solo le scalatrici.

E’ vero ma credo che sia un discorso che si ripresenti con una certa cadenza. E lo dico pur avendo beneficiato di questo aspetto. Dopo edizioni adatte a me in cui avevo fatto seconda o terza, il Giro Donne del 2006 l’ho vinto all’ultima tappa sul Ghisallo, che in pratica era l’unica vera salita di quella edizione. E l’ho vinto di pochi secondi battendo Nicole Brandli altra scalatrice pura di quel periodo. Le lamentele fanno parte del periodo in cui si corre anche se non sempre le capisco. Noi avevamo Giro e Tour di due settimane perché avevamo un calendario meno fitto. Però noi donne siamo in grado di sostenere e sopportare sforzi più lunghi. Come nella maratona, dove uomini e donne fanno la stessa distanza, io vorrei che nel ciclismo femminile ritornassero le grandi salite del ciclismo. E che anche le donne, oltre alle classiche, potessero contare con regolarità sui tre grandi giri a tappe come per gli uomini.

Aspetti positivi ce ne sono nel ciclismo moderno?

Certo, ora noto più organizzazione in ogni singola formazione. Ad esempio, tutte le atlete hanno le bici dello stesso modello. Quando correvo io la bici migliore ce l’aveva solo la capitana o la migliore delle gregarie. Adesso finalmente le ragazze sono tutelate e possono guadagnare uno stipendio regolare. Non che non lo fosse anche prima, ma ora è davvero un lavoro. O quanto meno per quelle del WT però lo sport è fatto così. C’è la serie A e la serie B.

A metà degli anni ’90 c’era stata un’ondata di atlete lituane che hanno dominato in tante gare. Chi adesso ricopre quel ruolo?

Secondo me proprio l’Italia. C’è sempre una azzurra là davanti che vince o si piazza sul podio. L’Olanda la fa sempre da padrona, anche quando correvo io, ma ora le italiane sono le uniche che hanno spezzato o che possono spezzare quel predominio. Longo Borghini è un vero fenomeno, sono felice per la sua vittoria alla Roubaix. Si meriterebbe di vincere un mondiale anche se non può essere messa in dubbio la sua grandezza. Anche Balsamo mi piace tantissimo ed è sempre fantastica. Poi ammiro molto la Cavalli che è una atleta che sta andando in controtendenza. Nasce passista veloce e si sta trasformando in scalatrice, andando forte un po’ ovunque. Quasi un corridore della mia epoca. Spero per lei che possa conquistare un grande giro. Per quanto riguarda la Lituania, il nostro movimento si è un po’ perso anche se stiamo andando molto bene in pista.

C’è una atleta che ti assomiglia?

L’unica in cui mi rivedo un po’, forse perché è un po’ vecchio stampo, è Annemiek Van Vleuten. Come testa e spirito siamo molto simili. Ha un concetto di ciclismo femminile vicino al mio.

Edita, alla fine il ciclismo femminile attuale ti piace?

Direi di sì. Anzi, chi non avrebbe voluto vederlo così? Intanto stanno tornando a fare gare di oltre quattro ore, come è giusto che sia. Il ciclismo femminile oggi finalmente viene preso in considerazione e non più snobbato come quando c’ero io. Ora viene raccontato con serietà da tanti, non tutti, addetti ai lavori. Questa visibilità è importante, anche grazie ai social. E poi mi piace che oggi possano esserci in rete tante foto da conservare. Pensate che io di alcune belle vittorie non ho nulla e non riesco a trovare foto da nessuno. Questi sono ricordi che accompagneranno sempre una atleta.