Il Giro d’Italia di Alessandro De Marchi è già finito, dopo avergli riservato una vera montagna russa di emozioni, prima regalandogli la gioia immensa della maglia rosa vestita per due giorni, poi rendendolo protagonista di una terribile caduta alla tappa numero 12 costatagli il ricovero in ospedale con fratture multiple al costato. Il suo ritiro è stato una grave perdita per la corsa perché il “rosso di Buja” è uno che non passa mai inosservato.
Aiutante alla vigilia per Dan Martin, protagonista alla Israel Start-Up Nation che ha vissuto un Giro finora ben oltre la sufficienza a dispetto dei problemi del suo leader, De Marchi è uno dei più esperti nell’analizzare il ruolo del luogotenente in salita, un ruolo che nella tappa con arrivo all’Alpe di Mera avrà un peso fondamentale: «In tappe come queste il peso specifico di chi è al fianco del capitano è enorme ed è una grande responsabilità».
In sintesi quali sono i suoi compiti?
Dipende molto dalla strategia stabilita dal team e dalle intenzioni del capitano stesso: in certi casi può essere mandato in avanscoperta per fare da punto d’appoggio quando il leader andrà all’attacco, oppure può rimanere al suo fianco e tirarlo fin dove è possibile, facendo il ritmo o rispondendo ad attacchi dei suoi avversari. Può anche essere mandato lui stesso alla ricerca del risultato pieno, per costringere gli avversari a lavorare di più.
De Marchi davanti a Martin: anche in maglia rosa il suo ruolo non era cambiatoDe Marchi a precedere Martin: anche in maglia rosa il suo ruolo non era cambiato
Tra queste eventualità qual è la più faticosa?
Probabilmente la fuga, ma è difficile dirlo in anticipo considerando che dipende molto dalla situazione di gara. Bisogna anche considerare l’altimetria della tappa, se è molto “esigente”…
Il ruolo cambia in base alla classifica?
Certamente, è in base ad essa che si decide se attaccare o difendersi. In quest’ultimo caso avere al fianco il luogotenente è un aspetto fondamentale, la storia del ciclismo è piena di esempi in tal senso.
Conosci le zone di questa tappa?
Personalmente no e mi spiace non averle potute scoprire in sella alla bicicletta. Mi dispiace perché mi ero avvicinato al Giro con la condizione in crescita e credo di averlo dimostrato, ma potevo ancora fare qualcosa d’importante, magari cogliere quel successo di tappa al quale ero andato vicino nel 2012, quando correvo nell’Androni, con meno responsabilità ma più alla garibaldina, con la forza della gioventù. Mi resta però il ricordo di quei due giorni in rosa che nessuno mi toglierà più…
Un altro incontro con Roche, questa volta parlando di biciclette. La bici da gara con ruote alte è solo per grandi “manici”. E Bardet lo prende in giro...
Pare che il Giro tornerà sullo Zoncolan da Sutrio Lassù nel 2003 si combatté una vera battaglia alle spalle di Simoni che vinse. I ricordi di chi c'era
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Forse stasera De Marchi lascerà l’ospedale e tornerà a casa. Va bene che il Giro va avanti, ma non si lascia indietro chi è caduto. E così qualche giorno fa, parlando con Roberto Bressan (grande capo del CT Friuli), venne fuori che si fosse messo di mezzo proprio lui per riportare in ambulanza il Rosso di Buia da Firenze a Udine. Come si passa dalla gioia della maglia rosa all’incubo dell’ospedale? E dove la trovi la voglia di ripartire da un infortunio, se ti sei appena ripreso da quello precedente?
E così nel giorno di riposo del Giro, dopo le tappe friulane in cui Alessandro avrebbe portato via amore e applausi in quantità impensabile, abbiamo deciso di rompergli un po’ le scatole. Essere tornato a Udine ha già riportato mezzo sorriso, la prospettiva di uscire è come essere nell’ultimo chilometro, con tante curve tolgono la vista del traguardo.
Caduta avvenuta nella tappa di Bagno di Romagna e corsa a CareggiCaduta avvenuta nella tappa di Bagno di Romagna e corsa a Careggi
Come stai?
Bene, ma non benissimo. Il viaggio in ambulanza è stato impegnativo, ma adesso sono a Udine. Ho fatto altri esami. Il polmone ha preso una bella botta, che però si assorbe da sola. La frattura della clavicola è composta e per fortuna non serve operarla. Ci sono tre costole rotte che fanno male e due vertebre incrinate per le quali c’è solo da aspettare. Hanno parlato di sei settimane di stop, spero di scendere a quattro. E spero che magari nel frattempo possa fare rulli o palestra. Insomma, non vorrei proprio fermarmi.
Ti ricordi qualcosa della caduta?
Diciamo che negli ultimi due giorni ho cominciato ad avere ricordi più chiari. Hanno sbagliato due davanti. C’era una “esse”, loro sono entrati troppo larghi e di fatto mi hanno impedito di fare la curva. Mi sono reso conto che stavo arrivando alla curva troppo veloce e che sarei caduto. Il primo ricordo di cui sono sicuro è sull’ambulanza nei minuti successivi.
Ti resta in bocca il buono della maglia rosa?
Il buon sapore c’è ancora, ma più che altro adesso c’è il nervoso di dover ripartire. I tre giorni in Friuli dopo la maglia rosa sarebbero stati ossigeno. Se posso dirlo, sono proprio incazzato. Quando caddi in Francia, ero esausto, ora sono arrabbiato.
La maglia rosa conquistata a Sestola dopo la fuga e l’attacco nel finaleLa maglia rosa conquistata a Sestola dopo la fuga e l’attacco nel finale
Sei settimane significano addio a Tokyo, con quattro forse cambia qualcosa…
Il sogno delle Olimpiadi… lo rimettiamo nel cassetto, ma lo lasciamo aperto. So che avrei dovuto conquistarmi il posto in questi giorni. Conosco Davide (Cassani, ndr), so come ragiona. Cercherò di rientrare e di andare forte, poi si vedrà.
Riesci a seguire il Giro in questi giorni?
Ieri ho dato un’occhiata alla tappa, ma quando capitano certe cose reagisco chiudendo il mondo fuori. Voglio tornare a casa, speriamo sia davvero stasera.
Più messaggi per la maglia rosa o per l’infortunio?
La verità è che si sono sovrapposti e sono tantissimi. E’ continuato quello che era iniziato a Sestola. Tanto affetto, che è molto gratificante. Significa che hai lasciato un segno, è come riceverne la conferma. Ci sono momenti in cui un atleta ha proprio bisogno di questo. Tutto quello che avrei voluti a quel punto era finire il Giro e godere del bello ricevuto in quei due giorni in Friuli. Ora non vorrei che la caduta nella mia testa restasse l’ultimo ricordo del Giro.
Che cosa vuoi dire?
Non voglio che si cancelli il bello di quei giorni. Vorrei che nella mia mente l’ultimo ricordo del Giro fosse la maglia rosa.
Prenderla è stato bello, come è stato perderla?
Per come sono fatto, mi è dispiaciuto, ma sono pronto a dire che tenerla uno o due giorni di più non avrebbe fatto una grossa differenza. Ho capito immediatamente che stava sfuggendomi. Ho scollinato, indietro. Ho visto che davanti stavamo facendo i ventagli e io non sapevo che ci fosse vento. Eppure ho trovato gente che ha provato ad aiutarmi a rientrare.
Altri corridori?
Peter Sagan, ad esempio. Ci ha provato anche lui a riportarmi in gruppo ed è stato un gesto bellissimo. Si vedono i corridori che vengono da qualche anno prima, dalla vecchia scuola, che hanno vissuto il bello della Liquigas.
Due giorni in maglia rosa, per fare il pieno di amoreDue giorni in maglia rosa, per fare il pieno di amore
Dobbiamo chiedertelo, proprio perché si parla della stessa tappa: ti sei accorto delle rovine del terremoto che avete attraversato? Perché la televisione non le ha mostrate…
Me ne sono reso conto bene. Anche perché quel giorno ero da solo, facendo la discesa in maglia rosa, ma staccato. Ho visto le case distrutte, le macerie. Mi era venuto in mente anche di parlarne nel podcast di Bidon, ma poi ho parlato di altro.
Come si sta in ospedale ai tempi del covid?
Che cosa ve lo dico a fare?! Non possono venirmi a trovare. Anna (sua moglie, ndr) si è affacciata un paio di volte, ma non è stato semplice. Abbiamo avuto due settimane di emozioni molto forti, prima nel bello e poi nel brutto.
Se non altro, dopo l’incidente in Francia, sai come si fa a ripartire…
Infatti sono quasi a mio agio. Conosco tutti i passaggi. Conto di tornare a casa e essere a posto per la Vuelta. A questo punto voglio correre e correre tanto. Non voglio un’altra stagione a metà.
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La 6ª tappa del Giro d'Italia ci ha fatto conoscere la grinta di Gino Mader, vincitore a San Giacomo, e ha consegnato la maglia rosa ad Attila Valter. E' stato il giorno dei ventagli di Ganna a Forca di Presta e dell'attacco di Ciccone con Bettiol. Doveva e poteva essere anche il giorno per raccontare agli italiani che nelle terre flagellate dal sisma del 2016 le cose stavano andando a posto. Purtroppo gli elicotteri non hanno inquadrato molto. Perciò, ecco quello che vi siete persi e che magari s'è preferito non mostrare. Sono passati 5 anni, valutate voi se si possa davvero parlare di ricostruzione. La foto dell'hotel Regina Giovanna di Borgo d'Arquata, così come le riprese aeree sono state gentilmente fornite da Francesco Riti. Il resto lo abbiamo semplicemente ripreso lungo il percorso.
«Passare là in mezzo – diceva Alessandro Amadio, massaggiatore della Cofidis, facendo il pieno alle porte di Ascoli Piceno durante la sesta tappa del Giro – fa sempre male al cuore».
Già, là in mezzo. Ma chi l’ha visto davvero, da casa, che cosa ci fosse là in mezzo? E De Marchi (foto di apertura di Francesco Riti) si è accorto di quei muri squarciati? Al maltempo, che ha certamente impedito di mostrare a dovere le bellezze dei Sibillini, si è aggiunta infatti la singolare coincidenza di immagini non mostrate, per quale motivo non si è ben capito (difficile che gli operatori non si siano accorti di nulla). Sta di fatto che già nella sera della sesta tappa del Giro d’Italia, quella vinta da Mader a San Giacomo, sui forum e sui social di chi ha vissuto e fatto le spese del terremoto del 2016 è iniziato un aspro tam tam per le immagini non mostrate.
Paesi fantasma
Che cosa non si sarebbe visto? La condizione disastrosa dei paesi rasi al suolo dal sisma e non ancora ricostruiti.
Il passaggio del Giro d’Italia è spesso l’occasione per raccontare la meraviglia dei luoghi, ma poteva essere l’occasione di sottolineare lo stato di persistente emergenza. Noi però c’eravamo, ed essendo originari di quelle stesse zone e avendole molto a cuore, come forse qualcuno saprà, abbiamo documentato con una piccola videocamera e con l’aiuto del drone di Francesco Riti i paesaggi attraverso cui si è mossa la tappa.
Per il passaggio del Giro, fumogeni da quel che resta di Arquata del Tronto
Dal centro di Pretare sono state portate via le macerie, resta solo un gran silenzio
Il senso dell’abbandono è palpabile
La corsa si è infilata in mezzo a quel che resta di paesi inesistenti
Dopo lo sgomento iniziale, chi passa e non conosce, neanche più guarda
La chiesa di Piedilama, in fondo si vede il cielo
Per il passaggio del Giro, fumogeni da quel che resta di Arquata del Tronto
Dal centro di Pretare sono state portate via le macerie, resta solo un gran silenzio
Il senso dell’abbandono è palpabile
La corsa si è infilata in mezzo a quel che resta di paesi inesistenti
Dopo lo sgomento iniziale, chi passa e non conosce, neanche più guarda
La chiesa di Piedilama, in fondo si vede il cielo
Il peso dell’indifferenza
Questo video, montato con grande sensibilità da Federica Paglia, serve per mostrare a chi non se ne sia reso pienamente conto in quale scenario si è mossa la corsa.
Alla partenza da L’Aquila, 12 anni dopo il terremoto del 2009, si è parlato molto di come la città sia rinata. Nelle zone dei Monti Sibillini ancora non si può neppure parlare di ricostruzione. In un modo o nell’altro il Giro d’Italia porti la voce di queste persone, che dopo la distruzione continuano a sperimentare l’indifferenza.
Il giorno dopo di Alessandro De Marchi in rosainizia la sera prima in hotel. Il Rosso di Buja è andato via dall’arrivo dopo una lunghissima conferenza stampa e la prima impresa è stata contattare sua moglie Anna, dato che non aveva con sé il telefono. Quando poi è arrivato in hotel, l’accoglienza l’ha fatto commuovere ancora.
Un uomo sensibile
Non dobbiamo meravigliarci per le lacrime, spiega il suo procuratore Raimondo Scimone, che vive a Modena e la maglia rosa con un suo corridore non la vedeva dal 2009 di Menchov.
«Alessandro è un duro – dice – nel senso che addenta la fatica, ma di base è un uomo sensibile. E questa maglia rosa è il premio per una vita di sacrifici a vantaggio degli altri.In squadra sono tutti contenti. Mi dicono che essendo abituato a grandi team, ha attenzioni a dettagli per loro impensabili, ma li sta aiutando a crescere. Non c’è un solo corridore che non ne sia contento. Dovevo passare in hotel a salutare Pozzovivo, ma gli ho mandato un messaggio, dicendogli che non ce la facevo e che sarei passato dal “Dema”. Mi ha risposto che non era un problema e, piuttosto, di fargli i complimenti».
Il gruppo è partito da Modena, in un giorno di sole, davanti all’Accademia MilitareIl gruppo è partito da Modena, in un giorno di sole, davanti all’Accademia Militare
Le… scuse al team
Alessandro racconta alla fine del primo giorno in rosa e scherzando annuncia che toglierà altre curiosità nei prossimi giorni, se ce ne saranno altri in rosa.
«Ieri è stato un giorno storico – dice – il rientro è stato emozionante, avevo tante cose per la testa. Ho fatto subito il giro dello staff, meccanici e massaggiatori. Poi mi sono concesso un’ora di massaggi e alla fine sono andato a cena. Quando ho preso la parola, ho detto ai ragazzi che avevo questo piano già da qualche giorno e mi sono quasi scusato per non averli avvisati, ma non credo che si siano offesi. E’ stata una serata carica di molte cose. E dopo il brindisi noi corridori siamo andati a dormire, mentre il personale è andato avanti a brindare ancora».
Da Ganna a De Marchi, lezioni di guida… in rosaDa Ganna a De Marchi, lezioni di guida… in rosa
La notte bianca
Scordatevi però che una serata così, al termine di un giorno come quello di Sestola, porti con sé una notte di sonno ristoratore: sarebbe stato impossibile.
«Prima – ride – ho cercato di fare un po’ d’ordine nei messaggi whatsapp, ma credo che ne verrò a capo forse per la fine del Giro. Poi sono andato avanti a pensare e ripensare. Mi sono addormentato tardi e mi sono svegliato presto. Dire quale messaggio abbia apprezzato di più sarebbe ingiusto. Ma devo dire che quel che più mi ha fatto piacere è stato ricevere gli attestati di stima degli altri corridori, ex compagni, giornalisti, addetti di Rcs. E’ stato davvero molto gratificante».
Tappe in diretta integrale, l’elicottero è già lìTappe in diretta integrale, l’elicottero è già lì
Il test di domani
La tappa di domani si annuncia come un test piuttosto severo. Dombrowski è uscito malconcio a causa della caduta e quindi magari non sarà lui la minaccia più concreta del giorno, ma il dislivello stesso potrebbe diventare un avversario ostico.
«Dovrò lottare fino alla cima – dice – evitare che entri in fuga qualcuno troppo vicino a me in classifica. Continuo ad avere una strana sensazione di vertigine, di essere in un posto che non mi appartiene. Non ci sono abituato e forse questo accadrà, quando dovrò cedere la maglia. Per questo sto cercando di godermela il più possibile. Non so dire che sapore abbia, ma di certo non è amaro. E’ una maglia impegnativa, un peso. Ma un peso leggero».
Una maglia magica, capace di raddoppiare le forze. Scimone ne è sicuro, De Marchi lo scoprirà domani, attraversando le montagne marchigiane. E pescando la forza dalle terre terremotate che gli ricorderanno le sue. Quando la terra trema, non ci sono confini.
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«Qui al Giro – dice Stefano Oldani tutto d’un fiato – è difficile trovare finali facili. Noi però abbiamo il corridore giusto e abbiamo vinto. Ha mancato la prima, oggi non se l’è lasciata scappare. A Novara, Caleb era un po’ insoddisfatto. Un campione, un vincente come lui, quando non vince non è felice. Oggi si è preso la sua rivincita e questo è l’inizio di un’impresa che vuole tentare quest’anno. Vincere in tutti e tre i grandi Giri. Nel primo è andato a segno, mancano gli altri due. Lui è un bravo ragazzo, è simpatico anche se quando non vince non è felice. Oggi dovevo aiutarlo nel finale, non dovevo essere tra gli ultimi, ma un po’ prima. L’ho fatto, ho visto che era felice e questo mi gratifica. Così dai prossimi giorni potrò giocarmi le mie carte».
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Più sicurezza
Caleb Ewan, già secondo alla Sanremo, ha vinto a Cattolica in uno di quei giorni in cui per le cadute si finisce col parlare d’altro. Nella conferenza stampa della maglia rosa, De Marchi dice parole che fanno riflettere.
«Si può sempre fare di più – spiega – in merito a sinergie fra chi organizza e noi che corriamo. In certi frangenti si potrebbe scegliere un percorso diverso. Si potrebbero adottare delle protezioni. Sono dettagli che contano. Andiamo davvero veloci, dobbiamo stare al passo coi tempi».
Il pasticcio si verifica ai 4 chilometri dall’arrivo. Un volontario coraggioso è fermo a centro strada per segnalare lo spartitraffico. Le radio da minuti non fanno che ricordare ai corridori di stare attenti proprio a certi ostacoli. Lo spiega bene Thomas De Gendt a chiunque glielo chieda. Passano tutti. Solo Dombrowski non lo vede, forse perché non è troppo concentrato, e lo centra in pieno. Di sicuro sono tutti troppo indietro, i 3 chilometri e la neutralizzazione sono ancora lontani. Il poveretto cade, senza coinvolgere nessuno. Mentre sulla destra della strada la peggio ce l’ha Landa, che nulla può per evitare l’americano vincitore ieri a Sestola. Lo portano in ospedale, il suo Giro finisce qui.
La Bahrain Victorious in parata dopo il ritiro di Landa: Giro da reinventare
Mikel Landa viene portato in Ospedale, ma è cosciente (immagini televisive)
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Mikel Landa viene portato in Ospedale, ma è cosciente (immagini televisive)
Il record di Caleb
L’altro lato della medaglia è la versione del vincitore, che ovviamente stava davanti e delle cadute non ha sentito nemmeno il rumore.
«E’ sempre difficile far passare il gruppo nei paesini – dice Ewan – ma nemmeno è immaginabile che ogni volta finiamo nel mezzo del nulla. Il finale è stato caotico, c’era vento frontale e tutti volevano stare davanti. Delle cadute non mi sono accorto, nemmeno avrei detto che fosse un arrivo pericoloso. Sono qui per vincere le volate e ho la squadra tutta a mia disposizione. Ne ho vinte tante, le ricordo tutte, ma non ricordo dove. A dire il vero, non so nemmeno dove ci troviamo stasera. L’obiettivo di vincere una tappa in ogni grande Giro è la mia sfida per il 2021, ma questo non significa che oggi lascerò il Giro, è ancora presto. Andrò avanti alla giornata e magari intorno alla 10ª-11ª tappa prenderemo una decisione che mi permetta di prepararmi al meglio possibile per il Tour».
Dombrowski passa sul traguardo. E’ stato il primo a cadere, ma non ha riportato frattureDombrowski passa sul traguardo. E’ stato il primo a cadere, ma non ha riportato fratture
Mentalità balorda, caro Caleb: il Giro merita ben altro rispetto. Oppure forse anche questo rientra nella necessità di adeguarsi ai tempi moderni? Sarebbe davvero un record quello di vincere tappe nei tre Giro, portandoli però tutti a termine. Vincere tappe al Giro, al Tour e alla Vuelta correndo una settimana ciascuno, è come vincere una tappa alla Tirreno, una al Delfinato e una al Giro di Svizzera. A pensarci, non un record così grande.
Un attacco da lontano e Caruso se ne va a vincere la tappa. Follia e lucidità. Lo aiuta Pello Bilbao. Il 2° posto è al sicuro. E l'Italia si accorge di lui
Valentino Sciotti che gli corre intorno e gli grida che ce l’ha. Alessandro De Marchi che precipita fra le sue braccia. Che lo guarda. Che poi si butta sul manubrio, con la faccia fra le mani. Piove, ma nessuno sembra farci caso. Sciotti che continua a strattonarlo e abbracciarlo, mentre uno dopo l’altro arrivano gli altri componenti della Israel StartUp Nation. Il Rosso di Buja ha conquistato la maglia rosa. Non riesce a parlare. Pensiamo a Bressan e Boscolo a Udine, a quante bottiglie stapperanno stasera.
Un viaggio profondo
Il suo racconto è un viaggio profondo. Lo vedi che non si rende conto e che ha dentro qualcosa che lo scuote, ma non sa nemmeno lui con esattezza che cosa sia. Così parla, dando vita a un percorso interiore che sarà a volte perplesso, altre volte commosso.
«Per il modo di correre che ho io – dice – la percentuale dei tentativi che vanno a buon fine è sempre minore di quelli che riescono. Non credo di aver sbagliato o fatto delle scelte sbagliate in questi 11 anni, però è così. La generosità che ho sempre dimostrato era quasi scontato che finisse un po’ così, come ho detto anche altre volte. Alla fine però non bisogna mollare, perché le cose grandi a volte succedono anche a quelli come me».
Da soli non si beve, ma un brindisi a se stesso ci sta davvero tuttoDa soli non si beve, ma un brindisi a se stesso ci sta davvero tutto
Quelli come me?
Non lo so, una sensazione. Mi fa piacere che la gente possa essere contenta per la mia maglia rosa. Vuol dire che ho seminato bene in questi anni (trattiene a stento le lacrime, ndr). Forse questa cosa è ancora più gratificante della vittoria, dei risultati, magari addirittura più di questa maglia. Sapere che tante persone sono contente per quello che hai fatto e le cose che hai raggiunto… vuol dire che qualcosa di buono sono riuscito a fare».
Da bambino l’hai mai sognata?
In questi anni non avevo mai sfiorato e neanche mi era venuto in mente di pensarci. E’ un simbolo che quando un bambino inizia a pedalare è lì in alto. Non so esattamente perché, ma due giorni fa mi è venuta questa idea. E alla fine con una crono e due tappe in gruppo, siamo arrivati a oggi. Quello che ha fatto subito la differenza è stato capire nei primi chilometri che c’era battaglia. Non era una fuga a perdere, con la giusta situazione poteva crearsi questa opportunità.
Dombrowski lo attacca, Alessandro lo controlla: l’idea rosa prende corpoDombrowski lo attacca, Alessandro lo controlla: l’idea rosa prende corpo
Quando l’hai capito?
Alla fine. Primo ero concentrato su Oliveira e ovviamente sul riacchiappare i due fuggitivi. Nel momento in cui questo si stava sistemando, dalla macchina mi hanno detto di fare attenzione anche a Dombrowski, perché non potevo permettermi di farlo allontanare troppo. E quindi fino alla fine è stata una via di mezzo: ce l’ho, non ce l’ho. Una volta arrivato ho visto Valentino Sciotti che mi correva incontro e dalla faccia che mi ha fatto, ho capito che ero la nuova maglia rosa.
Cercavi qualcosa da dedicare a Silvia Piccini, la ragazza morta sulla strada poche settimane fa…
Sono pronto a portare qualcosa alla famiglia. Sarà un piccolissimo pensiero, ma è quello che possiamo fare noi, ora che lei non c’è più. Ho già risposto a tante domande, è il problema più vecchio del mondo. Siamo a volte molto incivili, non riusciamo ad avere il minimo rispetto per gli altri e ormai sulla strada questo è evidente. Silvia è l’ultima, ma purtroppo non lo resterà a lungo.
«Sono un padre, per questo mi espongo sulle questioni di diritto. Corro per Giulio Regeni»«Sono un padre, mi espongo sulle questioni di diritto. Corro per Giulio Regeni»
Ci hai sempre messo la faccia…
Mi sono sempre espresso su temi che stanno al di sopra di ogni colore e schieramento. I diritti fondamentali, i diritti civili, cose che non hanno colore e non possono essere strumentalizzate. Più di qualcuno, anche persone care, mi hanno criticato su questo. Però prima che ciclista – ormai sono stufo di ripeterlo – sono un marito, un papà, un cittadino. Quindi domani vestirò ancora il braccialetto giallo per Giulio Regeni e parlerò ancora di sicurezza sulle strade, senza problemi. Non cambierò idea.
Resterai fedele anche al tuo modo di vedere il ciclismo?
Ho un modo di fare più romantico di quello che ti viene richiesto nel ciclismo attuale. Mi è sempre stato insegnato così, sin da quando sono passato professionista con il buon Gianni Savio. Forse c’è molto di quello stampo nel mio modo di fare. E’ anche vero però che il ciclismo va avanti e anche io mi devo scontrare con questo cambio di stile. Anche io devo fare attenzione a mangiare nel modo giusto, ad avere i vestiti giusti, a usare il body, ad avere il casco aerodinamico, ad avere una bicicletta leggera e veloce… Sono tutte cose che fanno parte delle regole del gioco di adesso. Probabilmente questo stile non è il più redditizio, utile a fare risultati e aumentare il numero di vittorie. Però…
Però?
Ci sono state tappe in cui ho passato la giornata in fuga e sono stato ripreso, in cui ero più soddisfatto di quando ho fatto un piazzamento. Io cercherò di continuare a interpretare il ciclismo in questo modo, fino a quando potrò farlo.
Taglia il traguardo, ma ancora non si rende conto dell’impresaTaglia il traguardo, ma ancora non si rende conto dell’impresa
E intanto sei il faro per i ragazzi del Ct Friuli.
Sono stato il primo a sfruttare quello che è diventato un sistema e una squadra che non hanno niente da invidiare ai team professionistici. Lo dobbiamo a Roberto Bressan, Renzo Boscolo e ora Andrea Fusaz, Alessio Mattiussi e Fabio Baronti. Queste sono le persone che hanno dato il via a quella bellissima realtà che è il Cycling Team Friuli. E i ragazzi che arrivano adesso nel mondo del professionismo stanno sfruttando appieno questa squadra. Milan, Fabbro, Aleotti, Venchiarutti, i fratelli Bais. Ormai siamo in tanti ed è giusto che il mondo dei professionisti guardi sempre di più a questa realtà.
Non sarebbe male chiudere in Italia…
A parte i primi anni qua, ho subito intuito che purtroppo in Italia era difficile continuare a stare ad un certo livello. Sono felice di aver capito subito la necessità di partire. Ma è il segno che il mondo va in questa direzione, non possiamo essere troppo chiusi su di noi e le nostre piccole realtà. Ormai siamo interconnessi, siamo globali in tutto e anche il lavoro deve essere così. Spero di insegnare questo a mio figlio. Sono cresciuto in una famiglia che ha sempre avuto un occhio verso lidi diversi, mondi un po’ più lontani. Mio fratello vive in Nuova Zelanda da tanti anni ed è una cosa di cui i miei genitori vanno fieri, nonostante ci siano migliaia di chilometri. Avere sperimentato squadre di Paesi diversi è stimolante, ma sarebbe bello anche ritrovare una squadra italiana nel WorldTour in cui magari finire la carriera.
Lo sguardo di chi su quel palco rosa non c’è mai stato: che cosa mi aspetta?Lo sguardo di chi su quel palco rosa non c’è mai stato: che cosa mi aspetta?
Ha raccontato. Si è commosso. Non ha avuto paura di mostrare le sue emozioni. Prima di lui, forse, soltanto Simoni era riuscito a entrare nel cuore della sua gente per la stessa cocciuta coerenza. Stasera si farà festa, magari con il vino dello sponsor. Da domani però il Rosso di Buja sarà sulla strada per difendere il suo sogno rosa e cercherà di portarlo il più avanti possibile. Ganna è passato con l’espressione sfinita ed è sfilato verso il pullman. Da stasera il Giro ha trovato un’altra storia da raccontare.
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C’era una volta la distanza, quel giorno senza limiti in cui il corridore passava più ore in sella che dentro casa. C’era una volta la distanza, ora non c’è più. Ne parliamo con Alessandro De Marchi, corridore della Israel Start Up Nation, che ha nelle gambe tanti chilometri, 13 stagioni di professionismo e abitudini che con gli anni sono andate via via cambiando. Nel nome della qualità, la quantità è andata scemando e anche il giorno più lungo, appunto quello della distanza, pur mantenendo un discreto numero di ore, ha cambiato faccia.
Alessandro è in Friuli, in quel buco di tempo fra il Tour of the Alps e il Giro d’Italia in cui si cerca di far stare tutto ciò che si è perso prima e che si perderà poi. E’ un privilegio avere questi minuti, scavati nei trasferimenti in auto tra una faccenda e l’altra.
«Distanza – dice – è il vecchio concetto di allenamento lungo, che però negli anni si è evoluto. Ora raramente si fanno tutti quei chilometri, ma si tende a metterci dentro tante cose. La distanza ora ha tante sfumature, che nel mio caso si possono suddividere in due tipologie. La distanza low carb, cioè un allenamento lungo senza apporto di carboidrati. Oppure un allenamento lungo con una serie di simulazioni, in cui i lavori specifici vengono inseriti nella seconda parte dell’allenamento, per mettere il corpo nelle condizioni di stress che vivrà in gara».
Può capitare in corsa di trovarsi in debito di zuccheri: le distanze low carb educano il corpo a questoTrovarsi in debito di zuccheri: le distanze low carb educano il corpo a questo
La distanza low carb
Siamo già nel vivo, affondiamo i denti incuriositi. Partiamo dalla distanza low carb, con più di qualche curiosità.
A cosa serve?
A insegnare al corpo a utilizzare le risorse di cui dispone, senza apporto di carburante dall’esterno. Per cui nella prima parte della giornata l’alimentazione sarà sbilanciata verso proteine e grassi. I carboidrati non a zero, ma in quota riadattata.
Si comincia dal mattino o dalla sera prima?
Tendo a fare una cena normale, mentre a colazione mangio omelette, affettato, bresaola. Niente avena né fette biscottate. Yogurt greco, noci, cioccolata con cacao all’85 per cento con pochi carboidrati. E in bici privilegio borracce con proteine e barrette proteiche, in linea con quello che ho mangiato al mattino.
La colazione senza carboidrati prevede anche un’omeletteLa colazione senza carboidrati prevede anche un’omelette
Fa pensare alla dieta dissociata: come reagisce il corpo?
Dopo un paio d’ore che pedalo, ho la sensazione di essere molto… piatto, di poter continuare a lungo, ma senza i soliti picchi di rendimento. E’ un regime difficile da mantenere. Gli atleti evoluti riescono a durare così per 5-6 ore, ma le prime volte non riuscivo ad andare oltre le 3 ore e mezza. Adesso arrivo a 5 ore, ma è stato un adattamento graduale.
Riesci ad andare forte o si tratta di allenamenti lenti?
Dipende dalla giornata. Le prime volte era difficile fare grandi intensità, perché costringi il corpo a usare un carburante diverso rispetto agli zuccheri.
Quando torni a casa sei distrutto?
Non è detto. Le prime volte sei in sofferenza, perché il corpo non è abituato, ma col tempo si adatta. Il pranzo comunque è ancora privo di carboidrati, mentre la cena di solito è libera. Completamente free per recuperare.
La distanza per De Marchi (a casa) vuol dire uscire da solo e fare il suo lavoro
Le strade del suo Friuli, prima di iniziare l’avventura del Giro
A casa De Marchi ha tutti i riferimenti, compreso il CTF Lab di Andrea Fusaz
La distanza (a casa) è sinonimo di solitudine
Le strade del suo Friuli, prima Giro
A casa i suoi riferimenti, tra cui il CTF Lab
Si riesce a fare anche del lavoro specifico durante queste uscite?
No, non ci riuscirei. Quando si va in questo modo, puoi allenare al massimo la resistenza. I lavori specifici richiedono gli zuccheri. E’ il motivo per cui allenamenti low carb come questi ne faccio al massimo uno a settimana.
La simulazione di gara
Lavori specifici si affrontano invece nell’altro tipo di distanza, quella in cui si cerca di proporre al corpo il carico di lavoro e di stress che incontrerà in gara.
Un altro tipo di lavoro…
Esatto, si tratta di un lungo con altri obiettivi, fare cose simili alla gara ovviamente con l’intensità che varia in base al periodo dell’anno. Più sei vicino alle corse e più cresci l’intensità.
Lavori specifici e dietro moto?
Se sono in fase di carico, il dietro moto lo faccio nella seconda metà dell’allenamento oppure in finale. Se sono vicino alla corsa, capita di fare dietro moto anche per 5 ore, sin da subito.
Che tipi di lavori specifici si fanno?
Tanto volume, per cui le classiche Sfr, interval training, lavoro intermittente. Tutto ciò che può dare al corpo lo stimolo della corsa.
Al rientro dopo il lungo “simulazione”, borraccia di proteine, poi riso e verdureAl rientro dopo il lungo “simulazione”, borraccia di proteine, poi riso e verdure
In questi casi come varia l’alimentazione?
La colazione è tutta sbilanciata a favore dei carboidrati, come alle corse, perché il vero carburante sono loro. E in bici ci saranno maltodestrine, bevande energetiche e barrette ricche di carboidrati, perché davvero si fa sul serio a ritmi elevati.
Per quanto tempo si sta fuori?
Dipende dai lavori che devo fare, ma si può anche andare oltre le 5 ore, però sempre meno di 6, altrimenti diventa un’altra cosa. Dipende dalla resistenza che hai, io arrivo spesso sul filo delle 6 ore per il tipo di corridore che sono.
Capita di fermarsi durante queste maratone ad alta intensità o nella distanza low carb?
Dipende dalle abitudini, a me non piace, perché la sosta mi spezza il ritmo. Sul Teide, gli altri ci tenevano a fare la pausa caffè e allora mi fermavo anche io, ma se sono a casa e ho il mio lavoro da svolgere, parto e mi fermo solo quando ho finito.
Cosa porti di solito in tasca?
I rifornimenti, proprio per non fermarmi. Il telefono. La carta di identità. Due spiccioli casomai accada qualcosa. Il kit per riparare le forature è fisso sulla bici e di solito, per la tipica fortuna dei corridori, in queste giornate capita sempre di bucare.
Quasi due settimane fra il Tour of the Alps e il Giro: tempo per la famigliaQuasi due settimane fra il Tour of the Alps e il Giro: tempo per la famiglia
Quando rientri dopo 6 ore salti il pranzo?
Cerco di non saltare mai i pasti, seguendo la disciplina della corsa, in cui dopo la tappa devi subito reintegrare. Per cui il recupero immediato, anche se sono le 16, si fa con una borraccia di proteine e poi un primo oppure un piatto di riso, per reintrodurre la quota di carboidrati, e un po’ di verdure. Il primo recupero si fa così.
E la cena?
Dipende dall’allenamento del giorno dopo, ma di solito è 50 per cento proteine e 50 carboidrati. Una distanza come questa di solito si fa alla fine di un blocco di lavoro, per cui il giorno dopo magari c’è un po’ di recupero.
E come si mangia alla vigilia di un Giro d’Italia?
Sto giusto facendo la spesa per la classica grigliata con gli amici, che si fa prima di partire per un grande Giro. Siamo a casa nuova da poco e ancora non siamo riusciti a godercela, verrà il tempo. Per cui carne, verdure e un bicchiere di vino. E poi saremo pronti per andare a Torino…
«E' tutta una questione di testa - dice Bettiol - nella terza settimana siamo tutti distrutti». Il toscano vince a Stradella. Le sue parole sono splendide
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Alessandro De Marchi in fuga, sulla bici e nei pensieri. Ha cominciato il Tour of the Alps prendendosi la sua bella dose di vento in faccia, pedalando verso la condizione migliore, un posto per il Giro e per metabolizzare la fatica di due settimane sul Teide assieme a Chris Froome, che ha imparato a conoscere meglio. Tutto intorno la nuova squadra con cui prendere le misure e abitudini da resettare dopo anni importanti nel gruppo Bmc. E poi alla fine della stagione, che potrebbe portarlo al Tour e alle Olimpiadi, già si intravede un raggio di felicità che già scalda il cuore e le parole.
Ultime regolazioni alla sua Factor e poi si può partireUltime regolazioni alla sua Factor e poi si può partire
In 4 sul Teide
«Froome… – inizia e fa subito una pausa – prima non lo conoscevo tanto, non era facile avvicinarlo oltre il limite del corrergli ogni tanto accanto. In queste due settimane sul Teide abbiamo diviso la stanza e ci siamo conosciuti meglio. D’altra parte eravamo in quattro, noi due e due ragazzi israeliani: il tempo per conoscerci non è mancato. Gli ho visto fare cose dure, lavorare sul corpo prima ancora che sulla bici, sull’equilibrio. Si vede che ancora ha dolore e nonostante tutto sta affrontando tanti sacrifici. E’ sicuro di quello che sta facendo, determinato da morire, pronto a prendersi quello che sarà senza troppa paura».
Che Froome soffra, si è visto bene nelle prime tappe e lo ha confermato Claudio Cozzi, direttore sportivo del team. Parte sempre con il bendaggio al ginocchio e a volte, come nella prima tappa a Innsbruck, ha dei momenti di disagio e altri in cui le cose si mettono a girare per il meglio. Proprio quel giorno, mentre Chris stentava nelle retrovie e si avviava a tagliare il traguardo con 5 minuti di ritardo, Alessandro concludeva la sua tappa in fuga a 3’27” da Moscon, cercando di recuperare e trasformare la fatica in condizione.
Il Tour of the Alps iniziato con una lunga fuga nel giorno di InnsbruckIl Tour of the Alps iniziato con una lunga fuga nel giorno di Innsbruck
«Non si poteva fare di più – dice – eravamo a tutta. Anche avendo più collaborazione, il risultato sarebbe stato quello. Siamo qui per provarci e per farci vedere. Il posto va guadagnato».
Verso il Giro
La stagione, si diceva, è complessa e l’esclusione dal Giro lo scorso anno fu il chiaro segnale che il gruppo in cui aveva trascorso gli ultimi sei anni si stava sfaldando.
«Quella scelta è stata una grossa delusione – disse – contavo molto sulla corsa rosa, tutto era in sua funzione, mi ispirava. Al Tour andavo avanti sapendo che poi avrei corso in Italia. Avrei puntato alle tappe. Già nella prima settimana ce n’era più di qualcuna adatta alle fughe. Senza contare quelle due in Friuli, ci tenevo molto. C’erano giornate lunghe, adatte alle fughe… insomma l’ideale per me».
Averlo dato per scontato fu ciò che rese l’esclusione più difficile da digerire, per cui non c’è da stupirsi, conoscendolo, che ora parli con cautela.
Si parte presto, la temperatura è rigida: meglio coprirsi: Spicca il braccialetto per Giulio RegeniSi parte presto, la temperatura è rigida. Il braccialetto per Regeni e lì…
«Lo so bene – dice – che ho uno dei due numeri già cuciti sulla schiena, ma è giusto anche dare qualche segnale. La squadra è nuova, ci sono equilibri da cercare e da creare. Una cosa però posso dirla: fra corridori c’è davvero uno splendido clima, anche lo staff si sta impegnando tantissimo per non farci mancare nulla».
Voglia di crescere
La squadra è il nodo, perché non è facile ritrovarsi nel WorldTour e dover colmare in poco tempo il gap da altri team organizzati da tempo. La scelta di puntare su corridori di esperienza come il friulano nasce proprio da questo.
«Percepisci la voglia di crescere – conferma Alessandro – e ti rendi anche conto di quanto sia difficile farlo avendo poco tempo a disposizione. Per questo siamo tutti contenti di dare i nostri feedback. Ci sono delle riunioni in cui partecipiamo anche noi più esperti. Ci viene chiesto di condividere il nostro punto di vista e devo dire che stiamo fornendo un bel numero di indicazioni, che vengono raccolte e spero che gradualmente siano messe in atto. Solo mi rendo conto che non è per niente facile a stagione iniziata. E mi rendo anche conto che il confine fra dare il proprio contributo e passare per rompiscatole è sottile, soprattutto per uno come me abituato ad avere tutto organizzato al dettaglio. In questo, la squadra in cui ero prima ci aveva abituato troppo bene, altrove non ce ne sono poi troppe che lavorano a quel modo».
Nel primo arrivo in salita, tutti attorno a Froome: con il Rosso di Buja, anche Daniel MartinNel primo arrivo in salita, tutti attorno a Froome: con il Rosso di Buja, anche Daniel Martin
Un raggio di sole
Con la tappa che si accinge a ripartire per fare rientro in Italia e ciascuno che si tiene stretto in tasca l’esito dell’ennesimo tampone, l’ultimo sguardo è alla stagione che sta per entrare nel vivo, con l’eventuale convocazione olimpica come discriminante per le scelte.
«Diciamo che adesso si pensa a Giro – spiega De Marchi – e poi per il seguito dell’estate andremo avanti un passo per volta. Ci sarebbe il discorso Tour, che per la squadra è importante. Non nascondo che con un buon recupero dopo il Giro d’Italia si potrebbe ragionare di andarci, ma bisogna anche vedere in quali condizioni arriverò a Milano. Il discorso olimpico sarebbe un tassello che, se collocato nel tempo giusto, permetterebbe di accelerare anche altri discorsi. Prima di Rio non feci il Tour, la Bmc non mi convocò e andai a prendermi la condizione al Giro di Polonia. E comunque sia, quando sarà ottobre e sarò sfinito come ogni anno al termine della stagione, la casa si rallegrerà per l’arrivo di un altro bimbo. Dopo un periodo nervoso e duro come quello che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo, questa notizia ci ha portato tanta felicità e tanta energia. Ci voleva proprio».
Alessandro con Andrea e Anna, ad Artegna, durante la nostra visita dello scorso dicembreAlessandro con Andrea e Anna, durante la nostra visita di dicembre
Il tempo di pensare agli auguri per Anna e Alessandro e a quanto si divertirà con un fratellino o una sorellina il piccolo Andrea ed è già tempo di ripartire. Il via da Imst stamattina sarà dato alle 9,50. Da Imst a Naturno ci sono 162 chilometri e quattro salite. Sarebbe, a dire il vero, un altro perfetto giorno da fughe…
Con l’arrivo di Chris Froome, l’Israel Start-Up Nation cambia completamente i suoi connotati puntando senza mezzi termini a diventare un fattore almeno nelle gare a tappe. Si tratta di una grande scommessa che i dirigenti del team mediorientale hanno fatto. Il britannico, dopo il terribile incidente alla vigilia del Tour 2019, non ha mai dato l’impressione di aver recuperato, ma c’è una forte convinzione, in lui e nel suo entourage, di poter dare ancora qualcosa al mondo del ciclismo e riallacciare la sua storia che lo ha visto conquistare i più grandi successi nelle sfide di tre settimane.
Giro d’Italia 2021, 5a tappa, Alessandro De Marchi in maglia rosa al via da ModenaGiro d’Italia 2021, 5a tappa, Alessandro De Marchi in maglia rosa al via da Modena
Super De Marchi
Il team non si è limitato a ingaggiare il britannico, anzi lo ha fatto già nel cuore della stagione 2020 pensando a come costruirgli intorno una rosa adeguata. Ecco così che sono arrivati Impey, sudafricano di lungo corso e ottimo interprete delle prove a tappe di breve durata, ma anche il canadese Woods, adatto ad alcune classiche e utilissimo nei grandi giri, ma soprattutto Alessandro De Marchi, unanimemente ritenuto uno dei migliori luogotenenti in circolazione.
Pattuglia belga
Con il suo nuovo assetto, la squadra israeliana è adatta a ogni contesto, anzi ci si aspetta qualche acuto anche al di fuori dell’obiettivo dichiarato, il Tour de France. La pattuglia belga, con Herman, Van Asbroeck e Vanmarcke può recitare un ruolo di primo piano nelle classiche del Nord senza dimenticare il norvegese BoassonHagen, molto utile nella gestione di alcune situazioni tattiche.
Froome è impegnato nella sua rincorsa alla salute e alla condizioneFroome è impegnato nella sua rincorsa alla salute e alla condizione
Occhio a Martin
Poi c’è Daniel Martin, irlandese spesso un po’ troppo dimenticato quando si parla di corse a tappe, dove invece ha un’ottima costanza di rendimento. C’è modo di emergere anche a prescindere da Froome, la cui voglia di rivincita però contagia tutti.
L’ORGANICO
Nome Cognome
Nato a
Naz.
Nato il
Pro’
Rudy Barbier
Beauvais
Fra
18.12.1992
2014
Sebastian Berwick
Wishart
Aus
15.12.1999
2019
Patrick Bevin
Taupo
Nzl
15.02.1991
2016
Jenthe Biermans
Geel
Bel
30.10.1995
2017
Guillaume Boivin
Montreal
Can
25.05.1989
2010
Matthias Brandle
Hohenems
Aut
07.12.1989
2009
Alexander Cataford
Ottawa
Can
01.09.1993
2017
Davide Cimolai
Pordenone
Ita
13.08.1989
2010
Alessandro De Marchi
S.Daniele del Friuli
Ita
19.05.1986
2011
Alex Dowsett
Maldon
Gbr
03.10.1988
2011
Itamar Einhorn
Modiin
Isr
20.09.1997
2019
Chris Froome
Nairobi (KEN)
Gbr
20.05.1985
2007
Omer Goldstein
Misgay
Isr
13.08.1996
2018
André Greipel
Rostock
Ger
16.07.1982
2005
Carl Fredrik Hagen
Oppegard
Nor
26.09.1991
2015
Ben Hermans
Hasselt
Bel
08.06.1986
2009
Hugo Hofstetter
Altkirch
Fra
13.02.1994
2016
Reto Hollenstein
Frauenfeld
Aut
22.08.1985
2009
Daryl Impey
Johannesburg
Rsa
06.12.1984
2008
Daniel Martin
Birmingham (GBR)
Irl
20.08.1986
2008
Krists Neilands
Ventspils
Lat
18.08.1994
2016
Guy Niv
Misgay
Isr
08.03.1994
2016
James Piccoli
Montreal
Can
05.09.1991
2014
Alexis Renard
Saint Brieuc
Fra
01.06.1999
2020
Guy Sagiv
Namur (BEL)
Isr
05.12.1994
2015
Mads Wurtz Schmidt
Randers
Den
31.03.1994
2017
Norman Vahtra
Tartu
Est
23.11.1996
2020
Tom Van Asbroeck
Gans
Bel
19.04.1990
2010
Sep Vanmarcke
Courtrai
Bel
28.07.1988
2009
Michael Woods
Ottawa
Can
12.10.1986
2013
Rick Zabel
Unna
Ger
07.12.1993
2014
DIRIGENTI
Kjell Calstrom
Fin
General Manager
Rik Verbrugghe
Bel
Direttore Sportivo
René Andrle
Cze
Direttore Sportivo
Claudio Cozzi
Ita
Direttore Sportivo
Oscar Guerrero Celaya
Esp
Direttore Sportivo
Dror Pekatch
Isr
Direttore Sportivo
Cherie Pridham
Gbr
Direttore Sportivo
Nicki Sorensen
Den
Direttore Sportivo
Eric Van Lancker
Bel
Direttore Sportivo
DOTAZIONI TECNICHE
La Israel Start-Up Nation corre su bici Factor, che sin dall’inizio sono risultate molto interessanti: prima per il loro look e successivamente per i contenuti tecnici. Il modello Ostro è l’arma dei corridori del team, mentre lo sponsor sta ancora lavorando sul modello da crono cui tanto tiene Chris Froome.
CONTATTI
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