La sola volta in cui Lachlan Morton aveva partecipato a un mondiale fu nel 2015 a Richmond, ma neppure in quel caso indossò la maglia della nazionale australiana. Corse infatti la cronosquadre per club con la Jelly Belly p/b Maxxis e si piazzò al 20° posto a 3’42” dalla BMC in cui correvano anche Quinziato e Oss. Lo stesso Daniel Oss che nel giorno del mondiale gravel di Cittadella, ha preso il largo dopo 30 chilometri, conquistando l’argento alle spalle di Vermeersch. Lachlan Morton c’era, questa volta però con la maglia della nazionale australiana, e ha chiuso al 18° posto a 6’29” dal vincitore.
Nel 2022 per Morton, solo 5 corse su strada. Lo scorso anno 19: qui al Tour of the AlpsNel 2022 per Morton, solo 5 corse su strada. Lo scorso anno 19: qui al Tour of the Alps
Tutt’altro che invisibile
Lachlan Morton, corridore della Ef Education-Easy Post, ormai non lo trovi più nei siti di statistiche del ciclismo su strada. Stando a quelli, il suo 2022 è iniziato a febbraio alla Clasica Jaen Paraiso Interior e finito con le quattro tappe del Gran Camino. In realtà, poche settimane dopo, appreso dell’invasione russa in Ucraina, l’australiano ha dato via ad una non stop in cui ha percorso 1.064 chilometri in 42 ore da Monaco a Korczowa-Krakovets, sul confine fra Polonia e Ucraina, raccogliendo oltre 250.000 euro per i rifugiati ucraini.
L’anno precedente, Lachlan aveva creato l’Alt Tour, che lo ha visto percorrere tutte le tappe del Tour de France, oltre ai trasferimenti e senza supporto. Un totale di 5.500 chilometri, l’arrivo a Parigi 5 giorni prima del Tour e soprattutto oltre 700.000 dollari raccolti per il World Bicycle Relief.
«Molte persone – racconta – sono entrate in contatto con me grazie a questo tipo di impresa. La maggior parte delle volte in cui corro su strada, non mi sento come se fossi davvero importante per qualcuno, come se mancasse qualcosa. Forse l’idea del viaggio. Invece trovo eccitante attraversare luoghi in cui non avevo mai pensato di andare e che non rientrano fra le rotte tipiche del ciclismo».
Marzo 2022, sulla via del confine polacco, durante la sua raccolta fondi per i rifugiati ucrainiMarzo 2022, sulla via del confine polacco, durante la sua raccolta fondi per i rifugiati ucraini
Un giorno diverso
Al via di Vicenza, quest’uomo dal grande coraggio e ideali non banali, si è ritrovato in gruppo per dare al gravel un’altra dimensione. Dopo anni di partecipazioni alle gare ultra in America e Spagna, in cui si scalano dislivelli pazzeschi in tempi dilatati, il format della corsa in linea poteva risultare per lui poco affascinante. Invece il giudizio di Lachlan è stato di segno opposto.
«E’ stato sicuramente molto diverso – ha detto – dal mio solito. Ho pensato che i primi 50 chilometri siano stati disegnati insieme molto bene e poi ho pensato che il percorso avrebbe potuto essere migliore per la parte restante. Ma nel complesso, ritengo che sia stato un buon evento. Il livello era davvero alto, uno stile di corsa molto diverso. Penso che questo tipo di terreno si presti a ottime gare, mentre quelle negli Stati Uniti si svolgono solo su grandi strade sterrate».
Durante il mondiale gravel in scia del compagno di nazionale Nathan Haas, altro esperto di gravelDurante il mondiale gravel in scia del compagno di nazionale Nathan Haas, altro esperto di gravel
Il WorldTour e il gravel
Il dubbio sul percorso aveva assalito i puristi della specialità, ma è stata l’UCI stessa a indicare a Pozzato, che ha organizzato il mondiale gravel con la sua PP Sport Events, un limite di dislivello, visto anche l’elevato chilometraggio. Tanto che lo stesso Morton alla fine ha compreso le necessità degli organizzatori e se ne è andato con un sorriso soddisfatto.
«L’inizio della gara – ha confermato – è stato più interessante di qualsiasi altra gara che io abbia fatto negli Stati Uniti. Parlo dal punto di vista del terreno, perché salti dentro e fuori da sentieri e fattorie, ogni genere di cose. Non penso che sia una minaccia per la scena del gravel degli Stati Uniti, è solo qualcosa di diverso. Non c’è niente di male nel venire e provare qualcosa di nuovo e dargli una possibilità.
«Ci sono ovviamente cose che si possono fare meglio, ma era la prima volta. Penso che sia stato spettacolare avere le strade chiuse, la folla incredibile e il terreno davvero interessante e vario. Penso che nel complesso sia stato un successo. Due settimane prima ho partecipato a un evento ultra di cinque giorni, quindi il mondiale mi è parso molto diverso. Ma è stato divertente. E come previsto, i corridori del WorldTour hanno alzato il livello e si sono dimostrati all’altezza».
Con l’arrivo di Andrea Raccagni Noviero si chiude il duo di junior italiani che passeranno alla Soudal-Quick Step Devo Team. Il tema dei giovani con le valigie in mano è caldo e scottante, perché pesa sul futuro del movimento italiano.
«La mia aspirazione – racconta dal treno Raccagni – dall’inizio dell’anno, ma anche dalla scorsa stagione, era di andare a correre fuori Italia. Il movimento nostrano lo vedevo un po’ monotono, passare under 23 la considero una continuazione della categoria juniores. L’obiettivo della stagione era mettermi in mostra: su strada non ho vinto molto e fino ai mondiali su pista non avevo contatti con squadre estere. Poco prima del ritiro ho incontrato Moreno Nicoletti, il mio procuratore, ed abbiamo pensato alla possibilità di andare via. Non c’era nulla di concreto fino ai mondiali, lui aveva il contatto con la Soudal-Quick Step e in breve tempo si è concretizzato tutto».
Le maglie del Lunigiana: verde (leader) Morgado, blu (punti) Nagnier, poi (GPM) Morgado, bianca (giovani) Gualdi, arancione (TV) Raccagni, azzurra (italiani) GualdiLe maglie del Lunigiana: verde (leader) Morgado, blu (punti) Nagnier, poi (GPM) Morgado, bianca (giovani) Gualdi, arancione (TV) Raccagni, azzurra (italiani) Gualdi
Come ti sei sentito a trattativa conclusa?
Sentivo di aver realizzato un mio sogno.
Da dove arriva la considerazione che hai fatto prima sugli under 23?
Quest’anno grazie al movimento con la nazionale abbiamo corso molto all’estero. Ci siamo messi alla prova su strade e percorsi diversi. Ho notato che correre delle gare internazionali era diverso rispetto a fare delle corse under 23 in Italia.
Tra gli under 23 non hai corso però.
Vero, ma tra corridori parliamo, soprattutto noi che alla Work abbiamo la squadra under. In più le gare le vedo.
Il quartetto iridato a Tel Aviv, da sinistra Raccagni (riserva), Giaimi, Delle Vedove, Fiorin e Favero (foto Uci)Tre componenti del quartetto iridato a Tel Aviv, da sinistra Raccagni, Giaimi e Delle Vedove (foto Uci)
Ritorniamo agli junior, quale differenza hai notato nel correre all’estero e qui?
Innanzitutto hanno già dei metodi di allenamento diversi, in Italia si pensa a fare tante ore al medio invece lì curano molto l’intensità. Anche la mentalità è differente, sono più spavaldi, ricordano il modo di correre di Van Der Poel o Van Aert, sempre “full gas”. Sono ragazzi molto forti fisicamente e mentalmente.
Sono le squadre che insegnano a correre in quel modo…
Vero, i metodi di allenamento sono sicuramente diversi, in più fare gare internazionali e per di più a tappe ti fa crescere moltissimo. Sono abituati ad un livello superiore, per forza di cose quando noi ci scontriamo con loro soffriamo.
Facci capire.
Vi faccio un esempio: se un corridore da noi si gioca la vittoria ogni domenica lì deve stare attento a non rimanere incastrato nei ventagli o nelle stradine. Non esiste che la corsa si giochi in volata o sull’ultima salita, c’è sempre il ritmo alto, è una guerra continua. In Italia quest’anno la cosa era un po’ diversa perché molti ragazzi hanno corso all’estero e hanno portato qui quella mentalità.
Raccagni nei suoi due anni da junior ha corso con la Work Service Speedy BikeRaccagni nei suoi due anni da junior ha corso con la Work Service Speedy Bike
C’è più intensità?
Assolutamente. Eravamo a correre in Olanda, il ragazzo che ha vinto, Max van der Meulen, ha fatto un’azione in un tratto di curve prima di una zona di vento che ha tagliato le gambe a metà gruppo. Quelle sono tattiche preparate, studiate, cose che in Italia non si vedono. Sanno quando stare davanti, se attaccare, quando spingere…
Tu che ci hai corso contro a questi ragazzi pensi di aver già imparato qualcosa?
Ho imparato molto a livello di posizione, alla Gent-Wevelgem juniores per prendere gli strappi in pavé davanti dovevi passare sui marciapiedi… Robe da matti! La gara e la fatica vera si fanno prima di prendere lo strappo, quello è una conseguenza di tattiche e movimenti studiati prima.
In quei Paesi fanno molta attività di ciclocross, qui in Italia si fa solo pista, manca un po’ di differenziazione?
Io stesso faccio pista e mi ha dato molto. Si sa che molti ragazzi anche vincenti, come Herzog, fanno Mtb o ciclocross. Fare quel tipo di doppia attività gli permette di dare qualcosa in più.
Forse non è un discorso sull’immediato ma su quello che possono imparare?
Sono discipline che ti lasciano molto anche dopo, è una mentalità diversa. Se ci pensate un corridore italiano è abituato ad arrivare a fine stagione e smettere, loro attaccano il numero e si buttano nel fango. Potrebbe essere un’arma a doppio taglio, ma se impari a gestirti puoi farlo per gran parte della carriera. Sono tanti i pro’ che si dilettano nella doppia attività, basta trovare l’equilibrio giusto con la squadra.
Si tratta di avere connessione tra tutte le sfaccettature della bici: squadra, discipline e tra categorie…
La connessione tra under 23 e professionisti è fondamentale. Un corridore italiano per passare deve vincere e essere sempre davanti, ed anche lì in alcuni casi si fa fatica. Quello che secondo me è il valore aggiunto di una Devo è che anche se non sei vincente ma vai forte, sei già dentro. Valutano altre caratteristiche, ti permettono di avere più sbocchi. E’ quello che dice Bragato nella vostra intervista.
Il ligure ha fatto parte del quartetto che ha vinto l’oro di categoria agli europei su pista nell’inseguimento a squadre (foto UEC)Il ligure ha fatto parte del quartetto che ha vinto l’oro di categoria agli europei nell’inseguimento a squadre (foto UEC)
L’hai letta? Che ne pensi?
Mi trovate pienamente d’accordo. In Soudal-Quick Step si è già parlato di periodizzazione del piano di allenamento, vuol dire programmare i periodi per quando essere pronto ed andare forte. Sono anche dell’idea che se le squadre under 23 italiane avessero la possibilità di andare a correre in Europa ci andrebbero. Gli sponsor però non sono tutti favorevoli, i costi si alzano e le vittorie diminuiscono. In Work era differente.
In che senso?
Loro ci hanno permesso di correre molto all’estero, preferivano portarci a fare esperienza piuttosto che farci vincere una gara in una volatina qui. E’ stato un bel libro su cui studiare, e mi ha dato la mentalità e la spinta giusta per guardare, provarci fino in fondo e lanciarmi in questa esperienza.
Cosa ti aspetti da questa nuova avventura?
Il primo anno imparerò molto e prenderò tante bastonate. Dovrò essere pronto per dare una mano ai miei compagni tra febbraio e aprile, mesi della mia prima fase di periodizzazione. Poi vedremo il secondo anno cosa potrò fare.
E la pista?
Non vorrei abbandonarla. Abbiamo solo un velodromo, quello di Montichiari e se sei lì non puoi allenarti su strada. Ma se e quando il cittì chiamerà io risponderò presente, la maglia azzurra va onorata, sempre.
Se si guarda la classifica per rendimento per team, che tiene conto di vittorie piazzamenti, la Hopplà -Petroli Firenze – Don Camillorisulta al sesto posto. Su cinquanta e passa squadre presenti in Italia sarebbe già di per sé un buon risultato. Ma lo diventa ancora di più quando ad un’analisi più attenta emerge che la squadra guidata da Matteo Provini è la prima U23, cioè una “non continental”.
Matteo Provini con i suoi ragazzi. Per i gialloneri ben 31 podi quest’anno, di cui 10 vittorieMatteo Provini con i suoi ragazzi. Per i gialloneri ben 31 podi quest’anno, di cui 10 vittorie
Matteo, partiamo da questo dato: prima squadra under 23… Che stagione è stata?
Abbastanza buona nel suo complesso, abbiamo raccolto dieci vittorie, anche se poteva andare anche un po’ meglio. L’abbiamo finita con cinque corridori.
Come mai?
Alcuni hanno avuto problemi fisici, alcuni sono caduti e altri non erano più competitivi. Per esserlo devi supportare determinati carichi di lavoro e di concentrazione per tutto l’anno e non tutti ci riescono. E per chi non ce la fa non ha senso continuare a trascinarsi. Penso ai primo anno provenienti dalla Campania, per loro tra la scuola e il fare avanti e indietro con la Toscana è stato dispendioso. E penso anche a Tommaso Nencini che è caduto in vista delle ultime gare, proprio mentre stava andando forte.
Siete la prima under 23, sesta fra tante continental: è motivo di orgoglio per te?
Di orgoglio, ma soprattutto è motivo di riflessione. In questo momento ci sono grosse differenze fra under 23 e continental. A volte c’è troppa differenza e non condivido il fatto che non possiamo fare alcune corse per i limiti di età. Io aprirei tutto a tutti.
Anche ad un corridore di 27 anni, per dire?
Sì, metterei un limite magari a 26 anni.
Tommaso Nencini (classe 2000) è uno dei corridori più rappresentativi della Hopplà. Per lui 3 vittorie nel 2022Bene anche la costanza di Lorenzo Quartucci. Il classe 1999 dovrebbe passare, ma la destinazione resta segreta (foto Simona Bernardini)Tommaso Nencini (classe 2000) è uno dei corridori più rappresentativi della Hopplà. Per lui 3 vittorie nel 2022Bene anche la costanza di Lorenzo Quartucci. Il classe 1999 dovrebbe passare, ma la destinazione resta segreta (foto Simona Bernardini)
Così sarebbe un po’ come tornare al dilettantismo di una volta, con “prima e seconda fascia”…
Esatto e infatti era meglio. Tanto tra chi è competitivo e vincente le squadre dei pro’ andrebbero comunque a cercare i più giovani, ma si darebbe comunque la possibilità a tutti. E poi con questi vincoli attuali ci si chiude ancora di più. Sono limiti per il movimento. Alla fine siamo tutti sulla stessa barca.
Andiamo avanti, Matteo: per il 2023 come vi state attrezzando?
Visto che si rischia di perdere molti corridori strada facendo avremo 15, forse 16, atleti (lo scorso anno erano in 12, ndr). Non abbiamo il fenomeno, ma nel complesso è un buon gruppo di ragazzi che con un buon gioco di squadra possono fare bene e migliorarsi individualmente.
Cosa significa “con un buon gioco di squadra”?
Non abbiamo il miglior passista, il miglior velocista o scalatore, ma se si corre bene si può fare qualcosa. E’ l’unico modo per portare a fare bene chi sta meglio. Mentre se hai il fenomeno il gioco di squadra conta relativamente.
Il vostro corridore simbolo è Tommaso Nencini: passa professionista?
No, resta… con la speranza che sia l’ultimo anno! Tommaso è forte, le qualità le ha. Però deve essere più costante. E’ stato anche molto sfortunato. Nel finale di stagione stava andando forte ed è caduto. A metà stagione, la stessa cosa… Cadute che ogni volta lo hanno costretto a fermarsi per un po’ e a perdere ritmo e tempo.
Ci saranno anche dei primo anno? E su che basi li hai scelti?
Sì, due. Si tratta di Christian Piffer che è un buon scalatore, e Lorenzo Montanari, un passista veloce, ben adatto alle corse toscane. Il primo, altoatesino, viene dalla Pavoncelli Ausonia e il secondo dalla Sidermec-Vitali. Ho preso loro perché ho dei buoni rapporti con alcuni diesse tra gli juniores che sanno consigliarmi bene. Piffer per esempio era con Simone Bartoletti, mentre Montanari, romagnolo, me lo ha consigliato Luca Pacioni che collabora con noi.
Per il 2023 previsti ben 16 corridoriPer il 2023 previsti ben 16 corridori
Il calendario sarà quello tradizionale? Pensi anche a qualche gara all’estero?
Non prometto questo genere di corse, ma ci guardiamo… e se ci fosse la possibilità di andare all’estero perché no? Principalmente faremo il calendario italiano, con le gare nazionali e internazionali e con tutte le corse a tappe: dal Giro d’Italia U23, se lo fanno, al Valle d’Aosta. Anche perché poi con 15-16 atleti bisogna anche farli ruotare.
Prevedi di fare dei ritiri?
Sempre! Sono la nostra chiave di volta. A casa non ci sono la stessa applicazione e dedizione. Avrò i ragazzi dal 20 dicembre. Per adesso non è così necessario: devono fare fondo, pedalare tranquillamente e possono farlo anche da loro. Ma quando ci saranno da fare lavori più intensi e specifici voglio averli con me.
Cambierete qualcosa sul fronte dei materiali?
Passiamo a Guerciotti: ci sta dando fiducia, crede in noi. Ma perdiamo, purtroppo, Pissei per quel che concerne l’abbigliamento. Ma la perdiamo non perché i rapporti non siano più buoni, ma perché hanno altri impegni. Ma ci supporterà Marcello Bergamo. Vorrei invece fare un ringraziamento a Claudio Lastrucci di Hopplá, a Sandro Pelatti di Petroli Firenze e ad Andrea Benelli di Don Camillo, che tra l’altro si sta appassionando sempre di più. Sono davvero importanti perché senza di loro non si va avanti.
Rein Taaramae è una colonna dell’Intermarché Wanty Gobert. Una sorta di regista in corsa, che gode della massima stima da parte di Valerio Piva e di tutto lo staff del team. Ma Taaramae è anche un personaggio molto sfaccettato, che cerca di prendere dal ciclismo molto altro, a livello di esperienze e sensazioni, rispetto a quello che una gara può semplicemente dare. Da qualche anno il corridore estone è una sorta di testimonial del progresso ciclistico africano. Da anni si reca in Ruanda per preparare la stagione. Con il Paese ha stretto un rapporto che va molto al di là di quanto normalmente avviene per i campioni del pedale.
Interpellato sul tema proprio mentre era in ritiro prestagionale a titolo completamente personale, Taaramae si è ben prestato alla chiacchierata.E’ diventato quasi un inviato sul posto, preoccupandosi personalmente della parte fotografica. Per trasmettere attraverso parole e immagini il profondo legame che ormai lo lega a quella parte di mondo.
I paesaggi dove Taaramae si allena sono incantevoli e tutti a una grande altitudineI paesaggi dove Taaramae si allena sono incantevoli e tutti a una grande altitudine
«La prima volta che sono stato in Ruanda è stato nel 2019, per il locale Tour con il team TotalEnergies – ricorda – Non sapevo affatto che cosa mi aspettava, temevo soprattutto le difficoltà legate al cibo: mangerò 10 giorni solo riso in bianco perché probabilmente la gente non ha nient’altro. Nella mia mente avevo l’Africa dei pregiudizi: molto caldo, pessimi hotel e sicuramente nessuno parla inglese. La realtà era l’esatto opposto: Paese tropicale pulito, temperature per lo più 20-25 quindi non troppo calde. La maggior parte delle persone comunica un inglese migliore rispetto all’Italia o alla Francia. Sono molto gentili e onesti e anche gli hotel e il cibo sono buoni. Basta avere piccole accortezze: non mangiare insalata fresca, che è deliziosa ma semplicemente non va bene per il nostro corpo e non bere l’acqua del rubinetto».
Che percorsi hai trovato in Ruanda?
Ci sono abbastanza strade per allenarsi. Le condizioni stradali sono molto buone, senza buche, larghe e belle. Il paese dove risiedo è collinare ma la maggior parte delle salite dura 10 -30 minuti, qualcuna anche di più. Le pendenze sono limitate, mai più del 6 per cento, ma la sua altitudine ricorda un po’ la Colombia. In pratica l’altezza media è sempre di circa 2.000 metri, come una cima dello Stelvio senza scalare troppo… Il vantaggio è che non hai problemi con le auto come nella maggior parte dei Paesi europei. Guidano a una velocità di circa 50-70 chilometri orari perché qui l’auto è costosa e non vogliono davvero rovinarla. Inoltre ci sono molti autovelox e agenti di polizia e le multe sono salate.
In Ruanda le strade larghe sono un grande vantaggio e gli automobilisti sono molto disciplinatiIn Ruanda le strade larghe sono un grande vantaggio e gli automobilisti sono molto disciplinati
Ci sono pericoli?
Per pedalare qui bisogna guardare sempre davanti! Perché c’è sempre un sacco di gente a lato della strada, tanti ciclisti occasionali che a volte attraversano la strada senza guardare. Hanno un’abitudine molto bella qui, puoi sempre guidare in mezzo alla strada senza spaventarti che qualche macchina ti investa. Quando arrivano dietro di te fanno solo un colpo di clacson, nessuno si arrabbia con i ciclisti qui sulle strade.
Per quanto tempo rimarrai ad allenarti lì e sei da solo o con altre persone?
In realtà nel 2019 ho scoperto che il suo posto ideale per fare un training camp in quota, a 100 chilometri dal capoluogo è il paese di Musanze. C’è un piccolo centro speciale solo per il ciclista, con rifugi e ristorante dove il cuoco ti prepara tutto ciò che chiedi con tutti i servizi necessari per ciclisti, meccanici, lavanderia. Ero stanco di andare ogni anno nella Sierra Nevada in Spagna, magari per rimanere in camera perché c’è neve o cadere per il ghiaccio. Qui non abbiamo questo tipo di problemi. Un grande vantaggio è che il viaggio non è così lungo. La mattina prendi il volo in Europa e la sera sei a Kigali, senza cambi di fuso orario. Ora sono qui con mia moglie, è la campionessa estone a cronometro e possiamo guidare facilmente insieme e goderci il “bikepacking”. Rimaniamo 10 giorni e facciamo 700 chilometri in giro per il Paese, da un posto all’altro.
In quest’occasione l’estone è partito con sua moglie Hanna Caroline, campionessa nazionale a cronometroIn quest’occasione l’estone è partito con sua moglie Hanna Caroline, campionessa nazionale a cronometro
Sei molto impegnato anche nell’aiutare la popolazione locale: cosa hai portato quest’anno?
Sono stato qui a gennaio e ho incontrato i ciclisti locali, sembrava che avessero tutto, in forma, bei vestiti, belle bici… ma poi vado in giro con il mio amico e il primo giorno aveva una gomma a terra perché entrambe le gomme erano già completamente usate, poi ha rotto la catena perché era troppo vecchia, un altro dice che non può guidare perché aveva solo un paio di vestiti e li ha rovinati… Poi parlo con gli allenatori dei club locali e mi hanno detto che avere il materiale è un grosso problema in Ruanda. Quindi ora vengo qui con 4 grandi bagagli con circa 75 chili di cose usate e nuove.
Dove le prendi?
Le squadre WT buttano tanto materiale riutilizzabile, ad esempio con casette e catena quando in squadra non si usano più, sono validi per 10.000 chilometri di allenamento, lo stesso con tutte le altre cose, borracce, abbigliamento… Io raccolgo il possibile, ma l’Uci può fare qualcosa in questo senso. Basta contattare tutti i team e, ad esempio, supportare una squadra con cose vecchie di un Paese africano, può essere davvero importante per le immagini della squadra e per l’intero ciclismo locale.
Parte del materiale portato dall’estone in Ruanda e distribuito fra i ciclisti localiParte del materiale portato dall’estone in Ruanda e distribuito fra i ciclisti locali
Cosa significa per te essere in grado di aiutare il popolo ruandese?
E’ qualcosa che devo alle mie radici. Quando ho iniziato a pedalare negli anni ’90, l’Estonia era un Paese povero, era difficile avere un abbigliamento nuovo e buono e altro materiale. Ora è giusto che mi adoperi per chi è nella mia condizione di prima.
In Ruanda si faranno i mondiali del 2025: pensi che sarà pronto per organizzare un evento così importante?
Penso di sì, hanno buoni hotel nella capitale, anche le strade sono buone. Mi fa un po’ paura che alla gente piaccia andare in bicicletta e nelle gare ci sono migliaia di persone vicino alla strada, se c’è più pubblico nel mondo non è facile tenerli lontani dalle strade. L’organizzazione di Eanyway Td Rwanda era quasi perfetta, quindi perché non può essere lo stesso nel 2025.
Per Taaramae una stagione 2022 poco fortunata, con 8 Top 10 e il titolo estone a cronometroPer Taaramae una stagione 2022 poco fortunata, con 8 Top 10 e il titolo estone a cronometro
Eri soddisfatto della tua ultima stagione e cosa ti aspetti dalla prossima?
Sono stato abbastanza bene per tutta la stagione, penso di aver fatto davvero un buon lavoro per la squadra. Personalmente mi rammarico per due vittorie sfuggite di poco, la terza tappa sulla cima dell’Etna al Giro e la terza frazione della Vuelta. Fino a quando non sei un atleta puoi fare il tuo lavoro in modo scadente, ma a volte anche i bravi lavoratori hanno bisogno di avere la loro giornata, io non ce l’ho avuta. La prossima stagione è un po’ diversa, solo un grande tour e molte gare settimanali. Spero che tutto vada con un po’ più di fortuna.
Nel 2025 compirai 38 anni: quando ci saranno i mondiali, speri di esserci?
Fino a quando avrò lo stesso atteggiamento e una buona squadra, continuo. A 35 anni prendi le cose anno dopo anno. Mi piace davvero e amo quello che faccio, ma non so mai quando sarà la mia ultima stagione, anche se non ho avuto una grande carriera. Se faccio un altro anno va bene, se ne faccio 5 è anche meglio!
Chris Froome ha valicato la soglia dei 37 anni. Nel 2022 ha corso per 62 giorni e solo in uno di questi è sembrato essere, seppur lontanamente, quel corridore capace di entrare nella ristretta cerchia dei vincitori di tutti i grandi giri, portandone a casa ben 7 (4 Tour, 2 Vuelta, un Giro). Un campione la cui parabola ascendente si è bloccata quel maledetto 12 giugno 2019, con quella caduta al Giro del Delfinato proprio prima della cronometro, quando il suo fisico andò letteralmente in pezzi come un bicchiere di cristallo.
Riprendersi, anche solo per camminare e poi salire su una bici, fu uno sforzo sovrumano, ma ora Froome è lì, che anno dopo anno pedala in mezzo al gruppo, spesso anche in fondo. Tanti nel profondo pensano: «Ma chi glielo fa fare? Tanto ormai…». E’ proprio quell’ormai che dà al britannico la forza di insistere, che gli dice di non arrendersi perché la sua bella storia non può finire così.
Ai suoi interlocutori Froome è apparso più ottimista sul suo futuro, per nulla demoralizzatoAi suoi interlocutori Froome è apparso più ottimista sul suo futuro, per nulla demoralizzato
Quel giorno all’Alpe d’Huez
Dicevamo di un giorno del 2022, un giorno speciale. Il giorno dell’Alpe d’Huez al Tour de France. Chi c’era dice che vedendolo passare sembrava che le lancette del tempo fossero tornate bruscamente indietro, a quando Froome dava spettacolo davanti a tutti. «Quello è stato il miglior giorno da tre anni a questa parte – afferma il britannico – perché mi sono sentito rinato, ero di nuovo io».
Quel giorno Froome raggiunse la fuga principale sulle rampe del Galibier, prese di petto la Croix de Fer e diede battaglia sull’Alpe d’Huez finendo dietro solo al vincitore Pidcock e a Meintjes. Era tornato il Froome dei bei tempi, per un attimo fuggente.
Ripensandoci, Froome, intervistato da Cyclingnews, tiene i piedi saldi per terra nel giudizio della stagione che non può certo dipendere da una sola giornata: «E’ stato un anno iniziato male e finito peggio. Un altro anno scivolato via, ma che mi ha lasciato un barlume di speranza e a quello mi aggrappo con tutte le forze. Avevo iniziato il Tour come preparazione per la Vuelta, il mio vero obiettivo dopo aver avuto tanti problemi fisici a inizio stagione. Ho iniziato a sentirmi di nuovo io, come non mi accadeva da tantissimo tempo. Poi, improvviso, ecco che arriva il Covid. Io sono asmatico e quella maledetta malattia mi ha lasciato strascichi che mi sono portato dietro per tutto il resto della stagione.
E’ la scalata dell’Alpe d’Huez e Froome sembra tornato a brillareE’ la scalata dell’Alpe d’Huez e Froome sembra tornato a brillare
Tutto rovinato dal Covid
«L’Alpe d’Huez è stata un momento per me importante. Ho lottato, come non potevo fare da tempo. Le gambe rispondevano. Andavo meglio di quanto pensassi, considerando che per me era una preparazione per un altro grande giro».
Quel ritiro ha interrotto il sogno e Froome ne è cosciente: «Ho ricominciato ad arrivare in fondo al gruppo. La Vuelta stava andando al contrario di come speravo, ma proprio pensando all’Alpe d’Huez dicevo ogni giorno che dovevo arrivare al traguardo, accumulare chilometri e fatica perché mi sarebbero venuti utili in seguito. Guardavo già al 2023 e lo faccio ora consapevole che ci sono dei lati di quest’annata sfortunata che mi fanno ben sperare.
Il britannico ha chiuso la Vuelta al 114° posto, ma ha voluto concluderla pensando al 2023Il britannico ha chiuso la Vuelta al 114° posto, ma ha voluto concluderla pensando al 2023
Mente già puntata al 2023
«Intanto è stato il primo anno dal 2019 nel quale non ho sentito alcun effetto della caduta di Roanne. Poi il fatto che prima del Covid avevo raggiunto una condizione che non toccavo da tre anni a questa parte. Io vorrei ripartire da lì, ma c’è tanto da fare».
Froome ha già ripreso la preparazione e guarda al 2023 con ottimismo, «a condizione però che tutta la prima parte sia un periodo ininterrotto di allenamenti e gare senza acciacchi, malattie, infortuni. Poi voglio inseguire obiettivi mirati, non grandi, legati a vittorie parziali in corse a tappe, lottare per qualche classifica, ripartire insomma da target che possono essere alla portata».
L’ultimo grande giro vinto da Froome: la corsa rosa del 2018. E’ anche l’ultima grande vittoriaL’ultimo grande giro vinto da Froome: la corsa rosa del 2018. E’ anche l’ultima grande vittoria
Entrare nel “club dei 4”
Considerando il suo passato, perché allora tirare diritto per obiettivi che nulla darebbero di più alla sua fantastica carriera? Intanto perché ogni risultato, ancor più una vittoria avrebbero il dolce sapore del riscatto contro il destino. Poi perché nel suo cuore alberga sempre il sogno di entrare a far parte del “Club dei 4”, coloro che hanno vinto per 5 volte il Tour de France (Anquetil, Merckx, Hinault, Indurain). Lui lo ha fatto quattro volte, l’ultima nel 2017. Ora è un altro ciclismo, quello dei ragazzi terribili, ma Froome è ancora convinto di potercela fare.
«Molti al posto mio avrebbero mollato, ne avrebbero avuto abbastanza, soddisfatti già per il fatto di essere tornati alla normalità. Ma io no, sono convinto di poterlo fare. Amo troppo questo mestiere, amo il viaggio che porta a una vittoria, fatto di allenamenti, l’attesa, la corsa, la sua evoluzione, quella gioia di un istante quando sai di aver vinto. Il cercare di ottenere sempre il meglio da me stesso. Mi sento come un neoprofessionista, ma con l’esperienza di 13 anni di carriera. Riparto da qui…».
Il sole cala e l’umidità sale a Serraglio, paesino del mantovano dove in una casa stile castello vive Edoardo Affini. Due torrette in pietra, i gerani, un portico… il cronoman ci accoglie col sorriso. Andiamo a trovare il gigante della Jumbo-Visma in un pomeriggio di novembre. E’ in momenti come questi che si racconta in tranquillità quel che è stato e di quel che sarà.
Affini, classe 1996, è alla sua terza stagione da professionista. Una stagione tutto sommato bella per lui, suggellata dalla maglia rossa alla Vuelta. Mentre ci mostra la sua bella casa che è ancora in fase di costruzione iniziano le nostre domande. E la prima è una curiosità da “cicloamatore”.
Edoardo con le due maglie rosse della Vuelta, quella speciale per le frazioni olandesi e quella tradizionaleEdoardo con le due maglie rosse della Vuelta, quella speciale per le frazioni olandesi e quella tradizionale
Edoardo, qui di montagne neanche l’ombra. Come fai per gli allenamenti?
I primi strappetti, le colline moreniche, sono a 30 chilometri, altrimenti devo andare sul Garda. Se devo fare una distanza senza lavori ci vado in bici, ma se devo fare degli specifici mi avvicino con la macchina. Altrimenti tempo che arrivo è ora di tornare a casa!
E si diventa cronoman anche per tutta questa pianura? Al netto di un certo fisico chiaramente…
Di certo con la pianura c’è feeling. La faccio spesso. Anche i rapporti: vai a cercare quelli più lunghi.
Che stagione è stata?
Direi una bella stagione per me, molto bella per la squadra. Per quel che mi riguarda ci sono stati alti e bassi. Tra gli alti, c’è senza dubbio la maglia rossa alla Vuelta arrivata dopo una vittoria, quella della cronosquadre. O il podio nella tappa del Giro. E poi quando sei in corsa e i tuoi capitano finalizzano. Come Wout (Van Aert, ndr) alla Omloop o ad Harelbeke.
Affini ha ricavato uno stanzino per i suoi trofeiAffini ha ricavato uno stanzino per i suoi trofei
E i bassi, invece , quali sono stati?
Le due mazzate del Covid. Una a febbraio, che ha scombussolato un po’ i piani della primavera, e una alla Vuelta. Quella mattina in Spagna ho fatto un controllo quasi per scrupolo visto che qualche caso c’era stato. Dopo il tampone stavo andando a fare colazione quando con la coda dell’occhio ho visto la seconda lineetta del test. Non avevo assolutamente niente, ma c’è un protocollo di squadra che parla chiaro e sono tornato a casa.
Hai parlato della squadra. Con tutte queste vittorie vi sentite più forti quando siete in corsa. Per la serie: “Fatevi largo arriviamo noi della Jumbo-Visma”?
Questa sensazione c’era già l’anno scorso e quest’anno ancora di più. Siamo sempre pronti a prendere in mano la corsa e fare il meglio per far vincere i capitani. Non solo, ma quando poi hai capitani del nostro calibro anche le altre squadre ci lasciano fare. “Che ci pensino loro”, dicono. Ma al Fiandre, anche senza Wout fermato dal Covid, abbiamo dato il nostro contributo e corso come volevamo noi.
Insomma c’è questa sensazione di essere una squadra…
Siamo un collettivo. Sono qui da due anni, di prima non posso parlare, ma da quel che mi dicono è che proprio negli ultimi due anni si è fatto un bello step. Specie nel cercare di fare la corsa.
Il treno della Jumbo-Visma guidato da Affini nella cronosquadre della Vuelta che gli permesso di vestire in rossoIl treno della Jumbo-Visma guidato da Affini nella cronosquadre della Vuelta che gli permesso di vestire in rosso
Parliamo di leader. Van Aert che capitano è? Cosa chiede in corsa?
Wout sa quel che vuole. Non è uno che ti martella, però è capace di farti tirare fuori il meglio per il tuo specifico lavoro. E te ne rendi conto dopo. Tu stesso percepisci che vuoi dare il 100%.
Roglic invece?
Anche lui è un leader, ma è diverso rispetto ad un Van Aert. E’ più espressivo, nel senso che parla di più è più “nervoso”. Poi magari certe volte su una salitella sta faticando tanto e ti dice: “Ti vedo bene, io invece oggi ho mal di gambe”. Allora lo guardi e visto che un po’ lo capisce, gli dici in italiano: “Primoz, mettiti a ruota!”. A quel punto capisce e si mette a ridere… Però è un capitano vero.
E poi c’è Vingegaard…
Con Jonas non ho corso tanto a dire il vero. Ci ho fatto la Tirreno, quando ha fatto secondo dietro Pogacar. Che dire: è un talento. Di certo è un tipo tranquillo. Quando si è detto che dopo il Tour fosse saltato di testa è perché lui non cerca attenzioni, non è da social. E’ introverso. Però quando è in corsa sa come gestire la squadra. E gli piace stare dietro a me!
La fuga di Treviso. Grande collaborazione e ottime gambe hanno permesso ai quattro di andare al traguardo. Affini fu secondoLa fuga di Treviso. Grande collaborazione e ottime gambe hanno permesso ai quattro di andare al traguardo. Affini fu secondo
Ah sicuro: dietro ad Affini si sta bene!
La posizione di Wout alla Sanremo è stata una cosa micidiale. Anche lui riesce a stare ben coperto dietro a me. Per risparmiare energie ha fatto tutta la corsa alla mia ruota. E queste erano le consegne. Lui si fermava a fare pipì? Io mi fermavo. Lui andava all’ammiraglia? Io andavo dietro. Così fino alla Cipressa.
Come hai passato quest’ultimo periodo?
Bene dai. Riposo vero. La prima settimana sono stato a casa, poi sono andato in Olanda dalla mia ragazza per 15 giorni e adesso sono di nuovo qui. Ho ripreso giusto questa settimana, con piccole cose, giusto per dire al fisico che è ora di riprendere, mentre da domani si riprende più seriamente.
Dal balcone, fra le due torrette in pietra, un saluto prima di andare viaDal balcone, fra le due torrette in pietra, un saluto prima di andare via
Si dice che si va sempre forte, quali sono stati i giorni in cui in stagione ha spinto di più?
Beh, nella cronosquadre della Vuelta siamo andati forte davvero. Ma anche nel giorno della fuga al Giro. Negli ultimi 60 chilometri abbiamo pedalato di brutto. Giravamo tutti e quattro.. come un quartetto. Abbiamo mantenuto la velocità alta. Anche Gabburo, che era più piccolo, girava con noi passistoni. Ci stava un attimo, ma la velocità non calava. E poi un altro giorno che abbiamo menato e in cui ho avuto paura di restare solo indietro è stato nel giorno del Crocedomini in avvio. Nella tappa dell’Aprica. Mi sono detto: “Almeno fino in cima devo restare attaccato. Poi vediamo”. So solo che per un’ora e 4′ ho fatto 430 watt… per restare attaccato.
Diciamo due nel mio caso! Penso sia un percorso interessante. Ci sono anche delle tappe dure. La prima crono è interessante, ma anche la seconda è insolitamente lunga per il Giro. In generale penso sia giusto che in un grande Giro ci siano anche dei bei chilometri contro il tempo. E infatti penso che al Tour quest’anno abbiano un po’ sbagliato. Pensiero mio almeno…
Qual è l’obiettivo di Affini?
Continuare a migliorare. Certo anche vincere, quello fa piacere a tutti, ma di base dico migliorare.
Lasciata la Ineos, Dennis in maglia Jumbo Visma assesta un bel colpo alla ex squadra, accusandola di copiare. Punta sul Tour: l'obiettivo è battere Pogacar
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In questo primo scorcio di stagione, complice anche questo clima così mite, nel ciclocross abbiamo assistito a percorsi molto veloci. Le difficoltà tecniche non sono state tantissime nei vari circuiti, ma quando ci sono state hanno fatto la differenza. Specie nella seconda metà di gara quando le energie venivano meno. Con il maestro, nel vero senso della parola, Martino Fruet andiamo a capire quali sono i passaggi più significativi del cross e come si affrontano.
Ne abbiamo individuati tre: il traverso, le curve a gomito (o comunque molto strette) e gli ostacoli.
Martino Fruet (classe 1977) in azione sul fango e la neve. Il terreno gelato sotto e molle sopra, per lui è il più difficile da interpretareMartino Fruet (classe 1977) in azione sul fango e la neve. Il terreno gelato sotto e molle sopra, per lui è il più difficile da interpretare
Giovani e tecnica
Prima di analizzare quei tre punti, abbiamo posto una domanda al grande specialista dell’offroad. Ed stata: «Oggi i ragazzi curano la tecnica? O prevale la componente atletica?».
«I ragazzi di oggi curano moltissimo la tecnica – spiega Fruet – soprattutto per quel che riguarda il salto degli ostacoli. Noi delle vecchia scuola scendiamo e cerchiamo di essere più veloci possibili, ma dagli allievi in su ormai si cresce con la mentalità di saltare l’ostacolo, anche se a volte, crono alla mano, si è più veloci se si scende. Ma fa “tanto figo”…
«Mentre noto che non prestano la stessa attenzione sulle linee. In questo caso preferiscono puntare sulla componente atletica».
Pedale a monte alzato e bacino che si sposta verso valle per caricare la gommaPer fare un buon traverso bisogna entrarci nella parte alta.Qui uno dei traversi di Follonica al GICPedale a monte alzato e bacino che si sposta verso valle per caricare la gommaPer fare un buon traverso bisogna entrarci nella parte alta. Qui uno dei traversi di Follonica al GIC
Il traverso
Quando c’è una contropendenza laterale spesso le cose si complicano, specie se il fondo è scivoloso. E infatti Fruet parte proprio da questa discriminante.
«Se è asciutto – spiega Fruet – e la bici tiene non ci sono problemi. Vai tranquillo con entrambi i pedali attaccati e quello a monte sollevato e ci si sposta con il bacino a valle. In questo modo il peso va sulla gomma».
«Discorso diverso quando è bagnato o c’è fango. In quel caso come si dice in gergo, si “zappa”. Si stacca il piede a monte e si spinge. Appoggi e spingi, appoggi e spingi…
«Se nei giorni precedenti ha piovuto parecchio si creano i canali. Se ne punta uno e si cerca di restare lì dentro stando in equilibrio… ma non è facile. Nei traversi si dovrebbe entrare sempre dal punto più alto e mano mano sfruttare la pendenza verso il basso. Altrimenti se si entra subito bassi si va a fettuccia e si perde molto tempo. Invece stando alti si cerca il primo canale e poi si “scivola” in quello sempre più in basso, ma si fa velocità. Stando però sempre attenti a non scendere fino alla fettuccia.
«Ma se il traverso è molto lungo è difficile restare alti. Quello di Namur (nella foto di apertura, ndr) per esempio è famoso per la sua lunghezza e anche perché è in discesa».
Fruet in azione. Curva stretta con l’anteriore va a cercare i (pochi) fili d’erba verso il palettoDa notare la differenza con chi fa una traiettoria più classica largo-stretto-largoMa se c’è tanto fango, forse è meglio scendere di sellaFruet in azione. Curva stretta con l’anteriore va a cercare i (pochi) fili d’erba verso il palettoDa notare la differenza con chi fa una traiettoria più classica largo-stretto-largoMa se c’è tanto fango, forse è meglio scendere di sella
Le curve
Per le curve più ampie quelle da 90° in su per Fruet non dovrebbero esserci problemi. O almeno un crossista non dovrebbe averne. Il focus pertanto è sul tornante o la curva molto stretta.
«Prendendo il classico fettucciato in pianura – riprende Fruet – bisogna puntare la piccola striscia interna di verde, cioè di erba, che spunta dal marrone».
«Anche in questo caso molto dipende dal fondo. Il peggiore è quello gelato con la superficie che molla un po’. Lìdevi essere un artista. E si può fare una grossa differenza. In questi casi ci sta anche che si arrivi forte sulla curva e poi si scenda, mettendo il piede appunto sul filo d’erba e magari fare perno sul paletto con la mano. E poi risalire in sella.
«Altrimenti bisogna fare un “disegno”, una traiettoria particolare. Non è il classico: allarga, chiudi, allarga. Bisognerebbe allargare ma senza chiudere subito, in modo tale da ritrovarsi nel punto di corda su quel po’ di erba all’interno. Non si esce troppo larghi. Il disegno della curva sarebbe sbagliato, ma la velocità in teoria non è bassissima».
«In caso di fango estremo, tipo 20 centimetri, per me è meglio scendere. Spesso quando facciamo le prove con il cronometro alla mano si è più veloci che restare in sella».
«Come accennavo, il terreno più brutto è quello con fondo ghiacciato e superficie più molle. Se sotto è duro per davvero il sopra è scivolosissimo. Bisogna essere davvero sensibili. Tuttavia le differenze non sono enormi perché di base la velocità è bassa».
E su sabbia? «Su sabbia serve prima di tutto tanta potenza. Non si va troppo stretti e si deve giocare con peso e cambio. Non si deve essere troppo duri. Ricordo che uno che riusciva a fare certe curve così con il rapportone era Franzoi. Ma lui aveva una potenza incredibile».
Van Aert, sa bene come saltare gli ostacoli, ma spesso preferisce farli a piedi… Mentre Van der Poel, dal Dna del biker della nuova scuola, difficilmente scende di sellaVan Aert, sa bene come saltare gli ostacoli, ma spesso preferisce farli a piedi… Mentre Van der Poel, dal Dna del biker della nuova scuola, difficilmente scende di sella
L’ostacolo… a piedi
Infine c’è il salto o “bunny hop” (il salto del coniglio), vale a dire il superare gli ostacoli a terra. E qui Fruet dà il meglio di sé.
«Come accennavo – dice Fruet – oggi la scuola dice che vanno superati in bici, ma non sempre è vantaggioso. Ai miei tempi si diceva di scendere e di correre veloci, chiaramente era importante essere fluidi nell’azione. Scendere, saltare, correre e risalire in bici.
«Anche per questo è importante non far rimbalzare la bici, perché poi se per rimontare si salta e non si trova subito la sella sono dolori. Meglio andare a cercare la sella con l’interno coscia e poi lasciarsi andare con il sedere. A volte, se la distanza degli ostacoli lo consente, si appoggia la bici a terra e la si fa scorrere per quei due passi, prima dell’ostacolo successivo.
«Scendendo di bici si arriva più veloci sull’ostacolo e la stessa velocità determina il punto in cui si doveva scendere».
I ragazzi oggi spesso “cercano” l’asse con le ruote. Più l’ostacolo è basso e più la velocità con cui vi si arriva è alta. E viceversa.I ragazzi oggi spesso “cercano” l’asse con le ruote. Più l’ostacolo è basso e più la velocità con cui vi si arriva è alta. E viceversa.
L’ostacolo… in bici
«Ci sono poi i salti. Per me – osserva Fruet – ci sono tre tecniche, anche se viste da fuori sembrano tutte uguali.
«C’è il bunny hop classico, in cui tiri su con le braccia e fai una sorta “d’impennata d’inerzia” abbassando il sedere e portando avanti le spalle. Il tutto senza pedalare. Ma con la bici da cross è difficile, non hai il telescopico e la sella ingombra, dà fastidio».
«C’è il salto “tipo belga”, come l’ho chiamato io, perché l’ho visto fare dai belgi soprattutto. In pratica salti l’asse con tanto, tantissimo carico sulle braccia e senza usare le gambe Spesso toccano con la ruota. Io, che da 20 anni sono maestro di Mtb ti boccerei all’esame. Ma nel cross è così».
«E poi c’è il salto “alla mtb”, che prevede il carico, la tirata con le braccia, ma anche con le gambe».
Rispetto a qualche anno gli ostacoli sono tendenzialmente più bassiRispetto a qualche anno gli ostacoli sono tendenzialmente più bassi
Una riflessione
Il cross nasce per saltare gli ostacoli e prevede dei tratti a piedi, se non si scende mai di sella è un po’ come se si snaturasse. Forse anche per questo riguardo ai salti Fruet è davvero interessato. Con il suo occhio e la sua esperienza il trentino studia anche questi aspetti e fa una riflessione.
«Una volta – conclude Fruet – gli ostacoli erano da 40 centimetri, ora li mettono a 30. Fosse per me li farei da 70 centimetri, così che tutti sarebbero costretti a scendere di bici».
«A un certo punto ho cominciato a fare il pizzaiolo, per dare un senso alle giornate. Volevo ricomprarmi la bici senza chiedere soldi ai miei. Mi serviva perché volevo tornare a correre. Io non sono un dopato – scandisce bene Innocenti – non sono mai stato al limite. Se fossi stato così, non avrei avuto questa voglia di tornare. Dicevano tutti che mi avrebbero dato sei mesi al massimo, per questo quando sono arrivati i 4 anni è stata dura. Sono il tempo di un liceo, una carriera da under 23. Una vita. Ho pensato tante volte al tempo che passava. Per un mese non sono riuscito a dormire. Parlavano di me come di un talento. Avevo fatto tanti sacrifici. Poi piano piano è cresciuta la consapevolezza. Sono giovane. Dovevo cercare di andare avanti».
Le parole di Toni
Seano, giorno di San Martino. Le colline intorno brulicano di reti e olive da cogliere e biciclette in lenta processione su tutte le salite. Andrea Innocenti, classe 1999, ci ha dato appuntamento in un bar baciato dal sole, in questo strano autunno che continua a sembrare primavera. Ha con sé Sancho, uno dei suoi tre cani. Ha la faccia a posto, difficile tradurre la sensazione in parole e sperare di essere creduti.
Qualche settimana fa, parlando con Pino Toni di atleti dal motore importante (immaginando o sognando di trovare prima o poi un erede per Nibali), il preparatore toscano disse poche parole.
«Ne ho visti solo due, ultimamente. Uno è Andrea Piccolo. L’altro è Andrea Innocenti, peccato per quello che gli è successo…».
Il 2017 è il suo anno migliore da junior, con 9 vittorie, fra cui il Lunigiana (duzimage)Il 2017 è il suo anno migliore da junior, con 9 vittorie, fra cui il Lunigiana (duzimage)
Controllo a sorpresa
La storia, in breve, poi si va avanti. Andrea Innocenti, uno dei talenti più solidi della sua classe, viene trovato positivo al testosterone in un controllo fuori competizione durante un ritiro della nazionale. I Carera, suoi procuratori, lo indirizzano verso un noto avvocato.
La prima udienza (per la prima infrazione della vita) dura un quarto d’ora. Non gli permettono di dire nulla, ma ugualmente il conto è salato: 4 anni di squalifica. L’avvocato a quel punto rilascia un’intervista dicendo che era tutto pilotato. La conseguenza (a quel punto abbastanza scontata) è che nel secondo grado, la squalifica è confermata e così pure al Tas, anche se le prove scientifiche sono a favore dell’imputato. In più, arriva la beffa. L’avvocato non avrebbe notificato che Andrea nel frattempo si è autosospeso, così la squalifica parte due mesi più avanti. Quattro anni e due mesi.
A Bergamo, nel processo penale legato alla positività, il ragazzino viene rappresentato da altri professionisti e viene assolto. Per lo Stato italiano, non c’è stato doping.
Agosto 2017, Innocenti vince il Trofeo Maionchi davanti ad Aleotti e Baroncini (foto Instagram)Agosto 2017, Innocenti vince il Trofeo Maionchi davanti ad Aleotti e Baroncini (foto Instagram)
La chiamata di Cassani
Davide Cassani è un signore e di ciclismo ne sa tanto. E con disarmante semplicità dice che se a 19 anni risulti positivo in un controllo antidoping, la colpa non può essere solo tua e non vai lasciato da solo. Per questo l’allora tecnico della nazionale, vuole incontrarlo. I due parlano poco dopo la squalifica. E ora che i 4 anni sono passati e dopo che Andrea è rientrato per poche corse nel 2022 con la Park Pre Racing Team di Francesco Ghiarè, Davide gli ha aperto le porte della Technipes-InEmiliaRomagna. La storia può ricominciare.
Chi eri?
Un buono junior. Avevo vinto il Lunigiana ed ero passato dilettante con la Maltinti. Sono stato al funerale di Renzo, era davvero una brava persona. Mi sarebbe piaciuto rientrare con loro per gratitudine verso Renzo e per l’amicizia con Leonardo Scarselli, che è stato tecnico e soprattutto amico.
Pino Toni dice di aver visto solo due motori al livello di una carriera alla Nibali: Andrea Piccolo e Andrea Innocenti.
Parlavano bene di me, ricordo bene. E Pino mi aveva visto da junior e poi anche al primo anno da U23. Facevo tanti sacrifici e le cose andavano bene. Finita la maturità sarei dovuto andare in ritiro con Cioni, che ai tempi mi seguiva.
Nel 2018, dopo due grandi anni da junior, Innocenti va alla Maltinti: qui con Renzo e il ds Scarselli (foto Instagram)Nel 2018, dopo due grandi anni da junior, Innocenti va alla Maltinti: qui con Renzo e il ds Scarselli (foto Instagram)
Invece un giorno torni a casa da un allenamento e cosa succede?
Era un periodo brutto. Mio padre aveva fatto un incidente in moto, era messo male. Quel giorno però ero contento, perché tornava a casa. Avevo appena fatto la terza prova della maturità, entrai a casa e capii che qualcosa non andava. Mia madre piangeva. Era da poco morto mio zio, pensai che avessero trovato qualcosa a papà. Invece mi guardarono e mi chiesero se avessi qualche problema e se volessi parlarne. Mi dissero che non potevo più correre, che ero risultato positivo. Io neanche ricordavo di averlo fatto quel controllo, erano passati due mesi…
Come reagisti?
I primi mesi furono i più duri. Mia madre lavora in una multinazionale americana, è sempre piena di cose da fare. E con mio padre allettato e io quasi alla depressione, a un certo punto mi scossi e piano piano iniziai a dare nuovamente una mano in casa. Nel frattempo in giro e sui social leggevo cose dette senza sapere niente. Dopo un po’ ricominciai anche ad andare in bici e appunto dopo 15 giorni mi misi a fare il pizzaiolo e a studiare.
Studiare?
Sognavo di fare il veterinario. Da ragazzino, dicevo che presto avrei smesso di correre e avrei studiato per quello. Poi invece da allievo scattò la passione del ciclismo e mi iscrissi a Giurisprudenza. Uscivo dal Liceo Scientifico Sportivo e avevo studiato Diritto. Mi piaceva e così cominciai a preparare Diritto romano. Solo che era il periodo della prima sentenza e a leggere quelle cose mi veniva la nausea, così smisi di studiare. I miei genitori per un po’ non dissero nulla. Poi mi parlarono: «Se vuoi correre ancora, ti appoggiamo. Però nel frattempo o studi o ti trovi un lavoro». E così mi iscrissi a Scienze Motorie. Due anni e mezzo per dare gli esami. Poi il tirocinio tutto insieme. E a giugno 2021 mi sono laureato.
E’ il 2020, due anni di squalifica alle spalle, ne restano due: Innocenti si allena e studia (foto Instagram)E’ il 2020, due anni di squalifica alle spalle, ne restano due: Innocenti si allena e studia (foto Instagram)
Prima gara al Giro del Friuli, quattro anni e due mesi dopo. Che effetto ti ha fatto?
Mi hanno chiamato in tanti, chiedendomi se fossi emozionato. Io ero tranquillo. Tornavo a fare la mia vita. Ero convinto di andare forte, ma forse sono partito con troppo entusiasmo, perché a fine stagione ci sono arrivato sfinito. A Ghiarè ho chiesto di farle tutte, volevo tanta fatica per sbloccare il motore. Ma al Del Rosso non ero fresco come al Giro del Friuli. Non mi sarei mai aspettato di arrivare 10° sullo Zoncolan. Una salita così lunga in gara non l’avevo mai fatta. Non l’ho preso davanti solo perché mi sono staccato in discesa. La discesa dopo 4 anni può essere un problema (sorride, ndr).
Come ti sei allenato in questi 4 anni?
Il mio programma prevedeva due picchi di condizione all’anno. Il primo per i giorni della Firenze-Empoli, da tenere fino a giugno. Poi 15-20 giorni per recuperare, magari in altura, e si ripartiva con un altro picco da portare fino a ottobre. Inverno da corridore e poi si ricominciava.
La leggenda dice che hai fuso due motorini di tuo padre nel simulare la gara…
Uno era vecchio, l’altro no. E’ vero (sorride, ndr). Facevamo dei bei giri dietro moto, con distanze e andature da gara. La prima ora da solo, poi da Poggio a Caiano si faceva forte il San Baronto, di lì Lamporecchio, andavamo fino a Empoli e dopo 4 ore si faceva forte la salita di Vitolini. E se stavo bene, anche Seano a tutta. Questo una volta ogni due settimane. Nell’altra settimana, andavo con la bici da crono che mi ero comprato (i dati di allenamento parlano di sessioni da 10 chilometri a 7 watt/kg). E la domenica distanze blande di 6 ore in Z2 e Z1.
Il 3 giugno 2021 arriva la laurea in Scienze Motorie: il cammino prosegue (foto Instagram)Il 3 giugno 2021 arriva la laurea in Scienze Motorie: il cammino prosegue (foto Instagram)
Cosa ti aspetti?
A casa sono tutti contenti. Forse mi mancherà un po’ il ritmo, ma sono convinto che tornerò quello che ero. Sono motivato. Quest’anno c’era poco tempo, ora posso fare un vero periodo di riposo e ricominciare al pari con gli altri.
Dove si erano fermati i tuoi sogni?
Non si sono mai fermati, ma fino al primo anno da junior (4 vittorie, ndr) facevo fatica a capire che corridore fossi. Con un po’ di impegno, vincevo anche le volate. L’anno successivo (9 vittorie, fra cui le classifiche finali del Lunigiana e della Ain Bugey Valromey in Francia), ho iniziato a pensare di essere più adatto per le corse a tappe. Sono andato benino e credo che il mio terreno possa essere quello. So andare in salita, pur non essendo uno scalatore di 56 chili e vado bene a crono. Il mio obiettivo sarà specializzarmi in questo.
Correrai con la squadra di Coppolillo e Cassani…
Michele l’ho conosciuto subito, è davvero una bella persona. Il fatto che Cassani mi abbia dato fiducia, l’ho trovato molto importante. Davide è stato una delle poche persone che mi ha chiamato dopo il controllo. Volle vedermi per capire cosa fosse successo. Per me già quello fu gratificante, fino al giorno prima mi volevano tutti bene e poi sparirono. Il fatto che mi abbia richiamato dopo 4 anni è un punto in più. Spero di poter ripagare la squadra per la fiducia.
Durante il periodo giù dalla bici, uscite in mountain bike o passeggiate con i suoi cani: ne ha 3 (foto Instagram)Durante il periodo giù dalla bici, uscite in mountain bike o passeggiate con i suoi cani: ne ha 3 (foto Instagram)
Come ti ha accolto il gruppo?
I miei coetanei e compagni di nazionale ormai sono tutti professionisti oppure hanno smesso. I compagni alla ParkPre mi facevano vedere i commenti sui social di qualche… sciocchino. Ma non puoi ascoltare tutti e ognuno è libero di pensare come vuole. Io voglio solo riprendere la mia strada. E sono certo che qualcosa di buono verrà di sicuro…
Che cosa successe in quel controllo?
La verità? Non lo so. Per il Tas mi sono sottoposto al test del capello con una luminare del campo e non venne fuori nulla. Io non ho preso niente, l’ipotesi più probabile è uno scambio di farmaci con qualcosa che avevamo in casa. Ma non sto neanche a dirlo, perché non ho prove per sostenerlo. Non lo so. So però che non mi sono dopato.
Si ricomincia con un ritiro a ridosso di Natale, quando i corridori della Technipes-#InEmiliaRomagna riceveranno bici e programma. Nel frattempo Innocenti ha preso ad allenarsi con Paolo Alberati e Maurizio Fondriest. Quattro anni sono tanti, ma non sono stati anni di ruggine. E comunque sia andata quel giorno, la lezione è stata imparata. La seconda occasione è ampiamente meritata.
Una medaglia sfiorata. Rammarico e soddisfazione sono stati i due stati d’animo che hanno accompagnato il rientro a casa di Davide Toneatti dall’europeo U23 di Namur. Su di lui Pontoni ha detto: «Bisogna essere più cattivi. In certi momenti si deve essere spietati e non molli». Una lettura dura ma che tra le righe trapela fiducia e speranza in un ragazzo che sta facendo davvero bene.
Seppur con una medaglia di legno, Davide è tornato in patria portandosi a casa il merito di essere stato il migliore degli uomini nella spedizione azzurra in terra belga. Dopo una stagione no stop corsa con i colori dell’Astana Qazaqstan Development Team ha saputo portare la continuità e le buone sensazioni dalla strada al cross. Umiltà e coscienza dei propri mezzi affiorano dalle sue parole, sintomo che la scorza è dura e la mentalità è forte, pronta ad essere sottoposta ad un’intera stagione off-road da aggredire.
Per Toneatti il percorso di Namur è uno tra i preferitiPer Toneatti il percorso di Namur è uno tra i preferiti
Una stagione su strada tramutata in cross senza mai fermarsi, è ora di vacanze?
Sì ora sono a casa, starò due settimane fermo fino al 20 novembre per poi riprendere verso metà dicembre con la stagione cross.
Quest’anno ti sei fermato solo una settimana ad agosto. Con che stato di forma sei arrivato alla stagione cross?
Direi buona. Ho fatto tre gare di ciclocross prima dell’europeo. La prima in Coppa del Mondo a Tabor, non è stato semplice riprendere, a tratti traumatico perché mi mancavano ritmo e rilanci. Già dalla settimana successiva nella seconda gara mi sono ripreso e ho avuto buone sensazioni, a partire dalla guida. Ho ripeso un po’ più di familiarità con la bici.
L’avvicinamento all’europeo è andato come volevi?
A Maasmechelen stavo bene, ho avuto un piccolo problema in partenza dove mi si è incastrata la catena dopo appena 500 metri dalla partenza. Sono partito ultimo e sono riuscito a recuperare fino all’undicesima posizione. Poi ho corso a Firenze dove sono proseguite le buone sensazioni e poi quattro giorni dopo c’è stato l’europeo. Come preparazione posso dire che sia andato tutto bene. Nel periodo in cui dovevo andare forte mi sono fatto trovare pronto.
Davide Toneatti ha corso la sua prima stagione su strada da under con l’Astana Davide Toneatti ha corso la sua prima stagione su strada da under con l’Astana
Le sensazioni di Tabor erano legate alla condizione o più all’adattamento al cross dopo otto mesi su strada?
Ripensando alla gara che ho fatto e parlando un po’ con il mio preparatore ha notato che si vedeva che non usavo la bici da ciclocross da un po’. Ero legnoso sui rilanci e nella guida, quasi a rallentatore. Non posso dare la colpa solo alla strada ma è un po’ la mia indole, ci metto un po’ a riabituarmi. Anche se tra strada e cross ci sono geometrie simili, c’è differenza nell’impostazione. Fare le curve al limite non è facile e dopo tanto che sei fermo perdere un secondo qua è la è normale e si traduce in distacchi che rispecchiano la condizione. Dalla settimana dopo però ho ritrovato la giusta confidenza.
Pensi che la stagione in Astana su strada ti abbia un po’ complicato la ripresa nel ciclocross?
Secondo me è il contrario. La stagione su strada mi ha dato una bella gamba. Anche nel fare velocità, nei rettilinei, nel far correre la bici, ero ben messo. L’ho notato anche in un percorso duro come quello di Namur.
Veniamo all’europeo. Ti abbiamo visto attento e concentrato, soprattutto in discesa, dove hai fatto la differenza…
C’era una discesa ad “S” in leggera controtendenza. L’ho studiata nei giorni prima fermandomi a guardarla. Ho provato a farla sia in bici che a piedi. Ragionando con Bertolini, mi ha fatto riflettere che facendola a piedi ad ogni giro sarebbe stato uno sforzo più dispendioso. Mentre in sella ci si può quasi rilassare per un attimo. Sono dettagli che mi piace curare. Il giorno della gara ho notato che era anche più definita una traiettoria e si è rivelata la tattica giusta per fare la differenza. In generale il percorso di Namur è uno dei miei preferiti.
Per Toneatti i punti tecnici come la discesa sono stati un punto di forzaPer Toneatti i punti tecnici come la discesa sono stati un punto di forza
Raccontaci la gara…
Sono partito in seconda fila e la partenza è stata discreta, penso che sarebbe potuta andare leggermente meglio. Nel primo tratto di discesa ero in dodicesima posizione. Avevo perso qualcosina nel primo giro rispetto ai primi poi però ho subito iniziato a recuperare e a parte Pim Ronhaar che aveva nella prima parte di gara un bel distacco su di noi, son rimasto sempre nelle prime posizioni. Finché non ce la siamo giocata all’ultimo giro. Eravamo tutti a distanza di cinque secondi. Sulla discesa che ho descritto ho provato a staccare Meeussen. Un po’ c’ero riuscito, poi la contropendenza lunga non l’ho fatta benissimo e quando sono uscito da quel tratto ho visto che mi era praticamente dietro. Poi c’era quel leggero falsopiano a scendere che portava all’ultima rampa a piedi che ho imboccato per primo dove ho provato a fare la mia volata ma mi ha superato e facendo la rampa per primo mi ha soffiato il terzo posto.
Sei soddisfatto di questo quarto posto?
Dal punto di vista della preparazione, allineandolo con l’obiettivo che c’eravamo prefissati sono completamente soddisfatto. Ce la siamo giocata praticamente fino all’ultimo, non è che ho fatto quarto a un minuto. Il primo era lì a quindici secondi. Poi ovvio che quando si fa quarto si rosica, soprattutto in un finale così ristretto. Però lo considero un risultato più positivo che negativo. Alla vigilia credevo che un piazzamento nei cinque fosse possibile. Vedendo come giravano i primi a Maasmechelen, visto che io ero in rimonta, i miei tempi erano allineato con loro. Al Koppenberg, Ronhaar e Nys mi hanno dato l’impressione di essere imprendibili. Però ho chiuso lì con loro a giocarmela, mi porto a casa quanto di buono ho fatto.
Pontoni ha detto: «La considero una medaglia persa». Cosa gli rispondi? E’ stato così duro anche con te dopo la gara?
Inizialmente c’è andato giù abbastanza pesante. Da una parte lo posso capire perché c’era una medaglia a portata. Però ho dato tutto, non posso farmene una colpa di aver fatto quarto. Se guardiamo il cammino dal Friuli, alle coppe che ho fatto, all’europeo, penso che potrebbe essere contento di come sono arrivato. Capisco che lui come cittì si immedesimi nel fatto che c’è una differenza tangibile tra il quarto posto e la medaglia di bronzo. Posso comprendere che fosse amareggiato.
Toneatti nel 2023 dovrà difendere il titolo nazionale U23 che detieneToneatti nel 2023 dovrà difendere il titolo nazionale U23 che detiene
E’ così diretto nei tuoi confronti perché avete già lavorato insieme alla DP66?
Sì ovvio, c’è un rapporto molto diretto. Cerco di tradurre tutto in motivazione.
Chiuso il capitolo europeo, adesso quali sono i tuoi programmi?
Dopo lo sosta, ho visto che a parte le molte gare internazionali che ci sono in Italia a dicembre. Le coppe del mondo, il campionato Italiano e infine il campionato del mondo son tutte in un mese, dalla prima settimana di gennaio alla prima di febbraio. L’obiettivo è di arrivare pronti per quel periodo.
Per il 2023, posto confermato in Astana?
Sì, rimarrò con la continental. Poi non so se come quest’anno, spero di sì, mi daranno la possibilità di fare qualche gara con la World Tour.
Come sono andate le esperienze con la World Tour di fine anno?
Diciamo che ho preso delle belle legnate (ride, ndr). E’ stata un’esperienza molto bella. Al Giro di Toscana poteva andare un po’ meglio, mentre alla Coppa Sabatini ho avuto sensazioni migliori. Poi ho fatto anche la Serenissima Gravel, dove ho chiuso al 12° posto. E’ un altro modo di correre, è tutto più controllato per quanto riguarda la strada. Nel gravel invece è stata tutta a gas spalancato. Van der Poel ha attaccato dal decimo chilometro e da lì abbiamo fatto due ore dove tutti scattavano ma nessuno riusciva ad andare via.
Il gravel farà parte del tuo calendario l’anno prossimo?
Ne parlerò con la squadra però devo dire che la Serenissima mi è piaciuta molto. Faticosa ma divertente.