All’estero, cross più duri e tecnici? Risponde Scotti

20.11.2022
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Alibi o causa? La spedizione europea di Namur ha visto levarsi alcune critiche ricorrenti. Tra queste quella sollevata da molti sulle differenti tracciature dei percorsi tra Italia e il resto d’Europa. L’opinione degli appassionati e alcuni addetti ai lavori si è indirizzata nel puntare il dito sul movimento cross italiano che non stimola questi aspetti. A farne le maggiori spese ci sarebbero stati gli juniores che hanno disputato una prova sotto le aspettative, del cittì in primis. Per rispondere e analizzare questa provocazione ci siamo affidati a chi è stato tecnico azzurro per sedici anni, attuale responsabile del Giro d’Italia Ciclocross, Fausto Scotti.

Partiamo da un quesito fondamentale, all’estero si traccia diversamente dall’Italia?

Dipende di quali percorsi si parla. Perché se noi andiamo a vedere le gare di Coppa del mondo e Superprestige è tutto completamente diverso. Se si considera che in quelle manifestazioni non ci sono amatori e categorie giovanili, si ribalta il discorso. 

Fausto Scotti, ex cittì del cross, ci spiega supervisiona le tracciature del Giro d’Italia
Fausto Scotti, ex cittì del cross, ci spiega supervisiona le tracciature del Giro d’Italia
In sostanza, in Italia non si traccia mai solo per i pro’?

Al Giro d’Italia abbiamo fatto anche tappe dove c’erano percorsi impegnativi. Bisogna considerare il fatto che quando si traccia il percorso, non ci passano solo gli agonisti ma anche i G6, gli amatori, gli esordienti e gli allievi. Bisogna andare con molta cautela. Si deve tracciare un percorso adatto a tutti. Se tu fai una rampa da percorre solo a piedi asciutta vanno tutti su. Quando è bagnata, se no hai i chiodi sotto le scarpe, non riesci a salire.

Quindi è un paragone sbagliato?

Esatto, è sbagliato in partenza. Se si vanno a vedere le tappe di Coppa del mondo che abbiamo organizzato e prendiamo come esempio quella di Fiuggi, nessuno stava in piedi, nemmeno i professionisti. Perché in quel caso vai ad organizzare in un contesto completamente diverso. 

Nel resto d’Europa come funziona per le categorie giovanili?

All’estero è molto diverso. Quando fanno una prova Superprestige, la gara giovanile di contorno è a 80/100 km. Noi le abbiamo sempre fatte il giorno prima o la mattina stessa sullo stesso percorso. 

Le contropendenze sono alcuni tra i punti più tecnici di Namur
Le contropendenze sono alcuni tra i punti più tecnici di Namur
Al Giro non ve lo potete permettere?

Le tappe al Giro d’Italia sono nate per fare crescere il movimento giovanile e poi d’appoggio ci sono gli agonisti. Non possiamo permetterci di fare tracciature al livello di Coppa del Mondo. Lo potremmo anche fare ma dobbiamo ragionare con la testa di chi gareggia e tra questi ci sono i bambini e gli amatori. Quest’anno sono cambiate le norme attuative, ma fino all’anno scorso potevano partire con qualsiasi bicicletta. 

Come si risponde alle critiche di chi dice che qui da noi ci sono solo “piattoni”?

Devi sempre costruire un percorso pensando non egoisticamente a fare una cosa spettacolare, ma che vada bene a tutti. Lo puoi fare anche tutto piatto, perché alla fine sono i corridori a fare la differenza. Noi ci mettiamo 5 minuti a fare un percorso duro e tecnico. Ci basterebbe spostare le fettucce. 

A Ovindoli la Bulleri ha detto che ha trovato un percorso duro e diverso dal solito. Quindi è possibile farlo in alcune tappe?

Abbiamo avuto un settembre e ottobre caldissimi. I percorsi del Giro d’Italia erano molto veloci e asciutti. Se si fa il paragone, gli anni scorsi c’era talmente tanta acqua che non si vedeva il corridore a dieci metri. E’ logico che a Ovindoli abbiamo scelto una collina, ma siamo stati comunque molto cauti a non farlo eccessivamente duro, perché qualora ci fosse stata pioggia sarebbe stato un problema salire in cima. Non abbiamo inserito ostacoli artificiali o rampe da fare a piedi, ma era comunque molto impegnativo. Nel caso di Ovindoli il dislivello era di 50 metri ogni giro. Gli elite che hanno fatto 12 giri hanno trovato le difficoltà.

Qui Van der Haar in una caduta all’europeo
Qui Van der Haar in una caduta all’europeo
Esempi come Masciarelli che si sono trasferiti all’estero, per la precisione in Belgio, potrebbero essere emulati per poter imparare il ciclocross più duro e tecnico?

Masciarelli ha fatto una scelta di vita trasferendosi là con tutta la famiglia. Ma non è andando in Belgio che si diventa dei fenomeni su certi tipi di percorsi. La palestra la si può fare dappertutto. Ci sono molte gare in Belgio monotone e piatte, poi sono i corridori a renderle spettacolari. Gli atleti più forti fanno il ritmo e ad arrivare davanti sono sempre gli stessi.

Un tema che ha tenuto banco è la tecnicità del percorso di Namur che ha penalizzato molto i nostri juniores non abituati su questi percorsi…

Dove ci sono tracciature impegnative e tanto fango, vedi Namur, ti rendi conto che c’è da guidare e la differenza la fai su due contropendenze. Dietro quella tracciatura c’è l’esperienza di Erwin Vervecken pluricampione del mondo di cross, che ha disegnato su un percorso dove si facevano gare ci motocross. Se si va a vedere l’ordine d’arrivo, dal quarto in poi ci sono distacchi incredibili. Passa un altro giro e arrivano sei o sette corridori a giri pieni, applicando l’80%, vanno fuori tutti. Van Der Haar sbagliava ad ogni giro la contropendenza. Sono allenamenti che bisogna fare durante l’arco della settimana.

Da ex cittì, prendendo come esempio gli juniores all’europeo, pensi che la delusione derivi da una mancata preparazione e percorsi del genere?

Un tecnico come Pontoni non ha nessuna colpa, gli sta permettendo di correre all’estero, di fare punti e di farli partire il più avanti possibile. La critica devono recepirla i ragazzi e riflettere su cosa serva per essere all’altezza di un percorso del genere. Io mi allenavo per i percorsi in cui non andavo bene, non mi allenavo sul percorso dove ero forte. I ritmi che ci sono adesso sono elevatissimi. Se non si è preparati tecnicamente e fisicamente, è inutile andarsi a scontrare con atleti dall’altra parte dell’Europa, che più degli italiani hanno fame, non pretendono troppo e di questa disciplina ne fanno un lavoro.

Davide Toneatti ha dimostrato le sue doti tecniche su queste tracciature
Davide Toneatti ha dimostrato le sue doti tecniche su queste tracciature
Pontoni senza colpe. Sono i nostri giovani a doversi preparare meglio…

A Daniele bisogna fargli chapeau per quello che sta facendo e per come sta lavorando. Sta portando i ragazzi a correre per fare punti. Sono scelte che a inizio carriera ho fatto anche io. Ho poi capito che non ne valeva la pena. Facevamo gare internazionali dove non invitavamo nessuno straniero per far fare punti ai nostri. Alla fine mi sono ritrovato con quattro dei nostri in Coppa del mondo a partire in prima fila, vedendoli dopo pochi giri nelle retrovie. La colpa dei risultati non va mai data al tecnico. Non parliamo di una squadra di calcio dove ci sono a disposizione 20 atleti e devi decidere lo schema. Nel cross una volta che li hai convocati, se la devono giocare in prima persona. 

Responsabilità massima in mano agli atleti, non bisogna nascondersi dietro alibi tecnici quindi?

E’ anche un discorso di impegno. Se facessero solo ciclocross sarebbero più concentrati e completi. Si sa, i talenti più forti vengono sempre rubati dalla strada. Lo stiamo vendendo anche adesso nella categoria femminile: Persico, Arzuffi, Realini. Bertolini sta ricominciando, i Braidot non ci sono più, Dorigoni rientrerà a breve. Sono tutti corridori cresciuti con noi, che hanno poi iniziato a fare un’attività polivalente e si sono allontanati. Ci mancano gli specialisti che si fermano a luglio, ricominciano ad agosto e a settembre sono già pronti. 

Trek-Segafredo, ora le donne “minacciano” gli uomini

20.11.2022
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Trentatré a diciannove: è questo il divario fra le vittorie di donne e uomini in casa Trek-Segafredo. La squadra delle due “Elise” (Balsamo e Longo Borghini) ha surclassato quella di Ciccone e Pedersen e questo ha dato il via a una serie di riflessioni. La più evidente è che in proporzione il tasso tecnico del team femminile è molto più elevato rispetto al maschile. Poi c’è il fatto che probabilmente fare mercato fra le ragazze è meno proibitivo. E dato che il team di Luca Guercilena si è mosso per tempo e ha investito comunque parecchio, il suo organico vanta nomi di primissima grandezza e contratti ancora lunghi.

Le due “Elise” della Trek-Segafredo: Balsamo con la maglia tricolore, ereditata proprio dalla compagna di squadra
Le due “Elise” della Trek-Segafredo: Balsamo con la maglia tricolore, ereditata proprio dalla compagna di squadra

Parità assoluta

La curiosità è però capire in che modo convivano le due anime della squadra e se questa disparità di risultati dipenda solo dai nomi o anche dalle diverse motivazioni. Guercilena è la guida ideale.

«E’ ovvio che quando fai la squadra – dice – cerchi ragazze valide sotto tutti i punti di vista. Una volta che le prendi, offri loro le stesse possibilità degli uomini. Quindi fanno vita da atlete al 100 per cento e si sentono al pari dei colleghi maschi, perché su questo abbiamo puntato fortemente dall’inizio. Quanto alle motivazioni, è possibile che le ragazze in alcuni casi si sentano meno appagate. Dipende da persona a persona. La differenza reale sta nel fatto che il movimento femminile sta crescendo e farne parte le responsabilizza. C’è meno… routine rispetto a quello che succede nel maschile, dove le cose sono ormai stabilizzate».

Luca Guercilena, Giulio Ciccone, Tour de France 2019
Guercilena con Ciccone in giallo al Tour 2019. Il settore maschile è trainante, ma le donna incalzano
Luca Guercilena, Giulio Ciccone, Tour de France 2019
Guercilena con Ciccone in giallo al Tour 2019. Il settore maschile è trainante, ma le donna incalzano
Si può dire che i risultati delle donne ripaghino ampiamente l’investimento?

Sicuramente hanno un’immagine che funziona e ci fa dire che abbiamo fatto bene a puntarci tanto. Il maschile però resta trainante, il rapporto fra i due budget è di 1/10. Ma è vero che gli investimenti delle prime 10 squadre femminili stanno crescendo e presto ci sposteremo dalla parità di genere verso la costruzione di squadre con l’obiettivo di vincere

Le ragazze traggono stimolo dall’essere nello stesso grande gruppo degli uomini?

E’ un fattore che permette loro di crescere rapidamente. Abbiamo una squadra maschile forte, ma vedere le ragazze che spingono e vincono così tanto è uno stimolo anche per gli uomini. I primi tempi la buttavano sull’ironia, ma adesso che le grandi corse si somigliano ed hanno in proporzione gli stessi contenuti tecnici, c’è poco da scherzare.

Foto di gruppo alla vigilia della stagione 2022: i ritiri insieme compattano il gruppo
Foto di gruppo alla vigilia della stagione 2022: i ritiri insieme compattano il gruppo
Il fatto che alcune ragazze facciano parte di corpi militari crea conflitti?

Nessun intralcio. I corpi militari hanno tenuto vivo il settore. E’ inevitabile che a lungo andare ci sarà uno scollamento, soprattutto quando gli ingaggi delle ragazze diventeranno tali per cui il doppio stipendio diventerà un conflitto di interessi. Credo che a un certo punto, mantenere lo status di dipendente statale sarà difficile. 

Le vostre squadre sono sponsorizzate da Bontrager, stessa famiglia di Trek: come si vive il fatto che nelle gare con la nazionale o nei tricolori un’atleta del valore di Elisa Longo Borghini usi i materiali della Polizia di Stato?

Ci sono dei piccoli conflitti di interesse per i materiali, ma siamo coscienziosi. Non ci sono mai stati problemi. Elisa Balsamo si è sfilata quest’anno e anche Longo Borghini sta facendo le sue valutazioni. 

Vuelta 2022, vigilia dei mondiali. Balsamo vince l’ultima tappa, Longo 2ª in generale. Per la Trek donne 33 vittorie nel 2022
Vuelta 2022, vigilia dei mondiali. Balsamo 1ª a Madrid, Longo 2ª in generale. Per la Trek 33 vittorie nel 2022
In che modo si integra la componente dei direttori sportivi?

Fanno parte dello stesso gruppo. Le riunioni si fanno tutti insieme e i direttori sportivi degli uomini e delle donne sono a conoscenza di ogni cosa che riguardi gli atleti. Quando Ina Teutenberg va alle corse degli uomini acquisisce più nozioni perché si trova a condividere nuove esperienze. Per contro, quando direttori uomini vanno alle corse delle donne, notano le differenze nelle dinamiche della gestione del gruppo e portano la loro esperienza.

Come si trovano i corridori con un direttore donna? E’ la stessa esperienza che si vivrà a breve alla Corratec con Fabiana Luperini…

L’approccio è identico. Se presenti il gruppo come unico già dai primi ritiri, non ci sono problemi. Chiaramente la gestione di gara è diversa, perché il livello femminile non ha ancora raggiunto lo stesso livello sul piano del controllo tattico. C’è proprio un diverso modello di gestione della gara, ma anche qui c’è uno scambio di spunti. Quello che cambia è l’aspetto emozionale.

Ina Teutenberg, qui al TDU 2019, è il direttore sportivo delle donne Trek, ma segue anche le corse degli uomini
Ina Teutenberg, qui al TDU 2019, è il direttore sportivo delle donne Trek, ma segue anche le corse degli uomini
Vale a dire?

Nel rapportarsi con gli atleti, i direttori sanno di dover usare registri diversi, proprio perché l’alto livello femminile si sta assestando. Con gli uomini l’intervento secco è di prassi, con le ragazze si interviene ancora in modo graduale, per evitare un impatto troppo forte in gruppi limitati, in cui delle tensioni eccessive rischiano di deteriorare i rapporti.

Gruppi limitati, appunto. Hai la sensazione che in rapporto al calendario gli organici siano esigui?

Ci siamo resi conto che con 14-15 atlete si fa fatica. Tante hanno di base la pista o il cross, ugualmente però bisogna essere presenti alle gare principali, quindi il calendario va studiato nei dettagli. Bisogna gestirle con attenzione. Trek approva la multidisciplina, anche il cross, visto che produce bici specifiche. Quindi se un atleta di alto livello, uomo o donna, vuole dedicarsi ad altro, cerchiamo di assecondarlo.

Paolo Slongo segue spesso il team femminile. Qui al Giro 2022 con Giorgia Bronzini, diesse della Liv e prima alla Trek
Slongo segue spesso il team femminile. Qui al Giro 2022 con Bronzini, diesse Liv e prima alla Trek
Squadre come la SD WORX che non hanno un team maschile alle spalle riusciranno ad andare avanti a lungo?

Credo che alla lunga sia complicato avere solo la squadra di donne, ma la SD Worx è una squadra storica che alle spalle ha un grande marchio e un progetto vincente. Non so quanto sia sostenibile, ma credo che la loro si possa ritenere un’eccezione.

Quale impatto ha avuto il Tour Femmes sul movimento?

Ha portato grandissima eccitazione, che ha velocizzato la crescita. Finora abbiamo vissuto la fase in cui per fare una bella squadra potevi evitare di svenarti, la sensazione però è che non durerà a lungo.

La settimana tipo a novembre. Per Ulissi sedute “no stress”

20.11.2022
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Seconda metà di novembre, tempo di ripresa per i corridori. Le settimane iniziano a ritrovare una loro routine, ma non sono ancora del tutto quelle del pieno della stagione. Per la nostra “settimana tipo” relativa a questo periodo abbiamo sentito Diego Ulissi.

Il campione della UAE Emirates ci racconta che ha ripreso sì ad allenarsi, ma con molta tranquillità. Dopo un periodo di stacco totale il toscano sono già due settimane che ha dato il via alla suo 2023 ciclistico.

In stagione Ulissi ha vinto 2 corse: Gp Industria e una tappa al Limousin (in foto). Ha chiuso l’anno a metà ottobre con 74 giorni di gara
In stagione Ulissi ha vinto 2 corse: Gp Industria e una tappa al Limousin (in foto). Ha chiuso l’anno a metà ottobre con 74 giorni di gara
Diego, la tua “settimana tipo” in questi periodo: partiamo dalla sveglia?

Nonostante non debba fare uscite lunghe non mi alzo molto tardi in quanto ci sono le figlie da portare a scuola! Quindi mi alzo verso le 7:30 e faccio colazione.

Cosa mangi appunto a colazione?

Le solite cose di sempre: latte senza lattosio perché sono intollerante, fette biscottate con la marmellata, cerali semplici e per finire un’omelette. La differenza con gli altri periodi della stagione è che ne mangio in minor quantità, pertanto è più leggera. In accordo con il nutrizionista della squadra riduco i carboidrati.

Poi come procede la giornata? Inizi subito il tuo allenamento?

No, porto le bimbe a scuola. Torno, prendo un caffè e poi mi alleno.

Restiamo sull’alimentazione: a pranzo cosa mangi?

Non iniziando presto torno tardi e mangio quel che trovo perché la “cucina è chiusa”! Anche in questo caso è molto semplice, si tratta di un pranzo più sbilanciato sui carboidrati. Quindi riso o pasta, un po’ di bresaola o prosciutto e delle verdure crude con un po’ di pane.

Il corridore toscano (classe 1989) predilige il latte senza lattosio
Il corridore toscano (classe 1989) predilige il latte senza lattosio
Pasta e riso sempre in bianco o anche con dei sughi?

No, anche con dei sughi: pomodoro semplice, se c’è il ragù non dico di no, lo stesso con il pesto. Mi piace variare, soprattutto in questo periodo. Sempre in accordo con il nutrizionista abbiamo deciso di non stare super attenti al peso o di scendere subito molto, ma di tenerci quel paio di chiletti in più per affrontare meglio l’inverno. Avere un po’ più di scorte contro il freddo.

E pesi ciò che mangi?

Sinceramente io non sono il più preciso del mondo! Forse anche perché non ingrasso molto e quando devo butto già abbastanza facilmente quei chiletti in più. Comunque no: non peso i cibi, ma solo perché con il tempo ho imparato a valutare le quantità. Prima li pesavo, ora vado ad occhio e so più o meno quanto ho mangiato.

A merenda cosa prendi?

O uno yogurt proteico o della frutta secca tipo noci o mandorle, o disidratata tipo le albicocche secche.

E a cena?

A cena, al contrario del pranzo, il pasto è più sbilanciato sulle proteine. Alterno carne bianca, carne rossa e pesce. Meno le uova di cui non sono un grande amante. La carne rossa la mangio una, massimo due, volte a settimana. Poi mangio anche della verdura cotta di stagione. Mentre in altri periodi in base anche all’allenamento del giorno dopo inserisco dei carboidrati.

Le sedute in palestra di Ulissi iniziano con una camminata sul tapis roulant
Le sedute in palestra di Ulissi iniziano con una camminata sul tapis roulant
In questo periodo intermedio utilizzi gli integratori?

Quando faccio palestra sì. I soliti: aminoacidi, proteine. In più io da sempre utilizzo parecchio gli omega-3: li ho sempre ritenuti validi.

Accennando alla palestra, Diego, ci hai introdotto nella parte dell’allenamento. Come ti gestisci in questo periodo di ripresa?

Mi alleno tutti i giorni, salvo un riposo e faccio due-tre sedute in palestra a settimana anche in considerazione del meteo. Magari se piove anziché uscire si fa una seduta in palestra e un’oretta di rulli.

Iniziamo dal lunedì…

Esco in bici e faccio due ore, adesso anche due e mezzo. Sono allenamenti tranquilli, quelli per fare la cosiddetta base. Pertanto usciamo in Z1-Z2, però non è la “pascolata”, comunque si cerca di tenere un buon passo: tranquillo, ma neanche a guardare per aria. Faccio poca salita e più pianura.

Il martedì?

Faccio palestra e la faccio quasi subito dopo la sveglia. Ho la fortuna di averla in casa. Premetto che io non sono un amante della palestra. Essendo abituato a stare all’aria aperta non è troppo il mio terreno, anche per questo me la sono fatta in casa: per cercarmi di facilitare le cose. Comunque, quando faccio palestra, mi scaldo con una camminata di 15′ sul tapis roulant, quindi passo agli esercizi per le gambe (i soliti tipo squat, ndr) e poi alla parte del core stability. In tutto ci sto un’ora e 10′-20′.

Giusto ieri Diego è uscito in allenamento con Pozzovivo. Anche se lo sfondo può trarre in inganno erano con le bici da strada
Giusto ieri Diego è uscito in allenamento con Pozzovivo. Anche se lo sfondo può trarre in inganno erano con le bici da strada
E nel pomeriggio vai anche in bici?

No, ci vado a seguire. Non mi piace troppo fermarmi e poi riprendere. Quando esco in bici in questi casi faccio un paio di ore per velocizzare  un po’. Quindi cerco di non scendere sotto le 90 rpm e sempre con uno sforzo non intenso.

E siamo a mercoledì…

Sono ancora 3 ore, ma con qualche salitella in più. In questo periodo quando si parla di salita intendo quelle fino a 20′, non troppo lunghe. L’intensità dell’uscita è sempre quella della base, quindi Z1-Z2 e magari si tocca un po’ la Z3 bassa per qualche istante in salita, ma giusto per alzare un po’ i battiti. E poi nel pomeriggio faccio stretching, quello sempre. Credo serva molto… soprattutto alla mia età!

Giovedì?

Ripeto quanto fatto il marterdì.

Venerdì invece?

Ancora ore di sella. Si va dalle 3 alle 3 ore e mezza, ma sempre con le stesse modalità del lunedì.

In questo periodo è davvero raro vedere un pro’ che esce anche se piove. Anche Ulissi in questi casi preferisce lavorare al chiuso
In questo periodo è davvero raro vedere un pro’ che esce anche se piove. Anche Ulissi in questi casi preferisce lavorare al chiuso
Quindi il sabato?

Quattro ore, si allunga un po’. I ritmi però non aumentano. Sono gli stessi del mercoledì.

E siamo infine all’ultimo giorno della settimana?

Riposo. Ma questo vale in una settimana tipo. Poi la realtà è legata al meteo, come ho detto. Ho una tabella da rispettare, ma soprattutto fino al primo training camp è una tabella variabile. Insomma per ora sono allenamenti “no stress”.

Diego, prima hai detto “alla tua età”, quindi sei un esperto. Se dovessi fare un paragone rispetto a una dozzina di anni fa in cosa differisce questo periodo?

In realtà, almeno per me, cambia davvero poco. Quel che è diverso è che prima magari facevi anche 5 ore, ma era davvero una passeggiata. Era un “pascolare”. Adesso questo tipo di uscita non esiste più. Si fanno meno ore, sempre senza faticare, però un pizzico di ritmo, di buon passo c’è sempre.

Consonni alla UAE: un filo d’ansia e voglia di volare

20.11.2022
7 min
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Le vacanze a Santo Domingo con le amiche di sempre, poi chiara Consonni si è messa a studiare la sua nuova vita con il UAE Team Adq. Per qualche mese la notizia è rimasta sotto traccia, poi è stata annunciata. Adesso che il nuovo team WorldTour l’ha accolta, la bergamasca sta ancora cercando i punti di riferimento. Non che sembri particolarmente preoccupata, ma fra le righe di certe risposte un po’ d’ansia traspare. Il 2022 ha portato su strada alcune vittorie di peso ( la tappa finale del Giro d’Italia) e qualche classica di assaggio come la Dwaars door Vlaanderen e Isbergues, mentre in pista il mondiale del quartetto ha dato all’autunno i colori di una splendida estate.

La pagina Valcar-Travel&Service è voltata. Prima di lei sono andate via le compagne di una vita e così a un certo punto anche Chiara ha deciso di spiccare il volo.

Chiara Consonni con Valentino Villa, patron della Valcar, dopo la vittoria della tappa finale del Giro Donne
Chiara Consonni con Valentino Villa, patron della Valcar, dopo la vittoria della tappa finale del Giro Donne
Una scelta difficile?

Era arrivato il momento di cambiare, avere nuovi stimoli, magari qualcosa di diverso. Fosse stato per me, sarei rimasta fino a quando non smettevo di correre, ma sono andate via tutte. Pian piano si vedeva che anche le altre ragazze avevano bisogno di nuovi stimoli. Volevano crescere e anche per me è arrivato il momento. Penso che abbiamo dato tanto alla Valcar e l’abbiamo fatta proprio arrivare al punto più alto.

Il fatto che Arzeni passasse nel tuo stesso team ha condizionato la tua scelta?

Un po sì. Il fatto che Davide sia venuto qui alla UAE in parte mi ha influenzato, perché comunque non ho mai cambiato preparatore. Ho sempre avuto lui. E’ stato il mio primo allenatore, mi ha dato le prime tabelle e mi ha fatto fare i primi lavori. Mi sono sempre trovata bene, quindi penso che per adesso, visto che mi sto facendo vedere e sono a un buon punto, dovremo solo sistemare delle cose. Siamo cresciuti insieme, penso che mi aiuterà a crescere ancora.

Chiara Consonni conquista in volata la Dwars door de Westhoek, suo 2° successo stagionale (foto Anton Vos)
Chiara Consonni conquista in volata la Dwars door de Westhoek, suo 2° successo stagionale (foto Anton Vos)
A che punto è Chiara Consonni che arriva nel WorldTour?

E’ una piccolina con i suoi sogni. Non sono spaventata, è difficile dire come mi senta. Non avverto tante pressioni, anche se la nuova squadra si aspetta tanto. Sono tranquilla, perché so che le cose che ho sempre fatto mi sono venute facili e posso rifarle. Non mi preoccupo, però un po’ di ansia magari c’è. Cercherò di dare quello che si aspettano, penso faccia parte del gioco. Spero che questo mi dia sempre più voglia e forza di fare meglio.

In ogni caso anche con la Valcar facevate corse di alto livello. Non sarà quello il problema, no?

Esatto, sin dal primo anno, siamo sempre stati abituati alla pressione. Magari non così tanta, perché alla fine la Valcar ti dava tanto e non chiedeva. Sapevano che poi i risultati arrivavano. Qui invece è un po’ diverso, però come ho detto sono tranquilla e spero di vivere al meglio anche questa esperienza.

L’oro nel quartetto ai mondiali della pista è stato l’highlight della stagione
L’oro nel quartetto ai mondiali della pista è stato l’highlight della stagione
Che impressione hai avuto? Hai già conosciuto, Rubens Bertogliati?

Sì, ho conosciuto tutti ed è diverso. Si vede che è molto più organizzata rispetto alla Valcar, ma non voglio fare paragoni. Però comunque passare da un mondo così piccolino e familiare a un mondo così grande, dove si fanno riunioni di due ore e mezza in inglese, ti fa capire che davvero sei in un posto tanto diverso e più organizzato.

Nel tuo cammino verso le Olimpiadi questa squadra come si mette?

Ovviamente mi appoggiano. Non voglio rinunciare alla pista, anche perché quest’anno ci siamo tolti una bella soddisfazione, penso la più bella del 2022. Anche se il calendario non è fatto benissimo per conciliare pista e strada, parlando con Marco (Villa, ndr) e le Fiamme Azzurre, riusciamo a mettere giù un bel programma. Ricco di strada nella prima parte della stagione, per poi concentrarci un po’ di più sulla pista. Comunque alla fine, anche preparando la pista, puoi fare benissimo la strada, come abbiamo sempre fatto.

Sul podio della Dwars door Vlaanderen, con uno dei premi più tipici
Sul podio della Dwars door Vlaanderen, con uno dei premi più tipici
Quale sarebbe il tuo programma per la strada?

Scuramente inizierò con l’Abu Dhabi Tour, che praticamente è il mondiale della mia squadra. Poi ci saranno le classiche e da lì mi concentrerò un po’ sulla pista, visto che le Coppe del mondo non sono a portata di mano. Bisognerà fare qualche sacrificio in più, essendo comunque l’anno preolimpico. Ci sarà da qualificarsi, quindi magari sarà un anno più tirato. Però cercherò di arrivare alla fine ancora in forma e ancora… viva (ride, ndr).

Come ti trovi nelle Fiamme Azzurre? 

Sto benissimo, non pensavo di trovarmi così bene con i miei capi, i collaboratori e soprattutto con le compagne. Diciamo che l’italiano finora è stato l’unica gara che ho fatto con loro e non è andato benissimo. Però si sono messi a mia disposizione fin da subito e sinceramente non me l’aspettavo. Questo mi ha dato anche un po’ di consapevolezza in più per l’anno prossimo. Comunque correre con gente molto più grande di me, che si metterà magari a mia disposizione, mi motiverà e mi spingerà a farlo a mia volta nei loro confronti.

Per Chiara Consonni la prossima stagione sarà una vera scuola accanto a Marta Bastianelli, per lei un riferimento
Per Chiara Consonni la prossima stagione sarà una vera scuola accanto a Marta Bastianelli, per lei un riferimento
Che rapporto hai con Marta Bastianelli?

Secondo me (ride, ndr), mi vede un po’ come un’altra figlia. Sin da quando son passata, Marta è stato un punto di riferimento. E’ il mio idolo, ha vinto tutto quello che io magari un giorno vorrei vincere anch’io. Ha un palmares enorme e anche una bambina bellissima, con cui mi trovo benissimo. Possiamo tranquillamente dire che Marta è il mio punto di riferimento nel ciclismo. Quest’anno ci siamo conosciute e spero di imparare tantissimo da lei. Penso che si sia un motivo in più per fare le cose bene e con la giusta motivazione.

Seguirete un programma parallelo?

Finché pariamo di classiche, penso di si. Poi magari lei farà gare un po’ più dure, mentre io non so se farò il Tour o il Giro. Però nella prima parte di stagione dovremmo incontrarci abbastanza di frequente, nella seconda invece non lo so ancora.

Nella scelta di Chiara Consonni di firmare con il UAE Team Adq, ha inciso parecchio anche il passaggio di Arzeni
Nella scelta di Chiara Consonni di firmare con il UAE Team Adq, ha inciso parecchio anche il passaggio di Arzeni
Qual è secondo te l’abitudine che cambierai di più?

Tutto, tante cose. La mia paura è quella di cambiare tutto in maniera drastica, però anche di questo ho parlato tanto con i miei direttori sportivi, i capi e i dirigenti. Sono stati loro i primi a dirmi che alcune cose devono cambiare, però capiscono che non si può pretendere di farlo da un giorno all’altro. Anche perché comunque le cose sono sempre andate bene così, ma questo è il momento di introdurre cose nuove e intervenire sulle piccole pecche che gli altri anni non riuscivo a migliorare.

Com’è cambiato il rapporto con la nazionale? 

Con Sangalli purtroppo quest’anno non sono riuscita a fare neanche una gara. Ho rotto la spalla e quindi posso parlare solo della pista. Sicuramente è tutto molto più tranquillo. Vedo che ci pesa molto meno andare in pista e la viviamo come un allenamento tranquillo, pur facendo magari più cose dell’anno scorso e facendole meglio. Forse l’organizzazione non è ancora il massimo, perché capiamo anche noi che siamo in tanti fra ragazzi e ragazze e non è facile gestire 30 persone in un raduno in pista. Però penso che anche da parte dei tecnici ci siano sicuramente i buoni propositi per migliorare. Sono convita che con gli anni andrà sempre meglio.

Il viaggio di Chiara Consonni alla Valcar-Travel&Service si conclude dopo 5 anni con un sorriso
Il viaggio di Chiara Consonni alla Valcar-Travel&Service si conclude dopo 5 anni con un sorriso
Inizi anche tu dalla Sicilia?

Sarò a Noto dalla settimana prossima, perché ho appena iniziato la preparazione, quindi ho deciso di fare la prima settimana un po’ più tranquilla a casa e poi di andar giù una settimana. Poi faremo il ritiro la UAE dall’8 al 16 dicembre, forse in Toscana 

Tour Femmes, il Tourmalet non è una novità…

19.11.2022
5 min
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Dopo aver raccontato il suo approdo al Team Corratec, con Fabiana Luperini abbiamo un po’ deviato dal discorso. Freschi dell’incontro con Marta Cavalli e della sua voglia di tornare al Tour per riprendere il discorso interrotto dalla caduta, il tanto parlare che si è fatto del Tourmalet nel percorso della Boucle ci ha ricordato che non si tratterà di una prima volta. E ci siamo chiesti per quale motivo si stia enfatizzando (giustamente) il Tour Femmes, dimenticando però le campionesse che l’hanno reso grande nel passato. Il Tour donne, insomma, c’era anche prima di Christian Prudhomme e Marion Rousse. E sul Tourmalet Fabiana ha anche vinto.

«L’ho scalato per due volte – sorride la toscana – e l’ho vinte tutte e due. Nel 1995 a La Mongie, l’anno dopo dalla parte opposta. La prima volta con la maglia gialla, nella tormenta. Mi ricordo che vidi l’arrivo solo agli ultimi 10 metri. E poi c’ho vinto anche nel 1996. Avevo la maglia tricolore e mi sembra che ci presi quella gialla».

Cosa ricordi del Tourmalet?

E’ una salita impegnativa perché è lunga. Poi mi ricordo che comunque è fastidiosa perché ci puoi trovare una tormenta, come anche un caldo terribile. Mi ricordo che quella volta diluviava. La volta dopo quasi si sprofondava nell’asfalto, da tanto era caldo. Sicuramente non ha le pendenze come possono averle le Alpi, il Mortirolo, insomma le nostre salite mitiche. Però quelle francesi sono salite lunghe…

Il Tour era più duro del Giro?

Sicuramente quando lo facevo io, era molto più impegnativo del Giro d’Italia, anche perché in quel periodo non è che si facessero le salite mitiche che ci sono in Italia, tipo il Mortirolo. Una volta abbiamo fatto lo Zoncolan, però non siamo arrivati fino in cima: mancavano gli ultimi 2-3 chilometri che sono quelli più impegnativi. Ad esempio io non ho mai fatto lo Stelvio, un anno si fece il Pordoi, ma non ho mai fatto altre salite importanti. Invece al Tour de France si facevano tutte: in due settimane si facevano sia i Pirenei che le Alpi.

Fabiana Luperini, classe 1974, ha vinto 3 Tour de France consecutivi a partire dal 1995
Fabiana Luperini, classe 1974, ha vinto 3 Tour de France consecutivi a partire dal 1995
Infatti era un Tour più lungo di quello attuale che ha 8 tappe, giusto?

Otto giorni, ma poi che salite hanno fatto? Il nostro era duro anche per i trasferimenti, perché noi facendo sia le Alpi che i Pirenei, avevamo due settimane di corsa. Dopo la tappa c’erano sempre 3-4 ore di macchina. Veniva duro anche per quello, perché non è che arrivavi nel posto da cui partivi il giorno dopo. Insomma, per fare i Pirenei e le Alpi, dovevi per forza fare lunghi trasferimenti. Mi ricordo a volte si arrivava la sera fra le nove e le dieci. Poi io che avevo l’antidoping e tutto il cerimoniale, arrivavo sempre più tardi e quindi diventava una corsa impegnativa.

Credi che gradualmente aumenteranno la durezza del nuovo Tour?

La Van Vleuten è brava. Ha vinto Giro, Tour e Vuelta, ma se sommi insieme i giorni di Vuelta e Tour, forse fai il Giro di una volta. Mi sembra che la Vuelta era di 5 giorni, il Tour di 8. E anche quest’anno, che salite hanno fatto al Tour? Sicuramente ci arriveranno. E dopo il Tourmalet, torneranno a Luz Ardiden o all’Alpe d’Huez come si faceva noi. Oppure la Madeleine, il Glandon. Nella tappa che ho vinto con 8 minuti sulla Longo, si fece il Glandon e la Madeleine con arrivo a Vaujany. Su 111 chilometri della tappa, mi sembra ce ne fossero 60 di salita o più. 

Il Tour del 1997 fu il primo con la maglia della Sanson: i primi due li vinse con quella azzurra
Il Tour del 1997 fu il primo con la maglia della Sanson: i primi due li vinse con quella azzurra
La Sanson del tuo terzo Tour era paragonabile a una WorldTour di oggi?

Di sicuro aveva un organico importante e io mi sono sempre allenata in modo importante. Il Tour del France del 1997 fu il primo che corremmo con la maglia di club, dopo i due anni precedenti con la nazionale di Broccardo. Al terzo Tour invece, mi guidò Marino Amadori. E se guardate la foto di apertura, era la Sanson con Valeria e Alessandra Cappellotto, Roberta Bonanomi e Nada Cristofoli. Davvero uno squadrone…

Under 23 e Zalf, rivoluzione forzata: parla Faresin

19.11.2022
5 min
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L’intervista con Gianni Faresin nasce da una mail arrivata al nostro indirizzo di posta elettronica. Una comunicazione semplice riguardo la stagione che sta per iniziare. Qualche dichiarazione di Luciano Rui, dello stesso Faresin e la lista dei ragazzi che vestiranno la maglia della Zalf Euromobil Desirée Fior. La cosa che risalta subito è l’assenza di elite, la Zalf è sempre stata una grande affezionata alla categoria. Ora la rosa prevede quattro ragazzo dalla categoria juniores, molti under ed un solo elite: Edoardo Faresin.

I ragazzi e i dirigenti della Zalf durante il primo incontro stagionale (foto Scanferla)
I ragazzi e i dirigenti della Zalf durante il primo incontro stagionale (foto Scanferla)

Scelta obbligata

Il ciclismo sta virando, anzi, ha già iniziato a farlo da anni, sui giovani. E anche il concetto di questa parola è cambiato molto nel breve periodo. Ora i talenti, nel bene e nel male, si cercano dagli juniores (anche se su questa filosofia abbiamo già discusso con Bragato). 

«Il rinnovamento della squadra – spiega Gianni Faresin – è dovuto ai cambiamenti delle regole. Ora i ragazzi possono partecipare alle gare regionali fino al secondo anno degli under 23. E’ una regola che non condivido, ma che è stata fatta e va a discapito degli elite e dei terzi anni. Per non parlare dei problemi che avranno gli organizzatori delle corse, praticamente si troveranno a fare gare con la metà della gente rispetto agli anni passati. Ci saranno problemi ed il rischio che molti di loro decideranno di annullare le corse, anche perché non ha molto senso tenere in piedi tutto e far correre 50-60 ragazzi». 

Secondo Faresin l’attività all’estero va fatta solamente quando un corridore è maturo (foto Instagram)
Secondo Faresin l’attività all’estero va fatta solamente quando un corridore è maturo (foto Instagram)
Cambiare il vostro organico è stata una scelta obbligata quindi?

Noi vogliamo fare ancora un doppio calendario che ci permetta di far correre tutte le domeniche, o quasi, i nostri ragazzi. In questo modo potremo dividerli al meglio ed essere sicuri di non penalizzare nessuno. 

Si va incontro ai giovani, o così vogliono far credere, ma poi molti junior vanno via perché preferiscono i team development…

Tanti ragazzi vanno all’estero nelle development dei team WorldTour. Ovviamente se vai da uno junior e gli proponi di andare nella squadra che ha già un team WorldTour, lui non ti dirà mai di no. Però poi non è che tutti e 15-16 passano professionisti, arrivano sempre i soliti.

La Groupama quest’anno ne ha “promossi” otto di ragazzi.

Non è mai successo. E comunque una squadra italiana, se ci fosse, difficilmente potrebbe fare così. Loro hanno preso i migliori ragazzi francesi, più Germani. In Italia si possono prendere al massimo tre dei migliori junior. Capite che diventa difficile confrontarsi con queste squadre qui. Prima hanno spinto tutti per far fare le continental: dare esperienza ai ragazzi con corse internazionali e con i professionisti, adesso la spinta è al contrario. Ora vale la pena continuare? Non credo, perché se uno junior passa pro’ e gli altri vanno nelle squadre satellite noi chiudiamo o quasi.

Bruttomesso ha lasciato la Zalf per passare al CTF e dal 2024 sarà pro’ con la Bahrain Victorious (foto Isola Press)
Bruttomesso ha lasciato la Zalf per passare al CTF e dal 2024 sarà pro’ con la Bahrain Victorious (foto Isola Press)
Per risolvere il problema, la Colpack ha deciso di cercare attività all’estero e alcune squadre già lo fanno.

Se saremo invitati le faremo, ma secondo me quelle con i professionisti sono il giusto compromesso. Sono del parere che i ragazzi vanno portati a fare determinate corse quando sono maturi. Per le squadre italiane non è semplice, ci vogliono i mezzi, il nostro sponsor ci dà carta bianca, ma non è facile organizzarsi. E poi non è che in Italia non si faccia una buona attività. Io sono andato in Slovenia o poco più in là a fare qualche gara, non è che il livello sia migliore, ci sono più corse a tappe, questo sì.

In Italia ce ne sono poche…

Di corse a tappe ne abbiamo qualcuna, ma effettivamente sono mal distribuite, la prima è il Giro d’Italia under 23 che è a giugno. Il calendario in Italia è complicato nella prima metà di stagione e lo diventerà ancora di più dopo questa regola nuova.

Voi avete avuto Bruttomesso che per fare il salto tra i pro’ nel 2024 ha scelto un’altra strada.

Il motivo principale del suo addio è stato che il CTF è team satellite della Bahrain e loro hanno spinto perché andasse dai friulani. Farà più attività all’estero, vedremo se e come riuscirà a farla fruttare, io non penso avesse bisogno di questo. Ripeto: all’estero si va quando si sta bene. L’Italia grazie ad Amadori fa delle corse internazionali come l’Avenir o la Corsa della Pace.

Il cambio del regolamento per le gare regionali ha cambiato il modo di costruire i team (foto Scanferla)
Le nuove regole per le gare regionali ha cambiato il modo di costruire i team (foto Scanferla)
Un calendario più ampio non potrebbe dare più continuità e opportunità di crescita?

La crescita dei ragazzi deve essere l’obiettivo, ma Bruttomesso ha trovato da firmare perché ha vinto. Gli juniores che passano alle development vincono. Non dobbiamo star qua a pensare di far passare tutti professionisti con chilometraggi e livelli più alti, guardate quanti ne sono tornati indietro o in quanti hanno smesso. Attività da under 23 la si fa anche qui, se si vuole tutto e subito qualcosa si esaurirà prima.

Però qui si vincono le corse regionali che insegnano poco o nulla ad un ragazzo…

Ho corso anche io, per lavorare al meglio, per impegnarsi, serve vincere, se sei motivato ti alleni. Che senso ha portare un ragazzo a fare attività di livello superiore per 3 o 4 anni senza che abbia la possibilità di lottare? I ragazzi di oggi sono insicuri, hanno tante distrazioni: in tivù e sui social vedono tante cose e vogliono cercare di emularle. In pochi anni è cambiato tutto. 

Facci un esempio.

Cinque anni fa uno junior forte passava under, faceva i suoi anni di crescita e poi diventava professionista. Ora uno junior che va forte passa direttamente nel professionismo, così arriva il messaggio che devono andare forte da junior e vivono di rendita. Se si va avanti così tra altri cinque anni si arriveranno a prendere gli allievi. Il ciclismo è uno sport di fondo, che si costruisce con l’età e con il lavoro. Ci sono junior che si allenano più degli under 23 e la differenza la si vede al momento. E’ ovvio che se sopporti carichi di lavoro superiori alle gare vinci, ma poi la cosa finisce. Fidatevi, se si continua così la nostra categoria è destinata a sparire.

Milesi e il primo Rota: crescita attesa, ma non scontata

19.11.2022
5 min
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Chissà se il suo direttore sportivo da dilettante si sarebbe mai immaginato di vederlo un giorno così in alto. Parliamo di Marco Milesi, ex tecnico di Lorenzo Rota. Il lombardo è stato il corridore italiano che in questa stagione è più cresciuto. Il suo exploit lo ha portato anche ad essere il miglior italiano nella classifica Uci. Lo ha “battuto” al colpo di reni Matteo Trentin, con il buon finale di stagione.

Però Lorenzo è stato colui che più è salito nel ranking. E’ passato dalla 463ª posizione del 2020, alla 109ª del 2021, fino alla 48ª di quest’anno. Eppure l’atleta oggi in forze alla Intermarché Wanty Gobert non ha avuto una prima parte di carriera facile, facile. Anzi… Anche Visconti qualche giorno fa ha ricordato le sue vicissitudini. 

Marco Milesi ha diretto Rota per due stagioni (2014-2015), poi Lorenzo è passato subito con la Bardiani
Marco Milesi ha diretto Rota per due stagioni (2014-2015), poi Lorenzo è passato subito con la Bardiani

Passaggio difficile

Proprio con Milesi, che ha diretto Rota alla Trevigiani, cerchiamo di tracciare meglio un profilo di questo ragazzo. 

«Lorenzo è di Bergamo come me – racconta Milesi – me lo avevano segnalato quando era uno junior. Me ne aveva parlato Dino Zambelli, che è uno dei nostri sponsor. Lui è appassionato e mi disse: “Marco, segui questo ragazzino perché è forte, forte…”. Ho visto i suoi risultati, i suoi test e tutto sommato è stato anche facile prenderlo perché lui voleva correre in Trevigiani. In quell’infornata c’erano anche Simone Ravanelli e Simone Consonni. Erano bel gruppetto».

Visconti ci aveva parlato di un atleta dedito al lavoro, un generoso. E i racconti di Milesi non fanno altro che confermare le parole del siciliano.

«Ricordo un ragazzo determinato che lavorava sodo. Magari con me ha vinto poco, però se guardavi gli ordini di arrivo, c’era sempre. Aveva una grande costanza di rendimento».

Con uno sprint potente Lorenzo Rota, ha vinto questa estate la 2ª tappa dello Sazka Tour. Un successo che dà fiducia
Con uno sprint potente Lorenzo Rota, ha vinto questa estate la 2ª tappa dello Sazka Tour. Un successo che dà fiducia

Nel giusto team

Eppure nonostante tutto Milesi non si aspettava che Rota arrivasse tanto in alto.

«Lorenzo – spiega Milesi – ha avuto un passaggio a vuoto nel momento in cui è arrivato tra i pro’ e se vogliamo nei primi anni a seguire. Però è anche vero che è passato giovanissimo e non tutti all’epoca facevano il salto così presto. Col tempo è riuscito a trovare la squadra giusta. Le qualità non gli mancavano e di conseguenza ha fatto il salto di qualità.

«In Intermarché ha trovato l’ambiente giusto. Parlando con Piva, mi dice che sono contenti di lui. Sono soddisfatti, gli danno fiducia e lui la sente. Poi adesso si è sbloccato e andrà ancora meglio. Potrebbe anche passare in un team più forte, ma non è così sicuro che se vai in una squadra più grande puoi trovare la stessa buona situazione.

«Sinceramente non me lo aspettavo questo exploit, ma non perché come ho appena detto non avesse le qualità. Ma perché per come gli si era messa la carriera, con quelle stagioni così, così… Era difficile riprendersi, specie per un ragazzo giovane come lui. E’ stato un po’ come Cattaneo, che ha avuto 2-3 anni di passaggio a vuoto. E mettersi in mostra a questi livelli è tosta».

Una bravo doppio dunque a Rota: per le qualità okay, ma anche e soprattutto per la tenacia dimostrata, per il non abbattersi.

La grinta di Rota sotto la pioggia al Coppie Bartali 2015 con la maglia della Unieuro Wilier Trevigiani
La grinta di Rota sotto la pioggia al Coppie Bartali 2015 con la maglia della Unieuro Wilier Trevigiani

Tenacia nel Dna

E la tenacia di Rota è emersa presto, al secondo anno da U23, al Giro delle Pesche Nettarine, signora corsa a tappe di una decina di anni fa. Filippo Ganna fece fuoco e fiamme in pianura per far vincere i suoi velocisti sparigliando le carte nella frazione finale. Ci fu il caos e ci fu in una tappa che su carta doveva essere tranquilla. Lorenzo rimase guardingo, superò il trabocchetto ed ebbe la meglio.

«Lorenzo non mollò mai – ricorda Milesi – fu un duro. Restò sempre davanti e alla fine senza vincere una tappa conquistò la corsa. Questa sua tenacia mi colpì. Sapevo che aveva qualità, ma quella corsa ne fu la prova concreta. Specie con quel parterre».

E la tenacia paga e porta miglioramenti. Miglioramenti che per Milesi non sono finiti: Rota ha dei margini.

«Per me ne ha – spiega il tecnico della Biesse-Carrera – e li ha anche per come si gestisce. Lui deve puntare sulle corse di un giorno. Vedo che dopo le corse a tappe, soprattutto dopo i grandi Giri riesce ad andare forte. Ha un cambio di marcia notevole. Senza contare che può migliorare ancora sul fronte delle prestazioni, vista la sua maturità da pro’».

In fuga al Giro verso Genova. Per Milesi, Rota si sa ben gestire anche nei grandi Giri: ne esce con una buona condizione
In fuga al Giro verso Genova. Per Milesi, Rota si sa ben gestire anche nei grandi Giri: ne esce con una buona condizione

Obiettivo velocità

In tal senso Rota ha già dichiarato di volere tornare a lavorare sullo spunto veloce. In salita è migliorato parecchio, ma ora vuole riprendersi quella sua caratteristica.

«Se migliora ancora un po’ sullo spunto, va bene – conclude Milesi – ma sempre tenendo in salita. Se chiude quel piccolo gap in volata diventa “tanta roba”. In salita quando è in condizione non lo stacchi tanto facilmente. Io lo avevo allenato su queste caratteristiche: salite brevi e velocità. Non volevo snaturarlo perché aveva la tenacia di tenere in salita. Era ed è esplosivo.

«Anche per questo lo vedo bene in corse come Amstel Gold Race o Freccia Vallone. E’ uno scattista ideale per quegli arrivi brevi e duri. Anche se poi ha dimostrato di andare forte anche a San Sebastian che è più da scalatori».

I rulli e il training indoor, i consigli di Alessandro Vanotti

19.11.2022
5 min
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I rulli e il training indoor in genere sono la gioia ed il dolore del ciclismo moderno. Durante il periodo delle restrizioni ci hanno permesso di salire comunque sulla bicicletta, in inverno ci aiutano a non far scendere la condizione.

Cosa è meglio fare quando pedaliamo in modo statico in una stanza? I pro’ li utilizzano? Sentiamo cosa ci racconta Alessandro Vanotti, che dopo la carriera di atleta non ha mai smesso di documentarsi e crescere anche sotto il profilo nell’ambito del training e preparazione atletica. Collabora a stretto contatto con MagneticDays per lo sviluppo del training indoor.

L’attività dell’ex corridore lombardo si allarga con l’apertura di alcuni centri per il training indoor (foto MagneticDays)
L’attività dell’ex corridore lombardo si allarga con l’apertura di alcuni centri per il training indoor (foto MagneticDays)
In che modo i rulli possono sostituire al meglio le uscite in bicicletta?

Il periodo Covid ha dimostrato anche ai più scettici che è possibile allenarsi e divertirsi anche utilizzando i rulli. Bisogna farlo con criterio, ma è possibile. I rulli, intesi come macro categoria non possono sostituire completamente le uscite in bicicletta all’aperto, ma diventano un punto di riferimento quando si vuole sviluppare un allenamento specifico, un percorso di crescita e migliorare le prestazioni da riportare sulle uscite in bici.

Per cos’altro sono utili?

I rulli, quelli sviluppati su una base scientifica, sono anche un eccellente strumento di recupero, lo sono dopo un infortunio e quando si vuole riprendere dal periodo di off-season, oppure dopo lunghe trasferte. Oggi come oggi sono un’integrazione ottimale da sfruttare dopo lunghe uscite. Li usano i pro’ dopo le tappe nei grandi Giri.

Vanotti durante un test di valutazione (foto Alessandro Vanotti)
Vanotti durante un test di valutazione (foto Alessandro Vanotti)
Quindi, per rendere produttive le sedute sui rulli è necessaria un’adeguata programmazione?

E’ fondamentale, come è fondamentale non perdere confidenza con la bicicletta con l’utilizzo classico in esterno. Quello che ci permettono di fare i sistemi di gestione indoor è azzerare le variabili che ci sono all’esterno, sempre nell’ottica di ottenere il massimo da un allenamento specifico e mirato. Bisogna creare degli obiettivi, un percorso di crescita e adeguare gli allenamenti, anche in base alla vita quotidiana. Sono tutti pezzi di un grande puzzle e in questo rientra anche la capacità dei coach e dei preparatori che si confrontano con questi sistemi, che poi devono collimare con quelli utilizzati sulla bicicletta.

Coach Luca Bianchini di MD illustra i programmi al Vanotti Cycle Camp (foto MagneticDays)
Coach Luca Bianchini di MD illustra i programmi al Vanotti Cycle Camp (foto MagneticDays)
Indoor e outdoor, i parametri da usare sono gli stessi?

No, i parametri cambiano. Ogni atleta, a prescindere dalle sue capacità, deve essere valutato singolarmente, grazie al test d’ingresso e a quelli predisposti nel corso della stagione per valutare i miglioramenti, o comunque lo stato di forma. L’ideale è eseguire due test separati, sulla bicicletta sui rulli e creare una tabella ad hoc. Rimanendo su una linea generale, i valori indoor si abbassano in media del 7%, talvolta anche del 10%.

Una trasferta siciliana del Vanotti Cycle Camp (foto Alessandro Vanotti)
Una trasferta siciliana del Vanotti Cycle Camp (foto Alessandro Vanotti)
Al netto della parte virtuale, ci sono delle dritte che si possono usare per rendere meno opprimente una training indoor?

Parto dal presupposto che un training indoor, se adeguato e cucito sulle proprie esigenze non è opprimente. Deve essere bilanciato nel modo corretto e sposarsi ottimamente con la vita quotidiana. Quando si sale sui rulli per allenarsi è necessario curare l’aspetto dell’idratazione. La parte virtuale delle gare e delle sfide è bella, coinvolgente e stimolante, ma anche rischiosa perché ci può portare ad eccedere. Bisogna prestare attenzione. I rulli in genere e tutte le applicazioni collegate al macromondo indoor devono aiutare a finalizzare i vari passaggi, con l’obiettivo di migliorare una volta che si sale in bicicletta.

Vanotti esegue una vera e propria attività informativa e formativa (foto MagneticDays)
Vanotti esegue una vera e propria attività informativa e formativa (foto MagneticDays)
Facendo un passo indietro, se tu fossi un pro’ oggi, useresti uno strumento come MD e/o i rulli per allenarti?

Si, oggi userei i rulli e lo farei in modo specifico. Quando ero professionista le possibilità che ci sono oggi non esistevano. Mi riferisco a tutta la tecnologia che c’è dietro, compresi gli strumenti di analisi dei dati. Non dico che i rulli sostituiscono i lavori da fare in bici, che sono obbligatori anche per mantenere un certo feeling con il mezzo e con lo sforzo che viene profuso quando si è in gruppo. Di sicuro offrono dei vantaggi non secondari.

Bardet, grande estimatore dei rulli, non solo nel dopo gara
Bardet, grande estimatore dei rulli, non solo nel dopo gara
I pro’ usano i rulli?

Al netto nelle sponsorizzazioni che legano l’atleta al team ed al marchio che fornisce lo strumento, si i corridori moderni usano i rulli. Oggi è possibile anche per loro allenarsi con qualità, farlo in modo oculato, evitando di disperdere energie. E’ sempre necessario contestualizzare il luogo dove è il corridore, il periodo e i suoi programmi, ovviamente la sua predisposizione. Però si, i corridori moderni integrano la normale attività con le sedute indoor.

Regista in corsa? Brambilla vuole molto di più…

19.11.2022
5 min
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Nella sua disamina del nuovo team, Douglas Ryder era stato molto chiaro a proposito dell’ingaggio di Gianluca Brambilla, avendo visto nel 35enne di Bellano una sorta di regista in corsa per il team Q36.5. Il manager sudafricano, che pure non aveva mai avuto modo di lavorare con lui, lo ha fortemente voluto, come caposaldo del suo nuovo team. Proprio questa forte volontà ha restituito a Gianluca quell’entusiasmo che temeva essere svanito.

Brambilla ha chiuso la sua stagione anzitempo, prima di Ferragosto. Proprio in quei giorni prendeva corpo il contatto con la nuova formazione, favorito e gestito dal suo procuratore Carera.

«Sapevo la storia del Team Qhubeka – ammette il corridore lombardo – ma non mi ero mai addentrato nello specifico. Sentendolo però parlare dei valori alla base della sua creatura, l’obiettivo chiave nell’educazione e nello sviluppo dell’Africa, mi sono sentito coinvolto. Lì la bici non è un mezzo di svago o di lavoro come per noi, ma un mezzo di sussistenza anche per prendere l’acqua. Dobbiamo fare di più».

Brambilla e Nibali, insieme alla Trek e anche in nazionale. Ora con ruoli diversi alla Q36,5
Brambilla e Nibali, insieme alla Trek e anche in nazionale. Ora con ruoli diversi alla Q36,5
Tu vieni da un team WorldTour, pensi di essere sceso di uno scalino?

Tecnicamente no, è solo un dato statistico. Ho trovato una squadra all’avanguardia nella sua creazione, supportata da un brand emergente, italiano, che vuole crescere. Avremo tutto materiale di primissima qualità, a cominciare dalle bici Scott.

Quando hai incontrato Ryder avete anche parlato del tuo ruolo in squadra?

Mi ha dato carta bianca e questo mi ha molto invogliato a mettermi all’opera. So che se capita potrò cercare spazio per qualche affermazione, per il resto sarò un po’ l’uomo dei consigli, l’aiutante di campo, d’altronde sono sempre stato una pedina importante per i capitani che si sono succeduti nei team dei quali facevo parte.

A proposito di capitani, se Moschetti e Sajnok saranno i velocisti di punta, chi pensi sarà l’uomo per le corse a tappe?

Io credo che con Hagen siamo ben coperti. Non arrivi per due volte nella top 10 della Vuelta se non sei attrezzato. Io potrò dargli una mano, in carriera ho provato più volte a puntare alla classifica dei grandi giri ma si vede che non fa per me (il suo massimo risultato è stato il 16° posto alla Vuelta nel 2018, ndr). Poi ci sono molti giovani interessanti, che potranno crescere con calma. E’ il nostro primo anno, tutto quel che arriva è guadagnato. Attenti ad esempio a Calzoni che è uno molto promettente, d’altronde ha vinto sul Monte Grappa come me…

Si è cercato molto tra i giovani.

Era la scelta giusta da fare perché potranno correre cercando di sfruttare la loro voglia di emergere. Il bello di questo team è che è pieno di corridori che, ognuno per sue ragioni, hanno voglia di darsi da fare, di riscattarsi oppure di lanciarsi nella mischia. E’ il miglior mix per vincere..

Tom Devriendt, 4° alla Roubaix di quest’anno. Nel 2023 punterà a ripetersi sulle strade del Nord
Tom Devriendt, 4° alla Roubaix di quest’anno. Nel 2023 punterà a ripetersi sulle strade del Nord
Per le classiche su chi punterete?

Premesso che nel team saranno le corse e le settimane a dire su chi puntare, io penso che uno come Devriendt sarà sicuramente una delle punte per il periodo delle classiche del Nord. Uno che è arrivato 4° a Roubaix vorrà dimostrare che non è stato un caso e d’altro canto su quei percorsi ha fatto vedere di saperci fare. Un altro sul quale sarà giusto tenere un occhio è Filippo Conca: ha sempre lavorato per gli altri, ma tante volte è toccato a lui salvare la baracca, io sono convinto che se dovrà fare la corsa con la squadra in supporto, potrà fare bene.

Tu come giudichi il tuo 2022?

Mah, diciamo che ci sono nella carriera di ognuno delle stagioni un po’ sottotono. Quando ho corso non sono poi andato così male, 7 top 10 in 45 giorni di gara, anche in qualche classifica di corse a tappe, non è un bilancio da buttar via. La mia delusione è più a livello personale, per come si è chiusa la mia avventura alla Trek-Segafredo durata 5 anni, penso che avrei meritato un po’ più di considerazione. Quando fai parte di un team, diventa come una famiglia, ci passi almeno 150 giorni di full immersion, sentirsi messo da parte fa male. Spero quanto prima di avere occasione di chiarirmi con alcuni dei dirigenti, ammetto che ci sono rimasto male.

Per Conca un’occasione per riproporsi come uomo d’attacco, in un contesto più adatto
Per Conca un’occasione per riproporsi come uomo d’attacco, in un contesto più adatto
Cerchiamo allora di pensare in positivo: che cosa vorresti da questo nuovo capitolo della tua storia?

Io sono passato pro’ nel 2007, ma le mie squadre non sono state poi tante e sono sempre rimasto un bel po’ in ogni team, credo che questo pesi. Ho dalla mia tanta motivazione e grinta, voglio tornare a correre alla mia maniera, anche un po’ alla garibaldina. Insomma: voglio tornare ad alzare le braccia al cielo…