Esulta Buratti. La Bahrain adesso è realtà, ma dal 2024

22.11.2022
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Cinque minuti a mezzogiorno del 18 novembre. La Bahrain-Victorius cinguetta l’ingaggio di due ragazzi del Cycling Team Friuli, la sua formazione vivaio. Nicolò Buratti ed Alberto Bruttomesso passeranno pro’ a partire dal 2024 con un contratto biennale.

Una notizia nell’aria, ma non scontata benché si stia parlando di due tra i migliori talenti espressi dall’ultima annata tra i gli under 23. Il turno per parlare con Bruttomesso dell’argomento lo abbiamo avuto qualche giorno fa, ora tocca a Buratti vuotare il sacco delle emozioni. Se è vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere (di diventare professionista in questo caso), chissà come il 21enne udinese di Corno di Rosazzo avrà vissuto i giorni precedenti al tanto sperato annuncio.

Buratti sgrana gli occhi guardando il futuro che lo attende alla Bahrain-Victorius
Buratti sgrana gli occhi guardando il futuro che lo attende alla Bahrain-Victorius

Come avevamo anticipato più di una settimana fa, per il dominatore di Poggiana e Capodarco (due delle sue nove perle stagionali) le porte per il salto di categoria nel 2023 si erano chiuse in anticipo rispetto alle sue ultime ottime prestazioni. Invece no, come ci spiega Nicolò…

Moralmente come avevi preso il fatto che l’anno prossimo non c’era posto per te alla Bahrain?

Inizialmente devo confessarvi che ci sono rimasto male. Dopo la stagione che ho fatto ci speravo. C’erano i presupposti. Però forse ho inanellato i migliori risultati quasi troppo tardi. La Bahrain aveva già fatto e finito il mercato per il 2023, ma loro si sono impegnati con i dirigenti del CT Friuli di trovare una soluzione ottimale.

E moralmente come hai accolto questa notizia?

Beh, nemmeno da dire, alla grande (sorride, ndr). Diciamo che da quando mi hanno detto che non sarei passato nel 2023 a quando è arrivata la conferma dell’ingaggio sono trascorsi un po’ di giorni, ma nemmeno troppi. Quindi alla fine non avuto molto tempo per essere preoccupato o di cattivo umore.

Buratti nel 2023 vorrebbe essere un esempio per i suoi compagni più giovani del CT Friuli
Buratti nel 2023 vorrebbe essere un esempio per i suoi compagni più giovani del CT Friuli
Farai il 2023 nel Cycling Team Friuli. Pensi che sia quella soluzione ideale di cui parlavi prima?

Direi proprio di sì. Sarà la terza stagione con loro, in un ambiente che conosco e in cui sto bene. Il fatto che la squadra sia la development della Bahrain mi consentirà di avere un inserimento graduale tra i pro’. Sulla carta sono già in programma dei training camp e lo stage ad agosto. Naturalmente però bisognerà vedere che annata farò.

Ecco, come sarà ora che hai il contratto in tasca? Che motivazioni avrai?

Riconfermare i risultati di quest’anno credo che sia il miglior stimolo possibile. Non sarà facile, anche perché vorrei crescere ulteriormente attraverso un calendario più internazionale sia col mio team che con la maglia azzurra. Mi reputo un corridore da classiche e vorrei fare bene in quelle primaverili in Italia ma anche all’estero. Ad esempio, fare risultato alla Gand-Wevelgem con la nazionale è un obiettivo. Quest’anno l’ho corsa e non è andata benissimo. Voglio rifarmi. Ad oggi i presupposti ci sono. Il top sarebbe iniziare il 2023 così come ho finito il 2022.

Il podio di Capodarco. Buratti nel 2022 ha conquistato 9 vittorie e una lunga serie di top ten
Il podio di Capodarco. Buratti nel 2022 ha conquistato 9 vittorie e una lunga serie di top ten
Delle nove vittorie di quest’anno, sei le hai ottenute da agosto in avanti. Cosa ti è mancato all’inizio?

Non saprei, forse un mix di fortuna e cattiveria agonistica. Per la verità sono stato piuttosto costante per tutta la stagione. Ho vinto la prima gara alla seconda che ho fatto e ho vinto la mia ultima gara alla penultima. Nel mezzo però mi sono sbloccato mentalmente ed è cambiato tutto. Mi sono sentito più sereno ed in pace con me stesso e sono arrivati i successi.

Cosa o chi ha fatto scattare la molla?

La mia famiglia e la squadra mi hanno sempre supportato, come sempre ed in ogni momento. Gli allenamenti erano sempre quelli o comunque non li ho cambiati tanto. Fisicamente stavo bene. Però ad un certo punto, soprattutto ad agosto, ho iniziato a pensare che il professionismo me lo dovevo ancora guadagnare. Insomma, se quel qualcosa è venuto, credo che sia venuto tutto da me.

Foratura, cambio della ruota e poi ancora cambio bici. un giro per rientrare: questo il mondiale 2022 di Buratti
Foratura, cambio della ruota e poi ancora cambio bici. un giro per rientrare: questo il mondiale 2022 di Buratti
Avrai il ruolo di prima punta, ma cosa vorrebbe dare Buratti in più al CTF?

Mi piacerebbe essere una guida, un esempio per i nostri primi anni o per i più giovani di me. E’ vero che Alberto (Bruttomesso, ndr) ed io siamo a posto per il futuro, ma vorrei aiutare i miei compagni a svezzarsi nelle varie gare. Porto in dote la mia esperienza di quest’anno, specie quella morale per consigliare la squadra quando non arriveranno i risultati. Poi ovvio che anch’io, insieme a loro, vorrò fare un ulteriore step psico-fisico.

A proposito, ritornando sulla maglia azzurra. Forse non ci hai detto tutti i veri obiettivi…

Eh sì, l’anno prossimo puntiamo in alto (sorride, ndr). Il vero obiettivo sarà il mondiale di Glasgow ad agosto. Il percorso è adatto alle mie caratteristiche e voglio arrivarci pronto e preparato. E poi, dopo quello di quest’anno, ho un conto in sospeso da saldare…

A Overijse di scena il nuovo Pidcock, battuto ma felice

22.11.2022
4 min
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C’è stato un momento, nella prova di Coppa del Mondo di Overijse, nel quale si è ben capito perché i “tre tenori” fanno uno sport a parte rispetto agli altri. E’ stato nel primo giro, quando il campione del mondo Tom Pidcock (l’unico in gara, Van Der Poel e Van Aert esordiranno più avanti) è transitato dopo la partenza solitario in fondo al gruppo dei 43 partenti e pure con un certo distacco.

Il podio finale di Overijse, con Vanthourenhout davanti a Pidcock e a Van Der Haar
Il podio finale di Overijse, con Vanthourenhout davanti a Pidcock e a Van Der Haar

Un sorpasso dietro l’altro

Si saprà dopo l’arrivo che in un sol colpo il britannico ha avuto un problema alla catena e a una scarpa. Plausibile considerando che la gara belga si è svolta in un clima da “vero ciclocross”, con pioggia e freddo che avevano trasformato il percorso in una colata di fango. Ebbene, è stato allora che Pidcock ha fatto vedere di che pasta è fatto: una serie inesauribile di sorpassi, uno dopo l’altro con gli avversari che sembravano andare al rallentatore. Alla fine del primo giro era 9°, al secondo era già in testa con i due rivali belgi Vanthourenhout e Iserbyt.

A molti quella cavalcata trionfale ha riportato alla memoria ricordi lontani, quelli di un certo Pirata che sulla salita di Oropa sfilava al fianco del gruppo alla spicciolata, superando un corridore dopo l’altro fino ad andare a vincere. Pidcock ormai sta diventando un habitué delle grandi imprese anche se quella di Overijse è rimasta a metà, perché a vincere è stato il campione europeo Vanthourenhout. Alla fine della gara però le attenzioni maggiori erano rivolte al campione del mondo e lo stesso Michael ha candidamente ammesso che la vittoria è stata un passaggio: «Il prossimo fine settimana le cose temo che andranno diversamente e sarà già un altro Pidcock».

Tra il belga e il britannico c’era stata già la sfida a Merksplas, ma a vincere era stato Sweeck
Tra il belga e il britannico c’era stata già la sfida a Merksplas, ma a vincere era stato Sweeck

Tre ore in bici e basta…

«Mi darei un bell’8 – ha affermato il campione della Ineos Grenadiers al suo arrivo – è stata una gara divertente che mi ha riportato alla mente i percorsi dei miei inizi in Gran Bretagna. D’altronde non potevo neanche pretendere molto di più considerando che nelle gambe avevo un allenamento di due ore in settimana e un’ora di gara al sabato nel Superprestige (concluso al 7° posto a Merksplas, ndr). La sconfitta è dovuta alla caduta nel penultimo giro, tra l’altro su uno dei pochi tratti in asfalto. Ho preso una botta che al lunedì si è fatta sentire…».

La notizia delle pochissime ore in bici ha lasciato gli interlocutori a bocca aperta. Questo è un altro fattore che fa ben capire come nel suo caso (ma da quel che si sa a proposito di Van Der Poel non ci sono così tante differenze…) si parli davvero di qualcosa di diverso rispetto agli altri e forse siano proprio queste cose che innescano una sorta di “inferiority complex” negli altri, come le dichiarazioni post-gara di Vanthourenhout fanno capire. Il suo allenatore Kurt Bogaerts era andato anche oltre parlando di una sola ora di lavoro specifico. In sala stampa Pidcock lo ha corretto, ma non è che poi le cose cambino di molto…

Per il campione europeo Vanthourenhout una vittoria di peso, ma da domenica la musica cambia…
Per il campione europeo Vanthourenhout una vittoria di peso, ma da domenica la musica cambia…

Galleggiare sul fango

Guardando la gara di Overijse con occhio attento, ad esempio non è sfuggita agli occhi esperti la sua straordinaria capacità di guida nei tratti più scivolosi, dove evitava accuratamente di toccare i freni lavorando molto con il manubrio e con gli spostamenti di equilibrio, usando quelle tecniche che lo hanno reso famoso e quasi imbattibile anche nella mountain bike.

Per questo quella caduta sull’asfalto lo ha fatto molto arrabbiare, deconcentrandolo anche mentalmente: «Nell’ultimo giro la gara era ancora recuperabile, ma non avevo la necessaria lucidità e la mia guida non è stata più così pulita, bravo alla fine Vanthourenhout a mantenere quei 3” di vantaggio».

Pidcock sta valutando di non difendere la maglia ai mondiali, anticipando il passaggio alla strada
Pidcock sta valutando di non difendere la maglia ai mondiali, anticipando il passaggio alla strada

E i mondiali? Vedremo…

Al di là del risultato, a fine gara è apparso comunque un Pidcock disteso, neanche troppo interessato al risultato finale e qualcuno glielo ha fatto notare: «Il mio grande obiettivo era vestire questa maglia da campione del mondo, ora quello che viene è un di più. Gareggio senza eccessive pressioni, per divertirmi, tanto che non è neanche detto che sarò al via del prossimo mondiale per difenderla, devo fare i conti con i programmi della squadra per la stagione su strada».

Intanto domenica arriva il primo scontro al vertice, con Van Der Poel: «Andrà sicuramente forte già alla sua prima gara, come ogni anno d’altro canto…».

Velocità tornata di moda? La ricetta di Quaranta

21.11.2022
6 min
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«L’altro giorno eravamo qui in palestra e ho visto due ragazzetti di 14-15 anni. Qui in Sicilia hanno il culto del body building e tanti ragazzi passano il tempo in palestra. Così gli ho chiesto se fossero capaci di andare in bicicletta. E quando hanno detto di sì, li ho invitati a venire in pista. Se quelli che fanno velocità non vai a cercarli, non li trovi. E io quasi quasi vado in giro a suonare i campanelli…».

Il gruppo della velocità davanti alla Cattedrale di Noto: una foto che non poteva mancare
Il gruppo della velocità davanti alla Cattedrale di Noto: una foto che non poteva mancare

La chiamata di Dagnoni

Ivan Quaranta è a Noto con gli azzurri della pista. Con lui, lo staff performance della FCI. Fino a ieri Michelusi, oggi invece è arrivato Bragato. Mattina palestra, pomeriggio pista. Certi giorni anche strada, perché il fondo comunque serve. Il gruppo della velocità è numeroso e agguerrito, le cose si stanno muovendo.

«E’ iniziato tutto – racconta Quaranta, in apertura alla pressa con Matteo Bianchi – quando mi ha chiamato Cordiano Dagnoni. Serviva una persona in più accanto a Marco Villa, che seguisse le discipline veloci. Qualcosa s’era già fatto negli anni precedenti, perché Predomo aveva preso un bronzo nella velocità e Bianchi era stato terzo nel chilometro da junior. Serviva un tecnico che ci mettesse la testa al 100 per cento. E’ nato tutto da passione, competenze e tempo, dopo una prima fase di studio».

Napolitano lavora allo squat, per ora con carico leggero
Napolitano lavora allo squat, per ora con carico leggero
Studio?

In trent’anni è cambiato tutto, le velocità, la tattica, i rapporti, i materiali, le preparazioni. All’inizio è stato molto importante Marco Villa, perché girando vedeva quel che facevano gli altri. Poi Diego Bragato. Alle prime Coppe del mondo, soprattutto a Glasgow, sembravo un paparazzo. Andavo in giro con la macchina fotografica a spiare le altre Nazioni. Ho fatto un miliardo di foto e filmati e prendevo i tempi mentre si allenavano. Ho fatto settimane in pista dalla mattina alla sera. La seconda fase è stata quella del reclutamento.

Come ti sei mosso?

Sono andato a parlare con la società e in particolar modo con la Campana Imballaggi-Geo&Tex, che aveva già tesserato Predomo e Bianchi. Ho parlato con Napolitano, che va forte e detiene il record italiano juniores sulla velocità. Ho iniziato a prendere contatto con i corridori, per non entrare in modo troppo diretto. Ho parlato con le famiglie, con i genitori che pretendono di allenare i figli, per fargli capire che sono preparato. Poi abbiamo iniziato a lavorare seriamente, questi ragazzi sono atleti al 110 per cento.

Sono venuti subito i risultati?

Abbiamo fatto il record italiano nel team sprint alla prima gara. Bianchi si è migliorato sul chilometro, abbiamo vinto subito delle Classe 1 e Classe 2. Li ho portati in giro per fare esperienza, avevano bisogno di correre. Un velocista corre poco, 5-6 competizioni in un anno, quindi più corrono e meglio è. Quando sono arrivati i primi risultati, sono arrivate anche le motivazioni. E si è messo in moto questo meccanismo, che ci ha portato a vincere quattro campionati europei e due titoli mondiali.

Ti aspettavi così presto?

Ora posso dire che su Predomo avrei scommesso. Vincere un mondiale è difficile. Fino a che sei in Europa, vedi chi vince i titoli nazionali e che tempi fanno, quindi sai cosa ti aspetta. Però non puoi sapere chi c’è dall’altra parte del mondo. Malesia, Cina, Burkina Faso. Il record del mondo ce l’ha un atleta di Trinidad e Tobago. E’ diventato tutto più difficile, ma Predomo aveva già fatto terzo lo scorso anno, quindi in un podio ci credevo.

Quaranta con Bianchi e Napolitano: si parla dei lavori da fare
Quaranta con Bianchi e Napolitano: si parla dei lavori da fare
Se lo aspettavano anche loro?

Ho cercato di non far trapelare questa fiducia per tenere alta la tensione. Però vedevo che miglioravano giorno dopo giorno. Siamo lontani dagli elite, ma dobbiamo confrontarci con quelli della nostra età. Per ora la cosa principale è stata aver creato un bel gruppo di lavoro. In primis però ci vogliono i cavalli buoni, perché sennò puoi essere il miglior tecnico del mondo, ma non va da nessuna parte. 

Con Villa come va?

Marco ci appoggia. Lo stresso 24 ore al giorno, per una bicicletta o una ruota in più, per andare a fare una gara, convocare un corridore, fare due giorni in più di ritiro. Lui deve rendere conto, ma alla fine lo convinco sempre. Vede che stiamo lavorando bene ed è felice del nuovo gruppo che sta crescendo.

Moro è appena approdato nel gruppo della velocità: per lui è tutto nuovo
Moro è appena approdato nel gruppo della velocità: per lui è tutto nuovo
Cosa si può dire del Quaranta tecnico?

Cerco di essere più serio, perché ormai ho 48 anni, ma il carattere è sempre lo stesso. I corridori vedono in me uno che la pensa come loro. Questa è una delle più grandi qualità che ha un ex ciclista, anche se non è detto che un buon ex corridore diventi un buon tecnico. Devi studiare, applicarti, dobbiamo essere aggiornati.

La velocità sta diventando attraente per i giovani?

Vedendo i risultati, ci sono anche allievi che passano juniores, che chiedono di venire in pista. Anche qualche junior che passa da primo a secondo anno. Una bella mano ce la sta dando Tommaso Lupi, cittì della BMX. E’ il segno di un movimento che diventerà competitivo in tutto il mondo. Se oggi dovessimo fare un’Olimpiade under 23, saremmo sicuramente da podio in tutte le discipline. Perciò se non sarà per Parigi, sarà per quelle dopo.

Gli azzurri si allenano nella palestra Star Gym di Noto
Gli azzurri si allenano nella palestra Star Gym di Noto
E le ragazze?

Vivono una fase di transizione. Il WorldTour è nato da poco, quindi la ragazzina veloce pensa di fare il Giro d’Italia o il Tour de France. Una grossa mano possono darcela i corpi militari. Chi più chi meno, questi ragazzi si sistemeranno tutti, nell’Esercito, nella Polizia di Stato, nelle Fiamme Azzurre, che sono i tre corpi che più credono nel ciclismo. Se i ragazzi e le ragazze vedono che facendo velocità in pista ti sistemi per tutta la vita, allora anche noi diventiamo interessanti.

Qualcuna c’è…

C’è Miriam Vece, molto motivata a rientrare in Italia. Per lei sarà importante allenarsi con gli uomini, perché tecnicamente può migliorare, soprattutto nel keirin. Tutti abbiamo qualche paura, la sua è quella di fare le volate di gruppo. Poi c’è Fabiola Ratti, che ha fatto quinta al mondiale dei 500 metri. C’è un bel gruppetto di ragazzine, come Paccalini, Bertolini, e Bolognesi. Poi c’è anche Giada Capobianchi. Lei corre a livello internazionale e ha fatto dei buoni piazzamenti nelle Classe 1 e potrebbe essere importante, per esempio in un team sprint come prima frazionista. Alla fine è tutto un fatto di lavoro. E in questo i miei ragazzi non hanno paura di far fatica.

Tonelli: “maestro” e cacciatore di punti in Bardiani

21.11.2022
5 min
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L’inverno è il momento dei cambi di casacca, delle nuove avventure, tutto vero. Allo stesso modo questo periodo è anche quello delle conferme, dei prolungamenti di contratto. E’ anche il momento di parlare di un corridore che ha deciso di continuare a vestire la maglia del team che lo ha lanciato. La divisa è quella della Bardiani CSF Faizanè, e il corridore in questione è Alessandro Tonelli.  

«Ho avuto qualche offerta da qualche squadra ma erano tutte professional – racconta Tonelli – una di queste era la Eolo. E’ stato un rinnovo un po’ travagliato, ma con la Bardiani siamo riusciti a trovare l’accordo a settembre. Alla fine per rimanere allo stesso livello ho preferito rimanere qui, conosco l’ambiente e sono sempre stato bene. Sanno come vado e cosa sono abituato a fare, inizia così il mio nono anno ed è bello dare continuità».

La stagione di Tonelli è iniziata all’UAE Tour con un 4° posto nella sesta tappa
La stagione di Tonelli è iniziata all’UAE Tour con un 4° posto nella sesta tappa

La chiamata mai arrivata

La chiamata di un team WorldTour, non nascondiamolo, è uno dei sogni di chi si affaccia nel mondo del ciclismo. Non è facile ottenerla ed arrivati ad una certa età si chiude il cassetto con dentro il sogno e si guarda di più alla realtà.

«Il mio rapporto con Bruno e Roberto (Reverberi, ndr) è sempre stato molto trasparente – riprende – e questo aiuta a creare un legame forte. Quest’anno è la prima volta che rinnovo per due stagioni, in precedenza ho sempre firmato contratti di anno in anno. Non era mancanza di fiducia, anzi, tutto il contrario. Visto proprio il bel rapporto che ho con Roberto e Bruno abbiamo sempre preferito far così perché se fosse arrivata la chiamata di una WorldTour avrei potuto coglierla al volo. Passare in una formazione del genere ora sarebbe difficile, gli equilibri sono diversi, hanno capitano e la squadra lavora per lui. Mentre nelle professional ci si affida a quei 3-4 corridori che si possono giocare le loro possibilità».

Tonelli, insieme a Rivi, ha vivacizzato la Milano-Sanremo con ben 279 chilometri di fuga
Tonelli, insieme a Rivi, ha vivacizzato la Milano-Sanremo con ben 279 chilometri di fuga

Il nuovo ruolo

Se si guarda nella rosa per la stagione 2023 della Bardiani ci si accorge che Alessandro Tonelli sarà il più “vecchio” nonostante abbia compiuto da poco 30 anni. Un dato che fa pensare a due cose: l’avanzata dei giovani e all’accorciarsi delle carriere.

«Non nascondo che a questa cosa ho pensato, mi sono domandato per quanto ancora possa andare avanti. Da ora sarò un “responsabile” in corsa della squadra, se si guarda al ciclismo di adesso mi potete considerare già vecchio. L’età media si è abbassata e questo valorizza l’esperienza, avrò questa funzione di insegnante. Un ruolo nato in parte già quest’anno grazie al progetto giovani, mi hanno preso come uno dei punti di riferimento in squadra, vista anche la mia quasi decennale esperienza in maglia Bardiani».

L’apporto di corridori di esperienza come Tonelli e Gabburo, qui in foto con Tolio, è importante per far crescere i giovani
L’apporto di corridori di esperienza come Tonelli e Gabburo, qui in foto con Tolio, è importante per far crescere i giovani

I giovani

Allora viene da chiedersi cosa vede l’occhio del maestro a contatto con le giovani leve. 

«Tolio quando ha corso da protagonista allo Slovenia si è appoggiato ai miei consigli ed a quelli dei ragazzi più grandi per rimanere davanti nella tappa più dura. Un altro esempio è la stessa fuga che ha fatto sempre lui al Lombardia: dovevamo entrare nell’azione giusta e Gabburo lo ha spinto a seguire quella che si è rivelato il gruppo buono. Avere un occhio esperto come il mio è importante in gara perché noto dove sprecano e cerchi di dirgli cosa fare e dove migliorare. Gli errori li faranno comunque ma è parte dell’apprendimento, hanno tanta grinta e voglia di fare. Se dovessi trovare una differenza rispetto a quando sono passato professionista io direi che è il periodo di adattamento. Questi giovani sembrano già pronti per le distanze ed i carichi di allenamento, io a differenza loro ho avuto bisogno di una stagione di rodaggio».

Il risultato più importante per Tonelli nel 2022 è arrivato al Giro d’Italia con un terzo posto nella 19ª tappa
Il risultato più importante per Tonelli nel 2022 è arrivato al Giro d’Italia con un terzo posto nella 19ª tappa

A caccia di punti

Parlando con Tonelli emerge un discorso interessante: quello della classifica UCI per le squadre professional. Dal 2024 cambieranno un po’ di regole ed è per questo che ne sono nate di nuove in questo periodo.

«Se alla fine del 2023 non si riesce ad entrare nelle prime 30 professional al mondo non si potranno ottenere le wild card ed essere invitati agli eventi WorldTour 2024. La nostra è una classifica a punti che si aggiorna ogni anno ma i punteggi assegnati sono gli stessi che hanno caratterizzato il triennio WorldTour. Fino a quest’anno non c’è una classifica che decreta l’accesso agli inviti, quindi anche una professional appena nata come la Q36.5 può partecipare a corse come il Giro. Questa classifica non distingue tra professional e continental. Se una squadra come la Colpack, per fare un esempio, dovesse entrare nelle prime 30 potrebbe cambiare la sua collocazione e diventare professional, scalzando via team come il nostro».

Alla luce di questo si capisce subito come dal prossimo anno ogni corsa diventi fondamentale. Corridori di grande esperienza e di qualità come Tonelli sono merce rara e vanno tenuti stretti.

«Nel 2022 ho fatto ben 82 giorni di corsa, infatti queste vacanze mi servivano (ride, ndr). Di recente sui social mi hanno taggato in una classifica che faceva vedere la top 20 dei corridori che sono stati più in fuga. Io sono undicesimo e primo degli italiani con 1214 chilometri. Si tratta di una bella caratteristica per una professional, che deve sempre cercare di entrare nelle fughe e che dovrà anche inziare a pensare ai punti. Il Giro d’Italia e Sanremo sono state l’apice della stagione, al primo sono entrato in due fughe cogliendo anche il terzo posto nella diciannovesima tappa. Mentre alla Sanremo mi hanno ripreso solamente a 8 chilometri dall’arrivo».

EDITORIALE / Il Sud chiede regole condivise

21.11.2022
5 min
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A volte per capire gli effetti delle regole, bisogna constatarne gli effetti. Se per eliminare una perdita, si stabilisce di chiudere l’acqua a monte, magari si risolve il problema: l’aridità dei campi a valle sarà tuttavia una conseguenza da valutare. Se il presidente Dagnoni fosse stato l’altro giorno al Galà Paolo Pilone di Palermo, avrebbe avuto un piccolo assaggio di cosa significherà la cancellazione delle plurime fra gli juniores e avrebbe dovuto rispondere a una serie di istanze da parte dei presenti. Non ultime quelle del presidente regionale Guardì, che pur ha avuto un ruolo importante nell’elezione dello stesso Cordiano.

Diciamolo subito: Guardì è parte in causa. E’ vicino alla GS Impero, gemellata fino al 2002 con la Casano-Matec di Giuseppe Di Fresco. Ed è anche colui che, in qualità di presidente del CR Sicilia, deve spingere per l’organizzazione di gare in regione: qualcosa sta facendo, probabilmente potrebbe fare di più. Questo non toglie che i suoi argomenti e quelli degli altri convenuti sulle regole FCI meritino attenzione.

Diego Guardì, presidente del CR Siciliano, ha parlato contro la cancellazione delle plurime (foto Trinacria Ciclismo)
Diego Guardì, presidente del CR Siciliano, ha parlato contro la cancellazione delle plurime (foto Trinacria Ciclismo)

Il Consiglio di maggio

E’ stato il Consiglio federale di Palmi a maggio a stabilire che dal 2023 le società non potranno più avere i gemellaggi con squadre di altre regioni.

«Le piccole regioni – disse Ruggero Cazzaniga, vicepresidente federale, commentando le nuove regole – non hanno fatto niente per migliorare il loro patrimonio e gli atleti sono partiti lo stesso. Sono minori, decidono i genitori. Perciò è chiaro che le plurime non siano progetti di crescita. La filosofia che c’è alla base di questa riforma è che i Comitati Regionali saranno più tutelati, perché farà fede la residenza dell’atleta.

«Il piccolo Nibali che avesse la residenza in Sicilia, ad esempio, dovrebbe finire la scuola a casa e partecipare alle gare con le rappresentative regionali. Quando poi andrà via, alla società sarà riconosciuto il doppio dei punteggi. E se prima c’era il limite dei due corridori con 35 punti, adesso lo abbiamo abbassato a 25, aumentando il bacino degli atleti interessati. Un atleta forte, i 25 punti li ha fatti già a maggio. Sapete chi ne risentirà? Chi fa il… commercio dei bambini, perché se non altro dovrà sborsare parecchio di più».

Fra Nord e Sud

La sensazione è che il Comitato siciliano non si senta più tutelato. Forse l’intento principale del Consiglio federale e delle sue regole era colpire chi con le plurime giocava fra le grandi regioni, con il solo scopo di costruire squadroni enormi e schierare in gara organici superiori. Il Veneto con la Lombardia o la Toscana. La Lombardia col Piemonte. La Toscana con la Liguria. Si è così pensato di chiudere l’acqua a monte, minimizzando le conseguenze che il provvedimento avrà a valle.

Ci siamo trovati per caso in Sicilia, ma abbiamo ascoltato e chiesto. Nel 2022 sull’isola c’erano circa 20 juniores tesserati in squadre con affiliazione plurima, che avevano la possibilità di fare attività extra regionale grazie alle società “gemellate”. Eliminando le plurime, questi gemellaggi vengono meno. 

Tre di questi ragazzi saranno tesserati in Toscana, nuovamente con il Casano. Altri probabilmente troveranno squadra in Sicilia al pari dei ragazzi che nel 2022 erano allievi di secondo anno. Ci sarà poi da vedere se questi team siano strutturati per farli correre fuori regione o sarà tutto legato alle gare locali e all’attività fatta dalla rappresentativa regionale.

Forse nello scrivere la norma che aboliva le plurime, si poteva inserire (ad esempio) un vincolo legato alla distanza. Si sarebbero così impediti i giochi fra regioni limitrofe e si sarebbe tenuta aperta la porta per i ragazzi che iniziano a correre in regioni lontane mille chilometri dai centri del ciclismo.

I nodi al pettine

Alla premiazione di Palermo erano presenti Giovanni Visconti e Filippo Fiorelli, diventati grandi in Toscana (in apertura Giovanni con Gaetano Pecoraro). I racconti del primo sui suoi viaggi nella Fiat Punto di suo padre meriterebbero di essere raccolti in un libro, ma non tutti i genitori possono sobbarcarsi certe trasferte oppure hanno il tempo o la passione per farlo. Alcuni, come la l’Equipe Sicilia-Multicar Amaru, si sono organizzati con una squadra del Nord (la Giovani Giussanesi di Danilo Napolitano) e hanno trascorso qualche settimana fuori regione durante l’estate.

E’ certo che un’attività potenziata in Sicilia renderebbe superflui tanti discorsi. Ma è altrettanto vero che modulare certe riforme o scrivere le regole con il contributo di chi ne vivrà gli effetti sarebbe cosa buona e giusta. Le società che pagano per aderire alla Federazione ne sono di fatto azioniste e forse ascoltare tutte le voci prima di scrivere scioglierebbe i nodi prima che arrivino al pettine. Il fatto che si parli di piccoli numeri non faccia pensare che le conseguenze siano minime. Anche nella grande Lombardia il calo ha iniziato con piccoli numeri, ma adesso, facendo le debite proporzioni, i bilanci in termini di tesseramenti, gare e società non sono tranquillizzanti. A sentire il presidente Guardì il prossimo Consiglio Federale potrebbe rimettere mano alla norma. Se così fosse, tanto di cappello. A volte per andare avanti si deve saper fare un passo indietro.

Fra strada e cross, Silvia Persico al lavoro sulla forza

21.11.2022
5 min
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L’ultimo impegno su strada della stagione di Silvia Persico è stato il mondiale di Wollongong, il 24 settembre. Quel giorno la portacolori della Valcar Travel&Service, in procinto di passare alla UAE Adq, si è fermata dopo un’annata tanto intensa quanto ricca di soddisfazioni.

Per Silvia 55 giorni gara, 3 vittorie, l’ottimo piazzamento al Tour de France Femmes (quinta) e il bronzo proprio al mondiale. Stagione che a sua volta era stata preceduta da un’ottima chiusura nel ciclocross, ancora con un bronzo iridato.

Ebbene ora che il ciclocross per lei sta ricominciando, come si sta preparando? Come ha lavorato? Le direttrici a quanto pare sono due: sfruttare l’immensa base che le ha dato la stagione su strada e lavorare sulla forza.

Silvia, parliamo della tua preparazione: come ti sei traghettata dalla fine della strada alla ripresa con il cross?

Dopo l’ultima gara su strada ho fatto un mese di stop. Andavo a camminare e facevo qualche corsetta, mentre proprio non ho più voluto vedere la bici! Poi quando sono andata negli Emirati Arabi Uniti per il camp con la nuova squadra ho ripreso a fare qualche pedalata, ma molto, molto easy. Di fatto ho ripreso con la bici quando sono tornata, il 24 ottobre.

Giusto un mese dopo il mondiale…

Esatto. Non è stato facile ricominciare e non lo è ancora, in quanto non mi sono ripresa del tutto. E’ stata davvero una stagione dispendiosa sia dal punto vista mentale che fisico. E infatti adesso quando esco e faccio il confronto con qualche mese fa dico: «Aiuto!». Ma sono tranquilla…

Come stai lavorando?

Mi sto concentrando molto sulla forza. Speriamo che possa partire bene questa stagione di ciclocross, ma come ho già detto più volte non credo che sarà al livello dell’anno scorso, perché avevo cominciato molto prima. Però cercherò di prendermi il titolo italiano e di confermarmi al meglio di ciò che posso fare.

Hai detto di aver fatto un mese di stop, quando invece hai ripreso la bici hai ripreso anche la palestra?

Sì, sì…  Ho iniziato con palestra anche prima della bici. Già quando ero al camp negli Emirati, la mattina facevo sempre qualche esercizio. Poi da quando vado in bici, la faccio due volte a settimana.

Per Silvia Persico delle belle camminate dopo lo stacco dalla strada (foto Instagram)
Per Silvia Persico delle belle camminate dopo lo stacco dalla strada (foto Instagram)
Silvia, quando parli di palestra ed esercizi intendi solo core zone, stability o anche pesi?

Anche pesi. Gli esercizi più importanti sono gli squat: squat normale e squat bulgaro che sarebbe quello monopodalico. Sto insistendo parecchio sugli esercizi monopodalici perché puoi differenziare i carichi e io sto lavorando molto con la gamba sinistra perché spingo meno. In questo modo cerco di compensare. Per quanto riguarda questo lavoro a secco, Enrico Campolunghi mi ha dato le tabelle, mentre Giovanni Gilberti e Paride Piantoni mi seguono appunto in palestra a Cazzago San Martino.

La bici da cross la prendi spesso?

Non molto a dire il vero. La uso quando devo fare degli allenamenti specifici di cross o se devo fare un giretto tranquillo di scarico. Uso più la bici da strada.

Dopo parecchi mesi che non la usi non senti il bisogno di riprenderla per ritrovare il feeling giusto, rispolverare la tecnica…

Sicuramente dopo 7-8 mesi qualcosa di tecnica mi manca, ma per adesso è più importante concentrarsi su altri aspetti come quello della forza. E poi correndo si ritrova la tecnica. Io riprenderò le gare il 26 novembre (sabato prossimo, ndr) a Genova.

Anche se sta preparando il cross, Persico fa più chilometri (e lavori specifici) con la bici da strada (foto Instagram)
Anche se sta preparando il cross, Persico fa più chilometri (e lavori specifici) con la bici da strada (foto Instagram)
Visto che parliamo di un’attività che al massimo dura un’ora, che tipo di lavori fai?

Lavori in salita soprattutto. Per ora poca intensità, ma più lavori di forza. Quindi SFR, partenze da ferma, sprint in progressione. 

Quanto dura una seduta in bici in questa tua fase?

Su strada faccio più o meno tre ore. 

Ti alleni mai facendo la doppia seduta: mattina palestra e pomeriggio bici?

Non mi piace molto fare la doppia attività, però quando faccio il lavoro a secco prima di andare in palestra, corro a piedi per una ventina di minuti, faccio appunto palestra e a seguire vado un’oretta in bici. Un’oretta molto tranquilla.

Visto che stai curando molto la forza, osservi qualche accorgimento particolare in merito all’alimentazione?

Non troppo, ma ci sto attenta. Io sono seguita da Erica Lombardi. Mi trovo molto bene con lei. Inizialmente ci sentivamo tutti i giorni. Io le davo il programma giornaliero e lei la mattina mi scriveva cosa mangiare, ora invece seguo un suo protocollo. Si mangia sempre in modo equilibrato, i carboidrati non mancano, ma quando lavoro sulla forza ci si sbilancia leggermente sulle proteine.

La nuova vita di Moschetti: «Vorrei un anno senza intoppi»

21.11.2022
4 min
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Il 2023 sarà un anno importante per Matteo Moschetti. Il velocista milanese ha scelto di cambiare e dopo 4 stagioni piene alla Trek-Segafredo, accetta anche lui di far parte della nuova scommessa della Q36.5. Ci arriva con tante aspettative, non solo sue ma anche di chi l’ha chiamato nel nuovo team. Moschetti ci arriva dopo una stagione che era iniziata bene, con due vittorie in Spagna e Grecia, ma poi non gli ha portato quelle gioie ulteriori che sperava.

Matteo cerca comunque di vederla in positivo: «Diciamo che mi darei un 6 e mezzo. E’ stata una stagione normale nel suo complesso, con alti e bassi e proprio questo mi dispiace, non essere mai riuscito ad essere costante. Io comunque metto da parte il buono che c’è stato».

Peron Grecia 2022
La volata vincente di Moschetti nella seconda tappa del Giro di Grecia 2022
Peron Grecia 2022
La volata vincente di Moschetti nella seconda tappa del Giro di Grecia 2022
Il fatto che approdi in una squadra professional lo vedi come un vantaggio?

Per me sì. E’ vero che magari non avremo accesso ad alcune delle prove più importanti del WorldTour, ma in fin dei conti io grandi Giri non ne ho ancora mai fatti. So che avremo davanti a noi un calendario comunque importante e mi è sufficiente, gareggeremo in Italia e all’estero, le occasioni per fare bene non mancheranno.

Entri in un progetto importante, anche al di là dei risultati…

Ho sempre seguito il Team Qhubeka sin dai tempi della sua vittoria alla Sanremo con Gerald Ciolek nel 2013. Poi un conto è vederlo da fuori, un altro è esserci immersi come mi è capitato sin da quando Douglas Ryder ci ha parlato e spiegato le radici del team. Sono rimasto affascinato dalla sua forza interiore, dai suoi sforzi in tema di sostenibilità ambientale e di come anche noi correndo possiamo fare la differenza. Tutto ora ha un significato più ampio.

La vittoria di Ciolek a Sanremo nel 2013, beffando i grandi Sagan e Cancellara
La vittoria di Ciolek a Sanremo nel 2013, beffando i grandi Sagan e Cancellara
Ryder è stato molto chiaro: si punta molto su di te come velocista per le vittorie…

E’ stata questa una delle ragioni che mi hanno convinto a cambiare. So che finalmente avrò una squadra dedita alla mia causa, che lavorerà per mettermi nelle migliori condizioni. Questa è anche una grande responsabilità, ma è uno stimolo 100 volte più forte sapere di avere la fiducia del team a tutti i livelli. Probabilmente è quello che mi è mancato di più, fare la “prima punta”.

Con te ci sarà Sajnok come altro velocista. Vi conoscete?

So che è stato campione del mondo nell’omnium nel 2018 quindi è uno che va forte a prescindere. Ci siamo ritrovati spesso di fronte, quest’anno ad esempio ben 10 volte e lui è arrivato più volte davanti. Ci siamo parlati nel primo incontro del team, avremo modo di approfondire, è chiaro che ci daremo una mano in ogni occasione.

Il polacco Sajnok condividerà con Moschetti la responsabilità degli sprint per la vittoria
Il polacco Sajnok condividerà con Moschetti la responsabilità degli sprint per la vittoria
Ryder aveva sottolineato che pur essendo un team internazionale con 13 differenti Paesi rappresentati, il Q36.5 ha una forte impronta italiana…

Questo è un concetto che in fin dei conti non ha per me molta importanza. Certo, essere in 7 italiani e 2 ticinesi potrà aiutare in gruppo in quanto a celerità delle comunicazioni, ma era così anche alla Trek-Segafredo e alla fine l’aria che si respirava era comunque internazionale. Lo stesso ho già visto che sarà alla Q36.5 e non mi dispiace. Ho sempre militato in team internazionali. La cosa che mi ha più colpito finora è che vedo la stessa professionalità, la stessa lunghezza d’onda di un team del World Tour.

Hai già ripreso la bici?

Da una decina di giorni, ho iniziato la preparazione senza fretta ma con molta determinazione. Io vorrei tanto affrontare un anno fatto bene, regolare, sfruttando al meglio la miglior forma quando arriverà. Se guardo al mio passato, finora non ci sono mai riuscito…

Moschetti tra Mosca e Tiberi. Anche alla Trek Segafredo il milanese aveva trovato molti connazionali
Moschetti tra Mosca e Tiberi. Anche alla Trek Segafredo il milanese aveva trovato molti connazionali
Nel tuo ruolo di velocista, fai differenza tra vittorie nelle corse a tappe o nelle gare d’un giorno?

Bella domanda. Io personalmente non ci guardo, per me una vittoria è una vittoria, che assume maggiore o minore importanza in base al contesto: quando e dove si corre, gli avversari, la forma personale, ecc.. La squadra però la vede diversamente perché deve tenere il conto dei punti Uci e con il regolamento attuale vincere una gara in linea ti dà 4-5 volte più punti. E’ chiaro che un team a questo deve guardare. Io forse appartengo a una vecchia scuola: per me le gare sono tutte importanti…

Scalatori merce rara. Ma la Colpack ne fa incetta

21.11.2022
4 min
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Scalatori no, scalatori sì. Come la mettiamo con questa figura sempre più particolare nel ciclismo? Da sempre lo scalatore è colui che con le sue imprese in montagna ha esaltato le masse, ma c’è ancora? Giovanni Visconti qualche giorno fa ha espresso qualche (lecito) dubbio sul futuro del corridore da 55 chili.

E in effetti le imprese in salita restano, ma cambiano gli interpreti. Prendiamo Alessandro Covi. Il Puma di Taino si è mangiato la Marmolada e gli altri passi dolomitici, ma non è certo uno scalatore.  O al contrario prendiamo chi, come la Colpack Ballan Csb invece ha deciso di puntarci.

Ne parliamo con Antonio Bevilacqua manager e storico direttore sportivo dello squadrone bergamasco.

Antonio Bevilacqua, Francesco Rosa, Mercatale 2015 (foto Scanferla)
Antonio Bevilacqua è una colonna portante del gruppo di patron Colleoni (foto Scanferla)
Antonio Bevilacqua, Francesco Rosa, Mercatale 2015 (foto Scanferla)
Antonio Bevilacqua è una colonna portante del gruppo di patron Colleoni (foto Scanferla)
Il mondo va in una direzione e Colpack in un’altra! Scherzi a parte, la volta scorsa Gianluca Valoti ci aveva detto che 4 dei 6 nuovi arrivati dagli juniores erano degli scalatori. Come mai questa scelta?

Perché fa parte della nostra storia e della nostra politica. Abbiamo sempre voluto avere in squadra degli scalatori. Vedi Masnada, Ciccone e non ultimi Ayuso e Verre.

Però di corse adatte a questo profilo sembrano essercene sempre meno…

In Italia in effetti sono poche. A parte il Palio del Recioto, che è davvero duro, e alcune tappe del Giro under 23, non ci sono percorsi davvero per scalatori. Anche per questo penso che servirebbero gare più dure. Affrontare grandi salite serve ai ragazzi poi quando passano.

Beh, per esempio c’è la Bassano-Montegrappa…

Sì, ma è una. Le corse stanno cambiando. Lo scorso anno l’abbiamo vinta noi con Luca Rastelli, che però non è uno scalatore. E poi è una corsa di un giorno. Le salite vere alla fine le fanno al Giro under 23 e al Valle d’Aosta, almeno in Italia. Poi ci sono meno scalatori perché i team preferiscono il velocista per andare alla ricerca del numero di vittorie, ma non è il nostro obiettivo, la nostra filosofia.

Nespoli è uno dei giovani scalatori che ha ingaggiato la Colpack. Eccolo vincere a Gussago (foto Rodella)
Nespoli è uno dei giovani scalatori che ha ingaggiato la Colpack. Eccolo vincere a Gussago (foto Rodella)
In apertura si è accennato ai ragazzini scalatori che avete preso. Cosa ci dici di loro?

Abbiamo sei atleti di primo anno: Diego Bracalente, Lorenzo Nespoli, Leonardo Volpato, Pavel Novack, Nicolas Milesi e Gabriele Casalini. Anche se gli ultimi due non sono scalatori. Bracalente è un marchigiano e in salita ha mostrato dei bei numeri. Nespoli è un lombardo che ha vinto un paio di cronoscalate. Novack è un ceco che ha vinto la Strade Bianche e in salita ha fatto molto bene lo scorso anno. E Casalini anche ha mostrato ottimi dati.

Quando diciamo che questi ragazzi sono scalatori di che peso parliamo? 

Bracalente che è il più leggero è sui 60 chili. Nespoli ne fa già 65.

Allora anche voi non avete lo scalatore puro, puro da 55 chili…

No. Non si trovano più. O magari ci sono, ma andrebbero cercati diversamente. Oggi i ragazzi sono sempre più “fisicati”.

E come mai secondo te “andrebbero cercati”? Se fosse una figura ancora super presente “si troverebbero da soli”…

Io credo che un po’ sia dovuto ai percorsi che come abbiamo detto non presentano grandi salite. E un po’ perché tutto è diverso, si va poi forte. Anche i materiali, sono diversi… Le velocità più alte consentono a chi è più potente di andare meglio. Lo scalatore magari oggi, con le velocità che ci sono, arriva sotto la salita stanco e non riesce ad emergere, a dimostrare le sue caratteristiche. 

Josè Rujano è stato l’esempio massimo dello scalatore vecchio stile (piccolo e sui 50 chili). L’ultimo baluardo è Pozzovivo
Josè Rujano è stato l’esempio massimo dello scalatore vecchio stile (piccolo e sui 50 chili). L’ultimo baluardo è Pozzovivo
Quindi ha ragione Visconti: scalatore puro addio?

Ripeto, bisognerebbe trovarli. E avere anche più pazienza. Magari essendo così piccoli non andrebbero forte al primo anno e forse neanche al secondo. Ma non è facile oggi fare questo discorso. Restano poco. Si ragiona sui numeri dei test. Passano pro’ da juniores e tu non ci puoi lavorare. Prendiamo l’esempio del canadese Leonard. Lo ha preso la Ineos-Grenadiers dopo aver visto i suoi numeri. Tutti cercano il fenomeno, ma di Ayuso ce n’è uno.

Voi allora perché avete preso degli scalatori?

Perché ci crediamo. Anche noi abbiamo visto i test e sappiamo che questi atleti più leggeri hanno comunque dei buoni numeri e poi perché vogliamo fare bene nelle corse a tappe. Vogliamo aiutarli a tirare fuori queste loro caratteristiche.

In tanti anni di direttore sportivo qual è stato lo scalatore più scalatore che ricordi tra le tue mani?

Stefano Locatelli – ribatte secco Bevilacqua – in salita andava davvero forte. Solo che poi aveva altre lacune, come la discesa. Ricordo che Reverberi mi disse: «Io non ho mai visto un corridore appena passato andare così forte in salita». Al Giro dell’Appennino per esempio staccò tutti, ma poi in discesa cadde. E devo dire che anche Ciccone era un gran bello scalatore.

Imola è dimenticata. La Dygert sta tornando…

20.11.2022
5 min
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Una mattina di Colorado Springs. Un velodromo, una bici. E una ragazza che pedalata dopo pedalata torna alla vita. In fin dei conti sono pochi minuti, il suo tecnico Gary Sutton ha fissato limiti che non vanno oltre i 15 minuti per ogni blocco di allenamento. Ma quei blocchi sono eterni, sono come un addentrarsi nelle pieghe della sua mente. Chloe Dygert sta tornando e non è un personaggio di poco conto.

Ogni minuto di quel semplice allenamento è un viaggio dentro se stessa, anzi per meglio dire assaporare un ritorno alla normalità al quale non sperava neanche più. E non c’entra neanche tanto il ciclismo perché quel che le era successo le aveva precluso anche la vita normale.

«Cosa ne sanno gli altri di quel che ho passato? Anche salire e scendere dall’auto – dice – era portatore di un dolore indicibile, mi muovevo al rallentatore, come un’automa. Pensavo che quel dolore non mi avrebbe lasciato più, mi stavo quasi adagiando nella convinzione che sarebbe stato mio compagno per tutta la vita. Invece ecco qui: pedalo e non lo sento, non c’è. Se n’è andato e non lo rimpiango di certo…».

Il suo ritorno in bici nei test a Colorado Springs: Chloe tornerà sia su strada che su pista (foto Casey Gibson)
Il suo ritorno in bici nei test a Colorado Springs: Chloe tornerà sia su strada che su pista (foto Casey Gibson)

Inizia tutto a Imola 2020

Pedalata dopo pedalata la Dygert ripensa a quando tutto è iniziato: quel giorno, quel maledetto giorno a Imola. 2020. In palio il titolo mondiale a cronometro. L’americana è la campionessa uscente, l’anno prima nello Yorkshire ha sorpreso tutti, anche le favoritissime olandesi. La corsa contro il tempo è il suo forte, lo ha dimostrato anche in pista. Sfreccia, la Dygert e ai rilevamenti è lanciata verso il bis. Poi una curva, la bici che slitta, il guard rail vicino. Troppo vicino. Un attimo, ma è come se un ninja con la sua lama affilata la trafiggesse da parte a parte. La coscia viene tranciata, il metallo va a toccare anche l’osso. Le immagini sono agghiaccianti, le sue urla dicono tutto.

L’80 per cento del muscolo è compromesso, l’operazione e la degenza sono lunghe e dolorose. Quel che Chloe non sa è che quello è l’inizio di un calvario lungo tre anni, fatto di sofferenza, tappe, anche elementi avversi esterni come il Covid. Che poi tanto avverso, nel suo caso non è. Perché? Perché posticipa le Olimpiadi di un anno e le consente comunque di esserci anche se a mezzo servizio, anche se non è la Dygert che avrebbe voluto essere. Ma riesce comunque a esserci, qualificandosi in extremis, portando a casa un 7° posto nella crono e contribuendo al bronzo del quartetto (che senza di lei, diciamocelo, è poca cosa…).

Non bastasse l’infortunio…

Sono risultati eccezionali, se si pensa che da quel maledetto giorno imolese, la Dygert in tre anni ha potuto gareggiare appena per 5 giorni su strada.

«Appena sembrava tutto risolto, ecco che ci ricascavo – pensa mentre l’allenamento procede – in primavera mi è crollato il mondo addosso. Non bastasse il dolore, ci si è messa anche la malattia di Epstein Barr (una forma di herpesvirus che porta affaticamento estremo, mal di gola, ingrossamento dei linfonodi e altri sintomi, ndr). Avevo appena iniziato la campagna del Nord ed era già finita».

Dalla malattia, con tempo e pazienza era uscita fuori, ma quei dolori restavano. Avevano già rimesso mano alla gamba, ma l’operazione non era andata a buon fine e oltre ai dolori, anche i movimenti erano ridotti. Ma Chloe non si è arresa. Non si è rassegnata. Ha continuato a studiare sull’argomento, a informarsi, a cercare una soluzione e alla fine ha trovato chi poteva rimetterla in sesto. Una nuova operazione, complessa, fatta da mani ferme e sicure. Tanto tessuto cicatriziale rimosso dal muscolo. Una lunga convalescenza, scandita però da un fatto nuovo: quel dolore stava svanendo. La Canyon Sram, il suo team, intanto l’aspettava, con pazienza.

Chloe è pronta a riprendersi il suo posto, anche in nazionale (foto Getty Images)
Chloe è pronta a riprendersi il suo posto, anche in nazionale (foto Getty Images)

L’anno della rinascita

«Potevo sedermi, lamentarmi, piangere, ma sarebbe servito a qualcosa? Oggi metto la parola fine su due anni di black out della mia vita – dice – nei quali non potevo fare quel che mi è sempre piaciuto, quello che avrei voluto. La bici mi aveva portato a questo, la bici mi sta portando verso la luce in fondo al tunnel. E’ vero, pedalo in un velodromo vuoto, contro nessuno, non c’è un cronometro, non c’è una classifica. Ma questa è la gara più importante e difficile, questa è la vittoria più bella. Ogni giro di pedivella senza che senta dolore è un segno di speranza. Preparatevi, gente, Chloe sta tornando…».