Le bici di Van der Poel e Puck Pieterse per Vermiglio

17.12.2022
5 min
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Due Canyon Inflite CF SLX, quelle di Puck Pieterse e di Van der Poel pronte per la neve di Vermiglio in Val di Sole, settate in modo differente. Ruote da 50 per il campione olandese, da 36 per la campionessa del mondo in carica.

Entriamo nel dettaglio delle biciclette. Abbiamo chiesto direttamente al papà delle Pieterse, che opera in qualità di meccanico all’interno dello staff Alpecin-Deceuninck anche di spiegarci alcune scelte tecniche.

Parola al signor Pieterse

«In un contesto come questo, la differenza la possono fare le gomme e le loro pressioni, così come l’abilità di guida e la capacità di domare la bicicletta in alcuni frangenti. Puck proverà alcuni settaggi, ma la decisione verrà presa a ridosso della gara, in modo da valutare la consistenza della neve e del terreno sottostante. A prescindere dal modello, la pressione che adotteremo sarà intorno a 1,2/1,3 bar. Abbiamo un set di ruote pronto con gomme da fango e uno pronto con i tubolari da asciutto, una sorta di multipuntinato. Non sono state fatte variazioni sugli altri componenti, rispetto ad una gara classica».

Guarnitura da uomo

Quello che più colpisce è la rapportatura anteriore, con una doppia corona 46-39 (con il power meter incluso e pedivelle da 170). 11-34 invece per la cassetta posteriore. Il pacchetto è Shimano Dura Ace a 12v, ma con le ruote per i tubolari, sempre Dura Ace, ma da 36 e della versione più anziana.

«La combinazione delle corone anteriori è la stessa utilizzata dagli uomini, perché Puck è fortissima e potente. Sopporta uno sviluppo metrico importante e non è per tutti, ma questa è la soluzione che offre attualmente il sistema a 12 velocità. Per avere più di margine, Puck preferisce utilizzare i pignoni 11-34 posteriori».

Ci sono i tubolari Dugast, con sezione da 32 per la versione più artigliata, da 33 in quella più scorrevole e multipuntinata. C’è il manubrio integrato in carbonio, classico canyon e c’è la sella di Selle Italia X-LR, molto stretta e con foro centrale. Il reggisella è un tradizionale Canyon in carbonio con arretramento.

La bici rossa di Van der Poel

In questo 2022, Van der Poel usa una Inflite CF SLX tutta rossa, anche se non è molto chiaro se il suo parco includa anche un nuovo modello, ancora coperto da segreto. Limitiamoci ad argomentare quello che abbiamo visto a Vermiglio.

Rispetto alla Canyon Inflite CF SLX della Pieterse, Van der Poel non usa il power meter e normalmente non lo impiega sulla bici da cx. Usa delle pedivelle da 172,5. I rapporti anteriori sono uguali a quelli della Pieterse, mentre i posteriori hanno una scala 11-30. Il cockpit è il medesimo, mentre cambia la sella. Mathieu usa una Selle Italia Flite Boost Superflow kit carbonio personalizzata per lui.

Cambia completamente il comparto ruote e gomme. Per l’olandese un paio di Shimano Dura-Ace da 50 (tubolare) di ultima generazione e gomme Dugast Typhoon da 33 con tassellatura media, non da fango e non per i terreni secchi.

«Di sicuro correre sulla neve è particolare – dice Van der Poel – ma il setting della bicicletta non cambierà rispetto ad una gara tradizionale. Potremo fare solo alcune piccole variazioni in merito alle pressioni delle gomme, pur mantenendo le ruote con il profilo da 50».

Nei sogni di Almeida c’è sempre e soltanto il Giro

17.12.2022
5 min
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Almeida e la sua maglia rosa dipinsero per quindici il Giro d’Italia del 2020, prima che lo Stelvio e il successivo arrivo ai Laghi di Cancano si ponessero di mezzo come ostacoli troppo alti da scavalcare. Joao chiuse al quinto posto e chiese la rivincita per l’anno successivo, quando però la Deceuninck-Quick Step lo mise accanto ad Evenepoel, in quello che è stato il più grosso errore strategico del team di Lefevere. Il giovane non era ancora pronto ed era al rientro dopo l’incidente del Lombardia. Così il tempo perso da Almeida per aspettarlo lo relegò al sesto posto finale. Capita l’antifona, quest’anno il portoghese è passato al UAE Team Emirates, ma al posto di Evenepoel ha trovato il Covid. Si è ritirato dal Giro dopo la tappa di Lavarone. E’ rientrato ai campionati nazionali, ha conquistato il secondo posto alla Vuelta Burgos ed è andato a prendersi il sesto della Vuelta. Ma il Giro resta il Giro e, in quanto tale, ne ha fatto nuovamente il focus della stagione.

Nel pomeriggio, anche Almeida si era prestato alle interviste del media day del UAE Team Emirates
Nel pomeriggio, anche Almeida si era prestato alle interviste del media day del UAE Team Emirates

A porte chiuse

Abbiamo incontrato Joao, 24 anni compiuti ad agosto, in una stanzetta dell’hotel di Benidorm, dopo che aveva finito di sistemarsi gli occhiali. I giornalisti erano andati già tutti via e si aspettava ormai la cena, in questo ritiro che sa di rimessa in moto e team building. Con i nuovi ancora vestiti con le maglie vecchie e i vecchi a fare le prove con le maglie nuove. Quando l’UCI riscriverà questa norma, saremo tutti più felici. Anche noi che giriamo per ritiri e non possiamo pubblicare tutto quello che fotografiamo.

Parlando di lui appena un’ora prima, il suo mentore Matxin aveva detto che il ragazzo sta crescendo secondo la tabella migliore per lui. Che è sbagliato metterlo sullo stesso piano di chi è riuscito a bruciare le tappe. E che quei giorni in rosa non devono indurlo a voler saltare qualche passaggio. Proprio da lì, con lui siamo partiti.

A guidare Almeida al Giro ci sarà sicuramente anche Fabio Baldato
A guidare Almeida al Giro ci sarà sicuramente anche Fabio Baldato
Che cosa hanno rappresentato quei giorni in maglia rosa?

Qualcosa che ricorderò per il resto della carriera. Un bel record e delle belle sensazioni. In quel Giro sono cresciuto tanto come uomo e come corridore. Resta qualcosa di speciale e da allora, ma forse anche da prima, vincere il Giro è diventato il mio obiettivo. Quest’anno c’è stato il Covid e non si è vista la migliore versione di me. Ma stiamo facendo come al solito tutto quello che serve per raggiungere l’obiettivo. Se lavoriamo duro, avremo successo.

Ti senti un atleta in evoluzione?

Vedo che sto migliorando sempre. Mi difendo bene sulle montagne più alte, sono uno scalatore migliore. Quest’anno non sono andato tanto bene nelle crono, ma perché abbiamo avuto qualche ritardo con le bici, non c’era lo scenario perfetto. Nel 2023 sono certo che andrà bene.

Il Giro resta il primo obiettivo?

Decisamente. Però in qualunque corsa andremo con la squadra, l’obiettivo sarà vincere. Perciò punto a raggiungere un buono stato di forma e vedremo cosa si potrà fare anche altrove.

Come ti trovi nei panni di leader?

Mi sento bene. Certo, il primo anno ero in una nuova squadra e non è stato facile convivere con la responsabilità, perché percepivo che su di me ci fossero delle grandi attese. Poteva andare meglio se non avessi avuto il Covid, ma sono stato felice e anche la squadra. Per cui direi che sto migliorando anche in questo.

Pochi minuti all’allenamento: Almeida è molto fiducioso per il 2023
Pochi minuti all’allenamento: Almeida è molto fiducioso per il 2023
TI sei accorto che la squadra sta crescendo accanto a te?

Il team perfetto non esiste, ma la squadra sta davvero migliorando tanto. Lavoriamo duro proprio per questo. Come ho già detto, non ci sono solo io. Se vi guardate intorno, le differenze si notano a occhio nudo.

Cosa ti pare del percorso del Giro?

L’ho visto solo su carta. C’è parecchia cronometro, ma ci sono anche montagne dure. Sarà un Giro impegnativo, ma può essere adatto a me e per questo lo studierò nei dettagli. Faremo anche nelle ricognizioni, ne stiamo parlando proprio in questi giorni. Il guaio è che appena inizieranno le corse, ci sarà sempre meno tempo per farne. Le tre crono andrò a vederle di sicuro, soprattutto la terza, quella in salita. Quel giorno si può decidere tutto. Ne sono certo, sarà un Giro esaltante.

Mathieu ha già gli occhi di fuori (e le mani nude)

16.12.2022
7 min
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Gli occhi sono quelli “cattivi” della sua solita fame di vittoria. Sulla neve della Val di Sole Mathieu Van der Poel esegue il test come tutti i suoi colleghi e tutte le sue colleghe. Se ne va tranquillo, poi lo vedi che all’improvviso apre il gas.

Il rumore è più profondo, potente. Sbuffa e passa gli altri al doppio della velocità. Emblematica una rampa. Tutti si fermavano ad un terzo di questa, lui arrivava quasi fino in cima. Ha una grinta e una cattiveria che non ti aspetti. E, nota a margine, dopo due giri si è tolto anche i guanti.

Mathieu in Val di Sole

La Val di Sole oggi di sole ne ha visto ben poco. Nebbia, pioviggine, nevischio… ma almeno il freddo non è stato pungente. Si apre la seconda edizione del Ciclocross di Vermiglio, che mira a portare questa disciplina alle Olimpiadi invernali.

Mathieu è uno di coloro che ha girato di più e non si è curato troppo del setting. Appare già molto sicuro di sé. Si è voluto concentrare soprattutto sulla guida.

«In effetti – ha detto Van der Poel – il percorso è un po’ complicato. Ci sono molte sezioni difficili, ma spero che miglioreranno con i tanti passaggi. Non è facile individuare le buone linee, ma spero che con i passaggi si creino dei solchi. E allora sarà più facile».

E già questo è curioso. Sentendo infatti altri atleti e soprattutto atlete, tutti erano preoccupati proprio per questo: che la neve mollasse ancora di più. 

«E’ chiaro che è complicato per tutti. Nessuno è abituato a guidare in queste condizioni. Si potrebbe paragonare alla sabbia… ma non del tutto».

L’olandese ha inanellato non meno di cinque giri, alternando tratti tirati ad altri più lenti. Qui era appena partito e aveva ancora i guanti
L’olandese ha inanellato non meno di cinque giri, alternando tratti tirati ad altri più lenti. Qui era appena partito e aveva ancora i guanti

La gamba c’è

Fino a poche ore fa Van der Poel era in Spagna ad allenarsi. Poi è piombato qui.

«Io sto bene – dice Mathieu – vengo da un ottimo training camp in Spagna. Lì c’erano condizioni totalmente diverse, anche climatiche ma questo sbalzo di temperatura non mi preoccupa. E poi la corsa dura un’ora soltanto, la frequenza cardiaca sarà piuttosto alta e non sarà così facile prendere freddo. Un motivo in più per tenere aperto il gas!

«Non ho fatto nessun allenamento specifico per questa gara, anche perché sarebbe stato difficile farne… Le gambe buone saranno come sempre la cosa più importante».

Non ha fatto nessun allenamento specifico sulla neve chiaramente, ma qualche simulazione dello sforzo forse sì. E simulazione è proprio la parola più azzeccata.

Lo staff della sua AlpecinDeceuninck infatti ci ha rivelato che spessissimo Mathieu ricorre all’allenamento indoor per fare i suoi lavori specifici. «Evita – ci hanno detto – i pericoli del traffico e le interruzioni che può importi la strada e ti fa concentrare solo ed esclusivamente sul tuo sforzo». E anche sul motorhome ci sono delle piattaforme virtuali dove spesso fa scarico.

Tutto in divenire

Ai Laghetti di San Leonardo la condizione della neve è quella che detta legge. Oggi pomeriggio la coltre era davvero molle. Il fondo nei giorni precedenti era super duro. Faceva parecchio freddo, poi la nevicata della notte ha modificato il tutto.

La neve fresca è stata rimossa quasi tutta e in alcuni punti si è voluto andare anche oltre, facendo affiorare un po’ di terra, più che altro per rendere un filo, ma proprio un filo, più scorrevole la corsa ed evitare qualche tappo. Poi alcune tracce di terra si sono allargate tra i passaggi e la pioviggine.

I meccanici hanno lavorato ben coperti sulle bici. Quel po’ di terra ha creato qualche problemino sui pedali. Quel mix fango-neve-ghiaccio dopo le rampe era un po’ una scocciatura. Van der Poel che metteva il piede a terra proprio in cima evitava la parte scoperta. Una “botta” sulla pedivella, si scrollava la neve dalla scarpa e via ripartiva in sella… senza perdere tempo. Gi altri invece impiegavano di più per riagganciare lo scarpino.

Ma per la notte si attende qualche altro centimetro e l’organizzazione ha previsto un passaggio con i gatti. In pratica sarà un po’ tutto da rifare. Mentre domani dovrebbe splendere il sole.

Forza azzurri

Tra i nostri ci si attende parecchio da Silvia Persico e Gioele Bertolini.

«L’anno scorso la prova in Val di Sole è stata dura, soprattutto per la guida – ha detto la Persico – mi ero lasciata un po’ ingannare dalla copertura semiscorrevole, questa volta ho montato quella da fango e credo proprio che terrò questa. Però sto bene e vediamo».

«Passano con il gatto? E allora sarà un po’ tutto da rivedere – dice Bertolini mentre scioglie la gamba sui rulli – Ho visto provare tante gomme: scorrevoli, semi slick, da fango. Vedremo cosa scegliere dopo il test di domattina, più che altro in base alle condizioni meteo».

Non resta dunque che darsi appuntamento a domani: donne in gara alle 13 e uomini alle 14,30. C’è tanta attesa per Mathieu, inutile negarlo. Lui qui ha già vinto in mtb, ma il tifo è per gli azzurri. Viste le temperature, forse più dolci dell’anno scorso, magari si supererà la cornice dei 4.000 presenti a bordo pista.

Ayuso, il coraggio di dare forma ai sogni

16.12.2022
5 min
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Ecco come è fatto uno che a 19 anni arriva terzo alla Vuelta. Ayuso siede davanti con la sicurezza scritta in faccia. Badate bene, non stiamo parlando di presupponenza, ma di calma e consapevolezza. Dovunque questa strada lo porterà, lui è certo di avere le scarpe giuste per fare i suoi passi. E per quello che abbiamo visto seguendolo negli ultimi due anni, potrebbe avere ragione.

«Il talento bisogna dimostrarlo – dice – adesso si fanno confronti fra me e Tadej (Pogacar, ndr) per il fatto che anche lui al primo anno è stato terzo alla Vuelta. Ma io non ci penso. Posso però dire, alla vigilia di un’altra stagione, che il prossimo step logico sarebbe migliorare quel risultato. Non significa che vincerò la Vuelta, ma certo lavorerò per farla al massimo».

Juan Ayuso ha conquistato il podio della Vuelta a 19 anni, dietro Evenepoel e Mas
Juan Ayuso ha conquistato il podio della Vuelta a 19 anni, dietro Evenepoel e Mas

Speranza spagnola

Un pomeriggio che volge al tramonto sulle alture alle spalle di Benidorm, i grattacieli che bucano la foschia sembrano il regno non necessariamente da fiaba di un romanzo di Tolkien. Ayuso desta curiosità. Nel ciclismo spagnolo che ha appena salutato Valverde dopo aver dovuto rinunciare a Contador, Purito Rodriguez, Sastre, Freire e Samuel Sanchez, la sua stella sta già infiammando i tifosi.

«La Vuelta – dice – mi ha mostrato al pubblico spagnolo, ma nessuno obiettivamente se lo aspettava. In quei giorni ho avuto parecchi alti e bassi, a causa del Covid. Ero strano, ma i test all’inizio erano negativi. Due giorni dopo la crono, in una tappa dura, è venuto fuori il tampone positivo. Per la squadra andare avanti ugualmente è stato un bello stress, poi però sono risalito fino alla mia condizione e ho scalato la classifica».

Juan Ayuso è passato pro’ nell’estate del 2021 e ha compiuto 20 anni una settimana dopo l’ultima Vuelta
Juan Ayuso è passato pro’ nell’estate del 2021 e ha compiuto 20 anni una settimana dopo l’ultima Vuelta

Efficienza americana

Parla un ottimo inglese, ricordo della scuola americana che ha frequentato e del tempo trascorso ad Atlanta, quando suo padre fu trasferito negli USA per lavoro.

«Ma di quel periodo – dice sorridendo – ho pochi ricordi. Solo dei flash. La casa. Il giardino. Il cane che mi rincorre. Mia sorella ha quattro anni più di me e ricorda meglio. Però dell’America ho tenuto la mentalità. Mi piacciono le cose che funzionano e per essere un atleta tutto deve filare alla perfezione».

Dove vuoi arrivare?

Sono un corridore molto ambizioso e come tale sogno di vincere il Tour. Lo vedevo a 17 anni quando vinceva Contador. Adesso sono troppo giovane per pensarci, ma credo che a 24-25 anni avrò capito come funziona la corsa e forse potrò pensare di vincerlo. Devo essere realista, so qual è il mio posto. Tadej è il migliore, io alle sue spalle devo e posso migliorare.

Nonostante a metà Vuelta abbia avuto il Covid, il livello di Ayuso è stato altissimo
Nonostante a metà Vuelta abbia avuto il Covid, il livello di Ayuso è stato altissimo
Non credi di caricarti di troppa pressione?

Più che pressione parlerei di motivazione. E’ chiaro che non potrò vincere tutte le corse cui andrò, ma siamo in una fase di ricambio. La new generation arriva, il pubblico vuole vederci vincere. Mi piaceva sentire la gente che chiamava il mio nome, che mi scriveva su Instagram, i vicini di casa che mi riconoscevano. Voglio partire bene. Fare un bello start alla Valenciana, poi Catalunya e Baschi da protagonista.

Dove credi di dover migliorare?

Le crono piatte sono un esercizio per specialisti, ma alla Vuelta mi sono piaciuto. Devo migliorare nelle tappe con grandi pendenze, ma ad esempio a Les Praeres sono andato bene. Mi sto allenando per migliorare su certe rampe. Le salite della leggenda invece mi gasano. Sentir parlare dell’Angliru mi fa drizzare i peli. Quando Contador vinse lassù la sua ultima corsa, fu incredibile.

Si temeva che calassi nella terza settimana della Vuelta.

Un po’ lo pensavo anche io, ma avevo un po’ di speranza perché sulla carta non c’erano tappe durissime. Però ogni giorno guardavo i watt che facevo e mi rendevo conto che erano tutti al massimo. Tutti i giorni full gas. Il mio primo grande Giro. La terza settimana forse non era dura, ma è stata un inferno.

I corridori UAE Emirates prendono confidenza con nuovi gruppi e misuratori di potenza. Qui Ayuso con Trentin
I corridori UAE Emirates prendono confidenza con nuovi gruppi e misuratori di potenza. Qui Ayuso con Trentin
Hai parlato di Contador…

Ho un buon rapporto con lui. Abbiamo parlato 3-4 volte. Mi ha dato tanti consigli, ogni volta che posso cerco di parlare con questi grandi campioni. La prima volta che gli ho telefonato, ero nervoso. Lo stesso quando parlai con Purito Rodriguez. Con lui mi preparai prima le cose da dire…

Dagli juniores sei andato per sei mesi alla Colpack, hai vinto il Giro d’Italia U23 e poi sei passato pro’.

E’ stato il passo più azzeccato. Potevo essere anche il miglior junior al mondo, ma non sarei stato in grado di passare subito. Andare alla Colpack mi ha dato fiducia ed esperienza che non avrei trovato nei primi sei mesi di WorldTour. Correre fra gli U23 ti prepara al top, ti insegna diversi modi per vincere, come funziona il grande gruppo. Ogni volta che leggo di uno junior che passa professionista, penso che avrebbe fatto meglio a fare un passaggio fra gli under 23.

Che cosa c’è da imparare per vincere?

Oggi abbiamo tutte le informazioni possibili. Potenza, dati fisici. Sappiamo quanto consumiamo e cosa dobbiamo integrare. In corsa però serve esperienza e quella si costruisce correndo. Il preparatore, il dottore, il nutrizionista, tutto giusto e necessario… Ma non ci sono loro sulla bicicletta.

Tra calendario e nomi, Sangalli compone il suo mosaico

16.12.2022
6 min
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I suoi tre taccuini azzurri sono già pieni di appunti e nomi. Elite, under 23 e juniores, le liste sono lunghe. Per il cittì delle donne Paolo Sangalli questo è il tempo di annotare tutto quello che gli passa per la testa, in relazione alle sue nazionali per il prossimo anno.

Europei, mondiali, classiche e gare a tappe, passando per i ritiri di inizio e metà stagione. Questo è il solito canovaccio seguito da Sangalli, con la netta impressione che ogni annata, sempre buona, sia (o possa essere) migliore della precedente. Visto il trend di risultati e crescita, è come se fosse pronto il ricambio generazionale del ricambio generazionale stesso. Come ci aveva detto il tecnico milanese un anno fa, è un bene avere problemi di abbondanza.

La nazionale elite alla partenza dell’europeo 2022
La nazionale elite alla partenza dell’europeo 2022
Paolo hai già impostato i programmi per il 2023?

Sì, certo. Ho già avuto il benestare dai club delle mie atlete. Sto aspettando anche l’approvazione da parte della Federazione anche se non dovrebbero esserci controindicazioni. Il primo appuntamento sarà a Calpe dal 22 gennaio al 4 febbraio. L’ottanta per cento del gruppo sarà composto da atlete U23. Non ci saranno le ragazze che saranno impegnate con l’europeo in pista. C’è piena collaborazione col cittì Villa. Lascerò invece abbastanza tranquille le elite delle formazioni WorldTour che saranno impegnate con i loro raduni. E’ ovvio però che se Longo Borghini, Balsamo, Sanguineti, Guazzini, Cavalli, Guarischi o Cecchini o altre ancora volessero allungare i ritiri con noi, le accoglierei volentieri. Lo sanno benissimo anche loro.

Partendo dalle U23, chi ci sarà in Spagna?

Quest’anno vorrei creare un bel gruppo in vista del Tour de l’Avenir. Molte di quelle che correranno in Francia faranno anche l’europeo. Gasparrini è stata una certezza nel 2022 ed è normale che sarà lei il nostro faro. Insieme a lei ho chiamato Barale, Basilico, Vitillo, Cipressi, Tonetti, Masetti, Piergiovanni, Collinelli, Realini, mentre per le crono ci saranno Vigilia e Arianna Fidanza. Doveva esserci anche Pirrone, ma sarà a correre in Australia in quel periodo. Alcune di queste ragazze le ho chiamate perché voglio vederle meglio da vicino. Naturalmente ho dispensato da questo ritiro le neo U23 che saranno impegnate con la scuola, ma che chiaramente seguirò con attenzione.

Il loro calendario si è molto infittito. Sarà complicato organizzare tutto?

Non è semplice, ma meglio così. E’ tutto lavoro per il 2025 quando le U23 avranno il loro mondiale dedicato. Sono contento che sia nato il Tour de l’Avenir, che avrà la stessa valenza di quello maschile. Buona parte della stagione sarà concentrato in un mese e mezzo. Il mondiale durerà fino a quasi metà agosto, poi faremo l’Avenir che finisce ai primi di settembre. Andremo in altura a Livigno prima di andare in Olanda. Lì dal 15 al 17 settembre correremo il Watersley Womens Challenge, gara a tappe già esistente per junior e da quest’anno anche per U23. Tre giorni dopo andremo a nord a Drenthe per gli europei.

Per le junior come sarà la stagione?

C’è un gran bel programma anche per loro. L’intenzione è di correre la Gand-Wevelgem a marzo e le tre frazioni della Omloop Van Borsele in Olanda in aprile. Proseguiremo con il Tour dell’Occitania ad inizio maggio e con una novità. Il 21 maggio ci sarà il primo Giro delle Fiandre per junior donne. Ad agosto torneremo in Olanda seguendo il programma che dicevo prima per le U23.

In questa categoria immaginiamo che la punta azzurra sarà Venturelli. Chi saranno le altre?

Sì, Federica è per forza di cose il nostro riferimento. Sta gestendo molto bene gli sforzi tra ciclocross, pista e strada. Io sono un grande fautore della multidisciplinarietà, specie pista-strada, purché non sia esasperata. Il resto della lista delle junior è piuttosto numerosa. Da molte atlete voglio dimostrazioni di crescita sul campo. Toniolli, per fare il primo nome che mi viene in mente, ha grandi numeri a crono e vorrei che li confermasse anche quest’anno. Ma questo è solo un esempio che vale per tutte le altre che prendo in considerazione. Non mancherò di ricordarglielo.

Arriviamo alle elite. Bastianelli ha detto che dopo il Giro Donne si ritirerà. Ti verrà a mancare una pedina importante sotto tanti punti di vista. Cosa ne pensi?

Ovvio che quando smette una campionessa com’è Marta, è sempre una perdita pesante. Tuttavia lei è sempre stata molto obiettiva e professionale, quindi per me fino al Giro Donne andrà molto forte. E magari che non le venga voglia di finire la stagione o arrivare fino al mondiale. Attenzione però, finché è in attività è assolutamente convocabile. Come tutte le altre, del resto. La base è confermare tutto il gruppo del 2022 più qualche inserimento che valuterò guardando le varie corse all’estero. Ad esempio vorrei qualche risposta convincente o qualche risultato in più da Paladin. Ma non sarà l’unica.

Il percorso iridato di Glasgow, con l’inserimento del tratto in linea, pare ancor più da velocisti rispetto all’europeo del 2018. Che idea si è fatto il cittì Sangalli?

Le ultime notizie dicono che ci sarà una salita di 6 chilometri prima di arrivare in città. Vedremo se l’UCI lo confermerà. A quel punto si potrà fare un ulteriore pensiero tattico. Di sicuro sappiamo che faremo meno giri del circuito di Glasgow, che è molto nervoso. Si presta sia ad un arrivo in volata sia a un colpo da finisseur. Ormai tutte le nazionali sanno organizzarsi in corsa per far fuori o mettere in difficoltà le rivali. Vedremo come impostare la gara in base a come andrà la stagione delle ragazze. Ci sono sempre tante cose che faranno da ago della bilancia. Una di queste sono le gare in pista che potrebbero consegnarci delle atlete con un grande colpo di pedale, come ad esempio per quelle del quartetto che faranno crono e mixed relay.

Porte aperte. Il cittì Sangalli tiene in considerazione tante atlete tra elite, U23 e junior
Porte aperte. Il cittì Sangalli tiene in considerazione tante atlete tra elite, U23 e junior
E dell’europeo cosa ci dici?

Potenzialmente il percorso e l’arrivo sul Vamberg sono adatti a qualsiasi italiana. Cavalli, Longo Borghini, Balsamo, Bertizzolo, Persico e altre con le loro caratteristiche. Questo significa che abbiamo lavorato molto bene negli ultimi anni. Avete presente cosa diceva Echavarri, lo storico team manager di Indurain e Valverde? «Lavorare senza fretta, ma senza pausa». Ho fatto mio il suo motto.

Un anno da Balsamo e la Sanguineti sotto l’albero

16.12.2022
5 min
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Il regalo sotto l’albero per Elisa Balsamo e il suo tricolore ha il volto, le risate e le gambe di Ilaria Sanguineti. L’ultimo elemento del suo treno negli anni della Valcar-Travel&Service ha accettato l’offerta della Trek-Segafredo. Non correvano insieme dal The Womens Tour 2021, quando misero in mezzo Lorena Wiebes e Balsamo iridata vinse l’ultimo sprint. Si sono ritrovate la scorsa estate agli europei e non sono servite parole per ritrovare l’intesa. Quella volta vinse l’olandese, ma il treno azzurro funzionò a meraviglia.

Sanguineti e Balsamo (e Confalonieri nel mezzo): agli europei di Monaco si è ricomposta la coppia Valcar
Sanguineti e Balsamo (e Confalonieri nel mezzo): agli europei di Monaco si è ricomposta la coppia Valcar

Laurea in arrivo

Oggi Balsamo è un’atleta realizzata, a un passo dalla laurea e non certo appagata. Ha sempre addosso un buon umore contagioso e la risata argentina di chi prova ancora stupore. Tuttavia il suo palmares inizia ad assumere un carattere importante e le propone sfide ancor più alte. Il ritiro della Trek-Segafredo a Calpe procede fra uscite e sessioni di foto per esigenze di marketing. Il professionismo è anche questo.

«Ilaria mi è mancata – ammette Balsamo – sono davvero felice di correre di nuovo insieme, perché è la miglior leadout che abbia mai avuto. In più, è anche una cara amica e questo sicuramente aiuta. Quest’anno la Trek mi ha fatto dei treni pazzeschi. Elisa Longo Borghini, che alla fine era pur sempre l’atleta che doveva fare classifica, si è impegnata tante volte per aiutarmi. Ed è giusto che con l’arrivo di Ilaria, lei possa dedicarsi al suo terreno più congeniale. Mentre io ritrovo un bel riferimento. Fare le volate con lei è come andare in bici: una volta che hai imparato, non lo dimentichi più».

Le stesse Trek degli uomini, ma celesti. Allo stesso modo delle maglie Santini: bianche e celesti
Le stesse Trek degli uomini, ma celesti. Allo stesso modo delle maglie Santini: bianche e celesti
Che anno è stato questo primo nel WorldTour? 

Sicuramente non me l’aspettavo così. E’ stata la stagione più bella della mia carriera. I risultati parlano da soli. Io sono molto soddisfatta e so che sarà difficile ripetersi.

Qual è stato il giorno più bello?

E’ difficile sceglierne uno solo. Direi però quei dieci giorni di primavera con le tre vittorie (Trofeo Binda, De Panne e Gand-Wevelgem, ndr) sono stati fantastici. Anche il Giro d’Italia è stato è stato molto bello, il mio primo Giro. Indossare la maglia rosa è stato bellissimo e poi anche il mondiale pista è stato una soddisfazione immensa. L’oro del quartetto ci ha dato molto morale. Siamo molto contente e speriamo di continuare così.

Da cosa si vede il tocco di Villa e del fare pista con gli uomini?

Dico sempre che il fatto di lavorare con gli uomini e condividere con loro gli allenamenti, secondo me è stato molto importante per noi. Un po’ perché stando semplicemente a ruota loro, possiamo fare dei lavori che da sole non sarebbero possibili. E un po’ anche perché il clima è più scherzoso. Forse quindi questo.

Il quartetto azzurro campione del mondo ai mondiali di St Quentin en Yvelines
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Com’è stato riporre la maglia iridata?

E’ stato abbastanza difficile, sinceramente. Mi ero affezionata, nel senso che ormai le cose stavano andando bene. Però, come ho sempre detto, spero che sia un arrivederci e non un addio. Ci riproveremo nei prossimi anni. E poi, poche settimane dopo, è arrivata quella in pista. E anche se alla fine non la puoi indossare tanto come quella su strada, il valore è lo stesso.

Torniamo a Wollongong: quando hai capito che non avresti fatto il bis?

Secondo me il mondiale è stato un po’ sottovalutato. Sembrava dovesse essere una corsa per velocisti, poi in realtà sono arrivati gli scalatori o comunque gli uomini e le donne delle corse più dure. Io sicuramente non ho avuto una giornata super positiva, però d’altra parte penso anche che neanche la migliore Elisa sarebbe riuscita a vincere quel mondiale. Anche se avessi avuto la forma di Cittiglio, ma con i se e con i ma non si va lontano. Alla fine ci sono anche le giornate un po’ storte, succede.

Mondiali di Wollongong: Balsamo mostra il fianco, Cecchini resta con lei a dettare il passo
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Il prossimo anno, sulla via del mondiale dovresti fare il Tour…

Il prossimo anno avere il mondiale pista e strada così attaccati non è proprio il massimo (la rassegna di Glasgow si svolgerà dal 3 al 15 agosto, ndr). Secondo me è una cosa non molto intelligente, però cercheremo di organizzarci al meglio. Stiamo aspettando di vedere il percorso e poi spero che i due cittì, Villa e Sangalli, si parlino. Penso che almeno il quartetto sia fattibile dopo la strada, perché dovrebbe esserci una settimana per recuperare. Si spinge tanto per la multidisciplina, ma facendo dei calendari così, mettendo anche le Coppe del mondo in concomitanza con le classiche, tutto diventa più difficile. Comunque farò il Tour: questo resta.

Elisa è un’atleta in evoluzione?

Penso di essere cresciuta anno per anno e spero di farlo ancora ancora nei prossimi. Nel 2023 avrò 25 anni, un’età in cui non puoi più dire di essere una giovane del gruppo. Insomma, inizi a essere in quell’età in cui la maturità si avvicina e quindi spero sia l’anno giusto per raccogliere ancora dei buoni risultati. Mi sono sempre definita una velocista e ho sempre detto che l’obiettivo immediato era avvicinarmi a essere una donna da classiche. Il prossimo anno cercherò di avvicinarmi ancora di più, anche se voglio tenermi stretto il mio spunto vincente. Sicuramente non affronterò mai salite lunghe e troppo impegnative con l’idea di vincere. Una Liegi per ora è fuori discussione. Ci penseremo tra 8-10 anni. No, forse fra 10 anni anni avrò smesso di correre (ride, ndr).

A Cittiglio, la vittoria è dedicata al cugino scomparso
A Cittiglio, la vittoria è dedicata al cugino scomparso
Com’è correre in questa squadra?

La Trek sicuramente è stata una delle prime squadre a investire davvero in maniera importante nel ciclismo femminile e sinceramente questo si vede, perché secondo me sono un passo avanti a tutti. Anche il fatto ad esempio di aver lasciato a Lizzie Deignan il tempo di fermarsi per la gravidanza e poi di tornare. Il fatto che versino la differenza dei premi per equipararli a quelli maschili. E poi non ci fanno mancare nulla. Per me è davvero una squadra fantastica. 

Rosa, l’uomo che ha inventato i training camp in Kenya

16.12.2022
5 min
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La vittoria di Girmay alla Gand-Wevelgem non poteva essere fine a se stessa e anzi sta scatenando uno tsunami che investe tutto il continente africano. Se il Ruanda sta diventando meta di ritiri prestagionali e si lavora alacremente per i mondiali del 2025, c’è una notizia che sui media non ha avuto finora il risalto che meritava: la Ineos Grenadiers sta per lanciare la sua prima accademia ciclistica in Kenya.

Il camp permanente sarà gestito da Valentijn Trouw, uno dei tecnici della multinazionale britannica che ha già forti legami con il Paese africano, essendo tra l’altro sponsor del primatista mondiale e campione olimpico di maratona Eliud Kipchoge, direttamente coinvolto nel progetto. Il legame con l’atletica è fortissimo, perché è proprio nell’atletica che i training camp hanno iniziato a prendere piede in Kenya, di fatto trasformando il Paese almeno dal punto di vista sportivo.

Gabriele Rosa, 80 anni, con alcuni dei ragazzi che segue in Kenya, tra loro campionissimi di atletica
Gabriele Rosa, 80 anni, con alcuni dei ragazzi che segue in Kenya, tra loro campionissimi di atletica

Il primo che ebbe l’idea di creare un’accademia permanente in Kenya fu Gabriele Rosa, cardiologo e medico sportivo che aveva creato a Brescia una scuola di maratona capace di portare Gianni Poli al trionfo nella prova più famosa sui 42,195 km, quella di New York. Quello che aveva saputo fare nella provincia italiana poteva essere fatto in più grande stile in Kenya, Paese per antonomasia della corsa: «I kenyani erano già allora fortissimi, ma non correvano la maratona. Moses Tanui, che era uno dei grandi del mezzofondo dell’epoca, mi chiese se potevo seguirlo. Io gli dissi di sì a condizione che convincesse altri atleti del suo Paese a seguirlo. Nacque così il primo centro permanente in Kenya, era il 1990».

In tanti poi seguirono la sua idea…

Ebbe uno sviluppo clamoroso, basti pensare che dopo trent’anni il Kenya è padrone assoluto della specialità: nell’ultimo anno l’83 per cento di tutte le maratone internazionali sono state vinte da un atleta kenyano. Io iniziai con un piccolo gruppo, ora ci sono 13 nostri training camp sparsi per il Paese con oltre 200 ragazzi coinvolti.

La Ineos sarà il primo team con una base in Kenya, altri lo seguiranno (foto Krystof Ramon)
La Ineos sarà il primo team con una base in Kenya, altri lo seguiranno (foto Krystof Ramon)
Come funziona il loro lavoro?

Noi non seguiamo solamente la corsa, la nostra è un’operazione a 360°. Correre forte è solo l’ultimo risultato di un cammino che comprende lo stare insieme, il condividere il lavoro, affrontare le quotidianità della vita. E’ una crescita umana, non solo sportiva quella che i ragazzi affrontano e questo sistema sono convinto possa funzionare anche nel ciclismo.

Dal punto di vista ciclistico il Kenya che Paese è?

Partiamo dal discorso prettamente sociale: la bici è sempre stata un mezzo fondamentale nella vita dei kenyani. Quando arrivammo, vedevamo che utilizzavano bici cinesi con le quali facevano davvero di tutto, caricate come somari, servivano per spostarsi e spostar pesi. Ora si usano molto anche le piccole moto, che a 500 euro sono già disponibili, ma le bici sono ancora molto utilizzate. C’è però un aspetto molto importante che è cambiato rispetto ad allora: la Cina, che ha fortissimi legami con il Kenya, sta praticamente asfaltando tutte le strade e molto bene. Questo per noi che facciamo atletica è un problema per gli allenamenti, perché c’è bisogno di correre anche offroad per crescere, ma per il ciclismo sta diventando un luogo ideale.

Il training camp di Kaptagat, nei cui pressi sorgerà quello della Ineos
Il training camp di Kaptagat, nei cui pressi sorgerà quello della Ineos
Il Kenya non è mai stato un Paese con una tradizione…

No, la corsa a piedi è lo sport principale, ora affiancato dalla pallavolo femminile. In tutto il continente però c’è grande fermento e bisogna tenere presente che i corridori africani in genere – kenyani, ma anche etiopi, eritrei, burundiani ecc. – hanno una congenita propensione per gli sport di endurance. I risultati dei corridori eritrei non mi sorprendono, io sono convinto che lavorandoci sopra come farà la Ineos (e presto altre squadre e soprattutto aziende seguiranno la stessa via) l’Africa diventerà fortissima anche nel ciclismo.

Quali sono i vantaggi nel costruire training camp in Kenya invece che Eritrea e Ruanda che hanno già più dimestichezza con il ciclismo?

Il territorio. Ci si può allenare a 3.000 metri di altitudine. Kaptagat, dove la Ineos costruirà la sua accademia, è anche la sede del nostro primo e principale training camp. Ci sono percorsi ideali per allenarsi, ma anche la gestione di questi centri è all’altezza, con cuochi specializzati, pulizie continue e quant’altro. Intorno poi sono sorti nel tempo piccoli alberghi molto caratteristici e confortevoli.

Valentijn Trouw, responsabile del progetto e l’olimpionico Kipchoge, coinvolto nell’iniziativa
Valentijn Trouw, responsabile del progetto e l’olimpionico Kipchoge, coinvolto nell’iniziativa
Nell’atletica il Kenya è diventato anche meta di tanti corridori, anche in Italia, per effettuare i loro ritiri in altura. Questo potrebbe avvenire anche nel ciclismo?

Io sono convinto di sì, ma non solo per le squadre professionistiche. Conti alla mano, potrebbe essere un ottimo sistema anche per le squadre giovanili, soprattutto under 23, per effettuare periodi di preparazione a costi molto più contenuti (chiaramente viaggio a parte) e potendo fare lavori molto più fruttuosi. Io ho già vissuto nel mondo del ciclismo, ad esempio seguendo i tentativi di record dell’Ora di Beppe Manenti e Gregor Braun negli anni Ottanta-Novanta e sto pensando a come le nostre strutture potrebbero anche essere allargate al ciclismo. I risultati d’altronde parlano per noi: la primatista mondiale di maratona è una nostra atleta…

L’Astana dopo Lopez e il ciclismo di Martinelli

16.12.2022
8 min
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Il licenziamento di Lopez è una tegola che ha scosso parecchio l’ambiente Astana. Il colombiano è stato mandato via dopo la scoperta di nuovi elementi che mostrerebbero il suo probabile legame con Marcos Maynar, medico sul quale gravano sospetti di doping. Nel bellissimo hotel con parco e piscina da cui si vede il mare, se ne continua a parlare sia pure ormai con la stessa battuta sommessa: proprio non ci voleva. Di colpo, la squadra che ha vinto grandi Giri con Contador, Nibali e Aru, che ha lottato con Landa, Lutsenko e Fuglsang, si ritrova senza un leader per le corse a tappe. Pensare a Giuseppe Martinelli senza un uomo di classifica dopo tanti anni di carriera, sembra quasi innaturale.

«Effettivamente penso che sia abbastanza strano – dice Martinelli, in apertura fra Zanini e Maini – però mi dovrò abituare. Dovrò cambiare un po’ mentalità, andrò meno alle corse. Anche perché con il tempo che passa, arrivano persone e mentalità nuove, per cui è giusto lasciare spazio».

Lopez è stato licenziato per la probabile frequentazione con il dottor Marcos Maynar: Martinelli parla di tradimento
Lopez è stato licenziato, Martinelli parla di tradimento
Quando succede una cosa come questa di Lopez quali sono i motivi per cui si rimane male?

Sembrerà strano, ma come prima cosa rimani male per il modo in cui ti arrivano le informazioni, che sono troppe e vengono prima che tu, che sei direttamente coinvolto, sappia qualcosa. E’ una cosa che non esiste, purtroppo però il mondo è questo. Del discorso di Lopez, non ho problemi a dirlo, l’unica persona che sa che cosa sia veramente successo è Lopez e nessun altro. Tutto il resto lo abbiamo scoperto passaggio per passaggio, momento per momento. Non puoi aggiungere nulla, perché altri hanno già aggiunto tutto. Il giorno in cui è successo tutto, dei miei amici mi hanno mandato giornali spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi e Lopez era partito solo da un’ora.

Come si resta?

Ti va il morale sotto i piedi. Nonostante io ne abbia passate di cotte di crude, perché in questo mondo ci sono da troppi anni, fa sempre male perché vuol dire che la gente non ha ancora capito. E ce ne sono ancora purtroppo. E quando tu pensi che sia l’ultimo, invece, ce ne è sempre un altro.

Lui sarebbe stato una pedina importante per questa squadra.

Veniva dalla stagione 2021 con la Movistar che non era andata come doveva. E’ ritornato qua e l’abbiamo accolto a braccia aperte, convinti di riuscire ancora a tirar fuori qualcosa. Siamo stati traditi, la realtà è questa.

I primi giorni del ritiro sono serviti per la consegna dei materiali. Qui gli occhiali SciCon
I primi giorni del ritiro sono serviti per la consegna dei materiali. Qui gli occhiali SciCon
Hai parlato di nuovo che avanza, cosa salviamo di quel che c’era prima?

Il mondo va avanti, ma non è che i miei pensieri siano distorti da quelli dei giovani. Però si cerca di far collimare sempre queste due anime. Ho la fortuna di essere qua da tanti anni, di conoscere bene il mio ambiente e perciò mi rispettano per quello che sono. Insomma, finché si può, si sta qua.

Si può pensare di iniziare un nuovo ciclo dai giovani? Da Garofoli, per fare un nome…

Secondo il mio punto di vista – precisa Martinelli – non tutti sono Pogacar o Remco. Garofoli arriva da due stagioni un po’ strane. Prima il Covid, poi il problema del cuore. Speriamo che tutto sia in ordine e poi giorno per giorno si cercherà di creare veramente qualcosa. E’ presto per dire se sia un corridore da classiche o da Giri, anche perché corse a tappe vere non le ha mai fatte. Diciamo che secondo me ha una bella testa, ma il ciclismo è veramente cambiato. C’è battaglia dal chilometro zero all’arrivo. C’è gente che va in fuga con la maglia gialla. In certi momenti mi meraviglio che mi meraviglio ancora. Però sono cose che ti fanno pensare. I corridori sono molto più forti, c’è più specializzazione c’è più ricerca…

Non è sempre stato così?

La ricerca del risultato migliore c’è sempre stata, così come le rivalità. Però ognuno aveva il suo orticello da curare. Chi preparava la grande corsa a tappe, del resto si interessava poco. Se adesso vai a fare una corsa, vedi che Vingegaard prepara il Tour, ma intanto vince i Paesi Baschi. O Van Aert che va a fare le classiche, poi ti vince le tappe al Tour come se niente fosse.

Meccanici al lavoro: Tosello e Possoni alle prese con una catena da cambiare
Meccanici al lavoro: Tosello e Possoni alle prese con una catena da cambiare
Fare le squadre è più difficile?

Ne parlavo poco fa con un nostro sponsor e mi chiedeva quali sono le squadre più forti nel panorama mondiale. Alcune hanno prima di tutto il budget per prendere il miglior corridore, il miglior preparatore, il miglior tecnico, il migliore in ogni settore. Ci sono squadre invece che partono magari dai giovani e cercano di tirar fuori qualcosa di importante, che è quello che mi è sempre piaciuto fare. E magari prendono anche un preparatore giovane, lo costruiscono e lo fanno diventare più bravo. Però naturalmente, quando ti scontri con quelle realtà e sei più piccolo, devi cercare di tirar fuori il massimo da quello che hai. E’ un po’ questa la scommessa che forse ci apprestiamo a fare noi dell’Astana. Abbiamo una squadra sicuramente non fra le prime e non voglio dire che saremo in difesa, ma cercheremo veramente di vedere se siamo capaci di tirar fuori il massimo da ognuno.

Una sorta di tutti per uno e uno per tutti?

Ci sono corridori che secondo me erano abituati a fare un determinato lavoro per gli altri e poi a tirare i remi in barca. La sera si brindava perché aveva vinto Vincenzo oppure un altro e andava bene. Adesso vediamo se sono capaci veramente di tirar fuori loro qualcosa di buono. Anche poter dire semplicemente di essere andati in fuga, aver cercato di fare il massimo, centrare un piazzamento… Questo è la scommessa che abbiamo davanti.

Si parla più di un lavoro psicologico che atletico, in questo senso…

E’ un mix, ma sicuramente conta più la testa che le gambe, perché devi veramente creare qualcosa per te stesso. Magari qualcuno ha perso questa attitudine e qualcuno non l’ha mai neanche avuta. Magari un altro è nato gregario. Adesso invece hanno la possibilità di tirar fuori qualcosa per se stessi. Dico la verità, non credo che sarà facile. Non abbiamo la bacchetta magica, però magari scopriamo che qualcosa si può fare.

Racconta Martinelli che la Bernocchi, chiusa al 12° posto, è stato il segnale del ritorno di Moscon
Racconta Martinelli che la Bernocchi, chiusa al 12° posto, è stato il segnale del ritorno di Moscon
Secondo te, al netto dei problemi di salute che ha avuto, Moscon rientra in questa casistica?

Lo abbiamo preso per quello. La prima cosa che gli abbiamo detto quando è arrivato è che in qualunque corsa lui possa andare, avrà carta bianca. Anzi, qualche volta correremo anche per lui. E’ quello che gli è sempre mancato. Peccato che siamo andati incontro a una stagione sfortunatissima. 

Adesso come sta?

Motivato, com’era pure lo scorso dicembre. A gennaio invece era uno straccio e si è tirato dietro così fino a ottobre. La prima vera giornata in cui è sceso di bicicletta e mi ha detto di aver avuto buone sensazioni è stata alla Bernocchi, che era il 3 ottobre. E così lo abbiamo convinto ad andare in Malesia, dicendo che saremmo ripartiti da lì per arrivare qui a ricominciare per bene. Ci sono stati momenti in cui non ti rispondeva neanche ai messaggi, perché non sapeva cosa dire. Ed era anche difficile digli qualcosa per tirarlo su…

Hai parlato dei tanti ruoli nelle squadre: il direttore sportivo può ancora fare la differenza?

Sicuramente meno. Ovviamente non voglio dire che mi trovo con le mani legate, però adesso prima di fare una cosa, ti devi confrontare con tantissime persone. E tutte le volte che tu ti confronti con una persona, ti fa cambiare idea oppure sposi un po’ la sua. Una volta andavo a dormire, mi alzavo la mattina con la strategia che avevo studiato prima di andare a letto. Andavo dai corridori e gli spiegavo come avremo corso. Invece adesso ti confronti con troppe persone e alla fine molte volte ti tolgono un po’ di quello che avevi pensato. E’ capitato anche che me l’abbiano girata completamente al contrario. Perché ti dicono che quel corridore non sta tanto bene, che non conviene fare una certa cosa… E a un certo punto ti chiedi: e adesso cosa faccio?

Tour de France 2017, Martinelli e Shefer, due diesse del team, assieme al preparatore Mazzoleni (a sinistra)
Tour de France 2017, Martinelli e Shefer, due diesse del team, assieme al preparatore Mazzoleni (a sinistra)
Cosa succede se fai come prima e imponi la tua idea?

Io dico che in mezzo a tanti, forse sono ancora l’unico che viene giù ed ha ancora quell’idea. Il problema però è che molte volte ti trovi davanti il corridore che ha parlato con gli altri e quando nella riunione li guardi in faccia, sono perplessi o poco convinti. Prima li portavi dove volevi, perché la sera andavo in camera, parlavo col corridore e al massimo passava il dottore per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa per dormire.

Adesso no?

Adesso appena arrivi in hotel, c’è già l’analisi della corsa. Quanto hai speso, quanto non hai speso. Cosa devi mangiare, cosa non devi mangiare. Passa il dottore e ti porta quello che devi bere perché hai consumato un tot. Serve tutto per migliorare, anche se troppe cose nella testa ti confondono. Secondo il mio punto di vista, quello che il corridore soffre adesso è proprio questa pressione. Il fatto di avere sempre qualcuno che ti dice qualcosa e di tuo ti rimane poco.

Luciano Pezzi, nel presentare la Mercatone Uno del 1997, disse che Pantani ne sarebbe stato il leader, ma il capitano sarebbe stato Martinelli. Non è più possibile?

Questo dipende molto dalla squadra e da quello che sei riuscito a creare. Oppure da quello che gli altri hanno creato intorno a te. Adesso la squadra è fatta di tante componenti, mentre prima c’erano solo l’atleta e il direttore sportivo. L’esempio è quello che succederà domattina…

Due risate tra Felline e il massaggiatore Saturni al rientro dall’allenamento
Due risate tra Felline e il massaggiatore Saturni al rientro dall’allenamento
Che cosa?

Se venite qui domattina, vedrete che sul programma c’è scritto per filo e per segno tutto quello che il ragazzo dovrà fare. Invece quando io consegnavo i fogliettini c’era scritto: sveglia, colazione, allenamento. Il direttore sportivo era proprio il faro, adesso è un componente del team.

Seguirai davvero meno del solito?

Andrò sicuramente meno. Il mio lavoro in questa squadra è diventato un po’ di contorno. Cerco di fare un po’ più la logistica. Certo, quando salgo sull’ammiraglia, sono nel mio regno. Ritrovo il mio modo di fare, il mio modo di agire. Sono ancora un po’ autoritario. Però ci sono tante altre persone che lavorano per me. Non sono io il più bravo, ce ne sono altri molto più bravi. E’ giusto che abbiano il loro spazio. 

Marcellusi è già in fuga verso il 2023

15.12.2022
5 min
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Martin Marcellusi è diventato grande. Il corridore laziale, che vive alle porte di Roma, è passato dal gruppo dei giovani a quello dei grandi. E’ al secondo anno di professionismo, ma per certi aspetti potrebbe essere il primo. E questo è un motivo di carica per lui.

Il suo 2022 è stato costellato da parecchi alti e qualche basso. Ha vinto il Piva, ha sfiorato il Gp Liberazione. E al Giro U23 non è andato lontano dalla vittoria nel giorno in cui Leo Hayter ha preso la maglia rosa e non l’ha più mollata. Ma per vincere quel giorno serviva la squadra e in questo senso la Bardiani non è stata fortunata al Giro U23. Anche verso Pinzolo ha subito delle cadute.

Martin Marcellusi (classe 2000) durante il ritiro al Cicalino, in Toscana
Martin Marcellusi (classe 2000) durante il ritiro al Cicalino, in Toscana
Stagione alle porte, Martin, sei diventato grande! Non sei più under 23… Come arrivi al primo ritiro dopo il primo anno da pro’? 

Sicuramente con qualche conferma in più. Più sicurezza nei miei mezzi. In più dai test che ci fanno, ho capito che un saltino di qualità l’ho fatto. E quindi la mentalità è quella giusta. Ora sono con il gruppo dei grandi e lavoriamo per… essere grandi, in tutti i sensi. 

Se dovessi dire tre cose che ti sono mancate in questa stagione quali sarebbero?

Per prima direi l’esperienza, alcune cose le ho pagate sia in corsa che in allenamento e anche con l’alimentazione. Un altro punto a sfavore: le difese immunitarie basse. Ho avuto molti raffreddori, più volte la febbre e per questo ho anche saltato gli europei con la nazionale e altre gare con la squadra. Un terzo punto – ci pensa un po’ Marcellusi –  forse ho lavorato un po’ poco sulle volate. Ho perso dei watt che magari in alcuni momenti, vedi il Liberazione, potevano tornarmi utili.

E tre punti di forza?

Mi verrebbe da dire la determinazione. Anche quando succedono cose negative poi riesco sempre a ritornare su facilmente. La grinta, ma quella l’ho sempre avuta e spero che continuerò ad averla. E poi il gruppo. Mi sono accorto che anche quello è un fattore importante per un corridore. Riesco a fare gruppo tranquillamente. Sto bene sia con gli under 23, che coi pro’. Con gli scalatori e con i velocisti.

Fai le valigie, vieni qui al Cicalino: che differenza c’è stata rispetto all’anno scorso? Insomma, Il Cicalino un anno dopo….

E’ completamente diverso, sicuramente vengo con la mentalità giusta e con il cervello più rilassato. In questo anno sono stato ben accettato dal gruppo, i direttori hanno fiducia in me. Sono molto più sereno. Sono più preparato in allenamento. Dopo una stagione con 6-7 corse a tappe la gamba è migliore.

Prima hai detto che hai perso qualche watt. Ci stai lavorando?

Sì, quest’anno ho ricominciato a fare più volate. Ho cambiato preparatore, adesso mi segue Daniele Pascucci. E’ un ragazzo di Roma, è giovane. Mi trovo molto bene. Ne ho parlato con lui di questa cosa. Abbiamo visto i dati e mi ha dato ragione. Per questo stiamo lavorando molto in palestra e anche su strada. Abbiamo inserito partenze da fermo e sprint. 

Avete fatto il test e hai detto di aver notato valori migliori. Cosa significa un test che va bene? Immaginiamo più morale, ma anche più responsabilità?

Un test che va bene è tanta roba. Ti liberi da un po’ di pesi, insicurezze, dubbi. Sai che stai lavorando nella direzione giusta. Ho parlato anche con il preparatore supervisore della squadra, Andrea Giorgi. Mi ha confermato che il test è buono. C’è da lavorare un pochino sul peso, ma niente di che.

Martin all’esame impedenzometrico che si faceva al risveglio durante il ritiro
Martin all’esame impedenzometrico che si faceva al risveglio durante il ritiro
Gabburo ha detto a Reverberi che siete contenti. Vi piace questo nuovo metodo di lavoro?

Si percepisce che c’è stato un cambio di mentalità. Si vede anche dai direttori sportivi, come parlano e come si muovono. Il ritiro stesso è gestito in modo differente. Certo, è solo l’inizio, i risultati maggiori si vedranno più là e li dovremmo mostrare durante la stagione. Però per adesso il salto di qualità della squadra c’è stato. E’ palese. Per esempio è la prima volta che uso il Supersapiens. Sono ancora in fase di rodaggio! Ma sarà utile. A fine ritiro i preparatori ci daranno un report, così come un report lo avremmo sul sonno. Siamo controllati veramente 24 ore su 24. E anche i materiali sono buoni. 

Che gare farai più o meno? 

Partirò in Spagna con le corse di Majorca, ma non farò la prima il 22 gennaio. Io dovrei fare alcune delle gare dal 25 al 29. Poi andrò ad Antalya in Turchia e da lì vedremo. 

C’è una corsa che ti piacerebbe moltissimo fare?

Beh sì, mi piacerebbe fare il Giro d’Italia. Anche perché con l’arrivo a Roma è qualcosa che non saprei descrivere. Soprattutto dopo aver visto l’anno scorso cosa è stato per me il Liberazione. Gli amici, i familiari, il tifo… immagino che al Giro d’Italia sia tutto triplicato.