Majka sicuro: Tadej più forte di Contador

15.12.2022
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«Cos’hanno in comune Contador e Pogacar? Che ho corso con tutti e due», ora Majka ride. «Tutti e due sono forti di testa, impressionante. Tutti e due non mollano mai, non hanno paura. Però, una cosa che mi colpisce veramente di questo ragazzo è che ha vinto la Liegi e il Lombardia. Anche Alberto era un fuoriclasse che ha vinto il Tour de France, il Giro e la Vuelta. Però Tadej va forte dovunque e per tutto l’anno. E’ impressionante. Quest’anno voleva vincere il Lombardia e fosse stato per lui avrebbe attaccato da lontano. Non lo ha fatto solo perché aveva una squadra forte che lo ha portato al punto giusto. Insomma, due fuoriclasse, ma secondo me Tadej ha un dente di più, perché vince anche le classiche. E se non ha vinto il Fiandre, è stato per inesperienza. Nel ciclismo capita anche di sbagliare».

Al Tour del 2015 con Contador: i due hanno corso insieme dal 2011 al 2016
Al Tour del 2015 con Contador: i due hanno corso insieme dal 2011 al 2016

La squadra cresce

Nel 2021, il polacco è stato forse il primo colpo di mercato importante del UAE Team Emirates per rinforzare la squadra nell’anno successivo al primo Tour e il suo arrivo è stato provvidenziale. Oggi il team è ben più consistente, la campagna acquisti non si è fermata e Majka guardandosi attorno è la guida migliore per capire i piani di Pogacar e della squadra che lo affiancherà.

«Questa squadra sta crescendo – dice – sta diventando uno squadrone. Sono contento. Sono migliorati gli uomini, è migliorato il materiale, che fa tanta differenza. In più sono arrivati corridori come Wellens e Grosschartner che vanno forte anche in salita. Corridori da Tour de France. Nell’ultimo ci siamo decimati. Io mi sono fermato perché ho spaccato la catena. Nel ciclismo ci vuole un po’ fortuna, non solo le gambe. Perciò, se l’anno prossimo troviamo la fortuna e buone gambe, sono convinto che andrà meglio».

Majka e Pogacar dopo la vittoria di Longwy all’ultimo Tour, quando tutto sembrava facile
Majka e Pogacar dopo la vittoria di Longwy all’ultimo Tour, quando tutto sembrava facile

Tutti per Tadej

Dopo gli anni accanto a Contador, Majka si è messo in proprio, passando da leader o comunque da uomo importante alla Bora-Hansgrohe. I risultati non sono stati neanche male, ma non certo al livello per competere con i migliori. Al podio della Vuelta centrato nel 2015, si sono aggiunti il quinto e sesto posto al Giro, che però non bastavano. Così ha accettato la corte della squadra araba.

«Il mio ruolo è diverso – spiega – e anche se avrò le mie possibilità nelle corse di una settimana o magari in qualche fuga alla Vuelta, adesso si lavora per Tadej e tutto sommato viene facile. Sono più tranquillo, vado in bici e sono contento. Ho meno stress legato al risultato personale e intanto la squadra è diventata internazionale. 

«Quando sono arrivato – prosegue – non sapevo cosa aspettarmi, ma di certo non credevo di trovarmi così bene. Specialmente con Gianetti, veramente una brava persona che crede sempre nei suoi corridori. E’ importante che anche lui abbia corso, sa come funziona il mondo del ciclismo. E anche quando le cose non vanno, lui è dalla nostra parte».

Prima dell’allenamento, accanto ad Almeida, completando la sincronizzazione fra computer e spartphone
Prima dell’allenamento, accanto ad Almeida, completando la sincronizzazione fra computer e spartphone

Il mondo che cambia

Nel frattempo il ciclismo fuori è cambiato e capisci la difficoltà di recepire il cambiamento da parte dei corridori che sono cresciuti nel… vecchio mondo, rispetto ai ragazzi che anche oggi sin dagli juniores imparano ad allenarsi e mangiare con il supporto di un preparatore e un nutrizionista.

«E’ cambiato tutto – dice Majka – il modo di allenarsi e anche di mangiare. Nessuno mi aveva insegnato a mangiare 100-120 grammi di carboidrati per ora, mentre adesso abbiamo il nutrizionista e quando arrivo a casa, ho il programma per tutta la settimana di allenamento. Io prima mangiavo la mia insalata e andavo a fare 5-6 ore. Adesso mangio tanta pasta, mangio tutto però mangio le cose giuste. E poi sono cambiati i materiali. E’ tutto più veloce. La bici più aerodinamica. L’elettronica. Le maglie più leggere e più aerodinamiche. Mi ricordo che una volta Tosatto, che aveva quasi 40 anni, mi disse: “Giovane, la carriera passa veloce”. Ed è proprio così. Sta cambiando tutto, ogni anno si va più veloce e ogni anno arrivano più giovani corridori. Non lo so quanto dureranno le loro carriere, perché con questi ritmi la corsa è impressionante e uno che ha 19-20 anni ancora non è uomo. Sono ragazzi che devono ancora svilupparsi».

All’ultimo Tour, Majka era fra i più convinti della vittoria di Pogacar
All’ultimo Tour, Majka era fra i più convinti della vittoria di Pogacar

La fame di Pogacar

Pogacar farà eccezione? Nessuno può saperlo. Lo sloveno per primo ha espresso i suoi dubbi sulla durata di una carriera sempre al massimo, ma intanto Majka è testimone della sua voglia di riprendersi la maglia gialla. E allo stesso modo in cui lui per primo era rimasto colpito del crollo sul Granon, così sgrana gli occhi quando gli chiediamo se davvero Tadej sia determinato a rivincere il Tour, come ha detto.

«Io vi dico una cosa – parte con gli occhi sgranati – aspettate perché veramente vuole vincere. Quello che voglio dire è che sto tanto con lui, è un ragazzo che non molla mai. Ma quest’anno preparerà il Tour veramente bene. Sarà fortissimo. Lui per me quest’anno lavorerà come non ha mai fatto prima».

Orologio speciale e zainetto del sonno: il riposo dei pro’

15.12.2022
6 min
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Non è la prima volta che parliamo del sonno, di quanto sia importante nell’insieme della preparazione e nella vita dell’atleta. Questa volta però vi portiamo nella realtà. Nel raid fatto alla Green Project Bardiani Csf Faizanè, abbiamo “toccato” con mano questo aspetto con Borja Martinez Gonzalez che fa parte dello staff medico del team italiano. Borja, dottorato in scienze motorie, è un ricercatore spagnolo che lavora all’Università di Bologna. 

Abbiamo visto nel concreto come i ragazzi di Reverberi prestino attenzione a questo aspetto. E come in qualche modo vengano educati al sonno. Perché ci sono molte variabili che lo condizionano, specialmente nel mondo frenetico attuale.

Da quest’anno alla Bardiani, tra i vari aspetti medici Borja Martinez Gonzalez cura anche quello del sonno
Borja Martinez Gonzalez, da quest’anno alla Bardiani, tra i vari aspetti medici cura anche quello del sonno
Borja, parliamo di sonno e preparazione…

Ho fatto il mio dottorato focalizzandomi sulla valutazione e le contromisure per gli effetti negativi della privazione del sonno sulle prestazioni di resistenza presso l’Università del Kent (Regno Unito). Il sonno è recupero. E il recupero è performance. Meglio recuperi e più duramente puoi allenarti e pertanto migliorare le tue prestazioni. E noi cerchiamo sempre come migliorare le prestazioni. Per esempio la caffeina, visto che siamo in tema: se non hai un bel recupero, assunta più tardi durante il giorno potrebbe avere un effetto negativo sul sonno. E quindi, il giorno seguente potresti non essere in grado di fare un buon allenamento.

Ai vostri atleti fornite uno speciale orologio del sonno. Di cosa si tratta?

Il modo più accurato per valutare il sonno è fare un test in ospedale. Questo orologio non è così approfondito, ma ci dà importanti indicazioni e non richiede di recarsi in ospedale. In alcuni ospedali, l’unità del sonno fornisce ai pazienti questo orologio, utilizzato come valutazione preliminare, perché consente di raccogliere i dati a casa. Dopo una o due settimane, i dati degli orologi possono essere analizzati e quindi il personale medico può decidere se è necessario un test in ospedale o un intervento. C’è un algoritmo che li mette tutti insieme e analizza variabili, come l’ora in cui sei andato a letto, l’ora della sveglia, il tempo trascorso a letto, il tempo totale di sonno, l’efficienza, il tempo per addormentarsi, tempo trascorso a letto sveglio, eventi come svegliarsi nel cuore della notte per andare in bagno, livello di luce nella stanza.

E come si possono aiutare gli atleti?

E’ la prima volta che faccio questo lavoro con così tanti atleti e sarà curioso poi vedere tutti i dati. Dati che sono importanti anche per i medici, questa è ricerca applicata. Ad esempio, se c’è un atleta che non dorme abbastanza o ha molti disturbi, l’orologio lo registra e i medici della squadra possono intervenire rapidamente.

Lo speciale orologio dato in dotazione ai ragazzi della Green Project Bardiani Csf Faizanè
Lo speciale orologio dato in dotazione ai ragazzi della Green Project Bardiani Csf Faizanè
Come si fa a dire se un sonno è stato di qualità o no?

La qualità del sonno, quando non si valutano le diverse fasi del sonno in ospedale utilizzando gli elettrodi, è “soggettiva”. Quest’orologio misura la qualità come “efficienza” in base al tempo totale che il corridore è stato a letto e il tempo totale del suo sonno. E l’efficienza si calcola così: è stato a letto per 10 ore, ne ha dormite 8, la qualità è dell’80%. Però, vi dico, che secondo me non è questa la misura giusta della qualità del sonno. E infatti ogni giorno al risveglio, chiediamo ai nostri atleti di valutare il loro sonno da 1 (qualità ottima) a 5 (qualità pessima) .

Perché?

Perché alla fine prende in considerazione solo il tempo. Non si sa se è andato in un sonno profondo. Se ha avuto un sonno leggero. Questo si fa in ospedale con una polisonnografia. Però vedendo i suoi battiti cardiaci possiamo vedere quanto l’atleta si muove, se si alza per andare in bagno…

Il ritmo circadiano nelle 24 ore
Il ritmo circadiano nelle 24 ore
Perché un sonno può essere più o meno di qualità?

Magari perché il soggetto non è in una stanza idonea per dormire, perché sono in 2 o 3 in camera e si disturbano a vicenda, perché qualcuno durante la notte si alza e accende la luce o lascia la tv accesa…

Cosa stai notando in generale dei tuoi atleti? Dormono bene?

Non ho ancora iniziato l’analisi dei dati in modo approfondito, ma dando un primo sguardo posso dire che sono contento perché tutti riescono a dormire le canoniche 8 ore. E non è poco, perché spesso l’atleta di alto livello non ha il tempo per dormire tanto. Specie durante certe gare, quando arriva tardi in hotel, deve fare i massaggi, la doccia, cenare… Un’altra cosa che mi piace: sto notando che si addormentano in due o tre minuti.

In caso di problemi ad addormentarsi cosa consigli?

Di trovare una routine. Il cervello non sa se oggi è sabato o martedì. Tu devi andare a letto alla stessa ora cogliendo la tua “finestra di sonno”. Ognuno ne ha una. Sente proprio che ad un certo punto della serata rallenta. Per esempio, se uno ce l’ha alle 23, alle 22:30 magari fa una doccia rilassante o un po’ di stretching leggero, yoga, legge un libro…. Deve trovare un’abitudine.

Quanto incide il materasso?

Tanto e infatti anche in squadra ne stiamo parlando, ma certo non è facile e subentrano anche questioni di marketing. Giusto la scorsa settimana ho letto un articolo che parlava della temperatura corporea e del ritmo circadiano. C’era un materasso che in base al proprio ritmo circadiano cambiava la sua temperatura. Bisogna sapere infatti che quando ci addormentiamo la temperatura corporea scende. Poi ad un certo punto del sonno risale e in quel momento il corpo capisce che si è pronti ad alzarsi. Ma spesso accade che ci si svegli alle due o alle tre di notte. Questo materasso regola la temperatura e fa sì che non ci si alzi più nel cuore della notte. Tornando alla squadra in effetti il materasso incide. In una corsa di tre settimane se ne cambiano venti da hotel a hotel. Non fu un caso quando la Ineos-Grenadiers propose il suo motorhome per far dormire gli atleti, ognuno col suo materasso personale. Ma ci sono altri fattori da considerare, non solo il materasso.

Abbiamo capito che è un discorso complesso e allora, Borja, quali sono le tre cose peggiori per conciliare il sonno?

La caffeina. L’ultimo caffè dovresti prenderlo a pranzo. Poi direi andare a letto immediatamente dopo la cena, specie se è stata pesante. E usare il telefono fino a tardi o nel letto.

E invece le tre cose migliori che lo conciliano?

Tre sono poche! Come accennato, la miglior cosa è trovare una routine. La lettura va bene, così come abbassare le luce e i rumori. Ci si può aiutare con delle semplici mascherine da viaggio se c’è troppa luce. La stanza dovrebbe avere una temperatura fra 17° e 22°. E che sia buia davvero. Spesso i ragazzi portano del nastro isolante nero per oscurare i led delle tv e dei vari device nelle stanze. Sono utili anche i tappi per le orecchie. Costano poco e sono usa e getta. Orologio, tappi, mascherina, un libro… come c’è la borsa del freddo c’è anche quello che io chiamo zainetto del sonno.

Il progetto Nizzoli continua: parola di D’Aquila, l’alleato siciliano

15.12.2022
4 min
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Dopo aver parlato con Auro Nizzoli del progetto, purtroppo abortito nella pratica ma non nello spirito, di affiliare la squadra in Sicilia, abbiamo voluto sentire l’altra parte del discorso, Salvatore D’Aquila (nella foto Florio con il suo team Gds Almo) che conoscendo da lungo tempo il manager emiliano, si era dichiarato disposto a dare vita alla fusione delle due realtà, anche per dare una scossa al movimento siciliano.

D’Aquila ha una lunga esperienza, ha superato i 70 anni e soprattutto è l’organizzatore del Memorial Cannarella che in Sicilia è un’autentica istituzione, il crocevia ciclistico attraverso il quale sono passate tantissime società (e quindi tantissimi corridori) provenienti dal resto d’Italia. Il dirigente ragusano ricorda bene i primi contatti con Nizzoli e soprattutto quel carico di biciclette che portò con sé quando scese in Sicilia e consegnò a D’Aquila: «Tanti ragazzi iniziarono con quelle bici e ora corrono come junior. E’ solo un piccolo esempio di quel che si potrebbe fare se non ci si appoggiasse alla burocrazia per far tramontare le idee…».

I campioni regionali dell’Almo Nizzoli: da sinistra Luca Brancato, Margherita Putelli, il tecnico Giorgio Scribano e Clelia Centamore
I campioni regionali dell’Almo Nizzoli: da sinistra Brancato, Putelli, il tecnico Scribano e Centamore
Molto si è parlato dell’abolizione dei vincoli. La trova d’accordo?

E’ un’arma a doppio taglio. Può funzionare se viene regolamentato proprio come avevamo pensato di fare noi, permettendo ai ragazzi di fare un’attività diversificata. Così significa solo che le squadre più forti economicamente, abbagliate dal sogno di trovare il campione in erba, verranno a prendere quei pochissimi ragazzi talentuosi, strappandoli alla propria realtà familiare e sociale. Il risultato? Quei ragazzi presto potrebbero perdere la strada giusta (e non parlo solo ciclisticamente) mentre il movimento s’impoverisce e alla fine rischia di scomparire. Ma scomparire davvero, un po’ come sta succedendo in Calabria.

Perché pensa che si possano perdere?

Intanto perché i corridori vanno fatti crescere piano piano – risponde D’Aquila – introdotti in questo mondo che è fatto di vittorie e sconfitte e che è anche un po’ lo specchio della vita. Le società cercano il nuovo Nibali, dimenticando che il nuovo Nibali non c’è, non solo in Sicilia. Non si deve pensare alla società, ai risultati, ai successi da esibire allo sponsor di turno. Noi dobbiamo lavorare con i ragazzi, educarli. Perché si perdono? Perché non hanno gli strumenti per assorbire le difficoltà, le sconfitte, se sono strappati dalle loro famiglie, dalla loro realtà. Così si rischia di fare loro davvero del male, di fargli perdere i veri valori.

La premiazione dell’under 23 Antonio Spada (Team Valcavasia), primo al Memorial Cannarella 2022
La premiazione dell’under 23 Antonio Spada (Team Valcavasia), primo al Memorial Cannarella 2022
Che sono?

Partiamo ad esempio dalla scuola: il ciclismo è importante, anche per il futuro, ma la scuola lo è molto di più. Per noi questo è un dogma: chi viene bocciato perde anche il tesserino per l’anno successivo, perché i risultati a scuola vengono prima di quelli in bici. Perché ciò avvenga, però, bisogna che il ragazzo resti nella sua regione, continui la sua vita normale e nel frattempo cresca, a tutti i livelli.

Parlava a tinte fosche del futuro del movimento. Effettivamente nelle gare del 2022 in Sicilia abbiamo visto pochissimi partecipanti, sempre gli stessi negli ordini d’arrivo. Cos’è che manca?

Innanzitutto, se guardiamo il calendario, le gare vere si possono contare sulle dita di una mano – ammonisce D’Aquila – le altre sono tutte circuiti brevissimi e con uno sviluppo chilometrico ridotto, che nulla danno ai corridori. Bisogna guardare in faccia la realtà: i corridori juniores sono pochissimi, ma le società dovrebbero investire sulle categorie giovanili, per ricreare un movimento valido. In Sicilia lo si fa nella mountain bike e i risultati, dal punto di vista dei numeri, sono ben diversi. Perché non possiamo farlo anche per la strada con progetti mirati?

Luca Brancato, plurivincitore nel 2022 fra gli allievi e pronto a passare di categoria
Luca Brancato, plurivincitore nel 2022 fra gli allievi e pronto a passare di categoria
Che cosa serve perché si possa fare?

Innanzitutto le sostanze economiche. Io spendo almeno 20 mila euro, chi può farlo? Bisogna quindi muoversi con idee valide per trovare i fondi, poi servono persone che abbiano davvero passione e capacità di sacrificarsi. Dico anche che bisogna agire senza aspettare che cosa fa la Federazione: da anni si parla di un calendario per il Centro-Sud, ma restano sempre solo parole…

Il progetto con Nizzoli resta quindi in essere?

Nella sostanza sì. Tanto è vero che noi ci affilieremo come Gds Almo-Nizzoli e loro Nizzoli-Almo a testimoniare la fratellanza dei due gruppi. Ci si scambieranno esperienze, andremo a correre da loro e loro verranno da noi. I nostri 6 juniores faranno un’attività sostenuta proprio da quelle parti, affrontando il meglio della categoria. Esordienti e allievi che sono in totale altri 14 ragazzi correranno invece qui. La storia ci dimostra che ragazzi che magari all’inizio non emergono, ma hanno uno sviluppo sano, tranquillo, con le dovute tappe, alla fine avranno le loro soddisfazioni e potranno anche avere un futuro nel ciclismo. Chi vince troppo presto difficilmente dura…

Piccolo e Pino Toni: un binomio ormai indissolubile

15.12.2022
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Il ritorno di Andrea Piccolo aveva suscitato molte reazioni, tutte positive e quasi sbalordite. La rapida scalata che ha portato il giovane corridore dal nulla assoluto del caso Gazprom alla Drone Hopper ed infine alla EF Education Easy Post ha fatto capire lo spessore dell’atleta. Se a tutto ciò si aggiunge che è avvenuta in soli 24 giorni di corsa, dal 26 giugno al 16 ottobre, il tutto diventa ancora più da capire e raccontare. 

Pochi giorni fa è stato Pino Toni a spiegarci quanto ci sia di eccezionale in questo ragazzo, che da junior aveva il segno del talento tatuato addosso. Alcune vicissitudini hanno cercato di portarlo lontano, ma un’atleta di questo spessore è in grado di ritornare sulla strada maestra. Pino Toni ha preso Piccolo a maggio e non lo ha più lasciato, anche ora che il WorldTour sarà casa sua. 

Il ritorno alle corse è avvenuto al campionato italiano, quarto e una grande iniezione di fiducia (foto Drone Hopper/Sirotti)
Il ritorno alle corse è avvenuto al campionato italiano (foto Drone Hopper/Sirotti)

Le parole del preparatore

Le parole di Pino Toni il giovane lombardo le aveva lette appena pubblicate, così quando gli abbiamo chiesto di commentarle insieme a noi, il tutto è diventato molto più semplice. 

«Sono parole ed opinioni – dice Piccolo – che ci eravamo già dette in privato, sicuramente è un piacere essere descritto così anche in pubblico, vuol dire che Pino ci crede davvero. Lui di questo mondo ne sa molto, ha tanta esperienza maturata in diverse squadre, maturata in molti anni quindi sicuramente ci ha fatto l’occhio».

Per simulare il ritmo corsa Piccolo ha fatto molti chilometri dietro moto scortato da Pino Toni
Per simulare il ritmo corsa Piccolo ha fatto molti chilometri dietro moto scortato da Pino Toni
Avete iniziato a lavorare ma quando vi siete incontrati per la prima volta?

A marzo sono andato via dai Carera e sono passato con Giuseppe Acquadro, in quel momento uscivo dalla Gazprom e mi hanno presentato Pino. 

Come è stato arrivare a stagione in corso?

Abbiamo parlato molto e dal confronto sono nati spunti interessanti. Dal suo punto di vista penso sia stato bravo a prendere un corridore già allenato e trovare subito la strada giusta per lavorare. Mi ha iniziato a seguire quando io stavo facendo il mio Giro d’Italia a casa, cento ore di allenamento in 21 giorni. Era la risposta a quel momento difficile, ho trovato motivazione ponendomi un obiettivo personale. 

Pino ci ha detto che la sua sorpresa è arrivata al campionato italiano, era la tua prima gara dopo mesi e sei arrivato quarto.

La più grande difficoltà che ho avuto quando ho iniziato a lavorare con Pino era il fuori soglia. Non correndo da molto tempo, non ero in grado di produrre quel tipo di sforzo che ti arriva solo in corsa. Per sopperire a questa mancanza abbiamo fatto molto dietro moto.

La prima corsa con la EF è stato il Tour de l’Ain ad inizio agosto
La prima corsa con la EF è stato il Tour de l’Ain ad inizio agosto
E’ servito, no?

Sicuramente il lavoro fatto mi ha dato una grande mano, ma correre è un’altra cosa. Ad un certo punto della corsa stavo meglio in salita che in pianura. Andare a tutta in salita quando si è in corsa o in allenamento è la stessa cosa, non si può andare oltre un certo valore. In pianura, invece, è completamente diverso, perché i cinquanta all’ora li puoi fare solo in corsa. Bisogna anche essere allenati per reggere quelle frequenze a quella velocità. 

Hai corso molto ed in breve tempo, saltando da una gara all’altra…

L’obiettivo era proprio quello, fare tante gare ed allenarsi il meno possibile, questo per un paio di mesi. Alla fine di questo periodo era prevista una pausa per allenarmi meglio e alzare l’asticella. Il 2022 è stato l’anno del ritorno alle gare, non mi importava dove e come, era fondamentale tornare ad attaccare il numero. 

Il 2023 che hanno sarà? Pino ha detto che doveva andare a parlare con lo staff delle EF…

Ora l’obiettivo è tornare a correre con un criterio, cercando dei risultati in determinate gare. Il calendario ed i programmi di lavoro saranno più definiti, già posso dire che le classiche delle Ardenne potranno essere interessanti. Sarà davvero importante programmare, correre tanto mi è servito, ma se voglio alzare ancora di più l’asticella dovrò curare molto anche gli allenamenti a casa. I grandi corridori fanno così, guardate Vingegaard, non corre per due mesi ma poi si presenta alle gare pronto.

L’ultima gara della stagione è stata la Japan Cup Cycle Road il 16 ottobre
L’ultima gara della stagione è stata la Japan Cup Cycle Road il 16 ottobre
Tornare nel WorldTour come ti ha fatto sentire?

Tranquillo, sono felice di essere qui ma non sento pressione. Io faccio tutto al meglio, se metto tutto me stesso nelle cose che faccio non posso recriminarmi nulla. 

Allenarsi con consapevolezza è fondamentale, questo tu lo sai fare.

Al giorno d’oggi se non ti sai allenare a casa è difficile rimanere ad un livello alto. Tutti i corridori di punta si allenano bene ed arrivano alle corse pronti. Per me la bici è un passione quindi non mi pesa fare tante ore di allenamento o lavori specifici. Oggi (martedì, ndr) da me ha nevicato e per non perdere la giornata ho fatto due sessioni sui rulli. Ovviamente bisogna lavorare nel modo corretto, ed avere al mio fianco Pino mi permette di pensare che io lo stia facendo. 

Che rapporto hai maturato con lui?

Ormai mi sento di poter dire che fa parte di me e spero di lavorare con lui per molti anni. Mi ha dato tanta fiducia e una grande motivazione, e per questo lo ringrazio. 

Indagine con Cataldo sulle frenesie del gruppo

15.12.2022
8 min
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Proprio alla fine dell’intervista, il discorso con Dario Cataldo ha imboccato una direzione imprevista. Dopo aver definito il suo ruolo alla Trek-Segafredo, di cui evidentemente vi racconteremo in un prossimo articolo, l’abruzzese ha cominciato a ragionare su cosa ci sia di diverso da due anni a questa parte nelle dinamiche del gruppo. E su quale possa essere il suo futuro, dato che l’ultimo rinnovo di contratto lo porterà fino ai 39 anni.

L’hotel Diamante Beach è il solito andirivieni di corridori e appassionati, che in queste due settimane che conducono al Natale trasformano la Costa Blanca nel più grande raduno di team professionistici. Il Peñon de Ifach, lo sperone roccioso che sovrasta la spiaggia, è come un campanile: lo vedi da qualunque direzione arrivi.

«La vera differenza è che si corre in modo molto più aggressivo – spiega Cataldo – serve più esplosività, si va tutta dall’inizio alla fine. Si corre quasi come degli under 23, un modo di interpretare la corsa molto diverso. Ovviamente quando sei più giovane, questa brillantezza ce l’hai. Per questo si vedono i corridori giovani che partono in modo molto spavaldo, se hanno motore vanno. Il problema per un corridore più maturo è che diventa diesel. Ha più fondo, più resistenza, più recupero. Quindi con questo modo di correre fatica di più, è difficile mettersi in mostra e far vedere quello che sai fare. Per questo, se nel ciclismo di 4-5 anni fa era pensabile arrivare fino ai 40 anni, adesso è molto complicato. Passati i 35, il motore inizia a cambiare. Quindi o sei un Valverde che ha un motore fuori dal comune e quindi compensi, altrimenti diventa dura».

Il Peñon de Ifach domina la scena di Calpe, spezzando la spiaggia in due
Il Peñon de Ifach domina la scena di Calpe, spezzando la spiaggia in due
E’ un caso che queste differenze, questa svolta sia venuta fuori nel 2020 del Covid?

Secondo me sì. Già prima del lockdown era iniziato un approccio diverso alla gara, solo che nessuno ci ha fatto caso, visto quello che sarebbe successo di lì a poco. Già nelle prime gare che feci nel 2020, tipo la Valenciana, si notava che si correva in modo più aggressivo, poi con la riapertura dopo il lockdown, certe cose si sono accentuate. Si è creata una combinazione di fattori. La stagione è diventata cortissima. Chi era in scadenza di contratto doveva sparare tutte le cartucce in quei tre mesi, per cui erano tutti preparati al massimo del massimo. I più giovani in quell’andare a tutta e in modo nervoso si sono ritrovati facilmente e hanno portato il loro modo di correre più spavaldo (Cataldo allarga le braccia, ndr). Hanno cominciato ad attaccare a 70-100 chilometri dall’arrivo. E da lì sono iniziate a cambiare anche le dinamiche di corsa.

Ogni giorno come una tappa del Tour, più o meno?

I primi tempi, con quel modo di andare, la gara si accendeva subito e quindi serviva più tempo perché andasse la fuga. Era difficile prenderla. La fuga va quando c’è un rilassamento del gruppo, invece se si va sempre a tutta, le cose cambiano. Ci vuole più tempo. In quel momento che veniva dopo il lungo stop del Covid, i corridori più maturi erano in sofferenza. Al corridore giovane basta poco per tornare subito brillante. Uno più grande ha bisogno di correre, di tenere di più il motore aperto per poter rendere. Nel 2020 è stato così, poi progressivamente è andato cambiando ancora. Già da quest’anno i valori sono tornati vicini alla normalità.

Con Elvio Barcella, massaggiatore, Calabresi e Casarotto di Enervit hanno portato al team le ultime novità
Con Elvio Barcella, massaggiatore, Calabresi e Casarotto di Enervit hanno portato al team le ultime novità
Ad eccezione di qualche caso, sono diminuite anche le fughe pazze.

Tante volte partivano dei corridori a 100-150 chilometri dall’arrivo. Allora quelli come Cataldo (sorride, ndr) facevano i loro conti, con l’esperienza si riesce a farlo. Vedevi quanti corridori erano, il tipo di percorso, sentivi il vantaggio da radio corsa e stabilivi che per riprenderli si sarebbe dovuti andare a una certa velocità per un tot di tempo. Sapevamo già come sarebbe andata a finire. Invece i primi tempi non funzionava più. Iniziavi a tirare, si iniziava ad andare veloce, poi velocissimo, eppure quelli in testa non perdevano vantaggio. Da quando si è capito questo, non lasci più tanto vantaggio. E’ iniziato un processo di revisione, si può dire così. E alla fine, dato che il gruppo è sempre più folto perché il livello si è alzato, per fare delle grandi differenze devi partire da tanto lontano, altrimenti la situazione è più sotto controllo.

Che cosa significa che il livello si è alzato?

In gruppo ci sono più energie e secondo me questo cambio è dovuto molto all’alimentazione. Le teorie legate al mangiare in corsa e fuori sono cambiate tanto. Prima si mangiava meno per ingrassare meno, adesso si mangia tantissimo, per bruciare di più e consumare di più. In gara il serbatoio deve essere sempre pieno. Si sta tutti con le bilance per mangiare il giusto dopo la gara o prima della gara, mentre in corsa si mangia l’impossibile. Si mandano giù quantità impressionanti. Io certe volte non riesco a starci dietro. C’è da prendere 90-120 grammi di carboidrati all’ora. Cioè, facciamo il calcolo, quanti piatti di riso sono in cinque ore di gara? Poi magari lo dividi tra i gel e le borracce, però è tanto e tante volte non ci stai. Prima questa gestione non c’era.

Gli automobilisti della Costa Blanca sono abituati ai ciclisti, ma la prudenza non guasta mai
Gli automobilisti della Costa Blanca sono abituati ai ciclisti, ma la prudenza non guasta mai
E’ scomparsa la crisi di fame?

Se vai in crisi di fame, è perché hai cercato di alimentarti, ma ci sono delle condizioni che non ti permettono di farlo. Magari perché fa freddissimo, si va talmente a tutta che non hai tempo di mettere le mani in tasca. Oppure le hai congelate e non riesci a prendere da mangiare. E mentre tu sei così, gli altri continuano ad andare forte perché sono riusciti ad alimentarsi. Stando così le cose, prima per arrivare a una crisi di fame dovevi aver consumato tutto, adesso basta avere un calo minimo e sei fuori. Perché gli altri sono ancora a gas aperto. Questo è quel che sta facendo la differenza. E’ come in Formula Uno. Le macchine, il motore, gli ingegneri che calcolano la benzina, la qualità della benzina, la quantità. Quanti giri fai con un pieno. E’ diventato così anche nel ciclismo. L’aerodinamica, i watt, le proteine, i carboidrati. Fondamentalmente siamo dei motori biologici.

Non è un po’ troppo?

Secondo me è giusto che sia così, opinione di Dario Cataldo, insomma. Lo sport comunque è ricerca della perfezione. E il ciclismo è uno sport dove riesci a mettere insieme sia la parte biologica, come accade anche nella maratona, la parte tattica, la parte tecnica nel senso delle abilità, la parte tecnica nel senso di meccanica, aerodinamica, resistenze meccaniche, leggerezza e peso. Dall’unione di queste cose, crei quasi la macchina perfetta. Sicuramente è molto più stressante, non è più il ciclismo eroico di prima. Anche in Formula Uno una volta rompevano il volante e finivano la gara con la chiave inglese che reggeva il piantone dello sterzo. Oggi sarebbe impensabile, no?

Prima dell’uscita con Tiberi e Mads Pedersen, uomo veloce per cui Cataldo ha spesso lavorato
Prima dell’uscita con Mads Pedersen, uomo veloce per cui Cataldo ha spesso lavorato
Hai detto “macchina quasi perfetta”.

Perché nonostante tutto, alla fine hai comunque a che fare con degli umani e trovi quello che rompe gli schemi, anche se è sempre più difficile. Non è tutto matematica, l’aspetto psicologico conta tantissimo. Ad esempio, alla Vuelta abbiamo vinto una tappa con Pedersen, a Talavera de la Reina, che a livello personale è stata bellissima. La squadra era contentissima.

Che cosa è successo?

Era una tappa corta, di 138 chilometri, difficilissima da controllare. Si faceva due volte un circuito con una salita, era impossibile tenere chiusa la corsa, perché al primo giro ci avrebbero tirati scemi attaccando. Idem al secondo e poi gruppo in pezzi. Invece De Jongh (diesse del team, ndr) ha detto subito che ce la potevamo fare. Era convintissimo e vederlo così ci ha motivato tantissimo. Siamo partiti con un’aggressività spaventosa. La fuga è andata via subito, ma abbiamo lasciato il margine giusto. Abbiamo iniziato a chiudere, abbiamo fatto stancare quelli dietro con delle frustate in discesa. Abbiamo aggredito tanto la gara che gli altri non sono arrivati nel finale con le forze giuste. Eravamo sfiniti, di tutta la squadra erano rimasti solo due dei nostri. Bastava che tre o quattro si fossero svegliati un attimo e avrebbero lasciato il gruppo al vento.

Invece?

Abbiamo ammazzato così tanto psicologicamente il gruppo, che nel finale siamo riusciti ugualmente a fare il treno e lanciare Mads alla vittoria. Ci sono delle situazioni in cui aggredire la corsa o fare qualcosa che gli altri non si aspettano, può cambiare le cose. Ogni corsa è una storia, ma su queste teorie si potrebbe scrivere un libro.

Il giorno di Talavera la Reina è per Cataldo un capolavoro tattico della Trek
Il giorno di Talavera la Reina è per Cataldo un capolavoro tattico della Trek
Quindi alla fine la differenza la fanno sempre il modo di interpretare la corsa e un direttore con la visione giusta?

Per quanto tu possa spingere al massimo la prestazione della persona, nel ciclismo ci sono troppe variabili in più rispetto alla Formula Uno. Le discese, le condizioni, la pioggia, il freddo… Troppe cose che non si riesce a calcolare. E poi la bici ha un’altra cosa che fa la differenza rispetto alle auto da gara.

Quale?

La cosa bella del ciclismo è che le corse sono una cosa, la bici e il suo fascino un’altra. Magari un giorno smetterò di essere corridore, ma non smetterò mai di essere ciclista, di amare la bici. Mi succede spesso di essere saturo, di tornare a casa e dire che non voglio vederla più neanche in fotografia. Il giorno dopo invece arriva uno, indica la mountain bike e ti invita a fare un giro nei boschi. Accetti subito, magari sei stanchissimo eppure ti fai cinque ore. Perché della bici sono innamorato e non me ne stancherò mai.

Inizio stagione ritardato, Dorigoni pensa ai tricolori

14.12.2022
5 min
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C’è un nome che fino alla scorsa settimana era assente dagli ordini d’arrivo del ciclocross italiano e non era un nome di poco conto, trattandosi del campione italiano. Jakob Dorigoni ha iniziato la sua stagione con molto ritardo, volutamente, pensando al futuro. Rispetto agli altri, l’altoatesino ha chiuso dopo la sua stagione “extraciclocross” dedicata alle marathon mtb e ha avuto bisogno di tempo per poter ripartire. Finora ha preso parte a tre gare e i lavori procedono, in attesa di ritrovare la forma dei momenti migliori.

La sosta si è resa necessaria per ricaricare le batterie e l’altoatesino non è per nulla dispiaciuto della scelta: «Mi sono fermato il 23 ottobre e ho ripreso a gareggiare il 4 dicembre: in questo frattempo sono rimasto senza bici non più di 10 giorni, perché altrimenti la ripresa sarebbe stata più difficile e lunga. Avevo bisogno di staccare sia di testa che fisicamente. Noi atleti non ci rendiamo conto di quanto siamo stressati a fine stagione e di quanto la testa influisca sulle prestazioni».

Conferma del tedesco Meisen a Vittorio Veneto, ma Dorigoni è stato 3° a 1’32” (foto Billiani)
Conferma del tedesco Meisen a Vittorio Veneto, ma Dorigoni è stato 3° a 1’32” (foto Billiani)
La tua stagione di mtb com’era andata?

Diciamo che mi ha fatto riflettere: nel finale di stagione non mi sono praticamente allenato, andavo avanti quasi per forza d’inerzia, eppure sono state le mie migliori gare in assoluto. Questo significa che era la testa a influire maggiormente e riposare non faceva che accrescere le mie possibilità. Avrei anche potuto tirare dritto con la condizione che avevo, ma mi sarei portato dietro una grande stanchezza. Inoltre bisogna anche sapersi dosare e prendersi le pause dovute per avere dei buoni picchi di forma.

Come ti sei trovato nelle tue prime uscite di ciclocross?

Sono stato contento non per i risultati, quanto per la mia resa in bici. Ho affrontato subito gare difficili, con molto fango e che necessitavano di corsa a piedi. Erano più sfide contro se stessi che per la classifica, almeno per me e nel complesso mi sono trovato bene. Si vedeva che gli altri avevano un altro ritmo, soprattutto nelle prime fasi, ma sono sempre riuscito a chiudere in crescendo rimontando posizioni e questo mi fa ben sperare.

Fontana è rientrato anche lui in ritardo, ma aveva già più esplosività (foto Billiani)
Fontana è rientrato anche lui in ritardo, ma aveva già più esplosività (foto Billiani)
Con te ha ripreso anche Filippo Fontana, che a differenza tua viene dal cross country di mtb. Considerando le differenze delle vostre due discipline alternative, la ripresa è diversa, nel tuo caso sei penalizzato rispetto a lui?

Non direi, io penso che ogni disciplina ti dà e ti toglie. Anche chi viene dalla strada ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Quel che conta è l’allenamento specifico e il ritmo gara, dove convogliare le proprie caratteristiche. Forse all’inizio io sono più lento a carburare rispetto a chi fa cross country ed è più esplosivo, ma nel finale la situazione può cambiare e la mia resistenza mi permette di recuperare.

Tu hai scelto di esordire subito con gare internazionali…

E’ stata la scelta migliore. Il ritmo gara in allenamento non lo acquisisci, devi per forza metterti alla prova confrontandoti al massimo livello. Una gara ideale ad esempio è quella di Vittorio Veneto, dove davvero ognuno deve correre per sé.

A Faé di Oderzo la gara più difficile: l’altoatesino ha chiuso 6° a 50″ da Bertolini (foto Billiani)
A Faé di Oderzo la gara più difficile: l’altoatesino ha chiuso 6° a 50″ da Bertolini (foto Billiani)
Quali obiettivi ti poni a questo punto?

Io guardo alle gare di gennaio, alla difesa della maglia tricolore al campionato italiano, l’importante sarà essere in forma per allora. Poi nel frattempo voglio dare il massimo e cogliere più risultati possibili con il passare delle settimane e il miglioramento della mia condizione.

Non hai parlato di maglia azzurra…

La maglia azzurra bisogna meritarsela e si può fare solo con i risultati. In nazionale ci va chi merita, il pedigree passato non serve a molto. Se farò i risultati giusti bene, altrimenti sarò il primo a fare il tifo per chi ci sarà.

Dorigoni impegnato a Jesolo, dove è finito quarto a 32″ da Fontana (foto Billiani)
Dorigoni impegnato a Jesolo, dove è finito quarto a 32″ da Fontana (foto Billiani)
Con Pontoni ti sei sentito?

Finora no, ma sa che iniziavo più tardi e sa bene come la penso, quando sarà il momento avremo modo di confrontarci, ma come detto voglio farlo con qualcosa di concreto in mano.

Nella prossima stagione di mtb cambierà qualcosa?

Direttamente no, continuerò ad affrontare le marathon sperando di andare sempre più forte, rimanendo alla Torpado che è un top team. Quel che cambia è il contorno: da quest’anno sto studiando scienze motorie a Innsbruck, questo intanto mi ha costretto a spostarmi in Austria come base operativa, dove sono durante tutta la settimana per studiare e seguire le lezioni per poi essere in trasferta nei weekend. Poi un po’ influisce anche sulla gestione quotidiana che è un po’ cambiata, ma ci si può adattare senza penalizzare il rendimento in gara.

Come un falco sulla preda, Pellaud è di nuovo in corsa

14.12.2022
5 min
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Tanta fatica per (ri)entrare nel WorldTour e poi una firma per venirne fuori: è la storia di Simon Pellaud che con un anno di anticipo sulla scadenza, ha rescisso il contratto con la Trek-Segafredo.

Il forte corridore svizzero-colombiano circa 48 ore fa ha rivelato al pubblico la sua nuova squadra: la Tudor Pro Cycling di Fabian Cancellara. Ed è pronto ad iniziare questa nuova avventura ritrovando l’entusiasmo che lo ha sempre contraddistinto.

Pellaud (classe 1992) correrà le prossime due stagioni con il Tudor Pro Cycling Team, qui la presentazione dei 20 atleti
Pellaud (classe 1992) correrà le prossime due stagioni con il Tudor Pro Cycling Team
Simon, eccoti alla Tudor dunque. Come ci sei arrivato?

Alla fine ho sempre seguito questo progetto che nasce dalla Swiss Race Academy, c’è gente che già conoscevo. Lo seguivo, ma senza pensare di andarci… tanto più da un giorno all’altro.

Spiegaci meglio…

Ho visto questo progetto nascere. Al Tour de Romandie ho visto che sarebbero partiti… e anche bene. Per la Svizzera avere una squadra professional è davvero importante. Ho aiutato alcune persone ad entrarci, un corridore e un paio dello staff, non pensavo a me. Poi durante una delle ultime corse, le cose sono cambiate. Io avevo vissuto la mia stagione più difficile di sempre sia a livello fisico che mentale. Non ho reso bene e quando è così, per di più in una grande squadra, è difficile ritrovare la fiducia da parte della squadra e in te stesso. Così ho parlato con il team e mi hanno detto che se volevo potevo andare via. Era tardi, eravamo al Giro del Lussemburgo (metà settembre, ndr) e lì è successo il tutto con la Tudor.

Cosa significa, Simon, aver perso la fiducia della squadra?

Io non sono un campione, non ho caratteristiche specifiche. E stare vicino agli atleti della Trek-Segafredo che sono tutti campioni e tutti con una loro caratteristica specifica per me è più complicato. Al netto dei tanti problemi fisici, che di certo non mi hanno aiutato, non mi sono trovato io. Ma con staff e corridori tutto okay. E tutto ciò a livello mentale non mi ha dato nulla. Mi sono sentito solo. Quando ho ripreso a stare bene, per tornare in fiducia, avevo solo un paio di gare.

E la stagione era finita…

Esatto. Ci voleva più tempo, più gare da fare con quella condizione. L’avessi avuta non dico in primavera, ma almeno a giugno magari sarei riuscito a salvare qualcosa. Avrei avuto il tempo di dimostrare che possedevo il talento per stare in una squadra importante. E poi devo dire che il progetto Tudor è impressionante. Loro magari lo tengono sin troppo nascosto, ma c’è uno sponsor fortissimo, un staff super, giovani solidi… Magari non vinceremo subito gare WorldTour, ma credo che fra due o tre anni saremmo tra i team più grandi.

Cancellara si vede mai? E’ presente?

Poco. Era a Ginevra nei giorni del primo meeting con i boss dello sponsor. Poi immagino lo rivedremo in gara. Ma lui rispetta il suo ruolo, quello di proprietario e non entra nei meriti tecnici. Non fa né il manager, né il direttore sportivo.

Prima hai parlato delle tue “non caratteristiche” specifiche, in effetti nel ciclismo attuale non è facile. Perché o diventi l’uomo di super fiducia di un Pogacar (che alla Trek non c’era), oppure si fa dura, specie se non sei in forma come è successo a te nel 2022…

E’ più difficile raggiungere i risultati. Immaginate mentalmente senza una buona gamba e senza un tuo terreno, come vivi. Sei lì solo a fare a numero in attesa di staccarti quando apriranno il gas. Non va bene. Io credo che fare gare giuste per il nostro livello mi aiuterà e ci aiuterà come squadra.

Simon è un appassionato di mtb. In estate ha preso parte al Gran Raid, mitica e durissima gara elvetica. Anche in Colombia ci va spesso
Simon è un appassionato di mtb. In estate ha preso parte al Gran Raid, mitica e durissima gara elvetica. Anche in Colombia ci va spesso
Quindi rivedremo il Simon Pellaud che tanto piace al pubblico, con il suo modo aggressivo di correre, con i suoi attacchi?

Mi avevate fatto la stessa domanda in un’altra intervista e lo spero anche io di tornare il “nuovo vecchio Pellaud”! La cosa che mi dà fiducia è che al mondiale mi sono davvero sentito bene. Ho ritrovato certe sensazioni che mi consentono di fare il ciclismo offensivo che piace a me.

E questo buono per affrontare l’inverno…

Esatto, stavo per dire proprio questo. In questo modo sei più tranquillo per fare bene la preparazione, adesso, e le vacanze, prima.

Più o meno conosci il tuo calendario?

Ci sono un paio di possibilità, ma dovrei iniziare da Besseges e Algarve. Poi dovrei tornare in Colombia. Anche questo è molto importante, per me, per il mio equilibrio. Qui ho più libertà nello stare tra Colombia e Svizzera. Tra l’altro in Colombia, a casa mia, ho la possibilità di stare in quota e di allenarmi al caldo.

La Fenix-Deceuninck è WT. Che sorpresa per Marturano

14.12.2022
5 min
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Greta Marturano sta toccando il cielo con un dito. Due mesi fa è passato quasi inosservato il suo trasferimento all’estero. Forse perché la Plantur-Pura era “solo” una formazione continental con una spiccata vocazione al ciclocross. Da qualche giorno però il team belga ha ottenuto la licenza WorldTour e dal 2023 si chiamerà Fenix-Deceuninck. Per intenderci, la squadra femminile della Alpecin-Deceuninck di Van der Poel.

Mica male come colpo per la 24enne di Mariano Comense, che ha lasciato la Top Girls Fassa Bortolo dopo quattro stagioni dense di crescita e risultati. L’ultimo di questi, in ordine cronologico, Marturano (in apertura foto PH Rosa) lo aveva piazzato ad inizio ottobre col secondo posto nella gara di San Daniele del Friuli dopo essere rientrata dalla frattura alla clavicola di agosto. Il modo migliore per salutare la società di patron Lucio Rigato e concentrarsi appieno sull’avventura che è appena iniziata.

Julie De Wilde e Yara Kastelijn posano con la nuova maglia della Fenix-Deceuninck (foto Facepeeters)
Julie De Wilde e Yara Kastelijn posano con la nuova maglia della Fenix-Deceuninck (foto Facepeeters)
Greta ci avevi detto di aspettare questa ultima settimana per sentirci. Cosa è successo nel frattempo?

Mi attendevano i primi giorni con la mia futura squadra. A fine novembre abbiamo fatto due giorni in Belgio, dove all’ospedale di Hasselt abbiamo svolto le visite mediche. Poi siamo partite subito da Bruxelles per Valencia per fare nove giorni di ritiro a Benicasim, dove c’era anche la squadra maschile.

Che impressione hai avuto?

Di grande professionalità. Le visite in Belgio sono state approfondite come mai mi era successo prima. Prove sotto sforzo, esami vari, tac al cuore… Visto che nessuno mi ha detto nulla di strano, direi che sono andati tutti bene (sorride, ndr). In Spagna eravamo in una quindicina (il roster sarà di venti atlete, ndr) e abbiamo svolto lavori differenziati divisi in due gruppi in base alle proprie caratteristiche. Io ero in quello con più scalatrici. Percorso di allenamento uguale per tutte. Prima partiva un gruppo poi l’altro dopo quindici minuti. E l’ammiraglia era in mezzo per assisterci ad ogni evenienza. Bello lavorare così.

Sorpresa. Marturano aveva firmato per la Plantur-Pura che poi è diventata WT chiamandosi Fenix-Deceuninck (foto Pierre Fontaine)
Sorpresa. Marturano aveva firmato per la Plantur-Pura che poi è diventata WT chiamandosi Fenix-Deceuninck (foto Pierre Fontaine)
Come ti sei trovata in generale?

Non nascondo che il primo impatto mi ha spaventata. Entravo in un mondo nuovo con una lingua nuova. Attenzione, parliamo l’inglese, mica il fiammingo (risponde divertita, ndr) però devo prenderci confidenza. Tuttavia mi sono buttata per rompere il ghiaccio. Mi piace la loro organizzazione, sono schematici e precisi. Anch’io sono così. Ogni sera ci mandavano il programma del giorno successivo in modo molto dettagliato con gli orari delle attività. Dalla colazione al debriefing serale, sapevamo cosa dovevamo fare.

Sarai l’unica italiana mentre nel team maschile ci sono Conci, Mareczko, Oldani e Sbaragli. Laggiù hai avuto modo di parlare con loro?

Eravamo nello stesso hotel ma siamo sempre rimasti divisi. Chiaramente loro avevano altre tabelle e altri itinerari di allenamenti. Eravamo nello stesso salone per le colazioni e le cene ma sempre separati, condividevamo solo i tavoli del buffet. Certo, mi sono incrociata con loro e ci siamo scambiati solo un paio di battute. Devo dire però che non gli ho chiesto alcun consiglio perché ho capito subito che è un buon ambiente. In ogni caso avrò tempo di parlarci e conoscerci meglio.

Che effetto ti fa essere nel team di Van der Poel? Te lo aspettavi di approdare nel WorldTour quando hai firmato?

Mi fa molto strano se ci penso. A Benicasim c’era anche lui. L’ho osservato quando eravamo col team maschile. Mi fa strano anche pensare di correre nella massima categoria. Al momento del contratto (biennale, ndr) sapevo che c’era la possibilità di diventare WT, in lizza c’erano anche la Ceratizit-WNT e la AG Insurance-NXTG che forse stavano inseguendo la licenza da più tempo. Non so se nella nostra promozione abbia influito lo status del team maschile, ma ora mi ci ritrovo e voglio fare il meglio possibile.

Marturano è una scalatrice. Nel 2022 è andata forte sui muri bretoni e nelle lunghe salite dei Pirenei (foto Ossola)
Marturano è una scalatrice. Nel 2022 è andata forte sui muri bretoni e nelle lunghe salite dei Pirenei (foto Ossola)
Cosa ti hanno detto i tuoi tecnici?

Lo staff della Fenix-Deceuninck è stato fantastico con me. Ogni giorno mi chiedevano se andasse tutto bene. Per quello che ho vissuto finora posso dire che siamo trattati allo stesso modo degli uomini. Siamo ben seguite da diversi preparatori atletici. Il mio e di alcune altre atlete sarà Elliot Lipski. E’ inglese ma abita a Lucca dove ha lavorato col gruppo Qhubeka. Comunque direi di aver fatto una buona impressione. Anzi, mi hanno fatto tanto piacere le parole del nostro diesse Michel Cornelisse (al pari di Kris Wouters, ndr). Mi ha detto che ha apprezzato il mio carattere, la mia precisione e anche la mia audacia per come ho affrontato un allenamento sotto la pioggia torrenziale senza lamentarmi troppo. Sentirselo dire dal tecnico che fino all’anno scorso guidava i maschi per me è un grande motivo di orgoglio e soddisfazione.

Con le compagne invece com’è andata?

Alcune le conoscevo già di nome e basta. Ho fatto conoscenza con tutte perché sono tutte molto socievoli. Io sono una piuttosto timida all’inizio, poi mi lascio andare. Quelle con cui ho parlato di più sono state Yara Kastelijn e Sophie Wright. Con la prima, soprattutto in allenamento, perché avendo le stesse caratteristiche eravamo nello stesso gruppo. E infatti faremo gran parte delle stesse gare. Con la seconda invece perché era la mia compagna di camera. Ma in realtà durante gli allenamenti facevamo in modo di stare in coppia con una ragazza diversa per 5/10 minuti per conoscersi meglio.

Greta ha trascorso quattro stagioni nella Top Girls cogliendo importanti piazzamenti all’estero (foto Ossola)
Greta ha trascorso quattro stagioni nella Top Girls cogliendo importanti piazzamenti all’estero (foto Ossola)
Quale sarà il calendario di Greta Marturano?

A grandi linee lo abbiamo già stabilito. Esordirò alla Valenciana, poi farò Strade Bianche e Cittiglio. Al Nord l’intenzione è di farmi correre Fiandre, Amstel, Freccia e Liegi. Tutte gare che non ho mai fatto. Dovrei fare un periodo di altura a La Plagne, poi Giro di Svizzera e Giro Donne. La seconda parte la programmeremo dopo.

E gli obiettivi quali saranno?

Punto a migliorare in tutto. E’ un sogno per me essere nel WorldTour con la Fenix-Deceuninck ed è un punto di partenza. So che posso correre in modo diverso e voglio impararlo. Non abbiamo ancora parlato del mio ruolo ma non c’è fretta, lo faremo durante il nuovo ritiro a Benicasim dal 20 al 30 gennaio. Voglio arrivarci pronta e in forma. La speranza è quella di potermi togliere delle soddisfazioni, sia di squadra che personali.

Crescioli e Martinez: dopo il Lunigiana percorsi diversi

14.12.2022
4 min
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Il Giro della Lunigiana è una delle corse più importanti del calendario juniores, anche a livello internazionale. Da qui escono corridori che sono in grado di distinguersi in diversi modi: l’edizione 2021 ne è un esempio. L’anno scorso nei borghi tra la Toscana e la Liguria si è imposto il francese Martinez davanti al nostro Crescioli (in apertura, foto Instagram). Entrambi sono classe 2003, ma con due percorsi che da quel giorno si sono differenziati e non poco. 

Il francese è entrato nel team development della Groupama FDJ e dopo una sola stagione tra gli under 23 entrerà nel WorldTour dalla porta principale. L’italiano, invece, è passato alla Mastromarco ed il suo primo anno da under 23 si è concluso tra qualche difficoltà e la maturità. 

Giro di Lunigiana 2021, ultima tappa, Ortonovo, Ludovico Crescioli, Lenny Martinez, Alessandro Pinarello
Giro di Lunigiana 2021, ultima tappa, Ortonovo, Ludovico Crescioli, Lenny Martinez, Alessandro Pinarello

Lo stesso punto di partenza

Se si riavvolge il nastro a fine 2022 pare chiaro come i due ragazzi, che alla fine della breve corsa a tappe erano distanti solo 34 secondi, ora siano più lontani che mai.

«Avevo deciso di venire alla Mastromarco già prima del Lunigiana – racconta un frizzante Crescioli con il suo accento toscano – mi sembrava una buona squadra per passare under 23. Chiaramente la possibilità che ha avuto Martinez di passare con la continental di un team WorldTour gli ha permesso di avere un percorso di crescita più preciso. Negli under 23 con la Mastromarco il percorso di crescita c’è comunque, le corse di alto livello non mancano. Io quest’anno avevo anche la maturità da portare avanti e mi sono dovuto concentrare anche sulla scuola».

Crescioli in azione al Valle d’Aosta (foto Alexis Courthoud)
Crescioli in azione al Valle d’Aosta (foto Alexis Courthoud)

Prospettive differenti

La scuola, come detto da molti addetti ai lavori e dagli stessi tecnici che hanno a che fare con i ragazzi, è fondamentale. Risulteremmo incoerenti se dovessimo dire il contrario, ma se si guarda al calendario fatto da Martinez e da Crescioli emerge un fatto estremamente importante. Il ragazzino francese ha fatto il triplo, se non di più, delle corse a tappe rispetto al nostro Crescioli

«Le corse a tappe mi garbano molto – si riaggancia Ludovico con la sua parlantina contagiosa – ma ne ho fatte solamente due: il Lunigiana nel 2021 e il Valle d’Aosta quest’anno con la nazionale. Per migliorare e per crescere servirebbe una migliore costanza di gare, nel 2023 farò il Giro d’Italia U23 ma poi finisce lì. Ripeto, non è nemmeno una questione di squadra, in Italia è proprio il calendario che scarseggia di queste gare. Non è un caso che alcuni junior italiani stiano andando all’estero a crescere. Lenny (Martinez, ndr) quando l’ho rivisto al Giro della Valle d’Aosta ho notato dei grandi miglioramenti, si vede che ha fatto un percorso diverso, c’è un programma differente alle spalle».

Lenny Martinez ha avuto l’occasione di correre molte corse a tappe, tra cui il Tour of the Alps (Instagram/Getty)
Lenny Martinez ha avuto l’occasione di correre molte corse a tappe, tra cui il Tour of the Alps (Instagram/Getty)

Il calendario 

Nel panorama italiano sono poche le squadre che si affacciano oltre confine con continuità, per un fatto di budget e per la filosofia stessa alle spalle dei team.

«Il calendario italiano – riprende Crescioli – è ricco di corse importanti come il Piva, il Belvedere, la Ruota d’Oro… E’ chiaro che sono gare di un giorno, se uno vuole dilettarsi in qualche corsa a tappe non ha possibilità. Io quest’anno qualche gara internazionale l’ho fatta. E nel 2023, dove riuscirò a concentrarmi solo sul ciclismo, ne potrò aggiungere delle altre. Il percorso di crescita tra me e Martinez è differente, ma non è detto che il mio sia meno valido. Ho visto che con più costanza nelle corse e negli allenamenti, cosa avuta solamente a maturità conclusa, riesco a crescere e migliorare. Il 2023 sarà un anno importante per me e voglio farlo al meglio. Anche il mio obiettivo è diventare un professionista, e farò del mio meglio per riuscirci».