Albanese è pronto per tornare nella fossa dei leoni

26.12.2022
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Una vittoria al Tour du Limousin, tre podi in Slovacchia, poi la stagione di Vincenzo Albanese si è conclusa sulla giostra del Covid, che gli ha impedito di chiudere come aveva immaginato. Chissà se all’inizio del 2022 nei suoi piani ci fosse un anno travolgente, per spiccare il volo. Forse no, dato che la Eolo-Kometa lo ha rilanciato quando pochi erano disposti a scommettere, forse sì. In ogni caso, l’Albanese che abbiamo incontrato nell’hotel di Oliva in cui si è riunita la squadra di Basso e Contador, ha voglia di rifarsi e insieme poca voglia di sbilanciarsi.

Il corridore è ritrovato, si capisce dai tanti dettagli e dai piazzamenti importanti, ma questo era il giorno del discorso in cui Contador ha spronato i suoi corridori perché corrano sempre per vincere. E forse essere messo davanti a certi imperativi può mettere in difficoltà chi fa i conti con la propria normalità.

«Eppure –spiega Albanese – spero che l’anno prossimo ne vincerò abbastanza. Nel 2022 ho 6-7 fra secondi e terzi posti, non mi ricordo neanche. Due volte ho trovato Yates e una salita nel finale. Lui staccava tutti e poi magari arrivava un gruppetto di 10 e io vincevo la volata. Quando è così, non c’è tanto da fare. Un’altra volta ho trovato Van der Poel e Girmay, che sono superiori. Alla Challenge de Mallorca, è andato via McNulty da solo ed è stata forse una cosa tattica. Sono sincero, ho trovato corridori più forti, quindi per vincere bisogna sperare che non ci siano e di non sbagliare nulla».

A Peccioli, nella Coppa Sabatini, per Albanese è arrivato un bel 6° posto alla vigilia della CRO Race
A Peccioli, nella Coppa Sabatini, per Albanese è arrivato un bel 6° posto alla vigilia della CRO Race

Batoste e tranquillità

Alla base resta la consapevolezza che il team si aspetta da lui le cose migliori. E se tenere lontana la pressione può esser il modo per non farsene schiacciare, la consapevolezza resta lì.

«Voglio partire subito bene – racconta – col piede giusto. Perché quando si parte bene, le cose vengono più facili anche durante l’anno. Quindi sicuramente la prima parte sarà fondamentale e poi il Giro d’Italia, ovviamente. Sono cambiato parecchio dagli inizi. Passare presto in questa categoria ha dei lati buoni e dei lati meno buoni. Fra le cose positive c’è che comunque mi ha fatto anche prendere delle batoste che mi stanno servendo adesso, mettendomi in un’ottica diversa. Sto affrontando un bell’inverno, non sono mai stato così. Faccio le cose con tranquillità, perché c’è una stagione davanti e ne ho appena finita una abbastanza impegnativa. Quindi voglio lavorare per bene, senza però farmi prendere dalla foga e dalla voglia di fare risultato».

Una ripresa tranquilla

L’aspetto è già tirato, in allenamento lo hanno visto brillante e attento nelle altre fasi di preparazione: dalla palestra (foto Borserini in apertura) alla tavola.

«La ripresa è stata un po’ strana – spiega – perché ho finito anche in modo strano. Stavo bene. Il giorno dopo che sono tornato dal Croazia ho preso il Covid, quindi sinceramente non me l’aspettavo. Dovevo fare il Lombardia e le gare in Italia, ma a quel punto, visto che mancavano poche gare alla fine della stagione, con la squadra ho preso la decisione di chiuderla lì. Sono stato tanto tempo a casa e tanto tempo a riposo. Mi sono goduto la famiglia e poi ho ripreso piano piano.

«In tutto sono stato per 17 giorni senza bici. La prima settimana di ripresa è andata via molto tranquilla, andando a camminare un giorno sì e un giorno no. Le solite cose. Bici, mountain bike, ma proprio tranquillo. Finché dalla metà di novembre ho iniziato a fare cose un po’ più serie per arrivare qua. Abbiamo fatto un bel blocco di lavoro e dopo le feste natalizie ci rivedremo a gennaio per mettere a puntino gli ultimi dettagli e poi iniziare a correre».

Albanese è arrivato al primo ritiro con la Eolo-Kometa con circa 3 settimane di allenamento (foto Maurizio Borserini)
Albanese è arrivato al primo ritiro con la Eolo-Kometa con circa 3 settimane di allenamento (foto Maurizio Borserini)

Fra sogni e realtà

Un sorriso scanzonato. La consapevolezza che il ciclismo non ha più distrazioni in cui il gruppo lascia fare e la necessità di essere sempre al massimo, sperando nell’occasione giusta.

«Sinceramente è bello lavorare per obiettivi – dice – ma di solito mi faccio trovare sempre in condizione. Ovviamente punto a vincere, però ormai è diventato sempre più difficile. Per cui tutti i risultati che vengono sono una cosa buona. Lo so che magari come ragionamenti uno dovrebbe essere più cattivo, più deciso e più motivato. Però comunque sono uno che si accontenta perché nel ciclismo moderno non è facile dire: vado e vinco. O almeno pochi si possono permettere di farlo.

«Io voglio andare e voglio vincere, però… se faccio secondo e terzo dietro a calibri così, mi dico bravo lo stesso. Quindi adesso sono qua, sono contento, sono in una bella squadra, un bell’ambiente. Una squadra molto giovane, molto affamata. Abbiamo dei ragazzi parecchio interessanti e sono stati bravi a trattenerli, visto che oggi appena c’è uno che va forte, se lo vogliono tutti accaparrare. Quindi io penso che faremo una bella stagione».

Azzurro dolce e amaro

Per ultima, resta una mano tesa alla nazionale, dopo che l’esclusione dai mondiali Albanese l’ha vissuta quasi come un fatto personale, su cui ancora va rimuginando.

«Con Bennati sinceramente non ho più parlato – dice – perché comunque non c’è niente da dire. Alla fine ha fatto le sue scelte, a me va bene così. Per il futuro, per il mondiale di agosto, io darò il massimo come ho fatto anche quest’anno e l’anno scorso. Mi impegnerò in tutte le gare, non so neanche com’è il percorso, però mi farò trovare pronto. Magari è un obiettivo che ho. L’ho fatto in tutte le categorie, ci tengo anche a farlo nel professionismo».

Per il corridore che si è finalmente ritrovato, si apre un anno molto importante. Il ritornello che lo ha accompagnato per anni dice che nelle categorie giovanili era abituato a vincere senza doversi troppo allenare: l’impegno di adesso fa pensare che quella svolta c’è stata. All’elenco dei giovani italiani da seguire, sebbene ne abbia già 26, sentiamo di voler inserire anche lui.

Giovani e vecchi, crescita e passione: parla Mazzoleni

25.12.2022
7 min
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Metti una sera con Maurizio Mazzoleni, preparatore della Astana Qazaqstan Team (in apertura, foto Sprint Cycling/Astana), ragionando sulla direzione del professionismo. Parlando dei giovani che arrivano spediti al professionismo e dei… vecchi costretti ad adeguarsi per stare al passo coi tempi.

Nei giorni scorsi, Cataldo ci ha parlato nelle ragioni – fatte di alimentazione e tecnologia – per cui in gruppo si va fortissimo. Pozzovivo ha raccontato che il continuo confronto con gli atleti più giovani lo ha costretto a migliorarsi per non perdere il passo.

Mazzoleni Dorelan
Maurizio Mazzoleni è preparatore dell’Astana da 12 anni ed è testimone diretto dei cambiamenti del ciclismo
Mazzoleni Dorelan
Mazzoleni è preparatore dell’Astana da 12 anni ed è testimone diretto dei cambiamenti del ciclismo
Sembra di vedere due mondi lontanissimi che convivono: la precocità dei giovani genera perplessità nei più esperti…

I ragazzi passano professionisti con delle qualità numeriche più alte rispetto a quello che succedeva una quindicina di anni fa. E’ facile pensare che il delta di miglioramento sia inferiore, ma essendo già ad alto livello potrebbe andare anche bene. Ci si chiede se possano tenere l’alto livello per più stagioni, ma nulla lo vieta. Se si lavora bene, magari è possibile. I corridori più esperti hanno questo dubbio. Vedono i ragazzi che arrivano veramente pronti e si interrogano sulla loro possibilità di crescita.

Si teme che siano troppo spremuti.

Esatto. Secondo loro sono più pressati dal punto di vista psicologico, facendo già questi risultati. La situazione dovrà essere analizzata caso per caso, ognuno avrà il suo percorso. Quando ci sono dei cambiamenti generazionali, anche a livello sociale, si fa sempre il confronto con la propria generazione. Però in realtà ogni generazione ha le sue prerogative. Oggi si è precoci in tanti ambiti, magari c’è da considerarlo anche nel ciclismo.

Il fatto di cominciare a lavorare in maniera più scientifica da juniores incide sulla fisiologia?

Sicuramente sì. Fra gli allievi, la parte della fisiologia deve essere un insegnamento. Da juniores diventa una competenza che l’atleta deve avere, perché il ciclismo è forse l’unico sport in cui l’allenatore non è presente quotidianamente sul campo d’allenamento, ma effettua il suo lavoro spesso in maniera differita. Quindi l’atleta deve acquisire queste capacità di allenamento già da junior. Con l’arrivo negli under 23, la cosa diventa sempre più specifica fino al passaggio al professionismo. In questi anni abbiamo tanti casi di juniores che passano in strutture professionistiche. Non è tutto male, non è tutto bene, a patto che le cose vengano fatte in una determinata maniera. A livello numerico e fisico sono pronti. Poi c’è tutto il resto, su cui bisogna lavorare e stare molto attenti.

Evenepoel ha iniziato a correre tardi ed era un fenomeno sin dagli juniores e non ha smesso di migliorare
Evenepoel ha iniziato a correre tardi ed era un fenomeno sin dagli juniores e non ha smesso di migliorare
Attività giovanile: c’è chi lavora per appuntamenti, facendo corse a tappe e periodi di preparazione. E poi chi lavora all’italiana, correndo molto di più.

Lo schema più simile al professionismo è il primo, cioè quello di preparare l’appuntamento. L’altra tipologia comunque ha portato buonissimi risultati. Il tempo passa veloce e dimentichiamo che l’anno scorso abbiamo vinto il mondiale under 23 con Baroncini e Gazzoli è arrivato al quarto posto, per cui il nostro movimento c’è. La mancanza di un leader italiano nei grandi Giri genera spesso una visione negativa, però secondo me è solo questione di tempo. Perché i talenti prima devono nascere e poi vanno coltivati. Quindi, nella lotteria del nascere, dobbiamo attendere l’atleta giusto per i grandi Giri.

Parliamo di giovani. Come si gestisce ad esempio l’inserimento di Garofoli, che ha appena compiuto 20 anni, nel WorldTour?

Lui viene da due annate un po’ particolari. Il primo anno c’è stato il Covid e quindi ha corso poco fra gli U23. Quest’anno poi ha avuto la miocardite ed è stato tanti mesi fermo, fino al via libera dei medici. Infine ha fatto un buon finale di stagione. E’ un atleta maturo, uno di quelli che lavorava con metodo già da junior ed era un vincente. Quindi non è un pesce fuor d’acqua nel contesto professionistico. D’altro canto, il vantaggio delle development è che già quest’anno ha lavorato con lo stesso sistema, gli stessi materiali, le stesse persone e quindi sarà più facile da inserire. A parte il cambio di categoria, che però è relativo.

In che senso?

Potendo gestire noi i calendari, farà magari la prima gara WorldTour ad aprile. Le altre saranno del livello che ha già affrontato nella development. Quindi ha buoni valori di partenza e verrà accompagnato. Ci aspettiamo che continui nel suo processo di crescita. Ieri gli abbiamo consegnato i programmi per la prima parte di stagione e, nel presentarglieli, ho fatto due volte riferimento alla parola “crescita”. Ci teniamo che il giovane continui questo processo. 

Nel 2022 Garofoli ha corso nella Astana Development e ora approda al WorldTour. Mazzoleni spiega il suo inserimento
Nel 2022 Garofoli ha corso nella Astana Development e ora approda al WorldTour. Mazzoleni spiega il suo inserimento
Il processo di crescita prevede anche gare in cui possa fare risultato?

E’ il discorso che facevamo prima. Ci saranno anche gare di un livello leggermente inferiore, in cui avrà la libertà di provarci. Senza dimenticarci che la nazionale italiana, qualora lo ritenga opportuno, potrebbe anche convocarlo per gare internazionali, come l’Avenir o i mondiali. Quest’anno abbiamo vinto il mondiale under 23 con Fedorov ed è un aspetto importante per il percorso di crescita.

Per voi non è un problema? Guercilena ad esempio è contrario all’eventuale convocazione di Tiberi.

Sono cose che valutiamo col team. Se è un passaggio che ha senso nel processo di crescita, perché no? Se invece non collimasse con i programmi della squadra, si valuterà caso per caso. Però non abbiamo veti particolare.

Cataldo ha tracciato l’identikit del corridore moderno e ci è parso abbastanza al limite: secondo te si potrà crescere ancora?

I margini, come in tutti i settori, ci saranno sempre. E proprio quando si pensa di essere arrivati, in realtà non si è mai arrivati. Ci saranno sempre nuove frontiere nei materiali, nella preparazione, nella nutrizione, in tutto. Quindi penso che siamo arrivati a un altissimo livello rispetto agli anni precedenti, ma sicuro tra 10 anni ci ritroveremo a parlare di aspetti che adesso magari non stavamo considerando.

A Villafranca de Ordizia nel 2021, Sanchez (38 anni) batte Ayuso (18). Secondo Mazzoleni, gli atleti maturi possono stare al passo
A Villafranca de Ordizia nel 2021, Sanchez (38 anni) batte Ayuso (18). Secondo Mazzoleni, gli atleti maturi possono stare al passo
Tanti ragazzi… anziani raccontano di essersi dovuti adattare alle nuove metodiche.

Quelli con più anni che sono rimasti nel ciclismo hanno fatto questo cambio di passo. Abbiamo avuto Cataldo qui in Astana e lavorava già con il nutrizionista, con il calcolo calorico e tutto il resto. Idem per Luis León Sanchez, non è che stiano facendo un ciclismo di vecchia data. Si sono veramente adattati e riescono ad avere performance veramente buone in anni in cui prima non si pensava si potessero ottenere. Frutto di talento, ma anche dell’essere stati al passo con le novità. Sono stati bravi ad adattare il loro talento al passare degli anni, con l’utilizzo di nuove tecnologie. Controllando ad esempio le ore di sonno, la variabilità cardiaca durante la notte, dosare l’allenamento successivo in base al riposo che hanno fatto. Magari prima era una sensazione: ho dormito male, quindi mi alleno di meno. Adesso ci sono dei dati e questi atleti sono stati capaci di utilizzarli per migliorarsi e quindi arrivare anche ad età avanzata.

Quanto deve essere presente un corridore a se stesso per tenere d’occhio questi aspetti?

A livello professionistico è tutto un po’ più semplice – spiega Mazzoleni – perché per ogni settore abbiamo a disposizione l’allenatore e il nutrizionista accanto al corridore. Non è così difficile, ma resta il fatto che correre è un’attività lavorativa quotidiana, che non si ferma al semplice allenamento. Adesso veramente ci sono tanti minuti dalla giornata, che poi sommati diventano ore, che gli atleti devono dedicare a questi aspetti. E’ stato un cambio di passo inevitabile.

Dumoulin ha smesso, è ritornato e poi ha smesso ancora, parlando di fatica nel sopportare la vita da pro’
Dumoulin ha smesso, è ritornato e poi ha smesso ancora, parlando di fatica nel sopportare la vita da pro’
C’è rischio che tutto questo diventi stress?

Se viene fatta nel modo errato, si. Io faccio sempre riferimento alla passione, soprattutto coi più giovani. Il ciclismo è passione, perché è uno sport di fatica e senza la passione è difficile che un ragazzo lo scelga. Se la fiamma resta accesa, non ci sono problemi. Senza passione, davanti a tante incombenze, l’atleta può avere un’involuzione. In effetti è capitato che per alcuni sia diventato tutto troppo pesante. E si leggono anche interviste in cui si usano queste espressioni. Ma se viene tutto alimentato dalla passione, passa tutto in secondo piano.

Il Tour, l’Italia e la sicurezza: parla Prudhomme

25.12.2022
6 min
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L’Italia si tinge di giallo. Toscana, Emilia Romagna e Piemonte si sono unite come i moschettieri per infilzare l’obiettivo che tutto lo Stivale inseguiva da sempre: la Grand Départ del Tour de France. L’ultima tappa delle presentazioni sul nostro territorio è stata quella a Palazzo Madama di Torino. Prima della conferenza organizzata dalla Regione Piemonte per illustrare la terza frazione del 1° luglio 2024, abbiamo incontrato il direttore generale della Grande Boucle, Christian Prudhomme per una chiacchierata a tutto tondo sul mondo delle due ruote.

L’intervista con Prudhomme si è svolta alla vigila della presentazione torinese del Tour 2024 (foto Umberto Zollo)
L’intervista con Prudhomme si è svolta alla vigila della presentazione torinese del Tour 2024 (foto Umberto Zollo)
Come nasce quest’omaggio storico per l’Italia e per tutto il suo ciclismo?

Era da tantissimo tempo che volevamo fare la Grand Départ dall’Italia. Mi sembra davvero pazzesco che non sia accaduto prima, ma le tessere del puzzle non si erano mai incastrate.

Quanto è stata importante la spinta delle regioni per raggiungere questo traguardo?

Toscana, Emilia Romagna e Piemonte sono state brave a fare squadra, così come le città, a cominciare da Firenze, da cui scatterà la prima tappa. Hanno fatto un po’ come i moschettieri: uno per tutti, tutti per uno, ed è stata la ricetta vincente perché il Tour partisse dall’Italia. Volevamo omaggiare i campioni che hanno scritto pagine indelebili del ciclismo mondiale come Bartali, Coppi, Pantani, a 100 anni dalla prima vittoria italiana (Bottecchia nel 1924, ndr). Siamo contentissimi di questa opportunità, non vediamo l’ora di valorizzare il magnifico paesaggio del vostro Paese. Da luoghi che sono patrimonio dell’Unesco come il centro storico di Firenze, le arcate di Bologne, i paesaggi vinicoli del Piemonte con vini di grandissima qualità. Non vedo l’ora di scoprire questi posti splendidi.  

Nel 2023 la Spagna, nel 2024 l’Italia: il Tour abbraccia gli altri due Paesi dei grandi giri in un momento in cui il mondo è diviso dalle guerre. 

Lo sport permette di avvicinarsi alla gente. Il ciclismo più di tutti gli altri perché attraversa le città e i paesini che si trovano sul percorso delle sue competizioni.

Dopo le presentazioni di Firenze e Bologna, in platea anche Davide Cassani (foto Umberto Zollo)
Dopo le presentazioni di Firenze e Bologna, in platea anche Davide Cassani (foto Umberto Zollo)
L’anno prossimo, il tracciato strizza l’occhio agli scalatori: corretto?

Il Tour è sempre per scalatori, poi magari l’anno prossimo ci sarà la sfida tra un grimpeur puro e un passista, come accadde in passato con il duello tra Bahamontes e Anquetil. Al giorno d’oggi però non ci sono differenze così marcate tra scalatori e passisti, ma ci siamo ritrovati una generazione di fenomeni straordinari, che attaccano da lontano, che animano la corsa e la rendono entusiasmante per tutti.

Che ciclismo ci aspetta dopo i ritiri di due monumenti come Nibali e Valverde?

Il Tour dello scorso anno è stato magnifico. Pogacar era il super favorito e non ha vinto, ma è stato grandioso nella sua sconfitta. Non ha mai mollato, attaccando persino sui Campi Elisi. Vingegaard è stato straordinario. Ha ottenuto una splendida vittoria sul Granon, grazie all’aiuto della sua squadra, la Jumbo Visma. Sono stati capaci di accerchiare Pogacar e di regalarci quella che, a mio parere, è stata la tappa più bella degli ultimi trent’anni. Sono sicuro che ci aspettano altre annate splendide, sia nel 2023 sia nel 2024 quando si partirà dall’Italia. 

Il percorso della corsa su strada dell’Olimpiade di Parigi 2024 sarà nelle vostre mani?

Noi presteremo soltanto i nostri servizi e faremo il lavoro che ci chiederanno di fare, ma non siamo noi a scegliere il percorso. Offriremo soltanto la nostra esperienza sotto l’aspetto tecnico, anche perché non capita tutti i giorni di avere i Giochi in casa a Parigi.

Il Tour de France del 2022 è stato magnifico, per la resa di Pogacar sul Granon e i suoi successivi tentativi di recuperare
Il Tour de France del 2022 è stato magnifico, per la resa di Pogacar sul Granon e i suoi tentativi di recuperare
Negli stessi giorni si sono celebrati anche i funerali di Davide Rebellin, omaggiato dalla platea di Palazzo Madama con un minuto di silenzio. Che segno ha lasciato quest’ennesima tragedia?

E’ stato drammatico e l’Italia continua a pagare un dazio enorme. Il pensiero vola sempre anche a Michele Scarponi, che ci ha lasciato qualche anno fa. Non soltanto in Italia, ma in tutti gli altri Paesi del mondo devono fare attenzione a chi va in bicicletta. Chi va in bici, uomo o donna, non ha nessuna protezione. Mi sembra pazzesco pensare che il lunedì sera ho stretto la mano a Davide Rebellin a Monaco e tre giorni dopo lui non c’era più. Il Tour de France continuerà a lavorare affinché non si ripetano queste tragedie, per noi che porteremo sempre nel cuore il ricordo di Fabio Casartelli. C’è un messaggio che deve passare e ne abbiamo parlato di recente a Monaco con Matteo Trentin, perché bisogna far qualcosa per la sicurezza stradale. Al Tour lavoriamo molto su questo tema, mentre ai villaggi di partenza cerchiamo di lanciare un messaggio per la sicurezza quotidiana: la strada si condivide

Il giorno prima di Torino, presentazione a Bologna. Qui Bonaccini, Prudhomme e Nardella, sindaco di Firenze
Il giorno prima di Torino, presentazione a Bologna. Qui Bonaccini, Prudhomme e Nardella, sindaco di Firenze
Tour de Femmes avec Zwift: soddisfatto dei riscontri ottenuti?

E’ stato davvero magnifico avere mezzo mondo a bordo strada, l’interesse delle televisioni, la direzione formidabile di corsa da parte di Marion Rousse. Poi, una corsa spettacolare con le olandesi Annemiek Van Vleuten e Marianne Vos sugli scudi. Non è stato un rilancio soltanto per catturare audience televisiva, ma per riportare pubblico a vedere le corse dal vivo. E’ stato bellissimo vedere tante piccole bambine che si immedesimavano nelle campionesse odierne pensando: “Domani potrei esserci io al suo posto”. Proprio come è accaduto per tanti anni in Italia tutte le volte che si vedeva passare un fuoriclasse come Nibali. Chissà che ora non capiti lo stesso con Marta Cavalli come modello per le più piccine. E’ un cambiamento epocale.

Il ciclismo è in continua evoluzione. Si è parlato moltissimo dei ciclisti esplosi con Zwift come Jay Vine, due tappe vinte alla Vuelta 2022: pensieri?

Ci sono tantissimi giovani che sgomitano. Non tutti sono Coppi o Gimondi, esplosi prestissimo e capaci di vincere il Tour in giovanissima età. Ora il movimento è su scala globale e propone atleti che arrivano al top utilizzando anche metodologie differenti da quelle canoniche, come il caso di Zwift. Corridori magari nati sui rulli, ma poi dimostratisi fortissimi anche su strada: dunque, le carte si sono mescolate. Ciò è un bene e rende ancora più interessante il nostro sport.

Prudhomme ha portato in omaggio anche una maglia gialla (foto Umberto Zollo)
Prudhomme ha portato in omaggio anche una maglia gialla (foto Umberto Zollo)
Qualche suggestione per il futuro del Tour?

La corsa la fanno i corridori, per cui non è vero che dipende tutto dal percorso. Questa generazione di fenomeni, ad esempio, utilizza il percorso in maniera migliore rispetto alla precedente e questo diverte i più giovani. Tra gli utenti che hanno seguito il Tour, la seconda fascia più numerosa comprendeva i telespettatori di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Avere nuovo pubblico che segue il Tour de France per noi è una notizia splendida, grazie anche all’imprevedibilità di corridori alla Van Aert o Van der Poel. 

Come procede la lotta al doping?

La battaglia contro chi bara non riguarda soltanto il mondo dello sport. Abbiamo lavorato tantissimo con l’Uci e con le squadre, soprattutto durante la pandemia ed è stato fondamentale questo lavoro corale, perché se non l’avessimo fatto, ci sarebbero stati dei passi indietro fatali. Con il Covid ci siamo ritrovati tutti sulla stessa barca e abbiamo capito l’importanza di muoverci insieme per il bene del ciclismo.

Il test su strada. Dati più reali, ma più complesso da eseguire

25.12.2022
5 min
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Il test del lattato su strada. Il ritiro in Toscana della Green Project Bardiani Csf Faizanè ci ha concesso l’occasione per assistervi dal vivo. Ed è stata un’esperienza interessante. Un lavoro sul campo che ci ha portato nei fatti. Nel concreto.

L’ormai nota triade dello staff medico appena arrivata in Bardiani, Maurizio Vicini, Borja Martinez Gonzalez e Andrea Giorgi, ci ha mostrato come si effettua questo test.

Tra l’altro è stata un’occasione interessante quella di questo test sul campo, che viene dopo aver assistito ad un test in laboratorio 

La salita ideale

«Il test – spiega il dottor Vicini – si svolge su una salita, la cui lunghezza è di 1.930 metri. Deve essere una salita abbastanza costante e senza curve troppo strette che interrompano la pedalata. Una volta arrivati in cima preleviamo dall’orecchio dei ragazzi una quantità minima di sangue, una goccia. Si prendono i dati sia del lattato che dei suoi watt».

«A quel punto l’atleta torna giù e ripete la salita con uno sforzo maggiore. Qui partiamo da un impegno medio (2 millimoli di lattato, ndr), per fare poi degli step crescenti di 20-30 watt per salita fino a che arriva alla soglia. Soglia che individuiamo nei canonici 4 millimoli di lattato nel sangue.

«Una volta raggiunta questa soglia, gli facciamo fare un ulteriore test, un’altra salita, questa volta a tutta. In questo modo vediamo la quantità massima di acido lattico che l’atleta riesce a produrre».

Sul campo

Nel giorno in cui abbiamo assistito al test, i ragazzi erano quattro: l’americano Jared Scott, l’eritreo Henok Mulubrhan, Luca Paletti che veniva dal ritiro in azzurro con la nazionale di ciclocross, e Matteo Scalco.

Apparentemente il test è molto semplice, è un classico test incrementale, ma poi ci sono tante sfaccettare che stando sul campo possono inficiare sullo svolgimento e quindi sull’esito dello stesso test.

Due esempi molto pratici. Il ragazzo eritreo era la seconda volta che lo faceva in quanto nella precedente non aveva capito che doveva incrementare il wattaggio già alla seconda salita (problema di lingua). Il giorno del test a cui abbiamo assistito, ad un certo punto si alzato il vento e questo è stato annotato dai medici. Hanno chiesto ai ragazzi se si sentiva effettivamente (problema ambientale). Ma tutto questo fa parte della realtà.

Come per esempio è stato curioso vedere come alla seconda salita a fronte di frequenze cardiache più elevate, il lattato registrato è stato inferiore. 

«E’ un adattamento fisiologico – ci dice il dottor Giorgi – nonostante per venire qui abbiano fatto 40′ e passa minuti di riscaldamento con due piccole “puntate” al medio, succede che pedalando in salita trovino un adattamento muscolare. Ma dalla terza salita tutto si ristabilirà. Vedrete…».

Tutti e quattro sono partiti da 240 watt, per poi proseguire, come accennato, con incrementi di 20 o 30 watt nella scalata successiva. Venti o trenta a seconda dei dati raccolti dai dottori. Infatti se l’incremento di acido era molto basso la forbice passava da 20 a 30 watt. E al contrario veniva abbassata nelle ripetute finali.

Da questo test poi si estrapolano le intensità, con le quali l’atleta poi si allena ed esegue le sue tabelle. Una volta erano chiamate fondo lungo, medio, soglia, fuori soglia… Oggi Z1, Z2, Z3…

Laboratorio o strada

Ma se il vento, o come è successo un cinghiale che si è affacciato dalla strada, possono influire sull’andamento dell’atleta durante la salita e quindi sulla prestazione, perché si dovrebbe fare un test su strada? Perché non si fa in laboratorio?

«Il test in laboratorio – prosegue Vicini – è un test di partenza che serve per valutare i ragazzi e per prendere i primi dati, comunque molto importanti, per farli lavorare e anche per questo test. Ma lì si pedala su cicloergometro, da fermi. Non c’è da affrontare la componente dell’equilibrio, dell’attrito con l’asfalto e con l’aria soprattutto, manca dunque tutta quella parte di lavoro lavoro meccanico-muscolare che si ha su strada. Il test in laboratorio ci dà le condizioni fisiologiche, di potenza dell’atleta, diciamo così, il test più corretto è quello su strada.

«In laboratorio di solito si ha un vantaggio. Con variazioni che oscillano dal 5% al 20% di watt in più». 

Una differenza pero, ci ha detto il dottor Giorgi che varia anche in base alla tipologia di test che si fa e di cicloergometro che si usa in laboratorio.

Da segnalare che una volta raccolti i dati, prima di darli agli atleti e renderli definitivi, questi vengono rivisti, “aggiustati”. Il vento, gli incrementi troppo rapidi o troppo bassi… I medici rendono precisi i dati finali. Ma si tratta davvero di aggiustamenti minimi, magari di un battito o due alla soglia o di poche unità di watt.

Covi, il coraggio di essere normale e un messaggio a Bennati

25.12.2022
6 min
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Il giorno dopo il Giro avrebbe affrontato il Fedaia. L’ultima volta che eravamo saliti lassù con una corsa era stato nel 2019 col Giro d’Italia U23. Quel giorno, Alessandro Covi affrontò la salita finale stretto nella morsa dei colombiani. Era secondo in classifica, concluse quarto, respinto dai loro attacchi. Perciò avendolo visto al villaggio di partenza, gli dicemmo convinti che il giorno dopo si sarebbe preso la rivincita. Lui ricambiò lo sguardo e allontanò il pronostico, salvo andare in fuga il giorno dopo e vincere la tappa (foto di apertura).

«Quel giorno – sorride – mi hanno rincorso e incoraggiato tutti gli italiani. Mi ricordo che quando passavo in mezzo alla folla, guardavo il computerino e mi aumentavano i watt. Sessanta in più ogni volta e non vedevo l’ora di capitare in un’altra bolla di folla per aumentare il vantaggio su quello dietro. E’ stato come in un film: da quando mi sono svegliato a quando sono andato a letto. Proprio me lo ricorderò per sempre. Non è stata la mia prima vittoria, ma forse dentro di me è stata la prima vera».

Abbiamo incontrato Covi a Benidorm al ritiro del UAE Team Emirates
Abbiamo incontrato Covi a Benidorm al ritiro del UAE Team Emirates
Dice Ulissi che siete spesso in camera assieme e gli chiedi consiglio…

Mi sono sentito spesso come i neoprofessionisti di una volta. Ormai sono passato da tre anni, ma ho sempre chiesto consiglio ai più esperti e anche grazie a questo sono riuscito a raggiungere qualche risultato. Non sono come tanti giovani che arrivano e spaccano tutto, sono uno di quelli che ha bisogno di tempo. Sto migliorando ogni anno e attendo di fare un altro salto. La squadra ha fiducia in me e quindi cercherò di ripagarla.

Hai capito che corridore diventerai?

Non sarò mai un corridore per corse a tappe. Mi trovo bene nelle gare un po’ mosse e penso di essere abbastanza simile a Diego, di cui abbiamo appena parlato. Anche per questo gli chiedo più consigli possibile, perché abbiamo più o meno le stesse caratteristiche e mi potrà essere molto utile per il presente e per il futuro.

Ulissi è per Covi un bel riferimento per la sua esperienza e per caratteristiche simili
Ulissi è per Covi un bel riferimento per la sua esperienza e per caratteristiche simili
Come è cambiata la vita fra il primo e il terzo anno da pro’?

Prima era più un gioco che un lavoro e ancora adesso resta una passione. Cosa è cambiato? Qualche sacrificio in più sul mangiare e sull’allenamento. Però alla fine sono cose che ti vengono naturali, perché se poi vai alla corsa e sei indietro di condizione, fai più fatica. Quindi è meglio fare di più la vita da corridore a casa, per arrivare pronto alle corse.

Una vita tanto dura?

Alla fine è il nostro sport e sono cose che ti vengono naturali. Facciamo i training camp, in cui sei seguito da tanti esperti. Così quando torni a casa, cerchi di seguire il più possibile la linea e viene tutto da sé. Poi iniziano le corse e sei di nuovo seguito dagli esperti, quindi torni a casa per 3-4 giorni ed è tutta una ruota che gira. Quando entri in questo loop, è tutto più facile. Nei dilettanti, non ci sono tante persone dietro alla squadra e sei più libero di fare ciò che vuoi.

Alla vigilia dell’allenamento. Covi è del 1998 ed è pro’ dal 2020
Alla vigilia dell’allenamento. Covi è del 1998 ed è pro’ dal 2020
Un po’ quello che hai consigliato a Romele?

A Romele ho detto di non bruciare le tappe fra i dilettanti. Secondo me fra i 18 e i 20 anni c’è bisogno di fare altro, anche di godersi un po’ la vita, perché sono gli anni migliori. Non devi lavorare, quindi puoi permetterti qualche svago, sempre rimanendo concentrato su quello che ti piace. Perché poi, quando passi, inizia un lavoro e devi fare tutto al 100 per cento. Io ho seguito questo percorso e non mi è mai pesato 

Finito il tempo dello svago?

C’e un tempo per ogni cosa. La cosa più faticosa forse è tenere la testa, ma dipende da come la vivi. Se lo fai in maniera tranquilla, allora non ti pesa. Se invece fai tutto all’estremo, può darsi che con gli anni ti renda conto di non aver avuto una vita. Fare questo sport per lavoro è una fortuna. Io ho trovato il mio equilibrio e per ora mi ha dato i risultati.

Firmando autografi a Monaco, prima della partenza di Beking 2022
Firmando autografi a Monaco, prima della partenza di Beking 2022
La vittoria è la conferma del buon lavoro svolto?

Nel 2021 ci ero sempre arrivato vicino e mi scocciava non aver mai gioito. Poi è arrivato il 2022 e ne ho vinte tre. Questo mi ha reso più consapevole. La vittoria al Giro è stata stupenda. Vincere una gara WorldTour è importante perché capisci che puoi ambire a successi nel livello top del ciclismo.

Avevi già vinto in Spagna…

Quelle due vittorie sono venute all’improvviso, perché non pensavo di essere in condizione. Invece forse ero nel momento di miglior condizione dell’anno e avrei potuto vincere qualunque corsa. Quando non te l’aspetti, non ti cambia più di tanto. Invece la vittoria al Giro la cercavo. E averla raggiunta mi ha fatto capire che se lavori per gli obiettivi, puoi arrivarci.

L’ultimo mondiale di Covi risale al 2019 fra gli U23, qui con Dainese. La maglia iridata andò a Battistella
L’ultimo mondiale di Covi risale al 2019 fra gli U23, qui con Dainese. La maglia iridata andò a Battistella
Che cosa ti aspetti dalla prossima stagione?

Un’annata in cui avrò i miei spazi. Partirò già dall’Australia e poi ripeterò il calendario dell’anno scorso, puntando a fare più vittorie nelle gare in cui avrò spazio. Spero solo di non avere intoppi di salute.

Qual è stato il giorno in cui ti sei divertito di più in bici quest’anno?

Al Lombardia, anche se ho faticato tanto. Sono stato davanti al gruppo dal primo chilometro fin sotto il Ghisallo, quindi per 200 chilometri. Ho gestito la fuga, ma non è stato stressante, perché sapevo che il mio lavoro finiva in quel punto e poi sarebbe entrata in azione la squadra. Andavo forte, quindi è stato tutto più bello. 

Covi racconta che il Lombardia, in fuga fino al Ghisallo, è stata la corsa in cui si è più divertito
Covi racconta che il Lombardia, in fuga fino al Ghisallo, è stata la corsa in cui si è più divertito
Si è parlato di te a proposito del ciclocross.

Mi piace tanto. Seguo le gare in televisione, ho tanti amici nel cross e scherzando ci diciamo di tornare a fare qualche garetta. Però è difficile riuscire a organizzarsi. Magari prima o poi proverò a chiedere alla squadra, però solo se capirò di essere competitivo, altrimenti sarebbe inutile. Non andrei mai per fare figuracce. Ora come ora puntiamo alla strada.

Uno come te, cresciuto sul Muro di Taino e con l’amore per il cross, non avrebbe il diritto di provare il Giro delle Fiandre?

Il Tainenberg… (sorride, ndr). Il Fiandre non lo farò neanche quest’anno, però è una delle gare che mi piace di più. Anche guardandolo in televisione, mi ha sempre emozionato e spero nel futuro di poterlo fare, perché mi si addice davvero tanto. Allo stesso modo mi piacerebbe fare il mondiale, quindi proverò a cambiare qualcosa per arrivarci in buona condizione. Ci sarà gente che esce dal Tour e non sarà facile, però è uno dei miei obiettivi principali. Sono già tre anni che non vesto l’azzurro, l’ultima volta ero dilettante. Per un italiano, quella è la maglia più bella.

La scomparsa di Adorni. Fino all’ultimo uno di noi

24.12.2022
5 min
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Ci sono vittorie che restano stampate nella memoria in maniera indelebile. Immagini che ti porti dietro da quando eri ancora giovanissimo. La vittoria di Vittorio Adorni a Imola ’68 è una di queste. Immagini Rai di un corridore che si avvicina al traguardo senza neanche spingere, cosciente che il più era fatto, sicuro di stare vivendo il suo momento clou, che vale un’intera carriera. Immagini – e usiamo ancora lo stesso termine volutamente – quasi offuscate, come se una leggera nebbia le contornasse. Succede quando qualcosa si ammanta di leggenda.

Vittorio Adorni, che ci ha lasciato a 85 anni, è stato professionista dal 1961 al ’70. Ha mollato il professionismo abbastanza presto, dopo una carriera con pochi risultati di spicco, ma di quelli che ti spediscono di diritto nella storia. Non solo il mondiale, ma anche il Giro d’Italia del 1965, il suo anno migliore, nel quale aveva anche sfiorato la vittoria sia alla Milano-Sanremo, sia alla Liegi-Bastogne-Liegi (tre podi di fila dal 1963 senza mai trovare il guizzo decisivo). Alla fine portò comunque a casa 42 vittorie: quanti possono ancora oggi dire lo stesso?

L’arrivo solitario di Adorni a Imola, ai Mondiali del ’68 dopo una fuga infinita
L’arrivo solitario di Adorni a Imola, ai Mondiali del ’68 dopo una fuga infinita

Corridore e poi commentatore

La storia di Adorni però non finì con la chiusura della carriera agonistica, anzi. Dopo alcuni anni come direttore sportivo, il parmense si affermò come commentatore televisivo tra i più arguti, elegante anche quando entrava in polemica. Un autentico signore, che non ha mai fatto mancare all’interlocutore gentilezza mista a una profonda conoscenza della materia ciclistica, che non è mai venuta meno.

La recente scomparsa di Ercole Baldini lo aveva profondamente toccato e a questa è legato un ricordo recente. Per commentare la figura dell’olimpionico di Melbourne ’56 avevamo pensato proprio ad Adorni, che gli era profondamente legato avendolo avuto sia per capitano in corsa, sia per direttore sportivo. La salute era già molto cagionevole, ma dopo qualche giorno Adorni ha risposto.

Tantissime le interviste e le presenze in Tv. Adorni è stato anche Assessore allo Sport
Tantissime le interviste e le presenze in Tv. Adorni è stato anche Assessore allo Sport

Il dolore per Baldini

Voce malferma, ma mente ancora lucidissima, in quei pochi minuti l’ex campione aveva dato libero flusso ai ricordi: il timore reverenziale quando si trovò nella stessa squadra con il campione romagnolo. La confidenza che piano piano univa due caratteri molto aperti, anche se diversi. Il connubio fra il corridore e il direttore sportivo che, prima di tutto, erano amici. Non è sempre facile trovare la giusta alchimia, ma Adorni ricordava bene come Baldini fosse un diesse prodigo di consigli, mai severo, ma comunque attento e perfettamente in linea con il suo ruolo. Come a dire: amici sì, ma io sono il dirigente e tu il corridore, lavoriamo insieme per il massimo risultato.

Adorni non ci aveva voluto far mancare la sua disponibilità, anche se la sua salute stava rapidamente peggiorando. Proprio la scomparsa di Baldini lo aveva toccato profondamente, pochi d’altronde erano gli anni che li separavano. Con il parmense se ne va un altro pezzo di un’epoca d’oro del ciclismo, quella immediatamente successiva ai campioni a cavallo della Guerra e che avevano contraddistinto gli anni Cinquanta. Il parmense era l’espressione di quella nuova generazione che, a ben guardare, era ugualmente ricca di campioni e anche di storie capaci di far sognare. Lui come Gimondi, come Merckx con il quale condivise anche le prime esperienze del belga da pro’, accorgendosi subito che era qualcosa di diverso da tutti gli altri, qualcosa di mai visto.

Il parmense in maglia rosa al Giro 1965. Nello stesso anno Gimondi, compagno di team, vincerà il Tour
Il parmense in maglia rosa al Giro 1965. Nello stesso anno Gimondi, compagno di team, vincerà il Tour

Idolo del suo tempo

Forse anche per il suo sguardo sorridente e allo stesso tempo affascinante, per la sua capacità anche di vivere la ribalta televisiva nelle interviste, Adorni è rimasto impresso nella storia del ciclismo italiano pur senza dover snocciolare un curriculum di successi infinito. Tanti ragazzi ai suoi tempi erano diventati suoi tifosi e lo consideravano un grande: quel titolo mondiale sulle strade di Imola, neanche tanto lontano da casa, con tanta gente ad applaudirlo e osannarlo vedendolo vestire la maglia iridata, sembrò quasi il giusto premio per le sue capacità. Era un campione del mondo più che degno.

La televisione era quasi la sua seconda casa. Fece anche il conduttore di un telequiz, tra l’altro nello stesso anno del suo titolo mondiale, sulla giovanissima Seconda Rete, l’odierna Rai 2. Non si contano neanche le sue ospitate al Processo alla Tappa, nel quale non faceva mai mancare giudizi magari anche al vetriolo, quando serviva, anche se era difficile poi mettersi a litigare e creare le veementi discussioni di tanti talk show contemporanei, troppa la sua eleganza e la sua competenza.

La maglia iridata vestita nel 1969. L’emiliano chiuderà l’anno successivo la sua carriera
La maglia iridata vestita nel 1969. L’emiliano chiuderà l’anno successivo la sua carriera

Il suo valore nel ciclismo italiano

Quella competenza che si sentiva anche qualche giorno fa, parlando di Baldini. Ripensare a quelle parole, spesso ripetute per marcare il concetto, suona quasi come un suo epitaffio. «Il suo valore nel ciclismo italiano è stato forse sottovalutato perché non ha vinto tantissimo, ma come qualità delle sue vittorie in pochissimi sono in grado di stargli al passo». In fin dei conti, questo concetto si attaglia anche alla sua figura come un vestito su misura…

Notizia bomba: rinasce con Scotti il Giro delle Regioni

24.12.2022
5 min
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Dopo il gran finale del Giro d’Italia di ciclocross a Gallipoli, Fausto Scotti è già proiettato verso il futuro e si tratta di un futuro denso di prospettive, perché l’ex cittì della nazionale italiana ha tirato fuori dal cassetto un grande progetto: la rinascita del Giro delle Regioni.

Va chiarito subito: rispetto alla creatura del compianto Eugenio Bomboni, la corsa a tappe che portava in Italia tutti i migliori talenti del dilettantismo mondiale, i punti in comune, salvo il nome, sono pochissimi. L’idea di Scotti va molto più in là, arrivando a toccare tutte le discipline ciclistiche e coinvolgendo addirittura altre discipline sportive in una sinergia che, in un futuro abbastanza prossimo, vada addirittura a solleticare un mondo tanto fondamentale per la pratica sportiva quanto purtroppo attualmente lontano da essa: la scuola.

Il Giro delle Regioni avrà vita diversa dal Giro d’Italia, che ha già chiuso l’edizione 2022 (foto Paletti)
Il Giro delle Regioni avrà vita diversa dal Giro d’Italia, che ha già chiuso l’edizione 2022 (foto Paletti)

La spiegazione del progetto è abbastanza complessa. Scotti prende spunto proprio dal ciclocross perché sarà la prima delle discipline coinvolte: «Intanto abbiamo brevettato l’idea, era un passo necessario perché non ci venisse copiata e già in questa stagione lanceremo una sorta di sua sperimentazione attraverso le altre due gare nazionali da noi organizzate, le prove di Noci (BA) disputata ieri e di Roma, il Memorial Scotti che torna finalmente a Capannelle l’8 gennaio».

Non c’è il rischio di un doppione del Giro d’Italia?

Il Giro vive di luce propria e andrà avanti per la sua strada, ha una propria formula consolidata negli anni. L’idea del Giro delle Regioni nel ciclocross ha basi diverse, dev’essere qualcosa che funzioni come rilancio di sport e turismo insieme e che coinvolga anche altre realtà sportive. Negli anni, girando per trovare località per il Giro, sono entrato in contatto con molti sindaci e presidenti regionali tutti alla ricerca di iniziative rivolte alla comunità. Ho pensato a un progetto, ma doveva essere molto di più rispetto a quanto fatto finora. Ho contattato consiglieri federali di altri sport, ho anche parlato con Abodi prima che diventasse Ministro dello Sport e ho dato forma all’idea di costruire un contenitore aperto anche ad altre discipline sportive.

L’ippodromo romano delle Capannelle ospiterà la seconda tappa, domenica 8 gennaio
L’ippodromo romano delle Capannelle ospiterà la seconda tappa, domenica 8 gennaio
In che forma?

La mia idea è che ogni tappa del Giro delle Regioni debba coinvolgere varie discipline. Faccio un esempio: se organizziamo alla domenica il ciclocross, perché non abbinare al sabato una corsa campestre, dando così linfa anche a quel movimento? L’atletica sta vivendo un grande periodo di rinascita, ma nel cross, soprattutto in ambito nazionale, c’è ancora bisogno di sostenere l’attività. Possiamo farlo insieme e altre discipline possono abbinarsi con loro iniziative. Ogni gara diverrà una sorta di festival sportivo aperto a tutti.

Sarà già in questa forma il Giro che prenderà vita?

Non ci sarebbe il tempo materiale. Intanto iniziamo mettendo un punto fermo, ricordando ad esempio che Capannelle ha una grande tradizione anche nell’atletica, avendo ospitato campionati italiani e addirittura un mondiale negli anni Ottanta. Saranno due tappe sperimentali, per far vedere che siamo già operativi e che il cammino è stato intrapreso: avremo classifiche, maglie da assegnare come in ogni challenge, ma l’idea va molto oltre di essa.

Il logo del Giro delle Regioni, un marchio che dovrebbe comprendere varie discipline
Il logo del Giro delle Regioni, un marchio che dovrebbe comprendere varie discipline
Si tratta di sforzi organizzativi non da poco…

Infatti un principio alla base del Giro, per qualsiasi disciplina sia coinvolta, è che si deve lavorare in sinergia tra varie società. Unire ciclocross e atletica significa unire realtà organizzative diverse ma con tanto in comune, significa ammortizzare molte spese, significa anche coinvolgere più sponsor e soprattutto smuovere varie zone del Paese.

Veniamo alla strada…

Il Giro delle Regioni su strada ha una storia prestigiosa, Bomboni lo conoscevo bene, ha lavorato molto anche con mio padre – spiega Scotti – Ripetere la sua esperienza non è possibile perché – e lo abbiamo verificato direttamente – i costi per una gara a tappe sono insostenibili. E’ invece più fattibile allestire una challenge che colleghi 4-5 classiche nazionali, ad esempio fra gli junior. Anche in questo caso però bisogna pensare a sinergie da mettere in atto, con gare podistiche su strada ma anche con altre discipline sportive e soprattutto bisogna incentivare l’attività giovanile, quindi prevedendo iniziative per i più piccoli. Un’idea che sarebbe interessante mettere in pratica sarebbe ad esempio collegare queste classiche mettendo come premio borse di studio, magari coinvolgendo Poste Italiane o una banca.

Enrico Battaglin, ultimo vincitore del Giro delle Regioni nell’ormai lontano 2010
Enrico Battaglin, ultimo vincitore del Giro delle Regioni nell’ormai lontano 2010
Hai parlato di un progetto che deve coinvolgere anche le scuole…

Bisogna smuovere l’attività nei plessi scolastici, collegandoli alle società sportive, facendo svolgere iniziative che li mettano in sana competizione. Parlando con Abodi è tornata alla luce l’idea dei Giochi della Gioventù che è stata la base del boom sportivo italiano. Rimettiamoli in gioco, partendo però dalle basi, iniziando con manifestazioni locali, che in questo modo uniscano anche i più piccoli e coloro che stanno diventando o sono già diventati campioni. Sempre unendo le forze e pensando anche a coinvolgere la Tv, ma non in diretta. Meglio una differita intera e ben confezionata, capace di coinvolgere di più.

Zanetti, la nuova vita inizia in Catalogna alla Zaaf

24.12.2022
5 min
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Un mese a Begur, a pochi chilometri da Girona, sul mare della Catalogna. Un mese per iniziare ad ambientarsi in quella che sarà la sede della sua nuova squadra. Emanuela Zanetti ha scelto di correre all’estero accettando la proposta della Zaaf Cycling Team, che per il 2023 ha preso la licenza UCI continental.

Le tre stagioni trascorse nella Isolmant-Premac-Vittoria per la ventiduenne velocista di Nuvolento sono stati gli step indispensabili per affacciarsi nel mondo delle grandi. In particolare nell’ultima annata Zanetti ha saputo alzare il proprio livello, acquisendo quella maggiore consapevolezza per poter provare a confrontarsi fuori dall’Italia. Ci siamo fatti raccontare come si sta preparando alla nuova esperienza nella formazione intitolata a Abdel-Kader Zaaf, un corridore franco-algerino che corse il Tour de France 1950, diventandone una leggenda per un curioso episodio mentre era in fuga con un connazionale.

Emanuela come sono stati i tuoi ultimi trenta giorni?

E’ stata la mia prima vera volta lontana da casa per così tanto tempo. Quel mese l’ho sfruttato per allenarmi in compagnia, godere di un buon clima, vedere belle zone e conoscere la mia nuova squadra. Sono stata in uno dei loro alloggi e l’ho condiviso per quasi tutto il periodo con le mie compagne Debora Silvestri e Nikola Noskova. Non ho incontrato particolari difficoltà. Siamo state brave a trovare subito sintonia per fare anche i cosiddetti mestieri per tenere in ordine la casa. Non avevamo l’auto ma c’era sempre una persona dello staff che ci aiutava per fare la spesa o che ci portava dal meccanico o nel nostro magazzino.

Quando è nato il contatto con la Zaaf e perché hai deciso di correre con loro?

A fine agosto ho saputo del loro interessamento e che mi avevano seguito durante tutto il 2022. Quando me lo hanno detto ero chiaramente lusingata. Ho colto l’occasione perché volevo mettermi alla prova al di fuori del calendario italiano. Volevo fare un passo in avanti non solo dal punto di vista agonistico ma anche umano. Sarà un cambio di vita importante, ma mi sento pronta per affrontarlo.

Audrey Cordon Ragot ha vinto 2 titoli francesi in linea e 6 a crono
Audrey Cordon Ragot ha vinto 2 titoli francesi in linea e 6 a crono
Cosa sai della tua nuova squadra?

Il responsabile è Manel Lacambra, che ci farà anche da diesse. Lui è nell’ambiente femminile da tanto tempo (nel 2018 ha guidato Giorgia Bronzini alla Cylance Pro Cycling, ndr) ed è stato anche in Italia con qualche squadra. So che avremo le bici Enve, la stessa azienda che produce le ruote per la Eolo-Kometa mentre l’abbigliamento ce lo farà Alè. Saremo quindici atlete con nomi importanti. Cordon-Ragot è senza dubbio la più importante (venti vittorie in carriera e per 9 anni compagna fidata di Longo Borghini, ndr). Considerando che è un team nuovo e più piccolo rispetto ad altri, potremmo essere come la Isolmant, con la stessa filosofia.

Proprio con la Isolmant hai fatto un buon 2022…

Direi che è stata la mia miglior annata in assoluto. Ho conquistato tre vittorie e tanti altri piazzamenti. Già a marzo ho visto che a marzo arrivavano i primi risultati. Significa che il lavoro invernale aveva dato i suoi frutti. Mi è spiaciuto aver interrotto la stagione a fine agosto per una caduta in allenamento. Mi sono lussata la clavicola e ho dovuto saltare i campionati italiani in pista, dove puntavo a fare buoni piazzamenti visto l’alto livello. Però il momento top della stagione, che vale come un successo, è stato un altro…

Emanuela ha sorriso al Giro Donne. Il nono posto in volata a Reggio Emilia vale come un successo (foto Ossola)
Emanuela ha sorriso al Giro Donne. Il nono posto in volata a Reggio Emilia vale come un successo (foto Ossola)
Quale?

Il nono posto in volata nella tappa di Reggio Emilia al Giro Donne. Se ricordate il finale convulso con una maxi caduta al triangolo rosso, la curva secca a sinistra a 200 metri dal traguardo in leggera salita e l’ordine d’arrivo potete capire la mia soddisfazione. Ricordo che mentre sprintavo a tutta stavo pensando “cosa ci faccio qui in mezzo che fino al 2021 sognavo di lottare per un piazzamento”? Avevo una buona condizione ma non pensavo di fare un risultato simile, per me è stato un punto di partenza.

Cosa ti lasciano gli anni con la Isolmant?

Tanta crescita. Ho imparato dagli errori. E per questo sono grata a Giovanni (Fidanza, il team manager, ndr) per avermi insegnato tanto, direi quasi tutto. Lui prende sempre ragazze promettenti e mattone dopo mattone costruisce le fondamenta delle sue atlete. Queste tre stagioni però mi lasciano anche tanti ricordi con le mie compagne. Quest’anno mi hanno aiutata tanto nelle mie vittorie. Sono stata proprio bene con loro e chiaramente siamo ancora in contatto.

Scapola lussata. Zanetti ha finito in anticipo il 2022 per una caduta in allenamento a fine agosto (foto Ossola)
Scapola lussata. Zanetti ha finito in anticipo il 2022 per una caduta in allenamento a fine agosto (foto Ossola)
E’ uscito una bozza di calendario della Zaaf. Che obiettivi si è prefissata Emanuela Zanetti?

Ancora non abbiamo parlato di quale ruolo avrò ma mi basta correre e accumulare esperienza internazionale. Voglio conoscere meglio me stessa. Magari scopro di essere passista anziché solo velocista. Inizierò il 2023 con le gare in Spagna poi mi piacerebbe correre in Belgio e vedere come sono le gare lassù. Ma la gara dei miei sogni, anche perché l’ha vinta il mio conterraneo e idolo Sonny Colbrelli, è la Parigi-Roubaix. La sento adatta alle mie caratteristiche, spero che ci arrivi l’invito per partecipare.

Battistella lancia la rivincita italiana: svolta nel 2023

24.12.2022
6 min
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Battistella ha ancora i capelli biondi. Aveva deciso di tornare al suo colore naturale, ma la nonna gli ha detto che stava bene e per non contraddirla, li ha mantenuti. Se i punti derivanti dai piazzamenti in gara fanno in qualche modo testo, la sua progressione rispetto al 2021 è stata netta, anche se è mancata la vittoria. Nella stagione di rincorsa, fatta anche del ritorno a casa a poche ore dall’inizio del Tour per un tampone positivo, non sono mancate le occasioni per vincere e forse quella che più brucia è il terzo posto al campionato italiano. I podi in tutto sono stati quattro, le cose buone fatte vedere nelle gare WorldTour restano. E la convocazione per i mondiali è stata una bella ciliegina sulla torta.

Terzo nella volata che valeva il tricolore: questo forse il rammarico maggiore del 2022 di Battistella
Terzo nella volata che valeva il tricolore: questo forse il rammarico maggiore del 2022 di Battistella

Perciò avendolo incontrato nel ritiro di Altea della Astana Qazaqstan Team, la sua voglia di prendersi gli arretrati fa pensare a un 2023 di altissimo livello, che lo vedrà tornare a marzo sulle strade italiane per poi puntare forte sulle Ardenne.

«Sì, penso che nel 2023 se tutto va come deve andare e senza incidenti o Covid – dice – vincere è il mio obiettivo. Anche le gare che non ho vinto quest’anno. Io sono fatto così. Sto cercando di limare tutto quello che posso proprio per iniziare a vincere. Per me e per la squadra. La Astana mi dà fiducia e la fiducia diventa una responsabilità che voglio onorare».

I criterium in Oriente sono stati le vacanze di Battistella (con la mascherina), qui con Antonio Nibali
Che cosa significa limare?

Quest’anno sto lavorando molto di più sull’alimentazione, in allenamento e in gara. L’obiettivo è arrivare a un peso minimo, sempre però avendo forza. Rispetto all’anno scorso mi sono presentato al primo ritiro con lo stesso peso che avevo a gennaio. Sto cercando di fare le cose con calma, non voglio essere magro e svuotato, insomma. Poi sto cambiando qualcosa anche negli allenamenti, per cercare di arrivare alle classiche e alle gare più lunghe con una base migliore.

Come si fa?

Lavoro a intensità diverse e faccio anche più volume, più distanza. Sto cercando di abituarmi al tipo di corse in cui voglio far bene. Abbiamo incrementato i carichi rispetto allo scorso anno, perché nel frattempo è passato un anno e il corpo è cresciuto. Ho fatto un altro grande Giro che sicuramente mi ha fatto maturare ulteriormente.

Si nota la differenza?

Personalmente, dal primo Giro d’Italia ho sentita. E anche dopo la Vuelta, quest’anno, l’ho sentito ulteriormente. Ovviamente si arriverà un limite, non è che andrà avanti sempre così, però sicuramente per gli atleti giovani fare un grande Giro di anno in anno ti aiuta a crescere.

Dopo il Giro 2021, nel 2022 Battistella ha provato la Vuelta. Prosegue il processo di crescita
Dopo il Giro 2021, nel 2022 Battistella ha provato la Vuelta. Prosegue il processo di crescita
Punterai forte sulla primavera?

Il mio programma è incentrato sulle Ardenne. Partirò abbastanza presto, con la Valenciana e poi la Ruta del Sol. Quest’anno invece della Parigi-Nizza, farò Strade Bianche, Tirreno e Milano-Sanremo. E poi ci sarà ovviamente la preparazione alle classiche e al Tour. L’anno scorso non sono riuscito a farlo, quindi ci riproviamo. La cosa vantaggiosa è che dopo il Tour, due settimane dopo, ci saranno i mondiali. Quindi nell’eventualità di essere convocato, avrò la forma del Tour.

Wollongong è stato il ritorno ai mondiali dopo quello vinto nel 2019 da U23: che esperienza è stata?

Bella. Un po’ difficile perché siamo andati là dieci giorni prima, quindi si è trattato di tenere la grinta alta per tanto tempo, allenarsi e fare tutte le cose nel modo giusto. Però penso che abbiamo dimostrato di esserci riusciti. Siamo partiti come la nazionale più sfigata, passatemi il termine, e alla fine abbiamo quasi fatto medaglia con Rota e preso il quinto posto con Trentin. Abbiamo corso bene.

Secondo Elisa Balsamo il percorso è stato sottovalutato, sei d’accordo?

Sicuramente era selettivo. Siamo partiti a tutta perché la Francia ha fatto forte la prima salita e quella era l’incognita della gara. E’ stata tirata fin dall’inizio, quindi alla fine è diventato un percorso a esclusione. Anche perché erano 270 chilometri e quello strappo giro dopo giro ha tagliato le gambe.

Battistella ai mondiali di Wollongong, tre anni dopo averli vinti da U23: una buona prova
Battistella ai mondiali di Wollongong, tre anni dopo averli vinti da U23: una buona prova
Non c’è più Lopez, come si fa senza un leader per i Giri?

Può essere sì un lato negativo, ma cerchiamo di trovare anche il positivo. Ad esempio quando sono andato al Giro e anche alla Vuelta, si andava a caccia di tappe, ma avevo sempre il pensiero del leader dietro, quindi si correva sempre un po’ al risparmio. Adesso magari non è un bene non avere nessuno per la classifica, però saremo più liberi di fare le nostre tappe.

Ti hanno mai proposto di pensare alla classifica di un Giro?

Nelle gare di tre settimane, ho visto che non sono in grado di tenere duro. Può essere che se miglioro ancora un po’ in salita ci si possa fare un pensiero. Ma al momento si tratterebbe di perdere troppo peso per stare al passo con gli scalatori e non so francamente se ne valga la pena.

Sei tra i giovani italiani attesi a un segnale, cosa ti senti di dire?

Sicuramente le critiche vengono perché non ci sono risultati, però alla fine non siamo macchine. La stagione è lunga e difficile e possono capitare tante cose. Non è matematica e se anche un corridore ha valori buoni, può capitare che non faccia risultato. Moscon è stato l’esempio più evidente. A dicembre stava bene, poi ha avuto quel batterio nel sangue che l’ha messo fuori tutta la stagione. Io ho avuto delle brutte cadute e il Covid prima degli appuntamenti importanti. Al Tour c’ero arrivato davvero bene. Però se tutto va come deve andare, secondo me l’anno prossimo daremo una bella inversione.

Prima del via del mondiale, Battistella accanto a Trentin. Davanti c’è Conci
Trentin e Battistella, prima del via del mondiale di Wollongong
Come si vive il rapporto col Covid?

Siamo molto meno in ansia rispetto al 2020 e al 2021. La verità è che ci si può fare poco. In due anni sono sempre stato attento. Anche prima del Tour, mi sono praticamente rinchiuso. Non dico che sia destino a prenderlo, ma prima o poi tocca a tutti. Quindi lo stiamo vivendo con più fatalismo. Ovviamente si sta attenti, si evitano posti dove c’è tanta gente. Però ad esempio i viaggi sono la cosa più pericolosa, perché in aeroporto non si sa mai. Penso che indossando le mascherine, si possa essere tutelati. E tutti noi lo facciamo negli aeroporti e nei luoghi pubblici.

Hai aiutato tuo padre in azienda quest’anno?

Ho lavorato quando è finita la stagione, perché mio papà non riusciva a trovare operai e aveva del lavoro da smaltire (l’azienda di famiglia produce macchine per stirare, ndr). Quindi il mio è stato un periodo di riposo per metà lavorativo. Non ho fatto vacanze, sono rimasto a casa. Ho fatto il Criterium di Singapore e Tokyo, prendendoli come vacanza. Poi, tornando da Tokyo, mi sono fermato quattro giorni a Dubai con la fidanzata che era lì per lavoro quindi ci siamo incrociati. In totale saranno stati 20 giorni di stacco. E poi per il resto sono sempre andato in bici. Ci tengo davvero a fare un grande 2023