Bastianelli, un treno sotto l’albero per chiudere alla grande

24.12.2022
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Marta Bastianelli si muove con sicurezza nella hall dell’hotel in cui era in ritiro con la sua squadra a Lido di Camaiore. Anche in gesti comuni, normali… si nota una certa sicurezza, una certa personalità in lei. Lo si vede da come parla con i tecnici, da come gestisce le interviste, come s’interfaccia con le altre ragazze. C’è una sicurezza in Marta che ti cattura e che è impossibile non notare.

L’atleta della  UAE Adq, sta per iniziare la sua 18ª e ultima stagione da professionista. La Bastianelli ne ha viste di ere del ciclismo, ciononostante è determinata come sempre. E in breve, come vedremo, il discorso scivola su temi tecnici, tanto è “sul pezzo” Marta. Una cosa però è sicura: Babbo Natale le ha portato un nuovo treno… e non è un trenino giocattolo! E’una grossa bella sfida su cui mettere le mani.

Marta Bastianelli con il diesse Davide Arzeni, entrambi sono esperti in materia di treni e volate. Ci faranno divertire…
Marta Bastianelli con il diesse Davide Arzeni, entrambi sono esperti in materia di treni e volate. Ci faranno divertire…

Marta, quindi confermi: si chiude in questa stagione? Nessun ritorno sui tuoi passi…

Assolutamente basta. Fine. Stop. Il Giro d’Italia donne sarà l’ultima gara. Massima professionalità sino a quel punto, ma poi basta!

C’è un grande rinnovamento alla UAE Adq, molte giovani e molte nuove atlete: avrai anche il famoso ruolo della chioccia? Ammesso che questo ruolo oggi valga ancora…

Beh, se loro vogliono fare bene gli conviene ottenere anche delle buone informazioni da chi ha più esperienza. Magari è vero anche che oggi le giovani si sentono subito arrivate dal punto di vista del sapere o sono molto avanti rispetto ai tempi nostri, però non è sempre una cosa buona. Devono prendere spunto e conoscenze delle altre. Magari su come ci si gestisce in corsa, perché non servono soltanto le gambe, ma soprattutto l’esperienza. Come si gestiscono dei momenti di panico, situazioni di gara nervose… ci sono diverse cose da tenere in considerazione per una vittoria importante.

In chi ti rivedi di più tra le giovani di questa squadra?

Forse più nella Persico, per la sua voglia di fare, per il suo carattere, per lo stare sempre concentrata. Forse lei ha un po’ troppo carattere! A volte bisogna anche tenere un po’ le ali basse, perché qui prendi schiaffi a destra e a sinistra senza accorgertene. Però Silvia è secondo me un’atleta che può fare tanto.

Beh, avremmo detto la Consonni, viste le caratteristiche tecniche…

Chiara ha un carattere totalmente diverso. Lei è molto più estroversa, più festaiola. Io ero più pacata, tranquilla, però sapevo già cosa volevo. A Chiara viene già molto più facile il risultato con il “motore” che ha. Può fare davvero tanta strada. Poi sì, per caratteristiche fisiche, mi rivedo più nella Consonni, siamo parecchio simili: due velociste. Però a livello di carattere mi riconsoco più nella Persico: sin da piccole sia lei che io sapevamo già cosa volevamo.

Parlando con le altre, e anche con la stessa Consonni, è emerso il discorso del treno: sarai tu l’ultima donna per lei in volata o viceversa? 

Lo vedremo strada facendo, anche negli allenamenti invernali che faremo insieme. Cercheremo di capire. Certe cose si provano in allenamento. E’ un po’ come andare a scuola guida: se non fai le guide, non passi l’esame. E la stessa cosa vale per le volate. E’ importante farle insieme… quando si può, perché poi non abbiamo neanche tutto questo tempo. Abbiamo solo i ritiri per farle.

Ci fai un esempio concreto di come si prova un treno in allenamento?

Si provano vari tipi di treni, con i vari posizionamenti. Posizioni che sono dettate in linea di massima dalle caratteristiche, che già si conoscono, delle atlete. Dalle più lente alle più veloci e scaltre. E poi serve anche fiducia. Chiara ha sempre lavorato con un gruppo di persone diverso, ma affiatato. Alcune di loro sono nuove nel nostro team. Per dire, se dovessi fare un treno io, conoscendo le mie ragazze, quelle con cui ho lavorato da sempre, so già chi metterei e chi potrebbe fare l’ultima donna. Una cosa è certa: a prescindere da chi sarà di noi l’ultima a lanciare lo sprint entrambe abbiamo uno spunto veloce e ci lanceremo ancora meglio.

Le strade degli Emirati Arabi Uniti sarebbero ideali per provare gli sprint. Marta sulla sinistra, guida le compagne (foto Instagram)
Le strade degli Emirati Arabi Uniti sarebbero ideali per provare gli sprint. Marta sulla sinistra, guida le compagne (foto Instagram)
Provare in allenamento è ben diverso dalla gara. In allenamento siete sole ed è “solo” una questione di posizione, in gara c’è bagarre… Per esempio c’è qualcuna di voi che appositamente va a disturbare l’azione?

No, no… quando facciamo queste cose le facciamo in massima sicurezza, perché purtroppo appunto in allenamento non è come in gara. Le strade sono aperte, quindi dobbiamo trovare i giusti momenti, le giuste strade per provare questo tipo di situazioni. Chiaro che non sarà mai identica ad una gara, ma è importante per valutare i tempi di uscita e prendere occhio con le compagne, per capire come ci si può organizzare poi in corsa.

Come fate a capire qual è la disposizione migliore? 

Di solito i coach scelgono una strada sulla quale si prova questo tipo di attività. Definiamo un treno provandolo più volte, due o tre. Di più non ha senso perché poi il rendimento non è lo stesso. Fare una volata costa energia, quindi onde evitare di non fare le ultime con qualcuna che si faccia male, cerchiamo di farne poche, ma fatte bene. 

Ciao Davide. Ti aspettavamo come ad una classica

23.12.2022
4 min
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Avete presente la sensazione di quando salutate qualcuno? Quella tristezza, mista però alla sicurezza che vi rivedrete? Ecco, oggi quello detto a Davide sembrava più un arrivederci, che un addio. Da una parte la sicurezza che Davide rimarrà sempre vivo nella memoria di ciascuno di noi, dall’altra l’incredulità generale, la difficoltà nell’accettare quanto successo. Davide ha lasciato tanto, come ciclista, ma soprattutto come uomo, come persona.

E il Duomo gremito di persone ne è la prova. «Non era perfetto nemmeno lui – dice Gilberto Simoni – ma di sicuro era il migliore». Davide era così: era il migliore in gruppo, in squadra, ma era anche il miglior avversario. «Un onore poterlo battere, ma un onore essere battuti da lui», conclude Simoni.

La grande chiesa di Lonigo era gremita di gente
La grande chiesa di Lonigo era gremita di gente

L’ultimo traguardo

Nella piccola rotonda davanti alla Chiesa centrale di Lonigo le macchine continuano a girare, ma tre gradini più su, tutto si è fermato per un istante. Ci sono striscioni appesi sui palazzi, occhi lucidi e sorrisi che sapevano che non sarebbe dovuta andare così. Amici, parenti e tifosi arrivano in silenzio, scelgono un angolino sul sacrario del Duomo e aspettano Davide come sul traguardo di una classica. Il silenzio è assordante, il cielo grigio. È difficile trovare parole di conforto in situazioni così, dove si rischia di far parlare la rabbia. La rabbia sì. Rabbia per quello che è successo e per come è successo. Perché Davide non doveva morire così. 

Rebellin ha chiuso la sua carriera agonistica alla Work Service
Rebellin ha chiuso la sua carriera agonistica alla Work Service

La chiesa è bella, grande, imponente. Davide se la merita tutta. Nelle prime file si siedono i parenti, più dietro tutti coloro che hanno colto in lui la persona d’oro quale era. Prima della celebrazione sono diverse le persone che vogliono salutare il campione per un’ultima volta.

Sono tanti gli aneddoti che raccontano i nipoti o gli ex compagni di scuola. Quello che emerge da tutti i racconti è un uomo semplice, umile e tranquillo. Di quella tranquillità contagiosa, solo con uno sguardo. Quando Davide parlava, sembrava che tutto fosse al proprio posto. È vero, era un po’ pignolo, ma la stoffa del campione ha anche piccoli difetti come questo, no?

Angelo speciale

Dalle parole dei nipoti emerge un grande orgoglio, la fierezza per lo zio campione, come spesso si dice, “in sella, ma soprattutto nella vita”. «Ci si riempiva il cuore di gioia quando sentivamo parlare di te e delle tue imprese. Ora che non ci sei più, siamo sicuri che stai pedalando con il nostro caro nonno».

La passione per la bici infatti Davide l’aveva ereditata dal papà. Allo stesso lui stava cercando di tramandarla ai giovani. Proprio quel giorno, quel maledetto giorno, quel buio 30 novembre, ricorda il sindaco di Lonigo Pierluigi Giacomello, Davide avrebbe dovuto incontrare un gruppo di ragazzi. 

Davide era speciale, in tutto. Le parole che ciascuno gli ha dedicato nel proprio silenzio, non sono affatto di circostanza. Davide era uno di quelli che fa breccia nel cuore delle persone, senza grandi ragioni. Sapeva accarezzarti nel profondo con uno sguardo. «Sei un angelo speciale» gli hanno detto. Ed è vero.

Chiunque l’abbia incontrato, ha sicuramente incontrato un angelo. «Non si arrabbiava mai – raccontano le persone a lui vicine – Anche quando doveva esprimere il suo disaccordo, riusciva sempre a farlo con grande rispetto e intelligenza».

L’ultimo viaggio. Mancherai a tutti, Davide
L’ultimo viaggio. Mancherai a tutti, Davide

Ciao Davide

Davide era umile, non peccava di presunzione, nemmeno quando avrebbe potuto: se perdeva una volata compariva sul volto un piccolo ghigno di rammarico. Se la vinceva invece un semplice sorriso come a dire “ho fatto il mio; dovevo fare solo questo”. Una vita circolare, fatta di ciclismo e tanta bontà, che non sempre però è tornata indietro. 

La carriera di Davide, l’incredibile carriera, oggi, per un attimo, era in secondo piano. Prima di partire, per l’ultima volta, sulle strade che tanto lo hanno allenato, Françoise, la moglie di Davide, si abbandona in un lungo pianto tra le braccia dei propri cari.

Quello che mancherà di più al mondo è un uomo, prima che un campione. Davide, “pedala tranquillo la tua ultima volata, ora nessuno potrà fermarti. Taglia il traguardo con le braccia alzate e il sorriso. Il cielo ti attende, l’amore ti accompagna”.

Ciao Davide 

Malori, ritorno al futuro con gli junior della Nial Nizzoli

23.12.2022
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BASILICANOVA – Il tasto rewind ha riavvolto il nastro della metà degli anni di Adriano Malori. La sua attuale vita ciclistica (e non) ha riabbracciato quella di quando era junior alla Nial Nizzoli. Il legame con la società reggiana con cui ha iniziato a diventare grande come persona e come atleta si è rafforzato curandone la preparazione atletica per la seconda stagione.

L’occhio clinico del “Malo” lo consultiamo spesso. Dalle impressioni sulla postura in bici di Pinot all’immancabile opinione sui cronomen fino al modo di correre della Jumbo-Visma all’ultimo Tour de France. Stavolta però lo incontriamo nel suo studio “58×11” mentre verifica il giusto posizionamento di un ragazzo di 17 anni, parmense come lui, della Nial Nizzoli. Sfruttiamo questo momento tecnico per farci raccontare da Malori il salto all’indietro temporale che sta vivendo.

Cosa prevede in generale il tuo programma con la squadra?

Preparo le tabelle dei ragazzi. Palestra, esercizi a corpo libero da fare a casa e naturalmente gli allenamenti su strada con i vari lavori da fare sia da soli sia quando si trovano tutti assieme. Li segue Primo Borghi che filtra ai ragazzi le indicazioni che gli do io. Con lui mi sento almeno 4/5 volte la settimana a seconda delle necessità e del periodo. Quando riesco, considerando gli impegni col lavoro e con la famiglia, cerco di andare con loro in palestra a Correggio. Mentre quest’anno in gara li ho seguiti solo alle cronometro che hanno disputato ma l’anno prossimo vorrei andarli a vedere un po’ di più nelle corse della zona.

Che effetto ti fa essere tornato con Borghi con ruoli quasi invertiti?

Strano perché prima il capo era lui mentre adesso è lui che deve ascoltare me (dice divertito, ndr). Quando a fine 2021 mi ha fatto la proposta di collaborare mi ha fatto molto piacere. Così come le parole di Auro (Nizzoli, ndr) che aveva ben accolto il mio ingresso con loro. Ho accettato volentieri anche perché ritengo che Primo, nonostante sia un diesse della vecchia scuola, abbia saputo tenersi bene al passo coi tempi. Si è ben adattato ad un ciclismo diverso chiedendomi consiglio. Ci conosciamo bene e ci confrontiamo tanto. Secondo me stiamo facendo un buon lavoro.

Che 2022 è stato con la Nial Nizzoli?

Direi molto buono. Abbiamo visto i progressi e quindi i risultati. Quintavalla da primo anno ha disputato il Lunigiana con l’Emilia-Romagna e in stagione ha fatto due bei terzi posti in gare impegnative. Al Lunigiana ci è andato anche Tagliavini, che ha colto pure una vittoria in Toscana e due secondi posti di rilievo. Lui ora è passato U23 con la Beltrami-TSA-Tre Colli e continuerò a seguire la sua preparazione in accordo con loro. Sono contento per lui perché va in un team continental dove può crescere con calma e fare esperienze importanti.

Com’è il tuo rapporto con i ragazzi?

Mi trovo bene con loro e credo che la cosa sia reciproca. Forse il mio recente passato da corridore mi agevola nel farmi comprendere meglio però vedo che comunque mi ascoltano, chiedono e mi seguono. Gli sto insegnando a correre bene tatticamente. Devono sapersi muovere per evitare ad esempio, se hai buone doti in salita, di prendere una salita in cinquantesima posizione. Oltre all’aspetto atletico, cerco di tenerli sulla corda a livello motivazionale. Li stimolo nel tirare fuori il carattere e… gli attributi (sorride, ndr). Ci sono formazioni più forti però spiego sempre a loro di non avere paura. Bisogna correre senza subire la corsa o comunque pensare a come mettere in difficoltà le squadre o i corridori più forti, magari anche in corse meno alla propria portata. Un po’ come faceva la Nial Nizzoli ai miei tempi.

A proposito di questo, quanto è cambiata la categoria juniores? Come ti ci trovi?

Mi ci trovo bene ma è indubbio che ora sia molto più esasperata rispetto al 2005 e 2006 di quando c’ero io. Sembrano tutti mini professionisti. Ci sono meno gare rispetto a prima, ogni domenica è praticamente un campionato del nord Italia. L’asticella si è alzata ma non significa che sia un bene. Il divario tra squadre forti e deboli si è ampliato. Ci sono formazioni che fanno il bello e il cattivo tempo a loro piacimento e altre che arrancano. Poi dal 2023 con i rapporti liberi se ne vedranno di tutti i colori. Vedrete quante formazioni useranno il 54×11 e quanti ragazzi che avranno problemi muscolari se non gestiti a dovere. Non stupiamoci se abbiamo carenza di un certo tipo di corridori in Italia. Per il momento noi abbiamo deciso che il 52×12 è già un rapporto adeguato, da non sottovalutare considerando lo sviluppo fisico del ragazzo.

Il preparatore Adriano Malori ha fissato degli obiettivi nel 2023 coi propri ragazzi?

No, non ne abbiamo di veri e propri. Continuare a crescere è l’obiettivo basilare. Avrò 14 ragazzi e il livello medio secondo me è più alto rispetto al 2022. Stando ai valori espressi dai test, ci sono tre ragazzi del secondo anno che appaiono come le individualità più forti. Cannizzaro è un velocista che potrebbe diventare più passista. Capuccilli ricorda un po’ me strutturalmente. Ha un gran fisicone, è forte sul passo e vorrei lavorare con lui sulle crono. Infine c’è Quintavalla che è un buon scalatore. E’ magro ma si è rinforzato muscolarmente. Vorrei che tornasse a correre il Lunigiana più da protagonista. Lui quest’anno ha le doti per andare forte ed essere davanti nelle gare dure.

Un’ultima curiosità. Ti abbiamo visto “professore” per un giorno in un istituto superiore di Parma. Che giornata è stata?

Ho partecipato ad un progetto in cui gli sportivi della nostra provincia portano la propria testimonianza di atleta. Qualcuno mi ha conosceva già, altri no. Ho raccontato qualcosina di me ma ho preferito non tediarli con dati tecnici o esperienze ciclistiche. Personalmente ho dato più importanza ad un aspetto formativo. Ho impostato la mattinata facendo capire ai ragazzi i benefici fisici e i sacrifici che si fanno per andare bene a scuola e nello sport che pratichi. E’ stata una bella esperienza. Sono incontri che potrebbero essere importanti per gli studenti purché non vengano visti dalle scuole come una lezione in cui non si impara nulla o una perdita di tempo.

Rinforzare le ossa correndo. Dottor Radi, serve davvero?

23.12.2022
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Corsa a piedi e ciclismo, un connubio che si rafforza (in apertura foto Getty). L’ultimo a parlarcene è stato un fresco atleta di WorldTour, Lorenzo Germani. «Facendo solo ore di bici – ci aveva spiegato il corridore laziale – si possono creare degli squilibri. Invece facendo esercizi di core zone, la palestra e anche la corsa a piedi, le cose cambiano. Abbiamo fatto un esame delle ossa e il risultato è che io ho le ossa un po’ più fragili. Facendo la corsa a piedi, il contatto col suolo e i continui traumi ne migliorano la resistenza. Cosa che in bicicletta non sarebbe possibile».

Alla luce di tutto ciò sembra quasi essersi “girata la frittata” rispetto a qualche lustro fa, quando il podismo era visto come male assoluto. Stavolta addirittura si esaltano i benefici anche a livello posturale.

Maurizio Radi, medico di Fisioradi Medical Center, fisioterapista, osteopata, chiropratico… e pertanto figura super indicata per questo argomento.

Il dottor Maurizio Radi: atleti, ossa e muscoli sono il suo pane quotidiano
Il dottor Maurizio Radi: atleti, ossa e muscoli sono il suo pane quotidiano
Dottor Radi, quello di Germani è un discorso che regge? Lui ha parlato anche di fragilità ossea…

C’è qualcosa di vero nel suo discorso. E pertanto ci sta che vada a ricercare certi aspetti con la corsa. Questo è un tipo di attività che può aumentare la densità ossea: il discorso dei microtraumi regge. E regge anche perché fai un esercizio aerobico con cui vai a stimolare e a rinforzare l’apparato muscolo-tendineo e muscolo-scheletrico. Bisogna però anche stare attenti.

A cosa?

Ai tempi e ai modi. Essendo la corsa un esercizio con dei saltelli se si fa un errore nel gesto atletico può creare traumi. Per me se si corre nel periodo di inattività va bene, altrimenti durante la stagione dico di no. In quel caso come diceva sempre Germani, meglio, anzi serve fare lavori sul core, sulla forza…

Quelli si mantengono tutto l’anno?

Negli anni si è visto che ci sono dei vantaggi. Si fanno tanti chilometri e tante ore di sella e si vanno a stressare anche altri arti muscolari oltre alle gambe, come gli addominali, le braccia… Oggi i corridori sono atleti a 360°.

Con la sua maratona, Adam Yates ha segnato una piccola rivoluzione del paradigma che voleva contro ciclismo e podismo (foto Instagram)
Adam Yates ha corso la Maratona di Barcellona ad inizio novembre… (foto Instagram)
Prima, dottore, ha accennato al corretto gesto della corsa: ma serve anche un biomeccanico della corsa a piedi?

Sì. Oggi sono stati fatti grossissimi studi che hanno evidenziato quanto sia importante avere una buona meccanica. Oggi grazie a questi studi si conosce l’importanza dei vari distretti specifici. Per esempio ci sono degli specifici esercizi per i muscoli dei piedi. Oppure si corre all’indietro per migliorare il gesto. Oggi si fanno le visite biomeccaniche anche per il golf, figuriamoci per il running.

E’ chiaro, tutto è importante, specie se a correre sono atleti di alto livello come un corridore professionista…

Un’altra cosa a cui dare importanza sono le scarpe: devono essere buone e adatte al soggetto. E ancora il fondo. Non deve essere necessariamente morbido, ma almeno che sia liscio. Spesso sento gente che dice: «Vado a correre sulla sabbia che è morbida». Okay, ma devi trovare una battigia piatta altrimenti corri su una pendenza (un traverso).

Si è sbilanciati, si corre “fuori asse”….

Esatto. E questo può creare dei traumi alla caviglie, alle ginocchia e in alcuni casi trasformarsi in tendinopatie. Le più frequenti sono quelle al tendine rotuleo e al tendine di Achille.

Secondo Radi correre sulla sabbia può andar bene ma la battigia deve essere il più possibile piatta (foto RedBull)
Correre sulla sabbia può anche andare bene ma la battigia (meglio della sabbia smossa) deve essere il più possibile piatta (foto RedBull)
C’è una durata ideale per la corsa del ciclista che s’improvvisa podista?

Difficile da dire. Molto dipende dalle caratteristiche dell’atleta in questione, soprattutto quando si eseguono allenamenti funzionali come la corsa, appunto, o la palestra. Il velocista pistard farà un lavoro di forza diverso rispetto allo scalatore. Oggi un velocista pistard fa quasi più palestra che bici. Quindi dipende da che tipo di ciclista si ha di fronte.

Chiaro, tutto è calibrato…

Diciamo che un’ora di corsa, se proprio dovessimo generalizzare, può andare bene. Si svolge un ottimo lavoro aerobico, non si stressa il fisico per tempi troppo lunghi. Ma, ripeto, questo serve per stimolare altri muscoli nel periodo dell’inattività, cioè lontano dalle gare.

Vergallito alla Alpecin, il sogno ora è realtà. Ecco come

23.12.2022
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La grande speranza si è concretizzata. Luca Vergallito è il vincitore del concorso indetto dalla Zwift che metteva in palio un contratto da professionista all’Alpecin Deceuninck, così il venticinquenne milanese si ritrova dall’oggi al domani a essere da un semplice granfondista un pro’ a tutti gli effetti, spalla di “tale” Mathieu Van Der Poel, coronando quel sogno che aveva fin da bambino e che aveva messo nel cassetto rassegnato a non vederlo mai realizzato.

Il lungo cammino di rinascita ciclistica di Vergallito lo avevamo già raccontato, ma mancava l’ultimo capitolo, il più atteso. Tutto si è consumato al caldo della Spagna, a Denia nel primo ritiro prestagionale dell’Alpecin Deceuninck, quello al quale ha preso parte anche Van Der Poel lasciando per un po’ il ciclocross. L’azzurro era nella cinquina per un posto da pro’ e lo stesso avveniva per Chiara Doni, pronta a scattare verso un contratto con la Canyon Sram.

«I primi due giorni sono stati dedicati alle interviste, alla presentazione dei personaggi – racconta il lombardo – Non bisogna dimenticare che questo era innanzitutto un reality, con puntate preconfezionate da diffondere sui social. Abbiamo anche preso le misure alle bici Canyon che dovevamo usare. Poi sono iniziate le prove, alcune indoor basate soprattutto sulle prestazioni fisiche e i numeri, altre in compagnia dei corridori, per vedere le proprie capacità tecniche, lo stare in gruppo, la guida. Questa parte è durata 5 giorni».

La premiazione finale. Nel concorso femminile prima è risultata Alex Morrice (GBR)
La premiazione finale. Nel concorso femminile prima è risultata Alex Morrice (GBR)
Il verdetto vi è stato comunicato a fine ritiro?

Sì, ma non ufficialmente, sempre per esigenze televisive. Sapevo però di aver vinto ed è stata una forte emozione, mi sono passate nella mente tantissime immagini di questi anni, dai primi nelle categorie giovanili al mio abbandono, alla ripresa nelle granfondo. E’ stato come rivivere un lungo viaggio. Poi però la mia gioia è stata offuscata dalla delusione per la mancata vittoria di Chiara, avevamo davvero sognato insieme di riuscire nell’impresa.

Nel racconto che si desume dai social, Chiara è caduta due volte nelle sue uscite. Pensi che questo abbia influito?

Chi c’era e ha visto sa benissimo che le sue cadute non sono state colpa sua, c’è stata chi le è andata addosso. Non vorrei che passasse il messaggio che Chiara non sa guidare perché non è così, si vedevano benissimo le sue capacità di performare, anche le pro’ che erano con noi non hanno avuto che apprezzamenti positivi nei suoi confronti. Evidentemente c’era chi è stata ritenuta più adatta, tutto qui.

Vergallito con Mathieu Van Der Poel, un’accoppiata che si ripeterà nelle gare 2023 (foto Facebook)
Vergallito con Mathieu Van Der Poel, un’accoppiata che si ripeterà nelle gare 2023 (foto Facebook)
Com’è stato l’approccio con la squadra?

Ci si allenava insieme, non posso dire né che ci hanno visti come intrusi, né che si sono tutti mostrati particolarmente partecipi, anche se devo dire di aver trovato una valida spalla in Sam Gaze, il neozelandese proveniente dalla mtb con il quale ho interagito di più e che mi ha dato molti consigli, forse proprio perché venendo da un altro mondo si sentiva partecipe della nostra esperienza. Con gli altri finalisti invece abbiamo fatto gruppo.

Che effetto ti fa ora essere fra i professionisti?

E’ bellissimo, rappresenta molto per me. Devo dire che, anche quando tutto sembrava tramontato, sentivo dentro di me una vocina che mi diceva che non tutto era perduto, serviva solo l’occasione giusta. I contatti quand’ero corridore li avevo anche avuti, poi non si erano realizzati e chiaramente col passare degli anni e la ricerca spasmodica di corridori sempre più giovani sembrava impossibile riuscirci. Diciamo che ho riannodato quel filo spezzatosi anni fa.

Tu dicevi che, comunque fosse andata a finire, quest’esperienza ti sarebbe comunque servita per il tuo futuro da tecnico…

Ne sono sempre convinto, ora potrò vivere da vicino la vita di una squadra e dei corridori e imparare tantissimo, ma in questo momento sono concentrato sulla possibilità di correre, dimostrare il mio valore e confermare che la scelta fatta su di me è stata quella giusta.

Il milanese sul rullo Zwift. Sono stati oltre 160 mila i concorrenti al concorso
Il milanese sul rullo Zwift. Sono stati oltre 160 mila i concorrenti al concorso
Pensi che il tuo passato di corridore abbia influito?

Probabile. Non so che ragionamenti siano stati fatti, ma effettivamente gli altri avevano meno esperienza di me da questo punto di vista. I parametrici fisici, i numeri delle varie prove e le capacità mostrate nelle uscite sono stati gli elementi di giudizio principali, credo che alla fine abbiano visto che sono la persona più adatta per entrare nel gruppo.

Sui social la tua promozione ha scatenato un putiferio, con molti commenti positivi ma anche tanti che non hanno perso occasione per criticarti, quasi rubassi il posto a qualche giovane corridore italiano in attività…

Immaginavo che la cosa avrebbe fatto scalpore e non nego che mi abbia toccato, ho molto riflettuto anche se fosse il caso di parlarne. Viviamo un momento complesso, nel quale arrivare a un contratto da pro’ per un giovane è difficile e non so quale possa essere la soluzione per evitare che tanti talenti vadano persi. Quel che so è che la Zwift Academy non è la causa di questi problemi, è invece una strada diversa per arrivare allo stesso traguardo. Chiunque può provarci, è davvero una strada aperta a tutti, si comincia sui rulli ma poi sono tanti altri i fattori che intervengono. Non sono certamente stato preso solo perché vado forte sui rulli, come non era stato così per Jai Vine e lo ha dimostrato.

Per i finalisti prove sia su strada che in offroad, sempre ripresi dalle telecamere anche con i droni
Per i finalisti prove sia su strada che in offroad, sempre ripresi dalle telecamere anche con i droni
Quei commenti ti hanno ferito?

Non posso negarlo, ho trovato una cattiveria assurda, ingiustificata e antisportiva. Io riconosco i limiti, è un contest che parte dal lato fisico, ma poi richiede anche altro. E’ una nuova modalità di fare scouting, poi dipende tutto dalle proprie capacità, questo non cambia.

Ora che ti aspetti?

Non voglio fare previsioni, dire che gare farò o dove voglio emergere, io voglio dimostrare che posso far bene, che in questo mondo posso starci anch’io, che posso correre ed essere utile alla squadra per ripagare la fiducia che mi è stata concessa. Le gare un po’ mosse sono quelle che mi piacciono di più, ma non ho elementi per dire quel che potrò fare. Il giudice ora sarà la strada…

Canola (a cuore aperto) si racconta tra delusioni e futuro

23.12.2022
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Certi capitoli quando si chiudono fanno male, non si è pronti ad affrontare la fine, soprattutto se non lo si era preventivato. Per Canola questo inverno ha il sapore di qualcosa che è terminato e non si sa bene il perché. Anzi, il motivo è presto detto, la Gazprom non c’è più ed il veneto non ha trovato una sistemazione consona al suo livello. 

Le motivazioni che hanno portato a questo momento della carriera di Canola sono l’insegnamento che nella vita, purtroppo, non è possibile controllare tutto quello che ci circonda

L’ultima uscita del veneto con la maglia Gazprom RusVelo, al Tour of Oman
L’ultima uscita del veneto con la maglia Gazprom RusVelo, al Tour of Oman

La fine

«Si tratta di un periodo particolare – racconta Canola dalla sua macchina – non è una mia abitudine non avere squadra. Ma alla fine, ero stanco di aspettare una situazione che a fatica mi avrebbe soddisfatto. Non avevo voglia di svalutare la mia carriera, ero fiducioso di trovare un progetto valido al quale portare la mia esperienza. Mi ero dato una scadenza e questa è poi arrivata. Ora mi guardo intorno e cerco di capire quale strada potrò percorrere in futuro. Ho parlato con delle aziende per eventuali idee da sviluppare nel mio post carriera».

Canola (a destra) ha speso tutto se stesso per questa battaglia, non avendo mai paura di esporsi
Canola (a destra) ha speso tutto se stesso per questa battaglia, non avendo mai paura di esporsi
Nel tuo futuro vedi ancora la bici?

Mi piacerebbe, nonostante tutto, rimanere in questo mondo. Non so se dal punto di vista amatoriale o cicloturistico. Siamo in un momento nel quale la bici è di tendenza ed il movimento degli amatori è in continua crescita. Quest’ultimi hanno voglia di fare esperienze sempre più simili a quelle dei professionisti e io potrei fornire loro la mia esperienza, i miei insegnamenti.

Questa esperienza avresti potuto metterla anche al servizio di un team…

Certamente, ma non c’è stata occasione. Nella mia carriera ho sempre cercato di imparare dai più grandi, apprendendo tante piccole sfumature che fanno parte di questo mondo. Nel tempo la situazione si è capovolta, sono diventato io quello che dava consigli, l’esperto. 

Con una voce forte, come quella usata contro l’ingiustizia che vi ha colpito.

La situazione Gazprom è stata anomala. Ci siamo trovati in mezzo ad un discorso politico. Mi sono battuto tanto, l’ho fatto per un interesse comune. Il mio può essere l’esempio che se si sta in silenzio si possono ottenere compromessi, ma io di stare zitto non ne avevo voglia

David Lappartient, presidente dell’UCI non ha mai risposto agli appelli lanciati
David Lappartient, presidente dell’UCI non ha mai risposto agli appelli lanciati
Il silenzio è arrivato da parte di chi avrebbe dovuto sostenervi: l’UCI in primis.

L’UCI ha preso una linea sbagliata e senza pensare alle conseguenze, la loro preoccupazione principale è stata chiudere la squadra. Sarebbe bastato incontrarsi e parlare, un’idea sarebbe venuta fuori. Io ne ho avute alcune, ma non ho mai avuto modo di discuterle con chi di dovere. Il presidente Lappartient non l’ho mai incontrato, abbiamo avuto qualche scambio di mail, ma appena domandavo di vederci spariva. 

Del tipo?

Per salvare la squadra sarebbe bastato cercare un nuovo sponsor o portarne di privati. Anche correre in maglia neutra sarebbe bastato, insomma, farci correre era doveroso. Hanno lasciato a casa e senza tutela delle persone e delle famiglie. Ho scoperto anche una cosa che mi ha fatto poco piacere.

Quale?

Sono venuto a sapere che l’UCI negli anni passati ha messo mano al fondo per gli ex professionisti, usando quei soldi per una causa contro un diverso esponente. Hanno usato i soldi per gli atleti per motivi differenti, avrebbero potuto usarli per noi, per non farci sparire. 

Nel dicembre 2021 Canola era in ritiro con la Gazprom pronto a rilanciarsi, un anno dopo è finito tutto
Nel dicembre 2021 Canola era in ritiro con la Gazprom pronto a rilanciarsi, un anno dopo è finito tutto
La bici la stai usando ancora?

Faccio qualche giretto, mi serve per sbloccare la mente, per pensare.

Cosa pensi?

E’ difficile – la voce di Canola si fa sempre più pesante – molte volte ho pensato “perché doveva capitarmi”. Mi sono trovato a prendere decisioni difficili che mi hanno complicato la vita, ma dai momenti duri impari sempre qualcosa. Un giorno, voltandomi, spero di poter dire che tutto questo è servito a qualcosa.

Abbiamo saputo che stai facendo il corso da diesse, magari questa esperienza potrà esserti utile in questo campo…

Il diesse è una figura che deve dare serenità e carica, deve portare coesione all’interno del team. Nel ciclismo moderno al corridore si chiede sempre di più, ma bisogna ricordare che dietro i numeri ci sono le persone. L’aspetto umano è un aspetto di cui ci si sta dimenticando sempre di più. Mi piacerebbe riportarlo al centro di questo mondo.

Il veneto ha provato altre discipline: eccolo in una gara di mtb a Recoaro Terme (foto organizzatori)
Il veneto ha provato altre discipline: eccolo in una gara di mtb a Recoaro Terme (foto organizzatori)
Ne sei stata una prova, visto quanto hai speso per questa battaglia.

Ho parlato con estrema sincerità, lo si deve fare sempre, non bisogna aver paura di dire la verità. Il ciclismo ha avuto la possibilità di dimostrarsi famiglia e così non è stato, anzi, alcuni ci hanno voltato le spalle. Sono stati pochi a combattere questa battaglia con noi e quando sei solo in un mare grande trovi sempre un pesce più grosso di te. 

Dieci anni nel professionismo non si cancellano così facilmente.

Pensate, dieci anni e sono stato trattato così. Nel mio piccolo mi sono battuto per rendere questo sport migliore. Ho contribuito a mandare avanti il circo del ciclismo per anni e poi appena ha potuto mi ha voltato le spalle.

I privilegi dei corridori e le smorfie di “Juanpe” Lopez

23.12.2022
5 min
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In qualche modo si scambiarono il testimone sull’Etna. Mentre Juan Pedro Lopez indossava la prima maglia rosa della carriera, l’altro Lopez – il Miguel Angel dell’Astana – si ritirava per gli effetti di un’infiammazione. Per l’andaluso della Trek-Segafredo, 25 anni, che puntava a vincere la tappa ma dovette arrendersi a Kamna, si aprirono dieci giorni di scuola di ciclismo. Lo stesso intervallo di tempo, poco meno, che due anni prima aveva lanciato le quotazioni di Almeida. E proprio parlando con Matxin, tecnico della UAE Emirates e mentore del portoghese, giorni fa il discorso è caduto sullo spagnolo e su come quei giorni in rosa, terminati nel giorno di Torino (foto di apertura), potrebbero condizionare anche la carriera di “Juanpe” Lopez.

«Non lo so – dice Lopez – per ora è un bel ricordo, perché sono stati i 10 giorni più belli della mia vita. Questo però è un anno nuovo e vediamo che obiettivo possiamo raggiungere. Lo so che quando un corridore prende la maglia rosa o qualunque altra maglia di leader, nelle gare dopo ha sempre un po’ di responsabilità in più. Però per me è un bel ricordo, un bellissimo ricordo e basta…».

In dieci giorni di maglia rosa, Lopez ha costruito una popolarità che ancora lo segue
In dieci giorni di maglia rosa, Lopez ha costruito una popolarità che ancora lo segue

La scuola della Vuelta

“Juanpe” Lopez si muove e parla a scatti, come il personaggio di un cartone animato. E’ la personificazione della simpatia, con gli occhi che a tratti roteano e il gesticolare delle mani molto latino.

«Se mi ricordo quel giorno sull’Etna? Madre mia, certo – sgrana gli occhi – mi ricordo tutto. La salita. Quando ho attaccato a 9 chilometri dall’arrivo ho pensato che non sarei arrivato mai. Volevo vincere la tappa, non prendere la maglia. Ma alla fine forse è convenuto a me, perché dieci giorni in maglia rosa sono tanto. Una scuola. Ho imparato a soffrire un po’ di più per tenerla, ma conoscevo già la sofferenza nel ciclismo. Alla Vuelta l’anno prima avevo la sinusite. Non respiravo e ho lottato ogni santo giorno per arrivare. Chiedevo sempre via radio al direttore quanto fosse il ritardo dal primo perché pensavo che non sarei arrivato e quelle tappe mi hanno insegnato tanto a soffrire. Invece quando hai la maglia rosa va tutto sopra le nuvole, tutto come un sogno…».

Kamna e Lopez sulle rampe dell’Etna. E’ il 10 maggio 2022, uno avrà la tappa, l’altro la maglia
Kamna e Lopez sulle rampe dell’Etna. E’ il 10 maggio 2022, uno avrà la tappa, l’altro la maglia

Vittoria al Val d’Aosta

Chiusa quella porta, si lavora adesso per aprirne un’altra, cercando di individuare i margini e i limiti di un ragazzo di 54 chili che nella vita, prima della gloria sportiva, ha conosciuto la fatica del lavoro e sa apprezzare i vantaggi della sua posizione.

«La mia idea ogni anno – dice Lopez – è andare un po’ più avanti. La squadra mi darà ancora l’opportunità di fare classifica come è stato al Giro d’Italia. Ma non so dire dove potrò arrivare. Se ancora decimo o anche meglio. Il mio obiettivo di quest’anno però è alzare le mani al cielo. Vincere. Perché va bene che sono stato 10 giorni in maglia rosa, ma ancora non ho mai vinto. La mia ultima vittoria arrivò proprio in Italia, al Giro di Val d’Aosta nel 2019, quando correvo con la Kometa.

«Vincere da professionista è molto più difficile. Quando giocano due squadre di calcio, una vince e l’altra perde. Ma noi siamo 200 e la percentuale non è più cinquanta e cinquanta. Per questo non si fa tutto al 100 per cento, ma al 300 per cento, curando ogni tipo di dettaglio, anche il più piccolo. E’ pesante? A me piace. E se qualche corridore dice di soffrire la pressione, io gli rispondo che c’è in tutti i lavori. Nel nostro, riceviamo soldi per andare in albergo, per viaggiare, per farci un massaggio e per correre. Siamo privilegiati. Io quando vado in bici, sono il ragazzo più felice del mondo perché a me piace».

Con Valverde, ha smesso anche l’ultimo grande di Spagna: l’eredità passa a Juanpe e ai suoi… fratelli
Con Valverde, ha smesso anche l’ultimo grande di Spagna: l’eredità passa a Juanpe e ai suoi… fratelli

Debutto al Tour

Come un pugile molto leggero al centro del ring, “Juanpe Lopez” fissa gli obiettivi senza paura, infilandosi nella faretra delle nuove frecce spagnole e annunciando il debutto al Tour.

«Quando ho il numero sulla schiena, è bellissimo. Mi piace l’adrenalina, anche se le corse sono complicate e si rischia di cadere. Per questo è bello anche stare tutti insieme ad allenarsi, oppure farlo da solo. In Spagna adesso c’è un bel ricambio. Hanno smesso Valverde e Contador, ma alla Vuelta abbiamo visto Carlos Rodriguez e Juan Ayuso. Tanti si allarmavano perché non vedevano gli eredi dei grandi campioni, io ho sempre detto che serve pazienza e quest’anno abbiamo iniziato a raccogliere. Non sono più giovane, perché arriva uno come Ayuso che a 19 anni anni fa il primo grande Giro e va sul podio. Ma è sicuro che nei prossimi 5-6 anni la Spagna avrà un ciclismo meraviglioso.

«E io lì in mezzo posso fare lo scalatore, con 54 chili non mi vedo come sprinter. Per l’inizio di stagione, penso alla Vuelta Valenciana e all’Algarve. E da scalatore andrò a debuttare in Francia. Del resto, ho fatto la Vuelta, poi ho fatto il Giro, ora voglio andare al Tour. Ho parlato con la squadra e hanno detto che è una bella idea. Farò Tour e Vuelta, niente male come programma, no?».

Il “piccolo” Vacek mette Ayuso nel mirino

22.12.2022
5 min
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Lo stesso hotel dello scorso anno. A Mathias Vacek è sembrato il modo per chiudere il cerchio che l’assurda vicenda Gazprom aveva lasciato aperto. Quando viene a sedersi al tavolo nel gigantesco Hotel Diamante di Calpe, il corridore ventenne della Repubblica Ceca ha l’espressione rasserenata di chi ha ritrovato la strada. Il contratto con la Trek-Segafredo esisteva già da prima e l’annata nel team russo sarebbe servita per fare esperienza. Invece si è trasformata in una lunga attesa, infiammata da qualche lampo, come i secondi posti al campionato europeo e al mondiale U23.

Quel giorno a Wollongong, Vacek aveva lo sguardo di fuoco. Tanto che guardandolo, ricordammo quanto ci puntasse e pensammo che si fosse preparato una bella dedica per l’UCI e avrebbe ambito alla maglia iridata per poterla intonare.

Secondo a Wollongong, dopo il piazzamento agli europei: il 2022 di Vacek, senza squadra, è stato comunque di alto livello
Secondo a Wollongong, dopo il piazzamento agli europei: il 2022 di Vacek, senza squadra, è stato comunque di alto livello
Che cosa hai pensato quando sei arrivato in hotel?

Ormai lo conosco bene e anche le strade. Non è una cosa nuova per me, la differenza è che non stiamo mangiando nel buffet dell’hotel come l’anno scorso, ma abbiamo il nostro cuoco

Magie del WorldTour! Quanto è stato lungo quest’anno?

La prima parte lunghissima perché non avevo gare. Dopo i risultati che avevo fatto (Vacek aveva vinto una tappa al UAE Tour, ndr), era brutto non poter correre più. Per fortuna ho iniziato a fare le corse con la nazionale, ho fatto qualche risultato e alla fine sono contento. Quello che potevo fare, l’ho fatto.

Potevi battere Fedorov al mondiale?

Difficile. Lui arrivava dalla Vuelta e aveva più ritmo nelle gambe. Io invece avevo fatto il Tour de l’Avenir, che però era finito quasi un mese prima. Negli ultimi chilometri mi è mancata un po’ di forza: ho fatto il massimo, ma è andata così. Ho corso con tanto fair play, vedevo che era più forte, ma ho sempre fatto la mia parte. Se facevo il furbo, magari ci prendeva il gruppo e non avrei fatto neppure secondo.

Sesto alla Veneto Classic e 22° alla Serenissima Gravel, qui con Simone Velasco
Sesto alla Veneto Classic e 22° alla Serenissima Gravel, qui con Simone Velasco
Quale sarà il tuo cammino in questa squadra, cosa ti aspetti dal primo anno?

Inizio a correre abbastanza presto. Voglio far vedere che ho già la mentalità del leader e loro mi daranno l’opportunità di provarci in qualche gara minore. Vediamo come va, mi sento bene: adesso dobbiamo solo lavorare e vedremo fin dove si potrà arrivare.

Quali sono le corse più adatte?

Le corse a tappe di una settimana, poi magari qualche gara in Belgio. Con il mio allenatore Markel Irizar stiamo lavorando tanto per arrivare a fare un grande step. Un gradino credo di averlo salito fra il 2021 e il 2022. Adesso vogliamo andare ancora più su, ma continuando una progressione graduale.

E’ più un fatto di quantità o di qualità? 

Nelle ultime tre settimane di quantità, adesso invece iniziamo a lavorare sulla qualità, perché tra un mese inizio con le corse. Comincio dall’Argentina alla Vuelta San Juan (22-29 gennaio, ndr), manca poco.

Ai primi di novembre a Praga organizzato un evento per raccontare la sua stagione (foto Sportegy.cz)
Ai primi di novembre a Praga organizzato un evento per raccontare la sua stagione (foto Sportegy.cz)
Quanta voglia hai di farti vedere?

Tanta voglia soprattutto di lavorare bene. Vedo i miei avversari di sempre come Ayuso, che hanno la stessa età e stanno già andando forte. Devo lavorare tanto e duro se voglio arrivare al loro livello. C’è ancora tanto da migliorare: lo so io e lo sa la squadra. Ci sono vari aspetti come la nutrizione. Cose che non avevo prima alla Gazprom. Qui è tutto molto più professionale, c’è tanta gente sa fare il suo lavoro. Però penso che la Gazprom fosse una buona esperienza prima di salire nel WorldTour. Sarebbe stato un salto troppo grande arrivarci dagli juniores. Quindi sono contento del cammino che avevamo impostato.

Dovrai conquistarti lo spazio che ti daranno?

Non voglio dimostrare niente in allenamento. Non mi piace mettermi in mostra. Io faccio il lavoro quando c’è da farlo, quindi alle gare. Ho già provato a essere leader nella Veneto Classic, dove ho fatto un risultato abbastanza buono (sesto, ndr). Vediamo come andrà il prossimo anno, però con i compagni mi trovo molto bene e sicuramente faremo qualcosa di buono.

All’inizio del 2022, la vittoria di Vacek al UAE Tour, poco prima che l’UCI fermasse la Gazprom
All’inizio del 2022, la vittoria di Vacek al UAE Tour, poco prima che l’UCI fermasse la Gazprom
Qual è il bello di essere un corridore?

E’ un lavoro ogni giorno diverso. Ti alleni, hai la sensazione di essere libero, mentre alla stessa ora qualcuno è seduto alla sua scrivania e non vede il sole. E’ anche un divertimento, soprattutto quando sei in gruppo con i compagni. Per me è passione e la corsa è anche divertimento.

Qual è il lavoro che ti piace di più?

Mi piace tutto. Se c’è da tirare per il compagno che sappiamo può vincere, vado a tirare anche due ore a tutta e poi sono felice che uno di noi ha fatto risultato. Se una volta invece sono io il leader, allora sono concentrato al 100 per cento. Magari ci sono giornate di allenamento più pesanti, ma spesso le divido con mio fratello Karel, che correrà con la Corratec.

Si canta e si festeggia il fine stagione al party A&J Allsports, con Pogacar e lo stesso Vacek
Si canta e si festeggia il fine stagione al party A&J Allsports, con Pogacar e lo stesso Vacek
Com’è fatta la vittoria perfetta?

Dipende. Mi piace vincere in volata, però quando ho la gamba è molto bello anche andare via da solo. Quando si vince è bello sempre. E io voglio confrontarmi con tutti quei ragazzi con cui duellavo negli juniores. Penso che ho già battuto questa gente, quindi c’è la possibilità e la fiducia di batterli ancora.

Ritorno al WorldTour, Bonifazio prepara nuove battaglie

22.12.2022
5 min
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Certe volte la vita ti propone cambi improvvisi che quasi non ti aspetti. Niccolò Bonifazio fa la sua rentrée nel WorldTour nelle file dell’Intermarché e per un corridore di 29 anni non è cosa da poco, soprattutto considerando che non stiamo parlando di un ciclista chiamato solo a lavori oscuri, ma di uno sprinter che nel corso della sua carriera era abituato a vincere, ma che negli ultimi due anni era un po’ passato in secondo piano. In altri ambiti si rischiava una retrocessione, il ligure invece approda in “prima divisione”, per prestigio acquisito ma anche per forza di carattere.

Il suo cambio è piuttosto recente, anche se i contatti tra il suo manager (è seguito da Alex Carera) e il team belga erano cominciati già in estate: «Le trattative sono andate per le lunghe e col passare delle settimane vedevo che il gruppo di corridori senza contratto si assottigliava. Sono comunque rimasto tranquillo, sapevo che alla fine tutto si sarebbe risolto e ora sono pronto a ripartire».

Nel 2022 una sola vittoria in carniere, alla Route d’Occitanie
Nel 2022 una sola vittoria in carniere, alla Route d’Occitanie
Con la TotalEnergies si parlava di una tua riconferma?

No, non mi è mai stata proposta, così mi sono messo a cercare con un po’ di anticipo perché sapevo che non c’era più posto. L’esperienza nella squadra è nel complesso positiva, anche se i primi due anni sono stati i migliori, quelli nei quali avevo anche molte occasioni di correre nel WorldTour e mi pare di essermela sempre cavata bene, vedi la vittoria di tappa alla Parigi-Nizza 2020. Le ultime due annate invece ho gareggiato sempre nelle gare di seconda fascia, sinceramente non so neanche il perché e non l’ho capito, ma ormai è parte del passato.

Cambia molto il discorso fra i due ambiti di competizione?

Enormemente. Le seconde sono gare tipicamente franco-belghe, dove si va sempre all’arrembaggio, si corre a tutta, a me quel tipo di corse non va molto a genio. Nel WorldTour è tutto un po’ più canonico, c’è molto lavoro di squadra. Io credo di avere maggior chance per emergere in un contesto simile, con un team che possa supportarmi e all’Intermarché c’è davvero tutto per poterlo fare.

All’Intermarché il ligure non sarà il solo italiano e questo ha pesato nella scelta
All’Intermarché il ligure non sarà il solo italiano e questo ha pesato nella scelta
Ti sei fatto un’idea di che cosa è cambiato in questi due anni?

Diciamo che ho pagato un caro prezzo al Covid: quando è scoppiata la pandemia, io ero in una grande condizione, avevo iniziato la stagione in maniera notevole con due vittorie internazionali, poi lo stop mi ha tarpato le ali e da lì sono iniziati i problemi. Non che il 2022 sia stato negativo, in fin dei conti una vittoria è arrivata e cinque top 10 sono il contorno. Ma era necessario un cambiamento, io voglio riannodare quel filo idealmente legato a prima di marzo 2020.

Con la nuova squadra avete già parlato di programmi, tattiche, ruoli?

Per ora ancora no, non c’è stato tempo, ci siamo concentrati sul nuovo materiale. Per fortuna non ci sono grandi cambiamenti, ma chiaramente la bici è nuova e servono aggiustamenti, che poi le verifiche davvero utili le puoi fare solamente in corsa, quindi è un vero work in progress. Di tattica avremo tempo per parlare nel ritiro di gennaio.

In azzurro al Laigueglia. Visto il mondiale 2023, è lecito farci un pensierino…
In azzurro al Laigueglia. Visto il mondiale 2023, è lecito farci un pensierino…
Finora che impressione hai avuto?

Ottima, ho ritrovato corridori con i quali avevo già condiviso l’esperienza nei primi due anni alla TotalEnergies, ma nel complesso ho scoperto una squadra molto motivata, quasi gasata dai risultati delle ultime stagioni. C’è un ambiente molto positivo e questo mi dà fiducia, tanto è vero che ho iniziato subito forte con gli allenamenti. Voglio partire nella maniera giusta, farmi trovare subito pronto sin dalle prime gare di febbraio.

Ti sei posto qualche obiettivo?

Per me “la gara” resta sempre la Milano-Sanremo. Nelle ultime edizioni non sono mai riuscito a scollinare con i primi per pochissimo, perdendo il treno proprio nelle ultime battute del Poggio. Voglio arrivarci con la gamba giusta per essere della partita.

Tra l’altro tu sei imperiese, quelle strade le conoscerai benissimo…

Vuoi sapere quante volte ho affrontato quella salita? Almeno 3 mila… La conosco a memoria e so che la differenza la fanno minimi dettagli. Per me quella salita è un cruccio che voglio risolvere, poi sarà la gara a dire chi sarà l’uomo su cui puntare, se io o Girmay.

La vittoria alla Tropicale Amissa Bongo del 2019. Dietro c’è anche Girmay (foto G.Demoureaux)
La vittoria alla Tropicale Amissa Bongo del 2019. Dietro c’è anche Girmay (foto G.Demoureaux)
Conosci già il campione eritreo?

Sì, dal Giro del Gabon dove vinsi nel 2019. Dissi subito che quel ragazzino sarebbe approdato nel WorldTour e la storia dice che avevo visto lungo. Anzi è diventato un campione. Dovremo trovare il giusto amalgama, ma non ci sarà problema, l’importante è sempre correre per la squadra.

Tu resti all’estero passando da un team francese a uno belga, ma nella realtà all’Intermarché trovi un buon gruppo di italiani…

La cosa mi fa particolarmente piacere, poter correre con Rota, Petilli, trovare anche un direttore sportivo esperto come Piva… Non nascondo che tornare a parlare un po’ d’italiano non mi dispiace dopo anni vissuti in Francia. Ora che sono nel WorldTour voglio rimanerci e fare tante battaglie. Dimostrare che in questi anni di permanenza all’estero, in un rango inferiore, ho comunque imparato qualcosa…