Il ritorno in corsa, un po’ a sorpresa, di Marta Cavalli

19.03.2023
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Cittiglio non ha visto solo la vittoria di Shirin Van Anrooij, ma anche il ritorno alle corse di Marta Cavalli. La campionessa della Fdj-Suez, dopo essersi fermata per qualche intoppo fisico, ha deciso di riattaccare il numero sulla schiena.

Al Trofeo Binda è sempre stata con le migliori, tanto da essere una delle protagoniste nel finale. L’olandese della Trek-Segafredo ha tremato soltanto sotto le trenate di Marta nell’ultima salita, quella di Orino. Il distacco si è dimezzato in poche centinaia di metri. Un bel segnale dalla lombarda.

Tanti tifosi a Cittiglio, dopo l’arrivo Marta ha lanciato una borraccia a dei bambini
Tanti tifosi a Cittiglio, dopo l’arrivo Marta ha lanciato una borraccia a dei bambini
Marta, partiamo da oggi, quali sono state le sensazioni del tuo ritorno in corsa?

E’ stata una gara alla riscoperta di me stessa. Stamattina non mi aspettavo niente, non sapevo come sarei potuta stare, quindi sono partita leggera, tranquilla, senza un piano in testa. Salita dopo salita, ho cercato di capire come stavo.

E come stavi?

Bene nel complesso, ma fino all’ultimo non sono riuscita a dare indicazioni precise alla squadra sulla mia condizione perché non sapevo fino a quando sarei potuta andare avanti, quanto avrei tenuto. Però alla fine ciò che avevo nelle gambe è stato sufficiente. Sull’ultima ascesa a Orino ho provato ad attaccare per riprendere un po’ di feeling con l’aggressività, diciamo così. Quindi sono assolutamente contenta.

Non sei riuscita a dare indicazioni precise, ma alla fine ve la siete cavata…

Nel finale Vittoria (Guazzini, ndr) è rientrata nel nostro gruppo e pertanto lo sprint lo ha fatto lei. Abbiamo portato a casa un bellissimo terzo posto che ci ripaga di questa dura giornata. Ci manda a casa soddisfatte.

Marta Cavalli al UAE Tour Women. Negli Emirati una fatica esagerata. Poi il ritiro alla Het Nieuwsblad, quindi lo stop e il 13° posto di oggi
Marta Cavalli al UAE Tour Women. Negli Emirati una fatica esagerata. Poi il ritiro alla Het Nieuwsblad, quindi lo stop e il 13° posto di oggi
Torniamo a te: che stavi bene si percepiva anche dal fatto che nel finale raramente cercavi le ruote, non cercavi di essere coperta, ma eri spesso col vento in faccia….

Sì, perché comunque in salita preferisco avere una via d’uscita in caso di un attacco. Voglio avere spazio e in questo caso stare al vento è quello che mi da più sicurezza per reagire in fretta. 

Nell’ultima intervista che hai fatto con noi, hai detto – anche se può sembrare un controsenso – che tornavi a casa per ritrovare il giusto ritmo per la corsa. Evidentemente lo hai trovato. Si vedeva chiaramente che spingevi bene il rapporto in salita. Quando hai fatto il forcing tutte si sono allungate…

Sicuramente ho guadagnato tanta freschezza. Io credo che la questione del girare bene il rapporto sia legata soprattutto al fatto che ero meno stanca di altre. Mi spiego, è vero che ho meno ritmo corsa, ma è anche vero che la maggior parte delle atlete aveva già partecipato a minimo 6-7 corse e anche in un tempo ravvicinato. E queste si fanno sentire. Senza contare tutti i viaggi… E questo influenza il recupero. Invece io essendo tornata a casa ho avuto il tempo di finalizzare gli allenamenti e di recuperare soprattutto. E ha pagato.

Ci hai parlato anche di dietro motore: nello specifico cosa facevi? Quanto ne facevi?

Solitamente lo faccio una volta a settimana, poi dipende anche dal tipo di corsa che mi aspetta. Per esempio prima di oggi non l’ho fatto. Mi sono concentrata più sul recupero. Quando lo faccio però, faccio da una a tre ore dietro moto, magari su un percorso vallonato. La moto va costante: in discesa recuperi e salita ci si tira il collo!

Marta Cavalli (ieri 25 anni) a Cittiglio con suo padre. Dopo le buone notizie della corsa, una bella festa del papà per lei
Marta Cavalli (ieri 25 anni) a Cittiglio con suo padre. Dopo le buone notizie della corsa, una bella festa del papà per lei
A mente fredda, cos’è che ti ha portato a questo stop poco dopo l’inizio della stagione?

Più che altro credo sia dipeso dal lungo periodo senza corse. Perché è vero che sono tornata alle gare a fine ottobre scorso, ma si è trattato di poche corse e brevi e non di prove intense come le classiche. Quindi penso di aver pagato più di sei mesi lontano da una gara a ritmo elevato e intenso. Non avendo poi un buon riscontro fisico è diventato difficile trovare un buon feeling e reagire.

Da qui la decisione di fermarsi…

Esatto. A casa mi sono vista le Strade Bianche dal divano e ho detto: «No, io non voglio guardarle dal divano le corse. Voglio esserci. Piuttosto mi stacco, però voglio essere là».

Adesso qual è il tuo programma?

Va detto che oggi la mia presenza al Trofeo Binda è stata un’eccezione. Ci tenevo molto perché siamo in Italia. Pertanto farò ancora un bel periodo di lavoro a casa. Poi penso che rientrerò appena prima delle Ardenne per completare il lavoro che abbiamo ri-iniziato in queste settimane.

Due parole con Pogacar, aspettando le donne sul lago

19.03.2023
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Il numero uno al mondo, in jeans, felpa e scarpe da tennis si aggira per il raduno di partenza del Trofeo Binda. Per Tadej Pogacar si tratta ormai di una tappa obbligata, per seguire la sua compagna Urska Zigart che anche quest’anno corre con la Jayco-AlUla. Lo sloveno ha ancora mal di gambe dopo la Sanremo di ieri, ma appare straordinariamente rilassato. Se non lo conoscessi, lo prenderesti per uno dei tifosi che hanno raggiunto il Lago Maggiore qui a Maccagno. Bambini si accostano per fare una foto. E anche una signora a un certo punto si fa sotto e gli chiede di farsi fotografare con sua figlia, che fra poco correrà con la maglia della Top Girls Fassa Bortolo. Lei si vergogna, ma alla fine si avvicina. Tadej sorride e poi assieme ad Alex Carera si avvicina al pullman del UAE Team Adq per osservare le Colnago delle ragazze.

Ne approfittiamo per due parole, perché di più magari non ne concederebbe, visto che il giorno è di riposo e va anche bene. Ieri sul Poggio, Pogacar ha fatto un numero incredibile, con quel vento contrario e poi di lato. Ha tirato per tutto il finale della salita e poi, comprensibilmente, non ha più avuto gambe per inseguire Van der Poel, furbissimo nello scegliere l’attimo.

L’occasione per fargli due domande era troppo ghiotta, giusto due chiacchiere che vi raccontiamo
L’occasione per fargli due domande era troppo ghiotta, giusto due chiacchiere che vi raccontiamo
Tanto vento?

Parecchio, non è stata una passeggiata arrivare in cima. E non ci siamo fermati, non un rallentamento. Per questo lo scatto di Van der Poel è stato ancora più impressionante.

Mathieu ha detto che la Sanremo è per lui la gara più difficile da vincere.

Lo è anche per me. E’ la più facile da finire e la più difficile da vincere. E’ davvero lunga e per vincere hai bisogno di cogliere il momento giusto. Hai bisogno del giorno perfetto. Tutto deve essere fatto nel modo migliore e devi essere il più forte. Quindi sì, abbiamo visto ieri che anche per me è una delle gare più difficili da vincere. E ha vinto il più forte. Mathieu è stato meraviglioso, incredibile in salita, in discesa e fino al traguardo. Quindi sì, è stata una buona gara, ma non abbastanza.

Foto di gruppo con il UAE Team Adq, la squadra femminile degli Emirati
Foto di gruppo con il UAE Team Adq, la squadra femminile degli Emirati
La Cipressa non ha fatto male, il Poggio è l’unico punto in cui provare un attacco?

La squadra sulla Cipressa è stata impeccabile, difficile che si potesse fare di più. Il Poggio non è il solo posto in cui si possa provare, puoi attaccare ovunque, ma il maggior numero di possibilità ce l’hai sul Poggio, almeno per me. Forse nei prossimi anni proveremo tattiche diverse, ma vedrete che alla fine finiremo per concentrarci ugualmente sul Poggio.

Ti ha stupito, quando ti sei voltato, vedere Ganna invece di Van der Poel o Van Aert?

No, dico la verità. Sapevo che Ganna è forte e che era il leader per la Ineos. Restando lì con me, ha dimostrato di essere in super forma per le classiche. E in volata è stato fortissimo.

Pogacar con la sua felpa DMT si è presentato alla partenza del Trofeo Binda, per supportare la compagna Urska
Pogacar con la sua felpa DMT si è presentato alla partenza del Trofeo Binda, per supportare la compagna Urska
Hai fatto tutto il Poggio in testa, ti aspettavi un po’ di aiuto anche per inseguire Van der Poel?

Quando siamo arrivati in cima, speravo di avere un aiuto maggiore. Van Aert ha provato a fare la sua parte di lavoro. Io ho fatto del mio meglio, ma ero già fuori dalla mia zona rossa e più di così non potevo fare. Forse Filippo aveva gambe migliori di noi, ma alla fine avremmo dovuto impegnarci tutti e tre per avere la possibilità di riprendere Mathieu.

Oggi niente bici?

Oggi niente bici, solo divertimento. Domani un giretto ancora sul facile. E poi da martedì si comincia a lavorare per le classiche…

Ritorno alla Sanremo: Modolo e la malinconia

19.03.2023
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Una stretta di mano e un abbraccio e ci accorgiamo subito che Modolo ha l’occhio lucido. Manca mezz’ora alla partenza della Sanremo e fra l’andirivieni attorno ai pullman, salta fuori questo profilo inatteso. Sacha è vestito come uno di noi, con i jeans e il piumino. La barbetta incolta e un’impellente voglia di scappare.

«Mi fa male stare qui in mezzo – dice – non credevo, ma è così. Devo andarmene. E’ passato troppo poco tempo…».

Poi si avvia verso altri pullman e altri incontri. Qualcuno lo riconosce, qualcuno ha occhi solo per i corridori, ma l’incontro ci rimane nella testa. E così ieri sera, dopo aver pubblicato l’ultimo pezzo, gli mandiamo un messaggio e lo chiamiamo.

Sacha Modolo è stato professionista dal 2010 al 2022 e ha smesso di correre dopo lo scorso Giro del Veneto, quando era ormai chiaro che l’allora Bardiani-CSF non gli avrebbe rinnovato il contratto.

Dopo la partenza, Modolo è rimasto ad Abbiategrasso per un caffè, poi è tornato a casa
Dopo la partenza, Modolo è rimasto ad Abbiategrasso per un caffè, poi è tornato a casa
Quanto ti è venuta l’idea di andare al via della Sanremo?

In realtà l’idea c’era già da un po’, perché adesso sto collaborando con Massimiliano Mori e Fabio Piccioli, anche se non ero ad Abbiategrasso proprio per lavoro. Ero là intanto per farmi rivedere un po’. E poi anche per vedere com’è l’ambiente da fuori. L’ho sempre vissuto da dentro, ero curioso…

Da quanto collabori con Massimiliano Mori?

Me lo hanno chiesto a fine dicembre, inizio gennaio, perché secondo loro sono adatto al ruolo. Io più che il procuratore vorrei aiutare i ragazzi della mia zona, non solo limitarmi a trovargli un contratto. Ecco, la mia idea sarebbe questa.

Stai cercando qualcosa da fare da grande?

Sì, perché è bello staccare per un mese, però poi ti ricordi che hai fatto una vita tra bici e valigie. E io dopo un po’ mi sono stufato e vorrei fare qualcosa. A casa non sto con le mani in mano, però sarei contento se riuscissi anche a rimanere nell’ambiente lavorando con i giovani. 

Modolo Lussemburgo 2021
L’ultima vittoria di Modolo risale al Giro del Lussemburgo del 2021, dopo tre anni di digiuno
Modolo Lussemburgo 2021
L’ultima vittoria di Modolo risale al Giro del Lussemburgo del 2021, dopo tre anni di digiuno
Che effetto ti ha fatto stamattina il raduno di partenza della Sanremo?

Brutto, onestamente. L’ho vissuta male, con un po’ di invidia, sono sincero, perché mi sarebbe piaciuto essere dall’altra parte. E’ bello quando la gente ti chiama e tu passi e ti fermi per la foto. Qualcuno mi ha riconosciuto ugualmente mentre passavo anche a piedi, però non è più la stessa cosa.

Anche perché la Sanremo è stata la corsa che ti ha fatto scoprire dal grande pubblico, no?

Eh sì, la corsa che ho amato e odiato. Quel quarto posto al primo anno da professionista, nel 2010, è stato un’arma a doppio taglio. Quando uno fa quarto così giovane, dicono: «Questo qua, la Sanremo la vince. Se non è il prossimo anno, sarà quello dopo». Invece il ciclismo per fortuna non è proprio matematica.

Ti è dispiaciuto che la Alpecin non ti abbia tenuto?

Abbastanza. A parte aver vinto anche io alla fine, mi ero ritagliato un posto come ultimo uomo e alla Vuelta l’avevo fatto anche bene. Non ho capito la loro scelta, ma sono rimasto in buoni rapporti. Li sento ancora, di recente ho parlato con Roodhooft. In effetti ci sono rimasto un po’ male, anche perché mi piaceva come squadra. Però non entro nel merito delle scelte, perché sono ponderate e i risultati gli danno ragione.

Sanremo 2010, primo anno da pro’ per Modolo, che si piazza quarto (a destra). Vince Freire
Sanremo 2010, primo anno da pro’ per Modolo, che si piazza quarto (a destra). Vince Freire
Quando la Sanremo è partita cosa hai fatto?

Sono rimasto ancora un po’ ad Abbiategrasso. Abbiamo bevuto un caffè insieme, poi si sono tornato a casa. Non so quando tornerò alla prossima corsa, anche perché è strano e la botta è ancora fresca. Soprattutto perché tanti colleghi che correvano con me sono ancora lì. Magari tra qualche anno, quando qualcuno di loro smetterà e arriveranno altri giovani, la vedrò in modo migliore.

La tua carriera sembra essere finita in Alpecin, cosa è successo lo scorso anno alla Bardiani?

Pensavo di andare di più, sono onesto. Probabilmente mi ero già ritagliato mentalmente e fisicamente quel ruolo da ultimo uomo, per cui tornare a fare il capitano non mi è riuscito bene. Forse non avevo neanche più la testa per esserlo. Allora da metà stagione ho provato a fare nuovamente l’ultimo uomo, ma era difficile.

Come mai?

In Alpecin, quando ero io l’ultimo uomo, davanti ne avevo minimo altri due che mi davano una mano, non ero da solo. Portare avanti Fiorelli non era semplice. Lo guidavo fino all’ultimo chilometro, ma non riuscivo a lanciargli anche la volata. Un po’ mi sono perso, ma alla fine ci sta. Mi è dispiaciuto. Avrei voluto fare anche un po’ di più per Reverberi. Tornare con una vittoria sarebbe stato bello. 

Lo scorso anno, Modolo è tornato con Reverberi che lo aveva fatto passare pro’
Lo scorso anno, Modolo è tornato con Reverberi che lo aveva fatto passare pro’
A casa come hanno commentato questa tua giornata in visita?

Il periodo è stato duro anche per mia moglie. Si è andata a mettere sulla Cipressa e mi ha detto che quando li ha visti passare, sapere che io non fossi lì in mezzo è stato brutto. Anche perché non l’abbiamo deciso noi di smettere. Onestamente avrei continuato un anno, anche due. E se anche lo avessi deciso io, comunque non sarebbe stato facile dopo una vita.  

Ti trovi bene in questo nuovo ruolo?

Mi piacerebbe soprattutto aiutare i giovani. Purtroppo in Italia, non avendo grandi squadre, il riferimento è la Bardiani. Ma Reverberi non può prendere 20 corridori all’anno, quindi secondo me stiamo perdendo tanti atleti. Ne ho visti tanti che da dilettante non erano chissà cosa e poi hanno fatto la loro carriera di 10-15 anni tra i pro’. Stiamo perdendo atleti che potrebbero trovare posto in gruppo.

Crono finale al Tour, una storia ricca di pathos

19.03.2023
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Nel 2024 il Tour de France cambierà completamente faccia. Già è noto che gli organizzatori hanno scelto di lasciare Parigi per la conclusione della Grande Boucle, una decisione obbligata visto che pochi giorni dopo si apriranno i Giochi Olimpici, quindi non c’era materialmente la possibilità di allestire la solita kermesse agli Champs Elysees. Si correrà dal Principato di Monaco a Nizza una cronometro che chiuderà la corsa, un evento estremamente raro, che riporterà le sfide contro il tempo al loro ruolo decisivo e finale in termini di classifica. Non è stata una decisione facile, ma certamente non contrastata come quella della prima crono al Tour…

Sapete quando la sfida contro il tempo venne introdotta al Tour? Il 27 luglio 1934, ma fu una decisione dolorosa. Il patron Henry Desgrange era da anni sollecitato a inserire una prova a cronometro dal giornalista Gaston Benac, di Paris Soir. Un appassionato, tanto che si era inventato nel 1931 il Gran Prix des Nations dandogli una tale enfasi che una folla enorme si schierò ai lati delle strade per applaudire i protagonisti.

In apertura la sorpresa sul viso di LeMond, qui tutta la delusione per Fignon, ancora una volta…
In apertura la sorpresa sul viso di LeMond, qui tutta la delusione per Fignon, ancora una volta…

Lo smacco francese del 1933

Desgrange però era dubbioso, esitava, perdeva tempo. Non altrettanto avvenne in Italia dove il clamore del GP des Nations spinse la Gazzetta dello Sport a inserire nel 1933 una prova contro il tempo, riscuotendo grande successo e destando l’ira dell’organizzatore transalpino, che licenziò in tronco uno dei suoi collaboratori addossandogli la colpa e decidendo di seguire la stessa strada l’anno successivo.

Da allora le crono del Tour sono state qualcosa di fondamentale ed è curioso il fatto come quest’anno avranno un peso specifico minore rispetto al Giro perché normalmente è sempre stato il contrario. E’ piuttosto raro però il fatto che la corsa francese si concluda proprio con una crono, infatti è avvenuto solamente 9 volte.

Anquetil e Poulidor, acerrimi nemici. Il Tour del 1964 fu una sfida all’OK Corral…
Anquetil e Poulidor, acerrimi nemici. Il Tour del 1964 fu una sfida all’OK Corral…

Una sfida fatta in casa

Una scelta stranamente rara perché quando è stata presa, ha spesso regalato spettacolo, sin dalla sua prima volta. Era il 1964 e la maglia gialla era sulle spalle di Jacques Anquetil, ma il suo vantaggio era esiguo nei confronti di Raymond Poulidor, il suocero di Mathieu Van Der Poel che voleva fortemente quella maglia che non è mai riuscito a prendere. La crono finale, da Versailles a Parigi di 37,5 chilometri premiò proprio il suo nemico, pronto ad allearsi con chiunque pur di sconfiggerlo. Alla fine Anquetil vinse di 55”, uno dei distacchi più risicati al termine della corsa.

Al tempo la crono si disputava sì l’ultimo giorno, ma era una semitappa (sembra strano vedendo i chilometraggi, ma è così…) insieme a una prova in linea che solitamente si concludeva in volata. L’anno dopo la sfida da Versailles a Parigi fu l’apoteosi di Felice Gimondi che diede un altro dispiacere al popolare Poupou. Sui 38 chilometri il bergamasco, che aveva un minuto e mezzo di vantaggio ma le cui possibilità a cronometro erano sconosciute, vinse con 30” su Motta e 1’08” su Poulidor. Il pubblico francese la prese comunque bene, commosso per la delusione del beniamino di casa ma ammirato dal personaggio italiano e dalla sua signorilità.

Per Gimondi il trionfo inaspettato del 1965 sancito a cronometro (foto Getty Images)
Per Gimondi il trionfo inaspettato del 1965 sancito a cronometro (foto Getty Images)

La tripletta gialla di Merckx

Poulidor la tappa finale a cronometro la vinse nel 1967, ma non fu sufficiente per recuperare il divario dal connazionale Roger Pingeon. Fu l’ultimo caso in cui a vincere la frazione finale non fu la maglia gialla: nel 1968 trionfò l’olandese Janssen, i tre anni successivi non c’era storia vista la presenza e il dominio di Eddy Merckx. Poi la tradizione s’interruppe, fino al 1977.

Nel frattempo, dal 1975 la corsa a tappe non ci concludeva più nel tradizionale teatro del Velodromo La Cipale, ma finalmente era approdata nello scenario dei Campi Elisi. In quel 1977 si tornò alla tradizione delle due semitappe: prima una cronometro di appena 6 chilometri vinta dal tedesco Thurau, poi quella che diventerà la passerella finale con tanto di sprint. Per la cronaca il Tour lo vinse Bernard Thevenet, al suo secondo successo. Se parlaste di lui oggi agli appassionati d’oltralpe risponderebbero in coro: «Averne…».

LeMond e Fignon affiancati, al Tour del 1989. Un’edizione storica, risolta all’ultimo metro
LeMond e Fignon affiancati, al Tour del 1989. Un’edizione storica, risolta all’ultimo metro

8 secondi che cambiarono la storia

L’ultima volta della crono conclusiva è anche quella più famosa. Quella della grande beffa. Il Tour era stato incerto sin dall’inizio, innanzitutto per le peripezie del campione uscente Pedro Delgado, presentatosi in ritardo al prologo e non atteso dal suo team nella cronosquadre, accumulando oltre 7 minuti di ritardo. Intanto l’americano Greg LeMond aveva preso la maglia nella cronometro individuale della quinta tappa, utilizzando un manubrio da triathlon che aveva fatto storcere il naso a molti (salvo poi diventare di uso comune).

Il francese Fignon gli strappò il primato per 7” nella decima tappa, ma nella cronoscalata di Orcieres-Merlette l’americano tornò davanti. Sull’Alpe d’Huez il transalpino tornò in testa, nelle successive tappe le schermaglie tra i due non mancarono, con un successo in salita a testa. Risultato: ultima tappa a cronometro, 24,5 chilometri da Versailles a Parigi e 50” di bottino a favore di Fignon.

L’altimetria già diffusa del percorso finale del 2024, 35 chilometri non senza difficoltà
L’altimetria già diffusa del percorso finale del 2024, 35 chilometri non senza difficoltà

E ora si ricomincia…

La distanza appariva ridotta pur in presenza della superiorità dell’americano, ma LeMond nell’occasione tirò fuori dal cilindro una prestazione spaventosa, alla media di 54,545, la più alta mai registrata fino allora. Fignon aveva resistito con le unghie e con i denti, ma alla fine perse di 8”. Ancora una volta la crono finale gli era stata fatale, come al Giro nel 1984, di fronte a Francesco Moser. Da allora, forse anche per il grande dolore che i francesi avevano provato, la crono tornò alla sua collocazione del sabato, lasciando spazio al carosello finale sulle strade della capitale. Ma nel 2024 non sarà così…

La Canyon Aeroad “normale” di Van der Poel

19.03.2023
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In mezzo a tante estremizzazioni tecniche, vince una Canyon Aeroad “standard” e con allestimento convenzionale.

Van Der Poel ha trionfato sul traguardo della Sanremo con la sua Aeroad CFR, dove tutto è semplicemente normale e con una posizione in sella più “scaricata” che in passato. Analizziamo la bicicletta del vincitore della Milano Saremo 2023.

La Canyon Aeroad CFR che vince la Saremo 2023
La Canyon Aeroad CFR che vince la Saremo 2023

Canyon Aeroad CFR taglia L

La bicicletta di Van Der Poel si distingue, rispetto alle altre dei compagni di squadra, per la colorazione rosso/amaranto. Inoltre sulla tubazione dello sterzo è riportato il logo del campione olandese, mutuando la scelta vista sulle bici da ciclocross.

E’ una Canyon Aeroad CFR, quindi un progetto che ha già qualche anno di vita (non ci stupiremmo di vedere ufficialmente una nuova versione al prossimo Tour de France, o subito dopo), con il cockpit integrato Canyon e con un arretramento sella maggiorato, rispetto a qualche stagione a dietro.

Dopo l’incidente di Tokyo

Non è la prima volta che notiamo un arretramento maggiore della sella (Selle Italia Flite Boost Superflow), soluzione adottata diverse volte dopo la caduta in mtb alle Olimpiadi. Cosa può significare: un comfort maggiore e soprattutto uno “scarico” aumentato per la zona lombare, anche in considerazione dei tanti chilometri della Sanremo. Nonostante questo, sempre facendo un confronto con il passato, utilizza un manubrio con stem negativo.

Non solo: nelle ultime uscite, Van Der Poel ha sempre utilizzato le tacchette blu per i pedali Shimano, quelle intermedie che prevedono un minimo di gioco laterale. In passato, per le calzature road, il corridore era solito ad usare quelle di colore rosse (fisse).

Componentistica standard

Una trasmissione Shimano Dura Ace a 12 rapporti, con la guarnitura 54/40 anteriore, power meter di ultima generazione incluso, pignoni con scala 11/30 dietro. Le pedivelle che usa Van Der Poel sono da 172,5.

Anche le ruote sono dell’ultima generazione Dura Ace, sono le C60 tubeless ready, gommate Vittoria TLR (tubeless) con una sezione da 26. L’atleta olandese ha scelto due dischi freno da 140 millimetri di diametro.

A Van Aert è mancato poco. E forse quel 52…

19.03.2023
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Un po’ come Pogacar ieri, anche Wout Van Aert sembra fare “buon viso a cattivo gioco”. Si dichiara non dispiaciuto di come è andata la sua Milano-Sanremo e si complimenta con l’eterno rivale Van der Poel.

La verità è che la Classicissima della Jumbo-Visma, la squadra più attesa, non è stata affatto facile. Più volte hanno avuto qualche incidente di percorso, ma tutto sommato sono sempre rimasti dove volevano. E alla fine la differenza l’hanno fatta le gambe. E poi c’è quel quid che riguarda il monocorona da 52 denti che tanto fa discutere.

Van Aert e Pogacar stanchi dopo l’arrivo di Sanremo. Hanno dato tutto
Van Aert e Pogacar stanchi dopo l’arrivo di Sanremo. Hanno dato tutto

Nessun rimpianto

«Non ho nessun rimpianto – ha detto Van Aert dopo l’arrivo – Mathieu ha dimostrato a tutti di essere stato fortissimo. E’ stata una Sanremo velocissima, anche se la Cipressa è stata più facile del previsto, quindi sul Poggio c’erano più persone. E la corsa alla fine si è fatta tutta lì».

«Siamo rimasti in quattro, tutti corridori molto forti e tutti abbiamo corso per vincere. Ed è quello che ha fatto anche Mathieu. Lui è stato intelligente. Bisognava chiudere subito quel buco, ma io ero ero a tutta quando ha attaccato Pogacar.

«Semmai sono rimasto sorpreso dal fatto che Mathieu avesse ancora qualcosa nelle gambe. In discesa ho provato a chiudere, ma sapevo che al massimo saremmo potuti scendere alla stessa velocità. Poi una volta entrati a Sanremo, all’ultimo chilometro, ci siamo giocati il secondo posto. Ma si sapeva, è normale. E’ stata una bella gara, una bella battaglia».

Wout dice di non essere deluso, ma poi aggiunge anche: «Mathieu è andato via al momento giusto. Io non mi pento di come ho corso – quasi a giustificarsi – Questa gara mi piace. È la quinta volta che la faccio e sono sempre stato nella top 10. Devo provare a rivincerla».

Richard Plugge, grande capo della Jumbo-Visma
Richard Plugge, grande capo della Jumbo-Visma

Parla Plugge

E di tattica in qualche modo ci ha parlato anche il grande capo della Jumbo-Visma, Richard Plugge. Nella zona dei bus il general manager ha detto: «Erano rimasti in quattro, i più forti di oggi ed era più o meno quello che ci aspettavamo. Van der Poel è stato molto intelligente.

«Si sapeva in anticipo che qualcuno sarebbe scattato lì, ma servivano le gambe. Non è facile e Wout aveva speso tanto per chiudere su Pogacar… con Van der Poel a ruota».

«Siamo stati anche un po’ sfortunati. Abbiamo avuto qualche guaio di troppo. Avremmo potuto utilizzare meglio Jan Tratnik nel finale, ma è caduto (prima della Cipressa, ndr). Alla fine per me ottenere un podio in una classica monumento va bene».

E il fatto di spingere di più sulla Cipressa lo ha confermato anche il diesse, Grischa Niermann. L’assenza di Tratnik non ha scombussolato del tutto i piani, ma ha inciso.

E se fosse stata questa scelta, il monocorona, ad aver deciso la Sanremo di Van Aert?
E se fosse stata questa scelta, il monocorona, ad aver deciso la Sanremo di Van Aert?

Persa in partenza?

E così la corsa dei giallo-neri è stata molto meno semplice di quel che si possa pensare. Però è anche vero che Van der Poel nel finale non aveva tutti questi compagni e anche la UAE Emirates non aveva lavorato al meglio sulla Cipressa. Pertanto la domanda, e le riflessioni, da farsi riguardano proprio il famoso monocorona da 52 denti che ha utilizzato Van Aert.

Che quel rapporto lo abbia “cotto a fuoco lento”? Che lo abbia logorato nei quasi 300 chilometri da Milano a Sanremo? O, analisi ancora più tecnica, che il 52 sul Poggio a quelle velocità forse è “poco” per rispondere a certi attacchi? Non che in una corsa del genere si utilizzi così spesso il 39 o il 40, ma va da sé che con il 52 quando si va forte, e alla Sanremo capita praticamente per 270 chilometri, per forza di cosa si va a cercare un pignone posteriore più duro. A rafforzare questa ipotesi, consideriamo anche che Van Aert, il quale a volte si getta persino nelle volate di gruppo, ha perso lo sprint con Ganna.

Dubbi che lo stesso Plugge non smentisce. Con la tipica lucidità di chi lavora con i numeri, alla domanda se Van Aert rifarebbe questa scelta lui replica così: «Bisognerebbe chiederlo a Wout, ma come vedete sono appena sceso dalla macchina e ancora ci devo parlare. E’ una cosa che analizzeremo». 

Gigantesco Ganna: la Classicissima è nel suo futuro

18.03.2023
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Una cosa Tosatto la dice giusta: stasera bisognerà festeggiare. Il secondo posto di Ganna vale quanto una vittoria, perché al primo assalto da leader in una Monumento, il Pippo nazionale è arrivato a un passo dal successo. Ha risposto alla violenza di Pogacar sul Poggio e se un errore ha commesso, è stato quello di non credere abbastanza nelle sue possibilità. Colpa derubricata: la prima volta è normale, è un semplice fatto di esperienza.

«Il finale è andato come avevamo immaginato – dice Tosatto – come volevamo. La squadra era tutta per Pippo e ha lavorato benissimo. Voglio solo dire bravo ai ragazzi e soprattutto a Filippo che sul Poggio, se guardiamo in che compagnia si è trovato, si è meritato un grande applauso. Sin da ieri sera gli avevo detto di stare attento allo scatto di Pogacar e lui l’ha preso. Quando poi è partito Van der Poel, ero convinto che Pogacar avrebbe chiuso. Invece avevano tutti le stesse gambe. Anzi, Van der Poel ne ha avute più di tutti perché ha vinto. Però di quelli dietro, Filippo è quello che stava meglio. Avevo paura della discesa perché sappiamo che Ganna non è un grande discesista, però oggi ha dimostrato un salto di qualità enorme».

Un secondo un po’ stretto

Ganna arriva e non si capisce se sia contento o stia rimuginando su cosa avrebbe potuto fare di più, tratto distintivo dei campioni che corrono per vincere e digeriscono a fatica il secondo posto. Accanto al pullman si aggira il suo manager Giovanni Lombardi, che poco fa spiegava di non aver mai avuto dubbi sulle capacità di Pippo nelle corse in linea e che sarà l’esperienza a dargli ciò che potrebbe essergli mancato oggi.

«Volevo restituire qualcosa alla squadra che ha creduto in me – dice il piemontese – sono felice ma un po’ rammaricato perché è l’ennesimo secondo posto della stagione. Comunque è stata una gara davvero bella, torneremo per provarci il prossimo anno. Sono contento perché quest’anno, anche con una settimana in meno di lavoro a causa dell’operazione agli occhi, sono riuscito a correre da protagonista. Forse avrei potuto fare di più, ma ho avuto paura di seguire Van der Poel. Era la mia prima volta in una situazione come questa».

L’allungo sul traguardo ha fatto capire a Ganna che avrebbe avuto le gambe per osare di più
L’allungo sul traguardo ha fatto capire a Ganna che avrebbe avuto le gambe per osare di più

Lo sprint migliore

Il bilancio deve essere considerato positivo. Non dimentichiamo le polemiche degli anni scorsi, quando gli veniva chiesto di tirare sul Poggio in favore di compagni che poi non stringevano nulla fra le mani. Forse non erano maturi i tempi, forse mancava la fiducia. Oggi è arrivato tutto insieme.

«Vado a casa con buone sensazioni – dice Ganna – in vista delle classiche. Essere riuscito a rimanere con quei tre grandi mi dà molto morale. Alla fine, Mathieu ha fatto un attacco fantastico, tanto di cappello. Io stesso ho fatto uno dei miei migliori sprint di sempre. Ovviamente quando arrivi secondo, sei un po’ deluso, ma alla fine resta un giorno che ricorderò con orgoglio. Adesso l’obiettivo è la Roubaix. Punto tutto sul pavé».

Tosatto sfinito al termine della Sanremo: la corsa è andata secondo i piani
Tosatto sfinito al termine della Sanremo: la corsa è andata secondo i piani

In Belgio con fiducia

Tosatto riceve messaggi, abbracci e complimenti. La Ineos Grenadiers ha perso Pidcock alla vigilia della corsa e scegliere di puntare tutto su Ganna è stato una necessità e insieme un grande atto di stima. Il fatto che dopo i mondiali su pista, Filippo e Cioni abbiano lavorato prevalentemente in ottica classiche fa capire che dietro c’è un progetto e che il progetto può dare ottimi frutti.

«Avevamo detto ieri sera – spiega ancora il direttore sportivo veneto – che volevamo questo finale. Se poteva attaccare sul Poggio? Credo di sì, ma non dimentichiamo che è la prima volta che Pippo è davanti sul Poggio, dunque bisogna solo fargli tanti applausi. Ho creduto che ce l’avremmo fatta. Pensavo che, finita la discesa, tra Van Aert, Pogacar e Pippo, cinque secondi sarebbero stati recuperabili. Poi magari si arrivava in volata e si faceva quarti. Viste le gambe che ha mostrato Pippo nel finale, un po’ di rammarico c’è, ma noi puntiamo sempre in alto e oggi ci siamo andati vicino.

«Lui era convinto. E io mi accorgo da piccoli dettagli che può fare la differenza, ma quali sono non chiedeteli, perché li tengo per me. E’ la prima volta che ha corso da leader alla Sanremo e poteva già vincerla. Era un segnale forte che doveva dare e che ha dato. Perciò adesso si va a festeggiare questo secondo posto, perché bisogna festeggiare. E dopo si va in Belgio con grande fiducia».

Fenomeno olandese e vento nemico, la resa di Pogacar

18.03.2023
5 min
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Al bus della UAE Emirates un anno dopo. E stavolta Tadej Pogacar non ha il consueto sorriso sulla bocca. Stavolta il campione sloveno ci è rimasto più male di quel che vuol far credere. Aveva fatto una corsa (semi) perfetta, ma alla fine quel contropiede di quell’altro fenomeno che è Mathieu Van der Poel ha chiuso i giochi.

Nel clan UAE Emirates ci sono però sorrisi compiaciuti. Ed è giusto. Ci hanno provato fino in fondo. Le parole di Matxin sono il riassunto preciso della giornata: «Pazienza. Ci abbiamo provato. Cosa dovevamo fare? Non sempre si vince».

Tadej fila sul bus. Una doccia, mille pensieri, ma presto tornerà disponibile
Tadej fila sul bus. Una doccia, mille pensieri, ma presto tornerà disponibile

La grinta non basta

Tadej cerca un po’ d’acqua mentre sfila con la sua bici dopo la linea del traguardo. Poi arriva al bus, apre la tendina e senza troppi sorrisi o convenevoli s’infila dentro. Pochi secondi dopo già si sente la doccia che va. 

Andrej Hauptman, il direttore sportivo che lo ha guidato in corsa – ha giusto il tempo di dargli una pacca sulle spalle.

«Una grande grinta, una grande voglia, ma non è bastato – dice allargando le braccia il diesse sloveno – Ma abbiamo fatto tutto per fare la corsa dura fino al punto in cui è partito Tadej. Però oggi Van der Poel, Van Art e Ganna sono stati veramente forti e l’hanno battuto».

«Noi dall’ammiraglia quando è partito gli abbiamo detto di andare a tutta fino in cima. Era la sua unica arma. Nessuna comunicazione».

Il diesse Hauptman (a sinistra) con Zhao Haoyang, uno degli addetti stampa della UAE Emirates
Il diesse Hauptman (a sinistra) con Zhao Haoyang, uno degli addetti stampa della UAE Emirates

Vento galeotto?

La chiave della corsa è stata tutta nell’insistenza di Pogacar sul Poggio. E’ il destino beffardo di chi è il più forte e meno veloce. Ti aspettano al varco e ti lasciano l’onere della corsa. «Sapete – va avanti  Hauptman – Pogacar non è un velocista e lì ha dovuto giocarsi tutto».

Però forse un mezzo cambio Pogacar se lo aspettava ed è questo che probabilmente lo lascia con un po’ di amaro in bocca.

In fin dei conti era lo “scricciolo” in mezzo ai giganti. In mezzo a gente che pesa 15 o 20 chili di più. E nonostante tutto era lui a tirare. Cimolai, dopo l’arrivo, ci ha detto che il vento tendenzialmente era a favore, ma anche laterale. E a ruota si stava “bene”. Questo non è dettaglio da poco. Questo significa che se stavi a ruota, come VdP, o comunque pedalavi nel lato coperto, risparmiavi molto di più. E Tadej non è stato a ruota di nessuno…

«Erano rimasti in quattro e ognuno ha fatto la sua corsa – ribatte Hauptman – Noi abbiamo guardato i nostri interessi e gli altri ai loro. In quel momento, noi abbiamo detto a Tadej: regolare fino a cima, poi vediamo». 

Grosschartner a tutta sulla Cipressa. Il forcing della UAE è stato però un po’ tardivo e forse meno intenso di quel ci si poteva attendere
Grosschartner a tutta sulla Cipressa. Il forcing della UAE è stato però un po’ tardivo e forse meno intenso di quel ci si poteva attendere

Cipressa, che guaio

«La nostra gara è andata come volevamo… più o meno – prosegue Hauptman – Non è stato tutto perfetto. Sulla Cipressa volevamo fare un’andatura più forte, però non tutto va come si vuole per filo e per segno. Sul Poggio sì, sulla Cipressa no».

«In pratica abbiamo preso la Cipressa un po’ troppo indietro, soprattutto Felix (Grosschartner, il più scalatore, colui che doveva fare il lavoro maggiore su quella collina, ndr) ed ha speso tante energie per arrivare nelle prime posizioni e ci è arrivato dopo un chilometro e mezzo di salita». E lì, gli UAE Emirates hanno perso un po’ di tempo e di watt per fare la corsa ancora più dura.

Grande sportività. Pogacar si è complimentato subito con Van der Poel
Grande sportività. Pogacar si è complimentato subito con Van der Poel

Spunta Tadej

Dopo un po’ ecco Pogacar riaffacciarsi come un anno fa dal bus. Lo sloveno è un campione anche in questo: ci mette sempre la faccia, bisogna dirlo. Dice di non avere rimpianti… 

«No, nessun rimpianto – dice Pogacar – Avevo un obiettivo oggi ed era quello di attaccare una volta che la squadra aveva terminato il suo lavoro. Ed oggi ha svolto un grande lavoro. Devo ringraziarli per aver organizzato un attacco così.

«Stavolta ho fatto un solo grande attacco. Lo scorso anno ne avevo fatti quattro. Magari l’anno prossimo farò qualcos’altro. E poi Mathieu è stato molto forte. E’ andato via e ha fatto il vuoto. Io ero in testa ed ero già al limite. E anche in discesa è stato più bravo di noi. Uscendo dalle curve lo vedevamo che scappava via e che rilanciava».

«Ripeto, io non ero abbastanza forte per andare via da solo ma. Sapevo che sarebbe stato difficile, ma continuo ad avere grandi speranze per questa gara negli anni a venire. E ora? Ora il Fiandre e vincerà il migliore anche li!».

Il colpo di un artista: Van der Poel conquista via Roma

18.03.2023
5 min
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Quando gli chiediamo se alla Tirreno abbia finto, Van der Poel fa un sorriso divertito. Ha vinto la Sanremo da meno di un’ora e non ha ancora fatto in tempo a mettere in ordine i pensieri. Sul traguardo ha abbracciato la sua compagna ad un’intensità pazzesca, poi è stato risucchiato da premiazioni e protocollo. Ora si siede, allaccia le scarpe e racconta.

«Sarei stato un grande attore – dice – ma la verità è che non ero per niente soddisfatto del livello che avevo alla Tirreno. Non faccio certi giochini. Nel giorno dei muri mi sono messo alla prova, ma ho avuto sensazioni pessime. Mi sono risollevato quando ho tirato la volata l’ultimo giorno a Philipsen, perché ho sentito di avere forza nelle gambe. Lo avevo detto prima della Strade Bianche: avevo bisogno di una corsa in cui soffrire e fare fatica. E la Tirreno-Adriatico è stata lo step perfetto per arrivare bene alla Sanremo».

Da solo sul traguardo di via Roma: per Van der Poel la vittoria nella corsa più difficile da vincere
Da solo sul traguardo di via Roma: per Van der Poel la vittoria nella corsa più difficile da vincere

Discesa all’80 per cento

E adesso venite a prendermi: deve aver pensato questo quando la discesa lo ha inghiottito, nascondendolo alla vista degli inseguitori. Come sia che cinque secondi diventino all’improvviso un gap incolmabile rientra fra i mille significati di una gara di 300 chilometri.

«Sono sceso dal Poggio all’80 per cento – spiega – perché non ho voluto prendere nessun rischio. Se fossi caduto, non me lo sarei perdonato. Perché per un rischio troppo grande, avrei visto il gruppo giocarsi la corsa senza di me. Era la mia quarta Sanremo, sapevo che avrei dovuto difendermi fino alla cima del Poggio per poi attaccare. La nostra tattica è cambiata dopo la Cipressa…».

Cima del Poggio, scatta il piano: Van der Poel allunga
Cima del Poggio, scatta il piano: Van der Poel allunga

Cipressa troppo facile

Quando la UAE Emirates ha preso in mano la corsa sulla penultima salita, la previsione è stata infatti che i corridori più a corto di condizione sarebbero saltati. Non che si temesse per Van der Poel, ma di certo avrebbe potuto spendere più del dovuto, ritrovandosi poi con le gambe in croce. Come leggerete anche nell’intervista agli uomini del team emiratino, qualcosa però non ha funzionato e alla fine della Cipressa, guardandosi allo specchio, tanti hanno capito di avere ancora ottime gambe. Come Van der Poel, appunto, che in cima alla salita è passato davanti con un compagno e ha condotto tutta la discesa, lasciandosi riprendere soltanto in fondo.

«La Cipressa è venuta più facile di quanto pensassi – spiega – per cui quando sono sceso, ho parlato con la squadra, chiedendo che mi mettessero sul Poggio nella miglior posizione possibile. E loro hanno fatto un ottimo lavoro. Quando Pogacar ha accelerato ero nel primo gruppo ed è stato facile seguirlo».

La fidanzata Roxanne ha aspettato Mathieu al centro del rettilineo: accoglienza più che meritata
La fidanzata Roxanne ha aspettato Mathieu al centro del rettilineo: accoglienza più che meritata

Senza mai voltarsi

Il resto è un flashback di immagini, che di curva in curva lungo la discesa del Poggio, hanno portato l’olandese della Alpecin-Deceuninck fino all’arrivo di via Roma, felice come un bambino. Ben più felice di quando a fine gennaio ha vinto il mondiale di cross che ora nelle sue parole diventa piccolo come una corsetta di paese.

«Hoogerheide – dice – era importante perché era un mondiale vicino casa, ma vincere una Monumento è un’altra cosa. Avevo detto che la Sanremo non mi piaceva, aggiungendo di amare soltanto gli ultimi 100 chilometri. La verità è che è difficilissima da vincere, a volte non basta essere il più forte. Per questo nella discesa non mi sono mai voltato e a volte è la tattica migliore. Ho buttato l’occhio indietro soltanto quando sono arrivato sull’Aurelia e poi sono rimasto concentrato su me stesso».

Podio per metà inatteso: Van der Poel era prevedibile, Van Aert pure, ma il secondo posto di Ganna vale un successo
Podio per metà inatteso: Van der Poel era prevedibile, Van Aert pure, ma il secondo posto di Ganna vale un successo

«La verità – prosegue – è che oggi avevo ottime gambe e sono servite tutte, per battere corridori come Ganna, Van Aert e Pogacar. Solo una corsa come questa può avere un ordine d’arrivo del genere. Ganna è davvero un ragazzo gentile, l’ho conosciuto meglio alla Tirreno, abbiamo parlato un po’. Questa è la corsa perfetta per lui e sono certo che un giorno potrà vincerla. Sotto al podio, gli ho anche chiesto il suo programma per le corse del Nord. Uno così merita parecchio rispetto».

Una storia di famiglia

L’ultimo pensiero va a suo nonno Raymond Poulidor, scomparso nel 2019, che non vinse mai un Tour né mai indossò la maglia gialla: cosa che suo nipote vendicò due anni fa fra le lacrime. Poupou vinse una sola classica Monumento, la Milano-Sanremo del 1961 e Mathieu lo sapeva. Per questo sorride dolcemente, prima di riprendere le sue cose a andare finalmente a farsi una doccia. Sono passati 62 anni, anche questa volta suo nonno sarebbe stato orgoglioso di lui. E forse lo sarà lo stesso…