Il Muro di Ca’ del Poggio, ormai si sa, non è soltanto una salita. I numerosi passaggi del Giro d’Italia (finora 8, che diventeranno 9 quest’anno) l’hanno consacrato come un punto amatissimo dagli appassionati, che ogni volta si assiepano sulle sue rampe per vedere da vicino i grandi campioni, aiutati dalle pendenze proibitive.
Molto più che una salita lo è anche e soprattutto per Sacha Modolo, ex professionista che abita a San Vendemiano, a pochissimi chilometri di distanza, per il quale il Muro di Ca’ del Poggio è un insieme di amicizie e ricordi, momenti di agonismo e identità territoriale.
Modolo conosce ogni metro di quello strappo di 1,1 chilometri al 12,7 % di pendenza media, quindi l’abbiamo contattato per farci raccontare i segreti di questo luogo. Anche per capire cosa potrà succedere nella 18^ tappa del Giro appena iniziato, che passerà proprio da lì a meno di dieci chilometri dal traguardo di Pieve di Soligo.


Sacha, cos’ha di speciale per te il Muro di Ca’ del Poggio?
Per noi della zona è qualcosa di speciale. Per me soprattutto, perché posso dire di essere cresciuto assieme a lui. Alberto Stocco ha iniziato intorno al 2008 a promuovere questo Muro e proprio in quegli anni io stavo emergendo tra i dilettanti. La famosa casetta rosa in cima l’ho inaugurata io nel 2009 insieme ad altri corridori, come Bruseghin. Quindi si può dire che sia diventato famoso mentre io passavo professionista.
Perché proprio questo muro è diventato così famoso? Quella zona è ricca di rampe simili.
Molto ha fatto l’impegno che ci ha messo Alberto ad investire su questa salita. Poi c’è anche una fortuna logistica diciamo, perchè è una strada comoda, abbastanza larga, mentre altri muri della zona sono più stretti e sarebbe impossibile farci passare un Giro d’Italia. Un muro, per diventare famoso, ha bisogno della visibilità dei grandi eventi, altrimenti rimane semplicemente una strada. Basti pensare al Muro di Grammont, tutti lo conoscono per il Giro delle Fiandre. Alberto è stato bravissimo a capire che il ciclismo può promuovere il territorio in un modo che altri sport non riescono a fare.


Ti ricordi la prima volta che l’hai affrontato?
Ho iniziato a farlo da under 23, perché nelle categorie più basse prima non si faceva tanta salita ai miei tempi. Poi il muro è stato inserito nel percorso del Trofeo Città di San Vendemiano e allora ho iniziato ad andare a provarlo in allenamento. Nel 2007 poi, al mio secondo anno da under, ho vinto proprio quella gara in uno sprint ristretto. Il muro era a circa 10 chilometri dall’arrivo, gli altri hanno provato a staccarmi, ma non ci sono riusciti e alla fine ho vinto la volata abbastanza facile.
La prima volta da professionista?
La mia prima volta da professionista è stata al Giro del 2013, nella tappa con arrivo a Treviso. Era un momento chiave della corsa ed ero molto concentrato, proprio perché ero a casa mia e conoscevo benissimo quelle strade. Infatti nella discesa successiva il gruppo si spezzò. Non me lo sono goduto tantissimo diciamo, ma poi comunque nella tappa mi sono piazzato abbastanza bene (8°, ndr).
Il ricordo più bello legato al Muro?
Quello di passare sempre davanti alla mia gente. L’esempio più recente è stato il mondiale gravel, che ho fatto più per divertimento e curiosità quando mi ero appena ritirato. Però c’era tanta gente ed è sempre bello sentire quell’atmosfera.


Andiamo sul piano più tecnico. Appena più di un chilometro, ma durissimo: come si affronta? A tutta o di ritmo?
Dipende molto dal momento della corsa. In alcuni passaggi al Giro lo prendevo davanti e poi cercavo di gestirmi. Essendo comunque corto, lo può superare bene anche uno scattista come ero io, anche se attacca uno scalatore. Un velocista puro invece fa tanta fatica a resistere ad un attacco. In ogni caso io l’ho sempre fatto con la corona piccola, col 39, perché è uno sforzo di tre minuti e mezzo, quattro minuti, non puoi fare una sparata e basta.
Quali sono i punti chiave della salita?
C’è un primo tratto durissimo fino al tornante prima del ristorante. Poi spiana leggermente e alla fine c’è l’ultimo dente, dove se ne hai, dai tutto. Però cambia molto anche da quale strada si prende dopo il Muro. Se si svolta a destra continua il falsopiano per circa un chilometro e quindi bisogna tenersi delle energie, perché se arrivi lì al gancio poi rischi di saltare. Se invece si gira a sinistra c’è subito la discesa, allora puoi davvero dare tutto.
Quanto conta il posizionamento all’imbocco?
Conta tantissimo ovviamente, soprattutto se è vicino all’arrivo. Quindi bisogna prenderlo davanti, così puoi vedere cosa succede e controllare eventuali attacchi. Se invece quando lo cominci devi già rincorrere diventa tutto molto, molto più difficile.


Quest’anno il Giro passerà da Ca’ del Poggio a meno di dieci chilometri dal traguardo, sarà quindi il punto decisivo della tappa. Che scenari ti immagini?
Sì, finalmente il Muro avrà il posto che si merita. Molto dipenderà dalla fuga, anche perché il giorno dopo c’è il tappone di montagna e quindi il gruppo potrebbe lasciare spazio agli attaccanti. Se non va la fuga vedo favoriti gli uomini di classifica.
Quanti secondi di vantaggio possono bastare in cima per arrivare in fondo?
Secondo me, anche 15 secondi possono bastare. Poi chiaramente dipende dalle gambe, se dietro c’è un gruppetto coeso che tira oppure no. Però credo che sul muro andranno via alcuni scattisti assieme agli uomini di classifica e si giocheranno la tappa in una volata ristretta. Ormai si vede sempre più spesso che chi fa classifica vuole vincere anche tappe come quella.
Sacha, ultima domanda. Favorito per l’arrivo di Pieve di Soligo?
Dico Giulio Pellizzari, perché non voglio fare un altro nome per scaramanzia. Pellizzari va forte in salita e non è fermo in volata, quindi quella potrebbe essere davvero una grande occasione.