Pogacar gigante all’Amstel, ma i rivali “veri” dove sono?

16.04.2023
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Chissà che cosa avranno pensato i corridori della Alpecin-Deceuninck sentendo che a Pogacar il punto dell’attacco per vincere l’Amstel Gold Race l’ha suggerito il loro capitano Mathieu Van der Poel. L’olandese oggi non c’era, perché dopo la vittoria alla Roubaix si è preso un turno di riposo, ma ha trovato il modo un paio di giorni fa di mandare un messaggio allo sloveno, che evidentemente a suo giudizio avrebbe avuto bisogno di aiuto per piegare i rivali anche nella corsa dei mastri birrai.

«Mathieu Van der Poel mi ha detto di accelerare sul Keutenberg – racconta Pogacar dopo l’arrivo – quella era davvero la salita più dura e mi si addiceva di più. Quando me l’ha detto? Tre giorni fa, mi ha mandato un messaggio. Lo ringrazierò per il consiglio».

La foto ai fotografi che immortalano il gruppo davanti al mulino a vento, ma intanto la UAE Emirates fa la corsa
La foto ai fotografi che imortalano il gruppo davanti al mulino a vento, ma intanto la UAE Emirates fa la corsa

Una gomma a terra

Dopo il Fiandre, Pogacar centra in Olanda l’undicesima vittoria stagionale, applicando alla lettera quel che Van der Poel gli ha suggerito e aggiungendo del suo alla ricetta vincente. La fuga che ha deciso la corsa infatti è andata via a 90 chilometri dall’arrivo, seguendo una logica cui ormai dovremmo esserci abituati e che ogni volta invece ci lascia di sasso. Poi, quando di chilometri ne mancavano 39, lo sloveno si è ritrovato con una gomma a terra. Ha maledetto l’assenza dell’ammiraglia, restata intrappolata nelle retrovie. Il cambio bici e il ritorno sui primi sono stati tuttavia l’anticamera dell’attacco decisivo.

«Non mi aspettavo che saremmo andati in fuga così presto – commenta – e sono andato avanti con una gomma bucata per molti chilometri. Per fortuna la ruota perdeva pressione molto lentamente, ma lo stesso ho dubitato che sarei stato in grado di arrivare al traguardo. Alla fine ce l’ho fatta. E’ stato frustrante non aver avuto accanto l’ammiraglia per così tanto tempo, ma fortunatamente siamo riusciti a cambiare la bici appena in tempo, prima delle salite finali».

L’Astana ha fatto arrivare Lutsenko, fresco della vittoria in Sicilia. Il kazako qui vinse il mondiale U23 del 2012
L’Astana ha fatto arrivare Lutsenko, fresco della vittoria in Sicilia. Il kazako qui vinse il mondiale U23 del 2012

Solo Remco

Alla vigilia la domanda che circolava fra gli addetti ai lavori riguardava la Jumbo Visma e altri squadroni. Come mai la squadra di Van Aert ha scelto di non portare né RoglicVingegaard, che stanno vivendo un ottimo momento e sono fra i pochi che in passato siano riusciti a opporsi a Pogacar? La riposta fornita dal team olandese è che il primo sta preparando il Giro, mentre il secondo non ha una grande esperienza nelle classiche.

Dato che volenterosi rivali come Cosnefroy, Gaudu e Benoot si sono arresi al primo attacco (quindi a 90 chilometri dall’arrivo), in attesa di saggiare la condizione di altri come ad esempio Mas, Higuita e Vlasov, bisognerà capire chi nei prossimi giorni sarà in grado di opporsi a Pogacar: forse Evenepoel. Anche Remco infatti sta preparando il Giro, ma non rinuncerà alla Liegi. In questo modo diventa evidente lo scontro fra due scuole. Quella più moderna (sul piano delle metodiche) di coloro che puntano sulla specializzazione. E poi quella più spregiudicata di campioni che accettano le sfide senza nascondersi dietro troppi calcoli, forse perché consapevoli di margini più ampi.

Giro d’Onore

Pogacar ha sferrato l’attacco finale a 36 chilometri dall’arrivo sull’Eyserbosweg, la salita delle Antenne, da cui solitamente la corsa prendeva il largo nel ciclismo di ieri. Healy si è gestito bene e ha proseguito col suo ritmo. Pidcock ha provato invece a opporsi, ma è durato 50 metri in più e poi ha dovuto fare i conti con le gambe più pesanti. Salvare il podio dal ritorno di Lutsenko e Kroon non è stato così semplice.

Da quel momento l’Amstel Gold Race si è trasformata in un giro d’onore, come altri già visti in questa primavera. E se il vantaggio su Healy alla fine è stato solo di 38 secondi, è perché Pogacar ha affrontato l’ultima scalata del Cauberg senza andare a fondo nella fatica, pensando magari a salvare le forze per la Freccia Vallone e la Liegi.

L’Amstel non è un monumento, ma vale parecchio. Per Pogacar è la undicesima vittoria stagionale
L’Amstel non è un monumento, ma vale parecchio. Per Pogacar è la undicesima vittoria stagionale

«In questa stagione – dice andando via dall’Amstel con il suo addetto stampa Luke McGuire – sto vivendo un sogno. Non so se sia stato più forte di quando ho vinto il Fiandre, perché è stata una corsa completamente diversa, ma di certo mi sono sentito bene. Stamattina ero piuttosto congelato con il brutto tempo, ma poi ho scoperto di avere delle buone gambe. Ora si va verso Freccia e Liegi. Mi hanno detto che se vincessi anche la Liegi entrerei nella storia, ma credo che sia presto. Ne parleremo semmai mercoledì o domenica».

Quattro Liegi in bacheca e una corsa da organizzare

16.04.2023
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In cima c’è Merckx, con le cinque vittorie. Poi nell’albo d’oro della Liegi, a quota quattro ci sono un italiano e uno spagnolo: Argentin e Valverde. L’ultima del veneziano porta la data del 1991 e dopo di allora, Moreno fece in tempo a centrare anche il quinto posto del 1993, alla vigilia dell’anno del suo ritiro. Classe 1960, smise a 34 anni, senza fare come Cavendish che per vincere la tappa che gli manca per il record di Merckx al Tour, ha trovato a 37 anni il contratto con l’Astana.

«In realtà – racconta Argentin – a quel record non ci ho mai pensato. Se fosse stato una priorità, avrei provato magari qualche anno in più, perché come avete detto, ho fatto anche dei piazzamenti. Però, insomma, essere secondo non è una vergogna, anzi è un orgoglio. Eddy è un grande, molto più di certi italiani che nel conto delle loro vittorie mettono anche i circuiti a pagamento. Cominciamo a togliere le decine di vittorie combinate e poi di certi record riparliamo… ».

Dal 2018, Argentin è l’organizzatore della Adriatica Ionica Race
Dal 2018, Argentin è l’organizzatore della Adriatica Ionica Race
Per uno come te che è stato grande al Nord e che oltre alle 4 Liegi, ha 3 Freccia Vallone e anche il Fiandre, quando arriva questo periodo, torna fuori qualche prurito?

E’ passato tanto tempo, ovviamente il prurito ce l’ho avuto i primi anni. Avevo ancora la smania di essere lì, anche se non ero più allenato. Ormai vediamo tutto con una lente di ingrandimento, ma non ho più lo sguardo del corridore che le ha fatte. Solo una sensazione non va via…

Di cosa si tratta?

L’unica emozione, anche se non so se sia un’emozione, è quando li vedo cadere e ultimamente cadono spesso. Mi vengono i brividi, come se io fossi là: sento la carne che si strappa. La sensazione come se a scivolare sull’asfalto, ci fossi io al posto loro. Ecco, questa mi rimane ancora. Sento il dolore, per un attimo mi vengono i brividi. Penso a quello che provano loro. Insomma, fanno di quelle cadute certe volte…

Quando li vedi attaccare, magari sullo Stockeu o la Redoute, le gambe cosa dicono?

Oggi niente. Allora il mal di gambe, quando andavi forte, non lo sentivi. Sentivi i dolori da stanchezza, più che altro. Però c’era la voglia di tenere comunque. Lo Stockeu era una salita a metà percorso, in cui iniziavano a fare la prima selezione. Si entrava nel vivo della corsa, ma non si impiegava tanto a lasciarselo dietro. Lo Stockeu è uno strappo breve, non è che senti il mal di gambe come fosse una salita da 20 chilometri. Finiva presto, poi iniziava la discesa e si recuperava. Io avevo questa caratteristica.

Liegi del 1991: arriva il quarto sigillo, davanti a Criquielion, Sorensen e Indurain, tre giorni dopo la vittoria nella Freccia
Liegi del 1991: arriva il quarto sigillo, davanti a Criquielion, Sorensen e Indurain, tre giorni dopo la vittoria nella Freccia
Dopo aver corso per 10 volte la Liegi e averne vinte quattro, se chiudi gli occhi, ricordi ogni passaggio?

Mi ricordo le strade e forse ancora di più gli episodi. Quando magari inseguivi perché il gruppo si era rotto oppure eri davanti e controllavi la situazione. Mi ricordo che dopo lo Stockeu, quando venivi giù scendevi in paese a tutta, trovavi il pavé, poi iniziava subito l’altra salita, la Haute Levée. In quella doppietta di cote, i miei mi portavano davanti. Dovevi per forza fare la salita davanti per stare lontano dai pericoli. Anche se lo Stockeu ancora è lontano.

Qual era la tua cote preferita?

Ovviamente era la Redoute, quella che mi è rimasta più nella mente. Anche se non è proprio bellissima, perché si va fuori dal paese e passi vicino all’autostrada, poi la pendenza cresce sempre di più. Alla fine gli davi la stoccata in cima e si rimaneva in pochi. Oddio, se non scattavo io, comunque gli andavo dietro, perché tante volte è successo anche così.

Detta così la fai sembrare facile…

La Liegi è sempre stata una corsa un po’ controllata e dal punto di vista tattico abbastanza semplice. Bastava star davanti, non staccarsi e andar dietro ai vari Criquielion oppure Van der Poel che scattavano e a tutti gli avversari che mi sono ritrovato nelle varie edizioni.

Nel 1990, Argentin vince prima il Giro delle Fiandre e poi la Freccia Vallone
Nel 1990, Argentin vince prima il Giro delle Fiandre e poi la Freccia Vallone
La preferita?

La terza, la più rocambolesca: quella del 1987 (foto di apertura, ndr). Facevamo la salita dell’Università dopo aver passato la Redoute e Sprimont, che non era questa grande salita. Però alla fine, andando forte faceva la differenza anche questa. E mi ricordo che dovetti mollare perché mi avevano un po’ messo in croce. Avevo mal di gambe e crampi, non riuscivo più a reagire. In un primo momento fui abbastanza freddo da lasciarli andare, cercando di ritrovare un po’ di gambe. E poi mi è andata bene, perché loro hanno iniziato a guardarsi e io li ho rimontati. C’era Yvon Madiot, il francese fratello di Marc quarto all’arrivo, che dopo il traguardo mi venne vicino, battendomi la mano sulle spalle: «E così avevi i crampi?».

Invece la Freccia ti piaceva?

Il motivo per cui non ho mai fatto la Roubaix è che il mercoledì, quindi tre giorni dopo, si correva la Freccia Vallone. Mi tenevo per le mie corse, che erano appunto la Freccia, la Liegi e poi l’Amstel che si faceva la domenica dopo. Quelli che venivano a fare la Freccia e provenivano dalla Roubaix erano distrutti. La Freccia Vallone aveva qualche chilometro in meno, però era tutta piena di strappi. Io in quei territori ho costruito la mia carriera, soprattutto sulle Ardenne, anche se poi venne pure il Fiandre. Evidentemente il percorso si adattava alle mie caratteristiche di scattista e ne ho tratto beneficio. Soprattutto quando spostarono l’arrivo in cima al Muro d’Huy, mentre i primi tempi era già a Spa.

La terza che vincesti fu quella della fuga a tre con Berzin e Furlan.

Neanche volevamo attaccare, ma la squadra ci portò davanti all’attacco del secondo Muro e quando in cima ci voltammo e vedemmo che non c’era dietro nessuno, tirammo dritto.

Nel 1994 Argentin vince la terza Freccia Vallone, battendo Berzin e Furlan
Nel 1994 Argentin vince la terza Freccia Vallone, battendo Berzin e Furlan
Tre giorni dopo la tua Freccia Vallone, Berzin vinse la Liegi. Come fisionomia ricordava l’Evenepoel di oggi?

Era piccolotto, robusto: stagno, come si dice da noi. Però quando dava le sue stilettate non era facile stargli dietro...

Veniamo un po’ al presente: come procede l’organizzazione della Adriatica Ionica Race?

Stiamo lavorando per le tappe, spaziando tra Marche, Umbria, Abruzzo, Basilicata e Reggio Calabria. Le ultime due saranno in Puglia e spero proprio che quest’anno si possa fare un’edizione della Adriatica Ionica Race al Sud, arrivando finalmente allo Ionio. Dobbiamo sempre aspettare la fine dei giochi del Giro d’Italia, perché prima vengono quelle trattative e poi, dove resta spazio, andiamo noi. Le risorse non te le tirano dietro e io non ho nessuna intenzione di organizzare tanto per farlo. Per fare un prodotto di qualità devi anche investire, ma abbiamo problemi con la Lega Ciclismo. Non si vede un gran disegno, abbiamo ancora problemi con i diritti televisivi e chissà se saranno risolti.

Sul podio finale della Adriatica Ionica Race 2022, Zana, Tesfatsion e Pronskiy
Sul podio finale della Adriatica Ionica Race 2022, Zana e Tesfatsion
Che problemi vedi?

Non so quali siano i ragionamenti che hanno fatto, ma hanno sbagliato tutto perché se non dai a tutti lo stesso contratto, saremo sempre divisi. L’unico collante che abbiamo è la produzione televisiva. Se dai le stesse cose, il collante diciamo che è efficace. Altrimenti ognuno va per i fatti propri, come sta accadendo. Il Commissario Straordinario sta gestendo la Lega Ciclismo come se ne fosse il presidente, mentre dovrebbe solo portarci alle elezioni. Siamo sicuri che così le corse rinasceranno?

Runner, ballerina, ciclista: la storia di Alison Jackson

16.04.2023
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I suoi balletti spopolano su Instagram e TikTok. Le sue pedalate sulle pietre della Roubaix. Alison Jackson (in apertura foto Gruger Images) è davvero una ragazza tutto pepe, gioia e forza. Anche in conferenza stampa, la scorsa settimana ha tenuto un piccolo show, ribattendo alle domande con tono squillante e decise espressioni del volto, proprio come chi non si nasconde e replica con sincerità. Certamente è un personaggio diverso. Piacevole. Innovativo.

Avevamo scritto che pochi istanti dopo aver tagliato il traguardo l’atleta della EF Education-Tibco era a terra. E continuava a ripetersi che non ci credeva. In realtà prima di lasciarsi cadere sull’erba sintetica del velodromo, Alison aveva regalato al pubblico uno dei suoi celebri balletti. E il ballo è qualcosa che risale alla sua gioventù ed è parte integrante della sua vita.

Alison Jackson (classe 1988) conquista la Parigi-Roubaix Femmes davanti a Katia Ragusa dopo una lunghissima fuga
Alison Jackson (classe 1988) conquista la Parigi-Roubaix Femmes davanti a Katia Ragusa dopo una lunghissima fuga

Bisonti, danza e bici 

Chi è dunque questa ragazza dalle gambe potenti, la pedalata magari non elegantissima ma molto efficace?

E’ Alison Jackson, classe 1988, dell’Alberta, Canada centrale, tra praterie e foreste. Otto stagioni da professionista alle spalle e poche ma importanti vittorie. Su tutte appunto la Parigi-Roubaix Femmes di sabato scorso, che lei ha definito come: «La vittoria più importante della mia carriera».

Alison è nata e cresciuta in una fattoria di bisonti a est di Edmonton in un paese di provincia, Vermilion. Inizialmente era un’eccellente mezzofondista con ottimi tempi sui 1.500 e i 3.000 metri. La sua prima bici l’ha avuta solo a 19 anni. Ed è lì che è iniziata la sua avventura col ciclismo. L’obiettivo però erano le gare di triathlon. Alison ne ha fatte molte partecipando anche ai mondiali dilettanti. Jackson ottiene una borsa di studio e dopo essersi laureata alla Trinity Western University decide di passare al ciclismo.

La sua potenza si è formata anche altrove. Spesso raccoglieva dei sassi dai campi un po’ per farne una collezione e un po’ per pulirli “facendo un favore ai contadini”. Vedendo tanta energia, i suoi genitori l’hanno iscritta a corsi di danza e diversi sport. E proprio la sua maestra di danza è stata fonte di grande ispirazione per Alison. Se è così determinata e vede il ciclismo come una sfida che va oltre lo sforzo delle gambe è anche merito di questo “passaggio” della sua vita.

Un po’ d’Italia

«Ho capito che la bici era la mia vera strada – aveva detto in una precedente intervista Jackson – e così quando all’università ho ottenuto una borsa di studio per le lunghe distanze nello sport, mi sono dedicata a questo sport».

Jackson si è guadagnata la via del professionismo iniziando a piazzarsi molto spesso tra le prime dieci in gare nordamericane. Da lì nel 2015 è arrivato il primo contratto da pro’ con la Twenty 16, piccola squadra statunitense. Poi è approdata persino da noi, in Italia, alla BePink Cogeas, dove è rimasta per una sola stagione prima di passare al Team TIBCO, che poi per gran parte è lo stesso gruppo in cui è oggi. Nel frattempo è stata anche due stagioni nel Team Liv.

Una classica del Nord e le Olimpiadi erano i suoi sogni agonistici maggiori. A Tokyo è stata 32ª (foto Rob Jones)
Una classica del Nord e le Olimpiadi erano i suoi sogni agonistici maggiori. A Tokyo è stata 32ª (foto Rob Jones)

Idee chiare

Alison è una ragazza che parla senza mezzi termini. Non è stata mai banale in quei 20′ di press conference.

«Noi donne – ha detto la Jackson in conferenza stampa a Roubaix – lottiamo molto per i diritti e la parità di genere. Per anni è stato chiesto a questa competizione di avere una gara femminile e ed essere riuscite ad averla è già questo un successo.

«La Roubaix è una gara dura, nella quale soffre molto l’atleta e anche i materiali. Per vincere serve intelligenza, tempismo, forza e un po’ di fortuna. E anche noi cicliste dobbiamo essere dure. Sono otto anni che lavoro per vincere grandi gare e finalmente ci sono riuscita. Del ciclismo mi piace anche la tattica, perché non sempre vince solo la più forte».

Un carattere coriaceo dunque, che anche in famiglia hanno confermato. Sua mamma Mavis, intervistata da un giornale locale, ha detto che sin da bambina Alison aveva un carattere deciso e un grande istinto competitivo.

Alison Jackson in testa al drappello che poi è andato all’arrivo. Lei e la polacca Lach le atlete che hanno tirato di più
Alison Jackson in testa al drappello che poi è andato all’arrivo. Lei e la polacca Lach le atlete che hanno tirato di più

Cuore oltre l’ostacolo

«La corsa? Siamo state inseguite praticamente per tutta la gara – ha raccontato Jackson – e soprattutto nel finale. Credo che solo quattro di noi stavano effettivamente lavorando nel gruppo di testa. Quando siamo entrate nel velodromo è successo tutto abbastanza velocemente.

«Io ero in seconda posizione e ho iniziato il mio sprint a circa 300 metri. Quando una ragazza mi ha affiancato e sono riuscita a sfruttarla come scia e ad andare un po’ più in alto sulla pista e ho avuto le gambe per scappare via di nuovo».

Jakson si è mostrata combattente. E la descrizione dello sprint denota anche una certa intelligenza (e freschezza) tattica. Cosa non scontata per chi non pratica ciclismo sin da bambino o bambina che sia.

«La mia fuga era programmata – ha proseguito la canadese – tanto più dopo i miei incidenti (il riferimento era alla gara di Drenthe dove ha riportato un taglio al ginocchio che la ha procurato 4 punti di sutura, ndr) volevo evitare lotte e carneficina e si sa che stare davanti in queste gare è meglio. In gruppi ristretti tutto è un po’ più facile».

Jackson abbraccia la sua pietra. Per lei e per il Canada un momento storico: primo Monumento per la nazione della foglia d’acero
Jackson abbraccia la sua pietra. Per lei e per il Canada un momento storico: primo Monumento per la nazione della foglia d’acero

Tanti obiettivi ancora

Jackson ha corso la Freccia del Brabante, arrivando in gruppo. E oggi sarà impegnata all’Amstel Gold Race. Dopo la corsa della birra, la sua stagione proseguirà in America.

Tra pochi giorni, infatti, parteciperà ai Giochi Panamericani, poi tornerà in Europa per volare di nuovo in Canada per i campionati nazionali, che guarda caso proprio quest’anno si terranno in Alberta nella “sua” Edmonton. Tutto sommato Vermilion dista “solo” 193 chilometri. Una bazzecola per quei territori.

Van Avermaet e il futuro da scrivere dopo l’Amstel

16.04.2023
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Uno dei volti che più ci ha colpito all’interno del velodromo di Roubaix è stato quello di Greg Van Avermaet. Era stanco, come tutti, ma più di altri sembrava anche un po’ abbattuto, scavato nell’anima, come chi ha la consapevolezza che di armi per combattere ad altissimi livelli non ce ne sono.

Greg è stato un super leader per le corse del Nord e non solo quelle. Ha vinto un’Olimpiade su un percorso durissimo – se pensiamo che il colpaccio lo stava facendo Nibali – e ha dominato su palcoscenici che spaziano dalla Tirreno-Adriatico alla Roubaix.

Greg Van Avermaet (classe 1985) accolto dalla sua famiglia al termine della Roubaix
Greg Van Avermaet (classe 1985) accolto dalla sua famiglia al termine della Roubaix

Perplessità legittime

Eppure domenica aveva l’espressione di chi sembra aver capito che a 37 anni forse il suo tempo è passato o è lì, lì per farlo. Ha spinto, si è impegnato, è stato nel vivo della corsa, sempre sul pezzo tatticamente, ma… Ma là davanti sono andati molto più forte. Il fiammingo è arrivato 37° ad oltre 5′ da Van der Poel.

E’ anche vero che forse il corridore dell’Ag2r-Citroen più di altri ha pagato il post Covid. Già lo scorso autunno si chiamò fuori dalla sfida iridata additando le motivazioni delle sue scarse prestazioni anche al vaccino. E ha ammesso che dopo la pandemia non è più andato forte come prima

Anche in questo inizio di stagione non sempre è stato bene. Forse anche per questo la sua primavera non è stata brillantissima. 

Fiandre 2023: Greg sarà anche “vecchio” ma la classe non si discute: dove gli altri scendono, lui pedala
Fiandre 2023: Greg sarà anche “vecchio” ma la classe non si discute: dove gli altri scendono, lui pedala

Al capolinea?

Noi giornalisti, al termine della corsa delle pietre, gli abbiamo chiesto se quella appena conclusa fosse stata la sua ultima Roubaix e quindi se a fine stagione appenderà la bici al chiodo.

«Questo non lo so – ha risposto Van Avermaet – lo deciderò dopo l’Amstel Gold Race, che sarà la mia ultima corsa di questa prima parte di stagione (giusto dopo la Freccia del Brabante ha ribadito che non correrà la Liegi, ndr). A quel punto mi fermerò e con calma deciderò del mio futuro. Ma per farlo dovrò parlare con molte persone e mi servirà qualche settimana. Vedremo… ».

Van Aert (a destra) ha raccolto l’eredità del campione olimpico di Rio 2016
Van Aert (a destra) ha raccolto l’eredità del campione olimpico di Rio 2016

Confronto generazionale

«Una cosa è certa – ha detto Van Avermaet – sono contento che nel mio periodo migliore non abbia dovuto competere con questi fenomeni. È difficile confrontare le generazioni. Ma non si può negare che abbiamo tre fenomeni che possono competere per la vittoria ovunque. Quando decidono di attaccare vanno davvero forte anche se questo forse da fuori non si vede. Oggi se riesci ad entrare nei primi dieci devi ritenerti soddisfatto.

«Mi dispiace più per corridori bravi e forti come Stefan Kung o Valentin Madouas che sono sempre ad alto livello, ma lottano sempre per un posto d’onore. Dev’essere frustrante».

Quanto ha inciso il cambio di tecnologia in tutto ciò? Quanto è diverso rispetto ai suoi tempi? Che poi messa così sembra di parlare di chissà quante stagioni fa, ma non sono più di cinque o sei…

«Io penso che sia sempre lo stesso e ogni tempo fa il suo corso. Tra l’altro il discorso della tecnologia vale per tutti. Alla fine conta solo questa “stupida” gamba».

Per Van Avermaet 17 stagioni da pro’ e ancora una grande voglia di divertirsi in bici (foto Ag2R-Citroen)
Per Van Avermaet 17 stagioni da pro’ e ancora una grande voglia di divertirsi in bici (foto Ag2R-Citroen)

Niente Giro

Greg guarda avanti dunque. Anche quest’inverno aveva ribadito che fare la vita da corridore gli piace ancora, che sapeva che non aveva ancora cinque anni di carriera davanti e che proprio per questo vuole godersi appieno queste ultime annate da professionista.

Ma al netto di quella che sarà la sua decisione sul proseguimento o meno della sua carriera, su una cosa Van Avermaet è stato netto, vale a dire quando gli abbiamo chiesto del Giro d’Italia.

«No, non ci sarò – ha replicato il belga – puntando sulle classiche non è facile fare bene anche al Giro. Se farò il Tour? Vedremo…». E questo ci spiace. Un corridore del suo spessore si ritrova con uno zero nella casella di partecipazioni alla corsa rosa. 

Un lampo a Liegi: la prima di Busatto è un’impresa

16.04.2023
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Per la prima vittoria da quando ha iniziato a correre, Francesco Busatto ha scelto la Liegi-Bastogne-Liegi U23, partita ieri mattina da Bastogne e arrivata a Blegny dopo 174,1 chilometri. Il programma prevedeva nove cote, fra cui la serie Stockeu più Haute Levée, la Vecquée e la Redoute a 40 chilometri dall’arrivo.

Il vicentino di Bassano del Grappa, che alla fine del 2022 ha salutato la General Store e si è accasato alla Circus-ReUz (la development della Intermarché-Wanty-Gobert), ha rotto il ghiaccio su uno dei palcoscenici più belli. Quelli su cui si temeva che non saremmo mai più stati protagonisti e che invece ha visto vincere lui e piazzarsi al terzo posto De Pretto in maglia azzurra. Nessun italiano l’aveva mai vinta dal 1987 della prima edizione. Il solo ad essere salito sul podio era stato Andrea Bagioli, secondo dietro Almeida nel 2018.

Busatto si è imposto sul traguardo di Blegny dopo 174,1 chilometri (foto Cyclingmedia Agency)
Busatto si è imposto sul traguardo di Blegny dopo 174,1 chilometri (foto Cyclingmedia Agency)

La prima vittoria della vita

Per chi non lo avesse seguito finora, il 2023 di Busatto aveva parlato sinora di 17 corse e parecchi piazzamenti. Nell’ultimo test prima della Liegi, corso con la WorldTour alla Freccia del Brabante vinta da Godon, Francesco si è piazzato al 14° posto, migliore dei suoi. Ci abbiamo parlato poco dopo le premiazioni, quando non aveva ancora capito il bello di vincere una classica in Belgio.

«Sinceramente – ha detto – non ci credo ancora. Non avevo mai vinto, neanche da giovanissimo. Sono stato sempre più bambino degli altri, anche per questo ho sempre fatto più fatica. A forza di arrivare sempre secondo e terzo, la prima vittoria sembra quasi un sogno. In realtà alla partenza neanche stavo bene, ero ingolfato. E poi per tutta la corsa ho sentito i rimasugli della fatica che ho fatto al Brabante. Mercoledì sono andato un po’ oltre il limite e me la sono portata anche oggi. Nei giorni scorsi mi sentivo bene, però finché non corri, non puoi sapere realmente come stai».

Appena arrivato nella Circus-ReUz, Busatto è diventato già il beniamino dei compagni (foto Florio Santin)
Appena arrivato nella Circus-ReUz, Busatto è diventato già il beniamino dei compagni (foto Florio Santin)
E tu come stavi?

A metà gara, ho detto fra me e me: «Qua è tanto se non mi stacco!». Però, cercando di risparmiare il più possibile e mangiando quando serviva, sono arrivato nel finale che ero più fresco degli altri. A quel punto sull’ultima salita (Cote de Bolland, ndr) ho visto che ero con i migliori e ci ho creduto.

E cosa hai fatto?

Avevo ancora accanto un compagno di squadra, il francese Faure Prost. Gli ho chiesto di tirare per cercare di mantenere la corsa chiusa e arrivare compatti nel finale. Insomma, sapendo di essere più veloce di quelli che erano rimasti, abbiamo deciso di giocarcela così ed è andata bene. All’inizio dello sprint sono stato un po’ chiuso, poi si sono spostati, sono riuscito a venir fuori e alla fine la gamba era migliore di quello che pensavo.

La squadra ci ha creduto quanto te se non di più?

Il piano era quello di correre per me e io ho parlato con i miei compagni. Gli ho detto che non sapevo come stessi davvero e ho proposto di fare un’azione sulla Redoute con Faure Prost, che infatti è salito parecchio forte. Io ho cercato di stare il più possibile in gruppo e in quel momento ho preso confidenza. Non mi sono staccato e non ho neanche perso posizioni e alla fine i miei compagni hanno lavorato comunque per me, cercando di mantenere sempre il più possibile la corsa chiusa. Hanno corso veramente bene, li ringrazio tantissimo.

Sulla Cube di Busatto, il numero 13 al rovescio: la scaramanzia dei meccanici non guasta (foto Cyclingmedia Agency)
Sulla Cube di Busatto, il numero 13 al rovescio: la scaramanzia dei meccanici non guasta (foto Cyclingmedia Agency)
Nelle foto dopo la vittoria sono tutti attorno a te come in una foto di famiglia: si è creato un bel gruppo?

Sì, sì, veramente. Questa squadra è davvero una famiglia, anche i professionisti. Penso che un clima così non l’ho trovato da nessun’altra parte. La scelta di venire su si sta rivelando azzeccata.

Eri riuscito a provare le strade della Liegi oppure hai corso senza sapere quel che ti aspettava?

Sono andato a provarle prima del Circuit des Ardennes (corsa di 4 tappe, chiusa al 6° posto finale, ndr) e ho fatto gli ultimi 100 chilometri, perché era una corsa cui puntavo da parecchio tempo e per la quale la squadra aveva indicato me come leader da quando hanno messo giù il calendario. Quindi non potevo farmi trovare impreparato. Diciamo che durante la corsa non mi ricordavo tutto, ma sapevo dove bisognava stare davanti. E comunque venerdì ho provato di nuovo gli ultimi 10 chilometri, tanto per essere sicuri…

Pensavi di essere vincente già al primo anno?

In realtà non sono mai stato vincente. Le persone che mi seguono e mi sono a fianco ci credono molto più di me. Non che io non sia convinto, però finché non provi, non puoi sapere. Puoi dire a te stesso di avere la gamba, ma in realtà prima di oggi (ieri, ndr) non sapevo neanche come si vincesse. Però penso di aver trovato l’ambiente giusto per cominciare a farlo. Spero di continuare. Spero che da qui in poi mi posso sbloccare, con tutti i secondi e terzi posti che ho fatto fino ad ora. Non sento la pressione, posso anche non vincere così tanto, perché alla fine penso che questa corsa qui valga abbastanza. Perciò adesso mi godo la vittoria, ma sicuramente poi ho degli altri obiettivi.

Alla Liegi anche l’Italia U23, con De Pretto, Villa, Pinarello, Fede, Martinelli e Mosca (foto Florio Santin)
Alla LIegi anche l’Italia U23, con De Pretto, Villa, Pinarello, Fede, Martinelli e Mosca (foto Florio Santin)
Il Giro d’Italia U23 potrebbe essere uno degli obiettivi dei prossimi mesi?

Sì, ma penso che andrò per le tappe, perché la generale è un po’ difficile. Non sono proprio un corridore resistentissimo, ma abbiamo una carta da giocarci ed è il francese Faure Prost, che va molto forte. 

A Liegi è arrivato terzo De Pretto: secondo te si nota già la differenza fra te che fai tanta attività internazionale e lui che corre più spesso in Italia?

Non è la prima volta che siamo sul podio insieme. Davide è nella mia stessa situazione dell’anno scorso, tanti piazzamenti e manca la vittoria. E’ un gran bel corridore, quindi non penso che si debba abbattere, avrà le sue occasioni. Però sono convinto che l’attività che facciamo mi dia una marcia in più. Ovviamente è tutto programmato. Penso che correndo solo in Italia, il sabato e la domenica, si trovi un livello meno alto. La differenza la senti sicuramente.

In cosa la vedi?

Qui si programmano gli appuntamenti come si fa tra i professionisti. Periodi di distacco, periodi di allenamento e poi periodi di corsa. Ho appena fatto 15 giorni di corsa e adesso sarò a casa per altri 25. Funziona così e ti dà una grande gamba, ti permette di preparare molto bene gli appuntamenti. Penso che questa sia la prima differenza. E poi correre sempre a un livello così, è come fare sempre Recioto e Belvedere. Quindi sicuramente è un altro modo di correre.

Due italiani sul podio della Liegi, ma per De Pretto un filo di amarezza: la vittoria sfugge (foto Florio Santin)
Due italiani sul podio della Liegi, ma per De Pretto un filo di amarezza: la vittoria sfugge (foto Florio Santin)
Finora hai fatto 18 giorni di corsa, ti hanno già detto quanti ne farai fino a fine anno? 

Il programma è già fissato, anche se può cambiare. Penso che chiuderò il 2023 sulla cinquantina di corse: non poche, ma neanche tantissime.

Sei tipo da brindisi con birra oppure vino?

Entrambi. Mi piace gustarli entrambi, senza esagerare ovviamente, sia un buon vino sia una buona birra. Abbiamo come sponsor una birra analcolica, la Biere des Amis, come atleti è giusto condurre un certo stile di vita. Magari però per il brindisi alla Liegi s’è potuto chiudere un occhio…

Arriva Nespoli: il nuovo Team Colpack che vince

15.04.2023
5 min
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In un periodo decisamente ricco di classiche per gli under 23, la vittoria di Lorenzo Nespoli alla Coppa Caduti di Reda ha un valore particolare per molti aspetti: innanzitutto perché è uno dei primi segni positivi per il nuovo gruppo della Colpack Ballan, profondamente rinnovato proprio per dare nuova linfa al team. Poi perché la concorrenza non era certamente trascurabile: basti pensare che secondo è arrivato il russo Roman Ermakov, oggi al team sloveno Meblo Jogi Pro-Concrete ma fino allo scorso anno punta di diamante del Cannibal Team, una delle multinazionali più accreditate nel panorama juniores.

Nespoli è la perfetta immagine del nuovo Team Colpack. Lombardo classe 2004, si è subito ritagliato uno spazio importante nel gruppo: «Ma più che di un gruppo parlerei di famiglia, perché è questa che si è creata fra noi e non parlo solo dei ragazzi, ma con lo staff tecnico, i meccanici. Ci capiamo subito e ogni trasferta è un vero piacere».

La volata vincente di Nespoli a Reda. Nella classica faentina succede a Francesco Di Felice (foto Italiaciclismo)
La volata vincente di Nespoli a Reda. Nella classica faentina succede a Francesco Di Felice (foto Italiaciclismo)
Il gruppo si è formato subito?

Sì, a novembre abbiamo effettuato un primo ritiro per conoscerci, ma poi nella preparazione svolta in Spagna abbiamo subito legato. Non siamo solo compagni di squadra, è nata un’amicizia fra noi che si traduce anche in grande collaborazione in gara fra tutti.

Il team ha avuto molti nuovi innesti, ma resta anche uno zoccolo duro di corridori più grandi…

Loro fanno un po’ da “chioccia”, i vari Persico, Della Lunga, Romele non sono solo le punte della squadra, quelli per i quali spesso lavoriamo ma anche coloro che ci guidano, che ci spiegano come comportarci in gara. Ci aiutano ad assuefarci alla nuova categoria, il salto non è di poco conto.

Il lombardo ha trovato nel Team Colpack un ambiente ideale per emergere, vincendo al suo esordio
Il lombardo ha trovato nel Team Colpack un ambiente ideale per emergere, vincendo al suo esordio
Che differenze hai riscontrato?

Si va più forte, questo è certo. Soprattutto in salita sono tutti a un alto livello, non credevo che ci sarebbe stato un tale cambio. Anche in pianura si va più forte, ma la differenza principale è che c’è più organizzazione, qualcosa di più vicino a quello che si vede fra i professionisti.

E personalmente hai riscontrato cambiamenti?

Diciamo che sono riuscito ad adeguarmi abbastanza presto. Mi sento più a mio agio, soprattutto in pianura, sul passo. Le mie prestazioni sono già salite di livello e non era scontato in così poco tempo. Anche in salita vado più forte e credo che la vittoria di Reda sia un po’ la summa di tutti questi cambiamenti.

Lorenzo Nespoli è nato il 30 settembre 2004 a Giussano (MI). Lo scorso anno ha vinto 4 corse
Lorenzo Nespoli è nato il 30 settembre 2004 a Giussano (MI). Lo scorso anno ha vinto 4 corse
Veniamo proprio alla gara vinta…

E’ stata dura, devo ammetterlo. Erano 147 chilometri con ben sette strappi, ma la prima e l’ultima parte erano in pianura e si è subito fatto gran ritmo. Molte strade erano strette, le salite erano diverse ma più erano corte, più avevano pendenze pronunciate, anche superiori al 10 per cento. Fino alla penultima salita c’è stato un certo ordine, si procedeva abbastanza compatti tenendo a bada le fughe di giornata, io tenevo sempre le prime posizioni, poi Faresin ed Ermakov hanno guadagnato terreno, sull’ultima salita io e Ansaloni siamo andati all’inseguimento riagganciandoli a 4 chilometri dall’arrivo e in volata l’ho avuta vinta.

Sei veloce?

A dir la verità non molto. Lì ho vinto perché eravamo tutti stanchi, non contava più chi era il velocista più forte, ha vinto chi ne aveva di più. Io preferisco arrivare da solo, fare la differenza, lo scorso anno ad esempio non ho mai vinto.

Questo successo quindi è la dimostrazione che qualcosa è cambiato…

Sto imparando, è dalle piccole cose che si vede il miglioramento. Ad esempio seguo molto di più le tattiche che si sviluppano in corsa, cerco di non sprecare energie, di rimanere in gruppo e sfruttare anche il lavoro dei compagni che a Reda sono stati eccezionali. Quel capitale di energie è stato decisivo per vincere.

Il podio di Reda, con Nespoli fra il russo Ermakov e Faresin
Il podio di Reda, con Nespoli fra il russo Ermakov e Faresin
Hai mai gareggiato all’estero?

Finora no e la cosa mi incuriosisce alquanto, perché è in quelle occasioni che capisci qual è il tuo reale valore. Non so ancora quando capiterà, il programma viene sviluppato piano piano proprio perché nello staff vogliono farci crescere con calma e io mi fido pienamente di loro.

Secondo te c’è davvero così tanta differenza con gli stranieri come si è visto lo scorso anno? In occasione della tua vittoria c’erano tre squadre di notevole livello, come l’AG2R U23

Dipende molto dal modo di correre, ma per dare un giudizio dovrei affrontare gare all’estero. So però che squadre come quella francese sono diretta evoluzione del team WorldTour e si allenano come i professionisti, questo la differenza la fa. Ma io sono convinto che anche noi siamo forti e possiamo giocarcela. Batterli non è impossibile, io l’ho dimostrato.

Il Brabante di Godon e ora l’Amstel per Cosnefroy

15.04.2023
5 min
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«L’anno scorso sono finito nella famosa caduta della Liegi con Alaphilippe – racconta Godon, dopo aver vinto la Freccia del Brabante – e mi sono rotto la clavicola. Ho dovuto operarmi e poi, prima del Tour, ho preso un virus. Per due mesi non sono riuscito a respirare. Dovevo andare alla Vuelta per vincere una tappa, ma ho fatto un tampone ad Amsterdam mentre andavamo alla partenza di Utrecht e avevo il Covid. Ho chiuso la pagina e mi sono rassegnato…».

La vittoria alla Freccia del Brabante è stata la prima per Godon fuori dalla Francia
La vittoria alla Freccia del Brabante è stata la prima per Godon fuori dalla Francia

Alle spalle dei fenomeni

La nuova stagione ha portato qualche interessante piazzamento fra il Tour Down Under e il Catalunya, fino alla vittoria nell’ultima classica dei muri, fase di raccordo fra quelle fiamminghe e la settimana delle Ardenne che si aprirà domani con l’Amstel Gold Race. Certo il Brabante non è il Fiandre e nemmeno la Roubaix, perciò quando fra 50 anni il francese di Lione, 1,90 per 73 chili, siederà davanti al camino per racontarla ai nipoti, dovrà fare una bella premessa.

Nel momento in cui le grandi classiche sono appannaggio di pochissimi fenomeni, anche nelle più piccole si muovono campioni come Laporte e Philipsen, Hayter e De Lie che sono capaci di fare razzie. Per questo la vittoria di Overijse assume per il corridore della Ag2R-Citroen un’importanza non banale. Per lui e la sua squadra.

Healy ha portato in Belgio la buona condizione mostrata in Italia fra Coppi e Bartali e Larciano
Healy ha portato in Belgio la buona condizione mostrata in Italia fra Coppi e Bartali e Larciano

La pioggia e la rabbia

A Overijse mercoledì ha piovuto e fatto freddo per tutto il tempo. Il gruppo si era radunato a Louvain, indimenticata sede dei mondiali delle Fiandre, che per buona parte del circuito lungo fuori città avevano percorso proprio i muri della Freccia del Brabante.

«Quelle condizioni di pioggia e freddo – ha raccontato Godon – mi stanno sempre bene. Volevo attaccare, essere davanti. E’ il ciclismo che amo e che spesso mi riesce meglio. Sono uscito a una cinquantina di chilometri dal traguardo e alla fine mi sono ritrovato con Ben Healy, che in questo periodo va molto forte. Ma a me non piace essere secondo, questa volta meno che mai. Ero fiducioso nella mia esplosività in volata, negli sprint a due di solito me la cavo. E il fatto che Healy alla fine non abbia collaborato mi ha fatto arrabbiare ancora di più».

Il forcing di Godon ha piegato l’irlandese della Ef Education, poi battuto allo sprint
Il forcing di Godon ha piegato l’irlandese della Ef Education, poi battuto allo sprint

Un cavallo pazzo

Le sue vittorie fino al giorno di Overijse erano rimaste tutte sul suolo francese. Nessuna corsa di immenso prestigio. Due volte la Parigi-Camambert, il Tour du Doubs, due tappe alla Boucles de la Mayenne, fra cui una crono nel 2018 in cui si lasciò alle spalle per 9 secondi l’ancora poco noto (su strada) Mathieu Van der Poel. Eppure secondo i compagni Godon è una forza della natura: quel che fa spesso difetto è la… centralina.

«E’ estremamente forte – ha raccontato dopo l’arrivo il compagno Naesen, ridendo – in termini di potenza pura, è il primo della squadra. Però non ha un master in tattica e visione di corsa. Non sa quanto sia forte, non è mai posizionato correttamente: può andare in fuga, ma non sa limare. Nel Brabante si è salvato perché è stato davanti per i primi 120 chilometri, ma tatticamente a volte fa cose molto strane. Al Tour una volta faceva parte di una fuga di quindici uomini non coperta dalle ammiraglie e ha chiesto se poteva farsi riprendere dal gruppo per prendere una bottiglia di acqua gasata. Era il nostro unico uomo davanti. Se lo avesse fatto, lo avrei ucciso…».

La corsa della vita

Godon in qualche misura ha ammesso che i compagni hanno ragione o quantomeno ha riconosciuto che le occasioni sprecate son più di quelle in cui ha fatto centro.

«Non vinco spesso – ha sorriso – ma so come si fa. Nel ciclismo non vivo sempre bei momenti, ma credo nelle mie capacità. Il mio allenatore mi ha detto che, sulla base dei test che avevo, sarei stato uno dei primi della squadra a vincere, me ne sono ricordato all’arrivo. Ma sin dal via ero fiducioso e pensavo solo a vincere. Nel WorldTour sono spesso gli stessi ad alzare le braccia, perciò è stato bello aver potuto cogliere la mia occasione. In quell’ultimo rettilineo ho fatto la corsa della vita e ho colto la mia più grande vittoria».

Il suo programma prosegue ora con l’Amstel, la Freccia e la Liegi, in cui probabilmente lavorerà per Cosnefroy, che a Overijse sarebbe dovuto essere il capitano e ha chiuso invece al terzo posto. Nella squadra francese ci sarà anche Greg Van Avermaet, che nelle ultime settimane sta masticando amaro, portando a fatica il peso degli anni e la frustrazione per gambe che non spingono come vorrebbe.

Eclipse S Disc: la Guerciotti della Trevigiani che sa vincere

15.04.2023
4 min
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Il bianco e il blu dell’Eclipse S Disc brilla sotto al sole della Valpolicella, per il team U.C. Trevigiani e Guerciotti si tratta del secondo anno di collaborazione. Se il primo è servito per prendere le misure, si può dire che il 2023 abbia già portato buone novità.

D’Aniello ha vinto a Fucecchio con un colpo da finisseur anticipando lo sprint di Milan (foto Pagni)
D’Aniello ha vinto a Fucecchio con un colpo da finisseur anticipando lo sprint di Milan (foto Pagni)

La famiglia Eclipse

La S Disc fa parte della ben nota famiglia Eclipse. Il telaio è stampato con un composito di fibre di carbonio e resine epossidiche, alla stregua di quanto accade per le tecnologie aerospaziali. Il monoscocca che ne deriva è estremamente compatto e resistente, ma soprattutto con i suoi 900 grammi è uno dei telai più leggeri fra quelli predisposti per freni a disco e cavi integrati.

Il suo design è asimmetrico e, come si diceva, il passaggio dei cavi è totalmente interno al telaio e al manubrio. Sul fronte dei freni, siamo di fronte a pinze flat mount e mozzi con perno passante, che danno rigidità alla bici nelle diverse fasi di guida, ma soprattutto in fase di frenata. Nell’avantreno, in particolare, i freni a disco abbinati al perno passante e alla forcella monoscocca danno una sensazione di grande solidità.

Per ogni terreno

I ragazzi hanno già portato al successo la Eclipse S Disc, a farlo è stato Immanuel D’Aniello, e proprio da lui ci facciamo descrivere la bici. 

«Il telaio è molto rigido – ci spiega – si vede dalla geometria, ha una buona aerodinamica e un peso contenuto, siamo nell’ordine dei 7,4 chilogrammi. In discesa, come ci è capitato di usarla spesso in queste ultime gare, è molto maneggevole e reattiva. Grazie al peso ridotto possiamo dire che si tratta di una bici con delle ottime prestazioni sia in salita che in pianura.

«Anche nelle volate – prosegue D’Aniello – ha una grande trasmissione di potenza, questo perché la rigidità del telaio consente di perdere pochissimi watt. Il design del carro posteriore, ribassato, garantisce un’ottima reattività del mezzo, in qualsiasi situazione».

Le selle sono Selle Italia, in questo caso il modello è la SLR
Le selle sono Selle Italia, in questo caso il modello è la SLR

I dettagli

Le scelte tecniche sulle quali i ragazzi del team U.C. Trevigiani possono fare affidamento sono di alto livello, quello che serve per emergere in competizioni sempre più elevate. 

«Abbiamo una doppia scelta per quanto riguarda le ruote – racconta D’Aniello – nelle gare più impegnative usiamo delle Vision 30 con dei copertoni continental tubeless ready. Mentre per le corse più veloci usiamo ruote Vision con profilo da 55 millimetri. Il manubrio è integrato, come gruppo utilizziamo lo Shimano Ultegra elettronico a 11 velocità. Le corone anteriori sono 54-40, la cassetta posteriore va dall’11 al 28».

Parola a Guerciotti

Alessandro Guerciotti ci spiega quella che è l’idea e l’obiettivo di questa collaborazione che è appena iniziata ma già procede nella direzione giusta. 

«Siamo contenti ed orgogliosi di poter collaborare con il team Trevigiani – racconta – si tratta di una squadra storica per il movimento del ciclismo giovanile. Per questa seconda stagione insieme il team ha investito su corridori di alto profilo, come Zurlo (recentemente convocato dalla nazionale al Circuit des Ardennes, ndr). Noi di Guerciotti ci siamo quindi impegnati a fornire un mezzo che fosse all’altezza di queste sfide».

«Il modello Eclipse S Disc è il nostro top di gamma – continua Alessandro Guerciotti – e rispetta i canoni che il mercato richiede. L’upgrade più grande che abbiamo fatto per i ragazzi della Trevigiani è stato il manubrio integrato in carbonio del nostro marchio QTC. In carbonio sono anche le ruote Vision».

Debutto nelle Ardenne: Sobrero diventa cacciatore

15.04.2023
6 min
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Ieri il primo giro sulle stradine dell’Amstel, domani il debutto. E poi sarà così anche per la Freccia Vallone e la Liegi-Bastogne-Liegi. Matteo Sobrero da queste parti non ha mai corso, per cui quando gli è stato detto che sarà anche il leader del Team Jayco-AlUla, la sola cosa che gli è venuta da fare è stato un bel sorriso. Andiamo a vedere.

Il 2023 del piemontese ha preso un bell’andare. E’ mancata la vittoria, ma sono venuti tre piazzamenti fra i primi 4 al Giro dei Paesi Baschi, dove tutti andavano veramente forte. E Sobrero, che non era mai partito in modo così brillante, si è rimboccato le maniche e ha accettato anche la sfida del Nord. A 25 anni, queste sono le svolte che fanno crescere.

«Speravo di raccogliere qualche risultato in più – spiega – ma alla fine sono contento perché l’obiettivo principale di questa prima parte di stagione erano i Baschi, poi le Ardenne e il Giro. Quindi per adesso va bene, l’importante è che la condizione sia buona».

Vigilia Amstel, il Team Jayco-AlUla alloggia al Kasteel Bloemendal, prima dimora, collegio e lazzaretto
Vigilia Amstel, il Team Jayco-AlUla alloggia al Kasteel Bloemendal, prima dimora, collegio e lazzaretto

La vigilia nel castello

L’hotel Kasteel Bloemendal in cui alloggia la squadra australiana vale da sé il prezzo del biglietto. Doveva essere la residenza di un nobile produttore di tessuti di Aquisgrana, fornitore dello zar di Russia, che iniziò a costruirlo nel 1791, salvo poi morire nel 1795. I lavori furono così ultimati dal figlio, ma nel 1846 il castello passò di mano e divenne un collegio dell’ordine femminile del Sacre Coeur.

Durante l’occupazione nazista fu quindi trasformato in un lazzaretto con una capacità di 350 posti letto, per poi tornare collegio fino al 1970. Passato nel controllo del Comune di Vaals, nel 1990 è stato trasformato in hotel. E proprio qui, in questo punto in cui si uniscono i confini di Olanda, Belgio e Germania, ieri pomeriggio è arrivato anche Sobrero.

Seconda tappa nei Paesi Baschi a Leitza: vince Schelling, Sobrero è secondo
Seconda tappa nei Paesi Baschi a Leitza: vince Schelling, Sobrero è secondo
Partiamo dai Baschi allora. Un secondo posto e due quarti, quale brucia di più?

Più che il secondo posto, mi brucia il quarto posto nella tappa vinta da Higuita, perché lì una vittoria ci stava tutta. Invece ho preso la volata parecchio indietro e ho rimontato forte, ma tardi. Per quello mi girano un po’ di più le scatole. Diciamo però che ho fatto sei tappe senza mai uscire dai primi 20. Peccato solo che nell’ultimo giorno ho pagato e sono uscito di classifica. Ero quinto, mi sono ritrovato sedicesimo. Magari la top 10 nella generale sarebbe stata una bella soddisfazione in una corsa dura come i Baschi.

Questa brillantezza è figlia della condizione o di una preparazione diversa?

Abbiamo deciso di cambiare qualcosa. Questo inverno insieme a Pinotti ho lavorato un po’ di più sulle distanze, sull’endurance. Mi sono concentrato di più sulla strada e non solo sulle cronometro. E poi penso che una stagione in più da professionista mi abbia dato una maturità superiore. Alla fine tutti gli anni ti migliori un po’ e alla fine la somma è quello che mi ha portato a certi piazzamenti.

Al Giro dello scorso anno, ancora campione italiano, Sobrero vinse la crono finale di Verona
Al Giro dello scorso anno, ancora campione italiano, Sobrero vinse la crono finale di Verona
L’idea di fare di te un uomo da Giri quindi resta, ma ci si arriverà semmai aspettando la necessaria maturazione?

Esatto. Non voglio mettermi troppa pressione e il discorso vale anche per queste classiche. Correrò come capitano, perché Matthews non ci sarà. Il capitano designato sarebbe stato lui, ma è caduto nelle corse in Belgio e ha preferito focalizzarsi sull’altura in vista del Giro. A quel punto la squadra ha visto che sto bene, che nei Paesi Baschi sono andato forte e semplicemente mi ha detto che faranno la gara per me. Io queste corse non le ho mai fatte, però sono tanti anni che dico di volerci provare, perché mi dicono che siano adatte. Perciò adesso vedremo, classica per classica, giorno per giorno.

Facciamo un passo indietro: hai lavorato di più sulla strada, alla vigilia di un Giro che propone tre crono?

A ottobre ci siamo trovati con la squadra per preparare questa stagione e definire gli obiettivi. Alla presentazione del Giro avevo visto che ci sono sì tre crono, però è difficile trovarne una come quella di Verona dell’anno scorso (nel 2022, Sobrero ha vinto l’ultima crono del Giro, ndr). Come caratteristiche, la prima in Abruzzo potrebbe essere simile a quella di Budapest, forse anche più veloce. Quindi magari è l’unica in cui io possa provarci, anche se comunque ci saranno Ganna, Remco e anche Foss. La seconda è molto piatta, mentre l’ultima è una cronoscalata.

Ieri per Sobrero il primo test sulle cotes della Amstel Gold Race, la classica del Limburgo Olandese
Ieri per Sobrero il primo test sulle cotes della Amstel Gold Race, la classica del Limburgo Olandese
Dei pessimi compagni di viaggio, insomma…

Ci sarà tanta qualità e allora Pinotti, ridendo, mi ha detto: «Potresti entrare fra i primi 10 in tutte e tre le crono, senza però raccogliere il risultato pieno». Dopo questa osservazione, abbiamo confermato che farò il Giro, ma con un approccio differente. Abbiamo lasciato un po’ perdere la cronometro e deciso che punterò alle singole tappe andando in fuga. Per questo è un po’ cambiata la preparazione.

Una cosa del genere proposta a un cronoman destabilizza o stimola?

La verità è che per me la cronometro ci sarà sempre. E’ una cosa che rimane, perché comunque ci lavoro tutte le settimane. Però mi sono detto che posso sacrificare un allenamento specifico, facendo un giorno più sulla bici da strada. E questo sicuramente è anche uno stimolo in più a migliorarmi e crescere su un fronte diverso. Del resto Filippo (Ganna, ndr) ha dimostrato che se uno va forte a crono, va forte anche su strada.

La sesta tappa del Giro dei Paesi Baschi gli è costata il piazzamento in classifica, passando da 5° a 16°
La sesta tappa del Giro dei Paesi Baschi gli è costata il piazzamento in classifica, passando da 5° a 16°
Per cui correrai quassù fino alla Liegi e poi cosa farai nelle due settimane prima del Giro?

Ho poco tempo. Per qualche giorno ho guardato di andare in altura, ma alla fine sarebbe una cosa troppo tirata, troppo stressante. Dovrò comunque stare via per le tre settimane del Giro e allora mi sono detto che alla fine conviene fermarsi a casa. Non cambia niente fare 10 giorni in più di altura.

Invece per la prossima settimana resterai in Belgio?

Così pare, ma sono dieci giorni. Viene bene perché avrò modo di allenarmi sui percorsi delle gare. Ieri abbiamo fatto la ricognizione sulle strade dell’Amstel, che assieme alla Freccia Vallone forse è quella che più mi si addice…

Matteo Sobrero è nato nel 1997, è alto 1,77 e pesa 63 chili. E’ professionista dal 2020
Matteo Sobrero è nato nel 1997, è alto 1,77 e pesa 63 chili. E’ professionista dal 2020
Durante l’inverno l’UCI ha cambiato la normativa sulle misure delle bici. Per te c’è stata qualche variazione, essendo per giunta un cronoman?

In realtà no. Su strada ho cambiato bici, nel senso che è arrivata la Propel, il nuovo modello della Giant e adesso penso che userò sempre quella. E’ una bici più completa, però la posizione è sempre la stessa. Ed è rimasta uguale anche a cronometro, perché alla fine hanno cambiato le regole per quelli più alti. Io sono sotto il metro e 80, quindi per me la posizione per me è rimasta invariata. Pinotti mi ha spiegato che mi mancano quei tre centimetri per poterla cambiare. Ho detto a mia mamma che poteva impegnarsi di più (ride, ndr), ma ormai è fatta…