ProTeam femminili dal 2025. Quale futuro per le continental?

29.11.2023
6 min
Salva

Quando ad inizio agosto l’UCI ha annunciato la nascita dei ProTeam femminili a partire dal 2025, forse la questione è stata trattata troppo sbrigativamente dallo stesso maggiore organo ciclistico internazionale nei confronti delle continental (in apertura il Gp Liberazione, foto Spalletta). Per loro stessa affermazione, attraverso il presidente Lappartient, l’intenzione è quella di garantire maggiore professionalità e sicurezza economica ad un numero sempre più alto di atlete, evitando quindi nuovi “casi Zaaf Cycling”.

Inizialmente questa novità sarebbe dovuta avvenire nel 2026, ma non è detto che anticipare di un anno un’operazione simile sia un bene per tutti. Vale la pena ricordare anche che, a differenza del maschile, nel ciclismo femminile esistono solo due divisioni di formazioni. Se le WorldTour hanno organizzazioni pressoché identiche fra loro (e a quelle degli uomini), nelle Continental esistono disparità importanti nelle strutture fra le stesse squadre. Un esempio concreto di differenti continental sono team come AG Insurance-Soudal Quick-Step, Ceratizit-WNT e Laboral Kutxa Euskadi che hanno fatto richiesta per la prossima stagione di diventare WorldTour (dovrebbero diventarlo le prime due) grazie a budget considerevoli

L’AG Insurance Soudal Quick Step è stata una continental sui generis grazie alla struttura maschile. Nel 2024 potrebbe diventare WT
L’AG Insurance Soudal Quick Step è stata una continental sui generis grazie alla struttura maschile. Nel 2024 potrebbe diventare WT

Molte domande, poche risposte

Altre squadre però riuscirebbero a fare il salto nelle professional auspicate dall’UCI nel giro di soli dodici mesi? Guardando in casa nostra, le continental italiane sarebbero pronte ad acquisire la licenza della categoria superiore? O ancora, è stata pensata una nuova regolamentazione di un calendario dedicato? E si potrebbe continuare ancora tanto con gli interrogativi.

Non è dato a sapere se l’UCI prima di prendere questa decisione abbia fatto un sondaggio generale tra le continental per conoscere il parere, ma sembrerebbe che a gennaio sia in programma una riunione per spiegare meglio (per la prima volta) tutto quanto. Noi nel frattempo abbiamo voluto sentire le opinioni dei team manager italiani che hanno avuto un riflesso pavloviano non appena gli abbiamo sottoposto l’argomento. Oggi iniziamo da Lucio Rigato, Walter Zini e Giovanni Fidanza.

Calendario puro per continental. In Francia ci sono 16 gare tra classe 1 e 2, in Belgio 22, mentre in Italia solo 5 (foto Gp Isbergues)
Calendario puro per continental. In Francia ci sono 16 gare tra classe 1 e 2, in Belgio 22, mentre in Italia solo 5 (foto Gp Isbergues)

Sponda Top Girls

L’impressione, nemmeno tanto inaspettata, del malcontento generale è tangibile. Lucio Rigato, capo della Top Girls Fassa Bortolo, starebbe valutando l’ipotesi di chiudere a fine 2024 e diventa un fiume in piena quando ci addentriamo nella vicenda.

«La mia è stata una battuta fatta in un certo contesto – spiega il team manager trevigiano – e non ho voglia di smettere, però se l’UCI cambierà le cose allora devo pensarci seriamente perché ne sarò quasi costretto. Se devo spendere un certo budget senza avere certezze di calendario, inviti e regolamentazioni per noi continental, allora chiudo davvero. Non condivido la nascita dei ProTeam, pensata senza considerarci e senza comunicarci nulla. Suppongo ci vorranno dei requisiti economici minimi e ho sentito dire che potrebbe servire un budget da un milione e duecento mila euro, ma qui in Italia si fa già fatica a trovare solo i duecentomila. Anche se è in forte crescita, il ciclismo femminile negli ultimi anni ha fatto passi troppo grandi e precoci per la sua struttura, ma l’UCI non se ne rende conto. Per me fanno solo i loro interessi».

Lucio Rigato guida la Top Girls dal 2005 ma potrebbe chiudere a fine 2024 se la nascita dei ProTeam non fosse ben regolamentata
Lucio Rigato guida la Top Girls dal 2005 ma potrebbe chiudere a fine 2024 se la nascita dei ProTeam non fosse ben regolamentata

«Se copieranno in tutto il sistema maschile – prosegue nella sua analisi Rigato – noi ad esempio al Giro Women non potremo più partecipare. Già oggi c’è un trattamento impari da parte di alcuni organizzatori di gare importanti tra team WorldTour e continental. Noi dobbiamo sperare che accettino la nostra richiesta e poi pagarci vitto e alloggio. Le continental non possono farle morire. Sono i vivai della squadre più forti, altrimenti cosa serve avere tante esordienti, allieve e junior se poi non possono mettersi in mostra nei team continental? Spererei in un aiuto da parte della nostra federazione. Forse sono diventato troppo vecchio per farmi andare bene certe cose. Ho 70 anni con cinquanta di attività e onestamente non sono molto fiducioso in generale per il futuro».

Visto dalla BePink

Non cambia tanto l’umore chiamando in causa Walter Zini, team manager della BePink-Gold, preoccupato che l’attività delle continental possa sparire o ridursi drasticamente. Di sicuro per il dirigente milanese ci sono degli aspetti che andavano cambiati anche prima e altri che già si immagina.

«A vederla così – spiega Zini – temo che nel giro di 4-5 anni possa esserci un’implosione provocata dalla mancanza di un giusto ricambio generazionale. Anche perché finora non è mai stato regolamentato il riconoscimento del valore del cartellino di un’atleta che passava dalle continental ad un team WorldTour. E quelle entrate erano valide da reinvestire. Tuttavia so che renderanno ufficiale questa norma proprio dal 2024. E speriamo che modifichino la regola dei punti, perché al momento seguono le atlete. Adesso ci hanno sempre obbligato a ripartire da zero ogni volta che ti andava via la ragazza col punteggio più alto. Comunque vedremo se penseranno ad un calendario più ampio per le continental o U23 e contemporaneamente a limitazioni di partecipazione per i team WorldTour in alcune gare».

Zanardi è passata dalla BePink alla Human portando con sé i punti UCI, situazione che penalizza le continental. Dal 2024 cambierà la regola (foto Ossola)
Zanardi è passata dalla BePink alla Human portando con sé i punti UCI, situazione che penalizza le continental. Dal 2024 cambierà la regola (foto Ossola)

Il tecnico della BePink ipotizza che, in base ai parametri richiesti dall’UCI, possa servire un budget minimo di settecento-ottocentomila euro e che nasceranno 4-5 ProTeam. «Nel totale devono esserci i salari minimi garantiti, uno staff più numeroso e altri mezzi. Una situazione che in Italia ad oggi diventa difficile da realizzare. Si potrebbe prendere spunto da ciò che ha fatto la Eneicat, dov’è andata Basilico, che ha unito le forze con la Burgos-BH (professional maschile, ndr). Però da noi non credo che siano interessati ad un’operazione simile».

Il parere di casa Isolmant

Il primo giro del nostro sondaggio si ferma con Giovanni Fidanza, team manager della Isolmant-Premac-Vittoria, che spera in una riforma fatta con senno nonostante anche lui lamenti la mancanza di comunicazioni ufficiali da parte dell’UCI.

La Isolmant nel 2023 aveva anche le junior e con le elite ha optato per un calendario italiano per contenere le spese
La Isolmant nel 2023 aveva anche le junior e con le elite ha optato per un calendario italiano per contenere le spese

«Dovremo capire che parametri vorranno introdurre – commenta il padre di Arianna e Martina in forza alla Ceratizit – ma mi auguro siano fattibili e che non esagerino con noi continental. Quanto meno mi auguro che possano apporre correzioni strada facendo. Il movimento femminile è cresciuto tanto, ma deve ancora consolidarsi a dovere, soprattutto tra le continental. E’ per questo che penso sia stata una decisione avventata. Tutto deve essere adeguato alle ragazze con cui lavoriamo. Il nocciolo della questione saranno i calendari, con relativi inviti e regolamenti.

«Certamente per i nostri sponsor non è una buona notizia – conclude Fidanza – perché significherebbe non avere più la visibilità di prima. E’ vero che si potrebbero lavorare con le juniores, ma magari i nostri investitori potrebbero non essere più interessati e lo vedrebbero come un passo indietro. Attenzione perché se questa riforma non ci farà fare salti in avanti, è un attimo tornare alla situazione di tanti anni fa».

Tiberi e la sua Scultura: un test davvero speciale

29.11.2023
7 min
Salva
Antonio Tiberi racconta la Merida Scultura con cui corre dal primo giugno. Il telaio più piccolo per leggerezza e compattezza. Tre tipi di ruote diverse per tre comportamenti ben distinti. La facilità nella guida in discesa. La rigidità e l'aerodinamica nei rilanci. I rapporti Shimano al confronto con gli Sram lasciati alla Trek. La sella Prologo. Una giornata in bici con il laziale del Team Bahrain Victorious.

GAVIGNANO – Antonio Tiberi al Team Bahrain Victorious c’è arrivato a giugno. La prima parte dell’anno, incluso qualche piazzamento interessante, l’aveva fatta con la Trek-Segafredo, che ancora non era diventata Lidl. Così quando si è trattato di infilarsi nella nuova maglia, il laziale ha dovuto cancellare ogni cosa e ripartire da zero. Un altro preparatore. Altri compagni. Altro abbigliamento. E un’altra bicicletta. Proprio per questo siamo venuti in questo angolo della provincia più a sud di Roma, ancora baciato da un tiepido sole, per seguire Antonio durante uno dei primi allenamenti e farci raccontare il passaggio alla nuova bici.

Un caffè preparato da suo padre Paolo, un pezzetto di crostata fatta in casa e fuori il verde dell’azienda agricola di famiglia sono lo sfondo del mattino in attesa che Antonio finisca di prepararsi. Il ritiro di Altea è ormai imminente c’è bisogno di alzare i giri del motore, come ha già spiegato Bartoli che ha iniziato ad allenarlo a stagione iniziata.

Tiberi corre con la Merida Scultura. Solo raramente ha pedalato sulla Reacto
Tiberi corre con la Merida Scultura. Solo raramente ha pedalato sulla Reacto

Viaggio in Slovenia

«Ho preso in mano questa bici per la prima volta alla vigilia del Giro di Svizzera – racconta Tiberi – quando ormai era confermato che sarei passato con la nuova squadra. Sono andato a ritirare tutto il materiale nei loro magazzini in Slovenia. Ho portato a casa sia la Scultura che la bici da cronometro e ho cominciato a usarle».

La dotazione della Bahrain Victorious prevede una doppia scelta per le bici da strada: la Scultura, appunto, e la Reacto. Sarà così anche per il prossimo anno, anche se molto probabilmente cambierà la grafica della bici, che sarà più in linea con quella già sfoggiata al Tour de France. La nuova versione della Scultura in realtà ha mutuato dalla aerodinamica Reacto più di qualche accorgimento geometrico, che la rende molto veloce mantenendo il comfort, pur trattandosi della bici più leggera.

Al Lombardia, ruote da 45 e grande velocità: in discesa la Scultura piega davvero tanto
Al Lombardia, ruote da 45 e grande velocità: in discesa la Scultura piega davvero tanto
Quanto tempo ti è servito per abituarti alla nuova bici?

Più o meno una settimana. Le differenza tra una e l’altra si notano abbastanza, soprattutto al primo impatto. Quando sono salito, la prima cosa che ho notato è stata la risposta della bici, la rigidità. La Scultura è molto reattiva. E pur essendo una bici prettamente da salita, è molto maneggevole nelle varie situazioni di gara. E’ molto comoda, aspetto fondamentale per gare che superano i 200 chilometri.

Quanto leggera e quanto rigida?

Si cerca di stare sempre intorno al limite di 6,8 chili. Ormai ci sono abituato, ma in quei primi giorni l’aspetto che ho notato di più è stata la rigidità in pianura, che agevola anche nelle fasi più aggressive della gara, quando ci sono scatti e rilanci. E la rigidità aiuta anche in discesa. A me piace avere una bici molto reattiva che si piega abbastanza facilmente. I primi giorni ho dovuto prenderci la mano, ma ora mi trovo bene. In discesa si fa guidare, è anche divertente.

E’ stato facile trovare la posizione oppure hai dovuto fare tanti aggiustamenti?

Non ho avuto difficoltà, anche perché mi adatto abbastanza facilmente, grazie alla mia elasticità. Ho dedicato una giornata al posizionamento e di lì a una settimana sono stato completamente a mio agio.

La bici cambia tanto utilizzando ruote diverse?

Abbastanza, la risposta è diversa. Con ruote a profilo basso, la bici è molto più rapida nei cambi di direzione. Più facile, ma anche più delicata: bisogna essere un po’ più accorti nei movimenti bruschi. Con ruote a profilo alto, è molto più fluida anche se leggermente più lenta nei movimenti. Cambiamo le ruote in base ai percorsi della gara.

Ad esempio?

Durante una corsa a tappe, se c’è un giorno di pianura, solitamente usiamo tutti l’alto profilo. Ci sono alcuni corridori che preferiscono cambiare addirittura la bici, passando alla Reacto, che è quella più aerodinamica. Io invece mi trovo bene con questa in tutte le occasioni e preferisco aggiustarmi solamente con le ruote. Quindi magari su percorsi ondulati, utilizzo ruote medie con profilo da 45. Nelle tappe completamente di pianura, profilo da 60. E nelle tappe di salita, profilo da 30.

Pneumatici tubeless o tubolari?

Ormai corriamo quasi esclusivamente con i tubeless che, in base ai vari studi che sono stati fatti, sono molto più performanti. Anche in caso di foratura, permettono di fare qualche centinaio di metri in più prima di cambiare la ruota. Mi è capitato di aver bucato e di non essermene accorto, perché il liquido aveva riparato il buco. Ho cambiato la ruota appena possibile e nelle condizioni migliori di corsa.

Guarnitura Shimano Dura Ace (40-54) con misuratore di potenza integrato
Guarnitura Shimano Dura Ace (40-54) con misuratore di potenza integrato
Sulla Trek utilizzavi il gruppo Sram, con rapporti diversi rispetto allo Shimano di adesso. Come è stato inizialmente?

La differenza l’ho sentita. Utilizzo il 54×11 come massimo rapporto, ma volendo si può personalizzare la scelta. In gara, anche in base ai percorsi, possiamo decidere se montare un 56 o un 53 e dietro anche il 33 per salite veramente al limite o magari soltanto un 30. Davanti invece uso un 40. La differenza rispetto a prima è che Sram dietro ha il pignone da 10, mentre su Shimano abbiamo l’11. E’ soltanto un dente, però la differenza si sente veramente, soprattutto nelle fasi veloci di gara o in discesa.

Da cosa te ne accorgi?

Ho notato che con Shimano le pedalate sono più alte e bisogna aggiustarsi con i denti delle corone davanti, puntando su qualcosa di più grande. Come dicevo, qualche volta ho montato anche il 56. Non ho trovato invece differenze nei freni: vanno bene entrambi.

Torniamo alla bici in gara: non prendi la Reacto perché anche la Scultura è una bici veloce?

Mi sono trovato bene su ogni percorso. E’ molto reattiva in situazioni di scatti e contro scatti. In salita è leggera e in discesa si piega bene. In un’occasione ho provato anche la Reacto in pianura e devo dire che la differenza si sente. Però cambia anche la geometria ed è molto più rigida, quindi anche meno comoda. Perciò in una gara a tappe preferisco usare sempre la stessa, in modo da non cambiare tanto la posizione e non stressare troppo il fisico passando su una bici più rigida.

Prime uscite di stagione per il laziale: nel giorno del nostro incontro, due ore con due salite al medio
Prime uscite di stagione per il laziale: nel giorno del nostro incontro, due ore con due salite al medio
Hai un bel fuorisella: gusto estetico o necessità tecnica?

Mi piace e mi ci trovo bene. Da sempre preferisco avere la bici con un telaio leggermente più piccolo, perché mi permette di essere più reattivo, oltre al fatto che il peso è leggermente più basso.

In base a cosa hai scelto la sella?

E’ la Scratch M5 di Prologo. L’ho scelta in base alla larghezza e alla forma ergonomica, che si adatta meglio alle ossa del mio bacino. Per fortuna non è troppo difficile passare da una sella all’altra (alla Trek-Segafredo, Tiberi utilizzava una sella Bontrager, ndr), perché pur cambiando marca, si riesce a trovare misure molto simili. Le forme non sono troppo diverse, ogni azienda fa svariati modelli, per cui è abbastanza agevole trovare la sella più adatta e simile alla precedente.

Fai da te gli interventi di manutenzione?

Quando sono a casa, qui dai miei oppure a San Marino, faccio da me, quando si tratta di dare una pulitina o magari lubrificarla e altri interventi semplici. Se invece si presenta un problema più grande, qualche malfunzionamento al cambio elettronico o al potenziometro, vado nel negozio più vicino dove so che trattano materiali Shimano.

Siamo pronti per partire. L’aria è più calda, sui Monti della Meta che sullo sfondo dividono il Lazio dall’Abruzzo e dal Molise, una prima spruzzata di neve oltre quota 2.000 fa capire che l’inverno è alle porte. L’allenamento di oggi prevede un paio di salite al medio. La prima, caro Tiberi, la farai tutta in favore di telecamera. Adesso sì che possiamo andare davvero.

Vendrame dalla Francia a metà tra passato e futuro

29.11.2023
5 min
Salva

Andrea Vendrame si trova a Lille, alle prese con tutti quegli impegni inderogabili di inizio stagione. Se a questo si aggiunge la novità dell’arrivo di Decathlon come sponsor e del cambio di marchio per le bici, ecco che le giornate diventano frenetiche. La AG2R Citroen dal 1° gennaio diventerà Decathlon AG2R La Mondiale Team e i corridori passeranno dalle bici BMC alle Van Rysel. 

«Siamo immersi nel lancio della nuova stagione – ci dice Vendrame in uno dei momenti di calma – lunedì c’è stata la presentazione ufficiale. In questi giorni facciamo visite mediche, foto e tutto ciò che serve per le novità del 2024».

Cambierà anche la bici, già vista quella nuova?

Vista sì, ma non ci ho ancora pedalato, quello lo faremo dal 2024, fino ad allora useremo ancora le BMC. Però con la fornitura di Van Rysel cambierà tutto: nuove ruote, nuovi copertoni, nuovo gruppo e anche nuovi caschi ed occhiali. 

Hai concluso la prima stagione dopo il cambio di preparatore, com’è il bilancio?

Mi sono trovato bene, è stato un cambio drastico perché sono passato ad allenarmi a ritmi più alti per minor tempo. Il bilancio direi che è positivo, se devo dare un voto direi 6,5 perché è mancata la vittoria. Non è stata comunque una stagione da buttare via, sono arrivati tanti piazzamenti. Ho avuto anche qualche episodio sfortunato nei momenti migliori. 

Prendere il Covid al Giro non è stato il massimo…

Non solo. Anche alla Strade Bianche sono stato costretto a ritirarmi per una caduta che mi ha anche precluso la partecipazione alla Tirreno-Adriatico. Al Giro ero arrivato abbastanza bene, ma prima la caduta e dopo il Covid mi hanno messo fuori causa. Anche alla Vuelta ho avuto un virus al primo giorno di riposo che mi ha messo fuorigioco, nonostante poi l’abbia portata a termine. Ci sono stati tre intoppi nei tre momenti principali della stagione.

Però ne hai tratto comunque un bilancio positivo, come mai?

Perché nel cambiare il preparatore e di conseguenza nello stravolgere il mio programma di lavoro, ho avuto risposte positive. Inizialmente mi ha sconvolto, ma i benefici si sono visti, non ho vinto ma ho colto tanti piazzamenti. Ne avevo parlato con il mio preparatore: il 2023 sarebbe stato un anno di adattamento per il fisico. 

In gara come ti sei trovato con questo nuovo metodo di lavoro?

Il riscontro è positivo, basti pensare al Laigueglia. E’ una gara dove si ha un cambio di ritmo costante con valori alti per tratti più corti. Cambiare metodo di allenamento mi ha portato ad essere più pronto in queste situazioni. Anche alla Vuelta, prima di prendere il virus, stavo bene, considerando il terzo posto alla seconda tappa. 

A casa com’è cambiato il metodo di lavoro?

Allenandomi a ritmi più alti, simulo le situazioni di gara, così poi agli appuntamenti arrivo pronto. Prima facendo tanto medio avevo bisogno di correre per trovare il ritmo gara. 

Il Giro di Vendrame si è concluso in anticipo: prima una caduta e poi il Covid l’hanno messo K.O.
Il Giro di Vendrame si è concluso in anticipo: prima una caduta e poi il Covid l’hanno messo K.O.
Guardiamo al futuro, un obiettivo per il 2024?

Sicuramente vincere, dopo tutto le squadre cercano punti e io sono un corridore che ne può portare. Il team questo lo sa e me lo chiede. Ogni gara in cui metto le ruote deve essere affrontata per vincere o comunque ottenere punti. Mi aspetto di arrivare ancora più pronto agli appuntamenti importanti.

Sei all’AG2R dal 2020 e ci rimarrai, almeno, fino al 2025 come vedi questo grande cambiamento?

Siamo solo agli inizi, piano piano conosceremo tutte le nuove figure e i compagni. Non sembra più quella squadra “familiare”, ma una vera e propria multinazionale dove ognuno ha il suo ruolo. Questo secondo me è positivo per noi atleti perché porta più specializzazione. 

Il terzo posto nella tappa di Barcellona alla Vuelta ha permesso a Vendrame di indossare la maglia verde
Il terzo posto nella tappa di Barcellona alla Vuelta ha permesso a Vendrame di indossare la maglia verde
Hai già legato con qualche nuovo compagno?

Non uno in particolare, anche perché per ora ci siamo visti poco a causa degli impegni individuali di questi giorni. Mi sono rivisto molto in Sam Bennet.

In che senso?

Lui non parla francese, ma solamente inglese, come me quando sono arrivato nel 2020. Però molti compagni non sanno l’inglese, sapete, una squadra francese, con sponsor francesi… Però piano piano ci si aiuta e ci veniamo tanto incontro. Ora le cose sono migliorate parecchio, l’inglese lo parlano sempre più persone, anche a tavola si usano entrambe le lingue. Però sono sicuro che si adatterà anche lui, come abbiamo fatto tutti.

Uno spagnolo in Belgio. Le imprese di Orts nel cross

28.11.2023
4 min
Salva

NIEL (Belgio) – Felipe Orts Lloret, uno spagnolo in Belgio. Uno spagnolo tra i grandi del ciclocross. Il corridore iberico sta disputando l’intera annata nel regno del cross, un po’ come la nostra Francesca Baroni, di cui vi avevamo parlato qualche tempo fa.

Orts però sta andando davvero forte. E’ anche salito sul podio del Superprestige, nel tremendo giorno di Niel, dove la disciplina del fango sfoggia a detta di molti la sua veste più pura. Il percorso era davvero tecnico e del tutto naturale.

Felipe Orts (classe 1995) è anche un ottimo biker. Se la cava nel gravel. Su strada veste i colori della Burgos-Bh
Felipe Orts (classe 1995) è anche un ottimo biker. Se la cava nel gravel. Su strada veste i colori della Burgos-Bh

Da Alicante a Bruxelles

Ma chi è dunque questo ragazzo? Insomma non capita tutti i giorni di vedere uno spagnolo a questi livelli nel ciclocross. Felipe Orts Lloret, classe 1995, di Alicante, su strada veste i colori della Burgos-Bh, nel cross sta correndo con i vessilli della Spagna, in quanto campione nazionale e della Bh, il marchio di bici. Fisico possente, Orts è alto 180 centimetri, per 70 chili.

«In effetti è difficile incontrare uno spagnolo quassù! Tanto più uno spagnolo di Alicante, del Sud della Spagna – ci racconta Orts – faccio la spola con il Belgio tutti i fine settimana, dal venerdì al lunedì. Ho deciso di fare così perché vicino casa c’è un’ottima connessione aerea con Bruxelles».

«Certo non è facile passare dalle temperature di laggiù a quelle del Belgio. Per esempio prima di Niel a casa mia c’erano 30 gradi e mi allenavo in maniche corte e qui ce ne sono 7-8, ma ormai ci sono abituato. Comunque mi sono trasferito nei Paesi Baschi proprio per avere un clima e percorsi diversi che nel resto della Spagna».

Lo spagnolo è campione nazionale in carica. Col fango è a suo agio
Lo spagnolo è campione nazionale in carica. Col fango è a suo agio

Un podio storico

Orts ha dunque agguantato anche un podio nel Superprestige, ma quel che più conta è la sua costanza agli alti livelli. I piazzamenti nei primi dieci sono diversi. Sta insistendo molto sul Superprestige e paga sempre qualcosa il giorno successivo in Coppa. Ma fare bene nel circuito belga forse è anche più importante in termini di visibilità.

«Un podio da queste parte è incredibile – dice con soddisfazione Orts – sono felicissimo. Io tra questi campioni… Però è anche vero che ci sto lavorando già da un po’. Sono molti anni, dieci, che mi sto concentrando sul ciclocross. E per riuscirci al meglio mi sono dovuto trasferire, come detto, nel Nord della Spagna. Non è il primo anno che faccio la stagione qui. E’ molto costoso, ma quest’anno le cose stanno andando bene e credo ne valga la pena».

Altre volte Orts era stato vicino al podio. Lui parla di un buon momento di forma. E forse il fatto di tornare a casa lo aiuta non poco. Il clima più caldo fa meglio al suo motore e ai suoi muscoli. Ma forse gli fa pagare qualcosa in termini di tecnica.

Tuttavia è anche vero che correndo tutti i weekend in Belgio, la stessa tecnica si mantiene viva. E tutto sommato anche i suoi colleghi del Nord durante la settimana curano molto di più la parte del “motore” che quella della guida.

A Niel, un momento storico per Orts e la sua nazione: eccolo sul podio del Superprestige (foto Instagram)
A Niel, un momento storico per Orts e la sua nazione: eccolo sul podio del Superprestige (foto Instagram)

Motore e tecnica

«L’obiettivo? E’ quello di fare meglio ad ogni anno e in ogni gara. E per questo è importante anche l’aspetto tecnico appunto. Ho una bici molto competitiva, che sviluppo a casa e con queste gare. Mi piace il fango, ma preferisco quello liquido e mi trovo molto bene anche sui tracciati secchi e veloci. Io poi sono abbastanza tecnico e di mio. Preferisco concentrami molto sulla parte fisica, tanto più che qui vanno davvero forte. E comunque in tal senso mi aiuta anche la stagione su strada».

E la sua stagione su strada è stata affrontata proprio da ciclocrossista puro: corse concentrate soprattutto a partire dal termine dell’estate, proprio per affinare la gamba e trovare i cavalli necessari per affrontare queste sfide al Nord.

In più nella sua zona, Alicante ci sono molti pro’. «Specie d’inverno – conclude Orts – con le squadre che vengono a fare i ritiri. Ma un grande salto me lo ha fatto fare la mia squadra, la Burgos-Bh, che mi ha consentito di disputare delle gare di primo livello. Gare che mi hanno dato molto».

Montoli fa le valige e torna in Italia, alla Biesse-Carrera

28.11.2023
4 min
Salva

Dopo tre stagioni il colore della divisa di Andrea Montoli cambia, passando dal celeste della Eolo-Kometa U23 al bianco della Biesse-Carrera (in apertura foto Instagram). Una novità abbastanza importante per il mondo under 23, se non altro per il fatto che Montoli era uno dei ragazzi di maggior prospetto per Ivan Basso. Nel 2022 era arrivato anche uno stage con il team professional e le premesse per il 2023 erano buone. Ma qualcosa non è andato.

«La caduta di metà agosto in Spagna – racconta Montoli mentre prepara le valige per raggiungere la ragazza in Friuli – mi ha provocato la frattura del trochite omerale. In più ho subito un danno a livello della cartilagine, ora grazie al lavoro fatto con il fisioterapista è a posto. Però i tempi di recupero sono stati abbastanza lunghi, ma con cautela riesco a fare tutti i movimenti. Non avrò problemi nel correre in bici».

Nel 2022 tre corse da stagista con i pro’, qui alla Coppa Agostoni
Nel 2022 tre corse da stagista con i pro’, qui alla Coppa Agostoni
La novità della prossima stagione è il cambio squadra, da dove parte questa decisione?

Nello stage fatto a fine 2022 con i professionisti mi sono accorto che passare sarebbe stato prematuro. Anche perché ho corso tre gare (Giro della Toscana, Coppa Agostoni e Giro dell’Emilia, ndr) e mi sono ritirato in tutte e tre. Nel 2023 a livello personale sono migliorato, ma non è mai arrivata la vittoria, tanti piazzamenti sì, ma non quello importante. La caduta è stata davvero un peccato…

Come mai?

Perché a luglio stavo pedalando bene. Nelle tre corse a tappe, disputate tutte in Spagna, ho ottenuto altrettante top 10. Da lì, visto che iniziavo a stare bene, era nata l’idea di fare un secondo stage con la professional della Eolo. La caduta ha fermato un po’ tutti i programmi…

Così il 2024 diventa il tuo quarto ed ultimo anno da under 23.

Sì, parlando con la squadra e qualche diesse è emerso come il calendario della Eolo Kometa U23 sarebbe stato ancora in Spagna. Io, dal canto mio, avevo voglia di provare a correre di più in Italia. Disputare qualche gara in più qui mi potrebbe dare maggiore stimolo. 

Nel 2023 il miglior risultato è stato un secondo posto in classifica generale alla Vuelta Avila (foto Instagram)
Nel 2023 il miglior risultato è stato un secondo posto in classifica generale alla Vuelta Avila (foto Instagram)
Già a fine 2022 avevi detto che quest’anno avresti voluto provare a fare il salto di categoria…

A gennaio 2023, quindi all’inizio di questa stagione, avevo l’obiettivo di passare entro il terzo anno. Ma non ho ottenuto risultati di spicco, ero sempre lì tra i primi e non ho mai vinto. E’ difficile passare con questi numeri e non avevo certezze. Così in questo periodo ho parlato con un po’ di persone vicine a me e ho deciso di fare questo cambio.

Perché?

In Spagna ci sono squadre professional, come la Kern-Pharma e la Caja Rural che hanno il team under 23, ma magari guardano più i corridori spagnoli. Ho avuto l’impressione che venendo a correre in Italia avrei avuto più visibilità, anche per quanto riguarda la nazionale. Ho voglia di correre di più in casa, di mettermi alla prova anche nelle nostre corse. Mi serve uno stimolo diverso, alla Eolo ho fatto un bel calendario, ma in Italia ho spesso trovato un ritmo differente. Già a inizio della scorsa stagione vedevo che tutti si ritrovavano alla San Geo, mentre io iniziavo con le gare della Coppa di Spagna. 

Dopo 3 anni Montoli saluta il team di Basso e torna a correre in Italia, lo farà con la Biesse-Carrera (foto Instagram)
Dopo 3 anni Montoli saluta il team di Basso e torna a correre in Italia, lo farà con la Biesse-Carrera (foto Instagram)
La scelta della Biesse da dove arriva?

Mi hanno cercato per due anni, è una squadra continental e in più conosco parte dei miei compagni: con Motta ho corso due anni al CC Canturino. Mentre con altri qualche volta mi sono allenato insieme o comunque abitano vicino a casa mia. Alla fine mi è sembrata la scelta più saggia. Il calendario dovrebbe essere pressoché uguale a quello del 2023, quindi corse di livello e qualche apparizione con i professionisti. 

Quando vi troverete per lavorare insieme?

Ho già conosciuto la squadra a fine ottobre. Poi dal 15 gennaio al 4 febbraio faremo un ritiro vicino a Valencia. Un bel blocco intenso di lavoro per partire pronti.

Vermiglio aspetta la Coppa: Casasola ci porta sulla neve

28.11.2023
6 min
Salva

La condizione è in arrivo. E mentre guida dall’aeroporto verso casa, completando il rientro dalla Coppa del mondo di Dublino, Sara Casasola ammette di aver avuto buone sensazioni. Il nono posto, migliore fra le italiane in gara, fa seguito al quarto di Troyes e al podio degli europei e dà un’altra dimensione alle cinque vittorie colte finora. E’ il segno che le cose cominciano a girare anche contro le più grandi. Fra due settimane la Coppa del mondo farà tappa a Vermiglio sulla neve e su quei sentieri bianchi la friulana, che nel cross corre con la maglia FAS Airport Services-Guerciotti – Premac, lo scorso anno colse un ottimo 8° posto. Meglio fece Silvia Persico, quarta, che però quest’anno non ci sarà, per cui le attese azzurre saranno puntate tutte su di lei.

Che cosa significhi correre nella neve, in quel vallone gelido esposto a nord, è qualcosa che può raccontare soltanto chi l’ha provato. Per questo, dopo la presentazione che si è tenuta ieri a Trento, proprio Casasola sarà la nostra guida verso la data italiana di Coppa del mondo, prevista per il 10 dicembre.

Ma cominciamo da te: come stai?

Bene, a Dublino non è andata super bene, però neanche così male. In realtà, per essere stata una giornata un po’ storta, mi sono anche salvata. Per fortuna abbiamo Viezzi, che per ora tiene in alto la bandiera italiana.

E’ stata appena presentata la prova di Vermiglio, che cosa diresti dovendone parlare a chi non ne sapesse nulla?

Sicuramente si corre su un percorso molto particolare e differente, anche più difficile da interpretare, proprio per l’incognita della neve. E’ sempre molto particolare perché appunto in base a com’è il clima, a quanto fa caldo, se ghiaccia oppure no, si possono trovare sempre delle sorprese. Quindi sicuramente sarà un percorso dove valgono molto le doti tecniche. Abbiamo visto l’anno scorso che l’abilità di guida era fondamentale. Avevano disegnato un bel percorso. C’erano anche dei tratti in cui spingere, quindi era completo. Ovviamente sarà più difficile da interpretare rispetto agli altri, perché non siamo abituati a gareggiare sulla neve. Per cui, anche se l’hai già fatta una volta, è come se ogni volta fosse la prima. Quindi, sarà sicuramente una bella gara come lo scorso anno.

L’hospitality sopra il quartier generale della gara è un ottimo punto di osservazione (foto Podetti)
L’hospitality sopra il quartier generale della gara è un ottimo punto di osservazione (foto Podetti)
Come dicevi, molto dipende dalla temperatura. La neve cambia consistenza molto velocemente…

E non si può prevedere molto, per cui prendiamo quel che viene. L’anno scorso, dal sabato alla domenica, abbiamo trovato due percorsi completamente diversi. Il sabato sembrava sabbia e c’erano anche pezzi duri, dove tenere la bici era veramente impegnativo. Invece la notte la temperatura è scesa di colpo e il giorno dopo era un percorso completamente ghiacciato, che non c’entrava niente con quello del giorno precedente. A livello di terreno quindi, è un’incognita da non sottovalutare. Magari guardando le previsioni, si potrà prevedere che percorso ci aspetta.

In che modo quel cambiamento notturno ti fece modificare le scelte tecniche?

Ritoccai solo la pressione delle gomme. Il sabato giravi non tanto gonfio, fra 1-1,2 bar. La domenica invece abbassammo ancora, perché si scivolava tantissimo e proprio non teneva. Mi pare addirittura che Silvia Persico fosse partita a 0,9-1, una cosa del genere, ma non vorrei dire una sciocchezza (nessuna sciocchezza: la bergamasca conferma, ndr). Era un terreno che, se non stavi attento, scivolavi anche sul dritto. E questo incide tanto sicuramente anche sulla scelta delle coperture e su come gonfiare.

Dopo la vittoria 2021 di Van Aert, c’era grande attesa nel 2022 per Van der Poel che però ha deluso (foto Val di Sole)
Dopo la vittoria 2021 di Van Aert, c’era grande attesa nel 2022 per Van der Poel che però ha deluso (foto Val di Sole)
Invece la temperatura in che misura incide? E’ più freddo rispetto a un giorno invernale del Belgio, ad esempio?

In realtà l’anno scorso era freddo, perché ovviamente sulla neve non fa caldo. Però abbiamo patito meno di quando piove e c’è magari qualche grado in più e rimani tutto zuppo. Se in Val di Sole ci sarà clima secco e attorno allo zero come l’anno scorso, sarà sopportabile. La condizione climatica devastante è quando piove per tutta la gara.

E se correndo nella neve nel tratto di salita si bagnano i piedi, quello non provoca un freddo cane?

Bè, i piedi erano parecchio freddi. Su piedi e mani patisci tanto freddo, perché sono le parti terminali. Io ricordo che avevo attaccato degli scaldini nelle scarpe, perché soffro tanto il freddo ai piedi e anche altri avevano fatto così. In realtà nei tratti di corsa a piedi, proprio perché aveva ghiacciato, non c’era neve smossa, quindi non è che ti bagnassi. Era proprio il fatto che faceva freddo, quindi il piede era esposto.

Casasola ha iniziato il 2023 del cross con 5 vittorie, il terzo posto agli europei e il 4° in Coppa a Troyes
Casasola ha iniziato il 2023 del cross con 5 vittorie, il terzo posto agli europei e il 4° in Coppa a Troyes
Se la neve molla, seguire le scie è più complicato?

Sì, sicuramente. In quei casi, la neve somiglia un po’ alla sabbia, quindi il terreno si smuove molto.

Vermiglio e la neve sono un episodio unico nella stagione: sarebbe meglio averne qualcuna in più?

In realtà dipende tutto dai progetti dell’UCI. Io avevo capito che questa prova fosse stata introdotta anche come test per l’eventuale inserimento del cross nelle Olimpiadi Invernali. Se l’idea è ancora quella, sarebbe anche interessante avere qualche prova in più in calendario. Potremmo testare di più il terreno, dato che obiettivamente è una situazione diversa e se non hai dimestichezza con il tipo di terreno, le classifiche possono essere anche stravolte.

Anche perché si tratta di condizioni difficilmente ripetibili, no?

Diciamo che ci sono percorsi ghiacciati che potrebbero somigliare a Vermiglio, la guidabilità almeno è la stessa. Magari 10 anni fa sicuramente i percorsi innevati c’erano. Adesso invece, col fatto che ancora a novembre abbiamo 15 gradi, si capisce che la neve non la vediamo praticamente più. Per questo in certi casi sono avvantaggiati quelli che alla neve ci sono abituati, come gli austriaci: la Heigl l’anno scorso andò bene.

Il podio degli europei è stato per Casasola un ottimo modo per iniziare la stagione delle sfide più prestigiose
Il podio degli europei è stato per Casasola un ottimo modo per iniziare la stagione delle sfide più prestigiose
Alla luce di questo, cosa fa Sara Casasola nella settimana che precede Vermiglio?

Non cambia nulla. Se iniziassero ad esserci più prove di questo tipo, allora per puntarci avrebbe senso provare ad allenarsi sullo stesso tipo di percorso. Ma non è facile, da noi ad esempio, la neve adesso non c’è proprio. Per cui purtroppo avremo solo l’occasione delle prove libere al sabato e diciamo che ce le faremo bastare. A casa è tutto abbastanza secco, c’è bel tempo e quindi ghiaccio non ne trovi ancora.

La nuova avventura di Fabbro, finalmente non più gregario

28.11.2023
5 min
Salva

La vita a volte è questione di scelte che vanno lette in base al momento, alle contingenze, alle prospettive. Chi frequenta gli ambienti ciclistici da un po’ di tempo, ha visto il passaggio di Matteo Fabbro dalla Bora Hangrohe alla Polti Kometa non come una retrocessione (da un team WT a una professional), ma come una liberazione. Un rilancio per la carriera di uno che, quand’era agli albori, era considerato una delle grandi speranze del ciclismo italiano. Ora ha 28 anni e può dare ancora tanto.

Fabbro ha vissuto gli ultimi 4 anni della squadra tedesca, quindi è stato protagonista della sua progressiva trasformazione, contribuendo al suo inserimento nel ristrettissimo novero delle formazioni di riferimento. Un cambio che forse ha anche contribuito alla fine del rapporto.

Matteo Fabbro quest’anno ha fatto 43 giorni di gara con cinque Top 10
Matteo Fabbro quest’anno ha fatto 43 giorni di gara con cinque Top 10

«Quando sono arrivato nel team – spiega il corridore udinese – il leader era Peter Sagan e si lavorava per lui. Quando è andato via sono cambiate molte cose, la squadra è stata rivoluzionata e io ho iniziato a sentirmi sempre meno adatto alla causa. Inoltre gli ultimi anni dal punto di vista della salute non sono stati semplici per me e progressivamente le nostre strade si sono allontanate. Loro non erano propensi a continuare, ma neanche io: avevo bisogno di un’aria nuova. Voglio però sottolineare il fatto che ci siamo lasciati in ottimi rapporti, tanto è vero che magari nel futuro le nostre strade potrebbero anche tornare a incrociarsi».

A quali problemi di salute ti riferisci?

Il Covid per me è stato una mannaia… Gli strascichi che mi ha lasciato sono stati molto pesanti, sotto forma di problemi respiratori e due nuove allergie e per un ciclista non respirare bene è un problema di non poco conto. Abbiamo provato tante soluzioni, senza essere fortunati. Ora però le cose vanno un po’ meglio e questo mi rende ottimista.

L’esordio di Fabbro fra i pro’, nel 2018 sotto, l’occhio esperto di Pellizotti. Passava con tante speranze di emergere
L’esordio di Fabbro fra i pro’, nel 2018 sotto, l’occhio esperto di Pellizotti. Passava con tante speranze di emergere
La sensazione, analizzando però la tua carriera, è che tu sia rimasto quasi prigioniero del tuo ruolo di gregario, ma non erano queste le prospettive con le quali eri passato pro’…

E’ vero, infatti voglio tornare a esprimere quello che valevo anni fa. Che cosa è successo nel frattempo? Quello che spesso succede nel ciclismo: i problemi portano mancanza di risultati e da questi di fiducia e quindi di spazio. Se guardo indietro, solo una volta mi è stata concessa libertà, per la Tirreno-Adriatico del 2021 e il quinto posto finale mi sembra sia stato una bella risposta. Ma altre occasioni per potermi esprimere non ci sono state, in compenso ho sempre lavorato per i capitani con l’abnegazione che mi è sempre stata riconosciuta.

La tua storia recente è suonata anche come un monito per i tanti ragazzi italiani che approdano nelle squadre estere del WorldTour. Molti dicono che vanno a fare i gregari, pur avendo stoffa e risultati per poter ambire ad altro.

Il rischio c’è, ma bisogna stare molto attenti nel dare giudizi. Partiamo dal fatto che se capiti fra le 5 grandi squadre del WT – tra cui la Bora – vieni inizialmente chiamato a svolgere ruoli di gregariato. Lo spazio te lo devi guadagnare, ma con i campioni che ci sono è difficile. E’ anche vero però che se vali davvero ci riesci: guardate gli esempi di Ganna e Milan, sono in grandissimi team, ma hanno saputo guadagnarsi i loro spazi. Se invece capiti in formazioni un po’ meno forti, con capitani che non accentrano tutte le attenzioni, hai più possibilità. Devi comunque metterti a disposizione, ma le occasioni per emergere ci saranno e dovrai essere bravo a sfruttarle.

Quattro anni di militanza nel team tedesco, ma ben poche occasioni per emergere, come alla Tirreno-Adriatico 2021
Quattro anni di militanza nel team tedesco, ma ben poche occasioni per emergere, come alla Tirreno-Adriatico 2021
Nel tuo caso?

Nel mio caso le contingenze hanno portato a vedere quello spiraglio stringersi sempre di più. Per questo avevo bisogno di aria nuova e l’ho trovata grazie a Ivan Basso, che ha fortemente insistito per avermi nel team. Ho trovato un ambiente familiare, che mi ha subito convinto della scelta.

Inoltre il fatto di correre in una professional può garantirti maggiori occasioni anche a livello di calendario…

Sì, mettendoci i 7 anni di esperienza accumulata in questo mondo. E’ come se fino ad ora avessi seminato, ora è venuto il tempo di raccogliere, quindi aver fatto un passo indietro è un fatto che reputo positivo, considerando anche che non ho molto da perdere. Sarà una bella sfida.

Per la Bora Hansgrohe il ciclista udinese è sempre stato prezioso supporto ai capitani in salita
Per la Bora Hansgrohe il ciclista udinese è sempre stato prezioso supporto ai capitani in salita
Sai già come sarà impostata la tua stagione?

Per grandi linee sì, il mio grande obiettivo sarà il Giro d’Italia, da correre finalmente pensando alla classifica. Ricordo l’edizione del 2020: avevamo in squadra Sagan per le tappe e Majka per la classifica, questo significa che tirai per 17 frazioni su 21… Eppure alla fine fui 23°, neanche male. Se potrò concentrare le energie sulla classifica e le tappe di montagna, sicuramente farò il mio. Correrò Ruta del Sol e Tirreno-Adriatico, il resto vedremo come svilupparlo in base alle condizioni di forma e alla situazione del momento. Io intanto sono già tornato ad allenarmi, non vedo l’ora che si cominci…

Com’è il gravel negli USA? Ce lo racconta Brennan Wertz

27.11.2023
6 min
Salva

BOLZANO – Stiamo scendendo da Cavalese in direzione Ora, lo scricchiolio della strada ghiaiata sotto le ruote ci sta accompagnando in una discesa che ripercorre il vecchio percorso del treno. Le curve si susseguono e davanti a noi abbiamo un ragazzo classe ’97 alto 1,96 che danza tra le curve sulla sua bici in titanio. Si chiama Brennan Wertz, è californiano ed è un corridore professionista gravel. Ma cosa ci fa uno statunitense sulle Dolomiti? 

Brennan è sponsorizzato da Q36.5 ed è venuto in Italia per disputare il campionato del mondo gravel. La sua storia merita di essere raccontata, ex vogatore dell’Università di Stanford e della nazionale USA con cui è stato campione del mondo U23. In seguito a un infortunio ha iniziato a pedalare su una gravel e da lì è iniziato il suo percorso off-road. Così ci siamo fatti raccontare la sua storia e come sia il gravel negli Stati Uniti dove è nata questa disciplina.

La guida divertente è una delle caratteristiche che ha portato Brennan Wertz ad innamorarsi del gravel (foto Jim Merithew)
La guida divertente è una delle caratteristiche che ha portato Brennan Wertz ad innamorarsi del gravel (foto Jim Merithew)
Come sei arrivato al gravel?

Ho trascorso otto anni remando, viaggiando per il mondo, gareggiando con la nazionale oltre che con il mio team universitario. Penso che sia stato di grande aiuto per costruire il mio fisico attuale, è lì che ho messo le basi per il motore che ho oggi. Prima del gravel facevo MTB, anche se non ho mai corso. E’ sempre stato solo per divertimento.

Poi cos’è successo?

Poi è arrivato l’infortunio mentre remavo. Avevo un’infiammazione ai muscoli delle costole. La tipica storia di qualcuno che si infortuna e inizia a pedalare per recuperare. Così mi sono reso conto di quanto fosse divertente la guida di queste bici. Devo dire che il tempismo ha giocato a mio favore. Sono molto fortunato che questo tipo di scena gravel sia esplosa negli ultimi quattro o cinque anni negli Stati Uniti.

Com’è il gravel negli Stati Uniti?

E’ decisamente più comune. E’ una disciplina che è in circolazione da tanto. Alcune gare vanno avanti da oltre 10 anni, quindi vanta già un’esperienza consolidata. Penso che negli ultimi quattro o cinque anni il gravel sia diventato davvero più popolare e che ci siano alcuni corridori chiave che in un certo senso hanno attirato molta attenzione su di esso. Ragazzi come Ted King, Ian Boswell, sono arrivati direttamente dal WorldTour e sono diventati un esempio di specialisti del gravel.

Abbiamo intervistato Brennan durante il training camp organizzato da Q36.5 in Trentino (foto Jim Merithew)
Abbiamo intervistato Brennan durante il training camp organizzato da Q36.5 in Trentino (foto Jim Merithew)
Come sei arrivato ad essere un pro’?

Io penso di essere in una posizione unica, sono una delle prime persone a diventare professionista nelle corse gravel senza aver partecipato al WorldTour. Ancora oggi, molti dei ragazzi che corrono professionalmente nel gravel provengono da lì e forse sono in… pensione o hanno semplicemente deciso che ci sono più opportunità in questa disciplina o perché gli piacciono di più queste corse. Quindi lasciano la strada per andare sulla ghiaia. Io ho iniziato a pedalare a livello agonistico solo nel 2019, è ancora un periodo piuttosto breve. Penso che sia una scena che al momento gode di molto slancio, energia, entusiasmo e industrie che investono su di essa.

Lo praticano in molti il gravel in USA?

Sì, alle persone piace davvero. Quando vado alle gare, ci sono migliaia di partecipanti ed è davvero una bella opportunità. Possiamo stare tutti con lo stesso obiettivo sulla stessa linea di partenza e vivere un’esperienza condivisa.

Che idea ti sei fatto del gravel in Europa?

Penso che sia decisamente differente. E’ banalmente un habitat diverso dove praticare questo sport. Negli Stati Uniti, abbiamo queste strade agricole che sono semplicemente sterrate, dove ci potrebbero passare quattro auto in larghezza. Vai dritto per miglia e miglia, poi c’è una svolta e poi di nuovo dritto, e poi un’altra svolta e di nuovo dritto. Le curve che incontri sono sempre a 90° suddivise in una specie di griglia di strade che si incrociano. Credo che l’Europa sia anche semplicemente più piccola, con più patrimonio culturale e storia, le persone vivono qui da più tempo. Ci sono queste strade strette e tortuose, con tutte queste curve. Per esempio ai campionati del mondo in Italia, attraverso i vigneti, non siamo mai andati dritto per più di un minuto o due. Curva, contro curva, su e giù. Questo cambia lo stile delle corse. E’ più aggressivo, corri rilanciando ad ogni svolta. E’ uno sforzo molto diverso e di conseguenza anche il suo approccio è differente. Negli Stati Uniti basta spingere per ore e guidare tra i 300 e i 500 watt ininterrottamente. Qui invece si hanno dei picchi di potenza costanti. 

Ti è piaciuto il mondiale in Italia?

Sì, moltissimo.  Aveva un percorso che non mi si addiceva molto, per queste salite davvero ripide con punte a più del 20 per cento. Ma non ho mai visto fan come quelli che abbiamo avuto quel giorno. C’erano persone così appassionate. Urlavano e facevano il tifo per noi su ogni salita toccandoci e spingendoci. Ricordo che le salite quel giorno mi hanno penalizzato e sono finito nelle retrovie. Nonostante ciò, la gente urlava e mi incitava. Negli Stati Uniti le nostre gare sono davvero isolate, in mezzo al nulla e puoi passare ore senza vedere nessuno. E’ stata un’esperienza super divertente. Un percorso bellissimo dove non bastava essere forti, ma bisognava anche essere bravi a guidare la propria bici. 

Brennan Wertz vanta molteplici vittorie nel circuito gravel statunitense (foto Jim Merithew)
Brennan Wertz vanta molteplici vittorie nel circuito gravel statunitense (foto Jim Merithew)
Che bici usi?

Io pedalo su una Mosaic Cycle GT-1 45 in titanio. Ho avuto anche bici in carbonio, ma devo dire che questo materiale per me si sposa al meglio con il gravel per come lo intendo io. Posso fare un single track senza preoccuparmi, viaggiare senza stare in pensiero. E’ una bici robusta, leggera e molto comoda. Questo telaio lo uso dal 2021 e può fare ancora tante miglia. 

Come è nata la tua sponsorizzazione con Q36.5?

Negli Stati Uniti per correre non hai bisogno di una vera e propria squadra, ma devi crearti un nucleo di sponsor. Con Q36.5 ci siamo trovati d’accordo fin da subito, i nostri intenti erano gli stessi. Con loro collaboro anche per il test di prodotti e sono ambassador negli Stati Uniti. Mi piace davvero la tecnicità dei prodotti che hanno e lo studio che c’è dietro ognuno di esso.