Il Giro di cross chiude nel segno di Folcarelli

27.11.2023
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La novità dell’inserimento del GP Valfontanabuona in Liguria ha chiuso i battenti della 15esima edizione del Giro d’Italia di ciclocross. Un’edizione serrata, con due blocchi di gare ogni domenica, 3 a ottobre e 3 a novembre, che nel corso del loro sviluppo hanno portato a gareggiare tutto il meglio del movimento. Pochi però sono stati coloro che non hanno guardato alle singole tappe ma all’intero sviluppo della challenge. Fra questi Antonio Folcarelli.

Foto di gruppo per i vincitori della challenge, chiusasi in Liguria dopo 6 prove
Foto di gruppo per i vincitori della challenge, chiusasi in Liguria dopo 6 prove

Centrato l’obiettivo del tris

Il laziale è un cliente affezionato della creatura di Fausto Scotti, aveva già vinto la maglia rosa due volte in passato e ne aveva fatto un suo obiettivo stagionale. Due volte vincitore, a Corridonia e Cantoira e sempre sul podio, era già sicuro del successo prima della tappa finale di San Colombano Cernetoli: «Gara dura, dove Bertolini e Agostinacchio sono partiti forte insieme a Leone, io sono riuscito a riprendere quest’ultimo e poi ho pensato a chiudere sul podio per mantenere una certa continuità e legittimare ancor di più la mia maglia rosa».

La challenge era un obiettivo non solo per lui: «Ci teneva molto mio padre e anche tutto il team – afferma il figlio di Massimo Folcarelli, pluricampione del mondo master e titolare del team Race Mountainne avevamo fatto un appuntamento focale nella stagione, per questo già alla prima prova ero abbastanza preparato. Credo che la mia sia stata la vittoria della continuità, anche se ho visto che col passare delle settimane la mia condizione è andata sempre in crescendo».

Per Folcarelli è la terza vittoria al Giro d’Italia, dopo quelle del 2018 e 2019 (foto organizzatori)
Per Folcarelli è la terza vittoria al Giro d’Italia, dopo quelle del 2018 e 2019 (foto organizzatori)

In difesa dei biker

Folcarelli ha tenuto fede alle sue caratteristiche, quelle di un ciclocrossista figlio diretto della mountain bike, che privilegia i percorsi più altimetricamente duri, agilità e forza si mixano alla perfezione: «Tarvisio e Cantoira sono stati i miei percorsi preferiti, non è un caso se si pedalava in montagna, attraverso quelle caratteristiche che mi esaltano. Io preferisco i tracciati dove si fa selezione, quelli più veloci, dove conta quasi esclusivamente il ritmo non fanno molto per me. In Liguria era un po’ così, ma era anche un percorso insidioso, bisognava essere molto attenti nella guida».

La formula del circuito e delle gare favorisce chi viene dalla Mtb? Il ciclocross si è sviluppato negli ultimi anni soprattutto grazie all’interesse degli stradisti, significa che gli equilibri si sono spostati? «Dipende da quel che si intende. Molti pensano che il calendario si concilia meglio con chi gareggia in mtb piuttosto che su strada, ma a guardare meglio ci si accorge che non è così, considerando che nella mountain bike si finisce a ridosso della stagione del ciclocross e quando questa finisce ci sono già eventi importanti nelle ruote grasse, soprattutto in Italia. E’ importante saper trovare i propri spazi per il riposo, che tu sia stradista o biker. Io mi sono fermato una decina di giorni prima di salire su una bici da ciclocross».

Per Eva Lechner un ritorno al successo che fa ben sperare, battendo in un acceso duello la rientrante Corvi
Per Eva Lechner un ritorno al successo che fa ben sperare, battendo in un acceso duello la rientrante Corvi

Il sogno della maglia azzurra

La stagione del laziale, che continua a dividere la sua attività ciclistica con il lavoro al banco del mercato insieme al padre, continua ora con il Giro delle Regioni, la nuova creatura di Scotti: «Ma mi attendono anche le due tappe finali del Mastercross, sono secondo in classifica e chissà che non riesca a fare doppietta, sarebbe un bel passaggio della mia carriera. Poi sarò alla Coppa del Mondo a Vermiglio dove vorrei farmi vedere, anche per agguantare una maglia della nazionale che, per chi fa quest’attività, deve sempre essere l’obiettivo, anche se lontano».

A San Colombano il Giro ha proposto un vero antipasto dei campionati italiani, ben poche infatti le assenze. Nella gara open la vittoria se la sono giocata Bertolini e Agostinacchio e alla fine è stato il valdostano della Tsa Tre Colli a vincere con uno sprint di potenza sfruttando l’ingresso davanti nella prima curva. A Folcarelli il terzo posto condito dalla vittoria nella classifica generale davanti a Cafueri, primo fra gli Under 23 pur dopo una prestazione leggermente in calo rispetto alle altre.

Lo sprint vincente di Agostinacchio su Bertolini: un antipasto dei campionati italiani? (Foto organizzatori)
Lo sprint vincente di Agostinacchio su Bertolini: un antipasto dei campionati italiani? (Foto organizzatori)

Un altro figlio d’arte…

Sfida a due anche fra le donne, fra Lechner e Corvi, le punte di due generazioni differenti e alla fine è stata la più matura altoatesina a spuntarla mentre dietro Gariboldi ha pensato a difendere la maglia rosa dall’assalto di Borello, che alla vigilia era dietro di soli 2 punti e questa era l’unico esito davvero in bilico della challenge. Fra gli juniores maglia rosa per Giacomo Serangeli e Giada Martinoli, ma attenzione a un nome nuovo che arriva dagli allievi, quello di Patrik Pezzo Rosola. Se buon sangue non mente…

EDITORIALE / L’esempio del tennis e i bilanci federali

27.11.2023
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Basterebbe rileggere il discorso di insediamento di Angelo Binaghi, rieletto nel settembre 2020 alla guida della sua Federazione per il sesto mandato consecutivo con il 78,81 per cento dei voti. Così forse ci si renderà conto di cosa sia successo negli ultimi anni nel mondo del tennis. E magari si capirà che probabilmente la vittoria di ieri in Coppa Davis non sia stata casuale (in apertura foto Getty Images/ITF).

«La situazione di prosperità che l’andamento di questa curva ci raffigura – diceva nel 2020, commentando l’andamento del fatturato dal 2002 – è frutto dei nostri sacrifici, della azione comune che abbiamo fatto i primi anni per risanare la Federazione, per rilanciare gli Internazionali BNL d’Italia e per rendere il tennis molto molto più popolare di prima. Ed è anche quella che ci ha permesso, anno dopo anno, di aumentare i trasferimenti verso le società e di finanziarne l’impiantistica, di portare prima il tennis italiano nelle case degli italiani con il nostro canale Supertennis. E poi per la prima volta nella storia in modo strutturale nelle scuole dell’obbligo, di lanciare il padel in Italia, e di ottenere l’organizzazione delle Next Gen a Milano e delle ATP Final a Torino.

«Ci ha permesso anche di non alzare le quote federali negli ultimi anni. E di aumentare gli investimenti nel settore tecnico ed ottenere i risultati che le nostre atlete prima e i nostri atleti poi hanno ottenuto in questi magnifici 15 anni».

Sopra, il bilancio della FITP in crescita del 389% dal 2002 al 2019. Poi il crollo Covid e la previsione fino al 2025 (fonte FITP)

L’uscita dal buio

Prima il tennis aveva conosciuto il buio, quello vero. Poche vittorie. Pochi atleti ai primi posti del ranking. La Coppa Davis che mancava dal 1976, stesso anno dalla vittoria di Panatta al Roland Garros. Leggete quell’intervento, fatto quando Sinner aveva 19 anni, perché fa capire il tipo di lavoro che si è fatto per risollevare il movimento.

Si parla delle Nitto APT Finals di Torino, assegnate per cinque anni a Torino, con la spinta del sindaco Appendino, diventate l’occasione per un’impennata del fatturato, con «la più alta sponsorizzazione che una federazione sportiva in Italia abbia mai avuto».

Si parla del ruolo illuminante delle donne nel Consiglio federale, dopo anni di soli uomini.

Poi si parla dell’essersi rivolti nel 2017 ad una società di consulenza che ha revisionato completamente la struttura della Federazione e delle sue Società controllate. Che ha imposto di cercare nuove figure manageriali come il Direttore Generale Marco Martinasso. E ha creato all’interno dei nuovi processi decisionali, tipici di una grande azienda.

Angelo Binaghi, ingegnere sardo, sta guidanto il tennis per il sesto mandato consecutivo (foto FITP)
Angelo Binaghi, ingegnere sardo, sta guidanto il tennis per il sesto mandato consecutivo (foto FITP)

Federazioni a confronto

Leggetelo. Sottolineate i punti che vi sembrano interessanti e poi metteteli a confronto con quanto ha fatto la Federazione ciclistica di Carlesso, Ceruti, Di Rocco e Dagnoni, che hanno guidato la FCI nell’identico periodo.

C’è un altro grafico in quel discorso: quello che combina il fatturato acquisito (2002-2019). Esso tiene conto dei 27 milioni di perdita causati dal Covid e vi unisce il bilancio previsionale fino al 2025, con una stima del + 759%. Si era capito che il trend fosse in crescita. Che gli investimenti nelle scuole, l’arrivo degli sponsor, il sostegno del Governo e l’arrivo di una nidiata di talenti avrebbero portato la curva a crescere ancora.

Felice Gimondi, Marco Pantani, Tour 1998
La Davis mancava dal 1976. Pantani vinse il Tour del 1998, prima di lui Gimondi nel 1965: 38 anni di attesa
Felice Gimondi, Marco Pantani, Tour 1998
La Davis mancava dal 1976. Pantani vinse il Tour del 1998, prima di lui Gimondi nel 1965: 38 anni di attesa

Qualche domanda

Come il tennis, anche il ciclismo ha i biglietti e abbiamo star della pista di livello mondiale: in che modo hanno generato ricchezza per la Federazione? Perché non c’è ancora una Sei Giorni, in cui i tifosi pagherebbero oro per vedere le sfide fra Ganna, Viviani, Milan e il resto degli specialisti?

Di recente RCS Sport ha siglato un’intesa con l’ANCI e alla base ci sarebbe anche un contributo pubblico per la valorizzazione sostenibile del territorio e la diffusione della cultura sportiva giovanile: non potevano essere fondi interessanti per la FCI?

Potrebbero i rappresentanti della nostra Federazione mostrarci la stessa curva del bilancio federale?

Hanno pensato di ristrutturarsi e di interpellare professionisti in ambito marketing capaci di intercettare risorse vere?

Abbiamo un Consiglio federale qualificato per gestire il momento?

Abbiamo organizzato un mondiale a Imola e a breve la partenza del Tour: in che misura si è lavorato e si lavorerà per trarne profitto? 

Non si vuole qui dire che tutto questo non sia stato fatto, ma che di certo non è stato comunicato come si dovrebbe. Se il ciclismo sta avviando una gestione simile a quella del tennis, saremo i primi a celebrarlo con tutti gli onori.

La FCI sfrutterà a dovere la partenza del Tour dall’Italia per promuovere il ciclismo?
La FCI sfrutterà a dovere la partenza del Tour dall’Italia per promuovere il ciclismo?

L’albero di Ground Zero

Qualche giorno fa, commentando un post su Facebook, Beppe Da Milano ha posto una domanda: «Che cosa ne sarà delle piccole società dilettantistiche?».

Caro Beppe, la domanda va posta a chi finora ha gestito e continua a gestire il ciclismo come se fossimo ancora negli anni Novanta. Stando alla gestione attuale, ci sarebbe da dire che non hanno futuro. Potrebbero diventare l’interfaccia del ciclismo, qualora il ciclismo entrasse nelle scuole? Potrebbero, ma qualcuno sta lavorando al progetto?

La rinascita non può essere legata al caso. Magari sbocceranno anche un altro Pantani e pure un altro Nibali, fioriti in un ciclismo italiano che aveva un’organizzazione di assoluto primo piano. Potrebbero nascere anche oggi, come l’albero sopravvissuto alle macerie dell’11 settembre che ora è il simbolo della rinascita di Ground Zero. Se però intorno non si crea un ambiente favorevole, come garantiremo la continuità?

Firma con la Work Service. Bardelli fa il salto di categoria

27.11.2023
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«Avevo deciso per uno stop. Volevo fermarmi. Poi è capitata questa opportunità, questo salto di categoria, che mi ha dato nuovi stimoli ed ora eccomi qui». Andrea Bardelli, uno dei direttori sportivi più noti della categoria juniores, è pronto a rimettersi in pista. E lo farà nella Work Service-Vitalcare-Dynatek, squadra continental (in apertura foto Work Service-Vitalcare).

Il tecnico toscano farà così la spola fra la categoria U23 e i professionisti, in quel mix che è appunto caratterizzante delle continental. La passione di Bardelli resta intatta, così come quella voglia di stare vicino ai ragazzi e magari riuscire a farli vincere. Per anni è stato uno dei diesse della Franco Ballerini e nella passata stagione del CPS Professional Team. Ancora prima già aveva avuto a che fare con i pro’ e gli U23. L’esperienza non manca, dunque.

Bardelli prepara i foglietti con le indicazioni che poi passerà in corsa ai ragazzi. Col salto di categoria tutto questo non ci sarà più
Bardelli prepara i foglietti con le indicazioni che poi passerà in corsa ai ragazzi. Adesso col salto di categoria tutto questo non ci sarà più
E quindi Andrea, raccontaci come è andata?

In estate ho avuto questa offerta dalla Work Service-Vitalcare-Dynatek. Dopo dieci anni tra gli juniores, direi con buoni risultati e un certo numero di ragazzi portati al professionismo, mi ritengo soddisfatto. Stavo giusto cercando squadra a due miei atleti che dovevano passare U23, Tommaso Farsetti e Tommaso Bambagioni. L’amicizia con Ilario Contessa, uno dei diesse, c’è sempre stata e proprio mentre cercavo squadra per i ragazzi, lui mi ha detto che alla Work Service serviva anche un tecnico.

Due piccioni con una fava, insomma…

Ci siamo visti al Giro di Toscana dei professionisti. Contessa mi ha detto della rivoluzione tecnica in seno al team. Il presidente Demetrio Iommi e il patron Massimo Levorato volevano qualcuno da affiancare al diesse dei pro’ Emilio Mistechelli. Non solo, ma in tutto questo quadro abbiamo fatto un accordo anche con una squadra laziale juniores, il Team Coratti (il gruppo Work Service ha anche il team juniores, ndr). Insomma, il mio inizialmente doveva essere un approccio soft, invece sarà totale.

Che squadra sarà la continental Work Service-Vitalcare-Dynatek?

Un bel mix di giovani e corridori più esperti. Ci sono dei ragazzi da rilanciare come i due che vengono dalla Green Project-Bardiani, Rastelli e Nieri. Poi penso a Ferrari, che vinse un Fiandre da junior. E poi ancora a Bonaldo, Belletta, Pierantozzi…

Mix di giovani e corridori “esperti”, la Work Service-Vitalcare-Dynatek del 2024 promette bene
Mix di giovani e corridori “esperti”, la Work Service-Vitalcare-Dynatek del 2024 promette bene
Che lavoro sarai chiamato a fare? Sarà tanto diverso rispetto a quello che facevi tra gli juniores?

Cambierà soprattutto l’approccio con i ragazzi. Non bisogna nascondere che ci sono corridori all’ultima chiamata. Dovrò lavorare pertanto anche sul fattore mentale, ma questo non mi spaventa. Chiaramente è un’altra categoria e ci sarà bisogno di altro. Ma essendo stato in passato molto vicino ad un direttore sportivo come Luca Amoriello, che nell’organizzazione è uno dei migliori in assoluto, credo di essere pronto.

Appunto, è diverso rispetto agli juniores. Le continental corrono di fatto in due categorie, gli U23 e gli elite, i pro’…

Sicuramente ci confrontiamo con squadre attrezzate, ma alla fine nel complesso sono sempre dei ragazzi giovani e tutto sommato i problemi sono gli stessi. Poi d’inverno, a casa e con gli allenamenti, sono tutti bravi, quello che conterà saranno le corse, anche per conoscere bene i ragazzi. Alcuni di loro, i primo anno, dovranno dare molto fino a maggio. Dovranno partire forte insomma, perché poi avranno la maturità. Tuttavia questa non deve essere un alibi per buttare via tutto il resto della stagione.

Andrea noi ti abbiamo visto lavorare dal vivo in corsa col tuo spirito focoso e da attaccante. Passiamo “dai bigliettini” a bordo strada con le indicazioni per i ragazzi, alle radioline: sarà un altro modo di correre immaginiamo.

Il ciclismo è uno e le gare sono quelle. Cambierà l’approccio con i ragazzi, come detto.

Okay, ma magari vi ritrovate ad un Giro di Sicilia con qualche WorldTour e non sarete voi a fare la corsa. Cambierà qualcosa?

In quel caso sarà diverso, certo. Ma se penso alle gare under 23 si potrà prendere la corsa in mano. Quelle sono gare nelle quali si cercherà di fare il meglio. In gare più importanti, con i pro’, bisognerà comunque mettersi in mostra. E questo serve. Non è che se parti a Laigueglia fai esperienza automaticamente. Non impari o migliori, solo perché sei in un contesto importante. Dico che non bisogna avere paura neanche in quelle corse. Non bisogna avere paura di stare davanti, di prendersi delle responsabilità: la crescita passa anche attraverso questi aspetti. Poi è chiaro che lì non spetta a noi impostare la corsa. E tutto sommato contro squadre più attrezzate per noi, è anche più semplice.

Nieri (in foto) e Rastelli vengono dalla Green Project-Bardiani: per Bardelli e colleghi sarà una scommessa farli tornare a livelli alti
Nieri viene dalla Green Project-Bardiani: sarà una scommessa farli tornare a livelli alti
Chiaro…

Diciamo che avremo due velocità diverse a seconda del livello delle gare che faremo. Io sono convinto che abbiamo tre o quattro ragazzi che possono fare bene anche nelle corse più importanti. Ricordiamoci che dopo il Covid è cambiato tutto. Anche in queste gare che per noi sono le più grandi e per altri sono le più piccole, c’è comunque un livello molto alto.

Hai parlato di non avere paura, c’è però qualcosa che spaventa il Bardelli direttore sportivo?

No, semmai sono spaventato da me stesso. Nel senso che in questi dieci anni mi ero abituato bene con i risultati e i ragazzi che ho aiutato a diventare professionisti. Una media di risultati che sarà difficile ripetere in questa categoria. Quindi non dovrò abbattermi o spaventarmi appunto, non si possono sempre vincere le corse. Quest’anno nel finale di stagione con il CPS eravamo quasi certi della vittoria in certe corse. Al netto delle vittorie spero che la meritocrazia, che in Italia non è molta, emerga. In tal senso mi hanno fatto piacere i messaggi di congratulazione che mi hanno mandato Martin Svrcek e Michael Leonard.

Ultima domanda. Farete dei ritiri?

In queste settimane i ragazzi si stanno allenando a casa. Poi nel periodo delle Feste e i primi di gennaio, approfittando della chiusura delle scuole, ci ritroveremo nelle Marche, a Montappone. Più in là, a febbraio, faremo un secondo ritiro. Riguardo alle gare stiamo aspettando delle conferme per alcune corse in Francia. Altri ragazzi debutteranno alla Firenze-Empoli e alla San Geo.

De Marchi tira le somme: «Avrei voluto correre di più»

27.11.2023
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Il ciclismo riparte lentamente: prime pedalate, qualche mini ritiro, sopralluoghi ed esercizi in palestra. Anche Alessandro De Marchi si è rimesso in moto e guarda al 2024, prendendo spunto dalla stagione passata. Lo intercettiamo mentre è in strada, diretto dal fisioterapista. «In realtà – dice – non si smette mai. Vero che mi sono fermato quattro settimane, ma il “callo del ciclista” non si perde mai».

La stagione era iniziata con una buona prestazione alle Strade Bianche: 130 chilometri di fuga
La stagione era iniziata con una buona prestazione alle Strade Bianche: 130 chilometri di fuga

10.000 chilometri

Tra i tanti numeri accumulati dal “Rosso di Buja” quello che fa più impressione è quello relativo ai chilometri in gara: 10.448. 

«Me lo avevano già fatto notare – ammette – e devo dire che non sono pochi. Anche se, ad essere sincero, con il senno di poi li dividerei in due momenti. La prima parte di stagione è andata molto bene, se guardo fino a giugno mi posso ritenere contento. Da quel momento in poi ho ciccato un po’ di cose. Avevo in programma tante gare a settembre, ma sono arrivato con una condizione traballante, con il senno di poi avrei cambiato qualcosa. Per esempio avrei messo qualche corsa in più ad agosto, cosa che era in programma, ma un malanno mi ha impedito di correre l’Arctic Race of Norway. Ammalarsi ti fa perdere il ritmo e nel ciclismo di ora non è una buona cosa».

Al Giro due tappe sfiorate, la prima a Napoli era in fuga con Clarcke. I due sono stati ripresi a pochi metri dall’arrivo
Al Giro due tappe sfiorate, la prima a Napoli era in fuga con Clarcke. I due sono stati ripresi a pochi metri dall’arrivo
Non è bastato allenarti?

Sono abituato a fare periodi di allenamento a casa, anche ad alta intensità, cosa che con il ciclismo di ora si fa spesso. Ma quest’anno avrei preferito fare un passo verso il ciclismo vecchio stile, la pausa di luglio mi ha fatto regredire troppo. Sarebbe stato meglio accorciarla. 

Un modo per prendere le misure verso il tuo secondo anno in Jayco-AlUla, visto il rinnovo…

Devo essere sincero, il rinnovo era una certezza già dalla firma del contratto a novembre dell’anno scorso. Non ho firmato un biennale perché la proposta è arrivata tardi e la squadra aveva qualche dubbio sui vari rinnovi. Ma al Giro avevo già in tasca il secondo anno qui.

La prima parte di stagione si è conclusa con la vittoria di Zana al Giro di Slovenia, De Marchi lo festeggia a modo suo
La prima parte di stagione si è conclusa con la vittoria di Zana al Giro di Slovenia, De Marchi lo festeggia a modo suo
Com’è stato questo primo anno nel team australiano?

Come me l’aspettavo e come lo avevo percepito. Fin da subito la squadra mi ha responsabilizzato dandomi il giusto valore. Questo vuol dire molto, vedere riconosciuto i propri meriti per un corridore è importante. 

Nella prima parte, positiva, di questo 2023 c’è da inserire il Giro, no?

Sono ritornato dove ero prima del 2022. Quella è stata una stagione strana e rischiavo di far diventare quello il mio livello standard. Invece grazie alla Jayco ho ritrovato le mie migliori prestazioni e già solo potermi giocare due tappe al Giro mi ha permesso di far vedere cosa so fare. Con il giusto ambiente intorno sono tornato ai miei livelli, e per questo un grazie va alla Jayco e Copeland. Ho un altro bel ricordo di questo 2023…

Ai mondiali gravel ha ritrovato il cugino Mattia, i due hanno corso insieme con la maglia della nazionale
Ai mondiali gravel ha ritrovato il cugino Mattia, i due hanno corso insieme con la maglia della nazionale
Dicci.

Un altro bel ricordo del 2023 è stato il Giro di Slovenia vinto da “Pippo” (Zana, ndr). Abbiamo dominato come squadra ogni giorno, prendendo in mano la corsa e senza paura. Zana meritava quella vittoria e sono contento che sia toccata a lui, un giovane.

Nel 2023 sei tornato anche a correre nel gravel, una disciplina che ormai ti ha conquistato?

Già nel 2022 volevo correre il primo mondiale, quello di Cittadella. Sono stato contento di tornare a correre questo evento (il mondiale, ndr) anche quest’anno, considerando che si era ancora in Italia. La parentesi dell’europeo in Belgio mi ha fatto scoprire anche un altro modo di vivere e vedere questa disciplina. In accordo con la squadra cercherò di tornare a correre in questa disciplina che fa gola a tanti, basti vedere Mohoric. In più il gravel mi ha permesso di correre accanto a mio cugino Mattia, altro fatto che mi ha reso felice. 

Valerio Piva
Nel 2024 De Marchi ritroverà Valerio Piva, hanno lavorato insieme per sei anni, prima in BMC e poi in CCC
Valerio Piva
Nel 2024 De Marchi ritroverà Valerio Piva, hanno lavorato insieme per sei anni, prima in BMC e poi in CCC
2024 che vedrà l’arrivo di un altro giovane, De Pretto, lo hai già conosciuto?

Sì, è stato in stanza con me durante il training camp a gennaio 2023. Abbiamo passato una settimana abbondante insieme, è un ragazzo tranquillo e mi è sembrato anche timido, ma era normale visto il contesto molto grande. La cosa più importante che ho percepito è che sembra uno voglioso di ascoltare e apprendere. La Jayco per un giovane è l’ambiente giusto, dove il corridore non viene mai abbandonato. Avrà modo di lavorare con Pinotti una figura molto importante è che apprezzerà sicuramente, anche quando andrà avanti con la carriera. A mio modo di vedere è difficile trovare qualcuno come lui. 

Arriva anche Valerio Piva

Quando ho saputo di Valerio ero il più felice della squadra. Ho lavorato per sei anni con lui (quattro in BMC e due in CCC, ndr). Sono sicuro che darà un grosso stimolo e una grande spinta al team, sia dal punto di vista dell’organizzazione ma anche in corsa.

Formolo è più forte di così, ma deve sprecare di meno

26.11.2023
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Dopo quattro anni al UAE Team Emirates, in cui divenne uno dei primi fidati del giovanissimo Pogacar, Davide Formolo ha preso le sue cose e si è trasferito al Movistar Team. Come siano andate le cose ce l’ha raccontato il veronese qualche giorno fa, a noi interessa approfondire il ruolo che nella scelta ha avuto Leonardo Piepoli, che a detta Formolo è stato decisivo. La collaborazione fra i due è di vecchissima data, si è interrotta soltanto nel periodo alla UAE, mentre ora i due vestiranno la stessa maglia. L’amicizia resta, il rapporto sarà probabilmente ancora più stretto.

Formolo corre sempre allo scoperto, non sa stare nascosto e per questo spende troppo
Formolo corre sempre allo scoperto, non sa stare nascosto e per questo spende troppo

Può fare meglio

Più che sapere in che modo sarà impiegato Formolo nella nuova squadra, puntiamo il fuoco sull’idea che di Davide si è fatto Piepoli. La nostra, radicata dai tanti anni di conoscenza, è quella di un atleta che potenzialmente vale più di quanto ha mostrato finora.

«Io credo che lui sia molto meglio di quello che abbiamo visto – conferma Piepoli – e credo che le colpe siano all’80 per cento sue. Davide ha la tendenza a finirsi. Può essere legato all’alimentazione, al tempo da stare in bici o in una corsa quando si vede chiaramente che ne ha. Lui non fa mai la corsa che non lo vedi per tutto il giorno e alla fine spunta e vince. No, lui quando ne ha, lo vedi. Ma questo mostrarsi e spendere fa sì che il giorno dopo non ci sei più. Sei un grande per l’80 per cento della corsa, ma quando arrivi ai meno 15 dall’arrivo, di colpo sparisci? Vuol dire che hai sprecato prima. Questo è Davide in generale ed è un peccato, perché poteva e può ancora ottenere molto di più».

Alla Liegi 2018 vinta da Jungels, 7° posto dopo una corsa da protagonista. Nel 2019 sarà secondo
Alla Liegi 2018 vinta da Jungels, 7° posto dopo una corsa da protagonista. Nel 2019 sarà secondo
Questa sua attitudine a finirsi è in qualche modo reversibile?

Secondo me sì e ne abbiamo parlato. Ci sono diverse situazioni. Si possono fare dei tentativi e magari le cose vanno bene, anche se hai lavorato nel modo sbagliato. Oppure cambi squadra, inizi con un nuovo allenatore e si mettono in atto svariate situazioni, per cui lui non ti conosce e passi il tempo a fare degli aggiustamenti. Io con lui sono stato chiaro. Io so esattamente dove sbaglia, non ci dobbiamo inventare la ripetuta particolare, non dobbiamo andare per tentativi. A lui basta gestire il suo potenziale attuale, non è che bisogna inventarsi tanto.

La conoscenza aiuterà a non sbagliare?

Sappiamo che quando non va, ha commesso degli errori. Quindi il lavoro in teoria è facile. Basta togliere gli errori o non fare gli errori che ha sempre fatto e che lo hanno limitato. Gliel’ho detto: «Il lavoro non è difficile, però ci devi credere tu. Basta con prove e tentativi. Io devo essere rigido, traccerò la linea e tu devi seguirla». Non ci può essere, come c’è stato prima, un margine di decisione o di manovra. Non è più tempo di giocare alla lotteria e io credo che questa cosa lui l’abbia capita.

Davide Formolo, Tadej Pogacar, Uae Tour 2020
Per un paio di stagioni, nel 2020 e 2021, Formolo ha fatto parte del gruppo Pogacar. Poi qualcosa è cambiato
Davide Formolo, Tadej Pogacar, Uae Tour 2020
Per un paio di stagioni, nel 2020 e 2021, Formolo ha fatto parte del gruppo Pogacar. Poi qualcosa è cambiato
La sensazione è che, come nel caso di Bettiol, dopo la morte di Battaglini tu sia per Formolo anche un riferimento oltre la preparazione.

Negli ultimi 2-3 anni era seguito dai tecnici UAE, ma è capitato di incontrarci. Parliamo, lui si confida. Il bello di questo lavoro è che si creano rapporti affettivi che non finiscono con la preparazione.

In questo momento Formolo ha più fragilità o punti di forza? Perché non ha lasciato prima la UAE?

Ha conosciuto il Pogacar giovanissimo, per età e risultati. In più inizialmente, se non sbaglio, abitavano nello stesso palazzo: uno al primo e l’altro al terzo piano. Si allenavano assieme e così Formolo è entrato nel progetto di Pogacar. Poi anno dopo anno sono arrivati in squadra corridori sempre più forti e lui è stato allontanato da quel gruppo. In cuor suo, credo che avendo la fiducia di Pogacar con cui si trovava benissimo, abbia sempre sperato che le cose tornassero come prima e questo lo ha trattenuto dal prendere decisioni. Fino a quando ha capito che con Pogacar non avrebbe corso quasi più e che, nel caso, avrebbe dovuto tirare dopo la partenza e prima dell’elicottero, così immagino che alla fine abbia deciso di cambiare aria.

Al Lombardia del 2022 fu Formolo a fare le selezione: dietro di lui erano rimasti solo i capitani
Al Lombardia del 2022 fu Formolo a fare le selezione: dietro di lui erano rimasti solo i capitani
In attesa che la squadra vari il suo programma, quali sono oggi i punti di forza di Formolo?

Il punto di partenza è che è stato ingaggiato per supportare Mas. Può fare un gran lavoro sicuramente nelle tipiche tappe delle Marche alla Tirreno. All’Amstel e la Liegi. Sono corse in cui in questo momento lo vedo davvero forte. Finora le cose migliori in assoluto le ha fatte nelle corse di un giorno. Alla Liegi, a parte quando ha fatto secondo, un’altra volta lo hanno preso a 300 metri dall’arrivo. All’Agostoni e alla Veneto Classic nemmeno ci puntava, ma le ha vinte. Al Lombardia del 2022, quando si è spostato, erano rimasti Landa, Mas e Pogacar. Già oggi, senza grandi rivoluzioni e tenendo presenti le esigenze della squadra, è super competitivo.

Nelle corse a tappe?

Ha fatto per tre volte la top 10 nei grandi Giri, non è l’ultimo arrivato e vuol dire che è in grado di scollinare più o meno sempre con i 10 migliori corridori. Mi piacerebbe che anche lì avesse un upgrade.

Nel 2023, Formolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da Pidcock
Nel 2023, Formolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da Pidcock
Se esagera in allenamento, che tipo di inverno dovrà fare?

Cercherò di tenerlo frenato, infatti siamo già in discussione. Fosse per lui, al secondo giorno di allenamento farebbe tre ore al medio. Medio di battiti, va bene, con pochi watt, ma sempre tre ore con 140 battiti medi, che non sono pochi. Ma non giocheremo a guardie e ladri, il mio approccio sarà diverso. Prima ero uno dal di fuori che veniva contattato solamente in caso di difficoltà, invece adesso è diverso. Lui è un corridore della squadra e viene con totale fiducia nei miei confronti. E io non devo diventare lo sceriffo, starà a lui ascoltarmi e sono certo che lo farà.

Petilli diventa “professore di ciclismo” e sull’addio di Piva…

26.11.2023
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Simone Petilli (foto Instagram in apertura) prepara il 2024, forte del carico di corse fatto nel finale di stagione. Un altro anno, il quarto, da correre insieme con la Intermarché-Circus-Wanty, orfana di Valerio Piva. Non è però l’unica novità per il lombardo, perché da qualche giorno ha annunciato che diventerà “professore di ciclismo” un progetto parallelo che ha portato avanti nel corso degli anni. 

«Non l’ho mai raccontato a nessuno – racconta Petilli – ma in questi anni ho portato avanti il mio percorso di studi. Lo avevo interrotto al termine della maturità, quando ancora ero dilettante. Ho voluto concentrarmi sul ciclismo al 100 per cento per passare professionista e così è stato. Poi dopo 3 o 4 anni da corridore mi è venuta voglia di riprendere, è vero che un ciclista tra allenamenti e trasferte è spesso impegnato, ma poi nel pomeriggio si ha del tempo libero».

La Intermarché nel 2024 avrà una grande matrice italiana con ben quattro corridori, da sx: Busatto, Rota, Colleoni e Petilli
Oltre a Petilli la Intermarché nel 2024 avrà altri tre corridori italiani, da sx: Busatto, Rota e Colleoni

Due lauree

Il tempo libero Petilli lo ha impegnato rimettendosi sui libri e conseguendo prima la laurea triennale in Scienze Motorie, e poi la magistrale in Scienza e Tecnica dello Sport. Un percorso che lo ha portato ad aprire il suo studio. 

«Avevo tanti interessi – prosegue – però poi mi sono detto: “Perché non studiare quello che faccio?” La passione è nata dal voler capire e migliorare i miei allenamenti, poi con l’Università ho sviluppato la parte teorica. Questo soprattutto grazie a materie come Metodologia dell’allenamento e Endocrinologia. Vedevo e capivo perché succedessero determinate cose ed ora conosco i sistemi del nostro fisico e come reagisce il corpo a certi stimoli.

«Per prima cosa l’ho visto su di me – dice ancora Petilli – vi faccio un esempio: ho sempre pensato che più si fa e meglio è per crescere e diventare più forti. Capitava tante volte di fare allenamenti intensi dove tornavo a casa distrutto. Studiando, invece, ho capito la periodizzazione, ovvero che se certi giorni hai meno da fare e stai bene, devi comunque fermarti e rispettare il piano di allenamento. Così da avere più benzina quando conta. Il mio motore è sempre stato quello che è, però ho sempre puntato a diventare costante durante tutta la stagione. Ed è una cosa che mi ha aiutato a rimanere in questo mondo. Per la squadra questa mia caratteristica è utile e lo si nota in tante occasioni».

La voglia di studiare per Petilli è nata dalla curiosità verso i suoi allenamenti (foto Instagram)
La voglia di studiare per Petilli è nata dalla curiosità verso i suoi allenamenti (foto Instagram)

Trasmettere ai giovani

Petilli ha poi deciso di intraprendere questa nuova strada, spostandosi dall’apprendimento e diventando “professore”. 

«Ho deciso di provare a intraprendere la strada del preparatore – racconta – e lo farò con un piccolo gruppo di atleti. Per il momento inizio con poche persone, cinque o sei, anche perché la carriera va avanti e spero vada avanti ancora molto. Però mi piacerebbe passare la mia esperienza ai giovani per aiutarli a imparare prima. Ho voluto unire la teoria di quanto appreso nel percorso di studi alla mia esperienza da professionista. Non voglio lavorare solamente con i giovani, ma anche con atleti di diverse discipline come mountain bike e triathlon. Guardare ad altri sport permette di apprendere nuovi metodi, l’ho visto a Sierra Nevada dove durante il ritiro ho avuto modo di parlare con triatleti di primo livello e confrontarmi con loro».

Giro d’Italia, Campo Imperatore, Petilli terzo al traguardo, quel giorno in ammiraglia c’era Valerio Piva, un valore aggiunto
Giro d’Italia, Campo Imperatore, Petilli terzo al traguardo, quel giorno in ammiraglia c’era Valerio Piva, un valore aggiunto

Novità in casa Intermarché

Abbiamo già avuto modo, insieme a Lorenzo Rota, di parlare dell’addio di Valerio Piva dal team belga. Ma anche lo stesso Petilli ha condiviso tanti anni insieme al diesse ora alla Jayco. 

«Il 2024 – analizza Petilli – vedrà praticamente lo stesso blocco di corridori, se ne è andato solamente Rui Costa, con il quale avevo un grande rapporto. I cambiamenti più importanti, però, sono avvenuti al livello di staff, soprattutto per noi italiani. Avere al nostro fianco Piva era una bella cosa, spesso ci ha aiutati e molte volte ha avuto un occhio di riguardo per noi. In squadra si è sempre parlato inglese, ma nelle fasi cruciali della gara con noi in strada e lui in ammiraglia si parlava italiano. In certi momenti non si pensa troppo. In squadra rimarrà tanta Italia, a partire dallo sponsor Vini Zabù. Poi tante persone all’interno dello staff parlano italiano, però cambia qualcosa in termini mentalità. Piva inoltre ha un suo modo di fare molto arrembante e spigliato, tante volte ha fatto da tramite tra noi italiani e il team combattendo battaglie in nostro favore.

«Valerio – conclude – era anche in ammiraglia a tutti i miei Giri d’Italia e anche nella Vuelta del 2021 quando per sei tappe abbiamo tenuto la maglia rossa con Eiking. E’ stato presente in tanti successi della squadra».

Nel nome del padre: Christophe Sercu parla di papà Patrick

26.11.2023
6 min
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Patrick Sercu è stato un gigante della pista e un grande anche della strada. E alla sua epoca, la seconda metà degli anni ’60 e ’70, non era facile finire sulle prime pagine avendo fra i propri connazionali campioni come Merckx e De Vlaeminck, eppure Sercu ci riusciva. E ci riusciva soprattutto in pista e passando dalle Sei Giorni, di cui è tutt’oggi il Re. Il Re delle Sei Giorni: ne ha vinte ben 88.

Christophe Sercu è suo figlio. Oggi cinquantenne, è cresciuto a pane e ciclismo, e raccoglie l’eredità del papà. E’ infatti l’organizzatore della Sei Giorni di Gand, nonché il team manager del Team Flanders-Baloise, squadra professional che lavora molto con i giovani.

Christophe, partiamo dalla Sei Giorni di Gand, ormai l’unica vera Sei Giorni: qual è il segreto?

Questo ci fa piacere, ma purtroppo è l’ultima vera Sei Giorni perché l’unica altra rimasta è quella di Rotterdam. Posso solo dire: speriamo bene per il futuro. Qual è il segreto di questa? Un insieme di cose: la sua vitalità, la sua tradizione, un buon pubblico, un’organizzazione collaudata e degli ottimi corridori.

La corsa gioca ancora un ruolo centrale qui?

Direi di sì, anche per questo la gente rimane fino a tardi. Qui si incontrano amici, ci si beve una birra e si guardano le gare: abbiamo un buon equilibrio tra tutto questo e penso che sia il segreto del nostro successo.

Il ciclismo è un affare di famiglia per lei. E’ stato naturale prendere l’eredità di suo padre?

Mio papà ha sempre corso qui. Qui ha avuto successo come corridore, prima, e come organizzatore poi. Io, che gli sono sempre stato vicino, di fatto sono dentro questa organizzazione da 40 anni, da quando ero un bambino, quindi ben prima della malattia e poi della morte di mio padre (avvenuta nel 2019, ndr). Abbiamo continuato a lavorare allo stesso modo, ma abbiamo anche modernizzato il tutto. Credo che si debba andare di pari passo col proprio tempo, ma anche rispettare le tradizioni.

Ha citato suo padre, iniziamo a parlare di lui, di Patrick. Qual è il ricordo ciclistico più importante che ha?

Oh, non è facile dirlo! Ne ho moltissimi, ma sono anche lontani. Avevo 12-13 anni quando lui ha smesso di correre, ci dovrei pensare un bel po’. Però c’è una foto a casa che vedo spesso ed è un bellissimo scatto della sua ultima Sei Giorni di Milano ed io ero lì con lui. Questa foto ci ritrae da dietro, mentre lasciavamo la pista. E lui mi mette un braccio sulle spalle. Un bel ricordo. Simbolico.

Le ultime apparizioni di Patrick Sercu su pista risalgono al 1982
Le ultime apparizioni di Patrick Sercu su pista risalgono al 1982
Tra le Sei Giorni d’inverno e la strada nel resto della stagione, non era molto presente a casa suo padre… Cosa ricorda di quel tempo?

In effetti mancava moltissimo, ci sono state stagioni in cui ha fatto anche più di 200 giorni di competizione in un anno. Lo vedevamo poco, ma cercava di essere presente lo stesso.

Sentirsi non era facile come oggi? Come facevate?

Eh sì – sorride Sercu – in effetti era un bel problema. Ricordo che si doveva prendere appuntamento, quando era all’estero. Dovevi farti passare una linea dall’operatore per quel giorno a quell’ora. Si pagava un bel po’ e si aveva a disposizione un certo numero di minuti.

Immaginiamo che in casa vostra ci sia stato un certo via vai di campioni…

Ne ricordo molti, ma non erano solo corridori quelli che venivano a casa. Erano dei buoni amici. Penso ad Eddy (Merckx, ndr), a Roger (De Vlaeminck, ndr), a Martin Van Den Bossche. Però quando sei piccolo non hai la sensazione di avere di fronte dei campioni di quel calibro.

Suo papà ha corso con grandi corridori ce n’è qualcuno con cui era più legato?

Difficile dire questo o quello. Diciamo che in gruppo aveva molti amici.

Cambiava la sua personalità, il suo carattere, quando era in bici e quando invece era a casa?

Un po’ penso di sì, come tutti i corridori del resto. Ma per quel che mi riguarda lui era lo stesso, il suo carattere non cambiava una volta giù dalla bici. Era sempre una persona civile. Dire che in bici era aggressivo non è la parola giusta forse, ma di certo era molto motivato. 

Due miti in una foto: Eddy Merckx e Patrick Sercu
Due miti in una foto: Eddy Merckx e Patrick Sercu
E tra strada e pista? C’era più agonismo in lui sul parquet… visto il suo palmares?

No, no… Strada o pista era sempre molto determinato. Un grande corridore è sempre professionale.

Quando eravate a casa parlavate mai di ciclismo?

Sì, certo. Si parlava di gare. Successivamente è diventato cittì della squadra nazionale, poi ancora capo dell’organizzazione di questa Sei Giorni. Ma in generale ho avuto l’opportunità di viaggiare molto con lui dopo la sua carriera e il ciclismo c’è sempre stato in tutti noi.

Rispetto ai tempi di suo padre in cosa sono più cambiate le Sei Giorni?

Credo nell’americana. In passato queste corse erano più lunghe. Chi faceva questa specialità era davvero bravo. Alla fine si facevano 200 chilometri al giorno in pista. Si facevano anche altre gare, come quella a cronometro, ma bisognava fare i conti con le mode, con le richieste. E queste erano americane, americane, americane… Poi man mano le cose sono cambiate. Prima s’iniziava alle sei del pomeriggio e si finiva alle tre, anche le quattro di notte. Ora tutto è più corto, ci sono altre tempistiche e altri interessi.

Su strada, Sercu ha ottenuto la sua prima vittoria in Italia: l’ultima tappa della Tirreno del 1969
Su strada, Sercu ha ottenuto la sua prima vittoria in Italia: l’ultima tappa della Tirreno del 1969

Sercu e l’Italia

Patrick Sercu dunque è stato un grande, un gigante del ciclismo belga. E lì non è facile stare tra i giganti. Su pista ha vinto un’Olimpiade (Tokyo 1964) nel chilometro da fermo, 88 Sei Giorni come detto, ma anche tre titoli iridati e una trentina di campionati nazionali.

E anche su strada ha un palmares importantissimo, tanto più che ha corso spesso in supporto di Eddy Merckx. Patrick Sercu era un velocista chiaramente viste le sue doti in pista. Pensate: 13 tappe al Giro d’Italia, sei al Tour con tanto di maglia verde nel 1974.

Prima di congedarci, giusto ricordando questi numeri lo stesso Christophe, con un grande ed onorato sorriso ha aggiunto: «Quanto tempo ha passato mio papà in Italia. Ci ha corso molto: Faema, Brooklyn e anche se era belga nella Fiat… considerava l’Italia la sua seconda casa. Veramente. Lo diceva spesso».

Una Specialized per Roglic: come nasce la nuova bici

26.11.2023
8 min
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Prima non si poteva sapere, almeno fino a che la firma con la Bora-Hansgrohe non è stata ufficializzata. A quel punto è scattato il divieto di mostrare immagini, che si interromperà il primo gennaio. Tuttavia, dopo aver vinto il Giro dell’Emilia e aver fatto terzo al Lombardia, Roglic ha avuto i primi contatti con gli uomini della nuova squadra e ha cominciato a ragionare con loro dei materiali. E da lì è iniziato lo sviluppo della Specialized con cui correrà nel 2024 (in apertura, una foto di Paul Matthis).

Il 17 ottobre, dieci giorni dopo il Lombardia e durante il primo ritiro a Soelden, è stato fatto il posizionamento sulla bici da strada con il sistema Retul. Roglic ha ascoltato e poi ha espresso le sue preferenze. Nella stessa occasione sono state riportate sulla bici da crono le misure della Cervélo. L’indomani, lo sloveno è uscito per provare la nuova bici. Finché il 23 ottobre, assieme a Hindley e pochi altri fra cui Sobrero, è volato in California per i primi test nella galleria del vento di Morgan Hill. I risultati ottenuti in casa Specialized saranno verificati nelle prossime settimane nel velodromo di Palma de Mallorca, in occasione del ritiro di dicembre.

Per guidarci in questa immersione di Roglic nel mondo Specialized abbiamo chiesto il supporto di Giampaolo Mondini, uomo di raccordo fra l’azienda e i team, che lo ha seguito sinora e lo seguirà ancora nei prossimi passi. Il discorso parte dal vincitore del Giro, ma è un bello spaccato di come si lavori oggi nelle squadre WorldTour: se non altro quelle equipaggiate Specialized.

Tutti gli anni i corridori dei team Specialized vanno a Morgan Hill: qui Asgreen, Cattaneo ed Evenepoel nel 2022
Tutti gli anni i corridori dei team Specialized vanno a Morgan Hill: qui Asgreen, Cattaneo ed Evenepoel nel 2022
Arriva uno come Roglic, qual è il vostro approccio? Si parte dalla bici precedente o si prende un foglio bianco?

Dipende molto dalla predisposizione del corridore e questo indipendentemente che sia un grande campione o chiunque altro. L’approccio di Retul con i professionisti è sempre molto personale. Hai dei corridori che sono nella stessa posizione da anni e vogliono replicarla, senza cambiarla una virgola. Per cui quando viene fatta la posizione, se c’è qualcosa che non va, se ne parla col corridore e con il fisioterapista del team.

Cosa si può fare?

Si valuta se la posizione può essere corretta con piccoli aggiustamenti, se il corridore se la sente, oppure se è meglio evitare. Questo il discorso generale, poi ci sono corridori che magari hanno avuto cadute oppure operazioni chirurgiche e allora il caso si complica.

In quali termini?

La posizione va rivalutata. Perché magari ne è stata individuata una per il periodo del recupero dall’infortunio e dopo qualche mese bisogna controllarla, per vedere se non debba essere aggiornata (viene in mente il caso Froome, da poco raccontato, ndr). Le cadute sono una fase delicata. Magari il bacino si è un po’ inclinato, quindi può essere utile andare a rivedere che tutto quanto sia a posto. Ad alto livello, questi corridori un paio di cadute all’anno le fanno. Magari non sono gravi, magari sul momento non sembra niente, però magari è successo qualcosa a livello scheletrico…

Roglic, qui al Giro di Slovenia, si è mostrato curioso del lavoro Specialized e ha voluto approfondirlo
Roglic, qui al Giro di Slovenia, si è mostrato curioso del lavoro Specialized e ha voluto approfondirlo
Roglic nel 2023 è rientrato da un infortunio: lo hai visto attento a questi discorsi?

Ho trovato un corridore molto motivato e aperto, davvero entusiasta. Mi è parso curioso di capire il nostro metodo di lavoro e questo ci ha aiutato sicuramente nell’approccio. In fin dei conti non abbiamo cambiato molto, però bisogna dire che in questa prima fase – cambiando il tipo di bicicletta, cambiando i pedali, cambiando le scarpe e cambiando la sella – cerchiamo sempre di non toccare il resto. Invece, quando andremo a Palma de Mallorca ai primi di dicembre, anche in base ai feedback che ci darà Primoz, vedremo se ritoccare qualcosa o se il corridore stesso nel frattempo è andato a cambiare qualcosa.

Sono cose che succedono?

A dicembre sì, anche se rispetto a una volta è tutto molto diverso. Vent’anni fa c’erano corridori che giravano con la brugola e intervenivano su qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Adesso gli è stato vietato, da gennaio il corridore non dovrebbe avere la libertà di cambiare la posizione sulla bici. Questo anche per aiutarlo a evitare problemi e infortuni. A volte si interviene perché fai più fatica e pensi che dipenda dalla posizione e magari fai un danno doppio. Soprattutto perché a volte si seguono i consigli di chissà chi e si peggiorano le cose. Questa abitudine per fortuna negli anni è cambiata e dopo gennaio la bici rimane quella. Anche per la crono, mentre una volta capitava di vedere alcuni che modificavano l’altezza delle protesi prima della partenza.

Saremmo curiosi di sapere come avresti impedito a Pantani di usare la sua brugola. Ti avrebbe tagliato la gola!

Il “Panta” (Mondini ride, di Marco è stato compagno di squadra nel 2001, ndr) alla Valenciana si fermò per mettere a posto i tacchetti durante una tappa. Si sedette su un paracarro e si mise ad armeggiare. E noi intanto guardavamo il gruppo che in quel momento si stava aprendo a ventaglio e ci mettemmo le mani nei capelli. Per fortuna eravamo tutti abbastanza forti e riuscimmo pure a rimediare, ma certo una volta (ride ancora, ndr) succedevano certe situazioni… 

Roglic ha chiesto qualche modifica alla geometria della bici da crono rispetto a quella 2023
Roglic ha chiesto qualche modifica alla geometria della bici da crono rispetto a quella 2023
Roglic vi ha dato la scheda 2023 e voi l’avete replicata?

Ha comunque fatto la posizione con Retul, in cui abbiamo cercato di replicare il più possibile, magari dando le nostre annotazioni rispetto a qualche angolo. A tanti corridori diamo la bici a metà ottobre subito dopo aver fatto il posizionamento, sapendo che ci saliranno dopo due o tre settimane, finite le vacanze. Roglic invece ha fatto il Retul e la mattina dopo era già fuori. Si è fatto dare un po’ di materiale ed è andato a provare la bici.

Che misura di telaio gli avete dato?

Una Tarmac Sl8 taglia M, una 54. Niente di speciale. Primoz è leggermente brevilineo, quindi con le gambe più corte del tronco. Ha il manubrio integrato largo 40 con l’attacco da 12 e le pedivelle da 170. Ci è parso molto contento dell’assetto della bici, i primi feedback sono stati subito molto positivi. E’ rimasto impressionato anche dalla leggerezza, idem per quanto riguarda quella da cronometro.

Anche lui usa pedivelle da 170, ormai è la regola…

Adesso c’è questa tendenza, sia per la bici da strada sia per le crono. Anzi, quasi tutti quelli che fanno le crono sul serio, stanno cercando le 165. Anche Remco. La pedivella da 165 ti permette di chiudere di più il diaframma e di abbassare di più il tronco, senza colpirti col ginocchio. Invece non serve per abbassare la bici. Puoi far scendere il piantone, ma l’altezza di sella resta identica e i vantaggi aerodinamici non ci sono.

La Bora corre le crono sulle Specialized Shiv Disc. Per Roglic si sta studiando una nuova posizione (foto Anderl Hartmann)
La Bora corre le crono sulle Specialized Shiv Disc. Per Roglic si sta studiando una nuova posizione (foto Anderl Hartmann)
A Morgan Hill invece avete lavorato solo sulla bici da crono?

Esatto. E mentre sulla bici da strada non ha chiesto nulla, in questo caso ha fatto delle richieste specifiche. Ha chiesto di provare qualcosa di specifico in termini di altezza e allungamento, su cui la galleria del vento ha dato delle risposte, che andremo a verificare nel velodromo per capire se siano davvero efficaci.

Anche per la bici da crono si parte dalla precedente?

Dalla scheda vecchia e dalla posizione vecchia, perché sennò rischi di a stravolgere troppo la posizione. Una cosa molto interessante che mi ha detto Primoz è che lui usa la bici da crono anche tre volte a settimana, però sui rulli, come fanno i triatleti. Magari prima fa l’uscita su strada, poi se deve fare un’ora di variazioni di ritmo, le fa sui rulli. Mi ha spiegato che è soprattutto un fatto di sicurezza, perché i lavori con la bici da crono si fanno ad alta velocità e le strade di Monaco non sono le più adatte.

Visto che è molto curioso, vi ha chiesto su corsa interverreste?

E’ super disponibile, molto aperto. Si è affidato al consiglio della squadra. Oltre a questo è stato sorprendente come si sia messo nelle nostre mani. In una giornata, penso che abbia fatto 8 ore immobile in galleria del vento. Non si è mai lamentato, tanto che a un certo punto gli ho chiesto se almeno volesse bere o mangiare qualcosa. E allora ha ammesso che effettivamente aveva sete e anche fame.

Il tempo di ricevere la nuova bici e Roglic è uscito per provarla: dal 2024 vuole ottenere il massimo (foto Paul Matthis)
Il tempo di ricevere la nuova bici e Roglic è uscito per provarla: dal 2024 vuole ottenere il massimo (foto Paul Matthis)
Dato che ha richiesto delle modifiche sulla posizione da crono, avete messo a punto un doppio assetto in modo da poter fare confronti?

Abbiamo fatto 3-4 posizioni. Sicuramente una come la vecchia e poi altre che saranno verificate in pista. E poi insieme abbiamo fatto anche una sessione sui body e il resto del materiale. La squadra è interessata a questo tipo di test e noi ovviamente diamo la massima disponibilità. Sono stati portati vari tipi di materiali e sono stati provati con tutti i corridori, per capire se certe soluzioni sono soggettive oppure vanno bene per tutti.

Se qualcuno dovesse vedere Roglic in giro sulla nuova bici, che materiali gli avete dato?

Per ora si va sul semplice. Ruote basse da allenamento, credo che abbia preso le Alpinist, con copertoni da 28. E’ bene che usi la bici, così a dicembre faremo un altro sviluppo, per arrivare al setting con cui correrà nel 2024. E per gennaio si potranno vedere anche le foto. Per ora abbiamo evitato in tutti i modi che si potesse associare il nome Roglic a quello di Specialized.

Aerodinamica, manubri super stretti e test curiosi: tecnica da pista

25.11.2023
6 min
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Una Sei Giorni è anche un’occasione per testare, provare e riprovare, fare esperimenti. Le bici più utilizzate, visto l’alto numero di prove di situazione, erano bici “semplici”. Quelle in pista che si utilizzano solitamente nelle madison. Tuttavia qualche chicca al Kuipke l’abbiamo notata in occasione della Sei Giorni di Gand.

FES, qualità tedesca

Uno dei pezzi pregiati ammirati sulla pista fiamminga era la FES della coppia Soudal, Theo Reinhardt e soprattutto Roger Kluge.

Una bici che ha già un’Olimpiade alle spalle, la B20 indica che era stata concepita per Tokyo 2020, ma che secondo i meccanici a Gand era ancora una delle migliori. E lo era per la sua aerodinamica e per il suo carbonio in primis. Una bici che sarà appena ritoccata, soprattutto nei suoi componenti, in vista di Parigi 2024.

Le biciclette FES sono progettate, sviluppate e prodotte dall’Istituto tedesco per la ricerca e lo sviluppo di attrezzature sportive, la cui sigla è appunto FES. Di fatto è un brand di ricerca non solo sul ciclismo ma anche per altri sport olimpici come canottaggio, vela, bob, pattinaggio di velocità, skeleton… e infatti è un istituto finanziato dal governo. Il carbonio è ad altissimo modulo, ma non è facile specificare di che tipologia si tratti. C’è molta riservatezza in merito, anche cercando online.

Questa bici ci ha colpito per la sua solidità e anche per la sua leggerezza. E’ sul filo del limite dei 6,8 chili, pochissimi per una bici da pista. 

Una bici da quartetto?

Ma non solo FES ha catturato la nostra attenzione. Il fortissimo danese Lasse Norman Hansen ha corso l’intera kermesse con una Canyon più da quartetto che da prove di situazione.

Nel paddock di Gand era opinione comune che il corridore danese, che fa giusto parte del quartetto rivale dell’Italia, stesse facendo delle prove. Ha voluto mettere sotto stress questo telaio per vedere come reagiva in quanto a rigidità e reattività in altre prove. Saltella troppo in una madison? E’ reattiva? Queste le domande principali…

E il fine era doppio. Uno, alle Olimpiadi Hansen potrebbe prendere parte anche alla madison e se riuscisse a trovare un buon feeling con questa bici, che è meno agile di quella “tradizionale”, si ritroverebbe con un mezzo più aerodinamico.

Due, perché Canyon sta lavorando ad un’evoluzione di questo telaio. Sembra che s’interverrà soprattutto sull’avantreno e la forcella. Dovrebbe essere più stretta. Ma viene da chiedersi dove “limare”. Siamo infatti nell’ambito dei “millimetri di millimetri”. Probabilmente più che sui passaggi delle ruote si lavorerà sui profili stessi dei tubi.

L’utilizzo diverso di una bici nata per altre prove, aiuta gli ingegneri ad avere feedback. Ma per fare questo, quei feedback devono arrivare da un corridore di un certo livello e soprattutto dal suo utilizzo in gara. Hansen era l’identikit perfetto.

Manubri minimal

La questione aerodinamica in pista è decisamente importante, specie per gare come il quartetto o il chilometro. Ebbene a Gand si è vista una serie di manubri estremamente stretti. Il concetto è quello della strada di cui abbiamo parlato più volte in passato (pieghe più strette).

E qualche manubrio era così stretto che la notizia è arrivata persino al cittì Marco Villa, il quale giustamente curioso, ha chiesto delle foto a Michele Scartezzini, uno dei suoi storici ragazzi. Questi manubri erano talmente stretti che in presa alta l’intero palmo della mano non ci entrava. 

Chiaramente una bici simile va bene per una prova veloce, i 500 metri, un giro lanciato… Ma non per una madison in cui ci si deve dare i cambi e fare leva sul manubrio stesso. Una bici così è difficilissima da guidare. Gli scarti sono violentissimi e la base d’appoggio minima. Parliamo di pieghe larghe 25 centimetri.

E infatti alla vista di questi manubri più di qualche atleta ha storto il naso, sperando non venisse utilizzato nell’americana.