La via di Piganzoli per il Giro passa dal (primo) Teide

18.01.2024
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Piganzoli ha 21 anni, come Milesi, Germani e Garofoli. Quando erano juniores, si dividevano corse e podi, poi sono diventati grandi e di colpo la strada è diventata stretta e ripida. I coetanei stranieri si sono messi ad andare più forte e noi di qua abbiamo iniziato a chiederci come mai i nostri non avessero lo stesso passo. Lo ammettiamo, in alcuni momenti siamo caduti nella trappola che invitiamo ad evitare: quella della fretta.

Stagione dopo stagione, Piganzoli ha salito dei gradini: l’ultimo è stato il podio al Tour de l’Avenir, come i corridori più forti in circolazione. Se il lavoro portato avanti con i tecnici del Team Polti-Kometa continuerà con la stessa regolarità, non c’è motivo per cui anche l’azzurro non possa salirne altri e gestire le tante attese. Quest’anno per la prima volta nella sua carriera, Piganzoli (foto Borserini in apertura) andrà ad allenarsi sul Teide, con ben altri margini rispetto a quelli che hanno iniziato ad andarci da juniores.

Piganzoli, Del Toro, Pellizzari: azzurri protagonisti al Tour de l’Avenir del 2023 (foto DirectVelo)
Piganzoli, Del Toro, Pellizzari: azzurri protagonisti al Tour de l’Avenir del 2023 (foto DirectVelo)

«Essere così atteso – dice – sicuramente ha un effetto positivo su di me, però non mi mette fretta, non mi mette pressione, mi fa continuare a lavorare. Magari mi dà più stimoli, quindi è solo positivo. Penso di essere a un buon punto della mia crescita, anche se ho molto da imparare e molto da crescere. Però penso che col duro lavoro si arriverà al punto giusto. Con gli altri ragazzi, con Germani, Milesi e Gianmarco, siamo amici. E’ giusto prendersi le misure e confrontarci, perché anche questo alla fine porta stimoli in più che fanno crescere e lavorare meglio».

Sei cresciuto per gradi e quest’anno per la prima volta andrai sul Teide.

Proverò a fare un bel blocco di lavoro in altura prima del Giro d’Italia, sperando di andarci. Altrimenti ci saranno altri programmi, come il Giro di Ungheria. Avrò sicuramente occasioni dove far vedere quello che valgo e per questo sul Teide proverò a lavorare bene. Se avrò la possibilità di andare al Giro d’Italia, se saremo invitati e se starò bene, mi piacerebbe andarci. Vorrei dimostrare che valgo, provare a vincere una tappa, anche se sarà difficilissimo. Alcuni miei compagni ce l’hanno fatta, quindi magari si può fare.

Piganzoli è passato professionista lo scorso anno. Nel 2023 ha sommato 47 giorni di corsa
Piganzoli è passato professionista lo scorso anno. Nel 2023 ha sommato 47 giorni di corsa
Il podio dell’Avenir è una bella foto da guardare?

Penso sia uno dei più bei ricordi dell’anno scorso. Sicuramente è un punto di partenza da cui quest’anno devo ripartire. Devo guardare quella foto e dire a me stesso che l’anno scorso ero lì, ero al Tour de l’Avenir a giocarmela con gente come Riccitello e come Del Toro, che sono protagonisti nel WorldTour e io non sono da meno di loro.

Un’eventuale chiamata nella nazionale under 23 la accetteresti ancora?

Io penso di sì. Dal mio punto di vista, una chiamata in maglia azzurra non si rifiuta mai. Quindi se Marino (Amadori, ndr) avrà voglia di convocarmi, io sicuramente non dirò di no. Anche perché se mi chiamerà, avrà fatto le sue considerazioni.

Piganzoli, qui con Ellena, è nato nel 2002 a Morbegno. E’ alto 1,74 per 61 chili ed è pro’ dal 2023 (foto Maurizio Borserini)
Piganzoli, qui con Ellena, è nato nel 2002 a Morbegno. E’ alto 1,74 per 61 chili ed è pro’ dal 2023 (foto Maurizio Borserini)
Basso dice che vai forte in salita e anche a crono e non è una cosa comune…

In certi casi si parla di doti naturali, ma io penso che pochi nascono con le doti naturali, tutto il resto va allenato. L’anno scorso forse ho trascurato un po’ la crono, quest’anno già dall’inverno sto facendo sedute sui rulli per la posizione. In più esco con la bici da crono una o due volte a settimana, perché quel lavoro non te lo inventi da un momento all’altro. In giro ci sono dei fenomeni, però si contano sulle dita delle mani. E comunque, pur essendo fenomeni, loro fanno le cose al 100 per cento, quindi se si vuole stare al passo con loro, bisogna fare le cose al massimo.

Com’è stato l’inverno finora?

Buono. Non ho avuto problemi, mi sono allenato abbastanza bene. Quando a casa faceva freddo, siamo andati in Spagna ed è andata benissimo. Ora che sta tornando il freddo, siamo tornati in Spagna, quindi penso che fili tutto liscio.

Hai perso l’accento spagnolo, ti dispiace?

Sì, se ne è andato, ma va bene così… (ride, ndr).

Giro dell’Emilia 2023, il 16° posto di PIganzoli parla di un talento in forte crescita
Giro dell’Emilia 2023, il 16° posto di PIganzoli parla di un talento in forte crescita

Fino allo scorso anno, complice l’essere cresciuto nel team U23 della Fundacion Contador, Piganzoli parlava con un insolito accento spagnolo che faceva sorridere. Oggi, dopo un’intera stagione nell’italiana Eolo-Kometa, quell’intonazione è sparita. Quel che non deve perdersi è la voglia di crescere e l’equilibrio di farlo nel modo giusto. Due giorni fa Del Toro ha vinto nel WorldTour al secondo giorno di gara, nulla vieta di pensare che presto potrebbe venire anche il turno del “Piga”.

Ciclomercato con tanti botti, c’è chi viene e c’è chi va…

17.01.2024
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Sono ben 157 i corridori che, fra cambi di squadra e promozioni dalle categorie e/o dalle serie inferiori cambiano maglia nel WorldTour. Alcuni hanno anche smesso, come Oss in apertura. Sarà pur vero che l’annunciata e poi sfumata fusione tra Jumbo Visma e Soudal QuickStep ha tenuto ferme moltissime trattative per quasi due mesi, ma il ciclomercato è stato comunque scoppiettante con trasferimenti bomba come quello di Primoz Roglic.

Cambiano soprattutto gli assetti di alcune squadre, basti pensare che ora con Pogacar, Vingegaard, lo stesso Roglic ed Evenepoel ben 4 team puntano apertamente alla maglia gialla del Tour. Esaminiamo nel dettaglio che cosa si è mosso in ognuna delle squadre della massima serie, attraverso due puntate andando in rigoroso ordine alfabetico e partendo dalla formazione del campione del mondo.

Axel Laurance, iridato U23, è stato promosso in prima squadra e vuole subito mettersi in mostra
Axel Laurance, iridato U23, è stato promosso in prima squadra e vuole subito mettersi in mostra

Alpecin Deceuninck

La squadra olandese non cambia di molto la sua intelaiatura anche se si registrano 7 uscite rimpiazzate. Il riferimento resta naturalmente l’iridato Van der Poel, ma vanno seguiti con attenzione alcuni neopro come il campione del mondo U23 Laurance, il tedesco Uhlig vincitore del Liberazione 2022 e anche il nostro Vergallito.

Arkea B&B Hotels

Cambi profondi nel team francese che assume sempre più un’immagine di squadra dedita alle vittorie parziali. Demare, arrivato lo scorso agosto, ha ora un’ottima spalla nel connazionale Senechal. Acquisto casalingo anche con Venturini in cerca di un rilancio, ma l’addio di Bouhanni e la partenza di Hofstetter rischia di pesare in termini di punti per il ranking.

Bruttomesso accesso alla prima squadra dopo un solo anno al CTF. Si punta sulle sue qualità veloci
Per Alberto Bruttomesso accesso alla prima squadra dopo un solo anno al CTF. Si punta sulle sue qualità veloci

Astana Qazaqstan Team

Squadra profondamente rinnovata quella kazaka, addirittura 14 i nuovi arrivi. Fra loro italiani di blasone come Gazzoli promosso dal team Devo e Fortunato, mentre Morkov e Ballerini sono stati ingaggiati pensando espressamente al Tour di Cavendish e alla caccia al record di tappe. Attenzione anche all’eritreo Mulubrhan, campione africano molto capace nelle brevi corse a tappe.

Team Bahrain Victorious

Appena quattro le nuove entrate nel Team Bahrain Victorious, di cui una risale già allo scorso giugno. Quella di Antonio Tiberi sul quale il team investe molto in questa sua prima stagione completa. Altro italiano che approda al team è Alberto Bruttomesso dopo solo un anno nella filiera del Cycling Team Friuli. Qui rischiano di pesare di più le uscite: Landa, Milan, Pernsteiner.

Il passaggio di Roglic alla Bora ha cambiato gli equilibri del mercato. I tedeschi ora puntano al Tour
Il passaggio di Roglic alla Bora ha cambiato gli equilibri del mercato. I tedeschi ora puntano al Tour

Bora Hansgrohe

Ben 8 nuovi arrivi per il team tedesco e il principale, Primoz Roglic, sposta ancor di più il baricentro del team tedesco verso i grandi giri, con l’obiettivo di sbancare il Tour schierando tutti i suoi big. Arriva anche Daniel Martinez dalla Ineos che sarà la punta al Giro. Promosso l’ex iridato junior Herzog, approda al team anche Sobrero dalla Jayco AlUla con ambizioni personali.

Cofidis

La squadra francese accoglie ben 12 nuovi arrivi. Tutte scelte che vanno a occupare posti strategici, come Elissonde e Aimé De Gendt chiamati a dare man forte alle punte Martin e Zingle. Molta fiducia viene riposta su Oldani, più libero da compiti di supporto. Si punta poi al pieno rilancio dell’ex promessa Alexis Gougeard.

Dopo aver dato alla Cofidis una vittoria al Tour dopo 15 anni, Lafay passa agli antichi rivali dell’AG2R
Dopo aver dato alla Cofidis una vittoria al Tour dopo 15 anni, Lafay passa agli antichi rivali dell’AG2R

Decathlon AG2R La Mondiale Team

Sette nuovi acquisti che a prima vista possono sembrare marginali, ma non è così. Victor Lafay può spostare in avanti le ambizioni del team sia in alcune classiche che come cacciatore di tappe al Tour. Lo stesso dicasi per Armirail mentre De Bondt vuole ritrovare il colpo di pedale del successo al Giro 2022 a Borgo Valsugana. Attenzione poi al giovane belga Pollefliet, molto valido anche su pista.

EF Education EasyPost

Squadra profondamente “svecchiata, con ben 7 neopro e fra loro anche alcuni prospetti molto attesi al salto di categoria come l’irlandese Rafferty vincitore del Valle d’Aosta e il britannico Nerurkar in luce al Giro Next Gen. Fra gli anziani spazio a Rui Costa dall’Intermarché e al reintegro di Valgren dopo il terribile incidente del giugno 2022.

Eddy Le Huitouze dopo un’ottima carriera U23 ora fa il grande salto, puntando a crono e non solo
Eddy Le Huitouze dopo un’ottima carriera U23 ora fa il grande salto, puntando a crono e non solo

Groupama Fdj

Escono molti grossi calibri dal team, come Demare, Pinot ritiratosi, Storer e i nuovi arrivi non sembrano andare a coprire i loro ruoli. Dalla Bora ecco Walls dopo una stagione piuttosto opaca, mentre Bystrom, Russo e Sarreau non dovrebbero spostare gli equilibri. Sale però di categoria Eddy Le Huitouze, bronzo europeo 2022 a cronometro e forte anche nelle classiche del Nord.

La Bolide di Bianchi all’europeo? La vediamo con Guardini

17.01.2024
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Matteo Bianchi è nella storia e così anche la sua Bolide. Il primo italiano nella storia a vincere il titolo Europeo nel chilometro da fermo e anche Pinarello si fregia del titolo continentale.

Con Andrea Guardini entriamo nel dettaglio della bici del neo campione Europeo e cerchiamo di analizzare scelte e dettagli.

Vedremo Guardini anche con la casacca dell’Assistenza Tecnica Neutrale Shimano
Vedremo Guardini anche con la casacca dell’Assistenza Tecnica Neutrale Shimano
Come hai vissuto la trasferta europea?

Non ero la con la nazionale, ma è stato bello vedere vincere Matteo. Anche il podio di Moro mi ha emozionato parecchio. Io davanti alla tv a fremere, ma come se fossi stato là nel parterre… Che bello.

Eri a casa da spettatore?

In questa occasione sì. Dicembre e i primi giorni di gennaio mi hanno permesso di organizzare al meglio l’entrata ufficiale nel Servizio di Assistenza Tecnica Neutrale Shimano.

Sei in rampa di lancio, la tua passione per la bici e la meccanica vengono fuori!

Sì, è la mia passione. Una bella avventura, stimolante, motivante, mi voglio mettere in gioco e questa è una grande occasione. Ma la nazionale, inclusa la compagine paralimpica non le voglio sacrificare, per me vuol dire molto anche a livello umano.

Le protesi “orizzontali” non esistono più (foto UEC)
Le protesi “orizzontali” non esistono più (foto UEC)
Torniamo alla vittoria di Bianchi all’Europeo. La sua Pinarello Bolide ha qualcosa di particolare?

Nulla di particolare, diciamo pure che la bicicletta di Matteo fa parte del progetto Tokyo 2021.

Come era stata montata?

Il kit telaio è Pinarello Bolide, una taglia large. Il movimento centrale ha le calotte esterne. Le ruote sono le due lenticolari Campagnolo per i tubolari. Gli pneumatici sono i tubolari Vittoria Pista Oro con sezione da 23. Il manubrio è un progetto Aerocoach con le misure adatte per Bianchi. Ormai è una delle poche sezioni della bici che si possono modificare, ovviamente per rendere il mezzo adatto alle specifiche fisiche del corridore.

Rapporti?

Bianchi ha usato una combinazione 59×14. Le corone sono Miche in alluminio, così come le pedivelle. Il perno passante della guarnitura è di 24 millimetri. E’ stato montato il misuratore di potenza, SRM.

Bianchi ha un setting aggressivo, ma non estremo (foto UEC)
Bianchi ha un setting aggressivo, ma non estremo (foto UEC)
A quale pressione vengono gonfiati i tubolari?

Si utilizza un range di pressione compreso tra le 15 e 17 atmosfere, con l’ultimo controllo effettuato circa 20 minuti prima dello start.

Anche in pista c’è la tendenza di scaricare la sella tutta in avanti?

Sì, anche in pista come su strada la tendenza è quella di caricare il peso del corridore in avanti e molto sul piantone. Questo porta ad un avanzamento importante della sella. Con Matteo siamo al limite UCI, previsto a 5. Anche in pista ritroviamo gli attacchi più lunghi, soprattutto se facciamo un confronto con il passato.

Quanto pesa una bici come questa?

Circa 7,5/7,8 chilogrammi. Una grande variabile è legata all’utilizzo delle appendici.

La Bolide di Ganna datata 2021
La Bolide di Ganna datata 2021
E’ lecito dire che le Pinarello Bolide della Nazionale di oggi ruotano attorno attorno al progetto della bici di Ganna?

Sicuramente sì, un progetto evoluto che arriva dalle Bolide di Ganna, con le dovute personalizzazioni. Ma è necessaria una precisazione. La Pinarello Bolide di Bianchi è quella con la forcella grande e gli steli più voluminosi a differenza di quella usata dagli inseguitori che hanno la versione con i foderi più sottili.

Quanto tempo serve per mettere un coriddore su una bici da pista?

Non c’è una sola risposta, nel senso che oltre agli studi, l’ultima parola l’ha il corridore. E’ lui che deve stare sulla bici e fare la prestazione. Le sensazioni che trasmette agli staff e il suo feeling giocano un ruolo fondamentale ancora oggi, dove la tecnologia è entrata ovunque.

Pacchetto Miche e power meter SRM, la catena è specifica per la pista e rinforzata
Pacchetto Miche e power meter SRM, la catena è specifica per la pista e rinforzata
Il picco di watt di Bianchi?

Intorno ai 1.800 watt, 1.850 in partenza, ma per un atleta come lui è importante il wattaggio medio sul chilometro, che si attesta intorno agli 850 watt.

Atleti del genere mettono a dura prova bici e componenti in genere?

Eccome, ma i materiali usati oggi sono molto differenti da quelli usati anni addietro, direi migliori per efficienza e capacità di sostenere le performance. I corridori esprimono potenze da fenomeni. Poi ci siamo noi meccanici che dobbiamo utilizzare delle accortezze e attenzioni particolari. Tutto deve funzionare alla perfezione, non ci devono essere margini di errore e la cura al dettaglio è diventata maniacale.

Buratti il primo inverno con la Bahrain e l’esordio al Down Under

17.01.2024
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Nicolò Buratti risponde al telefono mentre si trova dall’altra parte del mondo, in Australia. Ieri è iniziato il Tour Down Under, la nostra chiamata, però, risale alla vigilia della prima corsa WorldTour della stagione. Appena Buratti alza la cornetta va in scena un simpatico siparietto: «Buonasera» ci dice lui. Noi con un sorriso gli rispondiamo «Buongiorno» facendogli notare che la giornata in Italia è appena cominciata. Battute a parte il discorso passa subito alla stagione che sta per iniziare, la prima iniziata fin da subito nelle fila della Bahrain Victorious

«Sto bene – ci racconta Buratti – siamo venuti ad Adelaide presto, il 2 gennaio. Ci siamo presi due settimane per adattarci al clima e al fuso orario. Abbiamo assaggiato la competizione al Criterium del 12 gennaio e finalmente inizia la stagione. Dico “finalmente” perché sono due settimane che stiamo qui e non vedevo l’ora di iniziare».

L’inverno 2023 è stato il primo in maglia Bahrain per Buratti, dopo il suo arrivo nel team ad aprile dello stesso anno
L’inverno 2023 è stato il primo in maglia Bahrain per Buratti, dopo il suo arrivo nel team ad aprile dello stesso anno

Clima australiano

«Ero già stato in Australia per i mondiali – dice Buratti – ma era differente. Si trattava di una corsa in linea e tutto era più caotico. In questi giorni mi sono goduto di più l’ambiente: il mare, il caldo e tutto quello che c’è. Passare dal freddo di casa ai 30-35 gradi non è male, pedalare in pantaloncini è una bella goduria. Siamo andati a fare un bagno nell’Oceano, abbiamo visitato una riserva naturale dove abbiamo visto canguri e altri animali tipici. Anche i paesaggi sono particolari e belli. Adelaide è una grande città, ma a misura di ciclista, in più a una decina di chilometri fuori dal centro ci sono colline e paesaggi molto belli dove pedalare».

Nelle due settimane passate in Australia prima del Down Under è stato sfruttato anche per vivere il territorio
Nelle due settimane passate in Australia prima del Down Under è stato sfruttato anche per vivere il territorio
Hai finito la stagione tardi, in Giappone, e già riparti… 

Vero, ma ho staccato il giusto, per due settimane. Poi piano piano ho rincominciato, in modo tale da arrivare preparato al ritiro di dicembre. Il Tour Down Under non era nei piani, facevo parte delle riserve, ma una volta in ritiro mi hanno avvisato che avrei corso. Non c’è stato troppo preavviso ma sono soddisfatto di come sto. 

La preparazione è cambiata?

Chiaramente è stata modificata in relazione a questo appuntamento. Ora sarei dovuto essere al ritiro in Spagna, ma essere qui non mi dispiace, anzi. Per essere pronto alla gara ho alzato un po’ i ritmi in allenamento, aumentando il carico di lavoro. 

Che inverno è stato, visto che era il primo in maglia Bahrain…

Buono, a dicembre abbiamo lavorato bene. Conoscevo tutti, avendo fatto tre quarti di stagione con la Bahrain nel 2023. Però partire da zero è un’altra cosa. A livello di allenamenti ho aumentato le ore rispetto allo scorso inverno. Per essere pronto al Tour Down Under ho fatto più intensità in un periodo nel quale non ero abituato. 

Una pedalata al mare in pantaloncini e maglietta, mentre in Italia le temperature sono vicine agli 0 gradi
Una pedalata al mare in pantaloncini e maglietta, mentre in Italia le temperature sono vicine agli 0 gradi
Com’è stato?

Non mi sono trovato male, non ero abituato e quindi facevo molta più fatica anche a wattaggi bassi. Poi mi sono adattato e mi sento bene, pronto. 

Meglio essere in corsa o al ritiro?

All’inizio ero preoccupato nel venire qui senza troppo preavviso, la notizia è arrivata velocemente e avevo paura mi precludesse un po’ i prossimi impegni. Invece devo dire che sono sereno. Sono qui al caldo, corro e la cosa non mi dispiace affatto. 

Sul braccio sinistro i segni della caduta di Buratti durante la prima tappa del Tour Down Under
Sul braccio sinistro i segni della caduta di Buratti durante la prima tappa del Tour Down Under
Che aspettative hai per il Tour Down Under?

So che la condizione non sarà al 100 per cento, ma non sono preoccupato. Dovrò stringere i denti, consapevole che non punterò a risultati particolari. La corsa è impegnativa, è un categoria WorldTour. Si andrà forte, ma le distanze sono contenute: si rimane intorno ai 140 chilometri per tappa. Sforzi da 3 ore o 3 ore e mezza. 

La gamba com’era dopo il Criterium?

Buona, per quel che può valere una gara di un’ora. Siamo andati a tutta e sono soddisfatto di come ho risposto. Ora tocca pedalare e guardare avanti, il 2024 è appena iniziato.

P.S. Durante la prima tappa del Tour Down Under, Buratti è stato vittima di una caduta negli ultimi 10 chilometri. «Una scivolata in discesa – ci ha detto – ho qualche escoriazione e un po’ di botte ma nulla di grave. Lo possiamo definire un incidente del mestiere (dice ridendo, ndr). E’ stata una prima tappa molto calda, con media di 40 gradi e massime di 45. Questo ha reso il tutto più difficile, i ritmi non sono stati elevati, ma il caldo ha comunque inciso sulla fatica».

Dalla matita alla strada, come nasce (e cresce) un casco MET

17.01.2024
8 min
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TALAMONA – Il casco di Pogacar nasce dietro quel cancello. Fuori non ci sono insegne, ma basta varcarlo per riconoscere il marchio MET sulla porta di cristallo. La Valtellina delle grandi montagne comincia più in alto, ma l’aria frizzante e le vette imbiancate danno il senso di un altro mondo rispetto alle pianure milanesi. La sigla che dà il nome al prodotto è composta dalle ultime tre lettere della parola helmet: casco.

L’azienda fu fondata nel 1987 dalla famiglia Gaiatto che ancora adesso la conduce. All’interno, da quando undici anni fa la produzione si trasferì in Cina, si trovano i reparti di progettazione, sviluppo e test. Ed è attraverso questi uffici che ci muoviamo con Ulysse Daessle che per MET Helmets segue i media e le pubbliche relazioni. Lui è francese e si è arrampicato quassù dal sud della Francia perché aveva bisogno di montagne: guardandosi intorno, c’è da capirlo.

Nostra guida in questa immersione del mondo di MET è Ulysse Daessle, francese, da 7 anni in Valtellina
Nostra guida in questa immersione del mondo di MET è Ulysse Daessle, francese, da 7 anni in Valtellina

Disegno a mano libera

Come nasce il casco? Non c’è distinzione fra il tipo di modello, ci dicono mentre ci muoviamo fra prototipi da non fotografare, il punto di partenza è per tutti il briefing fra ingegneri e disegnatori, che lavorano in simbiosi, perché il casco deve essere sicuro, ma anche bello.

«Ogni progetto è completamente nuovo – spiega Stefano Galbiati, disegnatore – non si fa mai il… copia e incolla da uno precedente. Si definisce l’obiettivo, poi abbiamo carta bianca».

Sulla parete si riconoscono bozzetti e schizzi di ogni genere (foto di apertura), che dopo la fase creativa passano al CAD (il software che consente il disegno tecnico in 2D e 3D) che permette di fare anche i primi calcoli su peso, aerodinamica e risposta agli impatti.

Disegno al CAD

«La simulazione 3D – spiega Matteo Tenni, ingegnere e Project Manager – simula gli impatti per avere dati molto precisi che poi confrontiamo con quelli di laboratorio. Prima di queste tecnologie, si faceva uno stampo pilota su cui eseguire i test, ma era una verifica a posteriori e se non andava bene, bisognava costruirne un altro. Ora con il calcolo strutturale e la simulazione virtuale, si fa un lavoro di ottimizzazione.

«Il casco non è un capo di abbigliamento, ma un dispositivo individuale di protezione. Quelli ad alte prestazioni devono unire sicurezza, leggerezza e aerodinamica e non si possono fare certi calcoli su un oggetto già finito. L’ultima verifica è quella della galleria del vento. Per il casco da crono, abbiamo previsto un cablaggio in cui dei sensori di pressione rilevano l’azione del vento. Abbiamo aperto al virtuale nel 2001 e dal 2004 abbiamo la stampa interna».

La stampa in 3D

Definite le forme, si passa alla stampa in 3D. La prima è quella a gesso: dura una notte e al mattino si ha in mano un oggetto piuttosto pesante che tuttavia riproduce fedelmente l’aspetto del casco. Verificato che la forma sia quella voluta oppure apportate le necessarie modifiche, si passa alla seconda stampa: ugualmente in 3D però a filo. Essa produce un casco certamente più leggero, diviso in due gusci da assemblare, all’interno del quale è possibile montare le imbottiture e i vari accessori.

La stanza delle stampanti dispone anche di un forno per la verniciatura e di una stampante 3D più piccola, per realizzare le rotelline di regolazione del casco. Anche questi accessori si progettano internamente.

Il primo casco

In un angolo, si riconoscono le macchine di quando la produzione si svolgeva qui. Ci sono sacchetti che contengono i granelli del polimero di varia densità e ci sono gli stampi con i compressori. In una griglia accanto, ecco il primo casco prodotto nel 1992.

Dal 2012 si fa tutto in Cina: la conseguenza di continuare a produrre qui sarebbe stata probabilmente la chiusura dell’azienda. Inizialmente, i tecnici MET viaggiavano periodicamente verso Oriente. Ora il processo è più agile, con figure di riferimento sul posto in grado di verificare che le lavorazioni siano eseguite secondo gli standard e i protocolli inviati dall’Italia. Lo stabilimento non lavora in esclusiva, ma è palese che l’esclusiva riguardi i prodotti.

Un immenso database

Ricevuto dalla fabbrica il necessario numero di campioni, si passa ai test. Il laboratorio MET fa parte di un pool di realtà impegnate nella definizione degli standard internazionali e nello sviluppo dei test di impatto. I test non sono obbligatori, potrebbero bastare quelli del laboratorio deputato alla certificazione. MET li esegue per immagazzinare dati e garantire i propri caschi a un livello superiore.

«Abbiamo un database – spiega Cesare Della Mariana, deputato ai test – nel quale si tiene conto di tutte le valutazioni fatte sul primo round di campioni. La prima fase, che si svolge al computer, serve per definire i punti di impatto. A ciascuno di essi sono associati dei valori che permetteranno di costruire le curve di distribuzione dell’urto. In questo modo possiamo verificare che il risultato del test corrisponda a quello che avevamo approvato in fase di progettazione».

Il casco e l’incudine

Prima di arrivare ai test d’impatto, il casco deve sostenere una serie di stress ambientali che lo indeboliscono al pari di quanto accade pedalando al caldo oppure al freddo.

Il protocollo europeo CE prevede prima un passaggio al caldo e poi al freddo, perché a -20°C le plastiche diventano dure e fragili. Quindi viene la fase dell’invecchiamento, in un forno girevole in cui i caschi sono sottoposti per 72 ore ai raggi UV, che indeboliscono i legami chimici degli atomi degli strati superficiali (il riferimento di temperatura è quello del sole del deserto dell’Arizona). Infine il casco viene esposto all’azione dell’acqua a temperatura ambiente. Gli standard USA e australiani (CPSC e AU/NZ) prevedono che dopo il caldo e il freddo, il casco vada immerso in acqua.

A questo punto si procede al test di caduta libera che porta a un impatto a velocità di 6,5 metri al secondo (23,4 chilometri orari). Il laboratorio è pieno di caschi da testare altri già… provati. Laddove si intravedano microfratture nella calotta interna, si ha la conferma che il casco ha retto l’impatto e ha ceduto, salvaguardando la vita del ciclista.

«Per questo – riprende Cesare Della Marianna – dopo l’impatto violento il casco va cambiato, anche se non si vedono segni. Se ha assorbito un urto violento, da qualche parte ha ceduto. Altrimenti significa che il colpo è arrivato diretto alla testa del ciclista».

Ogni mese dalla UAE arriva a MET una scatola di caschi caduti, utili per analisi e osservazioni approfondite
Ogni mese dalla UAE arriva a MET una scatola di caschi caduti, utili per analisi e osservazioni approfondite

I caschi della UAE

Per lo stesso motivo, MET ritira tutti i caschi di ritorno dai due team UAE Emirates (ne arriva una scatola ogni mese), per verificare e studiarli dopo eventuali cadute.

L’impatto della testa sull’incudine provoca ogni volta un brivido. Il rumore è secco, fa pensare parecchio. Qui si lavora per salvare vite, comprendiamo lo scrupolo di ogni passaggio: che si tratti di Tadej Pogacar o di un bambino sul seggiolino della bici di sua madre.

Intanto Thomas, zitto, zitto, lavora all’operazione rosa

17.01.2024
4 min
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Sarebbe fuorviante ridurre l’inverno di Geraint Thomas a quella sua frase ad effetto detta in autunno. «In questo periodo sono ubriaco 12 sere su 14». L’inglese è molto più sostanzioso. E quella frase è solo un titolo sensazionalistico. Nascondeva ben altri contenuti.

Thomas diceva che non si riconosce in molti giovani che vivono il ciclismo 12 mesi l’anno, 24 ore su 24. Che non staccano mai. Lui, per sua stessa ammissione, non ci riuscirebbe e di quello stacco, anche mentale, ha assolutamente bisogno. «Adesso per esempio devo rimettermi sotto – aveva dichiarato a GCN – devo passare da 75 a 68 chili. E’ la parte più difficile della stagione». Ma è così facendo che è arrivato competitivo a 37 anni e ha chiuso il Giro d’Italia al secondo posto e indossato la maglia rosa.

Al Black Theatre di Monmouth, cittadina inglese poco a Nord-Est di Cardiff, Thomas ha parlato di ciclismo e del suo libro, “Great Ride. According to G”
Al Black Theatre di Monmouth, città gallese, Thomas ha parlato di ciclismo e del suo libro, “Great Ride. According to G”

In rotta sul Giro

Di quello stacco, il “Signor G” aveva bisogno per continuare a perseguire i suoi obiettivi. E nel 2024 il grande focus del campione della Ineos-Grenadiers sarà con ogni probabilità ancora il Giro d’Italia.

«Sarebbe bello – ha detto Thomas in tempi non sospetti – tornare al Giro il prossimo maggio. Il Giro d’Italia è un grande classico del ciclismo. Sarà molto dura dopo quest’anno, ma potrebbe essere anche molto attraente. Guardo il percorso e vedo che sono state previste due lunghe cronometro. C’è anche una tappa su strade sterrate e una terza settimana molto dura. Partecipare al Giro è certamente un’opzione».

E poi ha aggiunto: «Anche il Tour però è piuttosto bello e manco da un po’».

E allora procediamo per esclusione. In Francia la Ineos-Grenadiers andrà con Pidcock e, sembra, anche Bernal. Il colombiano ha detto di volerci essere, mentre per il giovane folletto inglese è stata la squadra a dirlo chiaramente. Assieme a loro ci sarà, e questo è sicuro, anche Carlos Rodriguez. Lo spagnolo ha detto che farà all-in sul Tour, per migliorare il suo quinto posto 2023. 

A Thomas resta dunque il Giro, da capitano ovviamente. E a quanto pare non gli dispiace affatto. Così come non dispiace al pubblico italiano, che lo ha molto apprezzato lo scorso anno vedendolo lottare sulle strade di casa. Alla fine dopo cinque partecipazioni, Thomas sembra aver trovato il feeling con la corsa rosa e le sue strade.

Tanto tifo per lui. Gli auguri di compleanno a bordo strada che lo hanno colpito. Una squadra forte. Avevano creato delle sinergie che Thomas vuol rivivere.

Thomas è stato due volte campione olimpico nell’inseguimento a squadre, Pechino 2008 (in foto tra gli altri con Wiggins) e Londra 2012
Thomas è stato due volte campione olimpico nell’inseguimento a squadre, Pechino 2008 (in foto tra gli altri con Wiggins) e Londra 2012

Tra Roma e Parigi

E forse quest’anno l’occasione potrebbe essere ancora più ghiotta per Geraint. Due crono e nessuna salita monster, stile Lussari o i chilometri finali delle Tre Cime di Lavaredo, guarda caso proprio i chilometri che lo hanno respinto. Un Thomas in forma come quello dello scorso maggio a crono potrebbe dare filo torcere persino a Pogacar. Poi è chiaro, nel giorno del Grappa alla vigilia della tappa finale di Roma compirà 38 anni. E questi peseranno. O almeno potrebbero pesare.

C’è anche l’ipotesi del doppio impegno, Giro e Tour. In Italia da capitano, in Francia da gregario, con l’occhio alle Olimpiadi. Olimpiadi che hanno catturato l’attenzione di Thomas, il quale però è consapevole che il percorso di Parigi non gli è super favorevole. Ma c’è pur sempre la cronometro.

«Sarebbe un grande obiettivo – ha detto Thomas – questo è sicuro. Sono andato ai Giochi già quattro volte e una quinta partecipazione sarebbe davvero fantastica, un record. Una medaglia? Perché no? Alla fine per esserci dovrei comunque avere un’ottima condizione».

Thomas (classe 1986) durante la preparazione invernale (foto Twitter)
Thomas (classe 1986) durante la preparazione invernale (foto Twitter)

Inverno dinamico

Una cosa è certa, Thomas non sta fermo un attimo. Tra Inghilterra, casa sua, California dov’è andato a trovare l’amico e compagno Cameron Wurf, i camp in Spagna, la casa di Monaco… si è sempre allenato. Questo non è l’atteggiamento di chi è appagato.

Anche per questo Geraint ha prolungato il contratto con la Ineos-Grenadiers per due stagioni. E’ consapevole che in questo ciclismo ogni cosa può cambiare da un momento all’altro e confrontarsi con la nuova generazione non è facile. Ma con il talento e la capacità di focalizzarsi su un obiettivo si possono ancora fare grandi cose. E lui non è nuovo a certi approcci.

A Parigi per assurdo il suo compagno nella crono potrebbe essere Joshua Tarling. L’astro nascente di Sua Maestà ha praticamente la metà degli anni di Thomas. Potrebbe essere suo figlio. E’ un’ipotesi okay, ma nemmeno così remota.

Thomas vorrebbe partecipare al Tour, consapevole che l’anno prossimo potrebbe essere troppo tardi. Ma ha dichiarato anche che vorrebbe finire la sua carriera correndo le classiche nel 2025. E le vorrebbe fare bene. Ma il 2025 è lontano, noi intanto lo aspettiamo al Giro.

Un incontro per caso e Caruso torna bambino

16.01.2024
5 min
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Una foto per caso, come per caso è stato l’incontro da cui è nata. Caruso al pranzo del Cycling Team Nial Nizzoli Almo, la squadra di Salvatore D’Aquila e Auro Nizzoli di cui vi abbiamo già raccontato. I social raccontano, ma non approfondiscono. Si svolge a Ragusa, si potrebbe pensare che sia tutto organizzato, invece no.

Damiano racconta dal ritiro di Denia, che ha raggiunto domenica dopo aver partecipato a Dubai a un evento con altri quattro compagni di squadra. Tre giorni nel deserto per Al Salam Championship e poi il ritorno in Europa per cominciare la stagione. Il ricordo va al 5 gennaio, mentre pedalava sulla salita di Chiaramonte Gulfi, 18 chilometri fuori Ragusa.

«Il giorno prima di quella foto – dice – mi stavo allenando. Stavo facendo la mia solita salita, quella che faccio sempre, perché di base vicino casa ne ho due. E mentre salivo, ho cominciato a vedere dei ragazzi che scendevano. Vedo il primo, vedo il secondo, vedo il terzo e mi sono detto: strana questa cosa. Erano tutti ragazzi giovani. Poi a un certo punto ho visto la maglia e mi sono chiesto chi fossero, finché ho notato l’ammiraglia».

Damiano Caruso è professionista dal 2009. Da junior lasciò la Sicilia e si trasferì in Toscana (foto Charli Lopez)
Damiano Caruso è professionista dal 2009. Da junior lasciò la Sicilia e si trasferì in Toscana (foto Charli Lopez)

Facce note

L’incontro è casuale, ma risveglia qualcosa nella memoria. Caruso si rivede alla loro età e lo sgambettare di quei ragazzi lo riporta a quando la bici era ancora un gioco, ma presto si sarebbe trasformata in una scelta di vita. Lasciare casa per diventare grande, ma nel suo caso facendovi ritorno ogni volta.

«Mi sono fermato un attimo a parlare con loro – sorride – c’era Salvatore D’Aquila e c’era Giorgio Scribano, il direttore sportivo che conosco perché è anche un collega di mio papà. E dopo averci parlato un po’, gli ho detto: “Ragazzi, mi ha fatto veramente piacere vedere che c’è una squadra come una volta”. Vederli infatti mi ha ricordato quando ero giovane e su quelle strade davo le prime pedalate. Mi ha fatto davvero piacere, così quando mi hanno chiesto se fossi libero il giorno dopo per stare con loro a pranzo, mi sono liberato. Ho trovato fosse giusto partecipare. Mi è sembrato davvero straordinario vedere una squadra dalle mie parti, non mi capitava da tanto».

La squadra siculo/emiliana si è ritrovata all’hotel Villa Orchidea di Comiso (foto Team Nizzoli Almo)
La squadra siculo/emiliana si è ritrovata all’hotel Villa Orchidea di Comiso (foto Team Nizzoli Almo)

L’effetto sorpresa

Guarda, c’è Caruso! Immaginate l’effetto sorpresa di veder entrare la bandiera ciclistica della Sicilia nella sala in cui si erano riuniti corridori e famiglie per brindare al nuovo anno e dare il via alla stagione. Nessuno se lo aspettava, è stato davvero tutto per caso: quello è Caruso, lui ce l’ha fatta.

«Mi ricordo le facce dei ragazzetti quando sono entrato – sorride – ma anche quelle dello staff e tutti gli altri. Non avrebbero mai pensato che ci andassi, invece ho accettato e questo gli ha fatto molto piacere. Ma se devo dirvi la verità, ha fatto ancora più piacere a me. Poi gli ho fatto i complimenti, perché non è cosa semplice avere il coraggio di allestire una squadra nel punto più a sud d’Italia. E gli ho fatto i complimenti soprattutto perché questo denota la passione che hanno per questo sport e questo mi è piaciuto molto».

Poche parole prima dell’allenamento. Si riconoscono Nizzoli e Scribano (foto Team Nial Nizzoli Almo)
Poche parole prima dell’allenamento. Si riconoscono Nizzoli e Scribano (foto Team Nial Nizzoli Almo)

Tra svago e rinunce

Il campione ispira. Non c’eravamo, ma immaginiamo gli sguardi dei ragazzi che lo osservavano, come è capitato a chiunque, animato dalla stessa passione, si sia ritrovato nella stessa stanza con un grande campione.

«Non sono riuscito a parlare con tanti – ricorda Caruso – ma quando mi hanno dato la parola, prima gli ho fatto i complimenti. E’ risaputo che il ciclismo sia uno sport di sacrificio e di dedizione e farlo a quell’età, al giorno d’oggi, è ancora più difficile. E’ uno sport che ti porta a fare tante rinunce e i ragazzi sono sempre meno propensi a farne. Quindi gli ho consigliato di coltivare la loro passione e di metterci il massimo impegno. Ma gli ho anche detto che alla loro età sarebbe sbagliato tralasciare il divertimento con gli amici.

«Mi sono raccomandato che il ciclismo non lo facciano diventare troppo presto un’ossessione o un lavoro. Devono riuscire a trovare il giusto bilanciamento tra le due cose. Stavo lì in mezzo e mi rivedevo. Forse li avrò motivati, ma sono stati loro che hanno dato nuova motivazione a me. Mi hanno permesso di rivedere il mio percorso: è stato veramente bello, quasi emozionante».

Non poteva mancare la foto davanti alla casa di Montalbano a Puntasecca (foto Team Nial Nizzoli Almo)
Non poteva mancare la foto davanti alla casa di Montalbano a Puntasecca (foto Team Nial Nizzoli Almo)

Corridori con la valigia

Dovranno partire anche loro, lasciare casa e cercare fortuna al Nord? Un siciliano lo sa che prima o poi dovrà partire, è la storia di milioni di persone: in quasi ogni casa si raccontano i viaggi di generazioni lontane. E poi ormai partono anche i ragazzini del Nord, con la valigia piena di sogni verso le squadre d’Europa. Forse oggi è più facile spiccare il volo, oppure no?

«Non è mai stato facile partire – riflette Caruso – io non lo so se adesso sia più facile o più difficile. Come base devi essere dotato delle qualità che ti vengono date da madre natura. Poi serve una buona propensione al sacrificio, perché non è semplice per nessuno essere costretto a emigrare a 16-17 anni per inseguire il proprio sogno. Non è una cosa banale e quindi in un certo senso ti forza a crescere un po’ prima. Oggi il distacco da casa avviene in età sempre più avanzata, essere ciclista ti fa svegliare prima rispetto alla media. E poi, guardando il livello medio che c’è anche nel ciclismo giovanile, credo forse oggi sia ancora più difficile che in passato».

Dice che non si vede da grande a impiantare una scuola di ciclismo col suo nome, ma che si lascerebbe coinvolgere in un progetto serio e ben strutturato. E poi, fatte due chiacchiere sulla stagione che incombe, è il momento di lasciarlo andare. Domenica il ritiro sarà concluso, quindi andrà in Slovenia a fare un test in velodromo sulla posizione della crono, infine tornerà a casa. Un paio di settimane e si comincerà a correre alla Vuelta Andalucia. E poi sarà tutto una lunga ma rapidissima rincorsa fino al Giro d’Italia.

Berti dopo 7 anni chiude il capitolo Work e riparte dalla Vangi

16.01.2024
5 min
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Sette anni non si racchiudono in un momento o in un ricordo, ma sono una carrellata di emozioni che colpiscono e lasciano un segno. Matteo Berti, diesse toscano, che fino al 31 dicembre ha lavorato in Work Service Speedy Bike, ha chiuso il suo cerchio ed ora è pronto a ripartire. La nuova avventura ha il nome del team Vangi Pirata, è più vicina a casa, e gli permette di rifiatare un attimo. 

«Dopo sette anni – racconta Berti – era arrivato il momento di cambiare. Sono toscano e Padova non è esattamente dietro l’angolo. Non è facile gestire le dinamiche di un gruppo juniores quando si abita così lontano dalla sede operativa. I ragazzi hanno bisogno di essere seguiti e nel corso del tempo il continuo viaggiare era diventato dispendioso. Ho una famiglia e due bimbi, il trasferimento al team Vangi Pirata è arrivato anche per loro, per restare più vicino».

Berti (con gli occhiali da sole) e Camerin (a sinistra) con i ragazzi dopo la vittoria ai campionati italiani cronosquadre
Berti (con gli occhiali da sole) e Camerin (a sinistra) con i ragazzi dopo la vittoria ai campionati italiani cronosquadre

Nuovo capitolo

Nella vita di Matteo Berti, quindi, si apre un nuovo capitolo. Stimoli diversi che lo hanno spinto a cambiare, ma non per ragioni materiali, piuttosto per una scelta di pancia, come l’ha definita lui stesso. 

«Il team – spiega il diesse – ha affiliazione toscana, in 40 minuti di macchina arrivo alla sede della società. Ne ho parlato con Fabrizio Vangi e il suo progetto è quello di creare un vivaio che comprenda anche la categoria allievi. La voglia è quella di creare un progetto ambizioso in regione (Toscana, ndr). La sua idea mi ha stimolato molto, sia per il progetto legato ai giovani sia per creare qualcosa di significativo nella mia terra».

Un viaggio lungo, fatto di tanti momenti che rimangono impressi nella memoria
Un viaggio lungo, fatto di tanti momenti che rimangono impressi nella memoria
Un lavoro che vede un “passo indietro” lavorerai anche con gli allievi…

Mi sono accorto in Work che per lavorare con gli juniores è necessario pensare anche al “sotto” ovvero agli allievi. Con Massimo (Levorato, ndr) abbiamo spesso investito sulla categoria, ma qui alla Vangi avrò modo di lavorarci direttamente. Se si ha modo di avere un filo diretto è meglio, altrimenti ti ritrovi ogni anno a costruire praticamente da zero. 

Che lavoro farete?

Abbiamo strutturato un percorso con due gruppi allievi con i quali useremo i nostri metodi. L’idea, come detto, è di fare una piccola accademia e si inizia a lavorare in maniera migliore, più strutturata. Pensare ad un percorso di quattro anni è interessante. Fabrizio (Vangi, ndr) aveva questa visione e ha investito per farla partire e questo mi ha incuriosito parecchio. Il suo entusiasmo e la sua passione per il ciclismo mi hanno coinvolto. 

Ora però Berti (con la felpa rossa a destra) è diventato diesse del team Vangi Pirata: una nuova avventura
Ora però Berti (con la felpa rossa a destra) è diventato diesse del team Vangi Pirata: una nuova avventura
Lavori da tanti anni nella categoria juniores, sentivi questo passo necessario?

Il ciclismo juniores è cambiato tanto, è arrivato a sostituire la categoria under 23. Bisogna cambiare mentalità agli allievi, per non avere il gap che c’è ora. Serve un cambio di mentalità, questo non vuol dire strapazzarli, ma insegnare loro un metodo di lavoro. Vi faccio un esempio…

Dicci.

Molti allievi non sono abituati al concetto di allenamento: alcuni lavorano troppo e altri troppo poco. Alla categoria juniores bisogna arrivare pronti, questo non vuol dire farli pedalare per 150 chilometri.

E cosa vuol dire?

Se guardate il profilo Instagram di Albert Withen Philipsen (campione del mondo juniores strada e mtb, ndr) ci sono foto dove fa squat con carichi da 100 chili. I nostri ragazzi non devono per forza fare carichi così elevati, ma mi sono trovato più volte juniores che non erano in grado di fare degli squat. Serve insegnare la tecnica, dare un metodo di lavoro. E questo lo si fa fin dagli allievi ora. 

Alla Vangi ti ha seguito anche Fabio Camerin, preparatore in Work con te.

Mi sono portato dietro gran parte dello staff che lavorava con me in Work. Sono tutte persone toscane che avevo coinvolto io nel progetto. Camerin ha studiato e si è specializzato, vuole fare il preparatore e lavora con me dal 2019. Ho pensato subito di portarlo con me in questa nuova avventura. Con lui mi sono sempre trovato bene e questo progetto stimola anche lui.

Matteo Berti insieme a Edoardo Cipollini uno dei suoi ragazzi che nel 2024 è passato U23 con la Colpack Ballan
Matteo Berti insieme a Edoardo Cipollini uno dei suoi ragazzi che nel 2024 è passato U23 con la Colpack Ballan
Come sono rimasti i rapporti in Work Service?

Ottimi. Sono stati sette anni davvero intensi. Fare il diesse con loro per così tanto tempo è motivo di orgoglio per me. L’ho detto anche ai ragazzi alla mia ultima gara: “questa maglia va onorata”. L’ho detto perché ci credo fermamente.  Riconsegnare l’ammiraglia è stata un’emozione…

Racconta…

Mi sono quasi commosso. La società per me era diventata una famiglia, un organismo che agisce con le stesse dinamiche. I cambiamenti li accetti, fanno parte della vita. Alla Work sarò sempre grato, ma ora è iniziata una nuova avventura e serve guardare avanti.

Casa Ineos, il casco non è più un marginal gain

16.01.2024
5 min
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Il casco da bici non fa più parte della categoria marginal gains, ma è uno strumento alla base del pacchetto performance dell’atleta. Fa parte di un puzzle in cui vanno inclusi tutta la bici, l’abbigliamento, la posizione in sella e in cui la variabile più grande resta il corridore. Nell’economia della performance complessiva quanto conta l’efficienza di un casco?

Lo spunto tecnico nasce dalla curiosità legata al nuovo Kask, non ancora ufficiale e già vittorioso in Australia con Narvaez. Approfondiamo l’argomento con Luca Oggiano, amministratore delegato di NablaFlow, genio della ricerca aerodinamica, uomo chiave per il Team Ineos-Grenadiers nell’ambito della ricerca e della performance.

Narvaez vittorioso in Australia con il nuovo casco
Narvaez vittorioso in Australia con il nuovo casco
E’ corretto il suffisso aerodinamico riferito ad un casco da bici?

Non esiste una risposta corretta. Forse usare il termine aerodinamico è eccessivo. E’ altrettanto vero che la ricerca, la tecnologia (e in questo sono da includere gli studi dell’aerodinamica applicata al ciclismo) portano ad usare termini che non appartenevano a questo sport anni addietro. I caschi di oggi non hanno nulla a che vedere con quelli di un’epoca passata. Si lavora sulla riduzione dell’impatto frontale e sul peso che ha l’aerodinamica sull’efficienza. Sopra tutto c’è il caposaldo della sicurezza.

Filippo Ganna e Luca Oggiano (foto Luca Oggiano)
Filippo Ganna e Luca Oggiano (foto Luca Oggiano)
La linea di studio per lo sviluppo di un casco da bici è una oppure ci sono diversi indirizzi?

Dipende sempre da cosa si vuole ottenere dal prodotto e le linee guida vengono dettate dalle aziende. Uno dei segreti è quello di far collimare al meglio i diversi fattori e le tante variabili. A noi vengono chiesti i dati ed i numeri, dalle aziende, dai team e anche dagli staff delle nazionali. Anche le nuove generazioni di corridori sono preparati e cuoriosi, vogliono sapere che cosa indossano.

Una simulazione dell’impatto dello spazio su bici e ciclista (grafico NablaFlow)
Filippo Ganna e Luca Oggiano (foto Luca Oggiano)
Atleta, bici ed equipaggiamenti in generale, quanto conta il casco nel pacchetto totale?

Dipende dalla disciplina. In una cronometro tantissimo, in una prova su strada influisce meno, mediamente il 3/5%, perché in questo secondo caso l’atleta è più esposto all’impatto frontale. Un casco può arrivare ad influire complessivamente fino al 10%. Tantissimo, se contiamo che oggi si vincono le gare con una margine scarso di qualche watt.

Si parla sempre di guadagni di watt, ma la sensazione è quella che man mano la ricerca va ad esplorare nuovi modi per esprimere il potenziale. E’ così?

E’ difficile immaginare quanta ricerca c’è dietro ad un semplice casco, dico semplice proprio perché è complicato pensare a tutte le simulazioni e interazioni. Centinaia, migliaia. Anni addietro i guadagni della performance erano facili, perché il plateau tecnologico non esisteva. Oggi è più complicato. Il livello dei prodotti è davvero elevato e quel plateau tecnologico che ho menzionato si è evoluto. E alla portata di molti, ma dipende anche dagli investimenti. I costi sono elevati e anche questo fattore ha un peso da non sottovalutare. Siamo molti vicini, con le dovute proporzioni, alla F1.

Anche per Ganna orecchie coperte nella sezione superiore (foto Cauldphoto, Cyclingimages, Ineos Grenadiers)
Anche per Ganna orecchie coperte nella sezione superiore (foto Cauldphoto, Cyclingimages, Ineos Grenadiers)
Se dovessimo pensare alla porzione più complicata da sviluppare e disegnare?

L’interno del casco. I parametri da considerare sono tanti, ad esempio i capelli. Studiare la porzione interna di un casco non è semplicemente capire come far passare l’aria o come far indossare il casco. I flussi che passano all’interno del casco si riuniscono a quelli esterni. Se studiati male, mandano alle ortiche tutto il lavoro fatto anche per l’esterno.

Prendiamo come soggetto il Kask che abbiamo visto in alcune immagini. Che guadagno può portare la calottatura delle orecchie?

Partiamo dal presupposto che è un casco che nasce per le classiche, dove la velocità media di gara è elevata. Più che sulla calottature delle orecchie, c’è da considerare quanto è il peso che ha la resistenza aerodinamica di un casco, rispetto alla leggerezza.

Spiegaci meglio!

Un casco più pesante, ma con un’efficienza aerodinamica migliore, anche solo dell’1%, mostra dei vantaggi non trascurabili, risultando più efficiente rispetto ad un casco più leggero e con tante aperture. Stiamo argomentando la ricerca della performance migliore. Il nuovo Kask inoltre considera anche l’eliminazione dei cosiddetti rumori aerodinamici, un fattore percepito in modo negativo da diversi atleti.

Una soluzione che vedremo anche in futuro, magari adottata su larga scala sui caschi da strada?

Nel ciclismo come in quasi tutte le altre categorie ci sono i conservatori ed i progressisti. E’ probabile. Di sicuro noi abbiamo smosso le acque con una sorta di trasposizione del casco da crono verso la strada. Il mercato ha come sempre l’ultima parola.