Conoscete Madouas? Proviamo a scoprirlo insieme

03.02.2024
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Valentin Madouas si rifugia spesso nella mente. Il campione di Francia, 27 anni, che ha sempre corso con la Groupama-Fdj e ha il contratto fino al 2026, è un tipo interessante da ascoltare, forse perché esce dagli schemi più convenzionali. E anche se nel 2023 ha vinto “solo” due corse, non sfuggono negli anni scorsi il terzo posto al Fiandre del 2022 e il quinto nell’ultima Liegi.

«Un anno fa – ha raccontato di recente – ho iniziato l’ipnosi. Non ho bisogno di qualcuno con cui parlare, di uno psicologo. Voglio lavorare sull’inconscio, cercare nella mente cose che mi aiutino ad essere ancora più forte. Sappiamo davvero poco del cervello. Ho anche iniziato a fare l’agopuntura per recuperare. E’ un momento in cui mi prendo una pausa, in cui mi riposo per un’ora. Sto esplorando tante piccole cose che potrebbero portarmi a nuovi traguardi».

Valentin Madouas è nato a Brest il 12 luglio 1996. Pro’ dal 2018, è alto 1,79 per 71 chili
Valentin Madouas è nato a Brest il 12 luglio 1996. Pro’ dal 2018, è alto 1,79 per 71 chili

Approccio scientifico

Madouas è un ingegnere e come un ingegnere ragiona. L’istinto appartiene alla corsa, ma anche durante la gara traspare dal ragionamento la voglia di controllare il mondo intorno a sé. Questo potrebbe essere un limite, ma è anche il solo modo che per ora conosce di essere pronto a tutto, in un ciclismo di attaccanti feroci e imprevedibili. Quante variabili puoi controllare?

«Visualizzo le situazioni – spiega – lavoro molto sulla preparazione mentale. Quando vado a una corsa, immagino 10-15 scenari: come andrà, i corridori che affronterò. Cerco di farlo per quante più gare possibile, ma è molto difficile e soprattutto ci sono cose che non possiamo controllare. Questo è il modo in cui lavoro. Nel 2023 ha dato i suoi frutti, ma sono venuti anche perché nel frattempo è arrivata la maturità fisica e mentale. Ora che sono riuscito a dimostrare a me stesso certe cose, posso lavorare per farle di nuovo e più spesso ».

Podio al Fiandre: nel 2022 Madouas si piazza terzo dietro Van der Poel e Van Baarle
Podio al Fiandre: nel 2022 Madouas si piazza terzo dietro Van der POel e Van Baarle

Tricolore e Plouay

I risultati cui si riferisce sono la vittoria di Plouay, prima gara WorldTour (in apertura commosso dopo l’arrivo), e il campionato nazionale. Aveva conquistato il tricolore anche da U23 e continuava a dire che lo avrebbe colto anche da professionista, pur non sapendo quando e come.

«Sono stato costante per tutta la stagione – racconta – dalle Strade Bianche a Montreal (rispettivamente 2° e 4°, ndr). Inoltre, con il campionato francese e la Bretagne Classic, ho raggiunto due importanti obiettivi professionali. Avrei potuto vincere di più, ma le circostanze lo hanno impedito. Sapere di essere competitivo nelle classiche WorldTour mi permetterà di lottare a un livello più alto. Non vengo dal nulla, sono sempre stato presente. Sfidare certe corazzate nelle gare Monumento non sarà facile, ma il quinto posto di Kung alla Roubaix fa pensare che sia possibile. La squadra è forte, sta a me e Stefan darle la spinta, perché diventi più omogenea e abbia il coraggio di provare azioni per vincere».

E’ il 25 giugno, quando a Cassel Madouas conquista il campionato francese (foto Florent Debruyne)
E’ il 25 giugno, quando a Cassel Madouas conquista il campionato francese (foto Florent Debruyne)

La ricerca del limite

La solidità arriva con il lavoro e da quest’anno la sensazione è che tutti gli atleti della squadra francese abbiano aumentato qualità e quantità. Lo diceva Germani nel ritiro di dicembre e lo ribadisce Madouas.

«Penso di avere ancora molto da esplorare – dice – e su cui lavorare. Per me il ciclismo è uno sport in cui ti reinventi costantemente. Si fa il punto su cosa ha funzionato e poi si prova a sviluppare cose nuove per fare un passo avanti e uscire dalla routine. Non c’è niente di peggio che rinchiudersi in schemi sempre identici. Non conosco i miei limiti e ho raggiunto un’età in cui voglio conoscerli, siano essi mentali o fisici. Ho bisogno di lavorare molto, ma non avevo mai fatto un volume del genere in questo periodo dell’anno. Abbiamo aumentato tutto in modo omogeneo. Invece di tre sessioni di intensità, adesso ne faccio quattro di due minuti anziché di un minuto e mezzo. Sto lavorando di più dietro scooter e alla fine dell’anno avrò complessivamente 32-34.000 chilometri, anziché i 28 -29.000 dello scorso anno».

La vittoria di Plouay ha confermato a Madouas di avere il livello per vincere nel WorldTour
La vittoria di Plouay ha confermato a Madouas di avere il livello per vincere nel WorldTour

Vincere il Fiandre

Resta da inquadrare il suo ruolo di leader, nella squadra che ha perso Pinot e Demare ed è agitata dall’esuberanza di ragazzini come Gregoire e Martinez. E intanto, sapendo che si diventa capitani anche per i risultati, ribadisce che i sogni della sua primavera sono due: la Strade Bianche e il Fiandre, per il quale ha già pronta la tattica.

«Devo vincere – dice – ma anche unire i compagni e lo staff intorno a me e questa è la sfida più grande. Ringraziare, essere rispettosi, onesti e spontanei sono le qualità basilari. Thibaut era in grado di dire quando il lavoro era stato fatto bene oppure no e spiegava il perché. Ora che stanno arrivando i risultati penso di avere la credibilità per farlo anche io. Se poi vincessi il Fiandre…

«Ho immaginato due scenari. Il primo – ha detto a L’Equipe – è un attacco prima del Vecchio Qwaremont all’ultimo giro: lo prendo davanti, gli altri fanno il forcing, si avvicinano e poi si spengono. Io davanti gestisco il mio ritmo e mantengo 20-30 secondi al traguardo. Il secondo è che non riescono a staccarmi in salita e attacco negli ultimi 2 chilometri, quando sento che cominciano a guardarsi per lo sprint. Nessuno mi segue e vinco così. In entrambi i casi immagino Kung lì con me e ci daremo reciproca copertura. Saremo insieme nel finale e vinceremo insieme. Lui per aiutare me, io per aiutare lui».

Catena KMC, dietro c’è un mondo di dettagli e studio

03.02.2024
4 min
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Le biciclette hanno una cosa che le accomuna, a prescindere dalla categoria del prodotto: la catena. Si parla e scrive spesso di una base tecnologica che ha cambiato completamente lo sviluppo della bicicletta e in questo rientra anche la catena.

Ne abbiamo parlato con Sylvie Bakker, Marketing Manager di KMC, azienda taiwanese leader del settore, fondata nel 1977 e che oggi si fa forza anche di una sede europea con base in Olanda.

Sylvie Bakker responsabile marketing KMC
Sylvie Bakker responsabile marketing KMC
Come possiamo definire KMC oggi?

E’ un’azienda che ha concentrato tutte le sue ricerche, lo sviluppo e le risorse, sulla produzione della catena. Si parla davvero della tecnologia di questo componente.

Dove si trova la sede?

Il quartier generale è a Taiwan, dove c’è anche la produzione, ma la sede europea, aperta nel 1995, ricopre un ruolo molto importante per tutto l’occidente. Di recente abbiamo rinnovato la struttura con un building di 3.000 metri quadrati.

La sede europea di KMC in Olanda (foto Wiep-KMC)
La sede europea di KMC in Olanda (foto Wiep-KMC)
Quanti dipendenti ha KMC nella sede europea?

Per ora siamo 18. Pochi, se consideriamo la mole di lavoro, ma un grande supporto arriva dai 250 distributori che abbiamo nella sola Europa.

Un incremento delle forze in campo dovuto ad una richiesta in crescita?

Una richiesta che è aumentata in modo esponenziale anche grazie al settore e-bike. Per quest’ultima categoria di prodotti abbiamo dedicato una fetta della produzione sviluppando anche i pignoni dedicati.

Quella olandese una sede logistica fondamentale per il mercato occidentale (foto KMC)
Quella olandese una sede logistica fondamentale per il mercato occidentale (foto KMC)
Quante catene vengono prodotte?

Il numero varia in base alla categoria. Posso dire che nel 2023 abbiamo prodotto oltre 10.000 chilometri di catena.

Si potrebbe pensare ad un numero anche maggiore di questo!

In realtà è una cifra molto alta, se consideriamo che la nostra catena si adatta alle trasmissioni di aziende diverse, ad eccezione fatta di Sram con le 12 velocità. Ma stiamo lavorando anche su questo.

La monocorona, sempre più diffusa in tutte le discipline
La monocorona, sempre più diffusa in tutte le discipline
E invece per quanto riguarda le trasmissioni con la monocorona?

Esistono già da tempo, ma solo in un periodo recente sono sbarcate e sdoganate nel mondo strada. Cambiano alcune fasi di studio del prodotto, per necessità tecniche diverse. Un esempio è l’aumento degli stress laterali che una catena subisce con la corona singola.

Quale è la parte più complicata da sviluppare?

Uno dei punti critici di qualsiasi catena e oggetto di studio da parte degli ingegneri è il pin di unione tra una maglia e la successiva. E’ una zona che sta cambiando anche per via dell’aumento delle trasmissioni con corona singola, ma anche per l’aumento dei diametri delle corone.

Gli studi della catena, diventano una vera e propria anatomia del prodotto
Gli studi della catena, diventano una vera e propria anatomia del prodotto
Quali caratteristiche deve avere allora la catena?

La catene di queste trasmissioni non solo devono essere flessibili, ma devono essere in grado di sostenere una curvatura maggiore senza rompersi. Quando si parla di catena si generalizza, eppure il dietro le quinte è molto complicato e laborioso. E poi c’è anche il processo di trattamento alla corrosione che adottiamo in KMC, che solo nelle fasi di test ha richiesto oltre 650 ore.

Risparmiare watt con la sola catena è possibile?

Sì è possibile, ma in questo caso entrano in gioco anche altri fattori tecnici, ovvero la manutenzione, la lubrificazione ed i trattamenti del prodotto originale. Alla base c’è sempre la qualità costruttiva della catena.

Ciclomercato, chi sale e chi scende: il borsino dei team

03.02.2024
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Se ci dovessimo attenere solo ai punti UCI, al termine del ciclomercato invernale ci sarebbero due verdetti piuttosto chiari. Uno: la Ineos Grenadiers è il team che si è più indebolito. Due, la Bora-Hansgrohe, è quello che si è più rafforzato. In questo secondo caso incide chiaramente Primoz Roglic. Lo sloveno ha spostato moltissimo l’ago della bilancia.

Ma al netto di Roglic, delle partenze di corridori come Geoghegan Hart o Pavel Sivakov, e gli acquisti di questi atleti nelle rispettive squadre di destinazione, davvero questa graduatoria corrisponde alla realtà? Davvero la Ineos è così meno forte e la Bora è cresciuta in proporzione?

Stando a questa classifica, anche l’Astana-Qazaqstan si è rinforzata molto, ma è innegabile che il divario dalla UAE Emirates, per esempio, resti altissimo.

Geoghegan Hart e Roglic (soprattutto) sono stati coloro che più hanno spostato l’ago della bilancia del borsino
Geoghegan Hart e Roglic (soprattutto) sono stati coloro che più hanno spostato l’ago della bilancia del borsino

I rendimenti contano

Questi dubbi li abbiamo posti all’attenzione di Roberto Amadio, team manager dell’ultima grande squadra italiana, la Liquigas poi divenuta Cannondale. Certi equilibri pertanto il manager delle squadre Nazionali della FCI li conosce bene. Lui si ritrovò a gestire Nibali e Basso. Sagan e Viviani. E tanti, tanti altri corridori di ottima caratura.

«Il discorso – spiega Amadio – è sempre quello. I campioni, quelli proprio grandi, fanno la differenza. La Ineos avrà anche perso più di altre squadre in termini di valore di corridori, ma resta sempre una squadra solida. Al tempo stesso la Bora si è rinforzata molto, ma già aveva un’ottima rosa. Però non bisogna dimenticare che ogni stagione è una cosa a parte e non è detto che certi equilibri vengano rispettati».

Per Amadio i campioni, possono fare la differenza ancora di più nelle classiche, al netto della squadra che hanno attorno. La squadra resta importante chiaramente, ma un filo meno rispetto ai grandi Giri.

«In queste grandi corse c’è tutt’altra strategia e quei tre, Vingegaard, Pogacar e Roglic hanno più bisogno della squadra.

«Per le classiche la squadra leader era la Soudal-Quick Step di Lefevere e forse ha perso qualcosa, specie per le prove delle pietre. Ma molto dipenderà dal recupero di un atleta che già avevano in casa, Alaphilippe. Poi immagino che Evenepoel farà la Liegi, ma mi sembra che con lui si siano spostati parecchio anche sui grandi Giri».

Un giovane Sagan con Roberto Amadio. Al suo arrivo nessuno immaginava che Peter avrebbe inciso tanto sul valore del team stesso
Un giovane Sagan con Roberto Amadio. Al suo arrivo nessuno immaginava che Peter avrebbe inciso tanto sul valore del team stesso

L’esempio di Sagan

Il borsino dei valori numeri alla mano, non per forza corrispondono ai valori reali. E l’esempio perfetto fu proprio un certo Peter Sagan alla corte di Amadio. Quando approdò alla Liquigas non aveva chissà quanti punti venendo dalle categorie giovanili. Né poteva dare certezze.

«Quando lo ingaggiammo – racconta Amadio – era impossibile immaginare ciò che avrebbe fatto. Sapevamo che era un talento, ma non così. Ma capimmo presto, già dalle prime corse in Australia, che era un fenomeno. Ebbi la conferma alla Parigi-Nizza perché lì il parterre è importante, i corridori cominciano a mettere gli obiettivi nel mirino e il livello si alza. Lui vinse subito e si rivelò protagonista».

Quindi Sagan, su carta era un ragazzino, nella realtà un conquistatore seriale di punti UCI. E sempre come ha detto Amadio ogni stagione ha la sua storia. 

«Non c’è un corridore che mi abbia colpito negativamente – prosegue Amadio – quando li ho presi tutti hanno dato il loro massimo. Se proprio dovessi dirne uno, direi Pippo Pozzato. Ma attenzione, non perché abbia fatto male, anzi con noi ha ottenuto il suo record di vittorie in una stagione, ma perché ci si aspettava che potesse conquistare un Fiandre, una Roubaix».

Tra le sorprese, invece l’ex manager ricorda Moreno Moser. Un vero talento secondo lui. Preso per farlo crescere fece subito bene.

«Noi lo avevamo preso per lavorarci su, lui invece è esploso subito: “pam , pam” e fece sue Laigueglia e Strade Bianche».

Nei passaggi da devo team a prima squadra, la Alpecin-Deceuninck ha avuto il “pesce più prezioso” con Timo Kielich: un valore creato in casa
Nei passaggi da devo team a prima squadra, la Alpecin-Deceuninck ha avuto il “pesce più prezioso” con Timo Kielich: un valore creato in casa

Il bacino delle development

«L’avevamo preso per lavorarci su, lui invece è esploso subito», questa frase di Amadio ci riporta al  discorso che il valore di un team possa essere legato anche alla sua development. Ci si costruiscono i campioni in casa. E proprio la Ineos Grenadiers è tra le squadre che negli ultimi anni si sono più attivate in tal senso.

«I progetti dei devo team – dice Amadio – c’erano già ai tempi in cui io ero un manager, ma ora c’è uno sviluppo enorme. E c’è perché si va alla ricerca dei giovanissimi a tutti i costi. Fu Lefevere con Matxin a segnare la svolta con il loro scouting approfondito. Cercavano i corridori in tutto il mondo e questo vale anche per i nostri che finiscono in quelle squadre straniere.

«Trovo logico e giusto che il regolamento consenta di portare dei giovani in prima squadra e anche viceversa. Magari un ragazzo si può portare alla Valenciana o un corridore esperto che magari non è pronto, perché deve rientrare da un infortunio, può andare alla corsa più piccola per fare la gamba. Questo è il vero cambiamento».

Dunque il valore di un team passa anche dalla sua devo e dallo scambio che può esserci fra le due squadre. Bisogna intenderla nel suo insieme. Esempi positivi ci sono, pensiamo alla Groupama-Fdj che su carta è la seconda più indebolita dell’anno, ma ha una super devo. 

Dainese: prime volate con la Tudor e un’iniezione di fiducia

02.02.2024
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Le parole di Raphael Meyer, CEO della Tudor Pro Cycling, ci hanno aperto gli occhi su un modo diverso di intendere il ciclismo. L’impostazione della squadra, l’approccio alle corse, la mentalità di crescere. Tutto questo fa parte di un processo di sviluppo chiaro e prestabilito. Ma che impatto ha il mondo Tudor sui corridori? Lo abbiamo voluto chiedere a Alberto Dainese, appena arrivato e già lanciato in quest’avventura. 

Il velocista veneto ha messo alle spalle le prime corse, così è venuto facile farci raccontare da dentro la squadra e le sue dinamiche. Forti anche della partecipazione alla prima grande corsa a tappe della Tudor: il prossimo Giro d’Italia.

La stagione di Dainese è iniziata con un secondo posto al Trofeo Ses Salines
La stagione di Dainese è iniziata con un secondo posto al Trofeo Ses Salines

Calendario serrato

«Oggi (giovedì, ndr) è il mio giorno di riposo – spiega Dainese – ho iniziato a correre a Mallorca. Poi sarò ad Almeria, Volta Algarve, Kuurne e Tirreno. Da lì farò uno stacco per arrivare pronto al Giro. Il programma era già questo nelle nostre idee, la voce che avremmo partecipato al Giro già c’era, mancava solo la cosa più importante: l’ufficialità.

«Ho messo insieme le prime gare – continua – mi sono misurato nelle volate e abbiamo preso le misure con il treno. Domenica, a Palma, abbiamo sbagliato negli ultimi 100 metri, dove ci siamo fatti chiudere alle transenne. Lì c’è stato del rammarico perché non sono riuscito a sprintare al massimo del mio potenziale. E’ arrivato un sesto posto, che non è da buttare, ma la cosa più importante era prendere le misure con i compagni».

Qualche giorno dopo è arrivato il sesto posto al Trofeo Palma
Qualche giorno dopo è arrivato il sesto posto al Trofeo Palma
Alla prima gara era arrivata una seconda posizione, non male come inizio.

Sì, alla prima corsa mi è mancata un po’ di cattiveria. Mi sono fatto superare da due corridori della Soudal e sono partito dietro. Tutto sommato è stata una buona volata, poteva andare peggio. 

Come sta andando il treno?

E’ da rodare, posso dire che stiamo costruendo le basi. Avere un treno a disposizione fa molto, le volate sono andate bene, abbiamo sbagliato gli ultimi metri. E’ un segnale positivo. 

In che senso?

Arrivare all’ultimo chilometro coperti e pronti per lanciarsi vuol dire avere un buon feeling e una buona tecnica. Ci manca il dettaglio, ma arriverà con le gare e con l’inserimento di tutti i “vagoni”. In Spagna mancavano Trentin e Krieger che saranno presenti in Algarve. Krieger è una pedina davvero importante, è stato nel treno di Philipsen alla Alpecin. Ha tanta esperienza, così come Trentin. 

Il confronto con gli uomini del treno, le prime gare servono per prendere le misure
Il confronto con gli uomini del treno, le prime gare servono per prendere le misure
E a livello di squadra che cosa hai visto nella Tudor che ti è piaciuto, al di fuori dell’aspetto tecnico.

C’è stato un salto di qualità nell’aspetto umano, sto molto bene e questa cosa è importante perché aiuta a vincere. Ci sono tante figure con la mentalità giusta, l’ambiente è sereno. Mi sono reso conto, fin dalle prime gare, che le cose vengono prese di petto: si tira, ci si mette in mostra e si prova a vincere. L’ho visto anche al Saudi, seguendo i miei compagni in televisione. Magari non arriva il risultato pieno, ma questo atteggiamento ti sprona a provarci. 

Cosa trovi di diverso rispetto a prima?

A livello tecnico nulla, tutte le squadre lavorano più o meno allo stesso modo: meeting, riunioni sul bus, cose così… Quello che mi piace è il rapporto all’interno della squadra. Posso dire la mia, anzi devo dire che sapere di essere considerato è stimolante. E’ la mentalità giusta.

Un inizio di stagione intenso per Dainese che tirerà dritto fino alla Tirreno (foto mr.pinko)
Un inizio di stagione intenso per Dainese che tirerà dritto fino alla Tirreno (foto mr.pinko)
Hai notato altre differenze?

Affronterò il Giro con una diversa preparazione più dettagliata, dettata dal fatto che sono consapevole di essere nella rosa. In DSM sono stato convocato due volte al Giro ed entrambe all’ultimo. Sapere di andare al Giro fin da subito mi ha permesso di pensare bene alla preparazione, e cambiare anche qualcosa.

Cosa?

Andrò in altura, che è un po’ una novità. Gli anni scorsi non ero sicuro di essere convocato, quindi non potevo prepararmi al 100 per cento. Penso che arriveranno dei benefici da questa nuova preparazione, cose che mi porterò dietro anche in futuro. Sarà un Giro competitivo, molto più degli ultimi due che ho corso, ma allenarmi bene mi farà sentire pronto. 

La consapevolezza di essere nella squadra del Giro dà la giusta fiducia per lavorare con serenità
La consapevolezza di essere nella squadra del Giro dà la giusta fiducia per lavorare con serenità
Quindi c’è ambizione?

Sempre, la voglia di vincere non manca. Poi ci sono anche gli altri in corsa ma per il momento mi sento molto fiducioso

Allora in bocca al lupo…

Crepi! E ci vedremo alle corse.

Lidl-Trek, con Markel Irizar nella nascita del Devo Team

02.02.2024
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E’ stato l’arrivo di Lidl accanto a Trek a cambiare le possibilità, consentendo al team di Luca Guercilena di aprire il Devo Team. Da quel giorno, racconta Markel Irizar che ne è il responsabile, anche la squadra americana è diventata appetibile per i giovani in rampa di lancio. E forse proprio l’arrivo di Albert Withen Philipsen, il talento più limpido e polivalente del momento, ha segnato la svolta rispetto allo strapotere di altri gruppi.

Irizar ha 43 anni, è stato professionista dal 2004 al 2019 e gli ultimi sei anni li ha fatti proprio nel gruppo Trek. Quando ha smesso è diventato subito uno degli osservatori del settore giovanile. Ci sono le sue foto in ogni grande evento, accanto a tutti i talenti migliori poi approdati nel team americano. Così, al momento di lanciare il Devo Team, la scelta è stata naturale.

E’ davvero così necessario avere un team di sviluppo?

E’ il solo modo per prendere gli juniores migliori, che altrimenti preferivano altre realtà. Prima avevamo delle squadre in vari Paesi europei in cui potevamo farli correre, ma non era la stessa cosa. Il mondo è cambiato. Gli juniores vanno dritti nel WorldTour, per questo abbiamo iniziato il nuovo corso.

In che modo avete strutturato l’attività? 

Abbiamo 85 giorni di corsa: 40 li faranno con noi, gli altri con le rispettive nazionali e con la squadra WorldTour. Essendo una Devo, il Tour de l’Avenir, il mondiale e gli europei sono passaggi molto importanti, per cui i programmi dei singoli sono stati stilati in accordo con le federazioni. Ma anche quando sono in trasferta con loro, il nostro appoggio non manca.

In che forma?

Seguirò il Tour de l’Avenir, portando anche un meccanico e il materiale che serve. L’idea è di dare supporto ai nostri atleti. Non tutte le nazionali hanno alle spalle strutture top e non è giusto che il rendimento del singolo sia penalizzato da differenze tecniche.

Jacob Soderqvist, danese di 20 anni, nel 2023 ha vinto il Flanders Tomorrow Tour (@steelcitymedia)
Jacob Soderqvist, danese di 20 anni, nel 2023 ha vinto il Flanders Tomorrow Tour (@steelcitymedia)
Avete già cominciato, giusto?

Sì, con Valencia Castellon e Mallorca. Poi faremo Haut Var, il Giro d’Austria e quello della Repubblica Ceka. Non siamo una squadra di dilettanti, ma una via di mezzo rispetto a una WorldTour. Per ora siamo focalizzati sul gruppo dei velocisti, puntando a classiche e gare pianeggianti. Il programma di primavera ha il piatto forte nella Roubaix. In ogni caso, l’80 per cento del calendario è composto da corse a tappe. Facciamo un controllo attento delle ore di allenamento, soprattutto con i più giovani. E il lavoro nelle corse a tappe fa crescere il motore più di tutto il resto. E soprattutto sono un vantaggio anche a livello logistico.

In che senso?

Abbiamo il magazzino a Gand e per fare una corsa di un giorno in Italia, ad esempio, si tratta di fare 1.000 chilometri e per lo staff diventa molto impegnativo. Se invece ci muoviamo per più giorni, le cose hanno più senso e si ottimizzano anche i costi.

Philipsen, prossimo arrivo, lo scorso anno ha vinto mondiale ed europeo juniores di MTB, mondiale su strada ed europeo della crono
Philipsen, prossimo arrivo, lo scorso anno ha vinto mondiale ed europeo juniores di MTB, mondiale su strada ed europeo della crono
E’ cambiata la disposizione di manager e corridori verso di voi da quando c’è il Devo Team?

E’ cambiata per due aspetti. Il primo è che adesso possiamo garantire un programma specifico. Il secondo è che di colpo sono loro a cercarci. Lo stile e il modo di lavorare di Luca Guercilena apre tante porte. Il contatto con i manager è diventato più facile grazie all’ottima reputazione di questa squadra.

L’arrivo di Philipsen si può leggere alla luce di questo cambiamento?

Philipsen anche per il prossimo anno avrà la licenza da specialista. Il punto di snodo è stato il suo buon rapporto con Mads Pedersen (anche lui danese e alla Lidl-Trek, ndr). In più mettiamoci che Philipsen fa cross e mountain bike e avere uno sponsor tecnico che fa bici per entrambe le specialità ha inciso parecchio. Sarà ai mondiali di Tabor e sa che ci saremo anche noi. Questo diventa attrattivo per chi fa più discipline.

Come cambia il tuo ruolo: continuerai a fare lo scout o rallenterai un po’?

Continuo a seguire tutto. Farò qualche gara in ammiraglia con la WorldTour, coordino il Devo Team, ma per la maggior parte del tempo farò lo scout, soprattutto nelle gare juniores, perché il processo di sviluppo si è accelerato tantissimo.

Mondiali crono U23 2021 di Bruges, Baroncini con Irizar e De Kort prima di passare nell’allora Trek-Segafredo
Mondiali crono U23 2021 di Bruges, Baroncini con Irizar e De Kort prima di passare nell’allora Trek-Segafredo
Avete fatto gli stessi ritiri della WorldTour?

Ci siamo visti a novembre per bike fit e per l’abbigliamento. A dicembre e gennaio, tutti insieme fra Calpe e Denia: tutte le squadre Lidl-Trek hanno lo stesso setup al 100 per cento. Per febbraio ci troveremo in un appartamento a Girona e faremo due piccoli ritiri. Stessa cosa prima dell’Avenir, quando li porteremo ad Andorra con i pro’ che preparano la Vuelta.

Nei giorni scorsi si parlava della crescita come conseguenza degli allenamenti con la WorldTour: accade anche da voi?

Crescono tantissimo nel confronto. Soprattutto quando ci alleniamo tipo gara e ne escono con tanta fiducia in più. Un giorno in ritiro, Mads Pedersen ha voluto radunarli e parlarci. Non so cosa abbia detto, ma alla fine del ritiro li abbiamo trovati cresciuti nelle performance e nella consapevolezza.

Lo scopo è crescere o andare forte subito?

E’ più importante che crescano per approdare nel WorldTour, ma per arrivarci devi andare forte. Abbiamo un approccio semplice, vogliamo aiutarli perché crescano globalmente. Lidl, Trek e Santini sono tre aziende familiari. E siccome siamo anche noi ambassador delle aziende che ci sostengono, vogliamo portare la loro filosofia anche nel Devo Team. In più avere un manager speciale come Luca Guercilena rende tutto più facile.

Matteo Milan, fratello di Jonathan, è arrivato alla Lidl-Trek quest’anno dopo aver corso al CTFriuli (foto LidlTrek)
Matteo Milan, fratello di Jonathan, è arrivato alla Lidl-Trek quest’anno dopo aver corso al CTFriuli (foto LidlTrek)
Ultima domanda: cosa ti pare finora di Matteo Milan?

E’ più forte di quello che la gente pensi. Dai test che abbiamo fatto, ha un motore impressionante, ma può e deve crescere ancora. Il passaggio a una squadra internazionale lo ha aiutato in questa direzione. Ovvio che la presenza di suo fratello lo abbia aiutato ad arrivare, però Matteo ha valori molto buoni. Nel 2023 non ha avuto un anno facile, ma si sta ritrovando. Ripeto: farà più di quello che la gente pensa di lui.

Pidcock salta i mondiali cross: scelta giusta o sbagliata?

02.02.2024
4 min
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Tom Pidcock si è chiamato fuori. Al via del mondiale di ciclocross di domenica a Tabor, il campione britannico non ci sarà. La sua motivazione?

«Il fatto di non correre il mondiale di cx – ci ha detto due settimane fa a Benidorm – fa una differenza enorme rispetto alla stagione su strada. Se si corre nel primo fine settimana di febbraio, allora porti via qualcosa dalla stagione su strada».

Un affermazione decisa, che fa riflettere su molti punti di vista. Davvero due settimane possono compromettere un avvio stagionale? Lo abbiamo abbiamo chiesto a Michele Bartoli che di classiche ne ha vinte e sa quanto sia importante questo periodo.

Preparare una stagione su strada, con il ciclocross che avanza fino a febbraio è delicato?

E’ chiaro che se gli atleti hanno in programma di partire forte, assolutamente sì. E’ anche vero che non è una cosa per tutti. Solo dei “motori” importanti come Van der Poel, Van Aert o Pidcock possono pensare di farlo. Però ci sono dinamiche fisiche da valutare in ogni momento e questo può cambiare i programmi.

Nel 2022, PIdcock ha vinto il mondiale cross a Fayetteville: poi due forfait nel 2023 e 2024
Nel 2022, PIdcock ha vinto il mondiale cross a Fayetteville: poi due forfait nel 2023 e 2024
Nello specifico a cosa bisogna stare attenti? Bisogna limitare i fuorigiri anche negli allenamenti?

Il ciclocross è una specialità anaerobica. Si racchiude in un’ora di fuori soglia. Quindi è chiaro che anche durante l’allenamento settimanale si deve bilanciare ogni cosa, concentrandosi maggiormente sui lavori di qualità. Sono anche convinto che la loro preparazione settimanale punti molto anche sulla strada perché è quello che devono fare tutto l’anno.

Portare avanti due settimane di troppo una preparazione specifica per il ciclocross può veramente compromettere l’avvio stagionale su strada?

Secondo me no. Però è chiaro che ognuno ha la propria visione e il proprio approccio alle gare su strada. Non c’è una cosa buona o una cosa cattiva, c’è semplicemente un modo di fare dettato da abitudini e sensazioni

Abbiamo visto Van der Poel correre molto e dominare nel ciclocross…

Il suo obiettivo finale è il mondiale. Allungare due settimane la preparazione, personalmente non la vedo come una cosa negativa. A meno che magari un profilo come Pidcock non abbia iniziato a sentire un po’ di fatica. In quelle situazioni appena avverti un po’ di affaticamento il pensiero va subito alla strada. E allora è bene stoppare subito. Si sacrifica il campionato del mondo, ma si recupera per la strada.

L’ultima prova di ciclocross a Benidorm chiusa da Pidcock al nono posto
L’ultima prova di ciclocross a Benidorm chiusa da Pidcock al nono posto
Pensi che i tecnici Ineos stiano cercando il pelo nell’uovo per portare Tom il più pronto possibile alle classiche?

Oggi si vive di questi dettagli.

Per quanto riguarda l’aspetto mentale, secondo te per un atleta del suo livello dare forfait a un appuntamento importante può danneggiarlo?

Atleti di questo livello se fanno una scelta così importante è perché hanno un obiettivo più grande nella loro testa. Quindi non lo accusa minimamente a livello mentale. Se lui ha preso questa decisione per fare le classiche al meglio, a mio parere non gli peserà affatto. Per esperienza mia personale, quando decidevo di non fare una corsa seppur importante per farne un’altra, non è che ci rimuginassi sopra. Anche per lui sarà così, non gli porterà uno strascico particolare.

Vedere Van der Poel così forte può avere inciso sulla sua decisione? Può essere una valutazione obiettiva della propria condizione? 

Si va sempre per vincere. Se avesse fatto il mondiale sarebbe comunque partito con l’idea di vincere, questo per forza. Però è chiaro che se ci vai, è bene che tu sia convinto al 100%, se no è meglio stare a casa. I campioni…le comparse ai grandi eventi non le fanno. 

Nel 2023 Pidcock è partito subito forte aggiudicandosi la Strade Bianche il 4 marzo
Nel 2023 Pidcock è partito subito forte aggiudicandosi la Strade Bianche il 4 marzo
Sulla base della tua esperienza, la preparazione delle classiche è qualcosa di delicato dove anche due settimane possono fare la differenza?

Queste corse si preparano a livello di importanza come si prepara un Grande Giro. C’è una periodizzazione di squadra che detta i tempi. E’ anche vero che ognuno si conosce e sa cosa è meglio per lui.

Se Pidcock avesse continuato e avesse fatto il mondiale arrivando giù dal podio, la sua preparazione sarebbe stata compromessa per tutta la stagione?

Assolutamente sì. In quel caso, allora sì che la psiche potrebbe avere una parte importante. Sai che se affronti obiettivi importanti e prendi delle batoste: questo può incidere sulle sue sicurezze interiori. Potrebbe quindi influenzare negativamente i mesi successivi.

Veniamo alla domanda centrale. Secondo te quello di Pidcock è un forfait furbo o un’affermazione sincera?

Dal momento che ha preso questa scelta dico che ha fatto bene. Se un campione come lui decide di non fare il mondiale, evidentemente è consapevole che se sbagliasse qualcosa, potrebbe avere ripercussioni. E allora, meglio evitare.

Un altro talento in casa Belletta. Pier Elis ora cerca spazio

02.02.2024
5 min
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Se ormai di Dario Igor Belletta si sa praticamente tutto, dai suoi primi successi da junior fino alla carriera che sta vivendo nel team development della Visma-Lease a Bike, suo fratello Pier Elis (nella foto di apertura insieme a Dario in maglia azzurra e ai genitori Maria Elisabetta e Serse) ha avuto finora meno risalto. Eppure parliamo di un ottimo prospetto a dispetto dei suoi 24 anni, con una vittoria e 11 top 10 nella sua ultima stagione da U23 e soprattutto una media di piazzamenti impressionante da Ferragosto in poi.

Risultati che non sono sfuggiti all’attenzione della Work Service, che lo ha preso nelle sue file per il nuovo anno, nel quale Belletta conta davvero di fare un passo decisivo verso il professionismo. La preparazione ha avuto un piccolo contrattempo: uno stiramento muscolare che l’ha fermato per una settimana, facendogli perdere un po’ di smalto, ma dandogli anche ancora più forza morale per risollevarsi.

Già da allievo Pier Elis si era messo in luce: qui la premiazione alla Popolarissima (foto Soncini)
Già da allievo Pier Elis si era messo in luce: qui la premiazione alla Popolarissima (foto Soncini)

«So che le mie stagioni nella categoria – spiega – hanno fatto di me uno “splendido piazzato”, ma io voglio di più. Ho ragionato molto in queste settimane, so che devo fare un altro step in avanti per concretizzare il lavoro in gara. Sono un corridore forte sul passo e molto resistente, ho l’indole dell’attaccante, ma devo usare al meglio le energie, perché solo le vittorie consentono di farsi vedere».

Chi ha iniziato prima fra te e Dario?

Io, un anno prima. E’ seguendo me che gli è venuta la passione, poi ha continuato sulla sua strada. E’ cresciuto tantissimo ed è diventato per me un esempio.

La vittoria al Trofeo Gavardo Tecmor, con un’azione imperiosa chiusa con 3’35” su Ciuccarelli (Photors)
La vittoria al Trofeo Gavardo Tecmor, con un’azione imperiosa chiusa con 3’35” su Ciuccarelli (Photors)
Ti senti schiacciato dall’attenzione che viene riservata a lui?

No, perché dovrei? Io seguo la mia strada e le mie soddisfazioni me le sono prese, anzi quel che lui fa è per me una motivazione maggiore. Oltretutto è per me un esempio concreto, perché da quando è passato al team olandese, ha cambiato completamente preparazione e io seguo con dedizione quel che fa lui. E i risultati si sono visti…

In che cosa differisce il suo modo di prepararsi e quindi il tuo?

E’ diversissimo dal nostro, segue le tabelle con estrema precisione. E quando ci siamo confrontati e gli ho esposto la mia idea di imitarlo, si è raccomandato che facessi lo stesso. Il concetto di base è che applicando la loro metodica di allenamento, molto dura, si arriva ovunque e posso testimoniarlo. Lo scorso anno ho avuto un grande progresso di rendimento. Ma i ragionamenti che ho fatto vanno oltre…

Un anno alla Biesse Carrera con una vittoria ma soprattutto 11 Top 10 in 31 giorni di gara
Un anno alla Biesse Carrera con una vittoria ma soprattutto 11 Top 10 in 31 giorni di gara
Ossia?

Molti dicono che a 24 anni comincio a essere “anziano” per questo ciclismo, ma quanti giovani passano e poi smettono? Non sono attrezzati come mentalità, come risultati, magari da juniores hanno fatto tanto, ma poi non ottengono più nulla e i team non li aspettano. Io penso che uno debba essere pronto quando ha la sua opportunità e per farlo non bisogna lasciare nulla al caso.

Che cosa dicono nel team del fatto che segui la preparazione di un’altra squadra?

Lasciano libertà, ma già nel primo ritiro di 5 giorni notavo che le mie tabelle differiscono di molto da quelle degli altri. Ad esempio quando si procedeva in doppia fila, io viaggiavo 10 metri indietro seguendo le mie intensità, mi facevo 5 ore di pedalata col vento in faccia. Alla fine, vedendo com’ero andato e quel che avevo fatto i tecnici erano molto soddisfatti.

Per Belletta un inizio stagione con qualche problema fisico, ma l’entusiasmo non è venuto meno
Per Belletta un inizio stagione con qualche problema fisico, ma l’entusiasmo non è venuto meno
Sei approdato in un team dove ci sono molti nuovi volti, tutti di ragazzi estremamente ambiziosi. Temi che si generino gelosie nel team?

Io spero di no, certamente c’è competitività fra noi. A me non interessa mostrarmi superiore a questo o quel compagno, io voglio emergere a prescindere, per far capire che merito una chance fra i più grandi. Ci saranno corse dove lavorerò per quelli che sono più forti in salita, Nieri e Pierantozzi nella fattispecie, ma nelle corse d’un giorno sarò tra quelli deputati alla finalizzazione del risultato.

Tu hai ottenuto i tuoi migliori risultati dall’estate in poi. E’ una tua caratteristica?

Diciamo che ci metto un po’ a entrare in forma, anche adesso sono ancora 3-4 chili sopra il mio peso forma, ci sto lavorando. Io conto di ottenere risultati prima, di far vedere che sono un corridore per ogni stagione. Bisogna anche considerare che il calendario che affronteremo sarà più competitivo, elevato rispetto a quello al quale ero abituato. Ma questo di certo non mi spaventa.

Belletta si è già confrontato con i pro’, ma ora vuole far vedere di essere al loro livello
Belletta si è già confrontato con i pro’, ma ora vuole far vedere di essere al loro livello
Che obiettivi ti sei posto?

Più vittorie innanzitutto. Non so quante gare internazionali potremo effettuare in Italia, io voglio comunque vincere nelle prove del calendario open e poi farmi vedere anche nei confronti con i pro’, quantomeno essere nelle top 10.

Di Dario che notizie hai?

So che si sta impegnando al massimo, questa è una stagione molto importante per lui. Sa che del gruppo in 5 sono passati nella squadra maggiore, lui conta di essere il sesto e se questo accadrà, sarà una vittoria anche per me.

Sensazioni importanti, Bernal torna a ruggire forte

02.02.2024
5 min
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Un terzo posto in un campionato nazionale potrebbe sembrare poca cosa per chi ha nella propria bacheca un Giro d’Italia e un Tour de France, ma la “medaglia di bronzo” di Egan Bernal vale molto (in apertura foto ADN Cycling). E vale molto per Egan stesso. Tutto è riassunto in quella frase che ha detto ai giornalisti sudamericani dopo l’arrivo: «Mi sono sentito l’Egan di una volta».

Nella gara vinta da Osorio, il corridore della Ineos Grenadiers si è ben comportato. E’ sempre stato nel vivo della corsa e non ha giocato di rimessa. Non è arrivato davanti perché era stato in fuga, per dire. No, questo è un terzo posto vero. Di prestazione. La sua rincorsa nel finale, la sua “remuntada”, ha ricordato il Bernal di un tempo, forse per la prima volta dall’arcinoto incidente di due anni fa.

Certezze che tornano

Come si è detto per Alaphilippe, vale la regola che per vedere un campione tornare al vertice dopo un grave incidente serve una stagione intera dopo il fattaccio stesso. E visto come era conciato Egan questa regola vale ancora di più. La stagione di reset Bernal l’ha passata proprio nel recente 2023.

Se all’inizio ha tentennato non poco – ricordiamo i tanti ritiri – poi è riuscito a trovare continuità. E al termine della stagione scorsa in due mesi e mezzo ha messo in fila Tour e Vuelta. E proprio la continuità era quello che gli serviva e che cercava. Era la base da cui ripartire. Come nella preparazione del resto: prima si costruiscono le fondamenta, poi si cerca la prestazione.

Il suo ritorno alle corse stavolta è stato diverso. Bernal non era assalito dal solito dubbio: «Starò bene? Avrò recuperato le mie capacità fisiche?». 

E’ un terzo posto che vale oro, dunque. C’è soprattutto una sua frase detta alla tv colombiana che ci ha colpito e che a nostro avviso va sottolineata. «In corsa non avevo paura. Non avevo paura di spingere in salita e ho affrontato ogni curva al massimo. Prima (riferendosi all’incidente, ndr) correvo così».

«Questo terzo posto significa moltissimo per me. Ho preparato bene il campionato nazionale. La corsa non è andata esattamente come immaginavo però non fa niente. L’importante è che la prestazione sia stata buona e questo mi dà grande motivazione per la stagione. E perché possa essere ad un livello molto alto».

Un suggestivo scatto di Bernal. Se il classe 1997 dovesse tornare ai suoi livelli, sarebbe un bene per il ciclismo (foto Instagram)
Un suggestivo scatto di Bernal. Se il classe 1997 dovesse tornare ai suoi livelli, sarebbe un bene per il ciclismo (foto Instagram)

Entusiasmo colombiano

Archiviate le due prove nazionali (prima della corsa in linea Bernal aveva preso parte anche alla cronometro dove aveva chiuso sesto), è ancora tempo di Colombia. 

Dal 6 all’11 febbraio tornerà il Tour de Colombia. L’entusiasmo è già altissimo. E dopo aver visto un Bernal così lo è ancora di più. Senza contare che a questo entusiasmo per l’atleta di Zipaquirà si aggiunge il ritorno di Quintana, a dire il vero piuttosto opaco nella gara in linea, e di una folta schiera di colombiani pronti poi a spiccare il volo per l’Europa carichi di ambizioni importanti, visto che molti di loro militano in squadre di prima fascia.

«Cosa mi aspetto?», ha continuato Bernal. «Difficile da dire. Però se penso che il circuito del campionato nazionale era così duro per le gambe magari si potrà fare bene al Tour de Colombia».

A Tunja, dove è andato in scena il campionato nazionale, c’era anche un altro grande del ciclismo colombiano: Leonardo Paez. Il fortissimo biker era a bordo strada ed è rimasto colpito dalle velocità impresse dal gruppo e di Bernal in particolare. Leo era in cima alla salita, in prossimità dell’arrivo. Ha visto sfrecciare Bernal come un forsennato, lo ha visto sbucare tra le ali di folla.

E se anche lui si è fatto travolgere dall’entusiasmo dei suoi connazionali, allora vuol dire che veramente qualcosa si sta muovendo. Davvero potremmo aspettarci un nuovo (vecchio) Bernal.

Giro d’Italia 2021, Egan Bernal conquista la corsa rosa
Giro d’Italia 2021, Egan Bernal conquista la corsa rosa

Vuelta sì, Giro forse

C’è poi la questione del programma e un un calendario da scrivere in modo definitivo. O’ Gran Camino e Strade Bianche a parte, Bernal farà solo corse a tappe. Il suo programma è definito per tutta la primavera, più la Vuelta: il grande obiettivo dell’anno, come ha dichiarato.

Deve però decidere quale sarà il suo secondo GT: Giro o Tour? 

«Il Giro d’Italia è un’opzione – aveva detto Bernal in tempi non sospetti – vediamo quale fare tra questo e il Tour. Ma una cosa è certa, quest’anno il grande obiettivo è la Vuelta».

La grande corsa spagnola è l’unica che gli manca per completare la “sacra corona”. C’è persino chi dice che se la dovesse vincere Bernal smetterebbe di correre.

In teoria, viste le dinamiche delle preparazioni ormai accertate, sembra più logico vedere Bernal al Giro piuttosto che al Tour. In questo modo avrebbe più tempo per recuperare. Davvero il Giro, magari corso anche da capitano o con un ruolo importante, potrebbe essere l’ultimo gradino per tornare quello di un tempo. Dopodiché potrebbe lavorare con ferocia e decisione al “progetto Vuelta”.

In più la Ineos Grenadiers ha già ufficializzato le presenze di Thomas, Pidcock e Carlos Rodriguez alla Grande Boucle. E le Olimpiadi, che magari potrebbero interessarlo, non si disputano su un percorso adatto a Bernal. Pertanto non avrebbe tutta questa esigenza di correre il Tour.

Insomma, tirate voi le somme, ma se dovessimo vedere Bernal al Giro non saremmo affatto stupiti. Di certo saremmo contenti. Immaginate il Bernal di un tempo contro Pogacar

Gavazzi rimane alla Polti: un ponte tra passato e futuro

01.02.2024
4 min
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Nelle diverse interviste di inizio stagione i ragazzi della Polti-Kometa ci hanno detto spesso che Gavazzi non aveva definitivamente abbandonato il gruppo (foto Borserini in apertura). Certo, ha smesso di correre, e questo ve lo abbiamo raccontato. Ma proprio la sua esperienza, e quei consigli preziosi dati ai giovani, hanno fatto in modo che Gavazzi risultasse ancora importante per il team di Basso e Contador

«Mi sono preso un anno di transizione – dice Gavazzi mentre si gode la pace di casa – rimango con i bambini e mi godo la famiglia. Lavoro con mio cugino, che fa il gommista, gli do una mano. Mi serviva, troppo tempo a casa non mi avrebbe fatto così bene».

Gavazzi è rimasto nell’organico della Polti-Kometa, per dare supporto alla squadra con la sua esperienza (foto Maurizio Borserini)
Gavazzi è rimasto nell’organico della Polti-Kometa, per dare supporto alla squadra con la sua esperienza (foto Maurizio Borserini)
E così sei rimasto nel mondo del ciclismo…

La Polti-Kometa voleva tenermi, anche senza un posto ufficiale, con loro mi sento come in famiglia. Abbiamo trovato un compromesso, rimango in trasferta per una sessantina di giorni all’anno, tra ritiri e corse. Voglio rimanere vicino ai corridori, quelli con cui ho condiviso il cammino fino ad ora, ma anche ai nuovi. 

Sei già stato con la squadra?

Ho partecipato ai ritiri di dicembre e gennaio, sono stato in Spagna una decina di giorni complessivamente. Poi penso di partire dalla Strade Bianche, Tirreno, Sanremo, forse il Tour of the Alps e sicuramente il Giro, ma non tutto. 

Com’è guardare tutto da fuori?

Mi piace, è più rilassante, più tranquillo. E’ un modo per rimanere nel gruppo, ho pedalato con i miei ex compagni, ma mai più di tre ore. Devo ammettere che non mi è dispiaciuto. Ho un ruolo nuovo, con stimoli diversi. Ho scoperto tante cose che non sapevo sul mondo dei diesse e ho capito che non è facile far combaciare tutto. 

Gavazzi ha avuto modo di seguire i suoi ex compagni dall’ammiraglia, imparando tanto del mondo dietro la bici (foto Maurizio Borserini)
Gavazzi ha seguito i suoi ex compagni dall’ammiraglia, imparando tanto del mondo dietro la bici (foto Maurizio Borserini)
Con i tuoi ex compagni che rapporto hai?

Sono sempre andato d’accordo con tutti, quindi li avevo sentiti anche durante l’inverno. Con “Piga” (Davide Piganzoli, ndr) ho un rapporto molto bello, siamo vicini di casa, ci sentiamo spesso. Lo stesso con Sevilla e Maestri, ma anche con tutti gli altri mi sono sempre trovato bene. Quello che voglio fare è dare una mano a tutti, e devo ringraziare Ivan e Fran per questa occasione. 

I giovani scalpitano…

Piganzoli e Tercero sono due che hanno voglia di fare. Già nel 2023 sarebbero voluti andare al Giro, ma non era il caso. Al primo anno da pro’ era meglio adattarsi a questo mondo e crescere. Hanno imparato a programmare i lavori e sono pronti per le corse importanti. 

Il Giro è una grande occasione.

Saranno parte della bozza della squadra. Piganzoli si preparerà al meglio per essere al via del Giro. La squadra dovrebbe essere composta da uno “zoccolo duro” con Maestri e Sevilla e da qualche giovane.

I giovani scalpitano in cerca di un posto e di esperienze importanti: in foto Piganzoli (a sinistra) e Tercero (foto Maurizio Borserini)
I giovani scalpitano, in foto Piganzoli (a sinistra) e Tercero (foto Maurizio Borserini)
Senza dimenticare i nuovi arrivati.

Con Restrepo e Fabbro abbiamo fatto il salto di qualità. Fabbro si è ambientato subito, ha un bel carattere, è deciso e senza peli sulla lingua. E’ un professionista a 360 gradi, il 2024 per lui è un anno importante, da non sbagliare. Ho già avuto modo di parlarci.

E cosa vi siete detti?

Mi ha chiesto un po’ di cose, con chi parlare, il programma, qualche dettaglio sulla bici. Poi abbiamo parlato dei suoi problemi in Bora e cosa non ha funzionato. Infine mi ha raccontato cosa si aspetta da questo 2024.

Cosa si aspetta?

Spero riesca a confermare le sue qualità, ha un’esperienza tale che gli permette di conoscersi in maniera totale. Penso che il Giro sia l’appuntamento ideale per lui, un corridore del suo calibro minimo punta ad una vittoria di tappa. 

Fabbro esordirà in maglia Polti-Kometa alla Vuelta a Andalucia il 14 febbraio (foto Maurizio Borserini)
Fabbro esordirà in maglia Polti-Kometa alla Vuelta a Andalucia il 14 febbraio (foto Maurizio Borserini)
Davvero la squadra, come ha detto Basso, è più forte dello scorso anno?

A livello individuale è una squadra forte. I giovani come Tercero, Piganzoli e Martin possono far fare all’ambiente un salto di qualità notevole. Sostituire Fortunato e Albanese non è facile, ma secondo me ci siamo riusciti. Fabbro e Restrepo sono due profili molto interessanti, che possono dare tanto. La stagione è appena iniziata, vedremo dove riusciremo ad arrivare.