EDITORIALE / Vent’anni senza Pantani e la lezione dimenticata

05.02.2024
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Fra dieci giorni, sarà un mercoledì, ricorreranno vent’anni dalla morte di Pantani. Il tempo vola, ma dalla fine di Marco i giorni sono stati lenti e feroci come l’aratro che spacca le zolle e lascia dietro solchi profondi. Chi l’ha conosciuto ci fa i conti ogni giorno, altri ci salgono sopra all’occorrenza.

Pogacar e Pantani

Sembra che se ne vergognino. Quando senti che Pogacar non sa troppo bene chi fosse, da una parte ti viene di dargli ragione: non è italiano ed è nato due mesi dopo il trionfo di Pantani a Parigi. Se però sei il numero uno al mondo e ti accingi a tentare la doppia impresa che per l’ultima volta riuscì all’italiano di cui ignori la storia, allora forse qualcuno della tua squadra te la potrebbe raccontare. Non sarebbe un danno, anzi. E coglieresti tutti alla sprovvista dimostrando di averne studiato il calendario e le tattiche.

Vent’anni fa a Cesenatico i funerali di Marco Pantani : un pugno nello stomaco e un dolore che non passa
Vent’anni fa a Cesenatico i funerali di Marco Pantani : un pugno nello stomaco e un dolore che non passa

Invece in questo tenerlo volutamente ai margini, c’è qualcosa di anomalo, quasi che il passato in cui sono stati coinvolti tutti o quasi i dirigenti delle attuali squadre WorldTour sia un imbarazzo che è meglio non rievocare. Freud disse che i figli per diventare grandi devono uccidere (metaforicamente) i padri, questo però il ciclismo non l’ha fatto. Ha preferito dimenticare o tentare di farlo, mantenendo i padri al loro posto e lasciando che i figli facessero i conti con il loro passato.

Percentuali da leggere

La storia di Pantani potrebbe offrirci tanti spunti. Il suo sacrificio avvenne quando era così in alto, che la caduta fu terrificante. Ma chi c’era e lo conobbe quando era ancora Marco, ricorda le sue perplessità su un ambiente che, ieri come oggi, guardava all’atleta e non all’uomo. In quegli anni le criticità erano di un tipo, oggi sono diverse ma non per questo meno urgenti. Ieri la selezione fra i giovani si faceva con la predisposizione al compromesso, oggi si basa sulla loro resistenza nervosa.

Il mondiale juniores è ormai una vetrina per gli acquisti, oggetto di attenzione di team e agenti
Il mondiale juniores è ormai una vetrina per gli acquisti, oggetto di attenzione di team e agenti

Li allevano perché siano potenti e scaltri. Li selezionano in base ai watt del motore. Fanno leva sull’esuberanza e la superficialità dei 18 anni. Li prelevano dalla culla e li inseriscono nella catena di montaggio. Li trasferiscono in case in affitto, cercando la convenienza fiscale. E se alla fine alcuni riescono, la loro sagoma sarà abbastanza grande da fare ombra a quelli che nel frattempo non ce l’hanno fatta e sono tornati indietro sconfitti e svuotati. Quando saranno passati abbastanza anni da poter elaborare una statistica, capiremo a cosa abbia portato questa rincorsa ai giovani migliori.

Il peso delle attese

Chissà cosa pensano gli psicologi quando hanno a che fare con i ragazzini dell’ondata più recente. Quale preparazione hanno i direttori sportivi e gli allenatori di adolescenti che, a scapito di strutture fisiche già formate, hanno una maturità ancora in divenire? E in che modo vengono gestite le loro fragilità, che immancabilmente salteranno fuori di fronte all’insuccesso o al periodo difficile? Se ne parla o si nascondono sotto il tappeto?

Pellizzari potrebbe saltare nel WorldTour dal 2025, quando avrà tre anni da pro’ nelle gambe e ne avrà compiuti 21(photors.it)
Pellizzari potrebbe saltare nel WorldTour dal 2025, quando avrà tre anni da pro’ nelle gambe e ne avrà compiuti 21(photors.it)

La Gazzetta dello Sport ha scritto che Pellizzari sarebbe indirizzato verso la nuova Bora-Hansgrohe. Un cammino coerente, dopo tre anni nei professionisti, ma non è così per tutti. Ieri Viezzi ha vinto il mondiale di ciclocross: una disciplina ormai sotto la lente per la capacità di lanciare ottimi atleti. Quanta gente avrà addosso il friulano già durante questa seconda stagione da junior? Oppure c’è Federica Venturelli, chiamata a dare il massimo su strada, nel cross, all’Università e su pista, al punto che malgrado i 19 anni il suo nome circoli anche in proiezione olimpica. E’ davvero facile come sembra rendere conto a tutti gli impegni?

Felicità e stress

Rastelli ha smesso di correre, parlando di stress. Prima di lui lo aveva fatto Gabriele Benedetti e un anno fa è stata la volta di Mattia Petrucci, neoprofessionista, che parlò di felicità perduta. Si è fermato Raccani, promesso sposo alla Soudal-Quick Step e poi passato alla Eolo-Kometa. Altri, diventati professionisti troppo presto o non ancora pronti, sono stati respinti e sono tornati nelle continental. Si potrà obiettare che a fronte dei più deboli che mollano, ce ne sono tanti altri che resistono: gli esponenti di una razza selezionata. Può darsi che sia così, siamo tutti convinti che sia giusto?

Simone Raccani si è ritirato dopo appena otto mesi tra i professionisti
Simone Raccani si è ritirato dopo appena otto mesi tra i professionisti

Bandane e libri

Fra dieci giorni, sarà un mercoledì, ricorreranno vent’anni dalla morte di Pantani. Abbiamo scelto di parlarne ora per approfondire un tema e non finire nell’onda di quelli che per l’occasione tireranno fuori la bandana e la foto ricordo. Chi scrive sa bene chi fosse Marco. Nelle vetrine sono già spuntati scritti e copertine che lo vendono una volta di più. Ma quale parte del suo messaggio è stata colta, capita e messa a frutto? In che modo i corridori di quegli anni, oggi direttori sportivi, si oppongono al commercio dei ragazzini?

Alla fine, in attesa che Pogacar tenti la doppietta di Pantani e allontani ancora di più (qualora ci riesca) la memoria dell’italiano di Cesenatico, poco è davvero cambiato. Sono diverse le bici, sono cambiati calendari, preparazione e alimentazione. Si fanno ritiri in altura e si descrive ogni cosa attraverso numeri e parametri. Ma alla base ci sono sempre giovani uomini e giovani donne, ciascuno con la sua storia da raccontare, schiacciati dai budget faraonici degli squadroni. Queste strutture così potenti e corazzate sono avvitate sulla loro carne ancora tenera. Basta averlo ben presente e poi scegliere di andare avanti.

Sella e manubrio: piccoli interventi in base allo stato di forma

05.02.2024
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«Dopo il Giro d’Italia ero talmente stanco che la mia muscolatura si era accorciata e così in accordo con i tecnici, ho abbassato un po’ la sella. Poi, una volta recuperato, l’ho rimessa nella sua posizione alla ripresa delle preparazione». Parole di Marco Frigo, giovane corridore della Israel-Premier Tech, che nel parlare della sua preparazione in vista della stagione ci ha raccontato questo aneddoto tecnico della scorsa estate.

Ma Frigo non è e non è stato il solo ad aver apportato dei piccoli interventi di posizione e quindi biomeccanici al variare della condizione fisica. E di questo tema parliamo con Alessandro Colò.

Colò è un ex corridore che si è laureato in Ingegneria e da qualche anno dirige un importante centro dedicato al ciclismo a 360 grandi, Body Frame. «Ho un centro a La Spezia – dice – dove mi avvalgo della collaborazione di un osteopata, un tecnico fisioterapista, un nutrizionista e un preparatore. In più ci sono io che curo la biomeccanica».

Alessandro Colò nel suo centro a La Spezia
Colò nel suo centro a La Spezia
Alessandro, partiamo dalla storia di Frigo. Si fanno spesso interventi simili?

Spesso no, in quanto parliamo comunque di livelli molto alti, estremi. Interventi che hanno senso appunto per i pro’, per i corridori che hanno una certa sensibilità, ma non avrebbero senso per gli amatori. Parliamo di millimetri: 2-5 millimetri al massimo. Quindi non sono cambiamenti che ti stravolgono la posizione.

Cosa sarebbe successo ai muscoli di Frigo se avesse continuato a pedalare con la sella “pre-Giro” e i muscoli “corti”?

Nulla di particolarmente importante. E’ come se avesse pedalato con la sella leggermente più alta e quindi il suo bacino avrebbe oscillato un po’ di più sulla sella stessa. Ma sono soprattutto sensazioni. E bisognerebbe chiederle a lui. Il difetto maggiore in cui poteva incorrere sarebbe stato quello di perdere un po’ della rotondità della pedalata.

Come fai tu per capire se un atleta ha bisogno di variare la sua altezza di sella?

Posso spiegare il mio metodo per individuare l’altezza di sella. Un metodo che ha tre step principali. Il primo: misuro l’altezza del cavallo con la classica formula dell’altezza moltiplicata per 0,885. Già così ottengo una buona approssimazione, con una tolleranza di 1-2 centimetri. Il secondo step: è l’utilizzo del simulatore. Prima però, per affinare il tutto, analizzo le scarpe e i pedali che usa e la sua flessibilità. Chiedo che tipo di attività svolge e a che livello: è un pro’, un cronoman, un triathleta… A quel punto lo faccio pedalare sul simulatore e misuro gli angoli, il più importante dei quali è quello tra tibia e femore, che deve stare entro certi parametri, e a cascata quello della caviglia. In particolare quando poi analizzo il piede con dei sensori vedo due parametri: la rotondità della pedalata e la curva di coppia della spinta. Il terzo step: è quello del sensore pressorio della sella. Questo mi permette di misurare i punti di pressione delle ossa ischiatiche sulla sella. Più il ciclista oscilla e più è alto.

Quando Pozzato entrava in forma e raggiungeva il peso ideale, sentiva l’esigenza di alzare la sella di qualche millimetro
Quando Pozzato entrava in forma e raggiungeva il peso ideale, sentiva l’esigenza di alzare la sella di qualche millimetro
Un’analisi approfondita…

In questo modo riduciamo o annulliamo la quel margine d’errore che emerge dalla formula inziale. 

Anche Pozzato era solito intervenire sulla posizione nel corso della stagione. Quando dimagriva abbassava la sella…

Anche qui ha senso, ma sempre per un pro’. E anche in questo caso parliamo di millimetri. Perdendo peso, diminuisce lo spessore dermatologico, tra cute, liquidi, adipe. Questo spessore si riduce e per mantenere gli stessi angoli deve alzare quel po’ la sella. In questo caso lo strumento della misura della pressione è molto utile.

Ci sono delle formule per quantificare la resa effettiva di questi cambiamenti? Quanti watt rende di più l’atleta?

Direi di no, sono interventi che puntano soprattutto sulle sensazioni di comfort. Ripeto: siamo nell’ordine di pochi millimetri.

Nel corso della stagione non è raro vedere manubri più bassi. Si tolgono gli spessori più piccoli tra attacco e tubo di sterzo
Nel corso della stagione non è raro vedere manubri più bassi. Si tolgono gli spessori più piccoli tra attacco e tubo di sterzo
Capitano mai casi simili nel tuo centro?

Più che altro io consiglio sempre di fare un controllo nel corso dell’anno. La prima visita biomeccanica si fa ad inizio stagione, quando arrivano le bici nuove e i nuovi materiali. Poi un controllo andrebbe fatto adesso, a febbraio, prima dell’inizio delle corse. E un altro a maggio-giugno, nel pieno dell’anno, quando in teoria si è al massimo. Con il peso giusto, la muscolatura pronta, un certa flessibilità… Io consiglio questi controlli sin dalla categoria juniores. Chiaramente parliamo di controlli a parità di materiale e componenti. Altrimenti va rivisto il tutto.

Qual è un intervento che fai frequentemente?

Quello di abbassare il manubrio, nel corso dell’anno si può ridurre anche di 5 millimetri. E non è sbagliato neanche il caso di Frigo, ma come ripeto è molto legato alle sensazioni dell’atleta. Altra cosa: se si alza o abbassa la sella bisognerebbe intervenire anche sull’inclinazione della sella stessa. Se si abbassa, bisognerebbe anche abbassarla appena in punta. Mentre sono contrario a ritoccare l’arretramento nel corso della stagione.

Tesfatsion, il lavoro aumenta: il 2024 serve per crescere

05.02.2024
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La seconda stagione nelle fila della Lidl-Trek, per Natnael Tesfatsion, è iniziata dall’Australia. L’eritreo ha corso tutte le gare nella terra dei canguri, cogliendo due secondi posti. Il primo alla Down Under Classic, mentre il secondo alla Cadel Evans Great Ocean Road Race. Due squilli, niente di clamoroso, ma abbastanza per indagare su come Tesfatsion si affacci alla seconda stagione nel WorldTour. Il suo preparatore è il basco Aritz Arberas, proprio con lui parliamo della crescita del giovane Tesfatsion. 

«Natnael – ci racconta Arberas – è tornato in Eritrea dopo la fine delle corse in Australia. Io sono sul Teide con i leader e gli scalatori, ma di comune accordo lui è andato a casa. Può allenarsi tranquillamente in quota e farlo in un posto comodo è sicuramente meglio. Mi occupo della sua preparazione da questo inverno e abbiamo iniziato a lavorare subito forte (prima Tesfatsion lavorava con Josu Larrazabal, ndr)».

La stagione di Tesfatsion è partita dall’Australia qui al Down Under Classic
La stagione di Tesfatsion è partita dall’Australia qui al Down Under Classic
Che tipo di corridore hai trovato?

Sappiamo che ha talento, è quel tipo di atleta che ogni sforzo che deve fare gli riesce bene. Si tratta di un ragazzo giovane (Tesfatsion ha 24 anni, ndr), per noi è un investimento a lungo termine. L’idea è di migliorare piano piano, non solo nel fisico, ma in tutto. 

Cioè?

Dobbiamo dargli un po’ di organizzazione, c’è un programma da seguire, ma si devono prendere le misure con le sue abitudini, in modo tale da rendere gli allenamenti sempre più efficienti. 

E’ difficile coordinare gli allenamenti quando è così lontano dall’Europa?

Leggermente, ma questo non ci impedisce di lavorare al meglio. Vive un Paese diverso, con una cultura differente, ma non ci sono grandi problemi. A volte non ha la connessione, ma sono “ostacoli” che si aggirano facilmente. Magari, invece di sentirci giornalmente, gli mando il programma dei prossimi due o tre giorni. Gli ho anche detto che voglio organizzare un training camp in Eritrea (dice con una risata, ndr).

Il primo anno alla Lidl-Trek è servito per ambientarsi nel WorldTour
Il primo anno alla Lidl-Trek è servito per ambientarsi nel WorldTour
E lui che cosa ti risponde?

Mi dice: «Parce non è possibile, le strade non sono buone, manca internet. Non è semplice». Mi chiama Parce, che è un modo dei colombiani di chiamarsi in maniera amichevole, la prima volta che mi ha chiamato così mi ha fatto ridere (un termine ereditato quando ancora correva in Drone-Hopper, ndr).

Pensi che in Eritrea riesca ad allenarsi al meglio?

Sì, non ho dubbi. Poi quando viene in Europa vive in Italia, a Lucca. Stare a casa sua gli fa bene al morale, si allena meglio e con più spirito. Per tutti i ciclisti che vivono lontano è così. 

Qual è la cosa di cui ha più bisogno per crescere e migliorare?

Deve fare un maggior numero di ore di allenamento. Ha un buono sprint, è potente e forte, ma la capacità aerobica è da migliorare. La sfida più grande con lui è riuscire a coordinare al meglio la sua carriera tra i periodi in Eritrea e quelli in Italia. Perché a casa vive in quota, anche questo dettaglio va preso in considerazione. 

Siete partiti presto con la stagione, che 2024 deve essere per Tesfatsion?

L’idea di partire dall’Australia c’era fin da subito, quindi in inverno abbiamo lavorato molto, per arrivare pronti al 100 per cento. A novembre abbiamo fatto tanta base aerobica, poi a dicembre abbiamo inserito il ritmo gara, alzando i giri. Per quel che è il livello fisico mostrato in Australia siamo soddisfatti, è mancato il risultato, ma poco importa. Tesfatsion sta bene. 

Il 2023 gli è servito per ambientarsi nel WorldTour, ora serve fare un passo ulteriore…

Conosce il livello delle gare e degli avversari, ha ben chiari i riferimenti per essere competitivo. Deve progredire nella crescita, ma Natnael ha ben chiaro in testa che questo è un anno importante. 

L’eritreo è dotato di un grande sprint e tanta forza, deve migliorare la parte aerobica
L’eritreo è dotato di un grande sprint e tanta forza, deve migliorare la parte aerobica
La sua migliore qualità?

E’ un vincente, un cacciatore, quando può si fa trovare pronto. Lui è uno di quei corridori che, se c’è da provare a vincere o una situazione è aperta, ci si butta. 

E dove deve migliorare?

Deve diventare più solido, più forte. Sono sicuro che ci riuscirà, il tempo e gli allenamenti daranno i loro frutti. Ora è tutto in mano mia (conclude con una risata, ndr).

Van der Poel, lo show di Tabor anticamera dell’addio?

04.02.2024
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A Tabor come nel 2015, al termine di una cronometro individuale, Mathieu Van der Poel ha conquistato un’altra maglia iridata. Limitatamente al cross, la sua collezione si compone delle 2 da junior (2012-2013) e delle 6 da elite (2015, 2019, 2020, 2021, 2023 e 2024). Per la statistica, il cassetto contiene anche le due su strada: da junior a Firenze 2013 e da pro’ lo scorso anno a Glasgow. Oggi in Repubblica Ceca non c’erano margini perché la vittoria gli sfuggisse, a meno di un colpo della cattiva sorte. Non c’erano rivali alla sua altezza e forse neppure Van Aert e Pidcock avrebbero potuto impensierirlo. Insomma, fortissimo l’olandese, ma il mondiale elite di Tabor che abbiamo appena finito di seguire è stato piuttosto noioso.

Due olandesi (con la barba Nieuwenhuis) e un belga (Vanthourenhout): ecco il podio
Due olandesi (con la barba Nieuwenhuis) e un belga (Vanthourenhout): ecco il podio

Il merito di Stybar

E’ stata la gara di addio di Zdenek Stybar, che aveva già appeso la bici al chiodo dopo il Tour of Guangxi, ma ha voluto salutare la sua gente nella città in cui nel 2010 conquistò il primo dei tre mondiali da elite. Lo ha fatto con grande orgoglio, sapendo di non poter impensierire i primi della classe, ma raccogliendo l’applauso del pubblico che gli ha tributato il giusto onore.

«Mi piacerebbe essere ricordato – ha detto – come un corridore che, soprattutto negli ultimi anni, è caduto molto spesso, ma si è sempre rialzato. Non è stato sempre facile, ma non mi sono mai arreso e ho continuato ad andare avanti, fino all’ultimo giorno. Si deve sempre continuare a lottare per il posto e la carriera: è questo il messaggio che voglio dare ai giovani. E poi, se proprio c’è un merito che voglio attribuirmi, è quello di aver dimostrato a Van Aert e Van der Poel che in fondo non era così difficile passare dal cross alla strada. Forse questa è la mia parte nella loro storia».

Stuybar ha così concluso anche la grande carriera nel cross: in bacheca 3 mondiali elite
Stuybar ha così concluso anche la grande carriera nel cross: in bacheca 3 mondiali elite

L’insidia delle pietre

A Tabor, Van Aert non c’era e Van der Poel ha colto la quattordicesima vittoria stagionale. La sua progressione non ha lasciato scampo e quando nel secondo dei sei giri previsti (e calcolati sul suo tempo) ha dato gas, la selezione è stata subito irrimediabile.

«Era la gara più importante della stagione – ha detto dopo l’arrivo – quindi sono felice di aver saputo vincerla. Sarebbe un peccato perdere il titolo mondiale dopo una stagione del genere. Rimango più calmo rispetto alle prime volte, ma era un percorso su cui era possibile avere sfortuna, per cui sono stato felice quando ho tagliato il traguardo. Avevo buone gambe, ho guidato in modo molto controllato e non ho mai preso rischi. Si trattava di mantenere tutto com’era. In molti punti sotto il fango c’erano delle pietre, per cui ho cercato di passarci nel modo più morbido possibile, cercando di evitarle».

Musica chiara sin dalla partenza: Van der Poel si è messo a fare il forcing dai primi colpi di pedale
Musica chiara sin dalla partenza: Van der Poel si è messo a fare il forcing dai primi colpi di pedale

Pensieri di addio

Adesso il suo tabellino dice che manca una sola vittoria per agganciare il record di De Vlaeminck, che di mondiali ne ha vinti sette. Tuttavia la sorpresa del Van der Poel di oggi riguarda la possibilità che con il 2024 si sia chiusa l’avventura nel cross.

«E’ una decisione che non posso prendere da solo – ha detto – sicuramente ne discuteremo all’interno della squadra. Personalmente, sono riluttante a saltare una stagione intera. Per contro, questa disciplina richiede molta energia e la mia attenzione è sempre più rivolta alla strada. Non ho più molto da guadagnare dal ciclocross, tranne il divertimento. Se riesco a migliorare ancora su strada saltando il cross, allora lo farò».

Quando si è ritrovato solo, Van der Poel ha amministrato bene lo sforzo e gestito le traiettorie
Quando si è ritrovato solo, Van der Poel ha amministrato bene lo sforzo e gestito le traiettorie

Il mondiale di Fontana

Al diciassettesimo posto finale, nello stesso gruppo di Sweek, Van de Putte, Van der Haar e Venturini, Filippo Fontana ha compiuto una bella rimonta e solo nell’ultimo giro ha pagato il conto alla stanchezza.

«La gara è andata più o meno secondo i miei standard – ha spiegato il veneto dal furgone che lo riportava verso l’aeroporto – puntavamo a una top 15 che è sfuggita all’ultimo giro. Eravamo tutti insieme, siamo arrivati in volata per il tredicesimo posto e l’ha spuntata Van de Putte. Purtroppo sapevo che la partenza un po’ dietro sarebbe stata penalizzante, infatti così è stato. Ho fatto tutta la gara a inseguire con ottime sensazioni. Per le mie possibilità, oggi era difficile fare meglio di così».

Dopo una bella rimonta, Fontana ha chiuso al 17° posto, penalizzato dalla partenza dalle retrovie
Dopo una bella rimonta, Fontana ha chiuso al 17° posto, penalizzato dalla partenza dalle retrovie

Il giro d’onore

Torna a casa anche Van der Poel, atteso ormai al debutto su strada. Chissà se quell’essersi fermato sul traguardo, ringraziando la sua Canyon e anche il pubblico non sia stato il gesto dell’addio. Sarebbe interessante sapere da Mathieu se si sia realmente divertito a vincere così. Probabilmente dirà di sì, ma se vogliamo puntarla sull’adrenalina e la soddisfazione, crediamo che la volata assassina su Van Aert l’anno scorso a Hoogerheide sia stata un punto di non ritorno. Dopo un finale come quello, la galoppata di oggi a Tabor si può considerare un giro d’onore prima dei saluti.

Tutti in piedi: Viezzi è campione del mondo

04.02.2024
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Si è voltato per tre volte, cercando di capire se davvero quello alle sue spalle fosse vuoto e vuoto era. Stefano Viezzi ha fatto quello che tutti immaginavano e che per questo rischiava di essere molto più difficile. Si è messo le mani sul casco, si è voltato per l’ultima volta in quell’ultimo giro da brividi ed è diventato campione del mondo juniores di ciclocross. Lo ha fatto a Tabor in una giornata di fango e cielo grigio, con cinque gradi e una sottile pioggerella a imbrattare le bici e la faccia degli atleti.

«Non ci credo ancora – dice nell’intervista flash – mi serve tempo per capire quello che ho fatto. Sono felicissimo, era il mio obiettivo dall’inizio e averlo realizzato non ha prezzo».

Ultimo giro da crepacuore e sul traguardo Viezzi può far esplodere la sua gioia
Ultimo giro da crepacuore e sul traguardo Viezzi può far esplodere la sua gioia

Minaccia francese

I nomi erano quelli che tutti aspettavamo e che si erano messi in luce sin dalla Coppa del mondo a Benidorm. E se già la settimana successiva, a Hoogerheide, Viezzi era riuscito a stroncare la resistenza, era chiaro che l’uomo da guardare fosse il francese Aubin Sparfel, il campione europeo che fino all’ultimo gli ha conteso anche la challenge mondiale.

Infatti il francese ha resistito al forcing di Viezzi facendo a sua volta il diavolo a quattro. Ma come a Benidorm un salto di catena aveva impedito al friulano di difendere la maglia di leader, questa volta è stata una foratura ad appiedare Sparfel. L’immagine è splendida quanto spietata. Il francese sgancia il piede, l’azzurro che è nella scia prende il largo e allunga.

«Sono felicissimo – racconta Viezzi – mi sono giocato le mie carte e ho avuto fortuna, ma ci vuole anche questo. Nell’ultimo giro il francese ha avuto una foratura. Io ne ho subito approfittato e ho dato tutto fino alla fine. Sono veramente felice, il mondiale era il mio obiettivo da inizio stagione e anche il sogno di tutti. Ce l’ho fatta, quasi non ci credo».

Sparfel si accorge di aver bucato, Viezzi lo capisce e attacca: si decide il mondiale
Sparfel si accorge di aver bucato, Viezzi lo capisce e attacca: si decide il mondiale

Lo scudo di Pontoni

Nelle scorse settimane, il cittì Pontoni ha costruito una gabbia di protezione attorno a Viezzi, facendo in modo che le attese e le dichiarazioni fossero misurate e non si cedesse a facili entusiasmi. Agevolata in questo dal carattere apparentemente impermeabile del friulano (i due sono praticamente vicini di casa), la squadra juniores azzurra è arrivata al mondiale nelle condizioni ideali.

«Sono passati quasi vent’anni dall’ultimo mondiale – dice il tecnico azzurro – tanto tempo, ma vorrei dire che abbiamo fatto una stagione esaltante. Abbiamo vinto la Coppa del mondo con tre prove. Abbiamo vinto questo mondiale ed è un lavoro iniziato tre anni fa. Avevo detto che avevamo bisogno di due stagioni per metterci in riga e abbiamo creato un grande team e un bello staff. Grazie a loro ritengo che certi risultati non siano casuali. Abbiamo visto parecchi tifosi italiani, friulani in particolare. Dimostrano che abbiamo lavorato bene e spero che continueremo a farlo negli anni futuri. Stefano Viezzi è ancora un ragazzo giovane, ma sa quello che vuole. Ritengo che abbia bisogno di un paio d’anni per maturare e completare il suo bagaglio tecnico, atletico e psicofisico, per diventare uno dei top rider di questa specialità».

Incredulo sul traguardo, il friulano Viezzi conquista il mondiale dopo la Coppa del mondo
Incredulo sul traguardo, il friulano Viezzi conquista il mondiale dopo la Coppa del mondo

Emozione a fil di pelle

E a Lello Ferrara, inviato a Tabor dalla Federiciclismo come uomo social, che gli chiede se si sia davvero emozionato come sembrava, Pontoni risponde con gli occhi che luccicano.

«Non lo nascondo – dice – io sono un appassionato di questo sport. Quando faccio le cose, mi piace dare sempre il meglio di me stesso. Qualche volta sbaglio o qualche volta non tutti condividono, ma vi assicuro che le scelte sono sempre ponderate e c’è sempre un perché per tutto. In questi tre anni è stato fatto un lavoro importante e abbiamo raccolto l’undicesima medaglia fra europei, Coppa del mondo e mondiali. Quest’anno però è particolare, perché vincere Coppa del mondo e mondiali in una settimana ripaga del lavoro fatto».

Sul podio juniores di Tabor, dietro Viezzi si classificano l’olandese Solen e il ceko Bazant
Sul podio juniores di Tabor, dietro Viezzi si classificano l’olandese Solen e il ceko Bazant

Ritorno a casa

Ora è tempo di rompere le righe. A breve toccherà allo show di Van der Poel, ma c’è ancora Viezzi, che passa e saluta.

«Voglio ringraziare veramente tutti – dice – i meccanici, tutti quelli che lavorano dietro. La Federciclismo, Daniele Pontoni che è un ottimo CT. Il mio preparatore che ha sempre creduto in me e finalmente gli ho dimostrato quanto valgo e ne sono veramente felice. Ringrazio anche chi mi ha sostenuto, veramente è stata un’emozione bellissima».

Carboni all’AlUla Tour. Il debutto in mezzo al deserto

04.02.2024
5 min
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C’è voluto un po’ perché Giovanni Carboni si aprisse dopo il cambio di squadra e la nuova avventura che sta vivendo al JCL Team Ukyo. Per tutto l’inverno aveva scelto la via del silenzio, del lavoro, tenendo strette per sé le sue sensazioni e conoscendo la sua storia non si può che comprenderlo. Il corridore di Fano è uno di quelli che ha vissuto sulla propria pelle la disastrosa gestione (da parte dell’Uci in primis) della vicenda Gazprom Rusvelo dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e per mesi è rimasto fermo al palo, trovando un ingaggio in Spagna solo quasi a fine stagione 2022.

Quell’esperienza ha lasciato cicatrici. Alla fine dello scorso anno Carboni ha accettato la proposta del team giapponese fidandosi della competenza e del prestigio di Alberto Volpi, ma c’è voluto tempo per vincere la naturale diffidenza. Poi la stagione è iniziata, il marchigiano è volato nel deserto per fare il suo esordio con la squadra all’AlUla Tour e anche la sua voglia di parlare ha trovato sfogo.

Carboni fra Koishi e Malucelli: il loro esordio stagionale è stato finora promettente
Carboni insieme a Malucelli: il loro esordio stagionale è stato finora promettente
Una gara sicuramente diversa dal solito per iniziare il tuo cammino…

Molto meno semplice di quanto si possa pensare. Certo, non ci sono grandi asperità, le tappe per la maggior parte si concludono in volata, ma le difficoltà non mancano e sono legate soprattutto al vento che da queste parti imperversa.

Come influisce?

Basta una folata che possono crearsi ventagli. Bisogna stare continuamente all’erta, è una corsa che si disputa soprattutto di testa, a livello di concentrazione. Nella seconda e terza tappa ci sono state folate che hanno letteralmente spaccato il gruppo e c’è stato da lavorare per ricomporlo, le squadre dei velocisti hanno fatto un gran lavoro.

Il vento e la formazione dei ventagli sono stati i maggiori ostacoli nell’a corsa egiziana’AlUla Tour
Il vento e la formazione dei ventagli sono stati i maggiori ostacoli nell’a corsa egiziana’AlUla Tour
Che paesaggi avete affrontato?

E’ una gara diversa dal solito, questo è certo. Esci dalle città e ti ritrovi in mezzo al deserto. Strade molto ampie, che non cambiano mai, dove la direzione è sempre la stessa. Se c’è battaglia diventa tutto molto difficile perché si fa fatica soprattutto mentalmente. Non che ci sia da stupirsi, siamo nella nazione tra le più caratterizzate da questo tipo di ambiente.

Giustamente dici che l’ambientazione influisce sull’aspetto mentale. Che effetto fa?

Diciamo che devi abituarti. Poi quando la corsa parte devi concentrati su quel che avviene e non ci si accorge più di tanto di quanto c’è intorno. A me fa molto effetto dopo, durante i trasferimenti. Noti la desolazione, pensi alle difficoltà di chi è nato e vive in un ambiente ostile. E’ davvero difficile, è qualcosa che ti dà da pensare.

Tim Merlier, forse il più famoso dei corridori in gara, vincitore di due tappe
Tim Merlier, forse il più famoso dei corridori in gara, vincitore di due tappe
Trovate pubblico?

Questo è un aspetto interessante. Nei ritrovi di tappa e soprattutto negli arrivi c’è, ma è facile accorgersi che si tratta soprattutto di gente molto abbiente, che ha tempo per assistere, non ha obblighi di lavoro. Altrimenti vedi che la gente normale è quasi disinteressata, troppo presa dalle proprie attività. Lungo i percorsi, poi, non c’è proprio nessuno ma è facile capire il perché…

Tu hai fatto il tuo esordio nel team proprio in quest’occasione. E’ una squadra più giapponese o italiana?

Io direi che entrambe le nature coesistono. Io ho trovato una professionalità e una mentalità prettamente europea, Alberto Volpi e Manuele Boaro hanno dato già un’impronta decisa alla squadra. Al contempo però c’è una forte matrice giapponese: il peso dello sponsor è molto accentuato, c’è un’attenzione al dettaglio quasi maniacale. Io penso che siano due realtà che possono davvero coesistere e far crescere la squadra.

Alberto Volpi è il team manager del team giapponese. Anche per lui è stato un esordio
Alberto Volpi è il team manager del team giapponese. Anche per lui è stato un esordio
Già all’inizio dell’avventura vi trovate a gareggiare contro team del WorldTour. Si vede la differenza?

Non potrebbe essere altrimenti, i budget a disposizione non sono neanche paragonabili. Se parliamo però di attenzione e disponibilità verso i propri corridori, Alberto non ci fa mancare davvero nulla e mette a disposizione tutta la sua esperienza. E’ un valore in più per noi, soprattutto per noi italiani (con Carboni corrono Pesenti e Malucelli, ndr) che conosciamo bene la sua storia e la sua competenza.

Tu sei partito con quale ruolo?

Noi corriamo tutti in appoggio a Malucelli che è il più veloce, con noi ci sono anche 3 giapponesi e l’esperto australiano Earle. Io vengo da un inverno un po’ difficile, tra covid e influenza in pratica ho perso tutto dicembre e questo sulla condizione si fa sentire. L’AlUla Tour non è poi una corsa che si confà alle mie caratteristiche, ma io la sto interpretando un po’ “vecchio stile”, ossia per raggiungere la miglior forma, facendo quel che posso per i compagni.

Carboni alla Gazprom: un’avventura durata poche settimane e chiusa con 6 mesi di sofferenza per trovare un team
Carboni alla Gazprom: un’avventura durata poche settimane e chiusa con 6 mesi di sofferenza per trovare un team
Che obiettivi ti sei posto per questa stagione?

Nessuno in particolare, vivo un po’ alla giornata. Qui come detto l’importante è chiudere con una forma migliore di quella che avevo alla partenza, poi andremo al Tour of Oman che ha percorsi molto più adatti alle mie caratteristiche e dove spero di avere qualche occasione per mettermi maggiormente in mostra.

Che livello hai trovato in questa corsa?

E’ molto buono. Considerate che di squadre continental con noi ce ne sono solamente un paio, le altre sono tutte WorldTour o professional e sono tutte venute con un velocista di punta e un uomo per la classifica. Ciò ha portato la corsa a un valore notevole. Quel che ci voleva per iniziare.

Zoccarato: inverno tra forza e intensità col nuovo coach

04.02.2024
5 min
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Forza prima e intensità poi: è l’inverno di Samuele Zoccarato. Il potente passista della VF Group-Bardiani ci spiega la sua settimana in questa prima fase dell’anno. Che poi nel suo caso neanche si può parlare di settimana vera a propria, ma è una continua alternanza di triplette e doppiette. In più Zoccarato ha anche cambiato preparatore e il confronto, aiuta a capire il nuovo metodo di lavoro.

 «Parlerei di un monte ore di allenamento – dice Zoccarato – che va dalle 20 alle 28 ore a settimana, in base alle distanze e ai lavori previsti. Faccio triplette di carico, un giorno di scarico e di nuovo una tripletta o una doppietta, quindi mi è difficile stilare una settimana tipo.

«Però posso dire che cerco di far coincidere sempre un giorno di scarico o di riposo il sabato o la domenica così da avere un giorno libero nel fine settimana».

Rullo Elite Suito, notizia Radio Deejay
Zoccarato ha utilizzato i rulli per completare la doppia sessione di forza: faceva degli esercizi monopodalici
Rullo Elite Suito, notizia Radio Deejay
Zoccarato ha utilizzato i rulli per completare la doppia sessione di forza: faceva degli esercizi monopodalici
E come ti sei regolato questo inverno?

Siamo andati per periodi. A dicembre per esempio con il dottor Andrea Giorgi che mi segue da quest’anno, ci siamo concentrati molto sulla forza. E’ capitato di lavorarci anche tre giorni di seguito. Il primo giorno facevo palestra, poi aspettavo sei ore e salivo sui rulli, dove facevo un’ora e mezza ancora lavorando sulla forza, con esercizi monopodalici.

Interessante. Come li eseguivi?

Dopo una fase di riscaldamento, per tre o quattro volte facevo delle sessioni con una gamba a 300 watt fino ad esaurimento. Erano molto dure. Era come andare a 600 watt con due gambe. E infatti duravo al massimo due minuti per gamba.

Perché aspettavi sei ore?

Perché ci sono degli studi che dimostrano che per assimilare per bene il lavoro di forza fatto in palestra, bisogna attendere e non saltare subito in sella.

Per Zoccarato primi veri fuori giri della stagione in corsa…
Per Zoccarato primi veri fuori giri della stagione in corsa…
Il secondo giorno come procedevi?

Facevo 4 o 5 ore con dei lavori. Nella prima e nella quarta ora dovevo fare delle partenze da fermo con vari rapporti, più o meno lunghi, per attivare tutte le fibre muscolari: 3×30”, recupero 4′, poi un ritmo tranquillo. Nelle ore centrali facevo SFR, quindi forza a bassa cadenza con recupero ad alta cadenza.

Il terzo giorno: cosa facevi?

Mediamente 5 ore, con delle sessioni di volate da 30” e recupero di 2′. Questo aspetto dei 30” forte l’ho mantenuto anche nell’off-season, per esempio quando andavo a camminare in montagna. Di tanto in tanto inserivo 30” di corsa forte. Questo serve per limitare il decadimento del Vo2 Max. E infatti quando ho ripreso stavo meglio.

E siamo al giorno di scarico…

Due ore facili.

La seconda tripletta cosa prevedeva?

Sostanzialmente le stesse cose, ma invertivo il primo giorno con il secondo. Mentre nel terzo giorno anziché fare delle volate da 30”, facevo 3×15′ di “swift spot”, vale a dire lavorare a cavallo di due zone, la Z3 e la Z4. Si tratta di lavorare vicino alla soglia, ma senza essere troppo aggressivi, specie perché si è ad inizio stagione. Era indifferente farle in salita o in pianura. Spesso cercavo terreni misti e, credetemi, fare 15′ non è una passeggiata. Anche perché in questa uscita non c’è mai un vero e proprio recupero. Al massimo si scende in Z2 e infatti tornavo a casa con una bella media sia di velocità che di watt. Sono tornato a casa anche con più di 280 watt medi che, considerando anche le discese, gli stop, il traffico, non è poco. Ero bello cotto!

Anche in allenamento Zoccarato non trascura l’alimentazione
Anche in allenamento Zoccarato non trascura l’alimentazione
Hai cambiato preparatore, è cambiato anche il lavoro?

Ora sono seguito da Giorgi, prima da Luca Zenti, coach della UAE Adq. Sostanzialmente non ci sono state grandi differenze sui lavori, ma sulle intensità e sui recuperi. Prima al 95 per cento, sapevo come avrei finito un allenamento e che non avrei sputato l’anima, ora invece più di qualche volta mi è capitato di non riuscire a finire i lavori e questo credo sia dovuto anche dalla tanta Z2 che faccio e non ai picchi. Stando costantemente in quella fascia, la catena è sempre in tiro.

Ora però Samuele ci siamo appena lasciati alle spalle gennaio, come è cambiato il menù? Sei passato dalla forza a cosa?

Le ore sono leggermente diminuite, ma neanche troppo, mentre sono aumentate le intensità. Sono aumentati i lavori in Z3 e Z4 e sono stati inseriti dei richiami in Z5. Però non ho mai toccato i massimali in allenamento. Neanche prima delle gare di Majorca e della Valenciana.

Puoi farci un esempio di qualche lavoro più intenso?

Per esempio facevo degli swift spot in Z4-Z5: 1′ in Z5, 30” di recupero in Z2. Oppure quando facevo la distanza inserivo dei lavori piramidali alla prima, terza e quinta ora: 3′ di VO2Max e 2′ di recupero in Z2; 2′ e 1′; 1′ e 40”; 40” e 30”… Un lavoro simile ti aiuta a conoscere il proprio fisico, specie nelle ore finali quando sei stanco, quando calano gli zuccheri. Riesci anche a capire come gestire gli integratori e la nutrizione. Capisci come migliorare nell’ultima ora.

Il veneto cura molto anche la parte a secco e della mobilità articolare in particolare (immagine dal web)
Il veneto cura molto anche la parte a secco e della mobilità articolare in particolare (immagine dal web)
Hai toccato il tasto dell’alimentazione, quali accorgimenti hai adottato per tutti questi particolari allenamenti?

Io sono molto alla buona e non ho preso chissà quali precauzioni. In linea di massima faccio riferimento all’introito calorico settimanale e se ho speso tanto, non faccio problemi a mangiarmi una pizza. In generale la dose di carboidrati è sempre alta sia a tavola che in bici. In bici mi attengo sempre agli 80-90 grammi di carbo l’ora, tra gel, barrette, malto… questo per avere il glicogeno sempre pieno. Ma questo vale più o meno sempre, al massimo quando dovevo lavorare sulla forza cercavo di aumentare la dose proteica negli shake prima e dopo gli allenamenti.

E lo stretching?

Quello lo faccio sempre e anche nei ritiri lo facevamo tutti insieme in squadra. Io però, quando faccio palestra, lavoro molto anche sulla mobilità articolare, specie quella delle gambe e della schiena. Avere una buona mobilità significa avere una capacità maggiore delle articolazioni e quindi del movimento e sfruttare meglio la muscolatura.

Fidanza, un’altra Gaia da lanciare: dopo Realini c’è Tormena

03.02.2024
6 min
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L’ultima volta che ha avuto tra le mani una Gaia proveniente dal fuoristrada, Giovanni Fidanza ha plasmato una certa Realini, che ora è una delle atlete più promettenti a livello mondiale. L’abruzzese veniva dal ciclocross e nella Isolmant-Premac-Vittoria del tecnico bergamasco prese le misure alle corse su strada e spiccò il volo. Per questo oggi, scherzando ma neanche troppo, è venuto spontaneo chiedere a Giovanni che cosa tirerà fuori dalla nuova Gaia, che di cognome fa Tormena, ugualmente proveniente dal fuoristrada. Nel suo caso però, la specialità è l’eliminator di mountain bike, nella quale è una superstar internazionale, avendo vinto quattro mondiali e cinque europei. Nel mezzo la valdostana ha provato anche la pista e la BMX con quel vecchio sogno di andare alle Olimpiadi che probabilmente dovrà essere rimandato.

Giovanni lo intercettiamo in magazzino, mentre prepara i mezzi e le ultime cose in vista del primo ritiro e del debutto. La squadra ha ancora bici Guerciotti, il modello Veloce S, mentre è cambiato il fornitore dell’abbigliamento. Da Nalini, che ha il suo bel da fare per seguire le tre squadre del Team DSM Firmenich, sono passati con Rosti e il 24 febbraio presenteranno il team nel Bike Park Vittoria (in apertura, un’immagine del 2023 di Foto Ossola).

Giovanni Fidanza con Rossato e Realini: un’immagine del 2022, l’anno della consacrazione di Gaia
Giovanni Fidanza con Rossato e Realini: un’immagine del 2022, l’anno della consacrazione di Gaia
Direttore, un’altra Gaia in squadra: ci sono similitudini?

Sono diverse. Tormena sicuramente ha motore. Il suo problema però è che non viene dalla strada e dal poco che l’ho vista nel 2023, le manca l’esperienza per capire i momenti di corsa. Penso che l’anno scorso abbia fatto il passo troppo lungo andando nel UAE Devo Team. Magari avrebbe fatto meglio a passare prima da noi, iniziando con un’attività più tranquilla. Comunque è andata così, ha ancor 21 anni e se ha voglia, potremo lavorare bene.

Ti sembra che questa voglia ci sia?

Deve capirlo. Se vuoi arrivare a certi contratti, la sola via possibile è la strada. In mountain bike hai i tuoi sponsor, ma la possibilità di guadagnare e farne un mestiere ce l’hanno di qua. Secondo me, lei è ancora combattuta. Potrebbe avere il timore di non sapere fin dove potrà arrivare su strada, è legittimo che abbia qualche dubbio.

E come si superano?

Vanno via quando cominci a prendere fiducia e vedi i primi risultati. Lei ha fondo, sta facendo le sue distanze anche su strada. Ha le caratteristiche dei pistard che fanno endurance, cioè ha tenuta ed è anche abbastanza veloce. Deve lavorarci passo per passo. Crescendo avrà sempre più resistenza, sarebbe sbagliato adesso mettere l’asticella troppo in alto. Cominceremo con le nostre corse open, poi ne faremo di più importanti e piano piano prenderà le misure.

L’arrivo di Gaia Tormena è una scommessa che potrebbe dare grandi risultati (foto Isolmant Premac Vittoria)
L’arrivo di Gaia Tormena è una scommessa che potrebbe dare grandi risultati (foto Isolmant Premac Vittoria)
Un’altra Gaia che può spiccare il volo?

Non bisogna neanche caricarla troppo. Deve cominciare. Provare ad arrivare a fare la volata. Fare il primo piazzamento. E da lì capisci come lavorare per migliorare. Io dico sempre che prima di arrivare ai grandi risultati, bisogna fare un certo tipo di percorso naturale. Come fra gli uomini, non dobbiamo guardare quello che fanno i fenomeni, ma seguire il nostro percorso e poi a fine anno si tireranno le somme.

Quando si comincia?

Il 24 facciamo la presentazione, poi andiamo in ritiro Montecatini e ai primi di marzo si comincia come negli anni scorsi. La vita con tante WorldTour si è fatta più complicata per noi. Da una parte è bello, il movimento è cresciuto tantissimo e le ragazze finalmente non corrono solo per passione. Ormai l’attività è quasi parallela con quella maschile, le grandi corse hanno entrambe le prove, il problema è che fuori dal WorldTour si fa fatica a correre. Le continental devono sperare nell’invito, ma capitano anche grandi corse con pochi partecipanti che con noi potrebbero guadagnare partenti e impatto, invece preferiscono schierare solo 100 ragazze.

E’ un peccato…

Senza dubbio, perché anche noi dobbiamo avere un minimo di calendario per far fare esperienza. Alla fine il nostro ruolo è questo, ma abbiamo bisogno della platea per dare visibilità agli sponsor: anche loro si impegnano e meritano un riscontro. Non so nemmeno se avrebbe senso diventare il devo team di qualcun altro, perché significherebbe perdere la propria identità e disperdersi, come sta succedendo con la Valcar.

Emanuela Zanetti, qui prima al Memorial Silvia Piccini nel 2021, è tornata con Fidanza dopo i 4 mesi con la Zaaf (foto Ossola)
Emanuela Zanetti, qui prima al Memorial Silvia Piccini nel 2021, è tornata con Fidanza dopo i 4 mesi con la Zaaf (foto Ossola)
Che cosa puoi dirci delle tue ragazze? Ci sono tante giovani e un paio di veterane…

Abbiamo Beatrice Rossato, con cui abbiamo ritrovato l’accordo e ha il suo lavoro di insegnante. Io non le metto pressione, si gestisce e sa quando è pronta. Le altre, a parte Sara Mazzorana cui diamo questa possibilità, sono giovani che devono crescere. Arrivano dopo gli juniores, hanno tre anni di tempo per arrivare a un certo livello e poi spiccano il volo. Questo è il nostro ruolo ed è importante. Perché se salta il passaggio e vanno subito negli squadroni, sarà sempre più difficile che abbiano una crescita adeguata e tante smetteranno.

Saresti in grado di indicare quale fra le tue è pronta per qualche risultato interessante?

Emanuela Zanetti ha avuto alti e bassi. Il 2023 è stato un anno particolare. Prima la vicissitudine della squadra dov’era andata (quattro mesi alla Zaaf Cycling Team prima che si scoprisse il brutto bluff, ndr), poi è tornata con noi, ma è stata male. Secondo me su certi percorsi è competitiva e lo ha dimostrato. Poi c’è Asia Zontone…

La quale?

La quale due anni fa ha vinto una tappa al Giro delle Marche, mentre nel 2023 ho avuto una stagione difficile fra alti e bassi, senza trovare una costanza di rendimento. Penso che possa fare il piccolo salto che manca per diventare grande.

Asia Zontone è passata su strada dal cross nel 2022, vincendo la seconda tappa del Giro delle Marche (foto Ossola)
Asia Zontone è passata su strada dal cross nel 2022, vincendo la seconda tappa del Giro delle Marche (foto Ossola)
Cosa dici di Sara Pepoli, figlia d’arte?

Una bella atleta, solo che nel 2023 era al primo anno, quindi aveva la scuola e poi le è venuta una forte mononucleosi a inizio stagione. Praticamente i primi mesi li ha persi tutti, ha cominciato a correre bene a giugno e non è andata male. Ha fatto il suo. Sperando che quest’anno non incappi in problemi di salute, ha iniziato la preparazione con le altre e sono sicuro che abbia buoni margini di crescita.

Un’ultima battuta su Arianna e Martina, le sue figlie nel WorldTour con la maglia Ceratizit, impegnate fra strada e pista, poi Fidanza riprende il suo lavoro di sistemazione in magazzino. La stagione delle grandi squadre è iniziata dall’Australia, qui in Italia serivrà ancora qualche settimana.

L’ascesa e la caduta di Dombrowski. In tempi troppo brevi

03.02.2024
6 min
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Tra coloro che hanno chiuso la propria carriera quest’anno, Joe Dombrowski rappresenta un caso a parte. Il perché è presto detto: non più tardi di un paio di stagioni fa l’americano aveva vinto una tappa al Giro e sfiorato il successo alla Vuelta, sembrava davvero un corridore quantomeno da classifica per corse a tappe medio-brevi, insomma un riferimento sicuro per ogni team che cercasse risultati e quindi punti. Un atleta ormai maturo per risultati importanti. La sua parabola è declinata rapidamente, fino a portarlo a 32 anni alla dolorosa decisione.

Dopo il suo annuncio, molti sono rimasti con la curiosità di sapere che cosa è successo e l’unica risposta poteva venire dalla sua stessa voce, per capire che cosa l’ha portato al ritiro: «In realtà il mio piano era quello di continuare, ma non ho trovato una squadra per la nuova stagione. È semplice ma è proprio così che è andata a finire».

L’americano ha cercato fino all’ultimo un ingaggio. All’Astana non c’era più posto
L’americano ha cercato fino all’ultimo un ingaggio. All’Astana non c’era più posto
Nel 2021 hai vinto una tappa al Giro e ci sei andato vicino alla Vuelta. Pensi che il passaggio all’Astana ti abbia penalizzato?

Non voglio dare la colpa alla squadra dicendo che non ho reso per questa o quella ragione, ma penso che per me l’ambiente era un po’ complicato. Qualcosa mi è mancato, in particolare nel mio secondo anno. Io sono approdato all’Astana con due grandi corridori per corse a tappe come Nibali e Lopez. E in realtà, mi è piaciuto molto correre il Giro nel 2022, stavo andando davvero forte. Forse dai risultati non sembra così tanto, ma in tutti i momenti chiave della gara ero lì con i migliori. Poi Vincenzo si è ritirato, Lopez ha avuto i suoi problemi come tutti sanno. Risultato, l’anno scorso non c’era più un vero leader per i grandi giri e la squadra era un po’ più concentrata sugli sprint con Cavendish. Io non sono un corridore che poteva aiutarlo, ero un pesce fuor d’acqua.

Nel senso che non avevi un ruolo?

Sì, ma c’è anche altro. Non controllavamo la gara all’inizio, dove molte volte vedi le squadre dei velocisti mettere un ragazzo davanti per tirare. All’Astana non lo facevamo. Sembrava una caccia al palcoscenico, dovevo cercare la fuga ma essa deve arrivare fino al traguardo. Io poi ero abituato a lavorare per qualcuno, ma chi? Non avevo più un ruolo.

Alla Sky due anni d’esordio difficili per Dombrowski, a causa di incidenti e problemi fisici
Alla Sky due anni d’esordio difficili per Dombrowski, a causa di incidenti e problemi fisici
Dopo la vittoria al Giro Under 23 con quali speranze eri passato professionista?

Potevo andare in quasi tutte le squadre perché ero giovane. E quando vinci qualcosa come il Girobio o il Tour de l’Avenir, hai un bel biglietto da visita. Il ciclismo è sempre alla ricerca di giovani talenti. Quindi avevo molte opzioni diverse e alla fine ho scelto Sky perché all’epoca era la squadra migliore e sembrava essere la più all’avanguardia o la più organizzata. Penso che all’epoca fossero un gradino sopra tutti gli altri.

Mentre oggi?

Ancora oggi la reputo come la squadra più grande nella quale ho corso. La combinazione tra l’essere neopro’ e la giovane età rendeva tutto magico. Sono stati un paio d’anni difficili. Ho lottato con un infortunio. Avevo un’endofibrosi dell’arteria iliaca e non ho fatto l’operazione fino al secondo anno, perché c’è voluto molto tempo per trovare il problema. Sono stato fermo tre mesi e anche questo ha reso le cose un po’ complicate.

In casa Cannondale (oggi EF Education EasyPost) il corridore di Marshall ha vissuto una grande maturazione
In casa Cannondale (oggi EF Education EasyPost) il corridore di Marshall ha vissuto una grande maturazione
Alla Cannondale sei stato 5 anni, che ambiente era e come ti sei trovato?

Credo che sia stata la squadra più divertente che ho avuto tra tutte le squadre del WorldTour in cui ho corso, forse perché a quel tempo era in fase di transizione. Quando era Garmin, forse era una delle squadre più americane del gruppo. Quindi con molti corridori americani, un po’ come la Movistar così spagnola o l’Astana kazaka per licenza, ma molto italiana. Avere tanti connazionali rende tutto più facile. Sentivo che molti corridori della squadra erano miei amici. Ho anche amici di tutte le squadre in cui ho corso, ma lì di più…

Alla Uae hai vissuto l’esplosione di Pogacar: quanto spazio avevi per le tue personali ambizioni?

Era già prima una super squadra. Un team con molti campioni dove c’era meno spazio per le ambizioni personali. Se vai a ogni gara e i tuoi compagni di squadra sono tra i migliori al mondo, è normale che in molti casi sia necessario lavorare per gli altri. Penso di avere avuto il mio spazio e penso che abbiano cercato di gestirlo bene come avviene per ogni corridore. Ad esempio, nei grandi Giri, hai una possibilità quando è il tuo giorno di andare in fuga, puoi puntare alle tappe. Se non ti concentri sulla classifica generale, è davvero un bel modo di correre se hai un leader e puoi essere lì intorno a lui, ma poi hai anche la libertà per scegliere i giorni in cui vuoi giocarti le tue chance. Sai che gran parte del tuo lavoro è supportare qualcun altro e i diesse vedono quando sei qualcuno che può essere un buon compagno di squadra.

La vittoria di Sestola al Giro 2021, un’azione imperiosa che l’ha portato alle soglie della maglia rosa
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Qual è stata per te la vittoria più importante?

Direi che la vittoria di tappa nel Giro è stata bella. Forse è stato un po’ agrodolce perché il giorno dopo sono caduto, quindi non l’ho potuta davvero assaporare, anche perché puntavo a vestire la maglia rosa. In testa c’era De Marchi e nella successiva tappa di montagna, dato che avevamo un buon distacco dai favoriti della classifica generale, avrei avuto un davvero un’ottima occasione per conquistare la maglia rosa. Credo comunque che sia stata davvero una bella vittoria.

Tu sei stato fra i più grandi talenti americani di questo secolo: il ciclismo americano di oggi è più o meno forte di quando sei passato professionista?

Direi che è più forte adesso. Ci sono così tanti bravi corridori americani. Guarda cos’ha fatto Kuss, ma anche Matteo Jorgenson ora suo compagno di squadra oppure Powless o McNulty. Ma ne dimentico sicuramente qualcuno, perché in realtà ce ne sono molti e anche molto giovani.

Vuelta 2021: lo statunitense insieme a Taaramae, che lo staccherà togliendogli il successo a Picòn Blanco
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Tu hai vissuto per anni a Nizza: intendi tornare a casa o rimarrai in Francia?

Sto bene adesso, per ora abbiamo intenzione di restare qui. Non ho davvero intenzione di tornare negli Stati Uniti. Non ho un piano immediato per quello che farò. Amo il ciclismo e amo lo sport nel profondo. Ma ho interessi anche in altre cose. E penso che nei prossimi mesi vorrò prendermi del tempo per esplorare tutte le diverse cose che sono interessanti per me e poi sapere dove mi portano. Quello che ho imparato dal ciclismo è che amo il ciclismo. Vedremo cosa sto facendo e anche dove vivremo. Per ora continuo ad andare in bici, ma mi prendo del tempo anche per sciare…