Salvoldi fa il bilancio sui mondiali pista e guarda all’europeo

05.09.2024
5 min
Salva

PORTOFINO – La mattinata ligure del Giro della Lunigiana inizia con nubi grigie che minacciano tempesta, tanto da portare alla cancellazione della seconda tappa. Alla fine, la pioggia tanto temuta non è arrivata, ma la decisione del Prefetto ormai è presa e bisogna farsene una ragione. Tra i tanti che scrutano l’orizzonte alla ricerca di una risposta sul meteo c’è anche Dino Salvoldi, cittì della nazionale juniores (in apertura foto FCI). Qui al Lunigiana è alla ricerca delle ultime risposte prima di diramare le convocazioni per europei e mondiali.

Salvoldi in questi giorni sta seguendo i ragazzi al Giro della Lunigiana
Salvoldi in questi giorni sta seguendo i ragazzi al Giro della Lunigiana

Pista e record

Ma l’appuntamento che ci interessava affrontare con lui questa mattina era collocato indietro nel tempo. I mondiali juniores su pista hanno portato diverse medaglie, ben 11, e il record del mondo nell’inseguimento a squadre. Risultati che fanno ben sperare per il futuro del movimento legato alla pista.

«Come si suol dire – esordisce Salvoldi – ripetersi è difficile e confermarsi su certi livelli cronometrici lo è ancora di più. Però devo dire che abbiamo fatto tutti insieme un bel percorso di avvicinamento. Ho avuto appoggio e fiducia dai ragazzi, dalle famiglie e dalla Federazione stessa. Quest’ultima mi ha permesso di svolgere appieno il mio lavoro e il programma che è partito da lontano. Era da dicembre che i ragazzi venivano una volta a settimana ad allenarsi, intensificando l’impegno in vista di europei e mondiali.

«Partendo dal quartetto, quest’anno siamo riusciti a trovare per ogni posizione l’interprete migliore, a partire da Costa che è stato l’interprete perfetto per il ruolo di primo uomo. Poi Magagnotti in seconda, Stella in terza e poi la doppia scelta per il quarto posto tra Sporzon e Fantini. La prestazione cronometrica fatta è stata propiziata dalle condizioni ambientali favorevoli, però già prima di partire avevamo avuto riscontri concreti a Montichiari. Pensavamo di essere competitivi, a livello dell’anno precedente. Gli avversari sono migliorati, ma non sono arrivati ancora al nostro pari. Sono tre anni che vinciamo la specialità più complessa e lo facciamo abbassando il record del mondo, è una conferma importante».

Il conto totale per la spedizione mondiale è stato di 11 medaglie (foto FCI)
Il conto totale per la spedizione mondiale è stato di 11 medaglie (foto FCI)
Stella è stato il protagonista di questa spedizione azzurra vincendo tre medaglie…

L’obiettivo è dare continuità di lavoro a questi ragazzi, l’impegno non finisce con il record del mondo. La pista è prima di tutto una scelta, non forzata. E’ bene chiarire che la pista sia un bel mezzo di allenamento per tutti. Essere competitivo e correre in certe manifestazioni non è per tutti, ci vogliono delle qualità. Come le ha Davide Stella, che di questo gruppo è il corridore più duttile.

Lui ha corso in tante discipline diverse, il rischio è di tirarlo da tutte le parti o si riuscirà a lavorare in maniera ottimale?

Sicuramente è adatto anche alle altre discipline, lo ha dimostrato vincendo altre due medaglie oltre a quella del quartetto. Dove correrà dipenderà anche dal calendario perché non puoi far tutto, il livello è alto. Servono i corretti tempi di recupero e la possibilità di esprimersi al meglio dove verrà schierato. In fase di preparazione è chiaro che il quartetto sia la disciplina cardine per la ricerca della condizione, viste le modalità e il coinvolgimento di più soggetti. Un’attività che viene utile anche per le altre specialità.

Per l’aspetto tecnico?

Deve essere curato in modo continuativo, chiaro che però è una cosa che viene fatta a ridosso delle manifestazioni. Partecipare ad alcune gare durante l’anno aiuta a tenere alta la confidenza con la disciplina.

Vedere Stella confrontarsi a livelli internazionali su strada è una bella soddisfazione?

Ci sono un paio di ragazzi del gruppo pista: Stella e Magagnotti, che sono coinvolti nel programma per l’europeo su strada. Durante la stagione ci sono delle priorità e oltre alle qualità atletiche hanno una testa attaccata al corpo alla quale va dato il giusto riposo. Abbiamo aspettato gli ultimi giorni di ritorno dalla Cina per capire quale fosse il percorso migliore per ognuno in vista del campionato europeo. Nelle prossime tappe qui al Lunigiana capiremo bene cosa fare.

Vedere che riescono a fare bene anche su strada però fa capire che il programma sta andando bene…

Certo. La strada rimane l’attività primaria, per scelta stessa dei ragazzi. A questo punto della loro carriera ci sono atleti, i due che abbiamo citato prima, che hanno spiccate doti per entrambe le discipline. Vanno messi nelle condizioni di potersi esprimere al meglio.

Sarà importante mantenere questo equilibrio anche nel cambio di categoria.

Il messaggio che noi cerchiamo di portare avanti è che con il giusto equilibrio si possono fare entrambe le attività. Chiaro che con il cambio di categoria trovano i campioni del mondo dello scorso anno; quindi, il numero di pretendenti alla vittoria aumenta. So per certo che la volontà dei ragazzi è di mantenere strada e pista, dovranno essere bravi a farsi sentire quando servirà.

De Lie come VdP: «I risultati arrivano col divertimento»

05.09.2024
5 min
Salva

Ugualmente non correrà agli europei. Dopo aver vinto l’ultima tappa del Renewi Tour su e giù per il Muro di Geraardsbergen, Arnaud De Lie ha preso atto di non essere fra i convocati del Belgio per la gara di Hasselt, anche se la caduta della Vuelta ha tolto di mezzo Wout Van Aert. Così il Toro di Lescheret è tornato a casa per recuperare le forze e farsi trovare pronto per la gara di Amburgo di domenica prossima, per poi fare rotta sulle prove canadesi del WorldTour. Fu proprio vincendo il GP Quebec dello scorso anno che il campione belga mise un piede nella dimensione del grande corridore, che fino a quel momento era stata una previsione più che una certezza.

«Vincere con questa maglia tricolore significa sempre qualcosa – dice – e farlo in un luogo così mitico, nella tappa regina del Renewi Tour, è stato ancora più iconico. Il Muro di Geraardsbergen, che abbiamo scalato più volte, fa parte della storia del ciclismo. Non farò gli europei perché Merlier e Philipsen sono più veloci di me. Mentre corridori come Van Lerberghe e Rickaert sono più bravi di me nel tirare le volate. Non sono uno che fa il leadout, perché è qualcosa che devi imparare lavorando in modo specifico. Però mi piace lavorare per un compagno di squadra, come è stato con Segaert al Renewi Tour».

Due diamanti in cassaforte

La Lotto Dstny intanto si frega le mani, avendo messo in mostra nella gara belga due talenti di assoluto rispetto. Il primo, Alec Segaert, che vincendo la crono si era proposto per i piani alti della classifica. Il secondo, lo stesso De Lie, che ha giocato la sua carta nella tappa finale, quando si è capito che il compagno non sarebbe stato in grado di rispondere all’affondo di Tim Wellens.

«L’ho fatto tutto sui pedali – sorride – uomo contro uomo. E’ bella anche una vittoria in volata, ma quell’ultima tappa è stata una gara vera. Sono state più di quattro ore con un caldo fuori dal comune. E’ stato durissimo scalare per tre volte e mezzo il Muro. Nel primo passaggio mi sono sentito benissimo e il nostro primo obiettivo era difendere la maglia di Segaert. Quando però l’ammiraglia ha capito che Alec era troppo indietro, ha dato via libera a me. Wellens non era recuperabile, ma possiamo essere ugualmente molto soddisfatti di ciò che abbiamo ottenuto. Dopo tutto Alec ha solo 21 anni, io 22. Nelle due tappe che non si sono concluse con uno sprint, siamo stati i più forti. Ciò fa ben sperare per i prossimi anni».

La primavera bruciata

Quello che più brucia, ascoltando il racconto di De Lie è la primavera buttata a causa del morbo di Lyme, l’infezione trasmessa dalle zecche. Per un ragazzo nato e cresciuto in fattoria, sembra quasi una beffa. I suoi sintomi comprendono varie irritazioni cutanee, come pure alla lunga alterazioni neurologiche, cardiache o articolari che, se non trattate, possono trasformarsi in vere e proprie complicazioni. Per curarla si ricorre ad antibiotici che hanno ridotto le sue capacità nel periodo delle corse più adatte. Dopo il decimo posto alla Omloop Het Nieuwsblad infatti, il belga non è stato più in grado di ottenere prestazioni di alto livello.

«Vincendo in questa tappa del Renewi Tour – ha confermato De Lie – ho dimostrato che se non ho problemi fisici, ci sono. Solo chi l’ha sperimentato sa cosa sia quella malattia. Sono arrivato a chiedermi cosa ci facessi su una bici, una sensazione che ogni corridore prima o poi si trova a provare, ma questa volta era diverso. Non ho toccato la bici per dieci giorni e quando l’ho ripresa, non avevo più voglia di salirci sopra. Ho fatto molti sacrifici per riprendermi. E adesso sono tornato e ho la conferma che questi sono i miei percorsi preferiti».

Al Tour, De Lie ha avuto modo di conoscere meglio il suo idolo Van der Poel
Al Tour, De Lie ha avuto modo di conoscere meglio il suo idolo Van der Poel

L’amico Van der Poel

David Van der Poel, fratello di Mathieu, collabora con il suo agente. Si conoscevano prima quando anche lui correva, si conoscono meglio ora che collaborano. E questo crea un’insolita commistione di affetti e ambizioni. De Lie infatti correrà il prossimo Giro delle Fiandre con la maglia di campione belga e in quanto tale sarà una sorta di bandiera contro il dominatore Van der Poel che, per citare l’Iliade, tanti dolori inflisse ai belgi. Secondo alcuni nel suo non esporsi c’è proprio la voglia di prendergli le misure.

«Mathieu van der Poel – dice De Lie – è Mathieu van der Poel, giusto? Questa è un’altra differenza fra noi. Penso che sia prima di tutto un bravo ragazzo. Con il suo modo di fare dimostra che il divertimento viene prima di tutto e con il divertimento arrivano i risultati. Questo è anche il mio pensiero. Ricordo che nei miei primi anni da professionista non osavo davvero avvicinarlo, non avevo il carattere per farlo. Invece nell’ultimo Tour abbiamo spesso pedalato uno accanto all’altro. In fuga, nel gruppetto o anche semplicemente in gruppo. Al Tour c’è anche tempo per parlare. E comunque non credo di avere ancora le gambe per contrastarlo, anche se sarebbe bello. Credo che sia ancora un obiettivo lontano. Perciò preferisco concentrarmi su quello che posso raggiungere davvero».

Il Bulgaria di Malucelli, arrivato un po’ per caso

05.09.2024
5 min
Salva

Chi avrebbe mai pensato a Matteo Malucelli vincitore di una corsa a tappe? Il ciclismo sa sempre regalare sorprese, ma certamente domenica l’ultima cosa che il forlivese si aspettava, partendo per l’ultima tappa del Giro di Bulgaria era di conquistare la vetta, festeggiando così nel migliore dei modi il ritorno alle gare dopo una sosta di ben 3 mesi.

Il racconto di come sia arrivato questo traguardo ha un “prologo”: «Alla vigilia dell’ultima tappa al comando c’era Carboni con 38” su di me e 1’03” sul locale Papanov. Io avevo vinto due tappe, ero contento così, ma alla partenza sapendo che avevamo un vantaggio buono ma non di piena garanzia, avevamo pensato di tenere la corsa chiusa per poi giocarci la volata. Io anche vincendo non avrei superato Giovanni, così saremmo stati tutti contenti.

Papanov imprendibile? C’è un perché…

«In corsa però Papanov ha attaccato al culmine della salita. Ci siamo messi in caccia, ma la strada era bagnata e in una curva Carboni è caduto, io gli sono andato dietro. Mi sono rimesso subito in bici, avevo il cambio bloccato sul 14, ma sono comunque riuscito a rimettermi in sella. Giovanni invece aveva rotto il cambio e ha dovuto aspettare la sostituzione della bici, a quel punto non poteva più rientrare. Rischiavamo di perdere la corsa. Dovevamo riprenderlo. Eravamo in una quindicina dietro ma per quanto ci dessimo regolari cambi, non guadagnavamo, il che ci sembrava strano. Dopo l’arrivo vittorioso di Papanov, visionando le riprese era evidente che aveva sfruttato la scia delle auto. Abbiamo fatto reclamo ed è stato accolto, lui è stato posto al 15° posto della tappa e penalizzato di 20”, così io ho vinto il Giro davanti a Carboni e Pesenti, abbiamo fatto il pieno».

Una vittoria che, per come è arrivata, non poteva non avere un fondo di amaro: «Dispiace sempre quando arriva una caduta. Giovanni, più che per la corsa perduta, era abbattuto per la botta subita, quando cadi è sempre brutto anche perché l’urto non è stato di poco conto. Poi dispiace anche che la corsa venga decisa a tavolino, avremmo sicuramente preferito che le cose fossero andate come avevamo stabilito alla vigilia».

Il team giapponese in Bulgaria, con Carboni e Pesenti anche loro sul podio
Il team giapponese in Bulgaria, con Carboni e Pesenti anche loro sul podio

Una sosta di ben 3 mesi

Malucelli, come anche gli altri compagni di squadra italiani è tornato alle gare dopo 3 mesi, dopo aver staccato la spina al termine della corsa più sentita da parte del suo team JCL Ukyo. Una scelta che era stata già stabilita a inizio stagione: «Non avevamo impegni dopo la parte riservata al calendario asiatico, quindi per due settimane non ho neanche voluto vedere la bici. Poi ho ripreso piano, ho fatto un primo periodo in altura ma molto blando, non mi sono negato neanche qualche cena fuori… Da luglio ho ricominciato a lavorare sul serio ma senza fretta, per raggiungere la condizione piano piano, rimettendomi in riga anche con l’alimentazione e il resto, ad agosto ero fresco fisicamente e mentalmente per ritrovare lo smalto giusto. Com’è avvenuto».

Questo sistema è positivo? «Per certi versi. Sicuramente sono arrivato in Bulgaria che avevo una gran voglia di correre, di fare fatica e quando questo si confronta con gente che invece è sulla corda da mesi, è stanca fisicamente e mentalmente la differenza si vede. Noi siamo sicuramente più freschi per il finale di stagione. Dall’altra parte però non è facile convivere con lo stare fermo mentre vedi che tutti gli altri corrono, gareggiano. D’inverno almeno non gareggia quasi nessuno, è diverso. Diciamo che un paio di mesi sarebbe una sosta più che sufficiente».

Il forlivese era fermo dal Tour of Japan di maggio, dove aveva vinto due tappe
Il forlivese era fermo dal Tour of Japan di maggio, dove aveva vinto due tappe

In Italia per continuare così

Ora però inizia una porzione importante della stagione: «Intanto sono al Friuli e ci arrivo con tanta voglia di fare. Poi continueremo a gareggiare in Italia, con Matteotti e Pantani, non so se le farò entrambe, per poi a fine mese ripartire per l’Asia per affrontare il Tour de Langkawi. A fine anno, ho fatto i calcoli che supererò i 50 giorni di gara, quindi rientro pienamente nella media».

Al di là del rocambolesco successo nella classifica finale, anche in Bulgaria Malucelli ha messo la firma un paio di volte in una stagione finora positiva e ricca di soddisfazioni: «Il bilancio è già col segno più, ma io devo dire di essere sempre stato costante nel mio rendimento, alla Gazprom come alla China Glory, dove ho ottenuto risultati dopo 4 mesi davvero complicati mentalmente. In Belgio ho conquistato 8 Top 10 in gare di alto livello, decisamente superiori a quelle che affrontiamo con la squadra giapponese. Io nel team mi trovo bene, ha una forte componente italiana e i giapponesi sono davvero il massimo in fatto di disponibilità. Non posso però negare che questa dimensione la sento un po’ stretta e me ne accorgo soprattutto quando si sale di categoria e si affrontano le Professional».

Malucelli si sente a suo agio nel team, con una forte componente italiana. Qui con il diesse Boaro
Malucelli si sente a suo agio nel team, con una forte componente italiana. Qui con il diesse Boaro

Per questo già al Friuli Malucelli è arrivato con tanta voglia di fare: «Io mi sento di partire per ogni tappa con un obiettivo solo: vincere. La prima è già andata bene, primeggiando con chiarezza sugli avversari. Ma non voglio fermarmi alla vittoria di San Giorgio di Nogaro, voglio far vedere che sono un corridore che ha ancora molto da dire e da dare anche in un consesso più alto».

Germani tra Giro e Vuelta: l’analisi di due fatiche diverse

05.09.2024
5 min
Salva

Le grandi fatiche di Lorenzo Germani alla Vuelta (immagine Groupama-Fdj in apertura) si distendono e trovano pace nell’ultimo giorno di riposo a Oviedo. Il tempo non è stato dei migliori, la pioggia picchietta sulle finestre dell’hotel e gli atleti ne approfittano per rilassarsi. Germani sta mettendo insieme, giorno dopo giorno, il suo secondo Grande Giro della stagione. Prima l’esordio al Giro d’Italia e poi il ritorno alla Vuelta Espana, esattamente un anno dopo il debutto. 

«Oggi (lunedì, ndr) – racconta Germani – è stato un giorno rilassante, disteso. Il brutto tempo ci ha impedito di fare la nostra sgambata, così ho deciso di non fare nulla. Ci fosse stato il sole, una pedalata a ritmi blandi l’avrei fatta volentieri, ma vista la pioggia ho rinunciato. Non aveva senso fare i rulli giusto per farli, mi sono detto che sarebbe stato meglio fermarsi totalmente».

Recupero assoluto nel secondo riposo a Oviedo (foto Groupama-FDJ)
Recupero assoluto nel secondo riposo a Oviedo (foto Groupama-FDJ)

Giorni difficili

Quelle della Vuelta non sono state fino ad ora tappe facili, la seconda settimana ha messo il carico da cento sulle gambe degli atleti. Il caldo spagnolo non ha risparmiato la carovana, lo si è visto nei giorni passati. A farne le spese è stato anche Antonio Tiberi, ritiratosi per un colpo di calore nella nona tappa, con arrivo a Granada. 

«Ho passato una serie di giorni non facili – spiega Germani – ma ho terminato abbastanza bene la settimana. I primi nove giorni c’erano temperature medie sopra i 40 gradi centigradi, tanto che non capivo se fossi io a stare male o il caldo a svuotarmi. Era come se ci fosse un forno aperto davanti alle nostre facce, anche in discesa non ti raffreddavi. Mi sentivo bloccato, sia con il respiro che con le gambe. Poi la seconda settimana siamo saliti a nord, le temperature erano minori ma l’umidità era talmente elevata che si sudava anche a stare fermi».

L’unica cronometro corsa fino ad ora è stata quella di Lisbona del primo giorno
L’unica cronometro corsa fino ad ora è stata quella di Lisbona del primo giorno

Due fatiche diverse

Germani dopo il Giro ha riposato, ripartendo con la preparazione in vista della sua seconda Vuelta. Proprio questa partecipazione a due dei tre Grandi Giri ci ha fatto chiedere come sia viverli dall’interno. Quali sono le differenze e come si affrontano queste due fatiche simili ma in realtà tanto diverse. 

«Qui in Spagna – analizza – nella seconda settimana abbiamo fatto più di 4.000 metri di dislivello al giorno. Mentalmente e fisicamente è difficile da gestire, non hai una tappa che ti permette di respirare. Non ci sono state tappe in cui staccare, come può essere una cronometro o una frazione pianeggiante. Da martedì a domenica è stato un costante martello pneumatico».

«Anche al Giro abbiamo incontrato giorni caldi – continua – ma non a questo livello, sarà anche il periodo dell’anno. Ci sono state anche le tappe dure e impegnative, ma in stile normale. Magari c’era una tappa piatta, poi una vallonata e infine una o due di montagna con salite lunghe ma pedalabili».

Le salite alla Vuelta sono delle rampe verticali con pendenze sopra al 10 per cento che fanno male alle gambe
Le salite alla Vuelta sono delle rampe verticali con pendenze sopra al 10 per cento che fanno male alle gambe

Le salite

Alla Vuelta si sa che non ci sono montagne simili alle nostre, le salite sono più brevi ma verticali, quasi dei muri. Questo fa una grande differenza nel metodo di approccio della fatica. 

«Ci sono state scalate brevi – spiega ancora Germani – ma molto molto ripide. Ieri (domenica, ndr) sul Cuitu Negru pensavo di ribaltarmi all’indietro. C’è stato un tratto al 24 per cento. Sembrava una di quelle strade private che usano i pastori per portare al pascolo i greggi, non mi stupirei fosse davvero così. Abbiamo pedalato per diverse volte su tratti lunghi, tipo 5 chilometri, a pendenze del 12 per cento. Al Giro non hai queste cifre, le salite sono più lunghe e dolci ed è un costante sali e scendi. La pendenza media è del 7 per cento, non del 10 o 11».

La prima settimana si è corsa tutta con la temperatura superiore ai 40 gradi (foto Groupama-FDJ)
La prima settimana si è corsa tutta con la temperatura superiore ai 40 gradi (foto Groupama-FDJ)

Corridori diversi

Tutto questo influisce sulla fatica fatta dai corridori e sulle scelte delle squadre, infatti in Spagna è difficile vedere dei velocisti puri. 

«Le squadre – racconta Germani – hanno portato tanti scalatori e passisti scalatori a supporto del leader, come Nico Denz. L’atleta che si avvicina per caratteristiche ai velocisti è Groves, ma definirlo tale è riduttivo. Se dopo una tappa con 3.000 metri di dislivello arrivi davanti e vinci, vuol dire che sei forte anche in salita. Infatti il gruppetto qui va davvero forte, il livello è alto. Al Giro, invece, i velocisti puri c’erano e capitava che si chiamasse gruppetto già dal chilometro zero. Qui no, tutti vogliono rimanere attaccati e provare a resistere. Parlavo con De Gent qualche giorno fa, mentre eravamo nel gruppetto, scherzando mi ha detto che avrebbe fatto meglio a ritirarsi alla fine del 2023, considerando che manca ancora una settimana di gara».

Le differenze tra i leader non sono così marcate, la corsa diventa molto aperta e imprevedibile
Le differenze tra i leader non sono così marcate, la corsa diventa molto aperta e imprevedibile

Fuori i tre tenori

Un altro tema che ha tenuto banco per quanto riguarda la Vuelta è l’assenza di Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel. Questo ha aperto la possibilità a tutti gli altri di potersi giocare la vittoria di una Grande Giro, cosa non da poco visti i tempi in cui viviamo. 

«Ogni giorno è una bagarre – replica Germani – ci sono molti pretendenti alla vittoria di tappa e questo il gruppo lo sa. Le fughe prendono forma di forza e hanno grandi possibilità di arrivare in fondo, sono tutti super agguerriti. Non c’è la squadra forte che va a prendere i fuggitivi tutte le volte, come era la UAE al Giro. I ragazzi della Decathlon AG2R tirano ma non vogliono rientrare sui primi, quindi la fuga anche con 6 o 7 minuti sa che può giocarsi la vittoria. Al Giro non eri sicuro di arrivare al traguardo nemmeno con 10 minuti.

«I distacchi in classifica generale sono contenuti – conclude – a testimonianza che c’è un corridore più forte, Roglic, ma che non domina in lungo e in largo. Roglic, Mas, Carapaz e Landa sono racchiusi in due minuti. Al Giro Pogacar aveva questo vantaggio alla fine della prima settimana».

Finn e Seixas, è subito testa a testa. La prima al francese

04.09.2024
5 min
Salva

LA SPEZIA – La prima tappa del Giro della Lunigiana offre un testa a testa mozzafiato tra Lorenzo Finn e Paul Seixas. Una volata a due su via Domenico Chiodo, nel centro di La Spezia, dove a spuntarla è il francese, che beffa di poco il campione italiano in carica (in apertura foto Duz Image / Michele Bertoloni). Sopra le teste dei corridori risplende un cielo azzurro, mentre sullo sfondo le colline incorniciano un quadro da cartolina. Oltre quei verdi pendii ci sono le Cinque Terre, la testimonianza di come la Liguria sia una regione dove il mare e la montagna vivono in simbiosi. 

Una volata lanciata da lontano. Prima con uno studio attento tra i due contendenti, iniziato a un chilometro dall’arrivo. Poi dopo un lento avvicinamento è partito lo sprint, che Seixas prende in testa e conclude alzando le braccia al cielo. Finn fa un gesto di stizza e si rammarica, mentre i due spariscono dietro la curva in fondo al rettilineo. 

Seixas beffa Finn allo sprint, è lui la prima maglia verde del Lunigiana 2024 (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)
Seixas beffa Finn allo sprint, è lui la prima maglia verde del Lunigiana 2024 (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)

Uno contro uno

Dopo l’arrivo Paul Seixas è circondato dai compagni di squadra e dal massaggiatore del team francese. Al contrario Lorenzo Finn è solo, gli altri atleti della Rappresentativa Liguria devono ancora arrivare e l’impressione è che la differenza non la faranno solo le gambe dei due giovani talenti, ma anche quelle dei compagni di squadra. La nazionale transalpina ha preso in mano la situazione e in poco meno di 25 chilometri ha ricucito il margine sui fuggitivi e propiziato l’attacco del loro capitano. 

«I miei compagni hanno fatto un grandissimo lavoro – commenta ai piedi del podio – io ho solo portato a termine quanto costruito da loro. Sono felice di aver iniziato con una vittoria e una prestazione del genere, questo mi fa capire che ho lavorato bene in preparazione al Giro della Lunigiana. Sono in ottima forma. E’ una corsa impegnativa con tanti corridori forti, Finn lo ha dimostrato ma anche gli altri non sono da sottovalutare. Non penso che sia una sfida tra noi due e basta, ci sarà da stare attenti alle altre squadre che ora saranno agguerrite».

Finn rincorre

Al contrario Lorenzo Finn ai piedi dell’ultimo GPM di giornata si è trovato a dover rincorrere il rivale francese. Ieri alla presentazione delle squadre lo aveva etichettato come uno dei principali favoriti e così si è rivelato. Il solo a tenere il suo passo è stato proprio il ligure della Grenke Auto Eder che qui corre con i colori del team Liguria. 

«Sono dispiaciuto di aver perso – commenta Finn mentre le sue gambe girano sui rulli per sciogliere i muscoli – perché ero lì. La gamba in salita era molto buona, quindi fa sperare bene per i prossimi giorni. Abbiamo fatto la differenza noi due, lui ha iniziato la salita finale con qualche secondo di vantaggio, poi in discesa sono riuscito a chiudere. La Francia ha attaccato in discesa e sono andati via in tre mentre io ero rimasto nel gruppo dietro. In salita ho fatto una cronometro per mantenere il distacco. Il Giro della Lunigiana è una corsa che si può vincere anche in discesa e il fatto di aver spinto bene e chiuso su Seixas mi fa ben sperare. Ogni secondo farà la differenza e domani saremo ancora qui a sfidarci».

I quattro al comando guidati da Stefano Viezzi, a fine giornata per lui la maglia dei Traguardi Volanti (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)
I quattro al comando guidati da Stefano Viezzi, a fine giornata per lui la maglia dei Traguardi Volanti (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)

L’Italia va

L’azione di giornata è scandita da quattro corridori, degni di un’Italia che va veloce, corre e cresce bene. Stefano Viezzi, Andrea Bessega, Elia Andreaus e Michele Bicelli si sono avvantaggiati in un tratto in pianura alla fine del primo GPM di giornata. Il cronometro ha fatto segnare un distacco massimo di 2 minuti e 38 secondi.

«L’idea di anticipare – spiega il campione del mondo di ciclocross Stefano Viezzi – era già in programma perché sapevamo che gli altri erano più forti su questo tipo di salite. Le pendenze all’8 per cento non aiutano i corridori della mia stazza (Viezzi è alto 190 centimetri per 70 chilogrammi, ndr). Siamo riusciti a prendere un bel vantaggio, personalmente ci credevo perché 2 minuti e 38 sono tanti da recuperare. Poi Finn e Seixas sono rientrati e bisogna solo che fargli i complimenti. A noi resta la consapevolezza che siamo andati forte e che avremo le nostre occasioni nei prossimi giorni.

«Quando dopo una quarantina di chilometri – spiega Elia Andreaus – è partito Viezzi mi sono subito accodato. Poi sono rientrati anche Bicelli e Bessega. Quello che hanno fatto Finn e Seixas è impressionante, di un altro livello. Anche con tutto quel vantaggio sapevo che in salita ci avrebbero potuto riprendere e saltare. Così è stato. Ora sono in classifica (ha terminato quarto la tappa, ndr) ma sarà difficile rimanerci. Forse sarà meglio puntare a qualche tappa».

Il via del Giro della Lunigiana 2024 è avvenuto dall’anfiteatro di Luni (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)
Il via del Giro della Lunigiana 2024 è avvenuto dall’anfiteatro di Luni (Foto Duz Image / Michele Bertoloni)

Fuori Omrzel  

I primi chilometri del Giro della Lunigiana hanno dato già dei verdetti importanti. La corsa di uno dei favoriti, Jakob Omrzel, dura esattamente 6 minuti, terminando a Sarzana. Una caduta, che ha coinvolto anche Jacopo Sasso, pone fine al sogno del giovane sloveno di vincere la Corsa dei Futuri Campioni. I due sono stati prontamente trasportati in ospedale, sono stati ricoverati e coscienti.

L’estate rovente della bicicletta riserva delle sorprese (tecniche)

04.09.2024
6 min
Salva

La tecnica della bicicletta non si ferma neppure in un momento dell’anno dove molte delle novità sono state presentate e viste. Non c’è più stagione e il mondo dei professionisti è un costante banco di test, anche e soprattutto di prodotti che vedremo tra qualche tempo.

Tour de France e Olimpiadi, ma anche Vuelta, Deutschland Tour e curiosità interessanti arrivano anche dal Tour de France Femmes.

Una Lapierre tutta nuova?

L’abbiamo intravista durante il Tour de France Femmes, prima in dotazione ad Evita Muzic, che ha ben figurato all’Alpe d’Huez con il quarto posto, ma utilizzata anche da Grace Brown e compagne. Lapierre non è più nel WorldTour maschile, ma prosegue la sponsorizzazione delle ragazze del Team FDJ-Suez.

La bicicletta mantiene le caratteristiche classiche che hanno reso celebre l’azienda francese, ovvero i foderi obliqui staccati dal piantone e una forma “sottile”. Il nuovo modello mutua la zona dello sterzo dalla versione aero Aircode, quindi più abbondante rispetto alla Xelius tradizionale. Si nota un importante fazzoletto di rinforzo nella zona del nodo sella ed il reggisella non è rotondo. Vedremo nei prossimi mesi se questa novità verrà confermata.

Evenepoel e le sue scarpe

Quelle che hanno attirato maggiormente la nostra attenzione sono state le scarpe utilizzate durante la Grande Boucle, un modello non ancora presente nel listino ufficiale Specialized. Profilo laterale sottile e ribassato, pianta e sezione frontale larga. Un solo rotore Boa laterale che agisce su una fibbia superiore e un velcro nella sezione mediana/frontale che tira su una sorta di bandella sdoppiata.

Alle Olimpiadi invece non sono state utilizzate, perché il corridore belga ha utilizzato le S-Works con le stringhe.

Finalmente si vedono le Vision 37

Sono state utilizzate durante le corse estive più impegnative in fatto di dislivello positivo, viste sulle bici del Team Bahrain-Victorious. Sono le ruote più basse e leggere del lotto SL grazie ai 1.290 grammi dichiarati e sono con cerchio tubeless.

Le ruote Vision usate dagli Astana, se pur simili per estetica, a nostro parere non sono lo stesso modello, sembrerebbe con cerchio predisposto per tubolare e la versione da 40.

Qualcosa dal passato

Di tanto in tanto ci sono ancora atleti che utilizzano la guarnitura 53-39, una combinazione quasi scomparsa dai radar. E’ il caso di Rudiger Seling dell’Astana che usa questi rapporti sulla sua bicicletta.

Abbiamo scovato anche un Jonathan Milan che durante le sue vittorie al Lidl Deutchland Tour ha utilizzato i vecchi shifters Sram e non l’ultima versione del pacchetto Red.

Gomme TT usate da Yates e non solo lui
Gomme TT usate da Yates e non solo lui

Gomme TT per tutti i giorni

Adam Yates è solo un esempio di corridori che utilizzano gli pneumatici in versione time trial anche per le gare in linea, naturalmente sulla bicicletta tradizionale. La realtà dei fatti dice che molti atleti di team differenti adottano questa soluzione, soprattutto quelli con gomme Continental tubeless.

Le motivazioni principali potrebbero essere legate ad una maggiore scorrevolezza e peso leggermente inferiore a parità di sezione. Di sicuro i professionisti non si pongono il problema dei costi e dell’eventuale sostituzione di una gomma che sfiora i 100 euro (o poco meno) al pezzo.

Un paio di Swiss Side con cerchio dal profilo ridotto
Un paio di Swiss Side con cerchio dal profilo ridotto

Swiss Side, nuova ruota per scalatori?

Qualcosa avevamo visto al Tour de France, ma una sorta di conferma arriva dalla Vuelta anche grazie al primato di Ben O’Connor. L’azienda svizzera ha messo a punto una ruota con cerchio dal profilo ridotto (38 millimetri), che non sacrifica i concetti aerodinamici sui quali si basa Swiss Side.

La ruota menzionata farebbe parte della famiglia Hadron2 e volendo fare un accostamento, anche in termini di resa tecnica, non si discosterebbe dalla DT Swiss ARC38. Le due aziende rosso-crociate collaborano attivamente insieme, condividendo tecnologie e fasi di produzione.

La monocorona di Roglic alla Vuelta

E’ stata una delle scelte tecniche che ha permesso a Roglic di vincere il Giro d’Italia 2023. Lo sloveno è amante della monocorona anteriore e di un pacchetto di pignoni ampio (in fatto di dentature e sviluppi metrici) per il posteriore. La scelta per la sua bicicletta viene replicata alla Vuelta, nella tappa con il durissimo arrivo a Caitu Negru. 46 denti per la corona anteriore e la scala 10-44 per i pignoni, scelte che non avremmo mai immaginato qualche stagione addietro. Per le tappe “normali” Roglic è solito utilizzare la doppia corona 52-39 e una scala pignoni 10-33 (Sram).

Dotazione tutta nuova (o quasi) per Bettiol

Dopo le Olimpiadi di Parigi il campione Italiano ha ufficializzato il passaggio dalla EF Education-Easy Post al Team Astana. Il cambio è stato di quelli importanti anche sotto il profilo tecnico. Oltre la metà della stagione, Bettiol è passato da una bicicletta Cannondale ad una Wilier Filante SLR. Le due bici hanno in comune le selle Prologo, le trasmissioni Shimano Dura Ace e le ruote Vision gommate Vittoria.

Sono cambiati anche il casco (da Poc a Limar) e l’abbigliamento (da Rapha a Biemme). Curioso e sicuramente non immediato il passaggio tra i pedali SpeedPlay e gli Shimano.

La pista junior ha una… Stella: per Davide altri due mondiali

04.09.2024
5 min
Salva

Salvoldi era stato buon profeta. A inizio stagione aveva indicato in Davide Stella l’ideale trait d’union per il gruppo junior della pista, mutuando l’esperienza acquisita lo scorso anno e trasmettendola ai nuovi arrivi. Il corridore del Gottardo Giochi Caneva ha svolto il compito come meglio non si poteva, innanzitutto entrando nel quartetto (dove lo scorso anno da novizio era riserva) e pilotandolo verso l’oro e il record mondiale, poi condendo la sua partecipazione ai mondiali di categoria in Cina con l’oro nell’eliminazione e l’argento nella madison.

Stella insieme a Salvoldi, che gli ha affidato la guida del gruppo essendo un secondo anno
Stella insieme a Salvoldi, che gli ha affidato la guida del gruppo essendo un secondo anno

Considerando europei e mondiali, Stella vanta ben 10 presenze sul podio con 7 titoli vinti. Un vero animale da pista, uno di quei gioielli che, nel normale periodo di rinnovamento postolimpico, va curato con massima attenzione. Il friulano d’altronde è uno di quelli davvero innamorati della pista, ne fa un caposaldo del suo futuro anche se l’attività su strada resta primaria.

Tornato dalla Cina, ha ancora negli occhi non solo la gioia dei risultati, ma anche le sensazioni provate in una trasferta così lontana: «E’ stata una manifestazione strana, diversa. Mi hanno colpito i panorami, le costruzioni, i modi di fare della gente. Inizialmente rimani un po’ interdetto, poi ci fai l’abitudine e anzi apprezzo questo sport che mi permette di vivere esperienze simili».

Battute finali dell’eliminazione, Stella precede Cordoba (ESP) e Menanteau (FRA)
Battute finali dell’eliminazione, Stella precede Cordoba (ESP) e Menanteau (FRA)
C’era gente ad assistere alle gare?

Tantissima, in certi giorni c’era il pienone, con striscioni e tanto tifo per i corridori locali, ma non solo per loro perché anche altre tifoserie, seppur con poca gente al seguito si facevano sentire. In questo senso è stato molto bello, un mondiale vissuto profondamente. Un mondiale anche di altissimo livello e lo dimostrano i tempi conseguiti. La pista era molto veloce e la concorrenza enorme, sia nelle prove contro il tempo che in quelle di gruppo. I risultati ottenuti sono stati sudati, posso assicurarlo.

Com’era l’ambiente in casa azzurra?

Molto sereno e questo ha favorito i risultati. Devo dire che Dino ha lavorato molto sul gruppo, cercando di trovare subito un’intesa sin dall’inizio dell’anno. Il risultato è stato che si è formato un gruppo unito, di amici prima che atleti, sembrava quasi di stare in vacanza quando eravamo lontani dalle bici. Questo era avvenuto già prima degli europei e in Cina si è visto ancora di più.

Il quartetto azzurro con Costa, Stella, Magagnotti e Fantini. Il nuovo record è 3’51″199
Il quartetto azzurro con Costa, Stella, Magagnotti e Fantini. Il nuovo record è 3’51″199
Lo scorso anno era già arrivato l’oro e il record mondiale e sembrava quasi impossibile riuscire a fare meglio cambiando completamente formazione. Come ci siete riusciti?

Molto del merito è del cittì che ci ha preparato al meglio. Dopo la vittoria nell’europeo, ci ha chiesto quali fossero le nostre intenzioni e noi abbiamo detto che l’oro mondiale non ci bastava, volevamo migliorare il primato. Dino ha lavorato per questo, portandoci in altura a Livigno, lavorando a Montichiari, curando la coesione del gruppo e gli automatismi.

Quali erano i ruoli?

Costa era al lancio, poi toccava a me rilanciare l’andatura e tenere alto il ritmo per passare poi la mano a Magagnotti e posso assicurare che quando tira lui non è facile stargli dietro. A chiudere poteva essere lo stesso Magagnotti oppure Fantini. Posso anzi dire che proprio lui è stata la sorpresa. A inizio stagione so che c’era qualche dubbio sui suoi requisiti, era meno performante degli altri ma Salvoldi ha continuato a crederci e lui è venuto fuori al momento giusto.

Argento nella madison insieme a Sporzon, battuti solo dai belgi Huysmans e Van Strijthem
Argento nella madison insieme a Sporzon, battuti solo dai belgi Huysmans e Van Strijthem
Tu però non ti sei limitato al quartetto, portando a casa anche un oro nell’eliminazione e un argento nella madison…

Sinceramente all’eliminazione ci puntavo perché è la specialità che mi viene meglio e che mi piace di più, ma inizialmente non doveva toccare a me ma a Bortolami. Poi Salvoldi ha cambiato le assegnazioni il giorno prima, così mi sono ritrovato a farla. Che devo dire, è una specialità che mi viene bene… Il giorno dopo c’era la madison, Salvoldi aveva pensato di evitarmi lo sforzo precedente, ma a dir la verità non ho sentito la fatica. Abbiamo chiuso secondi ma potevamo anche vincere, solo che Sporzon è caduto e riprendendo ci siamo trovati sfalsati rispetto a quanto stabilito, ossia lui sprintava nei turni che spettavano a me e viceversa. Questo ci ha creato qualche problema, senza la sua caduta sono convinto che ce la giocavamo.

Hai ormai un curriculum enorme, hai intenzione di continuare nei velodromi?

Sicuramente, era una conditio sine qua non per la squadra nella quale passerò, l’ho detto a ogni contatto che ho avuto. La squadra l’ho già scelta, ma mi hanno chiesto di non dire ancora nulla, comunque mi lasceranno carta bianca per fare attività su pista.

Stella (a destra) vince il GP DMT prima di partire per Luoyang. Sconfitti Stefanelli e Fabbro (foto Rodella)
Stella (a destra) vince il GP DMT prima di partire per Luoyang. Sconfitti Stefanelli e Fabbro (foto Rodella)
Lo scorso anno avevi detto che per emergere su pista avevi un po’ trascurato la strada. Come ti sei regolato quest’anno?

Avevo deciso di dedicarmi di più alle gare su strada soprattutto nella prima parte di stagione per poi passare alla pista per le gare titolate. Le mie soddisfazioni me le sono prese con tre vittorie fino a maggio e il successo al GP DMT proprio prima di partire per la Cina. Rispetto allo scorso anno è arrivata qualche vittoria in più, ora mi aspetta il Lunigiana da affrontare con la condizione acquisita in pista, ma sfruttando anche il grande carico di lavoro svolto a Livigno.

Epis e Milesi, come sta andando nel devo team dell’Arkea?

04.09.2024
6 min
Salva

Fra le tante… migrazioni degli U23 italiani verso i development team, ce ne sono due che forse non hanno fatto clamore come altre. Quella di Giosuè Epis e Nicolas Milesi di accettare la proposta della Arkea-B&B Hotels Continentale rappresenta una scelta di volontà di crescita importante.

Circa 40 giorni di gara per entrambi, di cui un terzo disputati con la formazione WorldTour. Tuttavia per Epis e Milesi la stagione finora ha viaggiato su due binari diversi per differenti validi motivi (in apertura al campionato italiano U23, photors.it). Ne abbiamo parlato con loro, cercando di capire anche se, al netto di tutto, la decisione di andare all’estero stia ripagando o meno.

Epis vuole finire in crescendo la stagione. Al Giro del Friuli cercherà continuità di prestazioni e risultati
Epis vuole finire in crescendo la stagione. Al Giro del Friuli cercherà continuità di prestazioni e risultati

Maledetta primavera

Oggi Epis è in gara al Giro del Friuli (fino al 7 settembre) con la speranza di ritrovare il giusto colpo di pedale e di conseguenza un morale sereno. Il suo 2024 ha avuto un avvio che definire travagliato è quasi un complimento.

«Per le aspettative che avevo – spiega il ventiduenne bresciano – non è stato un anno facile. Non sono molto contento, mi sento soddisfatto al 70 per cento se considero tutto. In realtà speravo in maggiori risultati e prestazioni. Non sono mancati, però avrei voluto più continuità di rendimento. La sosta forzata di 40 giorni a fine marzo ha decisamente condizionato la mia annata, sia dal punto di vista fisico che mentale».

Tutta colpa del valore della troponina (un enzima di natura proteica presente nel muscolo scheletrico e cardiaco) durante un check-up di routine della squadra. Il suo indice segnalava una sofferenza del cuore, che comunque appariva inizialmente sotto controllo ed invece no.

«Ricordo che ero a Linate – prosegue Epis – e stavo salendo sul volo per andare a correre il Circuit des Ardennes in Francia, quando mi hanno chiamato con urgenza dicendomi di scendere. Non potevo correre perché non avevo il benestare dei dottori. Infatti i valori, dopo alcuni accertamenti, erano troppo alti e sarebbe stato pericoloso. Mi è caduto il mondo addosso, perché ho dovuto fare subito una settimana di ospedale e poi è stata una lunga trafila. Nei primi giorni ho pensato più volte di smettere, poi ho ritrovato la motivazione».

Un Giosuè nuovo

Epis ha riattaccato il numero sulla schiena il primo maggio a Francoforte, nella classica per U23, ma solo a fine mese ha ripreso veramente, praticamente a due mesi di distanza dall’ultima corsa. E da lì la lunga rincorsa fino ad oggi.

«Sono rientrato all’Alpes Isère – continua Epis – dove ho raccolto due piazzamenti, di cui un terzo posto in volata. Ero in crescita, mi serviva correre. Poiché la nostra squadra non era stata invitata al Giro NextGen, avrei dovuto correrlo con la nazionale di Amadori, ma alla fine sono stato mandato allo ZLM Tour, trovando un altro piazzamento per il morale. Tutto sommato, se riguardo indietro a ciò che è successo, va bene così, però ora voglio solo fare bene il finale di stagione iniziando proprio dal Giro del Friuli».

Epis e Milesi hanno corso quasi una decina di gare con l’Arkea WT. Qui assieme alla Coppi&Bartali però col devo team
Epis e Milesi hanno corso quasi una decina di gare con l’Arkea WT. Qui assieme alla Coppi&Bartali però col devo team

I miglioramenti di Milesi

Nelle ultime ore è arrivata la convocazione di Milesi per l’europeo in Belgio (dall’11 al 15 settembre) sia per la crono che per la strada, anche se la formazione verrà ufficializzata dopo l’attuale ritiro al Sestriere. Per il 20enne bergamasco di Parre l’annata finora è andata bene ed è servita per incamerare esperienze nuove.

«Sono migliorato tanto in ogni campo – racconta Nicolas – dalla resistenza alle gare dure fino alla crono, in cui già andavo bene. Mi piacciono le corse del Nord, che sono adatte alle mie caratteristiche. Ho avuto diverse occasioni, alcune delle quali potevo fare meglio ed un paio di buone top ten sono arrivate. Peccato per il secondo posto al campionato italiano a crono (a 25” da Raccagni Noviero, ndr), dopo quello dell’anno scorso. Mi ero preparato bene allo ZLM Tour, ma non ho nulla da recriminare».

Se la maglia azzurra era uno degli obiettivi del 2024, anche alcune successive gare lo saranno. «Visto che abbiamo corso molto all’estero, sarebbe bello fare bene in quelle italiane. Penso al Piccolo Lombardia sulle strade vicino a casa».

Scelta giusta

Anche in considerazione delle rispettive annate, l’ultima domanda ai due lombardi del devo team dell’Arkea è relativa alla scelta di lasciare le proprie formazioni U23 italiane per l’estero. Giusta o affrettata?

«Per quanto mi riguarda – dice Epis, che ha ottenuto 8 vittorie totali nei tre anni da “dilettante” in Italia – la rifarei senza pensarci. Ci tengo a specificare che con la Zalf, la mia ex squadra, mi sono lasciato bene e che hanno compreso la mia volontà di voler guardare cosa c’è oltre il nostro confine. E’ un modo di crescere, facendo anche un’esperienza di vita un po’ più ampia. E non sottovalutiamo che quest’anno ho avuto modo di correre per tante volte col team WorldTour, dove impari a curare i dettagli. In Italia non mi sarebbe mai potuto capitare. Certo, col senno del poi, cercherei di fare meglio certe cose, ma ripeto, non sono pentito della mia scelta, tant’è che ho rinnovato anche per l’anno prossimo».

Azzurro. Milesi quest’anno con la nazionale ha corso l’Orlen Grand Prix in Polonia. E’ appena stato convocato anche per l’europeo in Belgio
Azzurro. Milesi quest’anno con la nazionale ha corso l’Orlen Grand Prix in Polonia. E’ appena stato convocato anche per l’europeo in Belgio

Stessa lunghezza d’onda anche per Milesi, forse con ancora meno dubbi. «Anche nel mio caso non ho avuto problemi con la Colpack, con cui avrei potuto continuare. Anche loro hanno capito l’opportunità che mi veniva offerta. Sicuramente non è stato facile all’inizio perché cambiava tutto, a partire dalla lingua, ma l’ambientamento è andato bene, grazie anche a Giosuè. Avere un compagno italiano aiuta ad integrarsi meglio».

«Il calendario dei devo team – conclude Milesi – è un’altra cosa rispetto a quello italiano. Ti dà un’altra consapevolezza. Puoi confrontarti su percorsi diversi, con rivali che cambiano quasi ad ogni corsa, tra i migliori al mondo e su tattiche alternative. Sono contento, per me è stato un passo in avanti per crescere più in fretta, anche attraverso le corse con la Arkea dei pro’. Anche io ho rinnovato e vorrei guadagnarmi il passaggio nel team WorldTour per il 2026».

La nuova vita di Bettiol all’Astana, iniziata a Ferragosto

04.09.2024
7 min
Salva

Più che il cambio della bici, racconta Bettiol, la parte più originale è stato il cambio delle tacchette. Alla Ef Education usava le Speedplay, alla Astana le Shimano. Non è semplice dopo sei anni passare fra due sistemi così diversi.

«E a quel punto – sorride Alberto – ho chiesto un intervento di emergenza ad Alessandro Mariano, che era in barca a vela all’isola d’Elba. Così ho dato le scarpe a Gabriele Balducci, che era venuto a trovarmi a Livigno per qualche giorno. Le ha portate in Toscana. E’ andato a Piombino. Ha chiamato un suo amico col gommone e le hanno portate all’Isola d’Elba: ho la foto che lo testimonia, ho anche il video. Alessandro ha montato le scarpe sulla barca a vela mentre gli altri due facevano un bagno. Gliele ha ridate. E a quel punto poi, Gabriele le ha date al mio amico Andrea che veniva a Livigno a fare cinque giorni di vacanza. Lui me le ha portate e io le ho provate».

Se non è un film, poco ci manca. Bettiol è per qualche giorno in Toscana e se i giorni in bici non gli sembrano troppo diversi è solo perché i colori della maglia tutto sommato sono rimasti gli stessi. Era tricolore quella della EF Education che ha indossato fino al 14 agosto ed è tricolore quella di adesso, su cui tuttavia c’è scritto Astana. Che qualcosa bollisse in pentola ce lo aveva fatto capire l’8 agosto proprio Gabriele Balducci, da sempre suo mentore e amico comune. In partenza per Livigno con la Mastromarco, si era sentito dire da Alberto di grosse novità in arrivo, ma nessuno avrebbe immaginato che avrebbe cambiato squadra nel bel mezzo dell’estate.

Sembra passato un secolo, sono appena due mesi. Bettiol vittorioso al tricolore con la sua SuperSix Evo LAB71
Sembra passato un secolo, sono appena due mesi. Bettiol vittorioso al tricolore con la sua SuperSix Evo LAB71
Che cosa è successo nell’estate?

Così alla svelta, neanche noi ce l’aspettavamo. E’ andato tutto molto veloce. Io ero in vacanza quando abbiamo preso questa decisione, quindi anche Gabriele non sapeva niente. Avevamo parlato un po’, è da un annetto buono che parliamo. Però si ragionava comunque sempre del 2025, finché Vinokourov ha chiesto la possibilità di avermi subito e Giuseppe (Acquadro, il suo manager, ndr) ha trovato subito le porte aperte da parte di Vaughters, perché comunque non è facile soprattutto dal punto di vista burocratico. C’è da fare un sacco di richieste in modo molto rapido, perché l’UCI ti dà dei tempi molto stretti e se non li rispetti, non puoi fare niente. Quindi devo ringraziare la EF, perché avrebbero avuto tutto il diritto di aspettare. E poi l’Astana ha fatto un grande lavoro. Insomma, io ero in vacanza: hanno fatto tutto loro.

Com’è stato andare a dormire con una squadra e risvegliarsi il giorno dopo con l’altra?

E’ una cosa che adesso, a questa età e in questo periodo della mia vita, in cui insomma sono un po’ più consapevole di quello che voglio, non mi ha creato grossi problemi. Se mi fosse successo qualche anno fa, in cui ancora avevo da assestarmi bene, magari l’avrei patito. Da un punto di vista di atteggiamento mentale, non mi ha smosso per niente. E’ anche vero che l’Astana è una squadra kazaka, ma ci sono tantissimi italiani e tanti che conoscevo già. Quindi alla fine il passaggio non è stato brusco, come magari andare in una squadra dove non conoscevo nessuno. Per il resto, mi è cambiato poco. Avevo già programmato di andare a Livigno per tre settimane e sarei stato da solo. L’idea di andare al Renewi Tour è venuta fuori durante questo ritiro, non era programmata e voi sapete quanto mi dessero fastidio un tempo le cose non programmate…

Bettiol accanto a Van der Poel: entrambi in rotta sui mondiali di Zurigo
Bettiol accanto a Van der Poel: entrambi in rotta sui mondiali di Zurigo
Quindi hai tenuto lo stesso calendario?

Ho fatto una settimana in meno a Livigno, che forse è stato anche meglio. Ero andato su dopo le Olimpiadi perché comunque sarei andato alle gare in Canada e poi eventualmente al mondiale, quindi io avevo bisogno di recuperare e allenarmi. Insomma sembra un cambio radicale e in parte lo è stato, però è stato facile da gestire, mettiamola così.

Delle scarpe ci hai detto, per la bici e l’abbigliamento?

Anche questo è stato tutto improvvisato e devo ringraziare l’Astana per l’impegno che ci hanno messo. Per l’abbigliamento il loro referente è Bruno Cenghialta e ci siamo trovati a metà strada tra la Toscana e Livigno, perché io tornavo dalle vacanze e stavo andando su. Abbiamo provato l’abbigliamento e abbiamo fatto anche due foto per il comunicato stampa. Quanto alla bici, Michele Pallini che era a Parigi con noi aveva tenuto a casa quella con cui avevo corso le Olimpiadi, per cui ha preso le misure in videochiamata con il meccanico Tosello. Lui ha sistemato la Wilier e alla fine l’ha data a Panseri, altro meccanico italiano che me l’ha portata a Livigno.

Decimo nella crono di Tessenderlo al Renewi Tour, Bettiol deve trovare confidenza con i nuovi materiali
Decimo nella crono di Tessenderlo al Renewi Tour, Bettiol deve trovare confidenza con i nuovi materiali
In tempi non sospetti, forse proprio al mondiale di Wollongong, dicesti che ti trovi bene in nazionale perché ti ricorda l’ambiente della Liquigas. L’Astana non è la Liquigas, però ci sono davvero tanti italiani. Può essere un fattore importante?

Sì, è un ambiente familiare. C’è Michele Pallini, c’è il dottor Magni, tante figure che già conoscevo proprio dalla Liquigas. Ci sono i meccanici Borselli e Panseri. Poi gli atleti, che conosco benissimo. Velasco e Ballerini. Con Ballero siamo vicini di casa a Lugano e ci alleniamo spesso insieme, quindi cambia veramente poco. E’ un ambiente in cui mi sono trovato bene, almeno in questa settimana e scommetto ancora di più l’anno prossimo. Adesso è un po’ tutto improvvisato, anche come metodologie. Quelle loro sono un po’ diverse dalla EF, per cui per ora si tratta di adattarsi l’uno agli altri. La bicicletta, le tacchette, ma anche la nutrizione, l’integrazione, le barrette. Ci sono tante cose diverse. Però l’ambiente è bello, c’è tanta voglia di migliorare e quindi l’anno prossimo sono ottimista che faremo belle cose.

Perché cambiare?

Io avevo ancora due anni di contratto e sarei stato anche lì, non ho cambiato perché stavo male alla EF o perché mi mancassero gli stimoli. E’ solo che mi si è presentata questa occasione, mentre prima erano solo parole. Quando sono passati ai fatti, ho fatto le mie valutazioni. E se un corridore come Diego Ulissi, che ha fatto più anni di me nella stessa squadra, ha deciso di cambiare, allora poteva andare bene anche a me. Avevo visto che c’è tanto potenziale ed erano un po’ di anni che anch’io riflettevo sul fatto di rimanere nella stessa squadra  e sui pro e i contro di cambiare. Rischi di rimanere seduto, di veder attutire gli stimoli. Ho il mio piccolo staff che mi supporta sempre, indipendentemente dal colore della maglia, però anche trovare un ambiente nuovo può essere uno stimolo. Ma non volevo cambiare perché stavo male.

Fianco a fianco con Evenepoel, reduci dal Tour e dalle Olimpiadi, ovviamente con esiti diversi
Fianco a fianco con Evenepoel, reduci dal Tour e dalle Olimpiadi, maovviamente con esiti diversi
Come è stato il dopo Olimpiadi? Evenepoel ha raccontato di grosse difficoltà a recuperare…

Ho recuperato bene, semmai ho vissuto un periodo di spossatezza durante il Tour, soprattutto la seconda settimana quando ho avuto un calo di forma. A Parigi non ho stravinto l’Olimpiade come Remco, ma comunque ero lì davanti a giocarmi la top 10, non è che sono andato piano. Quando sono tornato a casa, ho staccato una settimana poi però a Livigno ho trovato subito delle belle sensazioni. Mi sono allenato veramente bene e infatti si è visto al Renewi Tour. Era una corsa a tappe che richiedeva degli sforzi opposti a quello che ho fatto a Livigno. Lassù si parlava di salite lunghe e tante ore in bici a bassa intensità. Invece il Renewi era tutto scatti e strappi corti su cui sono andato bene, quindi vuol dire che il mio fisico aveva recuperato e sono contento. E’ chiaro che non si possa fare il paragone con Remco. Lui è partito dal Delfinato, ha corso il Tour per fare la classifica, poi ha tirato dritto. Ero nel suo stesso hotel a fine aprile a Sierra Nevada, lo vedevo lavorare ed erano bello concentrati.

In Astana conosci i corridori, forse un po’ meno staff e tecnici?

Non è stato un salto nel vuoto, perché già in Belgio i compagni hanno lavorato per me. Mi sono scoperto ben allineato con Zanini in ammiraglia e anche per lui è stato un piccolo passettino per capire come andremo in Belgio il prossimo anno, anche per i materiali. I meccanici hanno cominciato a capire come mi piace fare le cose. Michele Pallini ormai mi conosce da tanto, con tutti i mondiali e le due Olimpiadi che ho fatto con lui. Poi quando veniva a Lugano, spesso Vincenzo (Nibali, ndr) mi chiamava per sapere se volevo fare anch’io un massaggio con lui. Ci si conosce da tanto. Invece meccanici e direttori no. Anche Bruno Cenghialta, Giuseppe Martinelli… Sono tutte facce che conoscevo, ma non ci avevo mai lavorato insieme. Però siamo un bel gruppo, anche a Lugano con Ulissi e Ballerini. La EF è stata un bel periodo della mia vita. Staremo a vedere, spero di aver fatto la scelta giusta. Per ora ne sono molto convinto.