Soler vince, Van Aert cade, O’Connor si salva, Zana ci fa sognare

03.09.2024
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Lagos de Covadonga, salita delle Asturias a quota 1.069. Soler vince la tappa, Zana arriva secondo e avresti avuto voglia di spingerlo in questa sua rincorsa all’attaccante spagnolo. Alle loro spalle, nella lotta per la classifica generale, Ben O’Connor si salva anche oggi. E anche se alla fine il margine residuo è di 5 secondi, ti scopri a fare il tifo perché tenga la maglia ancora per un po’. Roglic là davanti non tira un metro. Si fa portare al traguardo da chi ha rincorso gli scatti di Landa e poi di Mas e passa sulla riga senza spendere un grammo più del dovuto.

Se domani e giovedì promettono di essere giorni senza attacchi, l’arrivo di venerdì al Moncalvillo potrebbe essere quello del patibolo. Poco male, verrebbe da dire: l’australiano si è difeso con piglio e autorità. La sua Vuelta se l’è goduta, sia pure ultimamente stringendo i denti.

La caduta di Van Aert porta via dalla Vuelta la maglia verde e quella a pois. Il belga è in ospedale per accertamenti
La caduta di Van Aert porta via dalla Vuelta la maglia verde e quella a pois. Il belga è in ospedale per accertamenti

Da Van Aert a Soler

Soler è al settimo cielo, in un giorno che per il UAE Team Emirates potrebbe aver significato anche la vittoria della maglia a pois. Infatti il più accreditato per la conquista, Wout Van Aert, è caduto nella discesa della Collada Llomena ed è finito violentemente contro una scarpata rocciosa. Ha provato a ripartire, ma si è presto reso conto di non riuscire a piegare il ginocchio. E dando la sensazione di essere leggermente sotto choc, è stato costretto al ritiro. Sapremo nelle prossime ore quali siano le sue condizioni effettive. Per Vine, che vestiva il primato della montagna al posto suo, si spalanca la via di Madrid, dovendosi difendere dal compagno Soler, che stasera ha ben altro cui pensare.

«Come ve lo spiego cosa provo? Felicità – dice infatti il vincitore di tappa – ricompensa per il lavoro. Penso a mia moglie e i miei figli e a me che sono lontano da casa da tanto tempo. All’inizio soffrivo, ero al limite. Ma poco a poco ho visto che i rivali si stavano staccando. Ho tenuto il passo e sapevo che l’uomo da tenere d’occhio sarebbe stato Poole, perché a Manzaneda era arrivato secondo dietro a Castrillo. Tenevo d’occhio lui e ho approfittato di un suo piccolo rallentamento per attaccare. Ho preso qualche metro e ce l’ho fatta. Non la definirei la vittoria più importante della mia carriera, ma sicuramente è speciale. Da quando sono qui alla UAE non ho molte occasioni. Ci ho provato più volte e ho commesso degli errori, ma ora ci sono riuscito…»

«Non mi sentivo molto bene stamattina – dice invece Jay Vine – e per questo ho deciso di lavorare per Soler e Del Toro. Ero in gara due anni fa quando Marc vinse a Bilbao, quindi è piuttosto speciale essere stato parte di un’altra sua vittoria. La caduta di Van Aert non è assolutamente il modo in cui volevo prendere la maglia a pois e onestamente devo dire che si stava dimostrando più forte di me. Ma l’obiettivo di oggi era una vittoria per la squadra e quell’obiettivo è stato raggiunto. Avevamo tre corridori in fuga, è stata una mossa grandiosa. Del Toro è un ragazzo giovane, al suo primo Grande Giro, e oggi sembrava davvero in forma».

Il secondo di Zana

Eppure in questo giorno in cui si simpatizza per il leader quasi spogliato e si prova compassione per Van Aert, che si era ripreso benissimo dall’infortunio di primavera e speriamo non ci finisca nuovamente dentro, i Lagos de Covadonga e la loro nebbia hanno portato (quasi) bene anche a Filippo Zana. Il vicentino, già protagonista al Giro, prima ha collaborato con Marco Frigo (settimo al traguardo), poi alla fine ha fatto da sé, ottenendo il secondo posto a 18 secondi da Soler. I due azzurri, classe 1999 per Zana invece 2000 per Frigo, sono i soli due italiani dei pochi presenti in Spagna a essere saliti sul podio di tappa. Frigo infatti c’era riuscito a la Yunkera, arrivando secondo dietro O’Connor nel giorno della sua lunghissima fuga.

Filippo Zana, classe 1999, è arrivato secondo a 18″ da Soler: la sua Vuelta va in crescendo
Filippo Zana, classe 1999, è arrivato secondo a 18″ da Soler: la sua Vuelta va in crescendo

«Soler è partito più di una volta – racconta Zana – e l’ultima è stata quella giusta. Io sono andato sotto il mio passo, ma siamo andati veramente forte per tutto il giorno, le forze erano quelle. C’erano delle belle salite non molto facili, ma ho cercato di dare il tutto per tutto. Già non era cominciata bene. In partenza sono caduto subito con Van Aert e avevo un po’ di dolore al ginocchio. Poi sono riuscito a tornare davanti, c’erano un po’ di salitelle e sono riuscito a prendere la fuga giusta. Però non avevo tanta voglia di cadere ancora, per cui la discesa in cui è caduto Van Aert l’abbiamo fatta piano. Era tecnica e e bagnata, mentre quel pezzetto sembrava un po’ più asciutto, quindi forse hanno rischiato di più e nella prima curva sono andati fuori. Non valeva la pena rischiare…

«Nel finale non si vedeva niente. Sapevamo che Soler era davanti e non aveva molto – prosegue Zana – ma c’era così tanta nebbia che non si vedeva niente. Perciò adesso ci dormiamo sopra e poi ci riproviamo, anche se non è facile prendere le fughe. Ci sono altre tappe, speriamo sia di avere le gambe sia di prendere la fuga giusta per provare a vincere. Sono contento della mia condizione. Sto crescendo, magari davvero si riesce a fare qualcosa di buono».

La resa di O’Connor

O’Connor passa con il morale basso. Ha parlato brevemente con Paret Peintre, che probabilmente si è scusato per non averlo assistito sino in cima. Ma il compagno lo ha rincuorato, infilandosi il giubbino della squadra.

«In realtà non pensavo che sarebbe andata così male oggi – dice – ma alla fine ho salvato la maglia. Immagino che sia un bel risvolto positivo per le prossime due tappe. Perciò ormai devo solo godermela al massimo, perché non sono più sicuro che a Madrid vincerò io. Il ciclismo australiano produce sempre buoni risultati ed è bello ritrovarci a combattere nelle posizioni di testa».

Il destino è segnato. Se anche sopravvivesse miracolosamente alle salite, la legge di Roglic nella crono sarebbe inappellabile. Dopo un po’, si percepisce che la stia prendendo col sorriso. Leggermente amaro, va bene, ma farsela andare di traverso servirebbe solo a stare peggio.

Quello che Alaphilippe porterà alla Tudor: parla Cancellara

03.09.2024
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Qualcosa ci aveva colpito nelle parole di Julian Alaphilippe al momento di annunciare la firma con il Tudor Pro Cycling Team. Il racconto del francese circa lo scambio di opinioni con Fabian Cancellara sulla famiglia e la serenità nella squadra hanno creato una sorta di ponte fra le due enormi esperienze in campo. Ci siamo tutti ritrovati a pensare che, al netto delle eventuali responsabilità, gli ultimi mesi del francese alla Soudal-Quick Step non siano stati l’ideale per rendere al meglio. Le parole martellanti di Lefevere sono risultate destabilizzanti per un atleta che dopo gli infortuni non aveva ancora ritrovato la piena efficienza fisica. Ora che il corpo riesce a pedalare alla velocità della mente, si è rivisto un Alaphilippe battagliero e vincente. Solo che ormai la frittata era fatta. La sfiducia è stata insuperabile, la squadra belga non ha proposto rinnovi contrattuali di alcun tipo e Julian ha firmato con la Tudor. Troverà Ricardo Scheidecker, come abbiamo spiegato, e anche Matteo Trentin che ben conosce.

Cancellara, qui con Luc Wirtgen, è il proprietario del Tudor Pro Cycling Team
Cancellara, qui con Luc Wirtgen, è il proprietario del Tudor Pro Cycling Team

Il fuoco dentro

Cancellara è il proprietario dei team e contrariamente a quanto accade nelle professional di tutto il mondo, evita di spingere troppo sul gas. Non si sta affrettando a promettere il WorldTour, anche se è comune convinzione che i suoi sponsor potrebbero reggerne benissimo l’impatto. Si cresce per gradi, innestando di volta in volta gli uomini giusti per il progetto. E l’arrivo di Alaphilippe e Hirschi, che si sommano a Trentin e Dainese iniziano a comporre uno scheletro piuttosto convincente.

«Per noi è una grande opportunità avere Julian con noi – ha spiegato Cancellara a L’Equipe – per il nostro progetto, con il suo modo di correre, il suo brio, la sua esperienza. Quando vince è una cosa, ma se vince un suo compagno è orgoglioso come se fosse lui. E’ un ragazzo semplice che ha tenuto i piedi per terra. Ha ancora il fuoco dentro, la voglia di fare bene».

Alaphilippe sa vincere, ma sa anche esultare quando il risultato viene da un compagno di squadra
Alaphilippe sa vincere, ma sa anche esultare quando il risultato viene da un compagno di squadra

Un corridore del team

Cancellara sa stare al mondo e lo conosce bene. E’ stato a lungo la colonna portante delle squadre di Riis, vincendo le sue classiche più belle. Poi è passato nell’orbita della Trek e con Luca Guercilena ha chiuso la carriera vincendo le Olimpiadi di Rio nella crono. Sa che l’errore più grande è quello di caricare il peso della squadra sulle spalle del corridore di gran nome. A lui è successo e non l’ha sempre trovato divertente.

«Non spetta a Julian costruire la squadra – ha proseguito Cancellara – deve portare valore aggiunto alla nostra struttura, ma non dico che abbia delle responsabilità, delle pressioni. Siamo noi, tutti insieme. E abbiamo la responsabilità di metterlo in buone condizioni. Deve poter tornare a casa e stare tranquillamente con la sua famiglia. Penso che Julian abbia bisogno di questo, di quella tranquillità, di una buona atmosfera, di persone di cui si fida, che credono in lui, attorno a lui. Non ha niente da dimostrare, ma sono sicuro che se avrà questo equilibrio, farà il resto».

Ritrovata la salute, Alaphilippe ha ritrovato la vittoria, ma ormai la frattura con Lefevere era insanabile
Ritrovata la salute, Alaphilippe ha ritrovato la vittoria, ma ormai la frattura con Lefevere era insanabile

La porta del Tour

Ovviamente lo svizzero sa che l’investimento sul francese ha due facce: quella dei risultati che potrà portare e quella delle porte che potrà aprire. Sin dal suo debutto fra le professional, la Tudor ha avuto grande accoglienza nelle corse del Belgio, ma un po’ più tiepida in Francia. Mai provate ancora le Classiche Ardennesi. Invitata per la prima volta alla Parigi-Nizza, è riuscita a vincere la tappa di Montargis con Arvid De Kleijn, che dopo aver regalato alla squadra la prima vittoria in assoluto alla Milano-Torino del 2023, ha così offerto la prima nel WorldTour.

«Siamo una squadra di seconda divisione – ha spiegato ancora Cancellara – vogliamo continuare come abbiamo fatto finora e stabilizzare la nostra organizzazione. Grazie a Julian avremo delle opzioni, ma non andremo dove non saremo in grado di distinguerci. E’ escluso che andiamo a una gara solo per esserci. Se andiamo , vogliamo essere offensivi, gareggiare, mostrare unità e carattere. Possiamo chiedere di partecipare al Tour, ma la decisione non è nelle nostre mani. Non è detto che con la presenza di Julian questo accadrà con sicurezza. Abbiamo un grande progetto sul tavolo, ma non abbiamo deciso. Se continuiamo a stabilizzare la nostra organizzazione, il nostro modo di correre, avvicinarci ai primi 20 team, può essere un obiettivo concreto».

Usare il power meter anche nel gravel? Alcuni consigli utili

03.09.2024
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Utilizzare un power meter di buona qualità, affidabile, robusto e con dati ripetibili anche in ambito gravel non è da contestualizzare nel solo agonismo. Gli aspetti ed i fattori da considerare sono diversi.

Un misuratore di potenza ci aiuta a gestire lo sforzo e la fatica (non è dedicato esclusivamente a chi sviluppa fiumi di watt). I numeri possono essere divertenti e proprio l’utilizzo dello stesso power meter può assumere contorni divertenti. Ci mette alla prova con noi stessi, uno stimolo ulteriore a migliorare (o confrontare) le performances soggettive. Il power meter è uno strumento moderno che è entrato a fare parte della dotazione base del ciclista, anche in ambito off-road e nel gravel.

Power meter nel pedale, facile e adatto a più tipologie di bici
Power meter nel pedale, facile e adatto a più tipologie di bici

Power meter e gravel stanno bene insieme

Il misuratore di potenza è parte di un ecosistema. Device gps ed eventuale piattaforma di analisi dei numeri, fascia di rilevazione cardiaca e power meter, ma anche quei terminali che analizzano le nostre ore di riposo e di sonno. Pensandoci bene è proprio il misuratore di potenza ad essere al centro di tutto questo. La percezione di un eventuale miglioramento dello stato di forma, oppure di un calo lo percepiamo quando affrontiamo uno sforzo attraverso la lettura dei dati che compaiono sullo schermo del computerino. I watt.

Il power meter è uno strumento di carico esterno che non mente (quando è ben fatto, i suoi dati sono sovrapponibili e ripetibili), che non lascia spazio al nostro stato emotivo, oppure alle variabili legate ad alimentazione, caldo etc. I freddi numeri sono il primo riferimento ed il più facile da interpretare.

I canoni giusti per la gravel

Robustezza e costruzione eseguita con materiali di primissima qualità. Rispetto alla categoria strada un misuratore di potenza utilizzato sullo sterrato è soggetto ad una maggiore usura, colpi proibiti che arrivano da oggetti esterni, polvere, fango, umidità e acqua. Deve resistere a shock continui.

Ripetibilità dei dati e rilevazione ad hoc. Quando si affrontano dei lavori specifici sulla bicicletta è fondamentale avere un sistema di qualità eccellente per quantificare, analizzare e costruire le successive tabelle di allenamento. E’ ovvio che il prodotto deve essere costruito a regola d’arte ed il wattaggio non deve essere stimato.

Come in altre occasioni prendiamo ad esempio i pedali Assioma Pro MX con power meter integrato nel perno. Significa uno strumento di lavoro che protegge le parti delicate e più sensibili (tutte le componenti elettroniche, gli estensimetri e le batterie ricaricabili), costruito da un’azienda, Favero Electronics che è leader della categoria.

Calibrazione con il device? Solo al primo montaggio o quando si sposta da una bici ad un’altra
Calibrazione con il device? Solo al primo montaggio o quando si sposta da una bici ad un’altra

Semplicità di utilizzo

Un misuratore di potenza che si indirizza alla categoria gravel/off-road deve essere facile da utilizzare e semplice da montare sulla bicicletta. Quale soluzione migliore se non un pedale e si può portare da una pedivella ad un’altra, da una bici gravel ad una mtb, da una ciclocross ad una e-mtb (anche sulla bici da strada) senza limiti di montaggio?

E poi, Assioma Pro MX è dotato della funzione di calibrazione automatica (zero off-set). E’ un algoritmo sofisticato che considera i vari aspetti nel tempo ed esegue in autonomia calibrazioni periodiche del power meter. La calibrazione manuale è necessaria dopo la prima installazione, oppure ogni volta che si spostano i pedali da una bici ad un’altra.

Facilità di pulizia e manutenzione

In generale un power meter ben fatto come Assioma Pro MX non richiede manutenzione, è stato disegnato e sviluppato anche in quest’ottica. E’ giusto considerare che l’utilizzo off-road è severo e lo strumento è soggetto alle incurie di utilizzo e dell’ambiente. Un altro segreto di questo pedale è l’estrema facilità in caso di intervento e smontaggio, non bisogna essere un meccanico professionista.

Due attrezzi ed un pedale. Una piattaforma di aggancio compatibile SPD con le molle dalla tensione regolabile. Un perno che è un blocco unico e due viti di chiusura con sede a brugola. Tutto qui, non serve altro se non un po’ di buon senso e un velo di grasso lubrificante. Non in ultimo una batteria ricaricabile con buona autonomia. Soprattutto nell’ambito dello sterrato una batteria ricaricabile e ben protetta è più affidabile (rispetto ad una usa e getta).

Senza limiti di montaggio per le pedivelle
Senza limiti di montaggio per le pedivelle

Compatibilità

Assioma Pro MX di Favero Electronics è dotato di Bluetooth e Ant+. Il primo è dedicato alla app Favero Favero Assioma e permette anche l’associazione ad app di terze parti, ad esempio quelle social cycling (Zwift e Rouvy solo per fare due esempi). Ant+ è dedicato all’associazione con i computerini e smart watch presenti in commercio che portano in dote questo stesso protocollo.

I valori aggiunti

Un power meter non deve essere troppo costoso, o per lo meno deve avere la giusta proporzione tra la qualità complessiva ed il valore in euro. Nel caso di Assioma Pro MX il valore aggiunto è lo sbilanciamento verso la qualità.

Oltre ai materiali che contribuiscono alla longevità dei pedali, ci sono una serie di finestre che allargano la qualità dei dati. Ad esempio l’RP, acronimo di rider position, che fa vedere quanto tempo è passato in piedi sui pedali e seduti. Oppure la PP (power phase) che ci aiuta ad analizzare per intero la nostra pedalata, arrivando a capire dove è possibile migliorare il gesto. O ancora la PCO (platform center offset) che può aiutare noi ed eventualmente anche un biomeccanico a posizionare correttamente le tacchette e sfruttare maggiormente il piatto di battuta del pedale.

Nel gravel race è uno strumento fondamentale
Nel gravel race è uno strumento fondamentale

In conclusione

Il power meter è stato e lo è tutt’ora una sorta di gamechanger che contribuisce a vedere il ciclismo con diverse ottiche, dalla più agonistica ed esasperata, fino ad arrivare a chi utilizza lo strumento semplicemente per diletto e per rimanere al pari con la modernità. Il misuratore non è il giusto o lo sbagliato. Arricchisce e completa la dotazione di chiunque ha ambizioni di miglioramento, ma non per forza affronta gare e competizioni.

E’ uno strumento sviluppato per chi si vuole allenare meglio sotto il profilo qualitativo o semplicemente vuole tenere sotto controllo le uscite in bici con l’ausilio dei numeri. Il gravel non è esente da questa chiave di lettura, anzi. Per natura e considerando l’ampio delta di utenza, proprio il gravel è stato complice nel totale sdoganamento dei power meter specifici per l’off-road.

Cycling.Favero

In Boemia si riaffaccia Savino. La Soudal se lo coccola…

03.09.2024
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Ci sono piazzamenti che hanno un sapore particolarmente dolce anche in un mondo come il ciclismo dove conta solo chi vince. Per Federico Savino il 3° posto al West Bohemia Tour è uno di questi. Il suo primo risultato importante in una corsa a tappe, ma per certi versi è anche il primo squillo di assoluto rilievo nella sua avventura al devo team della Soudal.

Sarà per questo che il pisano ha perfettamente in testa ogni singolo passaggio della corsa, interpretata con una maturità che non è sfuggita agli occhi attenti dei dirigenti del team WorldTour, in fase di profondo rinnovamento.

Il podio del West Bohemia Tour con Savino terzo dietro i belgi Vaneeckhoutte, vincitore, e Lambrecht
Il podio del West Bohemia Tour con Savino terzo dietro i belgi Vaneeckhoutte, vincitore, e Lambrecht

«E’ stata una corsa caotica per molti versi, probabilmente perché non c’era una squadra talmente forte da riuscire a tenerla, quindi non era facile trovare la giusta soluzione tattica. Sapevamo però che la classifica si faceva soprattutto nella prima tappa, dopo un brevissimo prologo a cronometro dove avevo chiuso ai piedi del podio, quindi ero già ben messo in classifica. Lì sono stato attento a beccare la fuga giusta, ci siamo ritrovati in 5 a collaborare fino alla fine sorbendoci 70 chilometri di fuga, arrivando tutti alla spicciolata. Io ho chiuso ancora 4°, poi lavorando abbiamo scalato una posizione».

Eri il capitano designato prima del via?

Non è una pratica che la nostra squadra adotta, chi punterà alla classifica lo si decide in base all’evoluzione della corsa, nel corso dei giorni. Le prime due giornate mi vedevano davanti e quindi la squadra si è messa al mio servizio.

Savino aveva iniziato benissimo con il 4° posto nel prologo, a 4″ da Schwarzbacher (SVK)
Savino aveva iniziato benissimo con il 4° posto nel prologo, a 4″ da Schwarzbacher (SVK)
E come ti sei trovato nel ruolo?

Molto bene perché ho avuto da tutti i ragazzi un grande aiuto. Si sono davvero messi a disposizione, hanno lavorato duramente per tenermi nel vivo della corsa, ma anche per avere una tattica aggressiva nelle altre due tappe, conquistando la seconda tappa con Lars Vanden Heede con Raccagni Noviero quarto e vincendo anche l’ultima frazione con Senne Hulsmans. Questo andare spesso all’attacco è stato di grande aiuto perché ci ha permesso di controllare la corsa con più facilità per le posizioni di classifica. Io ero sempre vicino agli altri di classifica, il terzo posto è nato da questo.

Che cosa rappresenta per te questo podio?

Per me è una rivalsa dopo un periodo difficile. Al di là della vittoria al Circuit des Ardennes, questo podio mi dà particolare soddisfazione. Soprattutto perché dimostra che la condizione sta arrivando per il finale di stagione, sento le gambe muoversi come si deve e questo mi dà fiducia per le prossime gare. Questo è un anno importante, all’inizio speravo fosse l’ultimo nella categoria, ma è probabile che rimanga un altro anno perché vogliono che faccia ancora esperienza. Dicono che sto continuando a crescere ma vogliono che prosegua così per poi approdare nel team più grande, è l’obiettivo loro e anche il mio.

Per la Soudal una trasferta molto positiva con due vittorie di tappa, qui Hulsmans
Per la Soudal una trasferta molto positiva con due vittorie di tappa, qui Hulsmans
Ma come ti trovi nel team?

Benissimo, il fatto che sia completamente straniero non influisce minimamente anche se richiede chiaramente un cambio mentale. Ma con loro si entra in un’altra dimensione, estremamente professionale, che cura tutto nei minimi particolari. Sono trattato benissimo, non manca proprio nulla.

Questo però comporta un calendario quasi esclusivamente straniero, in Italia non ti si è visto…

E’ un po’ il bello e il brutto della scelta fatta. E’ chiaro che c’è un prezzo da pagare, si sta lontani da casa, ma il calendario che seguo è molto competitivo, sicuramente superiore a quello italiano. E’ molto impegnativo e complesso, richiede spirito di sacrificio ma non posso negare che col passare delle settimane si vede la differenza, la qualità è molto alta e permette di crescere più velocemente. Ora comunque mi aspetta un lungo periodo in Italia con gare tra cui la Rosa d’Oro e San Daniele per finire col Piccolo Lombardia.

La vittoria di Savino nella tappa del Circuit des Ardennes, unico acuto in un anno poi difficile
La vittoria di Savino nella tappa del Circuit des Ardennes, unico acuto in un anno poi difficile
Il fatto di gareggiare sempre all’estero pensi ti penalizzi anche come visibilità, ad esempio per un’eventuale convocazione in azzurro?

Tema delicato. Sicuramente mi si vede meno, so che Amadori gira molto per le gare italiane ed è normale che non possa avere contezza completa di quanto avviene all’estero. Diciamo che è un prezzo da pagare, ma che pago volentieri considerando la crescita professionale. Guardando poi quel che succede nella massima categoria, è un problema che andrà sparendo. Chiarisco che con il cittì non ho recriminazioni, d’altronde nel 2023 risultati non ne avevo fatti e il vero Savino si sta cominciando a vedere solo ora.

Vuelta, si riparte. Roglic fiuta la maglia, ma non si sbilancia…

03.09.2024
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La conferenza stampa di Roglic nel riposo di Oviedo è piuttosto laconica. Lui è spiritoso e dispensa sorrisi, ma di base non c’è tanto da ridere. Se ne sono andate due settimane e O’Connor è sempre là davanti, solido come un brutto sogno. Non che le rimonte dell’ultima ora siano impossibili e tantomeno sconosciute allo sloveno, che al Giro del 2023 conquistò la maglia rosa soltanto nella crono finale del Monte Lussari. In ogni caso, i venti secondi di penalizzazione non sono stati una notizia di poco conto. Come minimo hanno vanificato tutti gli studi fatti sulla bicicletta presa per fare la differenza in salita.

«O’Connor è in gran forma – dice Roglic – è un grande corridore che ha già ottenuto ottimi risultati. Non è una sorpresa vederlo a questo livello».

Il riferimento probabilmente è al Tour de France del 2021, quando l’australiano arrivò quarto a 10’02” da Pogacar e a 2’59” minuti dal terzo posto di Carapaz. Richard ora lo segue, a sua volta quarto, a 2’44” dalla testa della corsa.

Questo è il rientro incriminato: scia prolungata dopo il cambio della bici
Questo è il rientro incriminato: scia prolungata dopo il cambio della bici

La schiena va bene

Domenica sul traguardo del Cuitu Negru, il cronometro gli aveva regalato un margine di 38 secondi sulla maglia rossa, che gli avrebbe permesso di affrontare la tappa di oggi ai Lagos de Covadonga con meno di un minuto. Invece i 20 secondi di penalizzazione rendono tutto più complicato.

«Non me ne va mai bene una – ha ironizzato il tre volte vincitore della Vuelta – ma naturalmente non è divertente, perché sono venti secondi in più che devo recuperare. Che io sia d’accordo o meno, non importa. Naturalmente non sono contento di perdere venti secondi in quel modo, ma posso farci poco. Se non altro sento di stare bene. Cerco di non pensare troppo al mal di schiena e di non fare movimenti troppo strani, che possano complicare le cose».

Roglic completa la scalata di Cuitu Negru assieme a Enric Mas
Roglic completa la scalata di Cuitu Negru assieme a Enric Mas

Un lento risalire

Difficile prevedere come proseguirà la corsa. Sta di fatto che al momento O’Connor può contare su un grande morale e una squadra sufficientemente attrezzata. L’australiano della Decathlon-Ag2R ha conquistato la maglia rossa con la fuga e la vittoria a La Yunquera. Da quel giorno si è ritrovato in testa con 4’51” di vantaggio, che Roglic ha iniziato lentamente a intaccare con piccoli morsi. Il primo affondo deciso di Primoz è venuto sul Puerto de Ancares alla tredicesima tappa di venerdì (foto di apertura). Quel giorno, arrivando a 10’54” dal vincitore Michael Woods, Roglic ha rifilato 1’54” a O’Connor, arrivato a 12’49”. Domenica salendo verso il Cuitu Negru il passivo del leader sarebbe stato di 38 secondi, prima che si abbattesse la mannaia della giuria.

«Non so come andrà a finire – ironizza Roglic – è complicato sapere per quanto tempo potremo riprendere, perché non conosciamo lo stato fisico dei nostri avversari. Manca un minuto, darò il massimo».

Sul Cuitu Negru, Florian Lipowitz ha conquistato la maglia dei giovani
Sul Cuitu Negru, Florian Lipowitz ha conquistato la maglia dei giovani

Fattore Lipowitz

Oltre a Vlasov che ha dimostrato di stare bene, accanto a Roglic si sta muovendo in modo davvero interessante il tedesco Lipowitz, che ha 23 anni ed è a sua volta in classifica. Sesto a 4’33” da O’Connor, a 3’30” dal suo capitano.

«Florian sta volando – spiega Roglic – è la prima volta che corro con lui, ma quest’anno aveva già dimostrato di essere fortissimo con grandi prestazioni. Lo dimostra anche qui alla Vuelta. E’ la maglia bianca e sono fortunato averlo con me».

Da domani inizieranno i fuochi d’artificio, con sei tappe che decreteranno il vincitore della corsa. Delle sei, quattro sembrano davvero importanti per gli uomini della classifica generale. L’arrivo ai Lagos de Covadonga. Moncalvillo. Picón Blanco e la cronometro di 24,6 chilometri a Madrid. Quel che resta, cioè le tappe di domani e dopodomani (Santander e Maeztu), sarà per cacciatori di tappe e velocisti

Oviedo saluta la Vuelta, la Spagna scopre Castrillo

02.09.2024
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Il secondo riposo della Vuelta si va concludendo a Oviedo: città del sidro e di Samuel Sanchez, campione olimpico di Pechino. In alto si riconosce il profilo del Naranco, arrivo di una classica in disuso dal 2010 che richiamava i migliori corridori del mondo. Negli hotel della Vuelta si ragiona molto sul tempo riguadagnato e poi perso da Roglic a causa delle penalità. Eppure, anche se O’Connor dice che venderà cara la pelle, la sensazione che lo sloveno si riprenderà presto ciò che è suo si fa largo nel gruppo.

La Spagna dibatte sulle gambe magrissime di Enric Mas terzo in classifica e sul doppio exploit di Pablo Castrillo, vincitore prima a Manzaneda e poi ieri sul Cuitu Negru, che nel pomeriggio ha parlato con i giornalisti molto curiosi. Quel che appare certo, riferendosi a un futuro ravvicinato, è che il corridore dell’Equipo Kern Pharma ci riproverà. Non potrebbe essere altrimenti, dato che alla Vuelta dall’ammiraglia lo guida Mikel Nieve: uno che sulle salite lasciava spesso il segno. Parlando più a lungo termine, appare ormai scontato che l’anno prossimo Castrillo indosserà una maglia diversa. Al grande interesse della Ineos Grenadiers, di cui il quotidiano Marca aveva iniziato a parlare già durante il Giro d’Italia, si sarebbe affiancato quello di altre tre squadre WorldTour. Il corridore ha fatto sapere che prenderà la decisione finale dopo la Vuelta.

«Devo ringraziare proprio Mikel Nieve – racconta – per come mi ha guidato fino ai pedi della salita. Ho deciso di provare da sotto perché Sivakov aveva tirato tanto. Quando Vlasov mi ha ripreso, sono diventato nervoso. Mi ha spaventato parecchio perché sapevo che è un avversario difficile, non sapevo però quanto fosse forte. Allora ho deciso di riprovare per vedere cosa sarebbe successo. E alla fine c’è scappata la vittoria. E’ stata una giornata incredibile».

La prima vittoria poteva essere un exploit, la seconda invece?

Ho sentito molti aggettivi. Ero già soddisfatto della vittoria di Manzaneda, per cui tutto quello che fosse venuto dopo sarebbe stato un regalo. Ma la vittoria di ieri per me è stata molto più di un regalo. Vincere contro gli uomini di classifica e su una salita così grande è stato davvero pazzesco. Qualcuno ha detto che gli ho ricordato Valverde, io non so chi diventerò. So che ho avuto molta calma e molto sangue freddo. Mi sono scoperto più tranquillo, soprattutto dopo la vittoria dell’altro giorno. Sono riuscito a conquistare la vittoria senza agitarmi come invece era successo a Manzaneda.

Come mai vieni fuori solo quest’anno, mentre nel 2023 hai faticato così tanto?

Ho pagato il passaggio di categoria, ma ho imparato dagli errori del passato e adesso sono capace di vincere. Mi sono appassionato al ciclismo grazie a mia madre e mio fratello Jaime, che è anche molto forte (corre in una continental portoghese, la Sabgal-Anicolor, ndr). Ha un motore incredibile, è un talento. Andavo a vederlo alle corse e, anche se da piccolo ho fatto altri sport come l’hockey che a Jaca è molto popolare, vederlo in bici mi ha fatto appassionare al ciclismo.

Vincendo a Manzaneda ti sei commosso dedicando la vittoria ad Azcona, in pratica il fondatore della tua squadra, scomparso proprio quel mattino.

E’ stato tutto pazzesco, lo dico dal profondo del cuore. Soprattutto per l’emozione con cui le persone stanno vivendo questi miei risultati. Chi mi ferma o mi scrive dice che prova una gioia immensa, come se la vittoria fosse stata loro. E questo è molto speciale per me. Ricevere tanto amore fa piacere, dà emozione. Mia madre mi ha detto di aver pianto davanti alla televisione per la prima vittoria e di averlo rifatto ieri. Non so se riuscirò a vincere nuovamente, tanti mi dicono di riprovare ai Lagos de Covadonga (la tappa di domani, ndr). Non so se verrà una tripletta, sono molto soddisfatto così.

Se non altro potrai correre con la mente libera…

Esatto, ora non ho niente da perdere. Cercherò di individuare altre fughe per vedere di vincere ancora. Ma adesso non ci penso. Il riposo serve per tirare il fiato e godere di quello che si è raggiunto. E io sono molto stanco e ho due vittorie da celebrare.

Garbi, tanti podi da trasformare in vittoria. Ed ora c’è il Lunigiana

02.09.2024
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Ad agosto gli hanno dato i gradi da capitano e lui si è fatto trovare pronto senza sfilarsi dalle responsabilità. Pierluigi Garbi della Autozai-Contri ha vissuto un mese da protagonista in cui gli è mancata solo la vittoria, benché l’annata gli fornirà diverse occasioni per farlo.

Anche settembre lo ha iniziato con lo stesso trend positivo, trovando un bel terzo posto in una gara poco incline alle sue caratteristiche come la Sandrigo-Monte Corno che conferma i podi ottenuti nelle settimane e mesi precedenti. Se ieri nella corsa vicentina Garbi (in apertura col diesse Fausto Boreggio) ha fatto da punto d’appoggio per il successo del compagno Remelli, nella “2 Giorni Internazionale Juniores di Vertova” ha impressionato per regolarità dietro ai grandi nomi stranieri raccogliendo un settimo ed un secondo posto (il quarto stagionale). E non è così scontato quando hai come compagni di squadra due talenti assoluti come Alessio Magagnotti ed Erazem Valjavec. Siamo così andati a conoscere meglio il parmense Garbi (che diventerà maggiorenne il 19 settembre e che nel 2025 passerà U23 nella Beltrami-TSA-Tre Colli) alla vigilia del Giro di Lunigiana che correrà con la rappresentativa dell’Emilia-Romagna.

Garbi è un passista con un buon spunto veloce negli sprint ristretti. Sta lavorando per tenere sulle medie salite
Garbi è un passista con un buon spunto veloce negli sprint ristretti. Sta lavorando per tenere sulle medie salite
Pierluigi ci racconti questo tuo ultimo periodo?

Parto da ieri, dove non avevo molte aspettative. Sto preparando il Lunigiana e non volevo forzare più di tanto, però intorno a metà gara sono andato in fuga con altri ragazzi. Dopo un tratto in cui non avevamo un grande accordo, ho rotto gli indugi e ho affrontato la salita finale praticamente da solo. Dall’ammiraglia mi motivavano a continuare perché il vantaggio era buono, ma a 8 chilometri dalla fine (su una salita che ne misura 18, ndr) mi ha informato che stava arrivando il mio compagno Remelli con un rivale (Enrico Simoni, figlio di Gilberto, ndr). Così l’ho aiutato finché potevo, poi io ho vinto la volatina degli altri scalatori che mi avevano ripreso.

Ci sembra di capire che tu abbia altre caratteristiche.

Esatto, avrete capito che non sono proprio uno scalatore (sorride, ndr). Sono decisamente un passista con un buon spunto veloce negli sprint ristretti e tengo su strappi o salite brevi. Sto però lavorando per tenere meglio su quelle più lunghe. Anche in previsione del passaggio nella categoria successiva, sto facendo un percorso mirato per perdere qualche chilo senza andare ad intaccare le mie peculiarità. Diciamo che negli ultimi anni ho avuto uno scatto di crescita fisica rispetto al passato e questo mi ha permesso di potermi esprimere al meglio.

Restando sempre su di te, quali sono i tuoi inizi ciclistici?

Ho iniziato a correre da giovanissimo nell’Eiffel Fontanellato, la squadra del mio comune, anche se io abito in una frazione. Da esordiente e allievo ho corso col Torrile ed infine gli ultimi due anni li ho fatti qua all’Autozai-Contri, dove trovo benissimo. Quando ho cominciato ad andare in bici il mio idolo era Sagan mentre ora è Evenepoel, ma quello che ammiro più di tutti è Victor Campenaerts (dice con un pizzico di stupore, ndr). Lo so, non è il primo nome che fa uno della mia età, ma mi piace tantissimo il suo modo di correre. Sempre all’attacco e quando sta bene non si risparmia mai. Mi ci rivedo in lui per tanti aspetti.

Torniamo all’inizio. Sei stato davanti in tante corse. E’ cambiato qualcosa in particolare?

Direi di no, se non che ho avuto più carta bianca da parte della squadra col fatto che Magagnotti era via con la nazionale e che Valjavec aveva un periodo di tranquillità. Il mio diesse ha voluto investire su Remelli e me come capitani alternati nelle varie gare. E ne abbiamo approfittato, anche se io sto girando attorno alla vittoria (sorride, ndr). Devo dire però che prima di adesso ho sempre lavorato volentieri per i compagni. Ad esempio Magagnotti è un fenomeno ed è un piacere portarlo fino alla fine perché sai che vince e perché sai che vieni ripagato per il lavoro svolto. Vince lui, ma vinciamo un po’ anche noi. Tuttavia ho ancora qualche pecca da sistemare.

Quali?

La prima che mi viene in mente è che ho notato che nelle gare internazionali vado meglio e faccio meno fatica rispetto alle gare regionali. Ci arrivo sempre preparato mentalmente e credo sia proprio una questione di approccio. Nelle internazionali sei stimolato a dare il meglio contro i più forti del mondo. Cerchi di capire a che livello sei. Devo fare altrettanto anche nel resto delle gare perché altrimenti diventa un limite. Ci sto lavorando e sento di migliorare.

In generale come sono andati queste due stagioni tra gli juniores?

Il primo anno non è stato facile, specie in inverno. Ci trovavamo tre volte alla settimana per allenarci, ma arrivavamo alle gare molto preparati atleticamente. Il 2023 mi è servito per capire la categoria, imparando come muovermi. Ho fatto fatica fisicamente, ma mi sono sempre salvato perché vedo abbastanza bene la gara. E ho imparato tanto anche lavorando per la squadra. Quest’anno invece sto raccogliendo ciò che ho seminato grazie al programma del mio allenatore e della squadra.

Questo ultimo periodo cosa ha detto a Pierluigi Garbi?

Tutti questi risultati mi hanno dato tanto morale. E’ arrivata la consapevolezza dei propri mezzi che può fare la differenza. Adesso vado alle gare credendoci un po’ più di prima. Mi piacerebbe centrare una vittoria non solo per me, ma anche per i miei compagni e per la mia squadra, proprio per ricambiare la loro fiducia in me. In ogni caso l’importante era fare bene in queste corse.

Uno degli obiettivi di Garbi è campionato italiano cronosquadre con la Autozai. Qui la vittoria al Giro del Veneto (foto RIccardo Scanferla)
Uno degli obiettivi di Garbi è campionato italiano cronosquadre con la Autozai. Qui la vittoria al Giro del Veneto (foto RIccardo Scanferla)
Quali sono gli obiettivi del finale?

Quello dietro l’angolo è il Giro di Lunigiana (dal 4 al 7 settembre, ndr). Vado per puntare alle tappe più adatte a me, cercando il meglio possibile. Vincere è sempre difficile, ma ci proverò di sicuro. E lo farò anche al Trofeo Buffoni che c’è l’8 settembre ed ha un percorso per le mie caratteristiche. Ho un obiettivo anche con la Autozai che è il campionato italiano cronosquadre ad ottobre. Abbiamo dimostrato finora di essere una delle migliori formazioni in questa specialità e vogliamo vincere quel tricolore.

EDITORIALE / A forza di tirare, la corda (di Ganna) si è spezzata

02.09.2024
4 min
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Ganna si ferma. Non farà gli europei e non si sa ancora nulla per i mondiali. Se non fosse che alla sua imponente statura è legata da anni la bandiera tricolore, verrebbe da consigliargli uno stacco ben più lungo, perché (in assenza di virus o problemi clinici) la sensazione è che Filippo abbia raschiato il fondo del barile proprio per amor patrio e senso di responsabilità.

Si è detto che il periodo dopo le Olimpiadi sia stato complicato, come si è visto dalle prove non brillanti al Deutschland Tour e poi al Renewi Tour, da cui ha scelto presto di ritirarsi. La sensazione però è che Ganna sia arrivato stanco anche in Francia e che per questo non abbia recuperato al 100 per cento dallo sforzo della crono. La prestazione di Parigi è stata certo di eccellenza, ma visto il percorso favorevole, forse non al livello del miglior Pippo. E’ stata sua ammissione successivamente che gran parte del bronzo del quartetto sia derivato dalla super prestazione di Milan che, al contrario, è arrivato alle Olimpiadi con più brillantezza. Il nostro quartetto ha girato più lentamente che a Tokyo mentre gli altri si sono tutti migliorati: qualcosa è mancato.

Ganna è arrivato secondo nella crono di Parigi, a 14 secondi da Evenepoel
Ganna è arrivato secondo nella crono di Parigi, a 14 secondi da Evenepoel

Fra Ineos e nazionale

Ganna è diventato la maniglia di tutti, forse oltre il lecito. Il ritornello secondo cui non sono macchine potrebbe non essere del tutto giusto. Perché in fondo, pur lasciando spazio a sentimenti e giornate storte, in realtà un atleta è una macchina. Si misurano i suoi watt e il suo consumo di carboidrati. Si analizza la composizione del sudore e si stabilisce quando e cosa dovrà bere. E si riesce a stabilire il tempo con cui scalerà una montagna e a creare la tabella per la crono perfetta. Proprio per questo siamo abbastanza sicuri che alla vigilia di Parigi qualcuno sapesse quale fosse il vero stato del campione. E’ ovvio che a quel punto non potesse tirarsi indietro, ma forse si sarebbe dovuta riscrivere la stagione. Che senso ha andare a fare il Deutschland Tour con un atleta palesemente provato?

Probabilmente la Ineos Grenadiers che paga lo stipendio avrà ritenuto il passaggio assolutamente necessario. Secondo alcuni, è stato già tanto che la squadra britannica abbia concesso a Ganna di non correre la Roubaix per preparare la pista olimpica: figurarsi se adesso avrebbe avuto senso che rinunciasse al Giro di Germania e al Renewi Tour.

Prima tappa del Renewi Tour, Ganna è affaticato. Il giorno dopo c’è la crono, ma lui si ferma
Prima tappa del Renewi Tour, Ganna è affaticato. Il giorno dopo c’è la crono, ma lui si ferma

La freschezza smarrita

E così Ganna ha preparato la valigia e a due settimane da Parigi ha rimesso la maglia della sua squadra. Si è capito subito però che qualcosa non andasse. Nel prologo di 2,9 chilometri vinto da Milan, Pippo ha ottenuto il 14° posto a quasi 7 secondi dal compagno di nazionale. Più di 2 secondi a chilometro, la spia piuttosto indicativa della fatica.

Non si può fare tutto e soprattutto pretendere di farlo al meglio. Ganna è un campione di razza, forte come un cavallo e generoso come un amico sincero. Però a forza di chiedergli di essere Top Ganna in ogni situazione possibile per puntare al massimo e colmare l’assenza di altri talenti, si è finito col pretendere troppo e adesso se ne paga il conto.

Sarebbe potuto essere l’uomo della sorpresa agli europei, invece li guarderà in televisione. E siamo abbastanza convinti del fatto che avrà senso tornare per i mondiali solo se Ganna sarà in grado di ritrovare le forze più fresche: non sarebbe giusto andare a sfidare di nuovo Evenepoel per subirne un’altra lezione. Le ultime sconfitte sono state il frutto della differenza di freschezza e del voler fare tutto in un ciclismo che non ammette alternative alla specializzazione. Remco ha 49 giorni di gara nelle gambe, Ganna è arrivato a 63. E se è vero che il belga è stato fermo per la caduta dei Paesi Baschi, è altrettanto vero che il cumulo degli impegni porti via lo smalto. A nostro avviso Ganna è da troppo tempo sulla cresta dell’onda, senza che qualcuno gli abbia detto di prendersi la pausa cui aveva diritto. E della quale, ci siamo appena accorti, aveva anche bisogno.

L’Avenir delle donne? Ce lo racconta Ciabocco

02.09.2024
5 min
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Mentre si sviluppava la grande battaglia fra i vari Blackmore, Torres, Widar e gli altri al Tour de l’Avenir, anche le pari età hanno avuto il loro spazio nell’identica prova femminile, racchiusa negli ultimi 4 giorni con un prologo e tre tappe in linea. Una corsa con molti significati anche se un po’ schiacciata dalla concorrenza maschile. La migliore azzurra è stata Eleonora Ciabocco (in apertura nella foto DirectVelo), capace di un settimo posto finale di spessore, che ridefinisce i contorni di una ragazza passata di categoria con tante aspettative dopo i successi da junior e che comincia a farsi vedere anche nei quartieri alti della categoria superiore.

Le azzurre in gara: oltre a Ciabocco anche Cipressi, Valtulini, Pellegrini, Segato e La Bella
Le azzurre in gara: oltre a Ciabocco anche Cipressi, Valtulini, Pellegrini, Segato e La Bella

La leader della nazionale italiana ha sempre viaggiato fra le prime, non uscendo mai dalla Top 10 e questo è già un segnale, considerando anche che il Tour de l’Avenir Femmes è una delle poche corse a livello Under 23.

«E’ una gara dura – esordisce la maceratese – io l’ho affrontata con tanta curiosità soprattutto aspettando l’ultima tappa perché ci tenevo a pedalare sul Colle delle Finestre, ne avevo sentito tanto parlare e volevo vedere di persona com’era».

Per le azzurre un’ottima prova di squadra scaturita anche da un bel clima instauratosi nel team
Per le azzurre un’ottima prova di squadra scaturita anche da un bel clima instauratosi nel team
Raccontaci il tuo Tour…

Il prologo a La Rosière era appena di 2 chilometri, tanto per prendere confidenza ma il 5° posto per me è stato importante, tornavo in gara dopo oltre un mese dalla caduta sul Blockhaus al Giro d’Italia. Avevo voluto concludere ugualmente quella tappa convivendo con il dolore, ma poi avevo dovuto alzare bandiera bianca e mi era dispiaciuto perché ci tenevo a finire il Giro. Poi avevo fatto un bel blocco di allenamento, ma tornare in gara è sempre un’incognita.

E dopo?

Nella prima tappa c’era una lunga discesa e la salita finale dove al di là del 9° posto finale ho apprezzato tantissimo il lavoro di squadra che abbiamo fatto. Fra noi ragazze si è formato subito un bell’amalgama, ci trovavamo bene, poi con me c’era Francesca Pellegrini con la quale abbiamo condiviso tante trasferte e tante sfide anche da juniores. Il piazzamento poteva anche essere migliore, ma ho scelto in salita di seguire il mio ritmo, infatti le prime sono andate via ma salendo ne ho riprese tante.

Le azzurre hanno corso sempre in prima linea: qui Valtulini a seguire il ritmo delle prime
Le azzurre hanno corso sempre in prima linea: qui Valtulini a seguire il ritmo delle prime
Top 10 anche nella seconda tappa…

Sì, era la più semplice e infatti si è conclusa con uno sprint abbastanza folto. Io era da tempo che non facevo una volata, ho perso un po’ la mano ma neanche poi tanto visto il 4° posto finale. Poi l’ultima tappa, quella per me speciale, dove mi sono piaciuta molto perché all’inizio non stavo bene, ho perso presto il treno delle più forti. La corsa è diventata come una cronometro, almeno per me, ho visto che più andavo avanti, più mi sentivo bene e più recuperavo. Ho chiuso ottava ma se fosse stata anche un po’ più lunga sarei arrivata anche più avanti.

Il 7° posto finale come lo giudichi?

E’ sicuramente positivo anche se va contestualizzato: non gareggiamo spesso in questa categoria quindi non sapevamo alla vigilia quali fossero i veri valori in campo. Alla resa dei conti abbiamo visto che le francesi avevano un passo superiore, infatti hanno monopolizzato le tappe. Io ho dato tutto quel che avevo.

Eglantine Rayer, vincitrice della seconda tappa. Le altre in linea sono andate a Bunel
Eglantine Rayer, vincitrice della seconda tappa. Le altre in linea sono andate a Bunel
Che livello ti sei trovata ad affrontare?

E’ un bel test, ma certamente di livello inferiore alle gare che siamo abituate a correre. Il livello soprattutto in salita era più basso, lo si vede dalle velocità sostenute. Per me poi è stato qualcosa di molto diverso: quando corro con la squadra il più delle volte sono chiamata a fare ritmo per imboccare la salita, per portare più avanti possibile la capitana di turno, qui invece ero io che potevo correre liberamente e tirare avanti. E’ stato importante per crescere, un’esperienza nuova. Guardando le avversarie poi, alla fine sono emerse quelle con più esperienza: la Bunel che ha vinto veniva dal Tour Femmes dov’era stata terza fra le giovani, si vedeva che era più avvezza a questo tipo di corse.

Stai diventando una specialista di corse a tappe?

Chissà… Difficile dirlo ora, credo di dover imparare ancora molto. Ho fatto un bel piazzamento qui ma anche nelle corse d’un giorno non vado piano, settima lo ero stata anche alla Freccia del Brabante, per esempio.

Il podio finale con la francese Bunel prima su Holmgren (CAN) a 2’11” e Vadillo (ESP) a 5’16”
Il podio finale con la francese Bunel prima su Holmgren (CAN) a 2’11” e Vadillo (ESP) a 5’16”
Com’è stato seguito l’Avenir delle donne? Sui media se n’è parlato poco, l’impressione è che fosse schiacciato dalla presenza maschile…

Quel che posso dire è che l’organizzazione è stata molto precisa per combinare gli orari. Infatti avevamo la sveglia molto presto perché partivamo prima dei coetanei ma questo consentiva di finire presto e tornare in anticipo agli hotel. Con i maschi ci incontravamo solo lì, diciamo che erano comunque due gare distinte.

Come giudichi la tua stagione?

Sicuramente migliore rispetto alla precedente, ho visto dei progressi soprattutto nella gestione delle gare, ma so che devo migliorare ancora molto. Già il fatto di gareggiare in questo periodo è un passo avanti, lo scorso anno avevo chiuso con il Giro…

Carlotta Cipressi, 23esima alla fine, preziosa per Ciabocco nelle fasi di approccio alle salite
Carlotta Cipressi, 23esima alla fine, preziosa per Ciabocco nelle fasi di approccio alle salite
E adesso?

Ora mi aspettano il Romandia e le gare italiane. Mi sarebbe piaciuto tornare ad assaporare l’azzurro per una prova titolata, ma se anche non fosse così posso provarci il prossimo anno. Io comunque sono tranquilla e mi concentro sui risultati, assaporando esperienze come quella appena vissuta, correndo su una salita che è un’icona del ciclismo e soprattutto vivendo una bella esperienza come quella con le mie compagne in azzurro, cosa che ha influito sul risultato finale.