Masticare la sconfitta non gli era mai piaciuto, sin da piccolino, eppure in alcuni momenti gli era toccato farlo e l’aveva trovato insopportabile. Poi Alessandro Covi è passato professionista e ha pensato che su di lui si fosse abbattuta una maledizione. Dalle sconfitte si impara, aiutano a crescere, ma alla fine lasciano sempre un segno. Ma ieri nella Vuelta Murcia, nella città di Valverde che ha atteso invano il suo beniamino (la Movistar ha partecipato in formazione rimaneggiata per un caso Covid al suo interno, impedendo ad Alejandro di partecipare per l’ultima volta alla corsa di casa) la maledizione è stata spazzata via.
Covi e Trentin hanno parlato molto in gara e alla fine l’intesa è stata perfettaCovi e Trentin hanno parlato molto in gara e alla fine l’intesa è stata perfetta
La sfiga non esiste
Primo, per un solo secondo sull’amico Trentin. Che alle spalle lo ha protetto vincendo la volata del gruppo. Fu un secondo anche quello che lo divise da Mauro Schmid l’anno scorso a Montalcino, nel giorno che più degli altri gli parve amaro.
«La sfiga non esiste – disse lo scorso inverno, commentandolo – qualche errore l’avrò fatto. Quel giorno a Montalcino mi venne il panico. Era bello essere lì a giocarsi la tappa, ma non ero convinto di me stesso e non conoscevo lui. Occasioni di giocarmi corse importanti con una volata a due non ne avevo avute tante, quindi di sicuro l’abitudine e la freddezza l’avevo persa. Sul momento mi è scocciato, ora se ci penso mi dico che poteva cambiarmi la carriera. Il secondo non se lo fila nessuno…».
Fra i vari movimenti di giornata, anche l’attacco di Brandon McNultyFra i vari movimenti di giornata, anche l’attacco di Brandon McNulty
Primo e secondo
Ieri non ha aspettato la volata, ma eseguito alla grande gli ordini di scuderia. Attaccare nell’ultimo chilometro, dopo aver mandato prima in avanscoperta McNulty. E poi semmai Trentin avrebbe vinto la volata.
«Sono contentissimo della vittoria – ha detto a caldo – e della gara che abbiamo fatto. Abbiamo seguito tutti i piani. Abbiamo attaccato con Brandon, poi in caso di volata c’era Matteo. Io dovevo anticipare lo sprint, così abbiamo fatto e così è arrivata la vittoria. Credo che abbiamo corso benissimo, abbiamo preso la responsabilità della gara sin da subito. Abbiamo tirato noi e alla fine abbiamo colto il miglior risultato possibile. Primo e secondo è un ottimo risultato direi…».
Anche Trentin è entrato in un’azione, poi si è messo a guardia del finaleAnche Trentin è entrato in un’azione, poi si è messo a guardia del finale
La consapevolezza
Se Montalcino poteva cambiargli la carriera, chissà che la corsa di Murcia non possa dare una spallata a quella sorte, rimettendo in pari la bilancia.
«Anche da under 23 – ha già detto più volte – capitava che ne vincessi una e poi le altre arrivassero in fila. Nel 2018 non mi riusciva di sbloccarmi, poi feci centro in Spagna e in Italia ne vinsi tre di fila, fra cui la Coppa Cicogna. Vincere porta più consapevolezza, piazzarsi tanto significava comunque la possibilità di giocarmi le corse. Ci ho messo sempre il massimo impegno, poi con l’esperienza e la maturazione fisica le cose stanno venendo meglio da sé».
Sul podio, oltre a Covi e Trentin, il francese Louvel dell’ArkeaSul podio, oltre a Covi e Trentin, il francese Louvel dell’Arkea
Più leggero
Ora Alessandro dice di sentirsi più leggero e che la vittoria ieri proprio non se la aspettava.
«Non credevo di avere già la condizione per vincere – sorride – ma come mi hanno detto tutti, la vittoria arriva quando meno te la aspetti. Bene così, la condizione verrà con le corse, ma siccome non è detto che sarà garanzia di vittoria, prendiamoci questa è guardiamo avanti. E anche la teoria delle quattro corse di seguito, tutto sommato… Stiamo cauti! Oggi corro ad Almeria, poi Andalucia, l’apertura al Nord e Laigueglia. Ci voleva proprio…».
Alle sue spalle Trentin ha dimostrato ancora una volta di essere un eccellente uomo squadra. Uno che avrebbe avuto bisogno come il pane di una vittoria, ma ha saputo attenersi agli ordini del team, guardando le spalle al più giovane compagno. Se c’è giustizia nel mondo delle corse, presto gesti come questo saranno ripagati e per il grande trentino arriverà l’acuto che merita. Lui la volata l’ha vinta a mani basse…
Nei giorni scorsi Campagnolo ha comunicato con un giustificato orgoglio di aver vinto il Design & Innovation Award 2022 nella categoria Componenti Road. Il prestigioso riconoscimento è andato alle ruote Bora Ultra WTO 45.
Il Design & Innovation Award è da molti ritenuto come l’Oscar della Bike Industry, e nelle intenzioni della giuria chiamata ad assegnare i vari premi è considerato più di un semplice conferimento di titoli o un riconoscimento per i marchi premiati. A comporre la giuria sono giornalisti internazionali selezionati, test rider professionisti ed esperti del settore. Alla fine sono state oltre 6.000 le ore necessarie per arrivare alla selezione dei prodotti da premiare nelle singole categorie previste.
Il peso delle Bora Ultra WTO 45 è di 1.425 grammi Il peso delle Bora Ultra WTO 45 è di 1.425 grammi
L’essenza di Campagnolo
Le ruote Bora Ultra WTO sono l’ennesimo step evolutivo di un prodotto, le ruote Bora, in grado di rappresentare al meglio la tecnologia Campagnolo: la massima espressione dell’impiego del carbonio, gli studi di ricerca e sviluppo strutturali ed aerodinamici, la maniacale cura del dettaglio, anche sotto l’aspetto dell’estetica.
Ecco di seguito il commento della giuria che ha assegnato a Campagnolo il Design & Innovation Award 2022 per la categoria Componenti Road.
Il canale interno delle Campagnolo Bora Ultra WTO 45 è di 19 mm Il canale interno delle Campagnolo Bora Ultra WTO 45 è di 19 mm
«Le ruote Campagnolo Bora Ultra WTO 45 sono all’avanguardia nella produzione di ruote in carbonio! La maggior parte dei produttori può solo sognare cerchi così eleganti e puliti: gli alloggiamenti dei nippli sono integrati nel cerchio durante la produzione, consentendo di utilizzare i nippli interni per una migliore aerodinamica, a cui è ancora possibile accedere dall’esterno. Senza fori per nippli nel letto del cerchio, il cerchio non richiede nastro tubeless e può essere installato tubeless senza troppi problemi. L’unico foro rimasto è quello per la valvola. Tutto ciò sottolinea l’attenzione ai dettagli e l’attenzione all’aerodinamica con un peso ridotto.
«Le ruote 45 mm pesano solo 1.425 g e se vuoi sfruttare al meglio il potenziale aerodinamico delle ruote, i cerchi sono stati ottimizzati per pneumatici da 25 mm. Inoltre, si dice che i cuscinetti in ceramica funzionino 5,5 volte più agevolmente dei tradizionali cuscinetti in acciaio, perfetti per gli eroi dell’alta velocità! Oltre a tutta quella finezza tecnica, anche il look non è stato trascurato. Senza alcuna vernice per coprire il layup di carbonio, la lavorazione di altissima qualità viene in primo piano. L’efficienza della velocità unita alla perfezione artigianale: un meritato premio!»
Le Campagnolo Bora Ultra WTO hanno aiutato Pogacar a conquistare l’ultimo Tour de France Le Campagnolo Bora Ultra WTO hanno aiutato Pogacar a conquistare l’ultimo Tour de France
Sempre in gruppo
Anche per questa stagione Campagnolo sarà protagonista del grande ciclismo affiancando ben tre team WorldTour. Stiamo parlando di AG2R Citroen, Cofidis e UAE Team Emirates. Soprattutto da quest’ultimo team sono arrivate le soddisfazioni maggiori grazie ai successi ottenuti da Tadej Pogacar. Lo sloveno ha permesso a Campagnolo di conquistare gli ultimi due Tour de France.
Anche per il 2022 gli atleti di AG2R Citroen, Cofidis e UAE Team Emirates potranno contare sul meglio di Campagnolo: le ruote Bora Ultra WTO 45 e il gruppo Super Record Eps.
Ad un certo punto arriva un momento della carriera in cui ti volti e ti accorgi che non sei più un ragazzino. Diego Ulissi,l’enfant prodige del ciclismo italiano, che si è sempre portato dietro l’impronta del corridore giovane.
Eppure da quel 6 febbraio 2010 ne è passata di acqua sotto ai ponti. Quel plumbeo giorno d’inverno il corridore della UAE Team Emirates disputò la sua prima gara tra i pro’: il Gp degli Etruschi. Corse quasi in casa. Vinse Petacchi, tanto per dire chi c’era ancora in gruppo.
Ulissi debuttò tra i pro’ nel febbraio 2010. Sul finire di quella stagione anche la prima vittoria: il GP Industria e CommercioUlissi debuttò tra i pro’ nel febbraio 2010. Sul finire di quella stagione anche la prima vittoria: il GP Industria e Commercio
Diego, dicevamo: non sei più un ragazzino…
Bene, significa che ne ho fatta tanta di strada ed è segno buono se sono ancora qui! Quest’anno compio 33 anni e questa è la mia 13ª stagione da professionista. Sembra ieri che sono passato pro’. Ma devo dire che mi sento bene, le motivazioni sono ancora tantissime e si lotta come quando avevo 20 anni. Su ogni cosa, in ogni corsa.
Lo scorso anno hai avuto dei grossi problemi di salute, al cuore per la precisione (miocardite). E’ più la noia per non aver potuto fare di più, del “tempo perso”, o la fortuna di essersene accorti proprio perché grazie alla bici hai fatto più visite?
Fondamentalmente io non mi ero accorto di nulla e per me aver scoperto questa cosa lo scorso anno è stata una sorpresa. E lo stesso è stato per chi mi seguiva da tanti anni. Che dire: sono ancora più contento di quanto fatto sin qui e di quanto ho vinto nella mia carriera: 42-43 corse, otto tappe al Giro, l’Emilia, la Milano-Torino… Mi rendo conto di quanto si sia appesi ad un filo. Alla fine il mio problema poteva essere molto grande. Col senno del poi, posso dire di aver rischiato di non passare professionista.
Cioè?
Il mio problema sembra essere derivato da un virus preso all’età di 17-18 anni e questo mi fa capire quanto sia stato fortunato. No, non ho nessun rimpianto e mi ritengo fortunato che posso continuare a correre.
Ulissi in appoggio a Pogacar al Lombardia 2021. Tadej fa parte di quella schiera che ha contribuito ad alzare il livelloUlissi in appoggio a Pogacar al Lombardia 2021
E come prosegue questa tua avventura? Cosa ci possiamo aspettare dal 2022 di Ulissi?
Cercherò di fare una stagione costante nei risultati e nel rendimento, cosa che adesso è ancora più importante per fare i punteggi necessari ai team. Ogni gara è da affrontare al massimo. Se avrò la possibilità di alzare le braccia al cielo sfrutterò l’occasione. Ma oggi vincere è sempre più difficile, ogni gara è più difficile. Il livello è molto alto. I giovani passano e alzano l’asticella. Sono poche le gare in cui dici: vado per prepararmi. E già nelle prime corse in Francia (Ulissi ha preso parte all’Etoile de Besseges, ndr) si è visto come andavano.
Hai parlato dei punteggi: secondo te questo inciderà sull’andamento tattico delle corse?
Secondo me sì. Come dicevo, non ci sono più le corse dove vai per prepararti per questa classica o quel Giro. I ritmi sono talmente alti che non è possibile. Tutti vogliono fare bene proprio per andare a caccia dei punti, quindi sei costretto ad essere competitivo. In più c’è il discorso dei giovani: quando sono passato io avevano bisogno di 3-4 anni per competere in certe gare, adesso non è così. Adesso vanno e hanno subito la mentalità per provare a vincere.
In UAE Team Emirates ormai siete tantissimi campioni. E’ più difficile trovare spazio?
Più la squadra è forte meglio è. Più difficile trovare spazio? Io dico che negli ultimi anni in squadra sono sempre stato il secondo per punteggio, nonostante il nostro livello sia altissimo. Per me non ci sono problemi, la cosa importante è che a rotazione tutti possiamo andare forte e toglierci delle soddisfazioni. Poi so benissimo che se c’è il numero uno al mondo (il riferimento è chiaramente a Pogacar, ndr) ci si mette a sua disposizione.
Con Covi un rapporto di amicizia e anche una certa somiglianza tecnicaCon Covi un rapporto di amicizia e anche una certa somiglianza tecnica
Pogacar è forte davvero…
Me ne accorsi al primo ritiro che fece da pro’ con noi. Mostrò subito di avere qualcosa in più. Ma non solo nelle gambe, anche nella testa. Lui nei momenti difficili si esalta, rende di più, trova forze.
Raccontaci…
Eravamo nei pressi di Barcellona nel ritiro di dicembre e Tadej fu inserito nel mio gruppo. Io dovevo andare in Australia e chi deve andare laggiù va già abbastanza forte. Il ritmo era intenso e il livello della condizione abbastanza alto. E vedevo questo ragazzino che mi stava dietro e non lo staccavo e io spingevo… “Maremma impestata” se spingevo! Pensavo: o non vado nulla io o questo è un fenomeno. Ne parlai subito con i direttori sportivi. Gli dissi: «Questo ragazzo ha delle qualità che in 12 anni da pro’ ancora non ho mai visto».
A proposito di giovani, ma di Covi che ci dici? Avete un bel rapporto…
Ah, ah, ah – ride Ulissi – Alessandro mi tiene giovane! Oltre che un ragazzo bravissimo è anche molto divertente (gustatevi questa gag, ndr) e l’ho preso in simpatia. Ha catturato la mia attenzione perché mi somiglia tantissimo. Ha le mie caratteristiche. In corsa, in gruppo… mi sembra di rivedere me stesso. Anche se gliel’ho detto: Ulissi al primo anno da pro’ vinse subito!
Giro 2011: Ulissi (maglia Lampre) nella discussa volata di Tirano contro Visconti e LastrasGiro 2011: Ulissi (maglia Lampre) nella discussa volata di Tirano contro Visconti e Lastras
Diamo a Cesare quel che è di Cesare!
Covi è sveglio, corre bene e presto arriverà questa vittoria. Io cerco di insegnarli ad essere un po’ più freddo in certi momenti, perché lui è forte davvero. Non gli manca niente dal punto di vista fisico e tecnico. Ripenso a Montalcino l’anno scorso: qualche cosina l’ha sbagliata nel finale. Ma è un giovane e non è facile trovarsi in quelle situazioni. Mi è venuto in mente e gli ho raccontato di quando vinsi la mia prima tappa al Giro su Visconti.
Che aneddoti… Ti riferisci alla frazione di Tirano al Giro 2011?
Quel giorno ero in fuga con gente forte. C’erano “Visco”, Lastras… E io feci un po’ il furbo per essere più fresco nel finale. Sì, sì Covi è “a mia immagine e somiglianza”! Sono convinto che presto verrà fuori il grande corridore che è. In più è un ragazzo rispettoso e che sa ascoltare.
Diego, chiudiamo con una domanda più semplice: cosa prevede il tuo calendario?
Gli obiettivi principali di questa stagione sono le classiche di primavera. Diciamo che gli eventi che puntellano la prima parte dell’anno sono la Sanremo, la Freccia, la Liegi e il Giro d’Italia.
Almeida ha ufficialmente dichiarato di puntare al Giro. Noi che lo avevamo "anticipato" in autunno ne parliamo con Baldato, il diesse che lo guiderà nella corsa rosa
Non troppi giorni fa con Davide Guntri, di Deda Elementi, avevamo parlato dei manubri dei velocisti. Da quell’articolo era emerso come le pieghe, anche un po’ inaspettatamente, si stessero stringendo. I manubri stretti stavano dilagando in gruppo… e non solo per i velocisti.
Stavolta, sempre con Guntri, vogliamo approfondire il discorso che riguarda questa tendenza. Capirne le motivazioni che spingono atleti, neanche tanto piccoli, a ricercare questa specifica.
Auyuso con la curva Superzero: drop da 75 millimetri, reach da 130, come l’Alanera che sta aspettandoAuyuso con la curva Superzero: drop da 75 millimetri, reach da 130, come l’Alanera che sta aspettando
Primi pezzi alla UAE
Un discorso che è ancora molto in fase embrionale. Anche per i produttori stessi.
«Per questioni logistiche – dice Guntri – non siamo riusciti ancora a fornire le nuove Alanera da 40 centimetri. Ricordo che da noi tale misura è presa sull’esterno, quindi si tratta di un 38 centro-centro. I pezzi per ora sono molto pochi e sono per la UAE Team Emirates. Sono dei prodotti nuovissimi.
«Giuseppe Archetti (meccanico del team, ndr) per adesso ha montato il manubrio stretto a Juan Ayuso e PascalAckermann. Non si tratta dell’Alanera, il nostro manubrio integrato, ma della piega Superzero».
«Il Superzero è un manubrio la cui curva ha lo stesso disegno dell’Alanera. Anche il reach e il drop sono gli stessi. Ciò che cambia è la parte alta. L’Alanera è più aero, la Superzero più tradizionale. Ma quello che davvero importava a noi in questo caso non era tanto il disegno, specie nella parte alta della piega, quanto appunto la larghezza. Stanno provando questa taglia per vedere come ci si trovano».
La Superzero dello spagnolo è larga 40 “centimetri Deda”, vale a dire 38 nella misura centro-centro standardLa Superzero dello spagnolo è larga 40 “centimetri Deda”, vale a dire 38 nella misura centro-centro standard
Feedback positivi
E in effetti è quello che interessa anche a noi. Perché ci si stringe così tanto? La scorsa volta avevamo parlato di vantaggi aerodinamici, ma anche di svantaggi nella guida della bici.
«In effetti non è un qualcosa di facilmente concepibile – ammette Guntri – I professionisti sono alla ricerca di prodotti sempre più aerodinamici, e può anche starci, ma in quanto a respirazione e guida non so quanto possano avvantaggiarsene.
«Io non lo vedo un prodotto alla portata degli amatori. E’ troppo specifico per chi fa della bici il proprio mestiere. Loro che sono dei professionisti possono anche utilizzarlo alla grande, sono molto preparati e possono trarne dei vantaggi. Ackermann e Ayuso per esempio hanno rilasciato dei feedback positivi. Entrambi hanno detto che si trovano molto bene. Respirano normalmente e la guida non ne risente».
Nel disegno c’è una Mtb, ma il concetto non cambia: col manubrio stretto si è più aero, ma cassa toracica e rachide sono più schiacciatiNel disegno c’è una Mtb, ma il concetto non cambia: col manubrio stretto si è più aero, ma cassa toracica e rachide sono più schiacciati
Leve, pieghe e aerodinamica
«Se si va a vedere – continua Guntri – frontalmente ormai sembra che i corridori siano sulle bici da cronometro. Quando impugnano la piega sulle leve la posizione non è così tanto diversa».
A questo punto, chiediamo a Guntri quanto la regola che ha bloccato la posizione con gli avambracci sulla piega, stile crono appunto, abbia inciso sulla svolta verso i manubri più stretti. «Ah – risponde con passione il tecnico di Deda – Non ha inciso tanto, ha inciso tantissimo! Non potendo più schiacciarsi in avanti, i corridori hanno cercato di stringersi il più possibile per essere aerodinamici. Posso solo dirvi che atleti alti 190 centimetri mi hanno già richiesto la nostra piega da 40 (esterno-esterno)».
«Non solo, ma adesso di pari passo al manubrio più stretto ci sono le leve ruotate verso l’interno, questo sempre per potersi distendere, per essere aerodinamici, e per avere di fatto un appoggio in più con il polso».
«Il primo ad utilizzare questa soluzione è stato Romain Bardet. Quando vidi quelle leve così ruotate sull’Alanera la sera stessa lo chiamai. Lui mi spiegò il perché. Mi disse del discorso dei polsi. Così anch’io, come faccio sempre, eseguii il mio test personale. Lo feci con la bici di McNulty (per una questione di misure supponiamo, ndr) ed in effetti si ha un appoggio ulteriore».
Il manubrio super stretto di Ewan (al centro). Da notare la differenza con quello di Bonifazio (a sinistra) e Laas (a destra)Il manubrio super stretto di Ewan (al centro). Da notare la differenza con quello di Bonifazio (a sinistra)
Produzione ad hoc
«Noi abbiamo creduto fortemente nel lavoro con la UAE Team Emirates. E’ la nostra squadra faro e non solo per le due vittorie al Tour con Pogacar, ma anche per lo sviluppo dei prodotti, per l’esperienza di Archetti. Posso garantire che è uno sforzo enorme anche per noi seguirli con prodotti sempre più specifici. «Da quando c’è il biomeccanico all’interno dei team molte cose sono cambiate. Non so se sia un bene o un male, non spetta a me dirlo, però posso dire di gente che va dal biomeccanico una volta ogni 15 giorni. E mi chiedo: quali adattamenti possono maturare in un periodo così breve? A noi però nel frattempo chiedono nuovi prodotti, nuovi pezzi. Li produciamo e poi magari dopo 3-4 mesi li abbandonano».
Per ora la tendenza è quella dei manubri ristretti. È un qualcosa che riguarda non solo i corridori che utilizzano i prodotti Deda, ma anche gli altri. Il manubrio moderno è stretto e possibilmente con profili aerodinamici, meglio ancora se integrato così da essere anche molto rigido. «In UAE Team Emirates, al momento – conclude Guntri – mi hanno chiesto l’Alanera da 40 centimeti 12-13 corridori, vale a dire poco meno della metà della rosa».
E intanto, Caleb Ewan (anche nella foto di apertura) procede spedito con la sua “mini piega”. Il velocista della Lotto-Soudal sta correndo con un manubrio da 38 centimetri, che nelle misure Deda significa 36 centimetri centro-centro. E leve ruotate all’interno…
Il marchio Emirates sulla maglia di Pogacar, ma anche del Real Madrid e del Milan. Quanto vale lo sport per la compagnia? Risponde il vicepresidente Boutros
Dopo aver scoperto come scelgono i manubri i velocisti ci siamo chiesti: come sceglierà le ruote uno scalatore? Risponde Filippo Rinaldi, fondatore di Pippowheels, una voce di grande esperienza e di grandi conoscenze tecniche. La storia e lo studio dei prodotti negli anni hanno portato a determinate scelte, che come avremo modo di vedere, non sempre tendono all’efficienza o alla comodità.
Negli anni 90 e primi anni 2000 le ruote erano in alluminio e per alleggerire il peso si usavano profili minimi Negli anni 90 e primi anni 2000 le ruote erano in alluminio e per alleggerire il peso si usavano profili minimi
Gli scalatori del passato
«C’è da fare una premessa fondamentale – ci dice Filippo Rinaldi – anni fa le ruote erano assemblate dai meccanici e quindi c’era una maggior possibilità di variazione. I raggi, per esempio, erano 20,24,28 o 32 ed il numero da montare sulla ruota era una scelta del corridore. Gli scalatori preferivano ruote da 20 raggi all’anteriore e di 24 al posteriore intrecciate in seconda. La scelta era dovuta al fatto che sulla ruota posteriore si scarica la potenza e quindi serve una ruota più rigida.
«Ora come ora il mercato non offre particolari scelte, le ruote vengono studiate ed assemblate in laboratorio. I corridori non possono più apportare modifiche, anche se hanno una vasta possibilità di scelta».
Molti scalatori tra cui Yates usano tubeless per questioni di marketing Molti scalatori tra cui Yates usano tubeless per questioni di marketing
La scelta di base qual è?
Ovviamente la leggerezza, lo scalatore sceglie sempre la ruota più leggera. Gli aspetti che fanno maggiormente la differenza sono il cerchio e la scelta del copertoncino. Un risparmio di 15 grammi su questa parte della ruota incide tre volte di più rispetto ad elementi statici.
Partendo dal copertone, gli scalatori non usano il tubeless…
Esattamente, per il momento la tecnologia non offre un prodotto leggero come il tubolare, anche perché i cerchi del tubeless pesano di più e questo fa già la differenza.
Con l’avvento delle ruote in carbonio i corridori posso usare profili maggiori a parità di pesoCon l’avvento delle ruote in carbonio i corridori posso usare profili maggiori a parità di peso
Però i cerchi degli scalatori una volta erano con profili da 20 millimetri, ora sono da 50 millimetri.
E’ una questione di tecnologia e di sviluppo. Prima i cerchi erano in alluminio, una lega di peso maggiore rispetto al carbonio. Di conseguenza gli scalatori tendevano ad alleggerire il più possibile il cerchio. Il carbonio permette di creare prodotti con lo stesso peso e si sa che un cerchio più alto offre una maggiore efficienza aerodinamica, che nell’economia della corsa offre maggiori vantaggi.
Prima i copertoni erano anche da 19 millimetri, ora la tendenza è quella di usare quelli da 25.
Anche qui per un discorso di studio e sviluppo. Si è visto che il 25 millimetri offre un’ottima scorrevolezza in proporzione alle pressioni di gonfiaggio. Sono dell’idea che usando copertoni più larghi e di conseguenza cerchi più larghi e rigidi tra un po’ di tempo torneremo a vedere profili più bassi: 30-35 millimetri.
I freni a disco
Un altro grande cambiamento è avvenuto con i freni a disco, anche se in particolari occasioni qualcuno tende a non usarli. Al Giro di Lombardia, vinto da Pogacar, lo sloveno ha usato freni tradizionali, come nelle tappe più impegnative del Tour de France.
Carapaz (Ineos) e Pogacar (UAE Team Emirates) montano ruote con freni tradizionali mentre Vingegaard (Jumbo-Visma) usa i freni a disco Carapaz (Ineos) e Pogacar (UAE) montano ruote con freni tradizionali mentre Vingegaard (Jumbo) usa i freni a disco
«Quella dei freni a disco è una scelta principalmente dettata dal mercato – continua Filippo – i pro’ sono la vetrina per sponsorizzare nuovi prodotti e quindi alcune squadre usano quel che il produttore vuole. Il team Jumbo-Visma aveva pubblicato uno studio nel quale diceva che il guadagno aerodinamico dei freni a disco era più importante di quello legato al peso dei freni tradizionali. Dichiarazione vera a metà, infatti Ineos e Pinarello, che sono più restii al passaggio, hanno sempre usato i freni tradizionali».
Il freno a disco ha cambiato il tipo di incrocio dei raggi?
Sì. Su ruote che montano freni a disco, i raggi hanno bisogno di una maggiore rigidità. Questo perché usando incroci in seconda e spostando il peso della frenata sul mozzo si aveva l’effetto, pinzando i freni, che il cerchio continuasse a girare. Si è dunque adoperato l’intreccio tangente, per avere una maggiore rigidità dei raggi e riuscire così a trasferire prontamente l’effetto della frenata su tutta la ruota.
Dopo aver sentito Affini ecco l'altra squadra che cercherà di mettere i bastoni tra le ruote della UAE Emirates, la Ineos Grenadiers. Puccio ci dice tutto
Dimension 143 è una sella innovativa di nuova generazione creata e progettata da Prologo. Le prestazioni e il comfort sono i punti forti di questo modello idoneo per tutte le discipline e perfetto sia per uomini che per donne. Su questo modello è infatti ricaduta la scelta di Pascal Ackermann per la sua stagione professionistica in forza al team UAE Team Emirates.
Il canale interno permette una versatilità della sella adatta a uomini e donne
La forma a “V” favorisce una rotazione del bacino ottimale
Il canale interno permette una versatilità della sella adatta a uomini e donne
La forma a “V” favorisce una rotazione del bacino ottimale
Forma adatta a tutti
Dimension è sinonimo di comfort, prestazioni e leggerezza. La combinazione tra il naso corto e il sistema di scarico PAS elimina i picchi di pressione derivanti da posizioni aerodinamiche o di massima spinta, assicurando un regolare flusso sanguigno. Il peso corporeo è distribuito in modo ottimale grazie alla seduta ampia (larghezza 143mm, lunghezza 245 mm).
La forma della Dimension 143 è a “V”, permette una posizione aggressiva ed aerodinimaca, consigliata soprattutto per le bici aereo o per chi vuole offrire meno resistenza all’aria possibile. La rotazione del bacino è assecondata dall’ergonomia, così come il raggiungimento del manubrio in totale facilità. Questo modello oltre ad atleti maschili strizza l’occhio anche alla platea femminile, grazie al canale di scarico e forma a “V”.
Le versioni disponibili sono tre per prestazioni adatte a tutti i livelli degli utilizzatoriLe versioni disponibili sono tre per prestazioni adatte a tutti i livelli degli utilizzatori
Per ogni esigenza
Disponibile in più opzioni. La versione con scafo in nylon e rail in acciao in lega leggera (Tirox) segna sulla bilancia 202 grammi. Disponibile sul sito ad un prezzo di 135,50 euro.
Il top di gamma è rappresentata della versione con scafo e rail in carbonio Nack, che porta a un peso complessivo di 155 grammi circa. Disponibile sul sito ad un prezzo di 205 euro.
Infine la T4.0, realizzata in lega in Cromo pensata per l’amatore che vuole un prodotto di qualità, leggero e versatile, ma che al tempo stesso garantisca comfort e flessibilità. Il peso in questo caso è di 219 grammi. Disponibile sul sito ad un prezzo di 110 euro. Tutte le configurazioni sono selezionabili nel colore bianco o nero.
Al Giro di Slovenia, Ulissi torna alla vittoria. Il livornese dà un calcio ai problemi e adesso si candida per Tokyo. Su quel percorso lui ha già vinto
Sembrava stesse davvero per finire così, un po’ all’ombra, in sordina, la carriera di Maximiliano Richeze. Poi un giorno, uno dei primi dell’anno, squilla il telefono. E’ Matxin e quella che era una proposta verbale diventa realtà. «Max – dice il team manager – correraicon noi fino al Giro d’Italia».
Max Richeze, dall’Argentina, professione velocista, 39 anni a marzo, correrà con il UAE Team Emirates ancora per questa manciata di mesi, poi dirà stop alla sua, lunga, e ottima carriera.
San Juan 2020, Richeze ricercatissimo tra i suoi tifosi, tanto più che vestiva la maglia di campione nazionaleSan Juan 2020, Richeze ricercatissimo tra i suoi tifosi, tanto più che vestiva la maglia di campione nazionale
Chiusura con stile
«Ero in scadenza di contratto – dice Richeze – ma volevo continuare a correre. Ero in parola con il team, ma ancora non si era concluso nulla. Io avrei voluto chiudere alla Vuelta San Juan, nella mia Argentina.
«Ma poi la corsa è stata fermata per il Covid. Ci tenevo però a fare qualcosa e anche loro del team non volevano finisse così. L’infortunio di Alvaro (Hodeg, ndr) ha accelerato le cose. Mi ha chiamato Matxin e mi ha detto che avrei gareggiato fino al Giro».
Max racconta tutto con passione e con la sua proverbiale educazione, anche se è indaffaratissimo mentre sta per arrivare nel suo hotel al Saudi Tour, che inizia proprio oggi.
«Credo sarà proprio bello chiudere la carriera in Italia. Il Giro è stato il mio primo grand tour e sarà anche l’ultimo».
Gaviria ha lasciato la Quick Step prima di Max, ma nel 2020 i due si sono ritrovati alla UAE Team Emirates Gaviria ha lasciato la Quick Step prima di Max, ma nel 2020 i due si sono ritrovati alla UAE Team Emirates
Allenamenti al top
«In questo inverno – racconta l’argentino – mi sono allenato come se avessi avuto un contratto. L’idea era di fare delle belle gare al San Juan, di arrivarci in forma e di chiudere al meglio. Ero stato ad allenarmi sia a San Juan che a San Luis. Soprattutto qui ho potuto fare delle belle salite.
«Ve le ricordate? El Filo, il Mirador… fino a 2.100 metri di quota, si facevano quando c’era il San Luis al posto del San Juan. Il clima è buono e fa caldo il giusto.
«E prima ancora, a novembre, mi ero allenato in Italia a Bassano».
Bassano del Grappa è la seconda casa di Richeze. Lo avevamo visto nello sfondo di una storia postata da Brambilla. I due stavano lavorando in una palestra. Ognuno si allenava con le divise del proprio team. La cosa un po’ ci colpì.
«Gli stimoli? Tanti! – racconta Max – Lo sono sempre stati per questa ultima preparazione invernale della mia carriera, ma dopo la telefonata di Matxin lo sono stati ancora di più. Era l’ultima stagione e volevo dare il massimo per finire al meglio».
Tour de Langkawi: 3 febbraio 2006, prima gara da pro’ e prima vittoria per Richeze Tour de Langkawi: 3 febbraio 2006, prima gara da pro’ e prima vittoria per Richeze
Dall’Argentina…
Papa Francesco quando fu eletto disse: «Vengo dai confini del mondo». Ma chi è dunque Max Richeze? Anche lui viene dai confini del mondo. Noi sappiamo che è diventato professionista nel 2006 alla Ceramica Panaria, che ha tante volate, due tappe al Giro, i Giochi Panamericani, il titolo nazionale e che è stato un apripista ricercatissimo, merito dei passati da pistard.
«Sinceramente non mi aspettavo di avere un carriera così lunga quando ho iniziato – dice Richeze – Già era stato tanto diventare pro’.
«E’ vero, vengo dall’altra parte del mondo e per come siamo messi in Argentina con il ciclismo è stato davvero un bel salto. Sono contento ed orgoglioso di quello che ho fatto. Ho sempre dato il massimo cercando di essere preciso negli allenamenti e se sono arrivato a questa età è perché ho fatto una buona vita».
Nella presentazione dei team di ieri al Saudi Tour, Richeze già guidava il UAE Team EmiratesNella presentazione dei team di ieri al Saudi Tour, Richeze già guidava il UAE Team Emirates
Richeze l’italiano
Prima abbiamo detto che era a Bassano, in Veneto. Ma perché? La sua storia è questa.
«Ho iniziato a 12 anni – racconta Max – insieme a mio fratello Roberto. Seguivamo papà che correva. Andavamo alle gare con lui e volevamo gareggiare anche noi. Ma papà ci diceva di no, di aspettare, che semmai avremmo pedalato più in là. Non voleva che perdessimo l’età del gioco.
«Io infatti giocavo a pallone. Poi attorno ai 12-13 anni, come detto, sono salito in bici».
«Sono di Buenos Aires e lì non ci sono salite. Ho fatto tanta pianura e tanta pista. E infatti quando sono arrivato da voi in Italia è stata dura. Ero “cicciottello”, pesavo 10 chili di più, mi staccavo sui cavalcavia! Insomma, è stato uno shock. In pratica ho ricominciato da capo».
«Sono arrivato a Bassano tramite i fratelli Curuchet e Mirko Rossato, da poco diesse del Team Parolin. Loro gli avevano già mandato Ruben Bongiorno.
«Mirko mi vide girare in pista e mi disse: se hai voglia dì ai Curuchet di chiamarmi e così è andata. Ci sarei andato subito, ma all’epoca c’era una regola per cui gli under 23 di primo anno non potevano lasciare il Paese. Potevano andare solo dal terzo anno. Ho dovuto aspettare un bel po’».
Con la sua esperienza, Max (qui in seconda ruota) sarà il road capitan al Giro, non solo l’apripista di GaviriaCon la sua esperienza, Max (qui in seconda ruota) sarà il road capitan al Giro, non solo l’apripista di Gaviria
Road capitan al Giro
Argentina e Italia. Il legame profondo fra queste due Nazioni si rinnova ancora. E se non ha chiuso nella sua Argentina è giusto che Richeze chiuda da noi. Al Giro però non verrà per “portare a spasso” la bici. Da vero pro’ qual è Richeze ha un ruolo ben definito.
«Devo ancora parlare con Matxin per i dettagli. Di solito è lui che decide queste cose, ma aiuterò Fernando Gaviria nelle volate. Fernando è un vero amico e lo faccio prima per questo che in quanto compagno di squadra. Anche qui in Arabia Saudita sono in camera con lui».
«E poi – conclude Richeze – aiuterò Almeida nelle tappe di pianura. A posizionarlo bene, a tenerlo al sicuro. Avrò le chiavi della squadra? Beh, di sicuro sono il più esperto e per me è davvero un piacere questo ruolo. Poi qui conosco tutti. Molti sono del vecchio gruppo Lampre, in cui ero già stato».
Rafal Majka torna al Giro dopo 4 anni per scortare Pogacar. Nell'avvicinamento ha aiutato Del Toro a vincere le Asturie. I pensieri di un gregario speciale
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Dopo sette stagioni corse nel Movistar Teamsi è chiusa l’esperienza di Marc Soler con la squadra spagnola. Il corridore catalano, nato ad una cinquantina di chilometri da Barcellona, inizia la sua nuova avventura nel UAE Team Emirates (foto apertura Fizza). Sarà il fido scudiero di Tadej Pogacar al Tour de France ed alla Vuelta di Spagna, i due grandi Giri su cui punterà il giovane talento sloveno.
L’ultima vittoria di Soler risale alla terza tappa del Giro di Romandia la scorsa stagione L’ultima vittoria di Soler risale alla terza tappa del Giro di Romandia la scorsa stagione
Un’accoglienza calorosa
Marc Soler, 28 anni compiuti due mesi fa, si lancia in una nuova sfida in un team ambizioso, esigente e che vuole rimanere per molti anni al top. Marc prenderà il posto di gregario al Tour del nostro Davide Formolo, che si giocherà le sue carte al Giro d’Italiaaffiancando Joao Almeida.
L’ex Movistar si è detto entusiasta e felice di questa nuova avventura. Anche se non ha mancato di sottolineare alla stampa presente al Media Day online del team di come voglia ritagliarsi le sue occasioni. Le corse per mettersi in mostra non mancheranno: partendo proprio dalla corsa di casa, la Volta Catalunya.
Negli anni alla Movistar Soler ha affiancato campioni del calibro di Valverde Negli anni alla Movistar Soler ha affiancato campioni del calibro di Valverde
Trovare il feeling
Soler ha parlato più volte del voler uscire dalla “comfort zone”. «Era un cambio di cui avevo bisogno – ha dichiarato – per trovare nuovi stimoli ed una motivazione che mi facesse mantenere alto il livello».
A questa età è un buon momento per lanciarsi in nuove ed appassionanti sfide.
«Il mio debutto – continua Marc – sarà alla Volta a la Comunitat Valenciana, passando per Parigi-Nizza e Catalunya. Correrò anche Strade Bianche e Tirreno-Adriatico. Le prime gareserviranno per prendere le misure con le esigenze di Tadej. Quando l’ho visto correre la prima volta alla Vuelta del 2019 sono rimasto colpito dalle sue qualità. Il futuro è suo ed aiutarlo a raggiungere grandi traguardi è una motivazione in più per iniziare questo nuovo progetto».
Dal 2020, dopo l’addio di Quintana ha corso accanto a Enric Mas Dal 2020, dopo l’addio di Quintana ha corso accanto a Enric Mas
Un carattere acceso
Marc Soler è uno di quei corridori che ha sempre fatto della costanza il suo punto di forza, un gregario “sempre presente” ma con la licenza di provare a vincere. La comfort zone di casa Movistar per lui si era fatta forse un po’ stretta. Qualcosa si era già intuito alla Vuelta del 2019 quando alla nona tappa si rifiutò di aspettare i capitani Valverde e Quintana per cercare di vincere la tappa.
Quello fu il momento clou e nelle due stagioni successive, quando gli si è dato lo spazio che tanto desiderava, i risultati non sono arrivati. Davanti alle evidenti superiorità degli avversari Soler si è forse “rassegnato” a fare il gregario di uno di loro, sposando un progetto che potrebbe accompagnarlo per un altro pezzo della sua carriera.
«Li vedevo battagliare con personalità sin da quando erano juniores», racconta Joxean Fernandez, per tutti Matxin. Carlos Rodriguez e Juan Ayuso (in apertura, foto Real Federacion Espanola Ciclismo) i due gioielli che fanno sognare la Spagna. Ammesso che sognare sia il termine corretto. Con due così infatti tutto è già molto concreto. Anche se sono poco più che adolescenti, anche se hanno 39 anni in due.
Matxin, spagnolo, è uno dei talent scout più bravi dell’intero circus del ciclismo. Lui è anche uno dei dirigenti-tecnici del UAE Team Emirates e soprattutto Ayuso lo conosce bene. Ma meglio di chiunque può farci un paragone fra i due atleti.
Carlos Rodriguez è alto 183 centimetri per 66 chili. Ha un contratto con la Ineos-Grenadiers fino al 2023
Juan Ayuso è alto 183 centimetri per 65 chili. Ha un contratto con la UAE Team Emirates fino al 2025
Rodriguez è alto 1,83 per 66 chili. Ha un contratto con la Ineos-Grenadiers fino al 2023
Ayuso è alto 1,83 per 65 chili. Ha un contratto con la UAE Team Emirates fino al 2025
La Spagna ride
Juan Ayuso è un catalano. Classe 2002, ha vinto il Giro d’Italia U23 e molte altre corse nelle categorie giovanili. Due volte campione nazionale juniores in linea e una a crono, ha già esordito nel WorldTour con il UAE Team Emirates. Una caduta nella quinta tappa del Tour de l’Avenir gli impedito di fare, chissà, la doppietta.
Carlos Rodriguez, invece, viene dall’estremo Sud della Spagna. Classe 2001, anche lui ha vinto dei titoli nazionali nelle categorie giovanili, specie a cronometro. E’ passato alla Ineos-Grenadiers. Lo scorso anno è stato protagonista fino all’ultimo metro (e anche dopo) al Tour de l’Avenir. Autore di un’azione di altri tempi sulle Alpi, ha perso per una manciata di secondi il “Tour baby” pur dominando l’ultima durissima tappa.
Joxean Fernandez “Matxin”, classe 1970, è team manager della UAE Team EmiratesJoxean Fernandez “Matxin”, classe 1970, è team manager della UAE Team Emirates
Maxtin: Carlos Rodriguez e Juan Ayuso ma che corridori avete in Spagna! Tu come li hai conosciuti?
All’inizio conosco gli atleti dai risultati, vedo cosa fanno nelle gare. Poi vado alle corse e li osservo da vicino. Sia Juan che Carlos li ho conosciuti allo stesso modo. Quando vado alle gare cerco sempre di seguire la corsa in moto. In questo modo aiuto l’organizzazione nella sicurezza della gara stessa, ma ho anche l’opportunità di valutare l’atteggiamento e il comportamento del corridore. E’ qualcosa che faccio molto volentieri, non solo per il mio lavoro di scouting, ma è una passione. E per questo ringrazio gli organizzatori che mi danno questa opportunità.
Hai conosciuto prima Carlos Rodriguez?
Sì, lui l’ho visto per la prima volta in una tappa della Coppa di Spagna juniores. In quell’occasione ho conosciuto anche la sua famiglia. Ayuso invece l’ho visto per la prima volta da allievo. Correva alla Bathco, una squadra con cui ho sempre un ottimo rapporto. Ebbi modo di vederlo poi nella gara più importante di Spagna, la Vuelta Besaya, e con lui ho stabilito subito un rapporto un po’ più profondo.
Sono due scalatori o c’è di più?
Sono molto più che scalatori. Entrambi hanno una mentalità vincente perché si adeguano ad ogni tipo di gara.
Secondo te qual è la principale differenza tra Juan e Carlos?
Ayuso è un po’ più veloce. Pensate, lui ha vinto il suo secondo campionato spagnolo juniores dominando la volata di gruppo. L’altro, Carlos, va molto bene anche a cronometro. Ma a seconda del percorso anche Ayuso si difende molto bene contro il tempo.
Prima hai parlato di mentalità vincente, dicci di più…
La classe, il talento non si comprano al supermercato. E’ un po’ come chi vuole essere bello ma bello non è. Sì, può migliorare un po’ se si cura, se si veste bene, ma bello non sarà mai. Per questo io dico che loro due non sono buoni corridori. Sono campioni.
In cosa per te uno è più bravo dell’altro?
Sul piano del carattere Ayuso è più aggressivo. E’ estremamente convinto di sé. Lui non dice mai: sono forte, o vado a vincere. No, lui parla con i fatti. Carlos invece è un ragazzo molto più tranquillo, più riflessivo, più introverso. Al tempo stesso molto determinato. Entrambi parlano molto poco, ma Carlos parla pochissimo!
Lo scorso anno Ayuso ha dominato il Giro U23
L’azione elegante di Rodriguez, secondo all’Avenir 2021 per soli 7″
Lo scorso anno Ayuso ha dominato il Giro U23
L’azione elegante di Rodriguez, secondo all’Avenir 2021 per soli 7″
Qual è il primo ricordo che hai di loro due insieme?
Carlos è del Sud della Spagna, io del Nord. Sentivo continuamente parlare di questo corridore. Tutti mi dicevano: c’è un fenomeno, c’è un corridore fortissimo. A un certo punto ebbi la necessità, il desiderio, di vederlo anch’io. E più o meno è stata la stessa cosa con Ayuso. Il primo confronto diretto che ricordo fra loro due fu al campionato spagnolo juniores. Juan era di primo anno e Carlos di secondo. Per tutta la gara si sfidarono, si controllarono. Corsero da protagonisti senza nascondersi. Alla fine Ayuso lo battè allo sprint. La cosa che mi colpì è che nessuno dei due voleva accontentarsi fino alla fine.
Due ragazzi fortissimi, ma secondo te hanno ancora dei margini?
Hanno tanto margine. Entrambi sono molto intelligenti, possono imparare ancora e stanno completando la loro crescita, non dimentichiamolo. Chiaramente io conosco di più Ayuso, visto che è nella mia squadra. Su Carlos posso dire un po’ di meno. Ma certo anche lui è in uno squadrone. Ho un buon rapporto con Carlos, ci salutiamo tranquillamente, ma su certi dettagli tecnici non posso esprimermi. Non so neanche il 5 per cento di cosa faccia realmente.
E allora dici di Ayuso…
Ha compiuto 19 anni pochi mesi fa! Vi rendete conto solo 19 anni. Ancora non conosce il suo peso reale, perché il suo corpo ogni sei mesi cambia. La cosa che mi ha colpito è che lo scorso anno prima del Giro d’Italia Under 23 aveva delle gambe da allievo, invece dopo quel Giro e tutte le gare di avvicinamento, ne è uscito un corridore. Aveva gambe quasi da uomo!
Tu avevi provato a portare Carlos Rodriguez alla UAE, vero?
Sinceramente sì. Eravamo nel finale della Vuelta, dalle sue parti, e con me c’era Gianetti. Gli dissi: Mauro facciamolo firmare due anni. C’era anche la sua famiglia. Ma poi Carlos prese altre strade ed è finito alla Ineos.
Dove li vedremo battagliare nei prossimi anni?
Anche qui posso parlare più per Ayuso. Ho fatto un programma per la sua carriera sportiva e non solo per il 2022. Ho fatto un piano a lungo termine. Io lavoro con i giovani affinché siano campioni. C’è una situazione fortunata da noi in UAE. Abbiamo buoni corridori affiancati ai campioni. Ma io ho sempre detto a tutti quanti: trattiamo Juan come un campione, anche se è solo un ragazzo molto giovane. Sono convinto che già alla Valenciana (2-6 febbraio, ndr) lui sarà protagonista. E non lo dico per mettergli pressione, ma perché ho fiducia in lui.
Rodriguez, qui nel 2016 da allievo, ha mostrato subito grandi doti in salita (foto Instagram)
Ayuso, è sempre stato molto veloce. Eccolo vincere una volata di gruppo da allievo nel 2017 (foto Instagram)
Rodriguez, qui nel 2016 da allievo, ha mostrato subito grandi doti in salita (foto Instagram)
Ayuso, oltre ad andare forte in salita è sempre stato molto veloce. Anche lui eccolo vincere una volata di gruppo da allievo (foto Instagram)
Torniamo a discorsi più tecnici, come li vedi quindi a cronometro?
Non so se Carlos sia più forte di Juan a cronometro. E non lo dico perché io voglia difendere Ayuso. E’ che senza un vero confronto diretto è difficile da dire. Quindi se mi chiedete chi è più forte a cronometro rispondo: dipende. Dipende dalla condizione dell’atleta, dalla tipologia del percorso, dagli obiettivi che hanno. Ripeto, dico questo non per eludere la domanda, ma perché veramente non ho dati. Di sicuro Carlos è uno specialista, ma anche Ayuso va molto forte contro il tempo.
Con chi paragoneresti questi due ragazzi ai tanti campioni spagnoli che avete avuto?
Ecco, questa è la mia lotta con tutti i giornalisti spagnoli! In Spagna abbiamo il grosso problema che dopo Indurain tutti cercavano e aspettavano il prossimo… Indurain. Senza contare che abbiamo avuto Valverde, Purito, Contador, Landa, Freire. Ad un certo momento avevamo sette corridori spagnoli nei primi dieci della classifica UCI. Tornando alla domanda quindi, dico che Ayuso non somiglia a nessuno. E lo dico sinceramente. Parliamo di un ragazzo giovanissimo, che a 18 anni è stato in grado di vincere nella categoria under 23, al quale è stato proposto un contratto di sei anni e lo ha accettato senza problemi, che sa stare in questo mondo del ciclismo, che parla un inglese fluente, che sa gestire la pressione. Ayuso somiglia ad Ayuso.
E Rodriguez?
Se pensiamo a Indurain, credo che Carlos sia più scalatore. L’altro ammazzava tutti a cronometro. Ma anche in questo caso non farei il paragone. Una cosa però che posso dire di Rodriguez è che lui ha classe. Carlos ha sempre classe: quando pedala in salita ha classe, quando pedala a crono ha classe… Semmai potrei dire che entrambi abbiano un qualcosa di Indurain e di Contador e degli altri campioni. Ma ripeto, sono due corridori che non sono paragonabili a tutti gli altri.
Domanda provocatoria, quanti Tour vinceranno?
Anche se ne avessi un’idea non lo direi! Ci sono tantissime situazioni intorno ad un corridore, che vanno di pari passo con la vita dell’atleta. Situazioni che determinano il risultato sportivo: un momento familiare particolare, i rapporti con gli sponsor, la condizione fisica… oggi c’è molta pressione attorno ragazzi. E tutto ciò incide.