Fignon Tour 1983

Il Tour a un francese? Per Tinazzi è questione di tempo

30.06.2021
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Proviamo a dare un’altra chiave di lettura all’inizio di questo Tour de France, guardando a quella straordinaria passione che la gente ci sta mettendo ai bordi delle strade, anche – purtroppo – eccessiva visto il comportamento di alcuni scriteriati. Da che cosa deriva? Forse da un sempre più forte e quasi inconscio desiderio di tornare a gioire per un “galletto” capace di svettare nella corsa più famosa al mondo e nell’evento sportivo più sentito oltrAlpe.

E’ dai tempi della rivalità fra il vecchio Bernard Hinault e Laurent Fignon (nella foto d’apertura) che i francesi aspettano: hanno visto passare campioni-collezionisti come Indurain, il fedifrago Armstrong, Froome; hanno applaudito imprese di campioni come Pantani e Nibali mandando giù bocconi amari considerando la rivalità che ci ha sempre diviso con i “cugini”. E sono ancora là ad aspettare: perché?

Tinazzi 2021
Marcel Tinazzi, 67 anni, è stato pro dal 1977 all’86, vincendo il titolo francese al suo primo anno
Tinazzi 2021
Marcel Tinazzi, 67 anni, è stato pro dal 1977 all’86, vincendo il titolo francese al suo primo anno

Tinazzi è titolare dal 1986 di un importante azienda di abbigliamento sportivo, la MSTina, nata sull’onda di un’idea che il corridore francese aveva avuto negli ultimi anni di carriera, pensando a una maglia con zip integrale. Oggi tra i suoi testimonial c’è anche Gabriele Benedetti, neocampione italiano under 23 per il quale la MSTina ha firmato la nuova maglia tricolore, ma torniamo al nostro tema. Tinazzi, vecchio gregario di Fignon come di Sean Kelly, ha un’idea molto precisa.

«Il ciclismo odierno è molto diverso da quello dei miei tempi perché noi correvamo da febbraio a ottobre – afferma l’ex corridore italofrancese – oggi non ci si ferma mai, ma apparentemente, perché i corridori scelgono i loro obiettivi, si presentano al via ogni volta al 200 per cento, poi finiscono la gara che gli interessa e spariscono per un mese. Devi essere subito pronto, noi iniziavamo a gareggiare che eravamo al 60 per cento della condizione, oggi non puoi permettertelo».

Resta però il fatto che i francesi emergono dappertutto, dalla Mtb al Bmx, ma non nel settore che più interessa alla gente…

La federazione, soprattutto sotto la guida di Lappartient, ha fatto un grande lavoro a livello giovanile e ora stiamo vedendone i frutti. Corridori buoni ci sono, David Gaudu (Groupama FDJ) e Remy Rochas (Cofidis) sono due ottimi prospetti, ma solo il tempo dirà se riusciranno ad arrivare in vetta. Vincere una grande corsa a tappe è difficile, perché devi reggere per tre settimane: Pinot, Barguil sono ottimi corridori, lo stesso Bardet avrebbe tutto per vincere il Tour, ma mancano di quel qualcosa che li fa essere sul pezzo dall’inizio alla fine.

Rochas 2021
Remy Rochas, 25enne della Cofidis sul quale Tinazzi è pronto a scommettere
Rochas 2021
Remy Rochas, 25enne della Cofidis sul quale Tinazzi è pronto a scommettere
Gaudu ad esempio ha vinto sia Corsa della Pace che Tour de l’Avenir nello stesso anno come Pogacar, ma attualmente sono a livelli ben diversi…

Quando si parla di giovani bisogna capire che non sempre chi ha vinto tanto nelle categorie giovanili poi farà lo stesso da pro’, anzi è più facile il contrario… Io consiglio sempre di non correre troppo prima di passare, perché se sei già tirato arrivi spremuto e poi è difficile emergere. Poi bisogna considerare anche che nel ciclismo di adesso è tutto esasperato, non ci si diverte più.

Nei mitici anni Ottanta ci si divertiva di più, allora…

Enormemente. Finita la corsa eravamo tutti amici, De Vlaeminck e Maertens erano un fiume di scherzi. Poi, quando si saliva in bici, si lottava allo stremo, ma al di fuori era come il terzo tempo nel rugby. Oggi invece ognuno sta per conto suo, con cuffiette e smartphone, ognuno fa i suoi programmi di allenamento, ognuno guarda l’altro in cagnesco. Non mi piace. 

E’ chiaro che è un’altra epoca, anche dal punto di vista economico…

Esatto: quando finirono la loro carriera, gli stessi Merckx e Gimondi si misero a lavorare. Oggi basta qualche vittoria e hai svoltato, guadagni in quei 4-5 anni quanto ti basta per compare qualche appartamento e vivere di rendita.

Alaphilippe Tour 2021
Alaphilippe in giallo il primo giorno del Tour: l’epilogo potrebbe essere dello stesso colore?
Alaphilippe Tour 2021
Alaphilippe in giallo il primo giorno del Tour: l’epilogo potrebbe essere dello stesso colore?
Finirà questa lunga attesa di un francese vincitore del Tour?

Io ne sono sicuro. Il ciclismo vive di cicli: il Belgio dopo Merckx ha sofferto, l’Olanda si sta riprendendo ora dopo il periodo di Raas e Knetemann, l’Italia vinceva tutto nelle classiche con Bartoli e Bettini, insomma verrà anche il nostro periodo.

E Alaphilippe, ha fatto bene a rinunciare alle Olimpiadi per puntare alla maglia gialla?

Al mondo d’oggi, ci sono talmente tante gare che una in meno ti cambia poco. Julian due anni fa non ci andò poi così lontano, solo che alla fine non aveva più la squadra perché si era logorata nel controllo con lui in giallo. Ha fatto bene a lasciare la maglia a Van Der Poel, per me qualche possibilità di vincere ce l’ha…

Cavendish, la sua bici e la telefonata che rimise tutto in moto

30.06.2021
5 min
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Quel 30 sul numero di gara da stamattina sarà un 31, come le vittorie di Cavendish al Tour. La storia o forse la leggenda dice che nell’agosto dello scorso anno, tracciando un bilancio semidefinitivo dlla sua carriera e avviandosi a un mesto ritiro, Mark Cavendish abbia fatto una telefonata a Giampaolo Mondini, uomo Specialized in gruppo, con il quale aveva avuto a che fare ai tempi in cui correva con la Etixx-Quick Step.

Questa immagine, già pubblicata nei giorni scorsi, ritrae Mark con il suo meccanico (foto Wout Beel)
Questa immagine, già pubblicata nei giorni scorsi, ritrae Mark con il suo meccanico (foto Wout Beel)

«Era disperato – racconta Mondini, ricordando quella telefonata – non riusciva a rendere, non aveva più gli stessi watt e si era convinto che tra i fattori possibili ci fosse la bicicletta. Mi chiese di mandargli una delle nostre perché potesse allenarsi e avere la prova definitiva. Poi si sarebbe rassegnato. Avevamo lì una Venge con misure simili alle sue e gliela mandammo. Richiamò dopo qualche settimana. Era entusiasta. E alla fine si convinse a fare il passo e parlare con Lefevere. E piuttosto… quella Venge non l’ho più vista».

Tarmac SL7 misura 52

Risalito sulla Specialized, Cavendish ha lavorato sodo per rimettere a posto tutto il resto. Il peso e soprattutto l’adattamento alla fatica, ma alla fine – suggestione o altro – ha vinto sei corse e l’ultima in ordine di tempo è stata la tappa di ieri a Fougeres.

Lo ha fatto su una Tarmac SL7 misura 52. Il britannico è passato a questa taglia dopo aver provato anche la 48 con la quale però non è riuscito a ricreare i giusti angoli e l’ha messa da parte. Rispetto al 2016, ultimo anno nel team belga, le sue misure sono rimaste sostanzialmente le stesse.

Perciò utilizza pedivelle da 170 e guarnitura da 54 denti: ieri ha sprintato appunto con il 54×11 e riguardando le immagini televisive, si nota come Philipsen (più agile) abbia preso subito margine, ma non abbia potuto opporsi al ritorno di Cavendish.

Attacco da 13

Il suo assetto in bici è molto avanzato. Da sempre la sua posizione in volata, simile a quelle di Caleb Ewan e di Jakub Mareczko, vede il corpo tutto proiettato in avanti, con la testa ad abbassarsi oltre il manubrio.

«E’ davvero molto in avanti – conferma Mondini – tanto che a causa di quell’assetto, se prendesse una buca, rischierebbe di rompere l’attacco manubrio».

Proprio su questo fronte, va segnalato che Cavendish sta correndo il Tour con il manubrio Rapide Roval da 42 c/c mentre nelle corse prima del Tour ha utilizzato un 40. L’attacco, proprio per assecondare questa sua tendenza a… spararsi in avanti è da 13 centimetri.

Partecipa a questo suo assetto piuttosto sbilanciato, anche l’arretramento della sella di 4,6 centimetri, che si ottiene anche grazie al fatto che Mark utilizza la Power Mirror realizzata con tecnologia 3D: quella bucherellata e più corta, per intenderci.

Due ruote diverse

Sul fronte delle ruote, Ieri Cavendish ha ha corso e vinto con un set Roval Rapide con profilo da 50 all’anteriore e 55 al posteriore, montate con copertoncini Turbo Cotton da 26 con la spalla in cotone. La scelta, di cui parlammo quando venne adottata alla Omloop Het Nieuwsblad, risolve il problema della scorrevolezza, ma non impedisce le forature. Tanto che anche Cavendish nella seconda parte di corsa ha bucato e i meccanici sono stati lesti a cambiargli la bici.

Fra le curiosità spicca il conteggio delle vittorie sul numero di gara (foto di apertura) che da oggi nella crono cambierà in 31 e il fatto che il nastro manubrio della bici sarà verde per celebrare la conquista della maglia della classifica a punti. Da quella telefonata sembra passato un secolo. E la famosa Venge chissà se Mondini la rivedrà mai più…

Cavendish è tornato, stasera i lupi balleranno con lui

29.06.2021
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Quando scende dall’ammiraglia con indosso la maglia verde, il lavoro dei meccanici nel cortile dell’hotel Campanile Laval Ouest, è iniziato da un pezzo. Eppure appena Cavendish inizia il giro degli abbracci, non c’è nessuno che si sottragga. Sono abbracci lunghissimi, perché dentro ci sono pezzetti di vita condivisi. E se inizialmente qualcuno poteva aver avuto qualche riserva sul suo ritorno, oggi è come se fosse il fratello di tutti, secondo lo spirito del Wolfpack, del branco di lupi, che in un modo o nell’altro fa davvero la differenza. E Lefevere adesso dovrà cominciare a pagarlo, dato che il suo compenso si basa su cospicui gettoni in caso di vittoria.

Il copione del film ha trovato la scena più attesa. Cavendish ha risalito la china, è tornato al Tour e ha vinto di nuovo. Probabilmente il ritiro di Caleb Ewan lo ha agevolato, ma quando ha accettato la sfida di Philipsen e l’ha affrontato con il 54×11 sulla strada c’era lui.

Occhi puntati

Stamattina alla partenza lo cercavano tutti. Finalmente si annunciava una volata senza troppe trappole, anche se nel segno di quelle dei giorni scorsi il gruppo ha prima messo piede a terra al chilometro zero e poi, per lanciare un segnale all’Uci e al Tour, è andato avanti a rilento per i primi chilometri.

«E’ sempre bello vincere una tappa al Tour de France – ha detto commentando la smania del gruppo – ma alla fine siamo tutti colleghi e nessuno vuol vedere la gente farsi male. E’ importante che ognuno sia al sicuro. Anche se non siamo nella stessa squadra, siamo tutti amici. Quindi prima delle vittorie e dei risultati, vorrei che per un momento riflettessimo sul fatto che tutti abbiamo famiglie, mogli, bambini. Sono un grande fan di Caleb Ewan (il tasmaniano ha dovuto ritirarsi per la frattura della clavicola dopo la caduta nella 3ª tappa, ndr). Ricordo com’ero alla sua età e mi sarebbe piaciuto lottare a testa a testa con l’uomo più veloce del momento. Ricordo solo che nel 2015, la mia ultima vittoria con questo branco di lupi, avvenne proprio a Fougeres, dove arriveremo oggi».

I soliti sospetti

Ci sono anche quelli che pensano male e si chiedono che cosa ci sia nella Deceuninck-Quick Step, per cui quelli che se ne vanno smettono di vincere e poi, quando ci tornano, ricominciano a farlo. Il bello di certi ragionamenti è che non accettano spiegazioni.

«Sono sotto shock – dice Mark – anche più di quando ho saputo che avrei fatto il Tour quest’anno. Il solo fatto di essere qui è speciale, perché non pensavo nemmeno per un momento che sarei tornato a questa bellissima gara che amo così tanto. Sono completamente incredulo, non so cosa dire. Tante persone non hanno creduto in me, ma questi ragazzi lo hanno fatto e hanno continuato a farlo».

Lavoro di squadra

La tappa è stata tutto fuorché una passeggiata. E se non fosse stato per il lavoro massiccio della Deceuninck-Quick Step, probabilmente il povero Van Moer sarebbe arrivato. Invece non c’è stato un solo corridore della squadra belga che si sia risparmiato e alla fine ai 200 metri il gruppo è piombato sull’ultimo superstite della fuga. 

«Quando hai il campione del mondo che dà tutto e si sacrifica per te – ricostruisce Cavendish – poi Morkov che ha giocato in modo così intelligente ed è rimasto calmo in ogni momento, ti motiva a fare il meglio. E’ stato un finale frenetico e abbiamo dovuto abbandonare il nostro piano iniziale e adattarci, ma i ragazzi hanno fatto un lavoro impeccabile e mi hanno portato nel posto giusto con il tempo giusto. Sono stati assolutamente fantastici e tutto quello che posso dire è un enorme grazie!».

Sul podio del Tour, l’ultima volta il 16 luglio 2016
Sul podio del Tour, l’ultima volta il 16 luglio 2016

Finale da brivido

Il resto è la commozione di tutta la squadra. Il pianto ininterrotto del campione davanti al successo che pensava ormai irrealizzabile. Eppure dietro quel suo insistere per tornare nell’ultima squadra che lo fece grande c’era la sottile speranza che la fiammella si potesse riaccendere. Vinse una tappa anche nel primo anno alla Dimension Data, poi iniziò lentamente a spegnersi.

«La mia ultima vittoria al Tour con questa squadra – dice – era stata in questa stessa città, quindi alzare di nuovo le mani qui per un’altra vittoria è solo… non lo so. E’ il genere di cose che rende tutto ancora più perfetto. Non avrei potuto neanche immaginare una cosa del genere. Ho vinto così tante gare nella mia carriera e questa è sicuramente una delle migliori. Sono molto grato a Patrick per avermi riaccolto, al mio allenatore Vasilis, a tutti i membri della squadra. E’ difficile immaginare come sia questa squadra se vieni dall’esterno, ma credetemi, questo è davvero un branco di lupi e sono incredibilmente felice di farne parte».

Gasparotto, le cadute e la catena dello stress

29.06.2021
5 min
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Ogni motivo è buono per restare davanti, perché tutti vogliono starci davanti nei finali di alcune corse o delle prime tappe dei grandi Giri. Chi ha un corridore adatto per quel traguardo – finisseur o sprinter – e si gioca la vittoria; chi invece ha l’uomo di classifica da proteggere fino ai 3 chilometri dalla fine, dove scatta la regola della neutralizzazione del tempo a causa di cadute, incidenti meccanici o forature.

Ecco, fino a quel momento è una volata continua, ormai lo stress sta toccando livelli esasperati e a farne le spese sono gli atleti stessi, a scapito dello spettacolo. Senza contare gli spettatori molesti e imprudenti (per non usare epiteti peggiori) che a bordo strada rischiano di provocare – o provocano purtroppo – pesanti ruzzoloni di buona parte del gruppo.

Le cadute al Tour sono iniziate dal primo giorno
Le cadute al Tour sono iniziate dal primo giorno

Cadute, il Giro e il Tour

Negli occhi abbiamo ancora tutto quello che è successo nelle prime tre frazioni del Tour de France: dalla incauta pseudo-tifosa col cartello a favore di telecamere della prima tappa alle cadute in successione negli ultimissimi chilometri della terza. E al recente Giro d’Italia abbiamo assistito a circostanze simili: la rovinosa caduta nella tappa di Cattolica, tamponamenti violenti tra ammiraglie o addirittura tra ammiraglie e corridore (quella subita da Pieter Serry della Deceuninck-Quick Step dall’auto del Team Bike Exchange durante l’ascesa finale della sesta tappa).

Tutte situazioni frenetiche e sempre più incontrollabili che abbiamo provato a sottoporre ad Enrico Gasparotto, ora direttore sportivo della Nippo Provence Continental (dopo essersi ritirato a fine 2020 con 11 vittorie totali tra cui il tricolore 2005 e due Amstel Gold Race) e soprattutto fresco della prova da “regolatore” in moto per Rcs Sport lo scorso maggio alla corsa rosa (in apertura con i colleghi Barbin, Velo e Longo Borgnini).

Enrico che differenza hai notato guardando la gara da un altro punto di vista?

E’ stata un’esperienza molto formativa e interessante, perché ho avuto modo di capire tante cose che da corridore non consideravo. Ho visto da dietro le quinte tutte le problematiche che hanno grandi gare come Giro o Tour, come permessi, accordi con le prefetture. Oppure le difficoltà logistiche per gli arrivi. Ho aperto le mie visioni.

Ormai in diesse devono tenere d’occhio più di un dispositivo perdendo attenzione
Ormai in diesse devono tenere d’occhio più di un dispositivo perdendo attenzione
Sempre più ex corridori ricoprono questo ruolo importante. Com’è il rapporto con il gruppo?

Devo dire che molti corridori non sanno cosa siano i regolatori, che sono presenti in tutte le gare, e glielo abbiamo dovuto spiegare. Quindi può diventare difficile far capire loro certe situazioni o certe decisioni. Purtroppo ho percepito che il gruppo non è molto sensibile a questa tematica e hanno avuto ragione Gilbert e Trentin a lamentarsi con i loro colleghi che non erano presenti alle riunioni del CPA sulla sicurezza. Viviamo in una società in cui è più facile lamentarsi che ascoltare e i social media non aiutano.

Perché secondo te c’è questo stress sempre più crescente ogni anno? Nelle prime tappe poi assistiamo a degli stillicidi.

Prendiamo ad esempio il Tour che è sempre seguitissimo in tutto il mondo e per il quale molte formazioni annunciano nuovi sponsor o marchi ad hoc. Questo porta a volere visibilità ad ogni costo, non basta più andare in fuga, ma si vuole essere davanti nei finali anche se una formazione non ha corridori per quel traguardo. Lo sponsor lo chiede al direttore sportivo, che a sua volta lo impartisce al suo corridore, che a sua volta deve eseguire. In pratica è una catena di stress.

E come si può interrompere?

Si potrebbe pensare a cambi di strade o percorsi. Magari si potrebbero fare le prime tappe per velocisti fuori dai centri abitati più importanti e poi tornare nei paesi/città più importanti in quelle successive quando lo stress è un po’ minore. Oppure si potrebbe stravolgere il classico trend inserendo salite e cronometro all’inizio in modo da delineare la classifica quasi subito. La Vuelta ha questa tendenza se vogliamo. Il mio ideale sarebbe un prologo, poi un paio di tappe dure con salite impegnative per poi riprendere con un tracciato più classico.

Finora tante, troppe cadute: perché, stress a parte?

Ci sono due fattori che incidono. La velocità ora in gruppo è altissima, è cresciuta in modo incredibile e diventa sempre più difficile controllarla in situazioni di pericolo o in cui bisogna fare attenzione. L’altro aspetto è legato alle strade che presentano sempre più intoppi o difficoltà come rotonde, spartitraffico. Non sono sempre ottimali per ricevere un gruppo di 180 corridori che viaggia forte.

Tutti vogliono stare davanti: velocisti e uomini di classifica
Tutti vogliono stare davanti: velocisti e uomini di classifica
A questo punto non sarebbe meglio modificare la regola della neutralizzazione, proponendo di portarla ai -10/12 chilometri?

Questa è un’idea che ho avuto anch’io e che recentemente mi ha interessato parecchio. Potrebbe essere un disincentivo. Per la verità se ne sta parlando da qualche tempo, ma bisogna trovare il giusto modo per conformare questa normativa per evitare, ad esempio, che gli uomini di classifica una volta entrati in questo tratto portino la bici all’arrivo in modo tranquillo. Io proporrei la neutralizzazione dei tempi ai -10 ma obbligherei chi non si gioca lo sprint a restare agganciato alla coda del gruppo principale se non vuole perdere dei secondi preziosi.

Chiudendo, anche in ammiraglia sembra che ci sia più tensione del dovuto, come i tanti tamponamenti.

Visto che adesso sono anche direttore sportivo, riconosco che non è facile restare attento. Radio, assistenza ai corridori, gps e applicazioni varie, abbiamo tante cose a cui pensare e tutte cose importanti. La tecnologia è fondamentale, ma dobbiamo imparare a restare più vigili. Per quanto riguarda invece i tamponamenti tra le ammiraglie, penso che siano sempre stati ma ora con i social sono più virali.

Sbaragli, un debuttante con la forza dell’esperienza

29.06.2021
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«Oggi è stata bruttina – diceva ieri Sbaragli – ma tanto lo fa anche lo stress dei corridori. Comunque siamo partiti bene, il morale è alto. Io sono in fase di recupero, spero di riprendermi al meglio nei prossimi giorni. Ho sempre parecchia infiammazione in bocca e un po’ il costato fa male, ma si va avanti…».

Un aereo verso Parigi, poi al mattino dopo in treno per raggiungere Brest. Prima di sapere delle cadute e delle vittorie rutilanti del secondo e terzo giorno nella sua squadra, il Tour di Kristian Sbaragli è iniziato così. Viaggiando in solitudine, in compagnia solo dei propri pensieri, avvicinandosi alla sua prima esperienza nella Grande Boucle rimbalzando continuamente fra mille emozioni, assaporando quella tensione che a momenti è qualcosa di difficilmente sopportabile, subito dopo con il sapore dolce dell’entusiasmo.

A 31 anni il corridore toscano affronta il Tour per la prima volta e non è che di esperienza nei grandi giri non ne abbia: 4 partecipazioni al Giro, 3 alla Vuelta, tutte contraddistinte da un fattore comune, il fatto che ha sempre portato a termine le tre settimane di gara. Una caratteristica che ha convinto i responsabili dell’Alpecin Fenix a inserirlo in squadra e che gli dà sicurezza.

Sbaragli è chiamato a lavorare sin dall’inizio per un team che parte senza i grandi obiettivi di altre squadre: «Non abbiamo un uomo da classifica – racconta – vivremo un po’ alla giornata, innanzitutto per Mathieu Van Der Poel finché sarà in corsa. Sappiamo che l’olandese mollerà prima per trasferirsi a Tokyo e preparare la gara olimpica di Mtb, ma finché sarà qui non lo farà per essere una comparsa. Poi c’è Merlier che punta alle volate, dolori da caduta permettendo…».

Sbaragli 2021
Kristian Sbaragli affronta il suo primo Tour, ma ha già concluso 4 Giri e 3 Vuelta
Sbaragli 2021
Kristian Sbaragli affronta il suo primo Tour, ma ha già concluso 4 Giri e 3 Vuelta
Tu quali compiti avrai?

Io dovrò lavorare per loro, giorno dopo giorno, essere lì soprattutto nei finali di tappa per dare loro sicurezza e risolvere i problemi. La nostra è una squadra giovane, io sono tra quelli più esperti proprio perché, anche se sono al primo Tour, so che cosa significa affrontare una gara di tre settimane.

E cosa significa?

Devi essere forte innanzitutto mentalmente, capire che devi tenere duro e che se arriva una giornata no la devi quasi mettere in preventivo, ma passare subito al giorno successivo. Io ho corso nei grandi Giri con ruoli diversi, li ho affrontati come velocista della squadra o come uomo di appoggio, conosco quindi la pressione che comporta a qualsiasi livello. Lo stress è una brutta bestia e a questo tipo di stress VDP non è abituato, ma ci sarò io.

Come ti sei preparato per il Tour?

Sapevo sin dall’inizio della stagione che sarei stato chiamato in causa per questo evento e la preparazione è stata tutta mirata. Dopo la Campagna delle Ardenne ho recuperato, ho fatto due settimane in altura e poi ho disputato il Giro del Belgio. Non ho corso tantissimo, ma questo mi consente di arrivare all’appuntamento clou ancora fresco

Kristian Sbaragli, Tirreno-Adriatico 2020
Kristian Sbaragli, 31enne di Empoli, è al secondo anno all’Alpecin Fenix. al suo attivo 2 vittorie da pro
Kristian Sbaragli, Tirreno-Adriatico 2020
Kristian Sbaragli, 31enne di Empoli, è al secondo anno all’Alpecin Fenix. al suo attivo 2 vittorie da pro
Che Tour ti aspetti?

La prima settimana sarà una battaglia continua: non essendoci un cronoprologo introduttivo, ogni frazione può essere quella giusta per conquistare la maglia gialla e ad aspirare ad essa sono in tanti, in attesa che escano fuori i grossi calibri.

Sapete già quando VDP mollerà?

Non è stato stabilito in partenza, dipende da come si evolverà la gara, lui sa che servirà essere a Tokyo in anticipo, anche per espletare i giorni necessari di quarantena, ma la sua intenzione è di rimanere in gara il più possibile

Sbaragli sarà al Tour solo come gregario? In fin dei conti un’esperienza vittoriosa alla Vuelta già ce l’hai…

La ricordo bene, quella giornata a Castellon de la Plana nel 2015, eravamo un gruppo di una quarantina di unità, era il giorno prima del riposo e allo sprint battei un nume come Degenkolb: me la godei per un giorno intero… Diciamo che nella seconda parte del Tour potrebbe nascere qualche fuga buona, se capiterà l’occasione non mi tirerò certo indietro.

Sbaragli Vuelta 2015
Sul podio a Castello de la Plana: una vittoria alla Vuelta 2015 che resta la perla della carriera di Sbaragli
Sbaragli Vuelta 2015
Sul podio a Castello de la Plana: una vittoria alla Vuelta 2015 che resta la perla della carriera di Sbaragli
Hai visto l’ultimo Giro d’Italia? Praticamente ogni giorno nasceva una fuga che andava fino al traguardo…

Sì, è stata un’edizione strana, ma non credo che al Tour succederà la stessa cosa. Tanti vogliono vincere le tappe e molte squadre terranno la situazione sotto controllo. Nelle tappe miste la volata non sarà scontata, in quelle di montagna potrà anche nascere qualche fuga giusta se i capitani in lotta per la classifica lasceranno fare, ma ci saranno meno occasioni che al Giro, anche perché in Italia corridori da classiche ce n’erano pochi.

Se l’Alpecin Fenix corre senza velleità di classifica, puoi anche avventurarti in un pronostico da esterno…

Onestamente Roglic e Pogacar sono superiori, noi abbiamo fatto una ricognizione sulle due tappe alpine più dure e sono convinto che lì emergeranno i valori individuali al di là della potenza delle varie squadre. Io dico che quest’anno Roglic non ripeterà gli stessi errori, per me è il favorito.

Il punto con Basso a metà del cammino

29.06.2021
5 min
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Nei primi giorni del Giro d’Italia, quando Lorenzo Fortunato era soltanto il numero 115 nell’elenco dei partenti e la Eolo-Kometa faceva fatica a mostrare la sua identità, fra le tante voci che si rincorrevano nel gruppo – peraltro confermate dallo stesso Ivan Basso – c’erano anche quelle per cui si fosse sulle piste di Nibali e Viviani. A distanza di un mese dalla fine della corsa rosa, il punto di vista è cambiato e quella personalità latente è venuta fuori in modo inatteso e importante.

«Avevamo tre step – spiega Basso – e il primo prevedeva in effetti l’innesto di un top rider fra Elia e Vincenzo. Il secondo era continuare nella dimensione attuale, il terzo punto era tenere i gioielli di famiglia e inserire qualche rinforzo. E alla fine abbiamo scelto quest’ultimo, continuando il processo di crescita naturale previsto all’inizio del progetto».

E proprio dall’inizio vogliamo partire con il varesino, avendo vissuto al suo fianco i vari step della nuova squadra, per capire in che modo stiano andando le cose. E anche per parlare della sua voglia di ricreare l’ambiente Liquigas, tirando dentro per il prossimo anno il dottor Corsetti e probabilmente anche un ex compagno di squadra con un ruolo più vicino al marketing. Un punto della situazione dopo i primi mesi di viaggio.

Dopo la vittoria sullo Zoncolan, Fortunato nei 10 anche all’Alpe Motta
Dopo la vittoria sullo Zoncolan, Fortunato nei 10 anche all’Alpe Motta
Insomma, come va?

In proiezione, oltre ogni più rosea aspettativa. Ovvio che le analisi vanno fatte quando le cose vanno male, quando vanno bene e quando vanno più che bene e le abbiamo comunque affrontate. Così come credo che la prima valutazione positiva vada data allo staff coeso che ha messo i corridori nelle condizioni di esprimersi. 

Ecco, i corridori. Tanti dicevano non fossero poi un granché…

Abbiamo iniziato a fare mercato in agosto e abbiamo puntato su ragazzi che per diverse ragioni non si erano ancora espressi. Ma se uno è forte nelle categorie giovanili e poi sparisce, le responsabilità sono da suddividere anche con il contesto in cui si trovava. L’atleta talentuoso difficilmente sparisce. Ma ha bisogno del giusto ambiente.

E torniamo allo staff di poco fa…

Se devo prendermi un merito, è proprio quello di aver messo insieme un gruppo di altissimo livello. L’esperienza di due direttori sportivi come Zanatta e Yates si è vista e la freschezza di Jesus Hernandez ha completato il quadro. E ora la squadra si è rivalutata di parecchio. I corridori ci hanno messo del loro, il gruppo di lavoro li ha supportati.

Nel rilancio (ancora in corso) di Albanese, la mano di Zanatta
Nel rilancio (ancora in corso) di Albanese, la mano di Zanatta
Come va con il grande capo Luca Spada?

Ci assomigliamo, abbiamo lo stesso modo di buttarci nelle cose e Pedranzini, titolare di Kometa, è lo stesso. Spada vive la squadra, come dovrebbero fare i presidenti delle società sportive, per capire in che modo il team possa essere funzionale all’azienda e viceversa. Ha investito. Per la prima volta dai tempi di Pantani, tolta qualche apparizione di Nibali con il turismo delle Marche, un corridore vestito da ciclista è tornato protagonista di uno spot televisivo.

La vittoria ha cambiato la partecipazione di Eolo?

Più che vincere, che ovviamente fa piacere, gli piacciono la progettualità e la costanza. Se vincessimo una corsa e poi sparissimo, non sarebbe una gran cosa. Ma se vinciamo una corsa, siamo protagonisti e poi ne vinciamo un’altra, allora vuol dire che la struttura funziona. E la squadra è andata tanto al di sopra, per cui abbiamo cominciato a pensare al modo migliore per continuare.

Come farete?

Prima cosa, abbiamo scelto di mantenere i talenti migliori. Chiaro che il loro valore sia aumentato e non è neanche servito parlarne tanto con i nostri sponsor, che sanno benissimo che il prezzo di un atleta lo fanno i risultati e il mercato. Dove lo trovi uno scalatore italiano di 25 anni, che vince sullo Zoncolan e sul Grappa e con cui si può pensare di fare una classifica al Giro? Perdere Fortunato significherebbe rinunciare a quella progettualità, per cui siamo vicini a chiudere.

Pensavi che sarebbe sbocciato in questo modo?

Quando è arrivato siamo partiti da zero. Gli ho detto che non credevamo che il suo valore fosse quello che aveva espresso. Gli ho detto quello che mi aspettavo da lui. Lo abbiamo resettato. E i risultati sono venuti.

Il talento a volte si perde anche per l’aspetto psicologico.

Infatti l’allenamento mentale viene prima di tutto il resto, è il primo punto Quando guardi i file dei corridori, a meno che non sei davanti a un lazzarone seriale, hanno sempre numeri buoni. Poi vanno in corsa e non rendono. Il blocco è nella testa. Non puoi essere costantemente 4 chili sopra il peso forma, c’è qualcosa che non va. E’ un corto circuito. Ti sfiduci e si mette in moto un circolo vizioso da cui è difficile venir fuori.

Ottimo Gavazzi, con il secondo posto a Guardia Sanframondi e il ruolo di regista
Ottimo Gavazzi, con il secondo posto a Guardia Sanframondi e il ruolo di regista
Quindi non vedremo grossi nomi?

Vedremo qualche rinforzo, ma nessuno che dia un’accelerazione troppo violenta al gruppo. Non eravamo pronti per supportare uno come Viviani, per fare un esempio. La squadra sarà strutturata allo stesso modo.

E il team under 23?

Ecco, questo è un bel punto e una bella novità. Il team migliorerà: diventerà per metà italiano e per metà spagnolo. Montoli e Piganzoli sono i due fiori all’occhiello. Entrambi hanno fatto la maturità e Piganzoli ugualmente ha fatto un ottimo Giro d’Italia.

Tutto secondo i piani?

Anche meglio. La squadra si è rivalutata di un 30 per cento e faremo di tutto per proseguire così. E poi la stagione non è mica finita…

Elicotteri, moto, tifosi, auricolari: cosa sentono i corridori?

29.06.2021
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A ben guardare, i soli a fare festa ieri al Tour sono stati i ragazzi della Alpecin-Fenix, mentre tutti gli altri hanno passato la serata a leccarsi le ferite e confrontarsi sul tema della sicurezza, che questa volta è arrivato anche al Tour. Caleb Ewan oggi non ripartirà per una clavicola rotta, Roglic invece non ha fratture e prenderà il via. Ma la domanda che ci si pone oggi nel gruppo dei tecnici più accorti riguarda la capacità stessa dei corridori di essere lucidi, nel frastuono degli elicotteri, delle moto attorno, degli auricolari nelle orecchie, dei tifosi che urlano e si sporgono…

Secondo giorno di brindisi per Vdp e i suoi compagni
Secondo giorno di brindisi per Vdp e i suoi compagni

«Gli ultimi 50 chilometri sono stati pericolosi – ha commentato Van der Poel, primo sul traguardo di domenicaero davanti per evitare di cadere. Mi sentivo molto bene. Avevo detto che se avessi potuto avrei aiutato i miei compagni, ma dovevo stare attento a non dare tutto perché sapevo che Alaphilippe avrebbe potuto approfittarne. Il primo giorno con la maglia gialla è stato speciale e speciale è anche quello che abbiamo fatto con la nostra squadra».

Merlier sogna

Merlier al settimo cielo lo ha ringraziato per non aver tirato come l’anno scorso alla Tirreno-Adriatico nella tappa di Senigallia, quando Mathieu lanciò lo sprint con così tanta veemenza, che passarlo fu davvero difficile. E considerando che nel 2019 ebbe problemi nel trovare squadra, al punto da passare per un anno in una continental (la Pauwels), si capisce la sua leggerezza nel raccontare la vittoria e nello stare alla larga dal tema sicurezza che finalmente è diventata motivo di discussione anche in Francia.

Transenne basse e cellulari ad altezza testa: altro fattore di rischio
Transenne basse e cellulari ad altezza testa: altro fattore di rischio

«Avevo già vinto al Giro quest’anno – ha detto – ma il Tour de France è la corsa più grande del mondo e sono molto felice. E’ incredibile quanto nervosismo ci fosse, pensavo che visti i primi giorni e le prime cadute, sarebbe stato tutto più tranquillo, ma alla fine no. Con due tappe vinte, qualunque cosa accada d’ora in avanti, il nostro Tour è già positivo. Sto vivendo un sogno di cui forse non mi rendo ancora conto, ma non credo che lotterò per la maglia verde».

Gouvenou spiega

Chi non ha passato un bella serata è Thierry Gouvenou, 52 anni, professionista dal 1990 al 2002, che dal 2004 lavora con Aso ed è l’incaricato al percorso del Tour de France.

Marc Madiot ha sollevato un allarme molto importante: bisogna cambiare
Marc Madiot ha sollevato un allarme molto importante: bisogna cambiare

«E’ facile dire che il finale fosse pericoloso – ha detto – ma bisogna rendersi conto che è sempre più difficile trovare punti di arrivo. Per questa tappa abbiamo dovuto togliere dalla lista le città di Lorient, Lanester, Hennebont e Plouay, che ci sembravano troppo pericolose. Non abbiamo più una città di medie dimensioni senza rotonde o restringimenti. Nel Tour de France di 10 anni fa, contammo 1.100 punti pericolosi, quest’anno siamo a 2.300».

Sindacato respinto

Ma questa volta il problema non sono state rotonde e spartitraffico, ma il disegno stesso del finale di tappa, con la discesa che catapultava il gruppo a velocità folle in un toboga di stradine strette. Tanto che il Cpa, il sindacato dei corridori, ha provato a dire qualcosa, ma è stato rimandato al mittente.

Nella caduta in cui si è infortunato Haig, anche Demare e Clarke
Nella caduta in cui si è infortunato Haig, anche Demare e Clarke

«Vista la pericolosità del finale – ha spiegato il vicepresidente Chanteur – e a seguito della richiesta di un certo numero di corridori, abbiamo chiesto che la neutralizzazione venisse ampliata fino ai 5 chilometri dall’arrivo. L’ho proposto a Gouvenou che è parso favorevole, ma quando al mattino sono andato a parlare con i commissari della Giuria, loro si sono impuntati. Hanno che la regola era la regola e che non potevano esserci deroghe».

L’allarme di Madiot

Il più netto di tutti è Marc Madiot, team manager della Groupama-Fdj. Perché è vero che le strade sono strette, ma va anche considerato che è ormai sparito dal vocabolario dei corridori il termine prudenza. Si legge che non sono pagati per vincere e che un solo secondo perso può essere decisivo, ma se sommiamo questa determinazione… satanica ai rumori ambientali (elicottero, moto, pubblico che urla e auricolari nelle orecchie) si capisce che per un corridore non è affatto facile mantenere la necessaria lucidità nei finali.

Vincenzo Nibali in salvo al traguardo, nel giorno della convocazione olimpica
Vincenzo Nibali in salvo al traguardo, nel giorno della convocazione olimpica

«Capisco che le famiglie che guardano il Tour in televisione – ha detto Madiot – non vogliono che i loro figli vadano in bicicletta. Sono un padre e non vorrei vedere mio figlio fare il ciclista professionista dopo quello che abbiamo visto ieri. Non è più ciclismo, non possiamo continuare così. Dobbiamo cambiare le cose, sia in termini di attrezzature, di formazione, uso degli auricolari. Dobbiamo cambiare, perché le cose non stanno andando bene. Se non lo facciamo, avremo delle morti e questo non è degno del nostro sport. La responsabilità è di tutti. Il ciclismo sta cambiando, sta a noi decidere fino a dove vogliamo spingerci».

Altro giorno di cadute. Vince Merlier, Roglic finisce all’ospedale

28.06.2021
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Se un arrivo è per velocisti quando a vincere è un velocista, allora quello di oggi a Pontivy lo è stato alla grande. La terza tappa del Tour è andata infatti a Tim Merlier, il velocista belga della Alpecin-Fenix che aveva lasciato il Giro con una scusa e appena cinque giorni dopo era andato a vincere la Ronde Van Limburg. Se però ripensiamo al pandemonio di proteste del Giro nel giorno di Cattolica, quando uno spartitraffico mandò a casa Landa e Dombrowski e si disse che non fosse possibile mettere una volata dopo tutte quelle difficoltà, allora bisogna dire – a fronte delle cadute di Roglic, Haig e Thomas poi finiti all’ospedale – che quello di oggi non solo non era un arrivo per velocisti, ma era un arrivo troppo pericoloso a prescindere da chi lo abbia vinto.

La tappa di Pontivy va a Tim Merlier della Alpecin-Fenix
La tappa di Pontivy va a Tim Merlier della Alpecin-Fenix

Gesink e Thomas

Terzo giorno di cadute al Tour, senza che una sola squadra abbia potuto prendere in mano la corsa, data l’impossibilità di restare in fila abbastanza a lungo. Tra i caduti di giornata, il primo ad andare a casa è stato Robert Gesink, caduto nel mucchio dopo 37 chilometri assieme a Geraint Thomas, cui è uscita la spalla destra. Più avanti è toccato invece a Primoz Roglic, che è arrivato al traguardo con 1’21” di ritardo e l’aspetto malconcio.

Ewan trascina a terra Sagan, Colbrelli li schiva entrambi
Ewan trascina a terra Sagan, Colbrelli li schiva entrambi

«Lo hanno fatto volare – ha detto Plugge, team manager della Jumbo Visma – è contuso e dolorante al coccige, lo stanno portando in ospedale. Gli altri ragazzi dicono che un altro corridore lo ha urtato e lo ha fatto volare. Con gli ultimi 18 chilometri di discesa, prima di un arrivo in volata. Le strade giuste…».

Ewan e Sagan

L’ultima caduta in ordine di tempo è arrivata ai pochi metri dall’arrivo, quando a cadere ma per sua responsabilità è stato Caleb Ewan. Lanciato nella volata, il tasmaniano ha trascinato con sé Peter Sagan. Nella loro scia, Sonny Colbrelli ha evitato la caduta ed ha tagliato il traguardo al quinto posto, alle spalle di Ballerini. Mentre smaltita l’impresa di ieri, Mathieu Van der Poel si è piazzato al settimo posto, dopo aver tirato la volata al compagno. Eppure nel tono di voce di Sonny c’è qualcosa di strano. Prima dice di non voler parlare, poi comincia a raccontare.

Roglic a terra

«Mi dispiace per Roglic – dice – si è agganciato a me. Mi è venuto contro. Mi ero messo a ruota degli Alpecin per farmi portare davanti. Anche lui evidentemente aveva scelto quelle ruote, ma era indietro quando mi sono infilato. E forse non guardava o non lo so, ma mi ha preso in pieno. Per quello ho alzato il braccio. E per fortuna poi sono rimasto lucido nel finale, ai 300 metri, e sono riuscito a frenare. Altrimenti a Caleb Ewan e Sagan gli finivo addosso anche io…».

Rivediamo le immagini, l’inquadratura non riprende completamente la scena. Si vede Roglic che cade e Colbrelli che si volta e alza il braccio, come nel suo racconto, come se lo sloveno lo avesse tamponato.

Percorsi pericolosi

Il punto sono i percorsi, troppo stretti e contorti. Pericolosi, come può esserlo un tracciato di gara di continui su e giù e con una discesa tortuosa, di curve strette e a 90 gradi, andando verso l’arrivo. Non era più pericoloso il traguardo di oggi a Pontivy di quello di Cattolica?

«I percorsi sono brutti – conferma Colbrelli – e il gruppo è nervosissimo. Di questo passo il Tour lo vince un velocista. Io sto anche bene, sono arrivato quinto e la volata non l’ho quasi fatta. Mi butto dentro, ma ho paura. Succede quando vedi cadere un compagno. Noi oggi abbiamo perso Jack Haig che avrebbe fatto classifica. L’ha portato via l’ambulanza e adesso è in ospedale. Stavo cadendo ancora anche nell’ultimo chilometro, ma non sono tappe in cui un treno possa dare una mano. Sono tappe in cui al massimo puoi sperare di salvarti».

La storia di Cavendish, trama di un film d’autore

28.06.2021
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La storia di Mark Cavendish (nella foto di apertura di Wout Beel) potrebbe essere la trama di un film: ne ha tutti gli ingredienti. C’è il grande campione, il più veloce di tutti, che però ha smarrito la strada. Niente è più facile come una volta. Gli anni passano, vari problemi di salute rendono difficile raggiungere la forma. Le squadre smettono di dargli fiducia. E mentre sembra avviato sul viale del tramonto, la vita gli offre una chance inattesa. Il campione che ha preso il suo posto si infortuna. Mark correrà di nuovo il Tour de France, l’unica corsa che lo motivi davvero. Potrebbe già esserlo un film, se ci sarà anche un lieto fine sarà perfetto e oggi inizieremo a capirne di più

Nel 2016 a Villars les Dombes Parc des Oiseaux vince la 30ª tappa del Tour. Ma il film si interrompe…
Nel 2016 a Villars les Dombes Parc des Oiseaux vince la 30ª tappa del Tour. Ma il film si interrompe…

Primo sprint

Da Lorient a Pontivy ci sono infatti 182,9 chilometri, con una promessa di arrivo in volata che ha fatto drizzare le antenne ai velocisti e ai loro uomini. Ce lo aveva detto Jacopo Guarnieri alla vigilia del Tour: «Non cercateci fino a lunedì!». E anche se l’altimetria è tutto fuorché banale e di nervosismo in gruppo ce n’è anche troppo, di certo oggi la palla passerà ai treni.

«Non sarei qui se non provassi a fare il mio sprint – ha detto Cavendish a Stephen Farrand di Cyclingnews – in questi giorni i corridori cercano di allontanare le aspettative. Io odio farlo, anche se a volte devo. Sono un corridore, sarò sempre un corridore e cercherò sempre di vincere. Nessuno può dire che non ci avrò almeno provato. Non ho mai dato per scontato il Tour de France. Il Tour de France è speciale, è la più grande corsa del ciclismo, ma anche uno dei più grandi eventi sportivi del mondo. Ogni bambino che sale in bicicletta sogna di correrlo. E questo non cambia mai, per quanto si diventi vecchi».

In Turchia vince 4 tappe facendo passi avanti anche in salita
In Turchia vince 4 tappe facendo passi avanti anche in salita

Mistero Bennett

La trama del film è nota, ma la sua reazione alla chiamata di Lefevere si incapsula benissimo nella trama del film che è la sua vita da qualche anno a questa parte.

«Il suo programma era deciso – racconta nuovamente Patrick Lefevere – quando dopo il Giro del Belgio ci ha chiesto che cosa avrebbe fatto ora, gli avevamo detto subito che non sarebbe stato nella squadra del Tour».

L’intoppo o la situazione fortunata che segna la svolta nel copione di questo film si crea quando Sam Bennett va in confusione. L’irlandese andrà via, si sa da un pezzo, ma anziché continuare a correre come se niente fosse, racconta di aver avuto un problema in allenamento a Monaco prima del Giro del Belgio. La squadra inizialmente gli va incontro, perché non farlo? Al Tour del 2020 Bennett ha vinto due tappe e la maglia verde, l’investimento è importante, il treno è stato costruito per lui ed è nel pieno interesse della Deceuninck-Quick Step averlo nuovamente in Francia al top della forma. Nel frattempo il team si affida alle volate di Cavendish che, senza il peso psicologico del Tour, si rilancia negli stimoli e nei risultati. Vince quattro tappe in Turchia e una al Giro del Belgio. Ma Bennett non recupera. La sua ultima corsa resta l’Algarve, in cui ha vinto due tappe e la classifica a punti. Così la squadra predispone un volo da Nizza a Herentals per una visita, ma l’irlandese non si presenta.

Scheldeprijs 2021
Il podio della Scheldeprijs 2021 con Philipsen fra Bennett e Cavendish: un esito che a Lefevere non era piaciuto
Scheldeprijs 2021
Il podio della Scheldeprijs 2021 con Philipsen fra Bennett e Cavendish: un esito che a Lefevere non era piaciuto

I dubbi di Mark

Con uno come Lefevere il tira e molla non può durare in eterno, ma di fatto la squadra che punta forte su Alaphilippe per la classifica, si ritrova alla vigilia del Tour senza un velocista. Nessuno dimentica il tono fra l’ironico e l’irriverente con cui durante il Giro il team manager ha parlato di Cavendish, ma adesso proprio il britannico che ha nel palmares 30 vittoria di tappa al Tour e si trova a 3 lunghezze dal record assoluto di Merckx, è l’unica risorsa rimasta. La vita a volte è più splendida di qualsiasi film: Lefevere ingoia l’orgoglio e cambia marcia.

«Abbiamo detto a Sam che poteva restare a casa – dice – che avremmo fatto a meno di lui e abbiamo chiamato Cavendish. La prima reazione di Mark è stata colorita: «Shit!». Poi ha cominciato a dire che non sarebbe stato pronto, che non aveva un programma adatto al Tour. Ma alla fine siamo riusciti a convincerlo».

Già il Giro del Belgio lo aveva corso per rimpiazzare Bennett, perché dopo il pasticcio della Scheldeprijs, la squadra aveva deciso che i due non potessero coesistere in corsa. Era arrivato a Beveren la notte prima della partenza e a forza di stringere i denti e alzare l’asticella, l’ultimo giorno a Beringen si è lasciato dietro Merlier, Ackermann, Groenewegen, Bouhanni e Coquard.

Così a sorpresa arriva al via del Tour: emozione a mille
cavendish
Così a sorpresa arriva al via del Tour: emozione a mille

Aria di leggenda

Da oggi alla fine del Tour, sapremo come sarà fatto il capitolo che Cavendish potrà aggiungere alla sua storia.

«Ho il miglior ultimo uomo del pianeta in Michael Morkov – ha detto ancora a Cyclingnews – ho l’opportunità di correre il Tour con la Deceuninck-Quick Step e questo lo rende qualcosa di speciale. Siamo una vera squadra anche fuori dalla bici e sono solo felice di indossare questa maglia. Che io sia qui a portare borracce o far ridere la gente, sono semplicemente onorato di essere al Tour de France. Ci sono persone che hanno avuto molti più problemi nella vita di quanti ne abbia io, ma quello che ho dovuto affrontare mi ha fatto capire cosa sia importante nella vita e perché faccio le cose che faccio».

Lefevere però ha fiutato qualcosa. Perciò da vecchio volpone va in giro a ribadire che la squadra non gli metterà pressioni e che Cavendish avrà tutto il tempo per prendere le misure in un Tour che di occasioni per i velocisti ne riserva parecchie. Indubbiamente il livello della sfida è più alto di quello che negli ultimi cinque anni ha dimostrato di poter reggere, anche se su ogni cosa è pesata quella mononucleosi mal curata che lo ha debilitato e svuotato di motivazioni. Perciò cosa vuoi togliere le pressioni a uno che è abituato a mettersene addosso a tonnellate? La sfida è lanciata, il film sta per scrivere la prossima scena. Nessun velocista del gruppo, conoscendolo, è disposto a darlo per finito. Appuntamento fra qualche ora sul traguardo di Pontivy.