Kreuziger 2021

Kreuziger tra passato, futuro e i ricordi in Liquigas

18.11.2021
6 min
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Roman Kreuziger è alle Canarie, per godersi una settimana di relax con la famiglia prima di tuffarsi nel nuovo lavoro. Ha appena terminato i corsi per il patentino da direttore sportivo e già è pronto a tuffarsi nella nuova avventura nella Bahrain Victorious, ma vuole anche dedicare più tempo alla moglie e ai figli, che in questi anni ha potuto vedere poco. Le voci dei bambini che giocano fanno da corollario alla chiacchierata nella quale si sente che Roman sta entrando in una nuova dimensione.

La sua decisione di chiudere a 35 anni era maturata da tempo: «Ci avevo pensato già nel 2020 quando la NTT si dissolse, ma poi la Gazprom mi offrì la possibilità di riprovarci ancora. E’ un bel team, mi trovavo bene e mi avevano anche chiesto di restare a livello dirigenziale, la mia decisione non è dipesa da loro. Solo che le gare non mi davano più quelle emozioni di prima, in questo ciclismo attuale non mi ci rispecchio più come corridore, posso fare altro, sempre restando nell’ambiente». 

Kreuziger Amstel 2013
Kreuziger in solitudine sul traguardo dell’Amstel 2013, con 22″ su Valverde e altri 14
Kreuziger Amstel 2013
Kreuziger in solitudine sul traguardo dell’Amstel 2013, con 22″ su Valverde e altri 14
Com’è nato il tuo sodalizio con la Bahrain?

Parlando in gruppo con Colbrelli e Consonni. Quando gli ho detto che avrei mollato e che alla Gazprom mi avrebbero tenuto come diesse, mi hanno detto che alla Bahrain cercavano qualcuno di supporto, mi hanno messo in contatto con Miholjevic, con il quale avevo corso negli anni d’oro della Liquigas.

In tanti hanno parlato dell’ambiente che si respirava in quel gruppo con enorme nostalgia: che cosa c’era di così positivo?

Amadio era stato bravo a costruire un team equilibrato, con leader e giovani che potevano crescere con calma. Io sono passato professionista con loro a 19 anni nel 2006 rimanendo per 5 stagioni e sono state emotivamente le più belle, c’era un ambiente familiare che ti spronava a impegnarti, quando vinceva uno vincevano tutti, si viveva in un clima di fiducia. Non è un caso se da quel gruppo sono usciti campioni come Nibali, Basso, Sagan

C’erano anche tanti che poi hanno continuato nel ciclismo a livello tecnico/dirigenziale, da Cioni a Gasparotto, dallo stesso Miholjevic a Pellizotti che ritroverai alla Bahrain. Pensi che ci sia un legame con quanto appreso allora?

Sicuramente. Io dico sempre che a quei tempi il mondo del ciclismo era fatto da gente che lo viveva con passione, senza paura dei sacrifici da affrontare. Ma la passione veniva prima di tutto. Oggi viene visto molto come un lavoro, ma c’è meno convivialità e questo pesa. Una volta si giocava a carte, si scherzava, si stava insieme, oggi appena in hotel tutti attaccati allo smartphone e non si parla più, non c’è contatto umano e su questo bisogna lavorare.

Kreuziger Nibali Liquigas
Kreuziger con Nibali alla Liquigas: due dei tanti campioni passati per quella magica squadra
Kreuziger Nibali Liquigas
Kreuziger con Nibali alla Liquigas: due dei tanti campioni passati per quella magica squadra
Come?

Bisogna fare gruppo. Questa era la forza di gente come Amadio e Rijs, sapevano creare il clima giusto, dal quale poi venivano i risultati. Avevi voglia di andare in ritiro, oggi molti ragazzi lo sentono un dovere e basta. Quelli che hanno lo spirito di una volta li riconosci. Pogacar non è un campione solo per il talento o le vittorie, sa fare gruppo, sa motivare i compagni, sta con loro. Se il leader appena finita la corsa si ritira in camera, qualcosa non va e lì deve essere bravo il manager a intervenire perché il collante fra i corridori è ciò che porta alle vittorie.

Facendo un consuntivo della tua carriera, sei soddisfatto?

Sono cosciente di aver dato tutto quel che potevo. Se guardo indietro, alle premesse dei primi anni, forse mi manca il podio in un grande giro, ma non posso certo dire di non averci provato. Ho avuto una carriera costante, che nel complesso non mi ha lasciato rimpianti.

L’Amstel del 2013 è il successo che ricordi con maggiore piacere?

La corsa olandese mi è piaciuta subito, ma quella che più ha influito su di me è stato il successo al Giro della Svizzera nel 2008: vincere a 20 anni una gara così prestigiosa, dopo essere stato secondo al Romandia, mi ha fatto capire quel che potevo fare, che ero uno scalatore adatto alle corse a tappe. Questo mi favoriva anche in un certo tipo di classiche, pian piano diventai anche un corridore da Ardenne, mi piacevano molto quelle corse e l’Amstel era fatta su misura per me, infatti vinsi nel 2013 e finii secondo nel 2018.

Kreuziger Svizzera 2008
Il ceko in azione al Giro della Svizzera 2008: in carriera Kreuziger ha vinto 15 corse
Kreuziger Svizzera 2008
Il ceko in azione al Giro della Svizzera 2008: in carriera Kreuziger ha vinto 15 corse
Che cosa ti è mancato per emergere anche in una corsa di tre settimane?

Non saprei definirlo con precisione, solo che se guardo me e Nibali, lui aveva quel qualcosa in più che gli ha permesso di eccellere, è quello che fa la differenza, non è solo questione di resistenza. Molti dicevano che avevo paura ad attaccare, ma io sapevo di che cosa ero capace e cercavo l’occasione giusta. Oggi per un diesse è molto più difficile capire come andrà la gara, come sarà impostata tatticamente perché si va sempre a tutta, è un modo di correre diverso.

Quando sei passato professionista eri giovanissimo, oggi è molto più comune passare a quell’età e molti dicono sia un male…

Perché oggi il ciclismo non ti dà i tempo di maturare con calma, io ho potuto proprio per quell’ambiente nel quale ho vissuto i primi anni da pro’. Guardate Evenepoel: è sicuramente forte, ma ha addosso una pressione enorme, tutta una nazione addosso e finora non riuscito a tener fede alle attese. Avrebbe bisogno di molta più calma intorno.

Pensi di aver influito con la tua carriera e i tuoi risultati sull’evoluzione ciclistica in Repubblica Ceka?

Io credo di sì, grazie a me e a Stybar il ciclismo da noi non è più uno sport di nicchia. Ma secondo me non bisogna neanche guardare al solo aspetto agonistico: oggi c’è molta più gente che esce in bici nel weekend, che affronta escursioni in gruppo, prima ci si dedicava al golf, ora si va in bici. Per me conta tantissimo.

Kreuziger Astana 2012
Kreuziger è passato pro’ nel 2006 dopo uno straordinario 2004: da junior vinse oro e argento su strada e argento nel ciclocross
Kreuziger Astana 2012
Kreuziger è passato pro’ nel 2006 dopo uno straordinario 2004: da junior vinse oro e argento su strada e argento nel ciclocross
La Federazione del tuo Paese, sapendo dei tuoi propositi di ritiro, ha pensato di coinvolgerti?

A dir la verità no, credo che lo abbiano saputo dai giornali… Io comunque già da tempo lavoro per conto mio per la crescita del ciclismo giovanile ceko, abbiamo un team di allievi e junior che seguo da qualche anno. C’è un responsabile e un preparatore che li curano, sono una decina di ragazzi. Prima erano di più, ma abbiamo visto che 18 erano troppi avendo poche persone e pochi mezzi a disposizione, io quando potevo uscivo con loro in bici perché so che pedalando si parla e ci si apre molto di più che a tavola. Li seguirò ancora, in base al tempo disponibile, ma ora prima viene la famiglia e il nuovo impegno con la Bahrain.

Inizia una nuova avventura…

Sì, è una bella sfida, già da quel poco che ho visto ho capito che gestire una squadra è qualcosa di molto diverso da quello che pensi quando sei un semplice corridore. Devo imparare tanto, ma sono pronto a farlo.

Gomme a 3,4 bar: così la Reacto ha dominato il pavè

05.10.2021
5 min
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Probabilmente è la gara in cui la bici conta di più. Partire con il setup ottimale per la Parigi-Roubaix può davvero fare la differenza. E’ quel che succede nelle gare più particolari: un Fiandre, una Sanremo (velocissima), una tappa estrema del Giro… ma nella corsa delle pietre il valore della bici è davvero importante. E dietro la vittoria di Sonny Colbrelli c’è una Merida Reacto davvero particolare.

A svelarci alcune chicche del gioiello del bresciano è Alan Dumic, il meccanico della Bahrain-Victorious. E’ lui che ha preparato la bici di Sonny, che l’ha seguito nelle ricognizioni.

Dumic e Colbrelli durante la ricognizione in vista della Roubaix. Ultimi controlli sulla Reacto
Dumic e Colbrelli durante la ricognizione in vista della Roubaix. Ultimi controlli sulla Reacto

Set manubrio tradizionale

«Sonny – dice il meccanico croato – ha usato la bici che prende solitamente, cioè la Reacto (quella aero, in Bahrain hanno a disposizione la Scultura, ndr). Però ha cambiato il manubrio. Anziché usare il Vision integrato e aereo, ha optato per un normale set attacco e piega Fsa K-Force, in carbonio. Ha fatto questa scelta dopo la ricognizione. In questo modo assorbiva meglio le vibrazioni sulle mani e sul resto del corpo.

«Le misure però erano identiche: sia quelle del manubrio (attacco da 110 millimetri e piega da 42 centimetri e posizione delle leve) sia quelle della sella, altezza e arretramento.

Sempre sul manubrio abbiamo inserito un doppio nastro, ma non dappertutto, solo fino alle leve: quindi nella parte della curva e in quella più bassa, mentre in quella alta ce n’era uno solo».

L’attacco manubrio e piega Fsa K-Force al posto del solito manubrio aero
L’attacco manubrio e piega Fsa K-Force al posto del solito manubrio aero

Pressione bassissima

Passiamo poi alle ruote. La parte più importante in una bici che deve affrontare una Roubaix, tra l’altro una bici, la Reacto, che di base è molto rigida. 

«Abbiamo utilizzato delle gomme tubeless di Continental, una gomma nuovissima che ci è arrivata il giorno prima della ricognizione – dice Dumic – però abbiamo visto e sapevamo che aveva un ottimo grip. Si tratta del Gran Prix 5000 S Tr da 32 millimetri che abbiamo gonfiato a 3,8 bar al posteriore e 3,4 all’anteriore».

E qui strabuzziamo gli occhi. Si tratta di una pressione davvero minimal, quasi da ciclocross! Ed è anche una scelta piuttosto azzardata per quel che riguarda le forature o eventuali pizzicate. E infatti Dumic chiarisce…

«Sì, è una pressione molto bassa, ma è anche vero che per una gomma così grande serve meno pressione. C’è dentro comunque molta aria. Per le forature ho inserito del liquido come si fa con i tubeless. Quanto? Beh, ne ho inserito un po’ più del dovuto: 80 millilitri anziché i consueti 60». 

Le ruote infine erano le Vision Metron con profilo da 55 millimetri, ma cerchio la cui larghezza interna è da 19 millimetri ed esterna da 27 Una ruota che quindi è molto veloce grazie al disegno “a goccia” del profilo stesso, ma che con la copertura da 32 millimetri e con quella pressione riusciva ad essere confortevole. E non è un caso che Colbrelli abbia guidato benissimo, nonostante fosse alla sua prima Roubaix.

Rapporti lunghissimi

E poi va dato uno sguardo ai rapporti, un qualcosa che si tende a valutare tropo poco quando si affronta una Roubaix con la scusa che tanto è piatta. Chiaro, il pavè non è una salita, ma può diventarlo e anche sotto questo punto di vista possono esserci accortezze. Accortezze che Dumic e Colbrelli hanno colto eccome.

Nell’era dei grandi pignoni hanno optato per un 11-25, in questo modo Sonny aveva una scala di rapporti molto graduale ed evitava i salti di tre denti che si vedono con le scalette che arrivano al 30 o 32. Pedivelle da 172,5 millimetri.

«Davanti invece abbiamo scelto un 55-42. Questa soluzione è stata decisa già durante la ricognizione. Il meteo dava pioggia, ma anche vento favorevole per lunghi tratti. La catena era quella normale, con lo stesso numero di maglie che utilizza quando c’è il 53-39, in questo modo aveva sempre una buona tensione.

«Come ho trovato la catena a fine gara? Ah non lo so, quella bici neanche l’ho lavata! Resterà sporca perché Merida ha voluto così e finirà in esposizione nella loro sede».

Nella Foresta di Arenberg per Sonny una grande lucidità, ma si è salvato anche grazie ad un buon setup
Nella Foresta di Arenberg per Sonny una grande lucidità, ma si è salvato anche grazie ad un buon setup

Chicche e scaramanzia

«Un altro piccolo intervento ha riguardato i portaborracce – ha detto Dumic – Noi usiamo gli Elite in carbonio, ma per questa gara abbiamo scelto quelli in plastica che ho stretto con una camera d’aria tagliata. Le borracce erano in effetti più dure da inserire, però in tutta la gara i nostri ragazzi ne hanno perse giusto un paio».

Infine, da buon italiano e visto il personale credito con la sfortuna, Colbrelli ha preferito non utilizzare la bici con il tricolore. Aveva paura di romperla in caso di caduta, ci confida Dumic.

Maglie, vittorie ed ecologia: giù il cappello per Gino Mader

15.09.2021
5 min
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Il suo nome chiaramente già lo conoscevamo, ma a sorpresa era uscito già prima dell’inizio di questa stagione durante il ritiro della Vini Zabù. Voi direte: ma cosa c’entra la Vini Zabù con Gino Mader? Beh, a parlarci di questo ragazzo era stato un altro svizzero in forza alla squadra toscana, Joab Schneiter. Anche lui, viso pulito e grande educazione, era rimasto colpito dal tempo siglato sul Monte Serra. «Ho fatto 8” meglio del mio amico Gino Mader. E lui è nel WorldTour, alla Bahrain Victorious», aveva detto con grande orgoglio.

Giro d’Italia 2021, Gino Mader vince la settima tappa dopo una lunga fuga
Giro d’Italia 2021, Gino Mader vince la settima tappa dopo una lunga fuga

Dalla Svizzera… al mondo

In questi ultimi mesi Gino è andato man mano a migliorare. Fino ad arrivare ad alzare le braccia al cielo al Giro d’Italia, nella dura tappa di San Giacomo, arrivo in salita tra le alture ascolane. Non solo, era già andato forte alla Parigi-Nizza, dove aveva tenuto testa a Roglic. E alla Vuelta è stato protagonista assoluto.

«Mi sono appassionato al ciclismo grazie ai miei genitori, ad entrambi. E questo mi ha davvero aiutato già in giovane età. A dieci anni ho iniziato con delle gare locali e poi è diventato davvero un qualcosa di grande… sempre di più. Vivo in Svizzera, ed è lì che mi alleno la maggior parte dell’anno, almeno quando non sono con la squadra. Ho un sacco di belle strade che posso godermi».

Mader è di Flawil, paesino nel Nord della Svizzera nel cantone di San Gallo. Da una parte pianure più dolci che vanno verso la Germania, dall’altra le grandi salite delle Alpi. Con la sua nazionale è stato coinvolto anche nel settore della pista. Crono e parquet andavano di pari passo nella costruzione dell’atleta. Alto 1,81 per 61 chili è passato pro’ nel 2019 nelle fila dell’allora Dimension Data.

Alla Vuelta Mader ha lavorato anche per Jack Haig. L’australiano ha chiuso al 3° posto e Gino al 5°
Per Mader alla Vuelta quinto posto finale e maglia bianca di miglior giovane

Dedizione massima

E quel bambino magrolino e biondo che scorrazzava per il Nord della Svizzera ne ha fatta di strada, specie quest’anno. Adesso è davvero tra i grandissimi del gruppo. Insomma: protagonista al Giro, maglia bianca alla Vuelta (nella foto in apertura), punto fisso della nazionale svizzera… Davvero una grande crescita.

«Vero, ma non dirò che è stato solo quest’anno – dice lo svizzero – Credo che questa crescita sia iniziata già l’anno scorso alla Vuelta, dove sono arrivato spesso davanti e in una tappa (la penultima, ndr) ho fatto secondo. Se ho cambiato preparazione? Non l’ho fatto, almeno non del tutto. Ho cambiato squadra (era alla NTT, ndr) ho cambiato allenatore okay, ma soprattutto sono stato molto attento a quello che facevo e come. Inoltre non ho avuto grossi contrattempi in questa stagione. Mentre l’anno scorso ho avuto dei problemi al ginocchio per due mesi. E l’anno prima ancora mi ero rotto un polso. Quindi dico che sono solo cresciuto, sono più convinto… E posso fare ancora molto, molto di più».

«Io sapevo sin dalle corse under 23 che avevo nelle gambe certe qualità – riprende Mader – Ma dopo essere passato non ero più riuscito ad esprimermi allo stesso livello. I miei numeri di potenza sono sempre stati vicini alle corse under 23, ma in realtà non li avevo mai più eguagliati. È solo in questa stagione che ho trovato lo stesso livello. Quest’anno ho fatto gli stessi numeri della Vuelta dell’anno scorso, solo che stavolta sono stati abbastanza per vincere. Il che è fantastico!».

La nazionale svizzera è sempre stata la sua “seconda casa” visto che anche nelle categorie giovanili era spesso convocato
La nazionale svizzera è sempre stata la sua “seconda casa” visto che anche nelle categorie giovanili era spesso convocato

Lo zampino di Gasparotto

Un Mader così può pensare di fare classifica, di iniziare seriamente a puntare ai grandi Giri, ma lui, come un po’ ci aspettavamo a dire il vero, con il suo carattere umile vola basso. Il che non significa che non sia grintoso.

«Non cambio nulla per il mio futuro perché ho sempre voluto andare come sto andando adesso. Vado alle corse con un pugno di ferro. Potrei finire adesso la mia carriera e andrebbe bene lo stesso, specie dopo il quinto posto della Vuelta. E’ già incredibile come è andata quest’anno e vediamo cosa succederà in futuro». Insomma, Mader vive alla giornata.

Ma il merito della sua crescita è anche della gente, che tra squadra e nazionale, si è trovato al suo fianco e due di queste persone sono italiane: Damiano Caruso e Enrico Gasparotto.

«Caruso – dice Mader – mi ha aiutato molto in questa stagione. Ma penso che nella mia crescita professionale la mano più grande me l’abbia data Gasparotto. Gaspa mi è stato davvero vicino, sia la scorsa stagione in squadra che quest’anno in nazionale».

Un Mader di qualche anno fa in allenamento sulle strade (e tra i ghiacciai) della sua Svizzera (foto Instagram)
Un Mader di qualche anno fa in allenamento sulle strade (e tra i ghiacciai) della sua Svizzera (foto Instagram)

Amore (concreto) per l’ambiente

Rispetto a molti suoi colleghi, Mader è un po’ “uscito dal gruppo” per quel che riguarda gli interessi post ciclismo. Okay hobby, altri sport, per alcuni la moda e le auto… ma è raro imbattersi in chi intraprende iniziative particolari. Iniziative volte all’ambiente. Questo denota una certa personalità. Il suo “uscire dal gruppo” fa rima con ambiente.

La sua vena ecologica infatti è più che marcata. Gino infatti ha deciso che avrebbe donato un euro per ogni corridore che gli sarebbe finito alle spalle in ogni tappa delle Vuelta e altri 10 euro per ogni atleta messo dietro nella classifica generale. A decidere a chi sarebbe andato il denaro sono stati i suoi follower: l’organizzazione che avrebbe ricevuto più like sarebbe stata la prescelta.

«Era ora di fare qualcosa perché dipendiamo dall’ambiente e non possiamo farne a meno – spiega Mader – Noi veniamo alle corse, andiamo agli allenamenti, gareggiamo… ma non possiamo farlo se ci sono troppe inondazioni, incendi, se la natura si distrugge. Vivendo in Svizzera, abbiamo un sacco ghiacciai che stiamo perdendo. E quindi è super, super importante fare qualcosa o provare a fare qualcosa.

«Alla Vuelta è andata abbastanza bene. In totale abbiamo raccolto 15.000 euro tondi, tondi da dare ad una compagnia ambientalista dei Paesi Bassi». Per la precisione i soldi sono andati a Just Diggit, un’organizzazione con sede ad Amsterdam che lavora sul contenimento dell’aumento delle temperature ripristinando gli spazi verdi in Africa. Ha già ripristinato 60.000 ettari con alberi e piante.

Bontempi 2018

Un nuovo lockdown per Caruso? Bontempi storce il naso

30.08.2021
4 min
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Nella lunga confessione di Caruso sul pullman per Santander, alcune parole sono rimaste lì nella testa, a ronzare. Il siciliano ha… rivalutato il lockdown del 2020: «Pensavo che alla mia età i lunghi stop fossero deleteri, invece nel periodo dopo la sosta il mio livello si è alzato. Quel lockdown, pur forzato, mi ha fatto bene. Perciò ora voglio impormene uno da me». Se è legittimo presupporre che i suoi grandi risultati siano scaturiti anche da quel forzato stop, siamo sicuri che fa bene a riproporlo?

Nel 2021 Caruso ha compiuto ben 66 giorni di gara, che aumenteranno progressivamente con l’avvicinarsi della Vuelta al suo termine. Una cifra notevole, considerando che il limite stabilito dall’Uci è 85. Ha esordito il 21 febbraio negli Emirati Arabi, disputando le altre gare tra Italia, Svizzera e Spagna, senza dimenticare la gara olimpica in Giappone.

Caruso Gpm Vuelta 2021
Damiano Caruso con la maglia di leader della classifica dei GPM alla Vuelta. Finora ha collezionato 66 giorni di gara con 2 grandi vittorie
Caruso Gpm Vuelta 2021
Damiano Caruso con la maglia di leader della classifica dei GPM alla Vuelta. Finora ha collezionato 66 giorni di gara con 2 grandi vittorie

Andando a cercare negli archivi, abbiamo ritrovato dichiarazioni di un vecchio volpone del ciclismo come Guido Bontempi, che sosteneva la necessità per un corridore anziano di aumentare il lavoro per essere brillante, quindi evitando lunghe soste. Il bresciano, vincitore in carriera di ben 70 corse tra cui 25 tappe di grandi Giri e due Gand-Wevelgem, è ancora convinto delle sue idee.

«Il metabolismo del recupero di un corridore cambia con il tempo – spiega Bontempi, oggi regolatore in motocicletta per le corse della Rcs dopo i 30 anni il recupero non è più veloce come prima, quindi serve un allenamento costante. Diciamo che più gli anni passano, più la sosta invernale deve essere abbreviata e parlo anche per esperienza personale».

Bontempi Giro 1988
Una delle 16 tappe vinte in carriera da Guido Bontempi: qui siamo ad Ascoli, nel 1988
Bontempi Giro 1988
Una delle 16 tappe vinte in carriera da Guido Bontempi: qui siamo ad Ascoli, nel 1988
Tu come ti regolavi? 

Io solitamente finivo la stagione con le ultime gare di ottobre, facevo una Sei Giorni a novembre, poi riprendevo gradatamente tra dicembre e gennaio per gareggiare già a febbraio in un’altra Sei Giorni ed arrivare al ritiro prestagionale già con un minimo di condizione per sostenere certe andature.

E’ una questione anche di tenuta della condizione fisica?

Certo, ma non è detto che il corridore più anziano sia sempre penalizzato. Mi spiego meglio: a 25 anni il picco di forma lo raggiungi più velocemente che oltre i 30 anni, ma lo perdi anche più rapidamente, mentre con l’esperienza impiegherai sicuramente più tempo per costruire la miglior condizione, ma questa durerà di più.

Valverde Tour 2021
Il “grande vecchio” del ciclismo attuale, Alejandro Valverde, a 41 anni ancora capace di fare Classiche del Nord, Tour e Vuelta
Valverde Tour 2021
Il “grande vecchio” del ciclismo attuale, Alejandro Valverde, a 41 anni ancora capace di fare Classiche del Nord, Tour e Vuelta
Caruso parlava di ripetere un lockdown personale, staccando completamente la spina per un periodo lungo: fa bene?

Dipende dai programmi della squadra per il prossimo anno. Se punta al Giro d’Italia, come è presumibile, e la Bahrain Victorious gli dà tempo per raggiungere la miglior condizione non mettendogli fretta di esordire, allora può prendersi anche un lungo stop, un “lockdown” per ricaricare le batterie, ma significa che dovrebbe evitare le competizioni almeno fino alla Milano-Sanremo. Da marzo avrebbe tutto il tempo per trovare la necessaria brillantezza per la corsa rosa.

Il siciliano ha detto che dovranno decidere il programma in base al percorso del Giro…

Parliamoci chiaro: possono cambiare le località, ma le caratteristiche generali del Giro d’Italia restano sempre quelle. Sai che avrai a che fare con una settimana almeno di grandi salite nel Nord Italia e che ti troverai qualche tappa aspra anche sugli Appennini e nel Centro-Sud. A ben guardare, alla fine i numeri relativi a chilometraggi, salite, pendenze cambiano poco, quindi si può già programmare il 2022 in funzione della corsa rosa.

Caruso, parole da leader sulla strada per Santander

30.08.2021
7 min
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Discorsi di strada, mentre il paesaggio fuori sprofonda nel buio. Caruso racconta, le parole hanno il ritmo fluente del lungo viaggio. Dopo la tappa del Barraco, ci sono altri 418 chilometri fino a Santander. La Vuelta è anche questa, con i pullman delle squadre che navigano verso il prossimo approdo. Oggi i corridori trascorreranno il giorno di riposo all’ombra del mitico Alto del Naranco e da domani inizieranno l’ultima settimana, la più dura.

La corsa di Damiano sta per finire con il bel ricordo del successo all’Alto de Velefique e con la Vuelta finirà una stagione che sul piano dei risultati è stata forse la migliore da quando corre. Ha portato vittorie e consapevolezza, ma è costata tanto per la lontananza da casa. Perciò, marinaio che vede ormai il porto, Caruso inizia a sentire addosso una piacevole leggerezza.

«Tre blocchi di altura di tre settimane – dice scandendo bene le parole – il viaggio per le Olimpiadi e due grandi Giri. Oggi comincia la quarta settimana che sono via da casa. Nella stagione di un professionista non c’è solo la performance, ma c’è anche da considerare l’aspetto psicologico».

Il Team Bahrain Victorious è venuto alla Vuelta per Landa e ora lavorerà per Haig, il terzo nella foto
Il Team Bahrain Victorious è venuto alla Vuelta per Landa e ora lavorerà per Haig, il terzo nella foto
Intanto oggi (ieri per chi legge, ndr) è andata in porto la fuga di Majka. Non è curioso, come è successo anche a te, che arrivino fughe solitarie da così lontano? 

Sono tutte tappe molto complicate. Dure. Nervose. Corse a medie davvero importanti. Quindi controllare è molto dispendioso e il fatto che la Jumbo-Visma abbia lasciato la maglia ne è la conferma più evidente. E comunque non sono fughe che nascono per caso. Vanno via tutte di forza da un gruppo che giorno dopo giorno è sempre più stanco.

Eravate venuti per Landa, invece…

Eravamo venuti per sostenere Mikel, con una bella guardia composta da Gino Mader, Jack Haig e il sottoscritto. Invece non sempre i programmi vanno a buon fine e abbiamo messo in atto il piano B, cioè fare classifica con Haig, che pedala bene.

Il piano B non potevi essere tu come al Giro?

No, non sono venuto con la testa per fare classifica. Volevo aiutare e vincere una tappa e sono contento di esserci riuscito.

Perché il piano Landa non ha funzionato?

L’idea che mi sono fatto è che Mikel volesse recuperare il Giro sfortunato. Ma in questo ciclismo così livellato, non basta arrivare al 90 per cento e sperare di vincere. Perché di sicuro il giorno storto arriva e con lui è stato puntualissimo.

La vittoria all’Alto de Velefique segue quella del Giro all’Alpe di Mera. Quel sorriso vale più di mille parole
La vittoria all’Alto de Velefique segue quella del Giro all’Alpe di Mera. Quel sorriso vale più di mille parole
Non sarà che forse ha un limite che gli impedisce di essere capitano?

Mikel è uno dei più forti scalatori in circolazione. Quando sta bene, in salita fa cose che per gli altri sono impossibili, può fare la differenza. Ma è stato anche sfortunato e anche per questo non ha ottenuto grandi risultati. L’anno scorso, stando bene, è arrivato quarto in un Tour in cui c’erano davvero tutti i migliori e tutti caricati a molla. Non è un risultato da poco.

Roglic ha già la Vuelta in tasca?

Sembra avere la situazione sotto controllo. Però la terza settimana non è così scontata e sono curioso di vedere all’opera l’accoppiata della Movistar, con Mas e Lopez quarto e quinto. Poi c’è il nostro Haig. Ma certo per ora Primoz sta correndo da padrone di casa.

E’ giusto dire che il 2021 sia la tua stagione migliore?

Per i risultati di sicuro. Non sono mai stato un gran vincente e sono venute due tappe in due grandi Giri. Poi il podio di Milano che ha un peso davvero importante. Però non è tutto una sorpresa, era un po’ che ci giravo attorno.

Hai detto che il vento è cambiato quando hai smesso di andare alle corse con la pressione addosso.

E lo confermo. Sono arrivato in questa squadra come gregario di Vincenzo (Nibali, ndr), poi lui se ne è andato e io mi sono ricavato il mio spazio. Non sono capitano nel senso che si aspettano da me le vittorie, ma sono leader e riferimento per i compagni e questo mi piace. Do il massimo con la testa libera, questo fa la differenza.

Ha tenuto la maglia a pois dei Gpm fino all 13ª tappa. Qui due parole con Bernal, in maglia bianca
Ha tenuto la maglia a pois dei Gpm fino all 13ª tappa. Qui due parole con Bernal, in maglia bianca
Però hai anche detto che nel 2022 potresti essere capitano al Giro. Questo non porterà di nuovo le pressioni?

Ho detto anche che prima bisognerà vedere i percorsi. Averli in mano e capire bene. Ma se anche fosse, non avrei nulla da perdere, per cui non avrei addosso l’attesa che a volte ti schiaccia. Serve avere la pressione giusta, quella che mi metto da solo nel lavorare sempre con tranquillità e bene e che permetterà di avere un Damiano competitivo.

A proposito della squadra, state girando davvero tutti bene.

Non dovrei essere io a dirlo, ma stiamo andando tutti forte. Abbiamo un centrocampo fortissimo, con alcuni corridori che possono lottare per vincere. Rispetto ai primi tempi è cambiato tanto. Il management ha lavorato perché ciascun atleta venisse valorizzato e gratificato. Hanno investito tanto sui ritiri di preparazione e sulla nutrizione e dopo un anno di lavoro continuo e ben fatto, i risultati si vedono.

Fra i grandi risultati di questo 2021 c’è l’oro olimpico di Milan nel quartetto. Te lo aspettavi?

Giusto ieri (ride, ndr) mi sono sentito al telefono con Colbrelli, per sapere come gli andassero le cose, e ho scoperto che era al Benelux Tour proprio in camera con Jonathan. E allora ridendo gli ho chiesto chi dei due adesso prepari la valigia all’altro. Perché lui è campione italiano, ma l’altro è un gigante di due metri che a soli vent’anni è entrato a gamba tesa nella storia del ciclismo. Che Milan fosse un talento lo si vedeva e lo sapevamo, ma in squadra sono stati bravi a dargli i suoi spazi e disegnare per lui un calendario adatto per programmare i suoi obiettivi.

Dopo la Vuelta c’è ancora spazio per altro o ci mettiamo un punto?

Un punto, un punto esclamativo, qualche virgola… ci mettiamo tutta la punteggiatura possibile. Sono sfinito e pienamente soddisfatto della mia stagione. Adesso voglio fare un lungo periodo di riposo, come nel lockdown, anche se quello ci venne imposto. Sono parole strane da dire, ma nel brutto di quel periodo io ho imparato cose nuove su di me.

Che cosa vuoi dire?

Avevo la convinzione errata che alla mia età lo stop lungo fosse deleterio, invece dopo il lockdown del marzo 2020 il mio livello si è alzato. Quel blocco di riposo, pur forzato, mi ha fatto bene. Perciò ora voglio impormene uno da me. Quindi a settembre continuerò a pedalare come in un lungo defaticamento. A ottobre starò fermo. Mentre a novembre ricomincerò ad allenarmi gradualmente, approfittando del clima ancora primaverile della Sicilia, per avvicinarmi nel modo giusto al primo ritiro.

Hai detto però che se capita, in questa Vuelta ci provi ancora…

Ma prima voglio aiutare Jack Haig, perché se lo merita. La condizione è buona, se vedo il varco giusto, ci provo ancora.

Quanti chilometri mancano?

Adesso sono 277. Un paio d’ore e ci siamo. Domattina (oggi per chi legge, ndr) farò un giretto in bici, fossero soltanto 40 chilometri per sgranchire le gambe e passare la mattinata. Sennò più che un riposo si trasforma in un giorno interminabile…

Un mese in altura, ginocchio a posto. Colbrelli va per l’azzurro

23.08.2021
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Colbrelli. Gli sforzi del Tour. Il male al ginocchio che lo ha costretto a saltare la Vuelta. La ripresa a Livigno. Avevamo lasciato il campione italiano nell’altura valtellinese alla fine di luglio e con gli europei di Trento che bussano alle porte (prova su strada dei pro’ il 12 settembre), ci siamo chiesti a che punto fosse. Dato che nei piani di Cassani, la responsabilità delle ultime due sfide azzurre su strada (a fine settembre si corrono anche i mondiali in Belgio) saranno da dividere fra lui, Nizzolo, Trentin e Bettiol.

«Da un paio di settimane – dice – mi sento bene. Il dolore al ginocchio è passato e di fatto sono rimasto a Livigno per quattro settimane. Con Davide ci siamo sentiti più volte e onestamente speravo che restasse sino alla fine come era stato programmato. Il seguito si deciderà. Parlavamo di questo calendario dall’inizio dell’anno, ma dopo la vittoria del campionato italiano, abbiamo cominciato a inquadrare anche i primi dettagli. E c’è sempre stata la possibilità di correrli entrambi».

Allenamento con Fortunato e Annemiek Van Vleuten, olimpionica della crono. A destra, Luca Chirico
Allenamento con Fortunato e Annemiek Van Vleuten, olimpionica della crono
Si è capito a cosa fosse dovuto il male al ginocchio?

Una borsite, la cui causa probabilmente risale a parecchio tempo fa, solo che non me ne ero mai accorto, Un colpo preso, di sicuro. All’interno abbiamo trovato una piccola cisti calcificata che, assieme ai grandi sforzi del Tour, ha creato il risentimento. Mi ha portato anche a pedalare non nel modo migliore, per cui ho finito il Tour con il muscolo intossicato. Per fortuna con il riposo, le terapie e il massaggiatore che è venuto a Livigno per tre volte a settimana, sono riuscito a venirne fuori.

Tutto risolto?

Ora sembra tutto a posto, ma non escludo che a fine stagione si possa fare un piccolo intervento per rimuovere quella piccola cisti ed evitare che il problema si riproponga.

Ci siamo lasciati con la speranza di poter lavorare bene e soprattutto tornare al peso del campionato italiano.

Direi che siamo in tabella. Ho il peso e le sensazioni di quando sono partito per il Tour. Ho perso un chilo dall’arrivo a Livigno, perché sono riuscito ad allenarmi intensamente.

Da solo?

No, ci siamo ritrovati con un bel gruppetto. Bettiol, Ballerini (insieme a lui nella foto di apertura) e anche Cattaneo. Sabato ho fatto l’ultimo allenamento e ieri sono tornato a casa. Sei ore e mezza ben fatte. Siamo riusciti a gestirci il tempo facendo combaciare i lavori e così il tempo è passato bene e siamo stati di stimolo uno per l’altro.

Tanti chilometri e pochi aperitivi?

Anche quello, certo. Tolto di mezzo il timore per il ginocchio, ho potuto rimettere al centro il lavoro.

Un panino con Bettiol. A Livigno anche il toscano per preparare il finale di stagione
Un panino con Bettiol. A Livigno anche il toscano per preparare il finale di stagione
Il percorso dei mondiali ha i muri in pavé e un circuito molto nervoso, quello di Trento invece?

Non è duro come si dice, non durissimo almeno. Il Bondone si fa a metà gara e neanche tutto. Mi sono fatto spiegare il circuito, conosco la salita dell’università e aspetto di fare un giro sul circuito, perché da quello che ho capito è sulle stesse strade dove nel 2010 ho vinto il Trofeo De Gasperi. E il finale con il fondo acciottolato comunque mi piace molto.

Rientro alle corse?

Benelux Tour dal 30 agosto. Sarà importante per rifinire la condizione dopo un mese che non corro.

Velefique, inchino per Caruso dopo una fuga pazzesca

22.08.2021
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«Ho un solo rimpianto – disse quella volta Damiano Caruso, oggi vincitore sull’Alto de Velefique – di quando sono passato professionista e tutti mi dicevano di volare basso. Ho sbagliato. E’ finito il ciclismo delle gerarchie. Una volta dovevi stare attento ad andare troppo forte in allenamento, sennò gli anziani si arrabbiavano. Oggi se vai più forte in allenamento, la domenica anche loro lavorano per te, chiunque tu sia. Bisogna entrare subito al massimo...».

Unica carta

Queste parole, pronunciate tanti anni fa al passaggio da Cannondale a Bmc, ci risuonavano per la testa mentre Damiano addentava le ultime rampe del Velefique, l’ultima fatica prima del traguardo. Una fuga di 71 chilometri. La più lunga di sempre nella sua carriera. Quest’anno gli è davvero scattato un clic nella testa, difficile dire se al Giro quando si rese conto di essere l’unica carta possibile per il Team Bahrain Victorious

Bernal ha chiesto alla Ineos di tirare, ma la gamba non c’era. Qui con Sivakov
Bernal ha chiesto alla Ineos di tirare, ma la gamba non c’era. Qui con Sivakov

«Sono così felice – ha detto oggi dopo la vittoria – so che era molto lontano, ma sapevo che la Ineos stava facendo un ritmo davvero duro. Quindi mi sono detto: “Va bene, prima che mi prendano, proverò ad andare in fuga, magari da solo”. Non mi aspettavo che il vantaggio crescesse tanto, ma dall’ammiraglia continuavano a dirmi che guadagnavo e allora ho deciso di darci dentro. Chilometro dopo chilometro è successo. Non riesco ancora a credere a quello che ho fatto, ma se una cosa ho sempre saputo fare in vita mia, è stato portare la sofferenza all’estremo».

Scelta Bahrain

Quell’incontro conteneva tanto del presente. Il siciliano lasciava la Cannondale, la squadra in cui era cresciuto e in cui aveva anche imparato che nel professionismo ci sono regole che vanno oltre le belle parole.

«E’ un ambiente lavorativo – disse – e dove ci sono in ballo dei soldi, l’amicizia è difficile. Nessuno fa niente per niente, tutto ruota su quanto vai forte. Quando vai piano, di colpo non c’è più nessuno e trovi sempre uno pronto a prenderti il posto. Alla Cannondale non mi è mancato nulla, ma di fatto non hanno mai investito su di me».

Vi siete mai chiesti perché Caruso sia rimasto alla Bahrain Victorious e non abbia seguito ad esempio Nibali, per il quale aveva lavorato e anche bene prima del passaggio alla Trek?

Perché il team del Bahrain ha scelto di investire su di lui, proponendogli un ritocco dell’ingaggio e prolungandogli il contratto proprio quando avrebbe potuto pensare di andarsene. Caruso di fatto nel Bahrain ha iniziato a sentirsi importante.

«Da due anni – dice – corro per il gusto di farlo, per fare grandi corse stando nel gruppo con il minor stress possibile. Detto questo, la Vuelta è appena cominciata, siamo già tutti belli al limite e chissà che non possa riprovarci».

Come al Giro

Si è voltato un paio di volte e poi non si è voltato più, con quel senso di pedalata potente e ancora forte seppure affaticata con cui ha respinto la rincorsa degli inseguitori. La maglia aperta sul petto, la faccia annerita da un sole tanto simile a quello della Sicilia, lo scintillare degli occhi ogni volta che toglieva gli occhiali.

«E’ una sensazione incredibile – dice – il ripetersi delle sensazioni del Giro. Per me è incredibile. L’ultima salita è stata molto lunga e volevo solo rimanere concentrato sul mio ritmo e negli ultimi 2 chilometri ho capito che potevo vincere. Riprovare a scalare la classifica? Sono ancora lontano, non mi pongo limiti e neanche troppi pesi sulle spalle. Staremo a vedere».

Mas ha tenuto testa a Roglic sino in cima al Velefique. Lo sloveno guadagna vantaggio
Mas ha tenuto testa a Roglic sino in cima al Velefique. Lo sloveno guadagna vantaggio

Landa fatica

Caruso alla Vuelta, come peraltro era successo al Giro, c’è venuto per aiutare capitan Landa. Sfortunato a Cattolica, si è fatto tutto il possibile per portarlo al top alla Vuelta, ma oggi sul Velefique le cose non sono andate come Mikel si aspettava (il basco è arrivato a 5’04” da Caruso).

«E’ stato bello vedere Damiano vincere – commenta il diesse Stangelj – ma è stato anche difficile vedere Mikel soffrire oggi. Diciamo che effettivamente da stamattina non si sentiva al meglio. Quindi abbiamo deciso che alcuni dei ragazzi lo tenessero d’occhio. E’ ancora un campione e uno dei nostri migliori corridori, per questo lo abbiamo aiutato con Wout Poels e Mark Padun. Che dire di Damiano? Avevamo programmato di avere un corridore nella fuga e lui è bravissimo a prenderla e poi reagire per andare da solo e guadagnare terreno prima che iniziasse la battaglia dei corridori di classifica. Ha fatto tutto alla perfezione!».

Attualmente Caruso indossa la maglia a pois e in classifica ha 7 secondi di vantaggio su Landa, posizionati rispettivamente al 15° e 16° posto. Sarà difficile che si ripeta la magia del Giro, ma la squadra sa di poter contare su di lui. E lui non ha più paura di sognare.

Ehi Alberati, ma chi è questo Buitrago?

28.07.2021
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«Un paio di giorni fa visto che era qui da me nel Parco Ciclistico Etna ad allenarsi in altura, gli ho fatto fare un test, in accordo col suo team ed il suo allenatore Aritz, e sono usciti dei valori speciali. Un qualcosa del genere non hai la fortuna di vederlo sempre». Chi parla è Paolo Alberati e il soggetto in questione è Santiago Buitrago, giovane colombiano che corre nel team Bahrain-Victorious

Paolo Alberati, oltre ad esserne il manager insieme a Maurizio Fondriest e ad Andrea Bianco, è anche il suo punto di riferimento qui in Europa o comunque un consigliere fidato. Fino a qualche giorno fa, come detto, “Santi” era “a casa” di Alberati in Sicilia, e più precisamente in ritiro sull’Etna. L’obiettivo? Preparare il finale di stagione. Per ora sembra non essere stato inserito nella squadra che andrà alla Vuelta, ma nulla è perduto. «Santiago ci tiene molto – ha detto Alberati – E’ lì che l’anno scorso ha fatto la sua prima grande corsa a tappe. E non era al top, aveva anche tre chili in più di adesso. Vorrebbe fare bene San Sebastian e appunto andare alla Vuelta».

Buitrago in allenamento sulle strade siciliane in compagnia di Canaveral della Bardiani
Buitrago in allenamento sulle strade siciliane in compagnia di Canaveral della Bardiani

Dalla Colombia all’Italia

«L’ho scoperto come sempre con l’aiuto di Andrea Bianco, mio amico esperto di ciclismo che da molti anni vive in Colombia a Bogotà. Mi ricontattò nel 2015 suggerendomi un ragazzino che era sprecato per fare “solo” Mtb. Quel ragazzino era Egan Bernal. Da lì abbiamo iniziato a lavorare insieme. Negli anni sono arrivati Sosa, Rivera, Osorio e adesso Buitrago. Mi fido molto di Bianco. Non andiamo a vedere solo i risultati ma chi ci sembra possa avere più potenziale.

«Così a marzo 2018 Buitrago arriva in Italia. Lo mando al team Cinelli di Francesco Ghiarè (adesso all’Area Zero), tra Toscana e Liguria. Lui gli dà casa e sostegno e noi continuavamo ad allenarlo. Ricordo che facemmo un test nel mio studio a Perugia, appena arrivato, e siglò un Vo2 Max superiore ad 80. E infatti si piazzò subito, fece anche una vittoria. Così lo segnalammo ad alcune squadre WorldTour. Dopo il Giro della Valle d’Aosta, che finì quarto, la Bahrain lo mise sotto contratto: un triennale con salario ad incremento nelle stagioni successive».

Adesso Buitrago ha la residenza ad Andorra e questo visto i tempi di pandemia gli ha semplificato non poco la vita con le varie restrizioni per quel riguarda i voli. In più lassù, tra i Pirenei, si sente anche un po’ alle quote di casa (è della regione di Bogotà).

Buitrago alla Settimana Internazionale Italiana
Buitrago alla Settimana Internazionale Italiana

Il via libera di Caruso

Ma noi Buitrago lo abbiamo “scoperto” soprattutto alla Settimana Internazionale Italiana. In Sardegna doveva aiutare Padun.

«Ma è successo – riprende Alberati – che Santiago, che è molto rispettoso ed educato, stava bene. Dopo la prima tappa Pellaud aveva preso la maglia dei Gpm. Così il giorno dopo mentre stavano facendo una salita, chiede a Damiano Caruso se poteva scattare per prendere i punti del Gpm. Allora Damiano, che anche se era in azzurro era pur sempre un riferimento della Bahrain, gli dice: okay, mettiti dietro. Accelera, lo porta fuori, Buitrago fa la volata e va a prendersi i punti. Da quel momento ha messo la maglia di miglior scalatore nel mirino Riuscendo a portarla a casa (foto apertura, ndr). Già in passato Caruso mi aveva detto: tienilo da conto che questo è buono!».

Buitrago a crono: non va male ma deve migliorare
Buitrago a crono: non va male ma deve migliorare

Scalatore ma non troppo

Ma Buitrago è uno scalatore puro? Secondo Alberati no. E’ sicuramente un corridore molto forte in salita, ma se messo bene sulla bici da crono può difendersi alla grande.

«Santiago è alto 174 centimetri per 60 chili e quando sta bene ha più di 400 watt alla soglia nel test Conconi. Come anticipato se ben messo può fare bene a crono, come il Quintana dei tempi migliori. In più non ha bisogno di mezzo gruppo per restare davanti. In tal senso lo hanno aiutato molto le corse in Toscana. Lì i percorsi sono nervosi, le salite sono corte e vanno prese davanti. Pensate che ha ancora il Kom sul Lamporecchio. Ce l’hanno lui e Fiorelli, che non è propriamente scalatore! Per me potrà presto arrivare nella top ten di un grande Giro».

Buitrago, avendo corso in Italia, aveva la tessera sanitaria e grazie all’aiuto di Alberati è riuscito a fare il vaccino per il Covid a Pedara (Ct)
Buitrago, avendo corso in Italia, aveva la tessera sanitaria e grazie all’aiuto di Alberati è riuscito a fare il vaccino per il Covid a Pedara (Ct)

Serietà al massimo 

Dicevamo di un ragazzo, classe 1999, molto educato e rispettoso.

«Anche taciturno direi – confida Alberati – preferisce stare zitto che spararle grosse. In più ascolta. Qualche sera fa eravamo a cena. Tutti hanno preso la pizza e lui un’insalata e del prosciutto. Stessa cosa in piscina. Tutti hanno fatto il bagno, lui no. Non vuole uscire dai binari. Vuol fare bene, ha voglia. Rispetto a molti nostri ragazzi non hanno la casa e la famiglia a 10′ di macchina. Sanno che hanno una sola grande opportunità e se la vogliono giocare bene».

I programmi cambiati del Capecchi desaparecido

20.07.2021
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Che fine ha fatto Capecchi? La stagione va forte. Campioni e vittorie si rincorrono, aerei decollano e aerei atterrano e tu gli corri appresso. Programmi si scrivono e programmi cambiano. Finché un giorno ti fermi, fai doverosamente l’appello e ti rendi conto che dell’umbro si sono perse le tracce da un pezzo. Rare apparizioni sporadiche quest’anno, un saluto al campionato italiano, ma né Giro e tantomeno Tour e a quanto risulta nemmeno la Vuelta.

A Livigno con Giada

Eros in questi giorni è a Livigno assieme alla sua compagna Giada che, gli diciamo scherzando, ormai è diventata più famosa di lui.

«E’ brava – dice lui, facendosi serio – alla fine è una soddisfazione anche per me. La vedo felice e siamo felici tutti. Le piace e riesce bene. Lo sapete, non sono un lecchino o un dispensatore gratis di complimenti, quindi se lo dico è perché lo penso e non perché è lei. E poi a sentire la gente, la pensano tutti come me. La apprezzano tutti».

La stagione era cominciata in Spagna senza avvisaglie di problemi e con programmi ben chiari: il Giro su tutto
La stagione era cominciata in Spagna senza avvisaglie di problemi e con programmi ben chiari: il Giro su tutto

Un bel mistero

La storia, per quello che si è capito, è che con l’avvento del nuovo corso in squadra, le azioni di Capecchi hanno cominciato a calare. Della stima reciproca con Rod Ellingworth ci aveva raccontato lui per primo all’inizio del 2020, ma adesso la musica è cambiata. E con la musica sono cambiati anche i programmi.

«Adesso perciò farò il Polonia – dice – e poi forse il Giro di Germania. Ho fatto l’italiano e poi di fatto sono stato fermo due mesi. Non so neanche io perché non ho partecipato a un grande Giro, ma di certo non ci sono stati intoppi fisici. Sto anche bene. Mi chiedo anche io che cosa sia successo. Quando a Miholjevic dissero che avrebbe preso lui il posto di Rod, chiamò noi più grandi e ci chiese di stargli accanto con la nostra esperienza. Ma da allora è cambiato tutto. E nonostante io abbia i migliori report da parte degli allenatori e dei direttori sportivi, vedo cambiare i programmi senza troppe spiegazioni».

La Liegi fuori programma, al posto del Teide per il Giro
La Liegi fuori programma, al posto del Teide per il Giro

Il Giro con Landa

Miholjevic e Capecchi si sono incrociati brevemente alla Liquigas, ma non si ha memoria di particolari amicizie o grandi tensioni. Sta di fatto che al momento la situazione di Capecchi è abbastanza complessa. Il cambiamento più insolito ad aprile. Il programma per lui prevedeva il Gp Indurain, il Giro dei Paesi Baschi e poi l’altura con Landa preparando il Giro d’Italia.

«Finché un giorno mi chiama Mikel – racconta – e mi chiede perché non vada più in altura. Io gli dico che si sbaglia, ma lui conferma che non ci sono nel gruppo di quelli che sarebbero andati sul Teide. Quando l’ho chiesto ad Artuso, mi ha detto che era stata una sorpresa anche per lui e che i programmi erano stati cambiati all’improvviso».

Ha corso il Giro di Svizzera dopo il ritiro al Giro del Delfinato
Ha corso il Giro di Svizzera dopo il ritiro al Giro del Delfinato

Cambio di programma

Eros più di tanto non racconta ed è comprensibile che non voglia seccature, ma la storia in realtà ci era già giunta alle orecchie. Succede infatti che a tre tappe dalla fine dei Baschi, lo chiamano per mandarlo direttamente alla Freccia del Brabante. Lui prova a chiedere se non ci sia qualcun altro, ma il programma è irremovibile e una volta lassù, gli dicono che farà l’Amstel per sostituire un compagno infortunato, poi la Freccia e la Liegi. Un modo come un altro per fargli capire che non correrà il Giro. Però gli dicono che andrà al Delfinato, ma dalla corsa francese deve ritirarsi per un attacco di allergia nella prima tappa. Dalla Francia finisce così a fare il Giro di Svizzera e dalla Svizzera corre l’italiano di Imola, aiutando Colbrelli a vincerlo.

«Così ho chiesto di poter correre in Sardegna – dice – di fare il maggior numero di corse possibili, ma la Sardegna non l’ho fatta e se non cambia nulla, andrò invece al Polonia, che di riflesso significa niente Vuelta. Ho 35 anni, mi serve correre, perché il livello è esagerato e se non corri, non riesci a fare bene. Sia alla Quick Step che qui ero venuto per dare una mano ai giovani, ma certo se non faccio i grandi Giri e vado solo in corse in cui c’è da limare, ho anche poco da insegnare».

Ha corso il campionato italiano, poi si è fermato nuovamente. Qui con Milan e Cruso
Ha corso il campionato italiano, poi si è fermato nuovamente. Qui con Milan e Cruso

Ci vediamo al Polonia

E così la stagione va avanti con la sensazione che la sua permanenza nella Bahrain Victorious sia ormai agli sgoccioli ed è un peccato. Pare che Alberati, il suo procuratore, non riesca a intavolare un discorso con Miholjevic.

«Perciò – conclude – sono venuto a Livigno il 13 luglio (in apertura è con Viviani, ndr) e cercherò di prolungare il soggiorno fino al 28. Poi correrò il Polonia e il Giro di Germania, arrivandoci al meglio e facendo il meglio di cui sono capace. E poi speriamo di fare un bel calendario di qui a fine stagione. Sono anche sereno però, in pace con me stesso, perché vado d’accordo con tutti, nessuno può dire niente del mio impegno e sono soddisfatto della mia carriera. Perciò, se non cambia niente, ci vedremo al Polonia».