EDITORIALE / Il ciclismo non ha ricette complicate

06.02.2023
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Una volta sulla cima di Guzet Neige, nel lontano Tour del 1995 (foto di apertura), chiedemmo a Marco Pantani se non trovasse strano correre e vincere così all’antica, con quegli attacchi da lontano che sembravano giungere da un ciclismo precedente. E Marco, cui certo non mancava una visione di ciò che avrebbe potuto rendere spettacolare questo sport, rispose in modo chiaro.

«Non credo di correre all’antica – disse – forse sono semplicemente troppo moderno».

Negli anni in cui si limavano i secondi in salita e si distribuivano minuti a crono, il ciclismo era più un esercizio di equilibri. Pertanto l’avvento di quello scalatore così… sovversivo ebbe lo stesso effetto che si osserva oggi quando nel gruppo ci sono Van der Poel e Van Aert, Pogacar ed Evenepoel. Nessuno si sognerebbe di fargli la stessa domanda, tutt’altro. Si elogia il ciclismo moderno che in certi giorni manda in malora i calcoli e fa esplodere il gruppo. Pantani faceva lo stesso.

Van Aert e Van der Poel concordi sull’importanza della loro rivalità: per lo sport e per se stessi
Van Aert e Van der Poel concordi sull’importanza della loro rivalità: per lo sport e per se stessi

La meraviglia di Hoogerheide

Non tutti sono capaci e non sempre le imprese sono possibili se non si ha un rivale che le renda necessarie. Il campionato del mondo di ciclocross corso ieri a Hoogerheide ne è stato la prova lampante. E le parole finali del vincitore Van der Poel davanti allo sconfitto Van Aert hanno ottimamente sintetizzato il concetto.

«Sono felicissimo per questa vittoria – ha detto l’olandese – che considero una delle tre più importanti. Incredibile, perché ottenuta a due passi da casa e scaturita al termine di una lotta leale ed appassionante con Wout. Vi assicuro che la nostra è una sana rivalità che fa bene a questo movimento e che ci migliora in modo reciproco. Certo quando si perde brucia, ma se manca uno di noi alla partenza, la gara non ha lo stesso sapore».

Il fatto che Van Aert, seduto accanto, gli abbia dato prontamente ragione fa capire che gli stessi campioni siano consapevoli di quale sia l’ambiente ideale per rendere lo sport davvero appassionante e una vittoria memorabile.

Il Tour del 2020 fu super avvincente per il duello fra Pogacar e Roglic
Il Tour del 2020 fu super avvincente per il duello fra Pogacar e Roglic

Il gioco delle coppie

Gli ingredienti sono sempre gli stessi e una sana rivalità è forse il principale. I monologhi di uno o dell’altro alla lunga stancano, i duelli all’ultimo colpo di pedale infiammano il pubblico. Coppi e Bartali. Gimondi e Merckx. Moser e Saronni. Hinault e Lemond. Bugno e Chiappucci. Cunego e Simoni. Pantani e Indurain, Tonkov oppure Ullrich.

La più grande sfortuna per un campione è non avere qualcuno contro cui lottare per la gloria. E’ stato ben più spettacolare il primo Tour di Pogacar vinto in extremis su Roglic, rispetto al secondo, corso senza veri avversari. Per lo stesso motivo è stato elettrizzante il Tour di Vingegaard, capace di disarcionare lo stesso Pogacar.

La differenza fra questi campioni e tutti gli altri, oltre alla dotazione naturale da cui non si può prescindere, sta nell’aver capito che per vincere bisogna rischiare di perdere. Per questo sono felici quando vincono e non fanno drammi eccessivi quando non ci riescono: se te la giochi a viso aperto, perdere fa parte del gioco. Le formule perfette e tutti i calcoli di questo mondo vanno bene quando ci si allena, poi però bisogna essere capaci di accettare il dolore che viaggia con la fatica, spingendosi sempre più a fondo. E questo a ben vedere è mancato troppo a lungo nel ciclismo degli ultimi anni.

Quintana ha corso i campionati colombiani da isolato: può correre, ma nessuno lo prende
Quintana ha corso i campionati colombiani da isolato: può correre, ma nessuno lo prende

Una grande primavera

Pensare che rivedremo presto Van der Poel e Van Aert contrapposti alla Strade Bianche, poi alla Sanremo e sulle stradine del Nord è già un buon motivo per augurarsi che la primavera arrivi in fretta. Aspettare Pogacar ed Evenepoel al UAE Tour sarà il primo momento per vedere contrapposti due che non si accontentano mai semplicemente di esserci. Il danno degli squadroni che fanno incetta di campioni sta proprio nell’impoverimento del gruppo. Sarebbe stato interessante vedere Evenepoel alla Liegi contro Alaphilippe, invece il francese è stato dirottato sul Fiandre.

Per lo stesso motivo Pantani rifiutò a suo tempo di infilarsi nella Mapei, pagando alla lunga di tasca propria. A ben vedere il mondo non è poi così diverso. Ci sono i campioni. Ci sono le grandi squadre. E c’è chi governa il ciclismo, esercitando il potere come meglio ritiene, spesso senza metterci la faccia. E così, dopo aver azzerato la Gazprom senza offrire una via d’uscita, adesso ha deciso di fermare Quintana e Lopez, facendo però in modo che la scelta ricada sugli altri. I due possono correre, hanno licenza e passaporto biologico. Che colpa ne hanno quelli che governano (e dispensano consigli: richiesti e non) se nessuno vuole più tesserarli? Squalificateli, se ci sono gli elementi, oppure lasciateli in pace. Che colpa avevano se il Tour smise di invitare Pantani, aprendo la strada al nuovo dominatore? Visto come finì la storia, peccato che dalle lezioni del passato non si riesca quasi mai ad imparare.

Le Cervélo della super corazzata Jumbo-Visma

04.02.2023
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E’ uno dei team di primissimo piano che ha cambiato in modo profondo una parte della dotazione tecnica. C’è il passaggio da Shimano a Sram, migrazione che include anche le ruote, ora Reverse ed i pedali, ora SpeedPlay/Wahoo. Ma ci sono anche le scarpe, che adesso sono ufficialmente Nimbl.

Ma c’è anche un cambio di una parte del parco bici, perché se la R5 e la S5, insieme alla crono Cervélo P5 trovano delle conferme, la Soloist sostituisce la Caledonia, indicata per il pavé e le corse della campagna del nord. Vediamo i dettagli principali delle bici del Team Jumbo-Visma.

Cervélo R5 e S5 i punti fermi

Le Cervélo R5 e S5 rinnovate sono state presentate ufficialmente tra la fine del 2021 e la stagione 2022. Si tratta rispettivamente della superleggera e della bicicletta aero, ma entrambe fanno parte di quella famiglia di biciclette che sono dei punti fermi anche per l’azienda stessa. Ogni corridore le ha in dotazione entrambe e il gruppo di atleti che prende parte alle corse del pavé utilizza anche la Soloist, modello che è comunque disponibile anche a quella parte del roster che ha necessità di usare questo modello. Durante il nostro viaggio olandese abbiamo chiesto una battuta a Edoardo Affini.

«Utilizzo molto di più la S5, si adatta maggiormente alle mie caratteristiche e al lavoro che devo svolgere anche per i compagni. Quello che colpisce della S5 è l’estrema versatilità, infatti è stata utilizzata anche durante i Grandi Giri nel corso delle tappe impegnative. E’ molto rigida ed ha una scorrevolezza che fa rima con velocità. Questo è un fattore che fa parte anche del DNA della R5, anche se è più scalatrice. La R5 è anche più leggera, nonostante il delta di peso non è esponenziale. Nel senso che anche la aero ha un peso ridotto».

Cockpit Vision e selle Fizik

C’è un largo impiego, sempre maggiore, dei manubri integrati Vision 5D: quelli con il profilo alare e l’arcuatura che volge verso l’avantreno. Rispetto al passato c’è una finitura esterna completamente diversa, nuova e con una trama molto fitta del carbonio. Con tutto ciò, viene ancora usata la “vecchia” combinazione piega rotonda/stem, quest’ultimo obbligatorio con la soluzione ACR che comprende anche la serie sterzo e che ottimizza il passaggio interno delle guaine.

Anche il Team Jumbo-Visma, come evidenziato in precedenza sulla Canyon di Gaviria e sulla Pinarello di Bernal, utilizza alcuni nuovi modelli e/o aggiornamenti delle selle Fizik. Ad esempio l’Antares.

Ci sono anche i tubeless

Ci sono anche le versioni delle ruote Reverse nella configurazione tubeless e spiccano quelle con profilo da 32 montate sulle R5 e con mozzi DT Swiss 240. I tubeless utilizzato sono i Vittoria Corsa da 28, versione graphene.

Le Cervélo P5 da crono

La P5 non necessita di molti approfondimenti, un modello che da sempre è preso ad esempio da chi vuole sviluppare la piattaforma da crono. Così è anche per la versione con i freni a disco in dotazione agli atleti TJV.

L’utilizzo della trasmissione Sram ha comunque portato qualche novità. Diversi atleti hanno iniziato a provare la monocorona anteriore proprio sulla bici da time trial e Sram prevede l’utilizzo dei comandi Blips wireless, senza fili. Con l’opportuna personalizzazione tramite la app Sram AXS, i pulsanti Blips non hanno limiti d’impiego e di associazione, dettaglio tutt’altro che banale e che da modo di aggiungere diversi pulsanti, ovunque il corridore lo voglia.

Metti nella stessa storia Bennett, Tarozzi e Pogacar…

23.01.2023
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«Ero partito per fare questa fuga – dice Tarozzi dopo la prima tappa della Vuelta a San Juan – ma non tutte le fughe arrivano. Ci siamo subito rotti e quando l’accordo non c’è, è difficile arrivare al traguardo. Alla fine abbiamo anche tirato un po’ i remi in barca. Ho sofferto il caldo, da noi è inverno mentre qua è estate e ancora non siamo abituati. Però a Imola c’era più caldo…».

Manuele Tarozzi, romagnolo di 24 anni al secondo da professionista, ha avuto tempo per riprendere fiato e recuperare un po’. A Imola rimase in fuga per tutto il giorno del suo compleanno: Colbrelli vinse il tricolore, lui era conciato decisamente peggio. Ma proprio dopo il traguardo, dilettante fra i grandi, ammise che quella corsa gli avrebbe cambiato la vita. Anche ieri è stato in fuga per tutto il giorno e si è arreso quando in testa con lui è rimasto soltanto Velardez, corridore della Municipalidad de Pocito, mentre in testa al gruppo iniziavano a lavorare gli uomini dei velocisti. Coincidenza o no, la mattina alla partenza ci ha raccontato una storia…

Il primo sprint

Sam Bennett ha vinto la prima tappa, con una volata prepotente nel caldo e nel baccano della Capitale. Alle sue spalle, Morkov che ha perso Jakobsen per uno sbandamento del gruppo, e Nizzolo. Una giornata destinata allo sprint, anche se i nomi più giocati alla vigilia erano appunto altri.

«Avevamo studiato il finale per due volte – racconta Bennett – e stamattina abbiamo fatto l’ultima prova, ma è sempre difficile fare piani. Ero molto nervoso, lo eravamo tutti. Nella prima corsa si cerca il ritmo, non è facile. Il primo sprint è il più pericoloso della stagione, che tu lo vinca o no. E’ fantastico aver iniziato con una vittoria, ma non è stato facile. La parte più dura è stato tenere il ritmo dei miei compagni, che sono stati fantastici. La sensazione di passare per primo sulla linea è stata bellissima».

Buttrio, 7 agosto 2016

Ma in questo giorno veloce e caldissimo, la storia che ci piace ricordare è appunto quella raccontata a sua volta da Tarozzi, che si svolse sei anni fa sulle strade del Friuli, quando lui era junior e il professionismo ancora un miraggio. Era il 7 agosto del 2016, il gruppo degli juniores era in rotta verso il Giro della Lunigiana.

«C’è questa gara dalle parti di Udine, da Buttrio a Ravascletto. La prima parte pianeggiante e poi ci sono due salite nel finale. L’arrivo in salita è di 5-6 chilometri. Io ho la sfortuna di cadere dopo 50 chilometri. Un peccato, perché sono in condizione, ma mi sento addosso quel po’ di paura di stare in gruppo. Mi sono fatto male, un po’ ti resta nei pensieri…». 

Lui parlava e intorno c’era il viavai di corridori chiamati al foglio firma all’ombra dello stadio cittadino. La città deserta nel primo pomeriggio della domenica si stava ravvivando per la partenza.

«Allora per evitare problemi, decido di andare in fuga con altri tre. Arriviamo di buon accordo ai piedi dell’ultima salita e appena la imbocchiamo, aumento subito il passo. Solo io però, il gruppo resta a 30 secondi. Sento il fiato sul collo, le moto che mi superano, ma decido di tenere duro».

Uno sloveno sul podio

Il racconto andava avanti, mancava mezz’ora alla partenza. Rossato impartiva i suoi ordini con il tono veneto e squillante, scherzando con Zanoncello.

«Mancano 2 chilometri e io vado su a tutta, quando mi arriva accanto De Candido, che all’epoca era commissario tecnico degli juniores. Arriva e mi dice di andare tranquillo, che ormai è fatta e che l’ultima parte è discesa».

Tarozzi vince per distacco la Buttrio-Ravascletto del 2016. Alle sue spalle, staccato di 26 secondi arriva uno sloveno che ha i suoi stessi anni: tale Tadej Pogacar. 

«E’ una cosa di tanti anni fa, ma è vero che dopo quel giorno lui andò a vincere il Lunigiana. Partecipai anche io, ma avevo sottovalutato la caduta di quel giorno verso Ravascletto. Mi ero bruciato la gamba, ma sul momento le botte non le senti. Mi venne un’infezione, andai comunque al Lunigiana, però non andavo più come prima…».

Tarozzi ha tagliato il traguardo staccato dal gruppo dei velocisti: stanco, ma non allo stremo
Tarozzi ha tagliato il traguardo staccato dal gruppo dei velocisti: stanco, ma non allo stremo

«Quando Pogacar ha vinto il Tour – ancora Tarozzi – non è che ci sono rimasto male. L’ho visto e ho pensato: questo ha già vinto il Tour e io sono ancora nei dilettanti. Poi ho capito che ognuno ha il suo stadio di crescita e adesso spero di poterlo ribattere, prima o poi.

«L’anno scorso ero partito bene, ma mi sono rotto una gamba. Quest’anno secondo me saprò fare bene. Non so quanto margine abbia, però secondo me posso migliorare tanto. Magari non per vincere il Tour – ha sorriso – ma intanto per andare in fuga oggi…». 

Detto e subito fatto!

Matxin lancia la rincorsa UAE al tetto del mondo

30.12.2022
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Non si muove niente senza la benedizione di Matxin. Il UAE Team Emirates è una squadra molto strutturata. Gianetti è l’ammiraglio. Agostini opera fra logistica, marketing e comunicazione. Ma se c’è da parlare di corridori, non c’è nessuno come il basco di Basauri.

“Macho” è stato per anni capo di se stesso, nella veste di talent scout e conoscitore del ciclismo. Ha compiuto 52 anni il 20 dicembre e nella sua carriera ha portato fior di corridori in fior di squadre. Non faceva il procuratore: i team manager sapevano che, parlando con lui, al centro c’era l’atleta e non l’interesse di qualcuno che fosse interessato a venderlo. Gianetti lo ha tolto dal mercato e ha dato al team un valore aggiunto pazzesco. Nel frattempo Matxin ha continuato a tessere la rete dei contatti e nella sua scuderia si contano alcuni dei talenti più forti e meno conosciuti al mondo.

Lo abbiamo incontrato nel media day del UAE Team Emirates, quando è stato evidente che lo squadrone si sia rinforzato per reggere l’urto della Jumbo Visma.

L’arrivo di Adam Yates risponde alla necessità di rinforzare il comparto degli scalatori
L’arrivo di Adam Yates risponde alla necessità di rinforzare il comparto degli scalatori
Avete fatto le cose in grande…

Cresciamo, ci rinforziamo. Prendiamo il corridore più forte per bilanciare la squadra. Non è che prendiamo quattro corridori forti senza sapere dove metterli. Li prendiamo per metterli dove crediamo di averne bisogno. Cerchiamo di farli crescere a livello individuale, come ha dimostrato Pogacar. Con tutto il rispetto per i rivali, vogliamo diventare la squadra numero uno al mondo.

Ti ha sorpreso più che Tadej non abbia vinto il Tour o che Ayuso sia arrivato sul podio della Vuelta?

Sinceramente mi ha sorpreso più che Tadej non abbia vinto il Tour, nel senso che non mi aspettavo una sua giornata no, perché non ne aveva mai avute. Però può succedere. Come il primo anno che abbiamo vinto il Tour, quando lui ebbe una giornata super e Roglic una completamente negativa. Può accadere. Ovviamente quando viene a nostro vantaggio, sembra tutto più bello, quando accade al contrario fa male (ride, ndr). Ma il ciclismo non è matematica. Abbiamo un corridore che fa cose normali, non straordinarie. Tadej non fa cose straordinarie: fa cose normali straordinariamente bene.

Due uomini di punta per la Vuelta: Ayuso da scoprire e Almeida leader: lo schema di Matxin era questo
Due uomini di punta per la Vuelta: Ayuso da scoprire e Almeida leader: lo schema di Matxin era questo
Invece Juan?

Rispetto ad Ayuso… Sapete l’amicizia che c’è e i passi che gli lo ha fatto fare. Lui ha sempre ascoltato i consigli, ci ha sempre creduto. Sapevo che poteva essere molto avanti, ma nel professionismo tante volte non sai dove puoi arrivare: non per il tuo livello, ma perché fai fatica a capire quello dei rivali. Per quello c’è da rispettarli sempre. Poi ovviamente ci sono le tante variabili. E’ successo che è caduto e magari poteva non fare il podio. Per questo siamo partiti con Almeida leader e con Ayuso dietro, coprendolo e non mettendogli pressione. Volevamo vedere quello che avrebbe fatto, giorno per giorno, soprattutto dopo la decima/dodicesima tappa. Il suo limite di tappe era il Giro U23, che dura 10 giorni. Non si può chiedere a un ragazzo di 19 anni nient’altro che non sia fare il meglio di se stesso.

Hai parlato di Almeida: come valuti il suo percorso?

Joao lo conosco da quando era junior e ho vissuto la sua progressione. Mi ricordo quando è andato alla Trevigiani, perché aveva bisogno di una squadra come quella, in cui ha fatto un passo di qualità vincendo due corse. Poi abbiamo capito che aveva bisogno di andare con Axel Merckx alla Hagens Berman Axeon. Quindi l’ho aiutato a passare alla Quick Step e poi qui alla UAE. Il problema è che se pure un corridore sta crescendo in modo perfetto, quando prende per 15 giorni la maglia rosa, sembra condannato a vincerla l’anno dopo. Invece Joao sta facendo i passi giusti, molto giusti. Sono veramente contento, però in questi anni ha avuto anche sfortuna.

Almeida continua a crescere: secondo Matxin nel 2023 farà un altro passo in avanti
Almeida continua a crescere: secondo Matxin nel 2023 farà un altro passo in avanti
Quando?

Senza il Covid al Giro d’Italia 2022, sono convinto che faceva almeno terzo. Non so se di più, ma un terzo lo faceva (il portoghese si è fermato dopo la 14ª tappa quando era in quarta posizione, ndr). Poi ha preparato la Vuelta, ma è rientrato tardi per fare un buon recupero. Ha corso a Burgos, è andato in altura e nella prima settimana di corsa ha sofferto tanto. E’ andato migliorando e ha chiuso quinto. Ha avuto due momenti precisi – il Covid al Giro e la Vuelta in cui è partito con il piede sinistro – ma per il resto sono contento di come si è mosso. E’ andato al Catalogna e ha dimostrato che poteva battere i migliori al mondo, è andato nelle corse più importanti ed è stato ad altissimo livello. Sono convinto che il prossimo anno Almeida farà un altro passo in avanti.

Secondo te quei 15 giorni in maglia rosa sono diventati un peso?

No, non li ha sofferti. Era e sarà ancora il nostro leader al Giro d’Italia, senza dubbi. Ma ha vissuto quello che nel 2023 succederà probabilmente, con tutto il mio rispetto, a Juanpe Lopez. Dopo i suoi 10 giorni in maglia rosa e il decimo posto finale, se l’anno prossimo arriverà dodicesimo, sembrerà che non abbia fatto niente. Ma non è una questione matematica.

Matxin e Agostini: lo spagnolo dà qualche suggerimento sulla curvatura del portabici
Matxin e Agostini: lo spagnolo dà qualche suggerimento sulla curvatura del portabici
Cioè?

Almeida sta facendo i suoi passi in modo progressivo. Nessuno si aspettava che fosse vincente quest’anno o l’anno scorso quando è arrivato sesto, oppure due anni fa quando ha preso per 15 giorni la maglia rosa. Però va sempre in crescendo e per questo sono veramente contento. E’ professionale e rispettoso. Al UAE Tour ha tirato per Tadej come una ventola e lo stesso è arrivato quinto. Se non avesse tirato tanto il giorno in cui Tadej ha vinto, avrebbe fatto secondo o terzo al massimo. Questo significa che ha un cuore grande. E’ facilissimo lavorare con ragazzi intelligenti e svegli come Tadej e Joao. C’è un’atmosfera bellissima, la vedete anche qua. Fra loro c’è rispetto, sono intelligenti, sanno che insieme possono essere più forti che da soli. Per questo sono soddisfatto.

Nel frattempo intorno sta crescendo la squadra…

Credo che debba essere tutto bilanciato, per lo stesso motivo per cui non prendiamo corridori a caso. Se dobbiamo chiedere a ognuno il 120 per cento, dobbiamo dargli il 120 per cento. Anzi, tante volte è importante darlo prima, per poi chiederlo. Per questo anche come squadra cerchiamo di dare sempre il massimo. Possiamo farlo dando il miglior staff, il miglior materiale, i migliori alberghi, i migliori preparatori, il recupero. Dobbiamo scegliere solo quello che sia il top. Non dobbiamo solo trovare il miglior corridore del mondo, dobbiamo essere la miglior squadra al mondo per trovare il migliore al mondo. 

«Tadej – dice Matxin – non fa cose straordinarie, fa cose normali in modo straordinario»
«Tadej – dice Matxin – non fa cose straordinarie, fa cose normali in modo straordinario»
Si studiano anche gli avversari?

Sì, tanto. Due anni fa chi vinceva sempre la classifica a squadre era la Quick Step, ora su chi scommettereste? Come per i giovani. Mi chiedono tutti se il Tour sarà nuovamente una lotta fra Tadej e Vingegaard, ma voi siete convinti che non ci sarà qualcun altro? Si aspettavano Remco Evenepoel e Ayuso e adesso bisogna credere che non salterà fuori nessuno? Arriverà, ve lo garantisco. Per questo dobbiamo guardare non solo al fianco, ma al più esterno possibile. Perché nessuno va indietro, stanno arrivando da tutti i lati. Questa non è solo una competizione a livello sportivo, è la gara per diventare la migliore squadra del mondo a 360 gradi.

Sprint, salita e intensità: la rotta di Trentin per il Nord

22.12.2022
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Trentin non farà il Giro, farà di certo le classiche del Nord su cui punta forte, ma non sa ancora se farà il Tour. E’ bastato collegare i puntini per trovare rispondenze fra le parole di Matteo (foto Fizza in apertura) e quelle di Bennati sul miglior modo per arrivare al mondiale di Glasgow.

«Il Tour non è ancora in programma – spiega Trentin, che a Glasgow nel 2018 vinse il campionato europeo – dipende da un po’ di cose. Vogliamo andare con la squadra più forte possibile per tornare a vincerlo, quindi bisogna mettere tutte le cose al loro posto. Il mondiale? Dalla cartina per adesso non si capisce molto. Ma se devo ricordare il percorso degli europei, dico che era super tecnico. Destra, sinistra e una valanga di curve e rilanci. In più, fu reso ancora più tecnico dal fatto che pioveva, cosa che da quelle parti succede abbastanza spesso anche d’estate. Quella sarà una variabile molto importante. Se il percorso è simile, vedrei corridori da classiche più che velocisti, specialmente in caso di pioggia. Il giorno che vinsi io, fu un tira e molla tutto il giorno e poi si staccò quel gruppetto e andammo via. Anche perché dietro gli altri erano già cotti».

Europei di Glasgow 2018, Trentin precede Van der Poel e Van Aert. Dietro Cimolai esulta
Europei di Glasgow 2018, Trentin precede Van der Poel e Van Aert. Dietro Cimolai esulta

Fiandre con Pogacar

Incontro nel ritiro del UAE Team Emirates con l’italiano che negli ultimi cinque anni è andato più vicino a vincere un mondiale e che a Wollongong è stato il regista in corsa nella prima nazionale di Bennati. Glasgow è un punto, ma prima c’è da pensare alle classiche e alla sua voglia di vincerle, che lo scorso anno si infranse sulla strada della Parigi-Nizza, con il trauma cranico che lo costrinse a fermarsi. La vittoria a Le Samyn era stata un bel lancio, invece si fermò tutto.

«Speriamo bene per quest’anno – dice facendo scongiuri – comincerò a Mallorca e vediamo di portare a casa qualcosa di decente. Al Fiandre avrò accanto Pogacar e sarà un vantaggio, ci sarà anche Wellens. Se guardate la Quick Step, la loro forza è avere più opzioni e la possibilità di far andare la corsa come vuoi tu. Io, dalla mia parte, lavoro per migliorare su quello che effettivamente si può ancora modificare».

Pogacar e Trentin durante il sopralluogo sul percorso dell’ultimo Fiandre
Pogacar e Trentin durante il sopralluogo sul percorso dell’ultimo Fiandre

Allenamenti mirati

L’osservazione di Pozzovivo per cui ogni anno che passa costringe tutti, anche i corridori più esperti, ad alzare il proprio livello, trova ancora una conferma.

«L’esperienza in questo aiuta – dice Trentin – perché non tutti hanno bisogno delle stesse cose. Per gli scalatori contano anche i 100 grammi di differenza, io invece ho bisogno di allenamenti sempre più mirati. Ormai si vanno a cercare anche gli sforzi di 30 secondi, per le corse in cui lo strappo dura quel tempo lì. Perciò ho aggiunto cose e cambiato le tempistiche del lavoro, in base agli obiettivi. Ho ripreso a lavorare bene sulle volate, tornando a un livello degno. Ma al contempo per certe classiche devo anche migliorare un po’ in salita. Non parliamo di allenamenti troppo lunghi, non ho mai fatto miliardi di ore. In proporzione ne faccio di più nei ritiri, anche perché se esci in gruppo è più facile aumentare il tempo di lavoro».

Il 2023 sarà la terza stagione di Trentin nel team di Gianetti
Il 2023 sarà la terza stagione di Trentin nel team di Gianetti

Tempo di sciare

Da oggi la preparazione di Trentin cambierà però faccia, come avevamo raccontato anche lo scorso anno. La famiglia lascerà Monaco per trasferirsi in Val di Fiemme e la bicicletta rimarrà in cantina.

«Dalla Spagna a Madonna di Campiglio – spiega Matteo – perché Claudia (sua moglie, ndr) farà la speaker alla Coppa del mondo di sci. Poi dal 23 si comincia con il fondo. In Val di Fiemme è più freddo che in Valsugana e non avendo più compagni di allenamento, mi sembra perfetto. Una volta, quando correvano ancora Moreno Moser e Quinziato, andavo con la macchina in Val d’Adige e da lì partivamo in bici. Poi loro hanno smesso e farmi un’ora di macchina per andare ad allenarmi da solo col freddo ha smesso di sembrarmi una buona idea, così sono passato al fondo, con i rulli per far girare ogni tanto le gambe.

«L’anno scorso ho fatto 11 uscite per un totale di 450 chilometri. La capacità aerobica aumenta e per la potenza vai in palestra. Diventa un allenamento strutturato. Mi sono consultato con un allenatore di fondo e ho inserito dei lavori che fanno anche loro. Se fai 50 chilometri, sono due ore di spinta continua. La bici la riprenderò a Monaco. Ma l’anno scorso arrivai al ritiro del 3 gennaio che non la toccavo dal 17 dicembre».

Da Scarponi ad Ayuso, i 13 anni di Ulissi fra i pro’

21.12.2022
5 min
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Diego Ulissi, due volte campione del mondo juniores, due anni da U23 con 6 vittorie, professionista dal 2010 con 45 vittorie. Eppure, forse per il suo carattere schivo, di lui si parla troppo poco. Intendiamoci, non ha vinto grandi classiche né Giri, ma in questo ciclismo che non naviga nell’oro, una voce come la sua merita di essere ascoltata. Non lo aiuta probabilmente il fatto di aver barattato la ricerca di luce propria con una posizione sicura nel UAE Team Emirates, ma è certo che il suo apporto si sente e quando gli hanno lasciato spazio, le sue vittorie le ha sempre portate a casa. Anche per questo nelle tasche ha un contratto fino al 2024, che lo mette al riparo da brutte sorprese. Diego non ha mai cambiato squadra.

«Ho già 33 anni – sorride – il prossimo anno andiamo per i 34. Sembra ieri che sono passato professionista, invece inizio già il quattordicesimo anno. Sono volati, sono passati bene e questo conta. Perciò mi aspetto un anno importante, in cui ci saranno occasioni anche per me. Farò corsa a supporto dei leader, insomma, come è successo in questo ultimo anno, ma cercherò le mie occasioni».

Ulissi è del 1989 ed è passato professionista nel 2010: non ha mai cambiato squadra
Ulissi è del 1989 ed è passato professionista nel 2010: non ha mai cambiato squadra
Tra i vecchietti del gruppo, sei uno di quelli che non ha risentito per niente del lockdown, tanto da aver vinto due tappe al Giro 2020 e il Giro del Lussemburgo.

Vero, quando c’è stata la ripartenza, sono andato subito forte. Sono riuscito a vincere 5 gare, quindi non l’ho sentita più di tanto. Il problema è stato dopo con il cuore, per il quale sono stato fermo più di due mesi. Insomma, l’anno scorso sono partito un po’ in ritardo e ho dovuto rincorrere. Nonostante questo comunque, la stagione era andata bene, non avendo fatto la preparazione invernale. Invece…

Invece?

Dal ritrovarsi contenti per come era andato il 2021, questo anno ho preso il Covid due volte a inizio anno e mi ha rallentato parecchio. E’ stato così anche per tanti altri, però la prima parte è stata un po’ fiacca, la seconda decisamente meglio.

A Malemort, Ulissi vince così la terza tappa del Tour du Limousin
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Come valuti la tua carriera finora?

Per me è gratificante essere in appoggio della squadra, essere determinante. Anche nelle ultime gare corse per Tadej (Pogacar, con lui in apertura dopo la vittoria alla Tre Valli Varesine, ndr) ho dimostrato di saper fare bene e in modo incisivo il mio lavoro. In aggiunta, ci sono tantissime corse durante la stagione in cui ci saranno occasioni anche per me. Pogacar è il numero uno al mondo, quindi il leader assoluto della squadra e ogni volta che corre è una garanzia. E poi c’è Ayuso, che sta dimostrando grandissimi numeri, nonostante sia giovanissimo. I risultati sono dalla sua.

Farai il Giro?

Probabilmente sì, tanto ormai sono indirizzato lì da tantissimi anni. Inoltre è una gara in cui ho fatto sempre bene, quindi vado più che volentieri.

Guidi e Ulissi, entrambi toscani: il diesse pisano è nel team dal 2021
Guidi e Ulissi, entrambi toscani: il diesse pisano è nel team dal 2021
Un tempo avevi in testa la Liegi.

La Liegi è sempre stata una gara che mi ha affascinato, però è una gara molto dura e non sono mai riuscito a essere tra i protagonisti. Mi dispiace perché a un certo punto bisogna capire quali sono i propri limiti, però mi sarebbe piaciuto essere tra protagonisti. Ci sono riuscito nella Freccia Vallone, in cui ho raggiunto anche il podio. Insomma, altre gare importanti. Ma la Liegi mi ha affascinato dalla prima volta che l’ho fatta.

Cos’ha Pogacar che tu non hai?

Lo vedi in allenamento che ha valori eccezionali, qualcosa fuori dalla norma. Poi la cosa che mi piace di lui è che comunque è costante per tutto l’anno. A ogni corsa che fa, parte per vincere. Quello che mi ha sorpreso sin da quando è passato è proprio la mentalità. Il voler dimostrare di essere il più forte ogni volta che mette il sedere sulla bici. Insomma questa è una grandissima forza. A volte in allenamento si fa battaglia. Non sempre, però quando ci avviciniamo alle competizioni, ogni tanto ci parte… l’embolo. Anche questo fa parte dello stile di allenamento di ora.

Al Giro del 2020, corso in ottobre, per Ulissi due tappe vinte: questa la prima, ad Agrigento
Ulissi
Al Giro del 2020, corso in ottobre, per Ulissi due tappe vinte: questa la prima, ad Agrigento
Hai parlato dei tuoi limiti, a che punto della storia hai capito che tipo di corridore saresti diventato?

Quando sono passato professionista, onestamente, non capivano tanto e io per primo che stile di corridore sarei diventato. Ho sempre avuto l’indole del finisseur, la capacità di concretizzare uno sprint ristretto, per cui mi sono sempre visto in questa direzione qui. Invece c’è stato un momento proprio all’inizio, mi pare al secondo Giro d’Italia, che ho fatto nei 20 o giù di lì (nel 2012, arrivò 21°, ndr). Quindi gli era presa questa idea strana di puntare anche alle classifiche generali. Quando però mi sono accorto che magari riuscivo a vincere anche un paio di tappe, mi sono voluto concentrare su quello piuttosto che magari fare ottavo/nono in generale. Le vittorie rimangono, insomma…

Quali sono stati i tuoi riferimenti da giovane?

Nei primi anni, ci sono stati Scarponi e Petacchi, ma anche Righi e Spezialetti. E poi Emanuele Mori, che mi ha accompagnato diciamo per tutta la carriera. Lui è stato insomma il punto di riferimento vero e proprio. Ci siamo allenati tantissimo insieme. Tutte persone cui devo tantissimo. Io poi ero uno che ha sempre ascoltato parecchio. Cercavo di capire. Insomma dalla loro esperienza, ho cercato di rubargli il mestiere.

Ulissi e Covi dividono spesso la stanza. Nella UAE per ora ci sono 4 italiani. Gli altri sono Formolo e Trentin
Ulissi e Covi dividono spesso la stanza. Nella UAE per ora ci sono 4 italiani. Gli altri sono Formolo e Trentin
Qualcuno sta cercando di rubarlo a te?

Adesso è cambiato parecchio, perché ai giovani che passano hai poco da insegnargli. Però ci sono persone, come ad esempio Covi, che mi chiede tutto e cerca di crescere anche così. Siamo spesso in camera insieme, due della vecchia scuola italiana che ancora resiste.

Romele per Natale si regala uno stage con la UAE

20.12.2022
5 min
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Nella settimana che ci porta lentamente, ma freneticamente, verso Natale siamo tutti alla ricerca degli ultimi regali. Alessandro Romele, però, ha già aperto il suo: uno stage di una settimana con la UAE Emirates. Una nuova esperienza, tanto divertimento e molti consigli da chi ha vissuto gli stessi passaggi del corridore del Team Colpack-Ballan

«Dal caldo di Benidorm sono tornato al freddo italiano – racconta il corridore di Iseo – si stava meglio là, ma tornare a casa è sempre bello. L’aria si fa pungente e il clima non perdona, per fortuna i materiali si sono evoluti e non si soffre più di tanto».

Per Romele tanti chilometri al caldo della Costa Blanca
Per Romele tanti chilometri al caldo della Costa Blanca
Come è nata l’idea di fare questo stage?

Un mix di volontà comuni, tra la Colpack e la UAE Emirates. Loro visionano tanti ragazzi e noi ci godiamo una settimana con i grandi. 

Quanto è durata la tua esperienza?

Una settimana, dal 10 al 17 dicembre. Si tratta di un progetto che permette di arricchire il corridore e la persona. Dal primo punto di vista acquisisci un metodo nuovo e ti confronti con persone di grande esperienza. Dal secondo, invece, lo stesso confronto passa dalle storie e dalle esperienze che questi corridori hanno già fatto e sulle quali ti possono consigliare e suggerire. 

In che modo si è svolta la tua settimana?

Sono arrivato sabato abbastanza tardi, così domenica per non pesare troppo sul fisico ho fatto una prima sgambata. Nei giorni a seguire si è fatta la tripletta con un bel carico di ore e di chilometri. Avevo molta libertà dalla Colpack, si erano solo raccomandati di non spingere troppo. 

Per Covi un passato nella Colpack Ballan da under 23, un triennio fondamentale per maturare
Per Covi un passato nella Colpack Ballan da under 23, un triennio fondamentale per maturare
Come si svolgeva la giornata tipo?

Si partiva abbastanza presto, intorno alle 9, così da avere più tempo per altre attività nel pomeriggio: massaggi, presentazione dei materiali e interviste. 

Eravate divisi in gruppi di lavoro?

Sì, non ero l’unico stagista presente, c’era anche un altro ragazzo e quindi noi due eravamo sempre insieme. Generalmente venivano formati quattro gruppi da 6 corridori. Ho avuto la fortuna di pedalare con un po’ tutti. 

Il giorno più particolare?

Uno degli ultimi, venerdì, quando mi sono allenato con Pogacar. Sono finito in gruppo con lui e abbiamo fatto ben quattro ore con tanti chilometri. Eravamo di più rispetto ai soliti sei, anche perché con tanti chilometri da affrontare era necessario. Ci si dava un po’ di cambi in più. 

Romele è al secondo anno con la Colpack Ballan, il 2022 è stato ricco di sfortuna, ora cerca un riscatto (foto Facebook Colpack Ballan)
Romele è al secondo anno con la Colpack Ballan (foto Facebook Colpack Ballan)
Che sensazione dà pedalare accanto a un plurivincitore del Tour de France. 

E’ bellissimo! Ed è stato anche molto, ma molto divertente. Nel fare il nostro giro la squadra ha deciso di farci fare la classica pausa bar. Majka continuava a dirmi: «Mangia, mangia che sei giovane, non devi fare diete». Una volta ripartiti, per gli ultimi quaranta chilometri, hanno deciso di simulare la gara. Ragazzi che spettacolo, si scattavano in faccia l’uno con l’altro senza risparmiarsi nulla. 

Com’è stato resistere ad uno scatto di Pogacar?

Eh, ripartire così forte dopo la pausa bar è tosta. Non so come le mie gambe abbiano resistito – dice ridendo di gusto – direi che mi sono difeso bene. Non ho sfigurato, anche se non saprei dire a che percentuale di impegno fossero.

In questi giorni con chi hai parlato di più?

Con Ulissi, Covi e Trentin

Cosa ti hanno detto?

Ulissi mi ha dato l’impressione di essere molto serio e professionale, un corridore che ha fatto le cose per bene. Altrimenti non rimani per così tanto tempo a quel livello. Mi ha raccontato del suo primo anno da under 23, anche lui ha avuto delle difficoltà, ma la stagione successiva è riuscito a trovare il ritmo e andare forte. Ecco, direi che mi ha rincuorato vista la sfortuna che ho avuto nel 2022. 

Trentin è uno dei punti di riferimento per i giovani della UAE, qui con Ayuso al ritiro di Benidorm
Trentin è uno dei punti di riferimento per i giovani della UAE, qui con Ayuso al ritiro di Benidorm
Con Covi, anche lui in Colpack quando era under, di cosa hai parlato?

Abbiamo scoperto di avere molto in comune, il suo allenatore da junior è lo stesso che mi ha seguito quando ero al secondo anno della categoria. Anche lui mi ha raccomandato di non avere fretta. Mi ha spiegato che i primi due anni da under sono stati difficili e che il vero salto di qualità lo ha fatto al terzo. Meglio prendersi un anno in più da under 23 piuttosto che arrivare acerbo e faticare il triplo da professionista

E Trentin? Uno che con i giovani parla molto…

Anche con lui ho scoperto di avere una conoscenza in comune. Uno dei tanti osteopati che lo segue lavora anche con me. Siamo partiti da questo dettaglio per legare un po’ e parlare di tanti aspetti, anche tecnici. Lui, come Ulissi, mi ha dato l’impressione di essere un corridore davvero scrupoloso, che ha dato tanto per raggiungere tutti questi traguardi. 

Dal punto di vista dei materiali, della bici, ti han dato qualche consiglio?

Ho scambiato qualche battuta anche su questo argomento ovviamente. Dalla mia parte ho la fortuna di essere un “maniaco” della bici e quindi mi seguo molti tutorial e imparo di mio, sono uno curioso. Quando c’è stata la presentazione di Colnago, infatti, ero in prima fila, con le antenne dritte. 

La stessa opportunità che ha avuto Romele l’ha avuto anche Ayuso in precedenza
La stessa opportunità che ha avuto Romele l’ha avuto anche Ayuso in precedenza

Esperienze simili

L’interessante opportunità data da parte del team UAE a Romele è la stessa che fu data ad Ayuso quando lo spagnolo era in maglia Colpack. 

«Si tratta dello stesso progetto – racconta Gianluca Valoti – tra me e Matxin, Giannetti ed Agostini c’è un bel rapporto di amicizia e così ai ragazzi viene data questa occasione. Non è nulla di concreto o di certo, si tratta di un’esperienza per vedere come funziona il WorldTour. Lo stesso rapporto c’è anche con Bramati, infatti lo stesso Romele l’anno scorso, sempre a dicembre era andato a fare la stessa esperienza in QuickStep».

EDITORIALE / I ritiri di dicembre e le foto segrete

19.12.2022
5 min
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Una foto segreta, camuffata, sfocata di proposito. L’altro giorno nell’hotel che ospita la Jumbo Visma fra le campagne di Denia, un tipo di origine imprecisata, forse in meccanico, ci ha redarguito in modo molto energico perché stavamo per scattare delle foto a Roglic che si accingeva a uscire per l’allenamento. Era chiaro che il motivo fossero le nuove dotazioni tecniche di scarpe e gruppi, che non possono essere mostrate fino al primo gennaio e a nulla è valso spiegargli che avremmo utilizzato le immagini solo nel 2023. Nel parcheggio dello stesso hotel, ragazzi della Cofidis che si stavano preparando per uscire, hanno lasciato scattare le foto e fare interviste, chiedendo con garbo di pubblicarle nel nuovo anno.

Stessa cosa alla Trek-Segafredo e al UAE Team Emirates di Tadej Pogacar. Qui un manager si è accorto che un corridore nuovo si stava facendo intervistare con un video, usando i nuovi materiali e ha chiesto subito all’addetto stampa di farglielo presente, ma il corridore ha proseguito, avendo forse una liberatoria. Il problema non sono le squadre, ma le regole.

Ci si allena vestiti con i capi 2023 perché è la prima occasione per avere riscontri: non sempre sono ammesse le foto
Ci si allena vestiti con i capi 2023 perché è la prima occasione per avere riscontri

Calendari sovrapposti

Poco prima, parlando con un atleta azzurro, il discorso era finito sul calendario 2023 di coloro che fanno strada e pista. La sua osservazione non era peregrina.

«Si spinge tanto – diceva – verso la multidisciplina e poi scopri che le Coppe del mondo di pista le fanno durante le classiche del Nord, mentre fare i mondiali tutti insieme a Glasgow finirà col penalizzare proprio gli atleti polivalenti. Quelli che dovranno scegliere oppure proveranno ugualmente il doppio impegno fra strada, pista o mountain bike e rischieranno di non riuscire a recuperare bene».

Campioni e pista

Terzo spunto di osservazione: la Track Champions League, carosello organizzato dall’UCI in prima persona, cercando di sintetizzare lo spettacolo delle Sei Giorni con i valori tecnici dei mondiali su pista. Il risultato della seconda edizione è stato quasi un flop, con Eurosport che l’ha trasmessa essendo coinvolta direttamente nell’organizzazione, ma poco pubblico, pochissima attenzione da parte dei media e un campo partenti mutilato dal fatto che i più forti fossero in vacanza dopo la stagione su strada e i mondiali su pista.

In proporzione e in barba al nome, c’erano più campioni nelle Sei Giorni di Gand e di Rotterdam di quelli impegnati nel circo messo in piedi dall’UCI.

La Champions League si è da poco conclusa, con tiepido ritorno d’immagine per il ciclismo
La Champions League si è da poco conclusa, con tiepido ritorno d’immagine per il ciclismo

Il paradosso dei contratti

C’è qualche conto che non torna e a farne le spese è come al solito il movimento nel suo complesso. La scadenza dei contratti al 31 dicembre è un controsenso dal momento in cui a dicembre nei primi ritiri, gli atleti hanno il diritto/dovere di provare i nuovi materiali. Possono utilizzare, ma non pubblicare, grazie a una deroga agli stessi contratti, tenendo dunque lontani i media (laddove necessario) affinché non realizzino le immagini di corridori che stanno usando materiale… illegale.

Il paradosso è che con quel materiale i corridori si allenano per tutto il giorno, per cui basta che qualcuno li riprenda lungo la strada e condivida foto o video su un social, perché le immagini diventino pubbliche e il segreto di Pulcinella venga svelato, come puntualmente accade. Non sarebbe più logico e funzionale che i contratti iniziassero e scadessero il 31 ottobre, dando modo agli atleti di terminare la stagione, iniziando da novembre con la nuova squadra?

Alla Trek-Segafredo nuovi corridori fra uomini e donne e nuovi materiali da non mostrare nelle foto
Alla Trek-Segafredo nuovi corridori fra uomini e donne e nuovi materiali da non mostrare nelle foto

Confusione UCI

Altro punto: i calendari troppo fitti. Infarcirli a questo modo ha una sola finalità, che è quella di incrementare le entrate di chi dagli eventi trae ricchezza: l’UCI. Per cui avendo una struttura imponente da mantenere, gli amici svizzeri cospargono di tasse gli eventi e di eventi il calendario.

Per come era strutturata un tempo, l’attività aveva un senso anche sul piano tecnico. Ora invece si pensa poco alle esigenze dei corridori e delle squadre. Per cui le nazionali sono costrette a schierare alcuni atleti per inseguire la qualificazione, sapendo già che non li porteranno ai mondiali o alle Olimpiadi, dove torneranno sulla scena i protagonisti. Il risultato è che agli ultimi mondiali Viviani non ha potuto correre la corsa a punti perché, non avendo partecipato alle varie qualificazioni, non aveva i punti necessari. Si può essere d’accordo o anche no, è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo, ma è impossibile pretendere che corridori come Milan, Ganna e Consonni corrano la Roubaix e poi salgano su un aereo per andare a correre in Canada dopo sei giorni la Coppa di Milton.

Il quartetto iridato di St Quentin en Yvelines parteciperà alle qualificazioni olimpiche? Molto difficile che accada
Il quartetto iridato di St Quentin en Yvelines parteciperà alle qualificazioni? Molto difficile che accada

Eccezioni alla regola

L’UCI ha deciso di decidere non per il bene del ciclismo, ma sempre in favore del tornaconto. Non hanno mosso un dito per aiutare i ragazzi della Gazprom-RusVelo, ma hanno agevolato il passaggio di Dylan Teuns alla Israel-Premier Tech nel cuore dell’estate, trovando una via d’uscita per la conta dei punti che, stando alla versione ufficiale, impediva di far accasare i corridori del team russo.

L’Unione che dovrebbe essere la casa madre del ciclismo appare invero piuttosto fuori fase. Al suo interno si susseguono avvicendamenti e si annunciano dimissioni, in una dimensione confusa ottimamente rappresentata dal sito istituzionale. Assai difficile da consultare e fatto apposta perché sia (quasi) impossibile districarsi nei suoi meandri.

Trenta 3K Carbon Mips: il casco disegnato da Pogacar

16.12.2022
3 min
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Pochi giorni fa vi abbiamo portato con Tadej Pogacar al ritiro della UAE Emirates in quel di Benidorm. Lo sloveno ha in mente tanti nuovi obiettivi e sta cercando il modo per accaparrarsi il terzo Tour de France. Per riuscirci però avrà bisogno anche di validi supporti tecnici, per questo il team si affida ai prodotti MET. Il casco usato dal principe sloveno è il modello Trenta 3K Carbon Mips

Scintillante e con dettagli iridescenti: il casco Met nella “Pogacar edition” ha un aspetto ed un design unico, che rispecchiano il carattere del giovane campione.

Due volte a Parigi

Con questo prodotto Pogacar è salito due volte sul gradino più alto del podio degli Champs Elysees, oltre ad aver conquistato Classiche Monumento e molte altre vittorie. Il casco Trenta 3K Carbon Mips è progettato per alleggerire il peso sulla testa e permettere a quest’ultima di rimanere sempre fresca e ventilata. Il sistema Mips Air è ormai sinonimo di sicurezza, una qualità che aiuta i corridori a spingersi sempre oltre alla ricerca della massima prestazione. 

Il sistema Cinghie Air Lite con divisorio regolabile permette di massimizzare l’aerodinamica. Le 19 prese d’aria, con sistema interno di canalizzazione migliorano ventilazione e comfort. Nella parte frontale sono presenti anche due comodi agganci per gli occhiali da sole, così da riporli comodamente durante le lunghe scalate. 

Il peso è davvero contenuto: nella taglia M la bilancia si ferma a 225 grammi
Il peso è davvero contenuto: nella taglia M la bilancia si ferma a 225 grammi

Sicurezza e peso

Quando si lotta per tre settimane con l’obiettivo di conquistare la maglia gialla ogni dettaglio deve essere preso in considerazione. La leggerezza è tutto, specialmente quando la strada si impenna e la fatica si fa sentire. Il casco Trenta 3K Carbon Mips ferma la bilancia ai soli 225 grammi nella taglia M. 

Questo casco risulta eccezionalmente confortevole e sicuro grazie alla raffinata forma interna. La calotta in policarbonato stampato con rivestimento in EPS e sistema di calzata orbitale MET Safe-T garantisce una regolazione a 360 gradi della cintura cranica: sia in senso verticale che occipitale per una vestibilità personalizzata. 

Inoltre, la coda disegnata in forma Kamm virtual foil migliora l’aerodinamica ed il deflettore posteriore permette un flusso d’aria costante in qualsiasi posizione di guida.

MET