Alle radici di Pogacar, quando ancora non era “vincitutto”

Alle radici di Tadej, quando ancora non era “vincitutto”

07.05.2026
7 min
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Chi era Tadej Pogacar prima di diventare… Tadej Pogacar? Il campionissimo sloveno sta riscrivendo la storia del ciclismo, ha davanti a sé una serie clamorosa di record, continua soprattutto a vincere quasi tutte le corse a cui partecipa e quel “quasi” arricchisce di temi il mondo delle due ruote, come si è visto con il successo e soprattutto la reazione emotiva di Wout Van Aert a Roubaix. Ma Pogacar era così anche da giovanissimo, prima di diventare professionista?

Nel suo primo anno da junior, il 2015, lo sloveno ha affrontato 24 giorni di corsa a livello internazionale, con 7 top 10, ma nessuna vittoria. Ben diverso il rendimento l’anno successivo, 27 giorni con 4 successi e 12 piazzamenti, tra cui il bronzo agli europei juniores. Era un corridore tra i migliori della categoria, ma pochi avrebbero riconosciuto in quel ragazzino il Cannibale 2.0. Chi gli era vicino tuttavia aveva già capito…

La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23
La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23
La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23
La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23

Il primo approccio alla Radenska

Tra loro c’era Lucio Caldo, un appassionato friulano che è stato tra i primissimi in Italia a prendere il patentino di direttore sportivo di terzo livello e per 10 anni al lavoro in Slovenia. Caldo era diesse proprio alla ROG Ljubliana, dove Pogacar approdò come U23 dopo i due anni alla Radenska (team poi evolutisi e incorporati nell’attuale Pogi Team) e ricorda bene quel ragazzino che gli venne presentato come un vero talento.

«Mi aveva chiamato il papà di Ian Polanc – racconta – anche lui a lungo in nazionale. In quella squadra erano passati molti dei campioni sloveni di questi anni, lo stesso Ian, Tratnik, quel Pibernik oggi diesse del Pogi Team. Giravamo l’Europa perché in Slovenia ci sono pochissime gare, quindi siamo sempre venuti molto in Italia, ma anche in Austria, Ungheria, Croazia…

Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23
Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23
Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23
Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23

Un ragazzino che staccava tutti

«Ho cominciato a vedere Tadej da quando aveva 14 anni. Ricordo come fosse oggi: è il campionato sloveno di categoria che si teneva vicino Novo Mesto. Arrivo alla gara un po’ in ritardo, io seguivo la Continental in gara tre ore dopo. Vedo questo ragazzino che dopo 30 chilometri ha quattro minuti su tutti. Chiedo quindi a Marco Polanc e gli altri del team chi sia e mi fa: “Questo è un talento vero, fa poche corse ma stacca sempre tutti…”. Ho capito subito che avevano in mano qualcosa di straordinario».

Caldo tiene subito a sottolineare che non vuole arrogarsi alcun merito nella crescita di Pogacar: «In quegli anni lo allenava Miha Koncilija, che tutt’ora è nel Pogi Team, è laureato in scienze motorie specializzato in ciclismo, ma già allora gli dava una mano Hauptman che è sempre stato al fianco di Pogacar, lo ha seguito passo passo. Io lo seguivo indirettamente, ci ritrovavamo nei mini ritiri invernali, poi da junior, quando correva in Italia, andavo a vederlo e mi sono reso conto subito che gli veniva tutto naturale perché non era tanto allenato, non come i nostri…

Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Mikavec)
Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Milavec-Rouleur)
Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Mikavec-Rouleur)
Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Milavec-Rouleur)

Centellinato sin da giovanissimo

«In Slovenia nelle categorie giovanili non spingono molto sulla preparazione, cercano di far crescere i ragazzi con i loro tempi. Per questo può sembrare che il Pogacar da junior non spiccasse sugli altri, era una scelta voluta, ma guardando bene c’erano tutti i prodromi del campionissimo di oggi. Consideriamo anche che in Slovenia fanno tutti da sempre la multidisciplina, non si concentrano subito sulla strada: Tadej correva molto nel ciclocross, poi andava a sciare, giocava a hockey. E’ importante notare che Hauptman avesse capito subito che gioiello aveva tra le mani e l’ha lasciato tranquillissimo, centellinando corse e imprese.

«Io dicevo ad Andrej di fare qualcosina in più proprio perché gli veniva tutto naturale, ma lui m’invitava sempre alla calma: “Quello lì vien fuori con il tempo, quando cresce vedrai che avremo…”».

La crescita di Pogacar è lenta ma costante e vive su passaggi importanti: la vittoria da dominatore al Lunigiana 2016 per esempio, con due podi e successo nella tappa finale. Tanti piazzamenti al suo primo anno U23, ma Caldo identifica il primo vero segnale di quel che sarebbe stato nello spazio di 36 ore speciali.

Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida
Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida
Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida
Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida

Il Recioto 2018, quasi senza dormire…

«In aprile da noi c’è il Belvedere e il Recioto, che sono delle corse importantissime e tra l’altro tra le più impegnative in Europa. E’ il 2018 e al Belvedere vince l’australiano Stannard davanti a Scaroni e Sobrero, oggi tutti pro’ affermati. Tadej è 8° a 15”. Partiamo dal Belvedere per andare a Negrar per fare il Recioto, ma becchiamo un incidente. Arriviamo in albergo alle 23,30, siamo stati 5 ore bloccati in autostrada, riusciamo dopo mille preghiere e qualche rimbrotto a farci fare una pasta in bianco perché le cucine sono chiuse. Niente massaggi, niente.

«Eravamo convinti che il giorno dopo non si sarebbe fatto nulla, invece Tadej è scatenato, fa dannare gli italiani che al tempo erano forti e finisce secondo, perdendo solo dal sudafricano De Bod della Qhubeka. All’arrivo vedo Hauptman e gli dico: “Questo vincerà il Tour de France”. Andrej si mette a ridere, ma io gli dico che ho visto ciclismo fin da bambino, ho visto correre Merckx, ma non ho mai visto nessuno far dei numeri del genere, senza il minimo bisogno di recupero.

L'Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto
L’Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto
L'Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto
L’Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto

Il primo Slovenia contro i grandi

«A giugno andiamo al Giro di Slovenia, ci sono i team del WorldTour, pensiamo che per i ragazzi sia una buona esperienza, ma Tadej aveva altre idee e a neanche 20 anni si mette a battagliare con Roglic, Uran, gente che già allora emergeva al Tour. Vinse Roglic su Uran e Mohoric ma Tadej fu quarto a 2’16”».

A quel punto il bruco è diventato farfalla. Pogacar va all’Avenir (in apertura, foto Getty Images), quasi un passaggio obbligato per chi punta alla maglia gialla della Grande Boucle e vince con 1’28 su Arensman e 1’35” sul compianto Mader, non contento si presenta dopo 10 giorni al Giro del Friuli e mette tutti in fila. E’ tempo di fare il salto, passa alla UAE, già a a febbraio porta a casa la Volta ao Algarve, a maggio il Giro della California, a settembre esplode alla Vuelta sfiorando il successo e il resto è storia e l’inizio di una collezione inimitabile.

Prima medaglia per Tadej, all'europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière
Prima medaglia per Tadej, all’europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière
Prima medaglia per Tadej, all'europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière
Prima medaglia per Tadej, all’europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière

La sua forza? Nella testa…

Già allora Tadej aveva questa fame inestinguibile di vittorie, proprio come era un tempo Merckx? «Quello che posso dire avendolo avuto in quei due anni è che la sua testa è sempre stata assolutamente più avanti di tutti, una determinazione, un’attenzione maniacale per ogni aspetto. Era un meticoloso esattamente come è adesso. Correva sempre davanti, incurante di quanto si spende in energie. Chi va in bici sa cosa significa correre davanti, devi avere il doppio per correre sempre come corre lui. Ricordo che io temevo fosse troppo grosso e loro mi continuavano a dire “lascialo stare, nel professionismo si asciugherà”.

«C’è un episodio che dice molto di chi era Pogacar: 12 agosto 2018, siamo al GP Sportivi di Poggiana. Caldo infernale. Dico che non mangi pane e lui come niente manda giù due piatti di pasta giganteschi e due panini. Penso tra me che ai box col caldo verrà meno, invece in corsa li fa impazzire, gli corrono tutti contro. Finisce 11°, ma si è divertito. Ora per divertirsi vince…».

Tour de Romandie, Giro di Romandia 2026, Tadej Pogacar, tifosi, pubblico, gent, colore

Pogacar e il Romandia: numeri e colori della… Pogifollia

07.05.2026
7 min
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Tadej Pogacar ha spettinato il Romandia con la grazia di un tornado. Ha vinto quattro tappe su sei. Ha richiamato tifosi e giornalisti che non c’erano mai stati. Riempito le strade quasi come al Tour de France. Generato dati di ascolto che la corsa non era più abituata ad avere. E quando se ne è andato, ha lasciato dietro di sé l’entusiasmo dei più e il malcontento (già visto) di chi avrebbe preferito qualcosa più delle briciole.

Giovanni Sammali è da anni il capo ufficio stampa del Tour de Romandie e gli abbiamo chiesto di raccontarci l’effetto Pogacar sulla corsa svizzera, sin da quando si seppe che il campione del mondo vi avrebbe preso parte.

«Mauro Gianetti è ticinese – racconta – ha fatto il Romandia ed è molto affezionato. L’anno scorso al pranzo di gala del Romandia ci disse che prima o poi Tadej sarebbe venuto a farlo. Finché a dicembre, mancava poco per Natale, ci disse che avevano fatto il programma e il Romandia ne faceva parte. Mi chiese se avessimo piacere a dare noi la notizia per primi. Io dissi subito di sì e mi accorsi che l’eco della notizia fu già fuori dal comune, in un verso e anche nell’altro».

Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Che cosa significa?

Che forse uno dei fattori, sottolineo forse, per cui quattro squadre non sono venute al Romandia sfruttando la nuova regola UCI che permette di non fare tutte le gare WorldTour, è stata la sua presenza. Riferisco quello che ho sentito e cioè che certe squadre hanno pensato che Tadej si sarebbe preso tutta la luce e così lo hanno escluso dal programma. Secondo Richard Chassot (direttore del Tour de Romandie dal 2007, ndr) si può pensare che da una parte sia stato fantastico per il pubblico e per la notorietà della gara, ma per certe squadre la sua presenza ha fatto un po’ di ombra e questa è una cosa su cui riflettere.

Un aspetto che però non riduce l’impatto positivo della sua presenza, giusto?

Nei giorni della gara ho fatto un’intervista a Fabian Cancellara e lui ha detto che il Romandia quest’anno è certamente Tadej Pogacar. E ha aggiunto che con il meteo bellissimo, il panorama delle Alpi con la neve, i campi colorati di giallo e la tanta gente, è stato il quadro perfetto. A Martigny, dove Cipollini ha trionfato per 11 volte, avevano già vinto quattro campioni del mondo. E’ arrivato Pogacar, che sapeva di questo dato, e ha vinto anche lui: il quinto. C’è stata molta gente nelle città, ma molto di più nelle campagne.

Un richiamo quasi irresistibile?

Ha detto ancora Cancellara che non erano solo giovani e adulti, ma anche bambini e anziani. Tutti a voler dire: “Forza Pogi, ci siamo anche noi”. E questo è stato un fenomeno. L’anno scorso era venuto Evenepoel e avevamo parlato di Remcomania. Ma la Remcomania è stata una cosa, la Pogifollia è stato ben altro.

Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia  è esplosa la Pogifollia
Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia è esplosa la Pogifollia
Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia  è esplosa la Pogifollia
Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia è esplosa la Pogifollia
Ecco, soprattutto la presenza di pubblico non è passata inosservata…

A fine corsa, domenica, tanti corridori fra cui Voisard e Gaudu hanno detto che magari non era la stessa gente del Tour de France o del Giro d’Italia, ma di certo neppure quella del piccolo Romandia. E’ stato un grande tour con un sacco di gente. Abbiamo fatto l’ultima salita con un drone, non so se avete visto le immagini: sono su Instagram. Vedi due file di spettatori a destra e a sinistra per due chilometri. E al Romandia due chilometri di gente non li avevamo mai visti. E’ successo qualche altra volta, sulla salita a Thyon 2000 c’è sempre un sacco di gente, ma non così tanta. E poi…

Che cosa?

Un’altra cosa da dire è che Bernard Bärtschi, che è il nostro direttore tecnico, quest’anno ha disegnato quattro tappe con il finale in circuito. Per cui in sei giorni i corridori sono passati per 17 volte sulla linea d’arrivo o di partenza. Quattro volte a Orbe, quattro volte a Martigny, tre volte a Charvet: vuol dire che la gente è stata ancora più numerosa perché sapeva che avrebbe visto i corridori più del solito passaggio che dura pochi minuti. A questo aggiungiamo Pogacar e il meteo bellissimo ed ecco il risultato.

Hai parlato di qualcuno che ha storto il naso.

Alla conferenza stampa finale, un giornalista ha chiesto a Yannis Voisard che cosa provasse ad aver dato battaglia per tutto il tempo e aver chiuso tredicesimo, senza la possibilità di fare di più. E lui ha detto che da una parte si è sentito un po’ a disagio, ma dall’altra correre con tanta gente e un ambiente così gli ha dato tanta grinta e visibilità. Abbiamo ricevuto un messaggio sulla mail ufficiale di un appassionato cui la corsa non è piaciuta e che si è annoiato: si sapeva che avrebbe vinto tutto Pogacar e così è stato. E’ solo una voce, ma c’è stata.

Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Per uno che si è lamentato, il ritorno mediatico è stato però importante.

Negli ultimi anni, con il fatto dei social e dei costi che sono aumentati, avevamo meno giornalisti: un numero stabile, che non cresceva. Quest’anno con Pogacar siamo passati dai 112 del 2025 a 150 accreditati: 40 in più, è un balzo incredibile. Tanto che le sale stampa delle ultime due tappe, che avevamo calcolato per 70-80 giornalisti, sono risultate un po’ strette.

Una sorpresa anche per voi?

Sono venute la televisione e la radio dalla Slovenia e hanno fatto ogni giorno l’intervista a Pogacar in sloveno. Dalla Francia è arrivato L’Equipe, che negli ultimi anni aveva fatto i suoi articoli a distanza. Sono venute le tre televisioni svizzere: la tedesca, l’italiana e la francese. La presenza mediatica è tornata come ai vecchi tempi in cui c’erano tante testate.

E Pogacar è stato disponibile?

A noi non hanno chiesto nulla di speciale, salvo avere qualcuno che lo accompagnasse al foglio firma per evitare l’impatto con la folla. Allora abbiamo messo due persone con la pettorina arancione che camminavano davanti a lui. I primi giorni ci sembrava un caos incredibile: gente, bambini, tutti a gridare quando si fermava. Dopo due giorni invece, Luke Maguire che si occupa della sua comunicazione mi ha detto: “Giovanni, state calmi perché a noi va benissimo, siamo proprio molto tranquilli”.

Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Eravate più agitati voi di loro, insomma…

In un’intervista Pogacar ha detto: “Mi piace molto questa gara perché il pubblico è gentile, c’è più calma”. A noi sembrava un caos assoluto, ma lui evidentemente è abituato a ben altro. Nella conferenza stampa della vigilia, è rimasto per mezz’ora e poi è venuto in sala stampa ogni giorno perché vinceva le tappe e perché aveva la maglia di leader.

Quindi diciamo che dal punto di vista dell’organizzazione è stato un esperimento ben riuscito?

Decisamente sì. Alla fine ha detto che gli sono piaciute tante cose. Il fatto di essere rimasto per tutta la settimana nello stesso albergo, molto centrale, a mezz’ora, 40 minuti di pullman per andare alle partenze e tornare. La tranquillità perché gli svizzeri sono meno aggressivi di altri tifosi. Ha vissuto una settimana per lui tranquilla, per noi affollata (ride, ndr). Conosceva già un po’ queste zone, perché l’anno scorso era venuto a seguire la gara femminile. Abbiamo fatto le foto con lui sulle strade e si era accorto che la gente stava a distanza. Lo salutavano, facevano un cenno, ma nessuno è mai andato a fermarlo come può succedere in Italia, in Francia e anche in Spagna.

Dici che tornerà?

Questa è la domanda che hanno fatto in tanti. Ha vinto quattro tappe, ha pareggiato il record di Kubler delle quattro vittorie nella stessa edizione, chissà se tornerà. Però intanto farà il Giro di Svizzera, diciamo che quest’anno ha scelto di stare con noi, in futuro chissà…

Dopo l'arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire, con il pubblico a distanza
Dopo l’arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire e seguito dal fotografo Lorenzo Fizza, con il pubblico a distanza
Dopo l'arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire, con il pubblico a distanza
Dopo l’arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire e seguito dal fotografo Lorenzo Fizza, con il pubblico a distanza
Gli indici di ascolto televisivi sono andati bene?

Sono cresciuti, anche malgrado il tempo bellissimo, quando la gente va sulle strade e non guarda la televisione. C’è un aneddoto carino che mi riguarda. Io faccio il Romandia da capo ufficio stampa da almeno venti anni, ho lasciato solo quando c’è stato il periodo dell’organizzazione di Marc Biver. Questo è stato il primo anno in cui cinque, sei, sette persone mi hanno detto: “Ti ho visto al Romandia, ti ho visto alla televisione, ti ho visto nella foto”. La gente ha seguito tanto. Non c’è stata una copertura televisiva superiore, però c’è stata più gente a guardare. Tanto che Richard Chassot ha detto che il Romandia di quest’anno è stato un piccolo Grande Giro.

E adesso?

Adesso recuperiamo. Quando passa un tornado come questo, poi c’è bisogno di rimettersi in sesto.

Ride, intervista finita, il messaggio è arrivato. Ancora una volta l’effetto Pogacar è stato portentoso e inatteso. La Pogifollia ha scompigliato la Svizzera Romanda e siamo certi che si continuerò a parlarne ancora a lungo.

Romandia, Florian Lipowitaz e Tadej Pogacar

Romandia e Lipowitz, il punto con Pozzovivo commentatore tv

06.05.2026
6 min
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Il Giro di Romandia si è concluso con la vittoria apparentemente schiacciante di Tadej Pogacar. Uno a caso! Eppure la corsa elvetica non è stata così banale. Sono emersi degli spunti che vogliamo analizzare con Domenico Pozzovivo, il quale l’ha commentata per la TV svizzera.

Non solo Tadej Pogacar infatti ha dominato la scena. Sono emersi come minimo altri due nomi: quello di Florian Lipowitz, sempre più convincente in seno alla Red Bull-Bora, e quello di Dorian Godon, francese della Ineos Grenadiers, non solo forte ma anche con le idee molto chiare, a quanto pare. Mentre fra poche ore Pozzovivo tornerà nelle vesti di corridore al Tour oh Hellas in Grecia, ecco la sua analisi.

Domenico Pozzovivo al commento di RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana)
Domenico Pozzovivo al commento di RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana) al Romandia. Qui è con Gianetti, intervenuto in trasmissione
Domenico Pozzovivo al commento di RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana)
Domenico Pozzovivo al commento di RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana) al Romandia. Qui è con Gianetti, intervenuto in trasmissione
Dunque, Domenico, cosa ti è sembrato in generale questo Romandia?

C’era un favorito e, se andiamo alla cruda analisi dei vincitori, alla fine ne usciamo con solo due nomi. C’è stato un dominatore della classifica nelle tappe più impegnative e poi, dall’altra parte, anche Godon che si è fatto valere nelle uniche occasioni in cui davvero aveva la possibilità di vincere.

Ti ha stupito questo Godon? Te lo aspettavi?

Proprio aspettare no, però va detto anche che non ne sta sbagliando una. Le sue dichiarazioni sono spesso in linea con quello che fa nelle gare, quindi iniziavo ad aspettarmelo perché in effetti aveva dichiarato come obiettivo quello di riuscire a vincere le tappe più adatte, nelle corse di una settimana (tutte WorldTour) a cui partecipava. E ci sta riuscendo: è uno degli acquisti del ciclomercato dell’anno scorso che sta mantenendo di più le promesse.

E poi c’è lui: Pogacar. Ha dominato ma non ha fatto l’assolo mostruoso come ci ha abituato. Ha inflitto più distacco alla Strade Bianche, corsa di un giorno, che in una settimana di Romandia!

Tadej arrivava comunque da una primavera incentrata sulle classiche, con un evidente orientamento della preparazione e anche della conformazione fisica alle salite brevi e agli sforzi più violenti e intensi. Devo dire che sicuramente si è notata una certa prudenza da parte sua nel non andare nello sconosciuto quando c’erano da fare sforzi sui 20-25 minuti. Immagino, e anche lui ha dichiarato quindi ci credo, che non abbia lavorato su questo aspetto.

Dorian Godon è un altro prodotto dell'effervescente vivaio francese. L'unico ad essere riuscito a vincere al Romandia oltre a Pogacar
Godon è un altro prodotto del vivaio francese. L’unico ad essere riuscito a vincere al Romandia oltre a Pogacar
Dorian Godon è un altro prodotto dell'effervescente vivaio francese. L'unico ad essere riuscito a vincere al Romandia oltre a Pogacar
Godon è un altro prodotto del vivaio francese. L’unico ad essere riuscito a vincere al Romandia oltre a Pogacar
Un po’ si è notato…

L’ho visto non assolutamente in difficoltà, ma comunque in gestione sulle salite più impegnative. Anche perché, se dobbiamo poi analizzare le tappe, in quella di Martigny c’era un lunghissimo tratto di vento contro dalla salita dura su cui poteva fare la differenza all’arrivo. Pertanto sarebbe stata un’impresa parecchio ardua. E non sarebbe stato intelligente mettersi nelle gambe così tanta fatica già dalla seconda tappa del Romandia. E così lo sloveno ha vinto in maniera un po’ più speculativa rispetto al solito.

Pogacar ha detto di essersi lasciato andare con la palestra. Hai notato più muscoli? E, sensazione nostra, forse aveva anche un chiletto in più, non solo muscoli. Un chiletto che giustamente gli serviva magari per la Roubaix…

Direi che aveva anche un paio di chili in più rispetto alla sua forma da Tour de France. Per questo sulle salite anche lui sentiva di avere qualcosina in meno. Ovvio che poi da lì a essere messo in difficoltà ne passa tantissimo visto il suo enorme margine su tutti. Tanto è vero che ogni volta che veniva attaccato rispondeva senza problemi. L’unico che davvero gli è stato vicino è stato Lipowitz.

Eccolo qui, il capitolo più interessante del Romandia. Questo giovane tedesco mostra sempre più solidità fisica e anche mentale. Seguendolo da vicino, cosa ti è parso?

Ho notato un’ulteriore crescita dall’anno scorso a livello di maturità, di consapevolezza dei propri mezzi. Non è da tutti seguire Pogacar e cercare persino di attaccarlo, come è successo anche l’ultimo giorno qui al Romandia. Significa comunque aver acquisito una mentalità importante di alto livello e lui stesso, rispetto agli avversari più credibili, ha scavato un bel solco.

Pozzovivo ha analizzato la posizione di Lipowitz: avanzata ma stabile ed efficace
Pozzovivo ha analizzato la posizione di Lipowitz sulle salite del Romandia: avanzata ma stabile ed efficace
Pozzovivo ha analizzato la posizione di Lipowitz: avanzata ma stabile ed efficace
Pozzovivo ha analizzato la posizione di Lipowitz sulle salite del Romandia: avanzata ma stabile ed efficace
Negli equilibri con la squadra come lo vedi? Senza criticare Remco Evenepoel, con cui condividerà la leadership al Tour, ma Florian sembra più stabile del belga…

Hanno caratteri molto diversi. Remco è uno capace di motivare la squadra e anche perché fa azioni spettacolari, non ha paura di prendersi responsabilità. Anche Lipowitz, nel suo essere meno appariscente, con la sua solidità è un atleta che sa motivare la squadra e devo dire che alla fine l’ho vista molto compatta attorno a lui. Il giorno di Martigny hanno un po’ giocato sul fatto che ci fossero all’inseguimento altri suoi compagni e quindi Lipowitz ha potuto beneficiare di un bonus tattico, senza tirare nel gruppetto davanti. Tuttavia non so quali fossero le gerarchie rispetto a Roglic quel giorno. Poi queste gerarchie si sono chiarite immediatamente il giorno dopo e da lì mi è sembrato più padrone della squadra.

L’anno scorso, Domenico, ci parlasti del suo core, dicendoci che era molto forte. C’è qualche dettaglio che è cambiato in merito a Lipowitz?

Il suo stile, che era già inconfondibile, sembra quello di chi ha ancora i bastoncini del biathlon tra le mani! Tutto proiettato com’è con le braccia sulle leve… Però la parte che spinge è completamente ferma, a conferma che il suo core è stabile, anzi forse ancora di più di un anno fa. Quando spinge, Florian tende meno ad avanzare sulla sella per compensare. E questo è un piccolo vantaggio.

In ottica Tour potrebbe essere il rivale di Vingegaard?

Secondo me no, perché il livello di quei due, mi riferisco a Vingegaard e Pogacar, è ancora superiore. Però potrebbe imporsi come uno che, rispetto al resto della compagnia, fa la netta differenza, come di fatto è stato in questo Romandia.

Anche Lenny Martinez è caduto nella trappola di Seixas, reagendo nel tempo sbagliato al suo attacco
Anche al Romandia, Lenny Martinez si è messo alla prova, dando anche più di quel che aveva, ma appassionando il pubblico
Anche Lenny Martinez è caduto nella trappola di Seixas, reagendo nel tempo sbagliato al suo attacco
Anche al Romandia, Lenny Martinez si è messo alla prova, dando anche più di quel che aveva, ma appassionando il pubblico
Capitolo Lenny Martinez: terzo sì, ma staccatissimo rispetto ai primi due. Ti aspettavi qualcosina di più da lui?

Un po’ sì, soprattutto alla luce della prima salita vera della settimana in cui non ha mai mollato. In quel frangente Lenny era stato l’unico a non perdere nemmeno un secondo dalle ruote di Pogacar. Prometteva molto bene per il prosieguo del Romandia. Ma ci ha un po’ abituato a queste performance altalenanti anche nelle gare di una settimana. Va forte, però a volte paga per eccesso di impeto, come sabato quando ha risposto troppo violentemente all’attacco di Pogacar. Da lì ha fatto fatica persino a tenere le ruote del gruppetto inseguitore.

Martinez è quello che alla Parigi-Nizza ha mollato più tardi di tutti Vingegaard, rispondendogli anche. Idem al Romandia con Pogacar. E’ importante fare queste prove e gettare il cuore oltre l’ostacolo, oppure secondo te bisognerebbe sempre fermarsi prima che si accenda l’allarme rosso?

Per un giovane come lui è ancora giusto cercare i propri limiti. Provare, vedere, capire. Ovvio però che alla fisiologia non si comanda e il cuore oltre l’ostacolo può fare poco. Se sai che i tuoi valori sono di un determinato livello sulla durata dello sforzo che stai affrontando e vai molto oltre, a un certo punto sai che la pagherai. E’ una visione poco romantica, ma è così.

Paul Seixas, Decathlon CMA CMG

Seixas al Tour: idee, sensazioni e attese, parola a Garzelli

06.05.2026
6 min
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Il nodo è stato sciolto, Paul Seixas sarà al via del prossimo Tour de France. L’annuncio è arrivato tramite i canali social del suo team, la Decathlon CMA CGM, con un breve video nel quale il talento francese ha detto ai nonni (e allo stesso tempo a tutto il mondo) che prenderà parte alla Grande Boucle. Le voci che lo davano alla partenza di un Grande Giro in questa stagione si erano fatte sempre più insistenti fin dall’inverno. L’exploit al Giro dei Paesi Baschi, dominato e vinto, e il successo sul Muro di Huy avevano rafforzato le sensazioni di vederlo su palcoscenici ben più impegnativi.

Sensazioni che sono diventate dei solidi pilastri quando alla Liegi-Bastogne-Liegi il francesino classe 2006 è stato l’unico a tenere testa alle sfuriate di Tadej Pogacar sulla Redoute. Insomma, i tempi, per quanto possano sembrare precoci, sono ormai maturi. 

Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar
Seixas in questo inizio di stagione è stato l’unico che ha provato a reagire agli attacchi di Pogacar, dimostrando grande tenacia
Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar
Seixas in questo inizio di stagione è stato l’unico che ha provato a reagire agli attacchi di Pogacar, dimostrando grande tenacia

Dal Lunigiana al Tour

Del talento di Paul Seixas si parla da quando al secondo anno da junior ha dominato in lungo e in largo. A partire dalla Liegi di categoria, passando per le corse sulle Alpi francesi e arrivando anche al Giro della Lunigiana, vinto in un bellissimo testa a testa contro il nostro Lorenzo Finn

A quel Giro della Lunigiana insieme a noi c’era anche Stefano Garzelli, che ha commentato la gara sul posto. Lo stesso commentatore tecnico della RAI se lo è ritrovato davanti anche alla Liegi-Bastogne-Liegi di qualche settimana fa. La tentazione di parlare per analizzare e commentare la scelta del francese era forte, così abbiamo alzato il telefono e ne è nato l’articolo che state leggendo. 

Una scalata di Huy regolare e progressiva: a 19 anni Paul Seixas conquista la Freccia Vallone
Sul Muro di Huy il diciannovenne Paul Seixas è diventato il più giovane a vincere la Freccia Vallone
Una scalata di Huy regolare e progressiva: a 19 anni Paul Seixas conquista la Freccia Vallone
Sul Muro di Huy il diciannovenne Paul Seixas è diventato il più giovane a vincere la Freccia Vallone
Stefano, la sensazione è che il mondo del ciclismo sembra essersi finalmente tolto un peso dal petto: Seixas sarà al Tour…

Vero, era una di quelle notizie che teneva tutti in sospeso. Anche se nei giorni scorsi ho letto una bella intervista a Miguel Indurain, il quale ha detto una cosa che condivido pienamente.

Cioè?

Che sia un bel rischio per Seixas andare al Tour e che abbia più da perdere dopo ciò che ha fatto vedere in questa prima parte di stagione. E’ giovane, ma siamo in un mondo in cui ci si dimentica subito di certe dinamiche. Soprattutto se poi si va a correre in certi contesti, come può essere il Tour de France. 

Sembra essere stata quasi una spinta popolare…

C’è da capirli. E’ una decisione coraggiosa, ma siamo davanti a un ragazzo molto più maturo della media. Forse sarebbe stato meglio passare da una corsa a tappe del calibro della Vuelta, ma il rischio era che in caso di crisi o risultati sotto le aspettative le reazioni sarebbero state le stesse, con la gente pronta a dire: «Se non va forte alla Vuelta figuriamoci al Tour».

La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2'30"
Il Giro dei Paesi Baschi, vinto con facilità disarmante, ha fatto vedere un Seixas forte anche nelle corse a tappe
La facilità di azione di Seixas ne Paesi Baschi ha colpito: Lipowitz ha chiuso a 2'30"
Il Giro dei Paesi Baschi, vinto con facilità disarmante, ha fatto vedere un Seixas forte anche nelle corse a tappe
Una volta scelto di fare il passo, a questo punto meglio farlo tutto insieme?

Avrebbe potuto anche correre al Giro o alla Vuelta, ma alla fine sarebbe stata la stessa cosa a livello di attenzione e di attese. Quindi tanto vale andare al Tour. 

Tu cosa ne pensi?

E’ giovane, ha 19 anni (ne farà 20 il prossimo 24 settembre, ndr) ma le aspettative sono già alte. Giornalisti, appassionati, tifosi (e la Francia intera ci sentiamo di dire noi, ndr) avranno gli occhi puntati su di lui. Certo che c’è differenza dal correre contro i più forti nelle corse di un giorno o alle gare di una settimana. Le tre settimane del Tour de France non sono uno scherzo. 

Considerando che Seixas non corre per partecipare, lo abbiamo visto…

Non credo ne sia capace. Personalmente avrei fatto un altro anno a fare gare di una settimana con l’obiettivo di vincerle. Poi ci sarebbe stato tutto il tempo, nel 2027, di fare il Tour de France.

Meno di un anno fa Seixas vinceva il Tour de l’Avenir, ora guarda alla corsa dei grandi (foto Tour de l’Avenir)
Meno di un anno fa Seixas vinceva il Tour de l’Avenir, ora guarda alla corsa dei grandi (foto Tour de l’Avenir)
Cosa ci possiamo aspettare da Seixas al Tour?

Se fossi la squadra metterei le mani avanti, chiarendo che si va per provare a vincere una tappa e non per la classifica generale. Più che di gambe lo vedo indietro di esperienza rispetto a un possibile podio. Lo scorso anno Lipowitz fece terzo, ma arrivò in sordina. Seixas avrà intorno a sé una pressione importante. A mio avviso deve arrivare con l’approccio di chi ha tutto da imparare.

Mentalmente sembra solido, anzi solidissimo.

Lo è perché fa parte della sua personalità, ma anche perché fino ad adesso tutto sta andando per il meglio. Credo sia un giovane capace di accettare una giornata storta con la lucidità giusta. Io mi aspetto un Seixas capace di correre davanti, lo ha dimostrato, anche se torno a dire che tre settimane sono lunghe. 

La cosa impressionante è che due anni fa vinceva il Lunigiana, ora si parla di Tour de France…

E ci va da protagonista, due anni fa era al Lunigiana e nel frattempo ha vinto ai Baschi, la Freccia e ha fatto secondo alla Liegi. Senza dimenticare il terzo posto all’europeo nel 2025 e la grande prestazione al mondiale in Ruanda.

Paul Seixas in maglia verde al Giro della Lunigiana 2024 (foto Duz Image/Michele Bertoloni)
Paul Seixas in maglia verde al Giro della Lunigiana 2024 (foto Duz Image/Michele Bertoloni)
Al Tour correrà contro un altro ex enfant prodige: Evenepoel, secondo te si possono accostare?

Non direi. Il ciclismo è cambiato tanto da quando Evenepoel è arrivato nel professionismo, anche se entrambi sono passati direttamente dalla categoria juniores al WorldTour. Ma il belga mi sembra meno solido mentalmente rispetto a Seixas, che invece paragono a Pellizzari. Li vedo tranquilli e rilassati, come se la pressione gli scivolasse via.

Ha ancora senso il paragone Seixas-Finn?

Ormai non più, da quando erano nella categoria juniores hanno poi fatto scelte totalmente differenti. Finn ha seguito la strada giusta, quella canonica. Seixas è l’eccezione. Non che Finn non valga, anzi, a me piace molto. Penso si potrà tornare a fare un parallelismo tra loro tra un paio d’anni, quando avranno una serie di esperienze comuni alle spalle. 

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas

Classiche del Nord, ultimi appunti prima di rientrare

03.05.2026
9 min
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LEUVEN (Belgio) – Succede sempre, quando si chiude la valigia delle classiche e si va via da quassù, di voltarsi indietro. E allora la lunga attesa del volo di ritorno diventa il pretesto per riavvolgere il nastro e rivivere gli spicchi di emozione che ci hanno fatto saltare sul divano, sulla sedia della sala stampa, sul ciglio della strada, perché ognuno a questo punto sarà capace di collegare le emozioni delle classiche del Nord al momento preciso in cui le ha provate.

Avevamo da passare la giornata tra il checkout dell’appartamento di Liegi e il volo di rientro e così ci siamo fermati al sole di un caffè di Leuven, davanti alla City Hall tutta imbacuccata per i lavori che la riporteranno al suo splendore.

Camminando per le vie della città e dopo essere passati in auto sul rettilineo che portò la maglia iridata a Elisa Balsamo e Filippo Baroncini, per un attimo è parso di sentire ancora il vociare di allora, poi la quotidianità di centinaia di studenti e biciclette ha preso il sopravvento. E mentre sorseggiavamo l’ultima Leffe di questo viaggio, abbiamo iniziato a lasciar correre gli appunti sul quaderno che ci ha accompagnato sulle strade delle Classiche del Nord.

L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)
L'attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti (depositphotos.com)
L’attesa del volo di rientro nel centro di Leuven, riordinando idee e appunti sulle classiche appena concluse (depositphotos.com)

Il Fiandre della discordia

Eravamo arrivati al Fiandre, la prima Monumento tra le classiche del Nord, con la vittoria di Van der Poel ad Harelbeke, il suo duello con Van Aert nella nuova Gand (poi vinta da Philipsen) e il trionfo di Ganna a Waregem. Peccato che Pippo se ne sia poi tornato a casa: aveva in testa la Roubaix e ha ritenuto che il Fiandre sarebbe stato troppo duro. Infatti, mentre lui andava via, in Belgio arrivava Pogacar che, dopo la sbornia della Sanremo, avrebbe cercato di trasformare la corsa dei Muri e la Roubaix, le due classiche che lo attendevano, in un’arena infernale.

A raccontarcelo c’era Filippo Lorenzon, in quella parte di Belgio che parla fiammingo e annega il tempo nella birra. Il Fiandre in televisione invece ce l’hanno raccontato su Eurosport, perché la RAI non l’ha trasmesso (fra le classiche sono rimaste scoperte anche l’Amstel e la Freccia Vallone) con le prevedibili rimostranze di chi invece l’avrebbe apprezzato.

Ma è stato il Fiandre di ben altre dispute. Di Van der Poel fortissimo, ma non abbastanza per resistere a Pogacar sul Qwaremont, eppure ostinatamente generoso nel dargli i cambi. Pochi secondi alle loro spalle c’era Evenepoel e non sapremo mai che cosa sarebbe cambiato se Remco fosse rientrato.

Dicono che Van der Poel abbia collaborato perché fra corridori alla pari non si usa l’astuzia e chi invece suggerisce di farlo viene definito un Solone. In questo ciclismo dove contano più i like delle vittorie, è vietato essere scaltri? Cosa te ne fai di un secondo posto al Fiandre se ti chiami Van der Poel e hai già perso la Sanremo? Pogacar invece ha fatto il suo e ha vinto, come ogni volta che attacca il numero, nei giri e nelle classiche: come già alla Strade Bianche e alla Sanremo. E Van der Poel, pur fortissimo, lo ha visto andare via.

Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: siamo sicuri che fosse davvero alla pari?
Il duello alla pari fra Pogacar e Van der Poel al Fiandre: guardiamoli in faccia, siamo sicuri che fosse davvero alla pari?

La Roubaix delle lacrime

Alla Roubaix, c’era per la prima volta Stefano Masi e anche lui se l’è cavata bene. La fortuna del debuttante in queste classiche del Nord gli ha consegnato fra le mani una delle vittorie più belle degli ultimi anni: quella di Van Aert.

La cabala delle classiche è spietata e il fortissimo Van der Poel, quello che al Fiandre se l’è giocata alla pari col più forte di tutti i tempi (così viene definito Pogacar), si è ritrovato a piedi nella Foresta di Arenberg per una doppia foratura. In precedenza aveva bucato anche Pogacar (alzi la mano chi si è salvato in questa Roubaix!). Questa volta tuttavia, in barba al galateo fra pari, Mathieu si è messo a fare il forcing per rendergli il rientro faticoso.

Tadej invece è rientrato perché proprio l’olandese nella seconda parte della Foresta ha tirato il fiato e proprio in quel momento ha bucato e si è ritrovato con la bici di Philipsen che aveva i pedali sbagliati. A volte capita anche ai migliori, nelle classiche più importanti.

Scene da Far West, con pezzi di terra sollevati da ruote velocissime e contraccolpi molto violenti sui manubri. Il suo inseguimento rabbioso ha avuto del prodigioso, ma è stato rintuzzato da Pogacar e poi da Van Aert che si è preso la briga e di certo il gusto (cit.) di mettersi davanti per impedirgli di rientrare. In queste classiche così dure si combatte, gli avversari di colpo diventano nemici.

La lunga corsa di Tadej e Wout verso Roubaix è stata uno dei momenti di maggiore lirica sportiva della campagna di queste classiche e forse di tutto l’anno. Pogacar ha provato selvaggiamente a staccarlo, ma nelle classiche senza salite, anche Tadej torna un po’ normale. E Van Aert deve aver visto davanti l’occasione per rifarsi di anni di sfiga pazzesca.

Lo ha controllato, non si è sfinito dandogli cambi, forse perché ha avuto l’umiltà di non sentirsi pari al più forte di tutti i tempi. Gli ha preso la ruota per ripararsi dal vento con numeri da equilibrista. E quando si è trattato di fare la volata, ha preso la rabbia e le malinconie di tanti secondi posti, li ha shakerati in una mistura esplosiva, e ha scaricato nei pedali tutto quello che aveva. Difficile dire, come qualcuno ha ipotizzato, se anche Pogacar fosse contento. Di certo lo era Van Aert e Dio solo sa se non se lo è meritato.

La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata qaLa vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella più emotivamente forte fra le classiche 2026uella più emotivamente forte
La vittoria di Van Aert alla Roubaix è stata quella emotivamente più forte fra le classiche 2026

La Freccia dello stupore

Il tempo di vedere l’Amstel di Evenepoel e annotare le meraviglie di Seixas al Giro dei Paesi Baschi ed è stato tempo di Freccia Vallone. Una volta, alla vigilia della settimana, si faceva il cambio degli uomini. Quelli del pavé se ne andavano e arrivavano gli scalatori per le classiche delle Ardenne: in certi anni si andava persino all’aeroporto di Bruxelles per accoglierli e fotografarli con la valigia e magari si approfittava dell’occasione per andare all’Area Cargo e spedire in Italia i rullini delle diapositive, perché li facessero sviluppare. Chi è nato dopo non apprezzerà mai abbastanza quale immenso cambio sia iniziato con le fotocamere digitali.

Cambiano i tempi, gli uomini e cambiano gli scenari e a volte anche i percorsi delle classiche. Le pietre e la polvere di pianura lasciano il posto a colline di conifere e salite e il Muro d’Huy con le sue sei cappelle votive diventano una inesorabile via crucis.

C’era il sole alla partenza da Herstal, ma la luce più vivida è stata quella di Paul Seixas sul Muro d’Huy. Lo avevamo immaginato presentando la corsa: senza Pogacar, avrebbe vinto lui. Così effettivamente è stato, ma la consapevolezza con cui il francese (19 anni e al debutto in queste classiche) ha respinto la banale equazione ha acceso i fari sulla sua maturità. Non un’esitazione nel parlare, nessuna paura di ammettere eventuali limiti e neppure di parlare della sua voglia di vincere. Gli unici argomenti su cui fa il finto tonto sono la partecipazione al Tour e l’eventuale firma per squadre diverse.

Ha preso la testa ai 250 metri del Muro, lasciato al posto giusto dai compagni di squadra, motivati come missionari. Poi ha accelerato gradualmente, togliendo una goccia per volta l’ossigeno dai muscoli dei rivali. Non li ha stroncati come fece Pogacar l’anno scorso, ma ugualmente li ha portati inesorabilmente al punto di rottura. Freccia Vallone vinta a 19 anni, mentre Evenepoel, rimasto a casa per riposarsi, andava verso la Liegi.

A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone
A 19 anni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della Freccia Vallone

La Liegi del cannibale

Liegi, l’ultimo atto ne lungo viaggio delle classiche. La birra è agli sgoccioli e dovendo guidare resistiamo alla tentazione di chiederne un’altra. Dicono che per vincere la quarta Pogacar non abbia faticato per sbarazzarsi di Seixas, la verità è che il francesino è stato il rivale più coriaceo che Tadej abbia trovato di recente sulla sua strada, al pari di Pidcock alla Sanremo, ma su un percorso mille volte più duro.

C’era l’attesa delle grandi occasioni. Da una parte Tadej, al rientro dopo lo smacco della Roubaix. Dall’altra Seixas, che catalizzava le attenzioni. Poi Evenepoel, che veniva dalla vittoria dell’Amstel e due Liegi in passato le ha comunque vinte. Quindi Pidcock e un discendere di altri nomi in caccia del podio. Alla presentazione delle squadre in Place Saint Lambert schiere di bambini si sporgevano dalle transenne chiedendo l’autografo e chiamandoli tutti per nome. Per la decana di tutte le classiche (prima edizione nel 1892) non mancava neppure un ingrediente.

La Liegi è un continuo fra autostrade e stradine. Quelli bravi li vedono passare anche sei volte, ma quando arrivano alla Redoute di solito si fermano e si godono il passaggio. I tagli standard prevedono invece la sosta a Baraque Frituur, poi alla Cote de Saint Roch di Houffalize, quindi la salita e la discesa dello Stockeu, infine una bella corsa veloce fino al traguardo.

La fuga estemporanea di 52 corridori ha fatto pensare a un grave errore del gruppo inseguitore e lo sarebbe stato se quei corridori si fossero trovati lì per scelta: sarebbe stata una grande imboscata ed Evenepoel ne avrebbe potuto trarre l’occasione per vincere. Invece erano lì per caso e si è visto.

A chi dice che la Redoute sia meno incisiva di un tempo, consigliamo di rivivere l’avvicinamento e poi l’esplosione. Come sul Monte Sante Marie, sulla Cipressa e sul Poggio, come sul Qwaremont, il corridore più forte di tutti i tempi ha sferrato l’attacco più veloce di tutti i tempi, scalando la salita simbolo a 24,2 di media (foto di apertura). Eppure dice che quando si è voltato, sapeva esattamente che Seixas sarebbe stato lì: non si aspettava magari che sulla cima il francese si prendesse il KOM impiegando secondo Velon un secondo meno di lui.

Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell'abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco
Nell’abbraccio fra Pogacar e Seixas dopo la Liegi, un sorriso che sa di rispetto reciproco

La resa di Remco

Siamo onesti, con l’ultimo sorso di birra che se ne va, nessuno credeva che Seixas avrebbe potuto staccare Tadej: sulla Redoute era già parso al gancio e quante volte si può morire in sella? Seixas c’è riuscito la prima volta, ma ha dovuto inchinarsi la seconda. E quando anche lui è arrivato a cottura, Tadej ha accelerato da seduto e lo ha lasciato lì. Il gap è ancora notevole, si è visto nelle classiche e probabilmente lo scopriremo nei prossimi Giri: quegli otto anni di differenza pretendono i giusti tempi (lo stesso Pogacar i suoi 2 anni da U23 se li è fatti), ma le prospettive sono pazzesche.

Lo sloveno non ci è parso tiratissimo come alla Sanremo, osservandolo nelle interviste e poi in bici sembra avere ancora quel di più che forse gli è servito alla Roubaix. Oppure passando dalle pietre alle salite, ha lavorato sulla forza. Di certo la forza l’ha usata con disinvoltura: ha aumentato la cadenza e ha costretto Seixas alla resa.

Dietro di loro, Evenepoel ha mostrato ancora una volta il fianco e poi nella conferenza stampa del dopo gara, è parso quasi in imbarazzo nel dover giustificare la sua prova opaca. C’è stato molto più spirito nei tentativi di Skjelmose che nella sua volata per il terzo posto. Chissà se il suo professionismo sbalorditivo a 18 anni non gli abbia imposto un limite di sviluppo che ora si sta palesando. Magari non è vero e Remco ci sbalordirà ancora, però se fossimo nei panni di Seixas e di chi lo gestisce, un pensierino lo faremmo.

Pino Toni, predestinati

I cinque predestinati sotto la lente d’ingrandimento di Toni

02.05.2026
7 min
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Tengono banco. Sono forti. Sono giovani, alcuni un po’ meno, ma in qualche modo sono i cinque prodigi del momento. Di chi parliamo? Beh, uno neanche ve lo diciamo, gli altri quattro sono Ayuso, Del Toro, Seixas e Remco. Di Pogacar e company, in questo periodo di intermezzo fra classiche e Giro d’Italia, facciamo il punto (tecnico) con Pino Toni.

Toni è la nostra conoscenza della preparazione, ma la sa lunga anche sugli aspetti umani e le dinamiche di squadra che ci sono dietro a un corridore. Quindi cosa piace al tecnico toscano e cosa piace di meno di ognuno. Punti di forza, analisi del momento…
«Sono cinque corridori fortissimi che, almeno a questo punto della loro giovane età, si sono però affacciati alla ribalta con vie simili, tranne uno: Tadej Pogacar», va subito nel merito Toni.

Pogacar, Pino Toni
Settembre 2019, a Madrid, sul podio finale della Vuelta, il mondo scopre un giovanissimo Tadej Pogacar. Quanta strada da allora per lo sloveno
Pogacar, Pino Toni
Settembre 2019, a Madrid, sul podio finale della Vuelta, il mondo scopre un giovanissimo Tadej Pogacar. Quanta strada da allora per lo sloveno

La crescita di Pogacar

Toni chiama dunque in causa immediatamente il campione del mondo. Partiamo proprio da lui, Tadej Pogacar.

«Pogacar – spiega Toni – non lo conosceva quasi nessuno, a parte il suo procuratore e quelli che gli erano strettamente vicini. Da junior ha fatto delle stagioni relativamente anonime, meno note rispetto agli altri e non si sapeva nemmeno da quanti anni andasse in bicicletta (ma se lo volete sapere leggete qui). Io ho avuto la fortuna di vederlo vincere all’esordio, in quella Vuelta del 2019. Conquistò le due tappe più difficili strapazzando Roglic che a quei tempi andava forte veramente».

Toni poi parla anche dell’aspetto più tecnico e da preparatore è ammirato dal fatto che Pogacar sia cresciuto lentamente e che continui a farlo in qualche modo.
«Parlando con dei suoi compagni di squadra, fino all’anno scorso non stava neanche tanto attento al mangiare. Non che mangiasse la frutta prima delle corse, sia chiaro, ma neanche era lì a pesare ogni cosa. Adesso invece mi dicono abbia insistito anche su questo aspetto. E’ cresciuto piano ed è per questo che ha ancora dei miglioramenti, lì pronti nel cassetto. Sì, di lui mi piace questo, che non è arrivato tra i pro già a tutta».

Juan Ayuso ha avuto diversi alti e bassi nella sua giovane carriera. Alla Lidl-Trek c'è chi potrà aiutarlo ad emergere
Juan Ayuso ha avuto diversi alti e bassi nella sua giovane carriera. Alla Lidl-Trek c’è chi potrà aiutarlo ad emergere
Juan Ayuso ha avuto diversi alti e bassi nella sua giovane carriera. Alla Lidl-Trek c'è chi potrà aiutarlo ad emergere
Juan Ayuso ha avuto diversi alti e bassi nella sua giovane carriera. Alla Lidl-Trek c’è chi potrà aiutarlo ad emergere

Ayuso, doppio carattere

Scorrendo la lista troviamo Juan Ayuso. Lo spagnolo, classe 2001, è un altro di quelli che graffiano e che ha una grande ambizione. Ha già raccolto molto, ma secondo alcuni poteva raccogliere anche di più.

«Di certo – dice Pino – Juan è passato che era più a tutta rispetto a Pogacar. Non solo, ma era già uno molto più incoraggiato, sapeva dove voleva arrivare, aveva già il supporto della squadra dietro. Tra l’altro una UAE Emirates che non era quella che aveva Pogacar all’esordio, ma già ben più evoluta».

«Un suo punto di forza? Nel bene e nel male il carattere. A Juan non piace perdere. Un corridore così nasce forte e le occasioni che perdi sono veramente poche, quindi se imparerà a gestire meglio certi momenti, quelli in cui ti va male insomma, anche da un punto di vista emotivo potrà fare tanto».

Viene da chiedersi se Ayuso, oggi alla Lidl-Trek, sia nella squadra giusta per ovviare a questo problema. Toni dice che sul fronte umano assolutamente sì. La Lidl-Trek è una famiglia e ha un ottimo personale, persino nei massaggiatori, forse dovrebbe avere un supporto tecnico migliore.
«Però aggiungo che proprio da un punto di vista tecnico Ayuso ha la fortuna di portarsi dietro un bel bagaglio dalla UAE e se non è un ragazzo sciocco quelle conoscenze potrà metterle a frutto. Se oggi io fossi in una squadra cercherei di ingaggiare dei corridori dalla UAE e farmi dire metodi, allenamenti, strategie».

Del Toro (classe 2003) è un talento completo. Ha spunto veloce, va forte in salita e anche a crono
Tre secondi dopo Tiberi è arrivato Del Toro, a 36" da Ganna
Del Toro (classe 2003) è un talento completo. Ha spunto veloce, va forte in salita e anche a crono

Del Toro, talento cristallino

Isaac Del Toro è forse il primo alter ego di Ayuso, colui che probabilmente ha rappresentato la classica goccia che fa traboccare il vaso per l’addio alla UAE Emirates.

«Isaac è il nuovo Ayuso, ma un po’ diverso secondo me – riprende Toni – Intanto viene da una nazione, il Messico, che non ha tutta questa tradizione ciclistica, almeno non a quei livelli. E’ una gemma che ha ancora tanto margine. E dico questo perché corre in UAE. Non ha la necessità di essere a tutta tutti i giorni. Tante volte si può concentrare molto meglio sugli allenamenti piuttosto che sul risultato. Tanto c’è qualcuno che lo fa per lui».

Del Toro attrae l’ammirazione di Toni soprattutto per la sua età e la sua classe. Sin qui ha già dimostrato belle cose. E proprio con Toni parlammo della sua forza e di quel modo di andare di rapportone.
«Sapete, quelle sono delle situazioni che si creano anche durante la stagione. Magari veniva da un periodo in cui aveva lavorato tanto in palestra e in generale sulla forza e in quei giorni ne aveva così tanta che tirava il rapportone. Ma vedrete che man mano che andrà avanti con la stagione questa scemerà un po’ e Isaac andrà meno duro. Di certo col caldo non spingerà quei rapporti».

Remco (classe 200) quando le cose non vanno per il meglio tende ad innervosirsi. Un aspetto che deve assolutamente migliorare
Remco (classe 200) quando le cose non vanno per il meglio tende ad innervosirsi. Un aspetto che deve assolutamente migliorare
Remco (classe 200) quando le cose non vanno per il meglio tende ad innervosirsi. Un aspetto che deve assolutamente migliorare
Remco (classe 200) quando le cose non vanno per il meglio tende ad innervosirsi. Un aspetto che deve assolutamente migliorare

Remco e la sua testa

E veniamo al capitolo Remco Evenepoel. Quello che poteva essere più spinoso in qualche modo. E infatti il preparatore toscano non si tira indietro. Se i numeri di Remco non si discutono, il suo comportamento sì. Ultimo esempio il nervosismo e il relativo flop (comunque ha fatto terzo) della Liegi.

«Evenepoel – spiega Toni – è fortissimo ma è attaccabile proprio dal punto di vista psicologico. Lì c’è da fare più lavoro mentale che tecnico e francamente non saprei come. Lui, come gli altri che abbiamo visto fin qui, non ama perdere o fare secondo. Quando va a correre vuole vincere. Si vede da come gareggia, però dovrebbe arrivarci con meno pressione addosso e cercare di divertirsi un pochino di più. Anche se la corsa gli si mette male. Tanto più che lui è uno di quelli super forti che la può raddrizzare anche se fora, o fa una piccola caduta o ha qualche altro inconveniente. Si è visto anche alla Roubaix. VdP e Pogacar sembravano fuori gioco e sono rientrati. Alla Liegi non può arrabbiarsi se gli altri non tirano con lui. Sanno che alla prima salita li stacca… a quel punto si giocano il piazzamento. Tanto più che davanti già ce ne sono altri due».

Nonostante tutto, Pino Toni sostiene di apprezzare la determinazione che Remco ha nelle corse di un giorno, specie quelle legate ai titoli in palio: le Olimpiadi, i mondiali a crono. «Per me alla fine dovrebbe essere anche più supportato dalla squadra».

Freccia Vallone 2026, Paul Seixas
Venti anni da compiere, per Toni (e non solo lui) Paul Seixas è l’erede di Pogacar
Freccia Vallone 2026, Paul Seixas
Venti anni da compiere, per Toni (e non solo lui) Paul Seixas è l’erede di Pogacar

Seixas, il prescelto

Infine arriviamo a Paul Seixas, l’enfant prodige, quello che davvero può far saltare il banco e mettere alle strette persino Tadej Pogacar. Cosa ne pensa Toni?

«Ha già dimostrato di poterci lottare. Considerando che è un 2006 e che non ha ancora compiuto 20 anni questo è un vero fenomeno. Intanto stacca tutti gli altri. E come li stacca. E non penso solo alla Liegi ma anche al Giro dei Paesi Baschi. Lì non sono riusciti minimamente a stargli dietro. Non solo, ma ha vinto anche col maltempo e per chi è giovane e ancora acerbo come lui questa è una contrarietà non da poco».

A questo punto, da buon tecnico qual è, Toni fa un’analisi estremamente interessante del talento della Decathlon-CMA. Parla di margini, di aree in cui può lavorare.

«Essendo del 2006 ha chiaramente ancora dei margini di crescita. E intendo proprio fisiologici, fisici. Margini enormi e margini anche sul fronte della tecnica. Spalleggia ancora tantissimo quando è a tutta. Potrebbe anche alzarsi un pochino di più sui pedali. Mentre la sua parte alta del corpo è ancora un pochino troppo leggera, almeno per supportare quello che spingono le sue gambe. Deve trovare un equilibrio, un bilanciamento proprio fisico. Però ha il tempo e modo per farlo. Il tempo è dalla sua. Seixas è un corridore che deve solo gestire il suo futuro».

Tour of the Alps 2026, Jakob Omrzel, Bahrain Victorious

Omrzel: Catalunya, TotA e le prime sfide nel WorldTour

01.05.2026
5 min
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TRENTO (TN) – Jakob Omrzel era uno dei volti più attesi al Tour of the Alps, il campione sloveno in carica è passato nel WorldTour dopo solamente un anno tra gli under 23. Una stagione, quella con la Bahrain Victorious Development che lo ha portato a vincere il Giro Next Gen a Pinerolo. Lo sloveno classe 2006 si era poi messo in mostra anche al Giro della Valle d’Aosta e vincendo a Capodarco. Nonostante un Tour de l’Avenir sottotono era poi arrivata una bella prestazione alla Cro Race a fine stagione, così il salto nel WorldTour è sembrata la soluzione migliore per continuare la crescita intrapresa. 

Degli enfant prodige della classe del 2006, tra cui figura Paul Seixas, Lorenzo Finn e appunto Jakob Omrzel, il solo ad essere rimasto tra gli under 23 è l’azzurro. Solamente il tempo ci dirà se è stata la scelta giusta o meno, anche se noi una mezza idea ce l’abbiamo. 

Tour of the Alps 2026, Jakob Omrzel, Bahrain Victorious
Jakob Omrzel al Tour of the Alps si è messo alla prova contro alcuni degli scalatori più forti in gruppo
Tour of the Alps 2026, Jakob Omrzel, Bahrain Victorious
Jakob Omrzel al Tour of the Alps si è messo alla prova contro alcuni degli scalatori più forti in gruppo

Passi intermedi

C’era tanta curiosità intorno a Jakob Omrzel, infatti il corridore della Bahrain Victorious tra le salite del Tour of the Alps è stato chiamato a mettersi alla prova contro avversari di un certo spessore. Oltre al vincitore Giulio Pellizzari si è scontrato contro Egan Bernal, Thymen Arensman, Michael Storer e altri scalatori tutti indirizzati verso il prossimo Giro d’Italia

«Innanzitutto sono contento di come sta andando questo primo anno nel WorldTour – ci racconta Omrzel – sto vivendo tante nuove esperienze e sto cercando di seguire un po’ il flusso degli eventi. Imparo tanto e nel frattempo cerco di migliorare la mia condizione. 

Lo sloveno nel 2025 ha vinto il Giro Next Gen (foto La Presse)
Lo sloveno nel 2025 ha vinto il Giro Next Gen (foto La Presse)
Eri reduce dalla tua prima corsa di categoria WorldTour, alla Vuelta a Catalunya, com’è andata?

Bene, alla fine della settimana di gare mi sono sentito davvero contento di com’è andata. Si è trattata di una gara estremamente interessante, a partire dal luogo ma anche per l’esperienza di una gara WorldTour. Sicuramente il ritmo è diverso, le strategie sono diverse e lo è anche il modo di approcciare la corsa. Mi è piaciuto molto, se mi fossi sentito un po’ meglio di gambe sarebbe stato ancora più bello, ma sono alle prime esperienze.

In questo Tour of the Alps come ti sei trovato?

Bene, a mio agio con questo genere di sforzi e anche sulle salite più lunghe. Penso che non sia un livello troppo alto, alla fine siamo tutti fatti della stessa pasta, per cui c’è solo da lavorare e migliorare ancora. 

Omrzel si è poi riconfermato vincendo anche a Capodarco una delle gare di riferimento per la categoria U23
Omrzel si è poi riconfermato vincendo anche a Capodarco una delle gare di riferimento per la categoria U23
Il salto da under 23 al World Tour sta andando bene?

Giorno dopo giorno sento di stare sempre meglio, ogni volta che corro faccio un passo in avanti. Passare da una squadra under 23 (anche se devo team, ndr) al WorldTour è stato impegnativo. Ci sono tante persone in più che fanno parte del processo. Cercare di elaborare il tutto non è semplice, ma è stimolante. 

C’è qualcuno che ti ha aiutato maggiormente?

Tutti mi stanno dando una grande mano, a partire dai compagni di squadra più grandi, passando per lo staff e i diesse. Avere delle figure di riferimento come le loro penso sia una bella cosa, perché hanno grande esperienza. 

Tour of the Alps 2026, Jakob Omrzel, Bahrain Victorious
Per Omrzel il passaggio nel WorldTour ha portato nuovi stimoli e nuove sfide
Tour of the Alps 2026, Jakob Omrzel, Bahrain Victorious
Per Omrzel il passaggio nel WorldTour ha portato nuovi stimoli e nuove sfide
Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione?

Mettermi alla prova, imparare e capire come funziona tutto. Ovviamente cerco anche di ottenere il miglior risultato possibile, sia per me che per la squadra. Non sono arrivato qui per far parte del gruppo e basta, voglio cercare di ricavare qualcosa sia di personale ma anche per i miei compagni. 

In che ambiti c’è da migliorare?

Tutti, sicuramente sento di essere uno scalatore, ma in questo momento del ciclismo si deve essere performanti in ogni ambito. Certo, non sono un velocista, ma sono in grado di andare forte in pianura e di giocarmi le mie chance in uno sprint ristretto. 

In tanti ti hanno definito un ciclista molto sveglio, lo si è visto anche dal modo in cui hai vinto il Giro Next Gen lo scorso anno…

E’ importante valutare ogni situazione, non si può correre a testa bassa sempre. Se ne ho l’occasione cerco di cogliere il momento giusto e di leggere la corsa. In termini di miglioramento personale credo che se uno cerca di imparare e si concentra al massimo è in grado di crescere molto. Si trova sempre il modo di vedere le cose da prospettive diverse, ma questo è anche il motivo per cui andiamo in bici. Mi piace pensare a ogni situazione specifica e al modo in cui l’affronterò. 

Tour of the Alps 2026, Jakob Omrzel, Bahrain Victorious
La maglia di campione sloveno non rappresenta un peso, ma solamente uno stimolo per fare sempre meglio
Tour of the Alps 2026, Jakob Omrzel, Bahrain Victorious
La maglia di campione sloveno non rappresenta un peso, ma solamente uno stimolo per fare sempre meglio
Indossi la maglia di campione sloveno, senti una pressione maggiore?

No, penso sia solamente un onore indossarla. E’ molto bella e la porto con orgoglio, ma da questa maglia non viene alcuna pressione. Arriva un po’ di mentalità in più, non so come dire ma ti senti maggiormente ambizioso. E’ solo uno stimolo positivo. 

In tanti cercano di accostarti a Pogacar, come vivi questo accostamento?

E’ normale che succeda. Nello sport è sempre così, se hai qualcuno che è della stessa nazione di sicuro gli altri cercano di mettervi a confronto, ma penso che con lui (Pogacar, ndr) sia impossibile. Io voglio solamente essere Jakob, non mi lamenterei se fossi come Pogacar, ma lui è unico nel suo genere.

Alle radici del Pogi Team, regalo di Pogacar alla Slovenia

Alle radici del Pogi Team, regalo di Pogacar alla Slovenia

30.04.2026
5 min
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Le vittorie di Tadej Pogacar stanno diventando un volano economico e sociale che sta investendo tutta la Slovenia come un benefico tornado. A dir la verità il campione vincitutto di oggi ha avuto occhio lungo, perché già ai primordi delle sue grandi vittorie, quando stava rapidamente scalando le gerarchie fino in cima, sapeva che le stesse non dovevano rimanere fini a se stesse e ha voluto creare una struttura tale che permettesse a tanti altri di seguire le sue orme. Così è nato il Pogi Team.

Luka Pibernik, professionista fino al 2020, poi è diventato manager del Pogi Team Gusto Ljubljana
Luka Pibernik, professionista fino al 2020, poi è diventato manager del Pogi Team Gusto Ljubljana
Luka Pibernik, professionista fino al 2020, poi è diventato manager del Pogi Team Gusto Ljubljana
Luka Pibernik, professionista fino al 2020, poi è diventato manager del Pogi Team Gusto Ljubljana

Chi frequenta il mondo delle due ruote ha sicuramente notato la formazione slovena, diventata una presenza fissa in molte manifestazioni, anche nel nostro Paese. La vittoria di Stajnar al Giro di Bosnia Erzegovina è stata la perla di questa stagione, riproponendo il team in primo piano. A gestirlo – e non si tratta di un compito semplice come si vedrà in seguito – è una vecchia conoscenza del ciclismo italiano, Luka Pibernik a lungo pro’ fra Lampre e Bahrain che oggi a 32 anni gestisce l’universo Pogi Team che è piuttosto vasto.

«E’ stato fondato nel 2021 – racconta – e a spingere verso questa scelta è stato innanzitutto il padre di Tadej che faceva da allenatore. Si sono messi padre e figlio a creare tutta l’intelaiatura. L’idea era innanzitutto di fare qualcosa al livello base, per i giovanissimi, poi però la squadra è andata allargandosi coprendo sempre più categorie. Ogni anno abbiamo più corridori soprattutto tra i più piccoli, per costruire una buona storia per il ciclismo in Slovenia».

Il team fondato da Pogacar è continental, ma ha anche una filiera vastissima, fino ai bambini
Il Pogi Team fondato da Pogacar è continental, ma ha anche una filiera vastissima, fino ai bambini
Il team fondato da Pogacar è continental, ma ha anche una filiera vastissima, fino ai bambini
Il Pogi Team fondato da Pogacar è continental, ma ha anche una filiera vastissima, fino ai bambini
Quanto è presente Tadej nel team? Si allena con voi, segue i vostri risultati, vi contatta…

Diciamo che ci segue sempre con molta attenzione, ma allenarsi con i ragazzi è praticamente impossibile, è sempre in giro per il mondo per gareggiare e preparare i suoi impegni. Ma a fine stagione non manca mai all’evento di chiusura, tre giorni nei quali si pedala insieme e si condividono le esperienze gettando le basi per la stagione successiva. Per i ragazzi è fondamentale averlo con loro e Tadej è sempre molto disponibile con tutti, ci tiene molto.

Quanto è importante il suo esempio per i ragazzi?

Tantissimo. Sapere che è il più grande di questi tempi e non solo, che è del proprio Paese è una grande gioia e uno stimolo. E’ proprio a questo che teniamo tutti, fare che il suo esempio non resti isolato, ma intorno si crei un vero movimento che possa prolungare i suoi effetti nel tempo, anche dopo che Tadej si sarà ritirato, naturalmente tra molti anni speriamo…

Mihael Stajnar è il leader del Pogi Team: ha conquistato di recente il Tour of Bosnia Erzegovina
Mihael Stajnar è il leader del Pogi Team: ha conquistato di recente il Tour of Bosnia Erzegovina
Mihael Stajnar è il leader del Pogi Team: ha conquistato di recente il Tour of Bosnia Erzegovina
Mihael Stajnar è il leader del Pogi Team: ha conquistato di recente il Tour of Bosnia Erzegovina
Spesso venite a gareggiare in Italia, perché proprio qui?

Sono corse con una grande tradizione, ideali per imparare e per crescere. Lo facevamo anche prima, lo facevano anche le squadre nelle quali il giovanissimo Pogacar correva. In Italia ci sono tante belle corse, in Slovenia il calendario non è così ricco e i ragazzi per crescere hanno bisogno di fare esperienze. E’ fondamentale che possano crescere con corridori stranieri, confrontarsi con qualcuno molto forte perché così diventano più forti loro.

Quanti corridori fanno parte del team?

La sua struttura è molto composita, perché ormai andiamo dai giovanissimi, allievi, juniores, U23. In totale abbiamo superato i 400 tesserati. Nella squadra di vertice, quella continental U23 sono una decina, compreso Mihael Stajnar vincitore in Bosnia e secondo alla Porec Classic. Lui con i suoi 25 anni è il più esperto, poi sono tutti ragazzi dai 18 ai 21 anni compreso anche un ciclista cinese, Yi Wei Zeng. L’appuntamento principale per noi sarà il Giro di Slovenia, nella seconda metà di giugno. Tutti hanno il sogno di fare del ciclismo il proprio lavoro, poi vedremo se e chi ci riuscirà, ma noi vogliamo metterli nella condizione di farlo.

Pogacar con i bambini del team: a fine stagione partecipa sempre al raduno con tutte le categorie
Pogacar con i bambini del Pogi Team: a fine stagione partecipa sempre al raduno con tutte le categorie
Pogacar con i bambini del team: a fine stagione partecipa sempre al raduno con tutte le categorie
Pogacar con i bambini del Pogi Team: a fine stagione partecipa sempre al raduno con tutte le categorie
Quanto è cambiato il ciclismo in Slovenia da quando c’è Pogacar?

Secondo me più del 300 per cento… Adesso ci sono tanti amatori, prima non era così, questo significa che il ciclismo si sta diffondendo a tutti i livelli e tutte le età.  Sta diventando lo sport più importante e famoso in Slovenia.

Anche più del basket? E’ più conosciuto Pogacar o Doncic?

E’ difficile da dire perché Doncic agisce in America, i suoi successi sono meno immediati. Tadej è unico, sta cambiando la storia, è quello che fa la differenza. Sarebbe bello avere suoi eredi che nascono da qui, ma è difficile trovare un campione ogni anno. Noi dobbiamo fare il meglio possibile. Alla fine nasceranno altri ottimi corridori, magari non così forti, ma vincenti, ne sono sicuro.

Coppa Montes. Padovan svetta dove Pogacar fallì

Coppa Montes. Padovan svetta dove Pogacar fallì

27.04.2026
6 min
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Non è una gara come tutte le altre. A parte il fatto che la Coppa Montes, arrivata quest’anno alla sua 71esima edizione, è una delle principali prove internazionali del calendario italiano, sono le sue motivazioni che la rendono una pietra miliare nel calendario juniores e per questo, prima di parlare dei verdetti che la corsa ha emesso nella fatidica giornata del 25 Aprile, è giusto occuparci delle sue radici.

Perché il fatto che la gara si disputi nella giornata dedicata alla Liberazione non è casuale. La prova ricorda la figura di Silvio Monguzzi e degli altri eroi della Resistenza, martiri in un periodo terribile della storia d’Italia ma che da quella è diventata quella che ancora è, pur con tutte le sue contraddizioni. Si gareggia a Monfalcone (GO) dove l’azione dei Partigiani è stata fondamentale e proprio per onorare le loro figure è nata la corsa, come spiega Massimo Masat, il presidente del comitato organizzatore che altri non è che la sezione provinciale dell’ANPI.

La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)
La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)
La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)
La partenza della 71esima edizione disputata sabato scorso, con 159 corridori al via (foto XPIX.IT)

Corsa legata alla storia partigiana

«72 anni fa si decise di onorare attraverso una competizione ciclistica quella che fu una figura di questo territorio, un partigiano torturato dai nazifascisti e morto a Palmanova. Non era un partigiano convenzionale, era uno che si era prodigato sempre per approvvigionare i partigiani che stavano in montagna. Inventò l’intendenza Montes, che raccoglieva viveri, vestiti per portarli ai partigiani in montagna, ovviamente con un livello di rischio altissimo».

Non è un caso il fatto che il percorso di gara prevede anche uno sconfinamento in Slovenia «I primi 50 chilometri sono in pianura, con 10 traguardi volanti che ricordano sempre figure salienti della Resistenza, dove sono gli stessi familiari dei partigiani a mettere i premi. A seguire inizia una parte molto più delicata, che comprende quattro gran premi della montagna, affacciati sul Collio. E’ una gara sentitissima, molto agonistica, eppure è anche un percorso che regala paesaggi bellissimi per chi volesse affrontarlo in maniera cicloturistica.

La classica friulana ha avuto al via molti team estri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)
La classica friulana ha avuto al via molti team esteri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)
La classica friulana ha avuto al via molti team estri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)
La classica friulana ha avuto al via molti team esteri, tra cui 5 devo team del WorldTour (foto XPIX.IT)

Un piccolo campionato del mondo

«Tornando al percorso, discesi da Rutar, entriamo a Zecla, in Slovenia e questa è stata la grande novità di questa edizione. Facciamo 4 o 5 chilometri oltreconfine e poi rientriamo in Italia sotto la salita di San Floriano, quella che è stata percorsa ai campionati italiani professionisti sul circuito di Gorizia nell’edizione ‘25».

La corsa è quasi un campionato del mondo, avendo radunato ben 20 squadre straniere tra cui 5 devo team: «Negli anni scorsi abbiamo avuto i complimenti di tutti quelli che sono venuti. Ci piace pensare, fatti i dovuti distinguo, che è in piccolo una sorta di Liegi per gli juniores, con le salite ben distribuite e un occhio sempre privilegiato per la sicurezza. Non sono salite particolarmente lunghe, ma con punte che vanno anche al 12-13 per cento. Chi vince la Montes ha molto spesso un futuro fra i pro’, qui sono passati Mohoric giunto secondo, Milan l’ha vinta dopo essere caduto, Omrzel ha fatto il vuoto. Per due volte è venuto Pogacar e per due volte è finito terzo…».

Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l'anno successivo (foto Bonaventura)
Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l’anno successivo (foto Bonaventura)
Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l'anno successivo (foto Bonaventura)
Edizione del 2015. Vince lo sloveno Primozic, a sinistra un giovanissimo Pogacar, 3° come l’anno successivo (foto Bonaventura)

Padovan, obiettivo centrato in pieno

L’ultimo di questa serie, augurandogli di avere identica fortuna, è Nicola Padovan che a 18 anni appena compiuti ha portato a casa l’ultima edizione. Il giorno prima era già stato protagonista al Liberazione di Roma, finendo 8°, a Monfalcone ha sbaragliato la concorrenza.

«Vivo a San Pietro di Feletto e pratico ciclismo da piccolissimo, iniziando già da G1 – racconta Padovan – Mi sono appassionato al ciclismo perché i miei tre fratelli correvano in bici. Vedendo loro ho deciso di seguire la loro strada e sono andato anche più lontano. La prima parte di stagione era andata bene, con la vittoria del team alla nostra prima corsa e il mio terzo posto a Orsago, dove avevo dichiarato che il cerchio rosso della stagione era la Montes, perché la vedevo corsa dai miei fratelli e mi era sempre piaciuta. Volevo arrivarci con la miglior forma possibile».

Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto Ciclismoblog)
Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto XPIX.IT)
Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto Ciclismoblog)
Padovan si lancia verso la vittoria, battendo il belga De Smet e Brandon Fedrizzi (foto XPIX.IT)

La presenza delle squadre straniere

La corsa l’ha sempre sentita in pugno: «La parte piana è stata fatta a tutta velocità – sottolinea Padovan – Infatti, sono arrivato sotto la salita che ero un po’ affaticato. La prima l’abbiamo fatta forte, la seconda un po’ più piano, da quando sono arrivato in cima alla seconda, che era quella dove avevo paura di staccarmi, ho pensato solo che dovevo tenere, così mi giocavo le mie carte in volata (foto di apertura Ciclismoblog, ndr)».

La presenza delle squadre straniere si è sentita? «Di sicuro hanno fatto un ritmo elevato fin dall’inizio e poi comunque gareggiare contro le squadre straniere ti mette un po’ più sotto pressione e ti dà meno sicurezza perché è gente che va già forte e non sei così convinto di rimanere con i primi. Ma questo rende la vittoria ancora più bella, era una cosa che volevo e sono riuscita ad ottenerla».

Per Padovan finora due vittorie e altre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)
Per Padovan finora due vittorie e altre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)
Per Padovan finora due vittorie e altrre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)
Per Padovan finora due vittorie e altre 4 Top 10. Risultati che potrebbero aprirgli le porte della nazionale (foto Ciclismoblog)

Una vittoria che ha portato frutti

Il fatto che a Monfalcone ci fossero i devo team ha dato al suo successo anche un altro significato: «Dopo l’arrivo molti emissari si sono avvicinati e questo mi ha fatto molto piacere, ho avuto primi contatti e ciò mi fa sperare per la fine della stagione. Non posso fare nomi, ma qualcuno si è detto interessato a farmi passare con loro».

Nel caso il trasferirsi all’estero, che cosa rappresenterebbe? «Il timore maggiore sarebbe la lingua – ammette Padovan – l’inglese lo capisco, ma non lo so parlare bene e questo è un freno, ma per il resto, per vivere all’estero, non ci sarebbero grandi problemi».

Con questo successo possono schiudersi anche le porte della maglia azzurra: «Su pista ho già avuto modo, ma è chiaro che indossarla su strada ha un valore diverso. Spero che ci sia occasione per provare quest’emozione».