SONDRIO – Quando ieri ha riattaccato il numero per la prima tappa del Tour de Suisse, Mathieu Van der Poel non correva dal quarto posto della Roubaix. Un anno davvero strano il suo finora, con la vittoria della Omloop Nieuwsblad al debutto stagionale, poi quella alla Tirreno e Harelbeke e tutto intorno piazzamenti dolorosi al Fiandre e alla Roubaix, che solo due volte in carriera l’ha visto giù dal podio: nel 2022 e lo scorso 12 aprile.
Conoscendolo, non si può dire che il 2026 sia stato per ora soddisfacente. E di certo non lo sarà stato ieri dopo l’arrivo, avendo tagliato il traguardo a 13’22” dallo scatenato Pogacar. Se davvero pensava di poter vincere come aveva detto alla vigilia, il risveglio è stato davvero brusco. Tadej ha trasformato in una corrida la tappa con appena 2.446 metri di dislivello, infliggendo distacchi da tappone dolomitico. Contro uno così salta ogni schema.
«Mi sono preso una pausa di quasi due mesi – ammette – ho fatto alcuni giri fra gli sponsor e poi ho fatto una buona preparazione, prima da solo e poi con la squadra in Spagna, per cui mi sono sentito pronto per tornare a correre. Abbiamo fatto un ottimo ritiro con la squadra proprio dopo la vittoria di Philipsen a Copenhagen. Il Tour de Suisse dura solo cinque giorni, già ieri è stata dura, ma l’obiettivo resta quello di vincere una tappa».
Quarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa cosìQuarto alla Roubaix, dopo Van Aert, Pogacar e Stuyven, la sua campagna del Nord si è chiusa così
La faccia da poker
Mathieu non lascia trasparire emozioni sulla faccia da poker: corretto e puntuale nelle risposte, ma nulla più di quelle. Al massimo un sorriso se la domanda lo punzecchia. L’ultima volta che venne al Tour de Suisse era il 2021: nel suo palmares c’era… soltanto il primo Fiandre e da qui si portò a casa le prime due tappe, poi si ritirò. Stessa storia al Tour de France: mollò nella tappa di Tignes, ma vinse la seconda sul Mur de Bretagne davanti a Pogacar, con dedica a nonno Poulidor.
«Ogni giorno qui è molto difficile – dice – ma penso che sia una gara perfetta. Non è troppo lunga, le tappe sono piuttosto brevi, quindi la corsa sarà intensa fino a domenica. E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che sono stato qui, ho dei bei ricordi, quindi spero che possiamo crearne di nuovi. Certo vincere quando i percorsi sono così duri diventa duro, dipende anche da cosa vorranno fare i corridori di classifica generale».
Ieri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivelloIeri, Van der Poel ha provato a tenere Pogacar, che però ha trasformato in inferno una tappa con 2.446 metri di dislivello
Vittima di Pogacar
La posizione di Van der Poel ha iniziato a farsi scomoda da quando il ciclismo ha spianato i dislivelli fra atleti e Mathieu si è ritrovato con gli uomini di classifica e i velocisti nelle classiche cui un tempo non si sarebbero neppure avvicinati. Nel suo caso, avere Philipsen in casa significa dover tenere da conto le ambizioni di uno che è stato capace di vincere la Sanremo, mentre la presenza di Pogacar già da tempo rende tutto più precario.
Non a caso il Van der Poel sbarazzino che vinceva le corse dopo fughe scriteriate ma belle ha lasciato il posto a un… chirurgo solitamente capace di finalizzare la fatica con grandi vittorie.
«Sono stato tanto senza correre – dice Van der Poel – quindi non vedevo l’ora di iniziare. Conosco un po’ la zona grazie ai tanti ritiri che ho fatto da queste parti. So che dovrò soffrire, ma è necessario per farsi trovare pronti per il Tour de France. Non ho avuto intoppi. Volevo giusto fare due gare in MTB, ma non è stato possibile a causa di qualche problema alla schiena che si è risolto rapidamente».
A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)A Les Gets 2025, Van der Poel ha chiuso al sesto posto la gara vinta dal francese Luca Martin (foto UCI MTB World Series)
Il richiamo della MTB
Il fuoristrada, più la mountain bike del ciclocross in cui Van der Poel è praticamente imbattibile, resta il suo pallino. E’ la conquista che lo ha sempre respinto e lo ha fatto apparire anche goffo, con le cadute olimpiche e le prestazioni opache nelle ultime uscite. E se qualcosa può pizzicargli l’orgoglio, questo è il tasto giusto da suonare.
«Confermo che voglio partecipare ai mondiali di mountain bike (26-30 agosto, ndr) – dice Van der Poel – ma ho bisogno di tenere i due mondi separati. Prima abbiamo voluto prepararci al meglio per il Tour de France e mi concentrerò sulla mountain bike in seguito: il tempo dovrebbe bastare. Non sarà l’ideale, ma voglio provarci. E poi ci saranno i mondiali su strada (27 settembre, ndr). Sono nel programma, ma l’estate è ancora molto lunga».
SONDRIO – Il boato che scroscia sul palco quando Stefano Bertolotti annuncia Tadej Pogacar (dopo aver snocciolato l’assaggio più cospicuo delle sue vittorie) scuote le finestre che si affacciano su Piazza Garibaldi. La città è ferma da due ore per la presentazione delle squadre del Tour de Suisse, che per la prima volta nella storia partirà (stamattina) dall’Italia e il passaggio del campione del mondo è stato tenuto volutamente in coda. Con il UAE Team Emirates c’è anche il UAE Team ADQ e anche per Elisa Longo Borghini l’applauso è stato fragoroso e potente.
Mentre gli annunci e la musica si prendono la scena, il campione del mondo mescola con lo sguardo curioso il piattino di pizzoccheri che le donne dell’Accademia di Teglio gli hanno messo in mano. Poi li assaggia e sorride. Forse nell’annotazione di un collega più anziano, sul fatto che sembri un ragazzino, c’è la verità della sua magia. Tadej sceglie le corse per stare lontano dalla noia e forse anche da bambino i suoi giochi erano sempre diversi. Finché nell’orizzonte è entrata la bicicletta e allora magari si è messo a rincorrere avversari più veloci di lui e continuava finché non li prendeva tutti quanti.
Gli hanno consegnato un piattino di pizzoccheri: Pogacar lo studia interessato e intrigatoPoi lo mangia: altri corridori come quelli della Visma hanno declinato l’assaggioGli hanno consegnato un piattino di pizzoccheri: Pogacar lo studia interessato e intrigatoPoi lo mangia: altri corridori come quelli della Visma hanno declinato l’assaggio
Un cordone intorno
Quando scende dal palco della presentazione, Pogacar si ferma con lo stesso sguardo a firmare magliette e cappellini per i bambini che lo hanno aspettato così a lungo. Hanno le firme di tutti i campioni, ma per la sua hanno tenuto un posto speciale. Intorno gli hanno costruito un piccolo cordone di sicurezza, perché avere il campione del mondo al Tour de Suisse è un bel lustro: se ne sono accorti i cugini del Romandie che alla fine di aprile lo hanno visto volare e portare migliaia di persone sulle strade.
Magari da queste parti siamo più abituati ad averlo in corsa, ma è bene evitare che qualche tifoso troppo caloroso lo spintoni per una foto. Nessuno in realtà sembra troppo minaccioso, ma intanto Pogacar è arrivato davanti alle telecamere, i taccuini e i microfoni e di colpo dai suoi occhi è sparito lo stupore del bambino. Nel parlare di ruote, altura, salite e pedali è tornato il corridore.
I banchi per spiegare ai corridori come si fanno i pizzoccheri sono dell’Accademia del Pizzocchero: qui Tim WellensI banchi per spiegare ai corridori come si fanno i pizzoccheri sono dell’Accademia del Pizzocchero: qui Tim Wellens
La forma ritrovata
Racconta di essere stato in ritiro con la squadra e che gli allenamenti sono stati duri e di buon ritmo tutti i giorni. Quando abbiamo parlato di lui con lo staff del UAE Team Emirates al Giro d’Italia, qualcuno si è lasciato scappare che il peso che gli era servito per giocarsi la Roubaix non fosse ancora del tutto a posto e che al Romandia avesse dominato perché il suo livello è spaziale anche se la forma non è delle migliori. A Sierra Nevada sarebbe tornato tutto nella norma.
«Ora siamo qui per il Tour de Suisse – dice Pogacar – metteremo alla prova le gambe già domani (oggi, ndr) e vedremo se saremo davvero pronti per il Tour o se dovremo cercare qualcosa in più negli allenamenti che restano. In allenamento mi sento benissimo e non posso lamentarmi. Quando è caldo, un chilo si perde facilmente. Qui affronteremo un percorso impegnativo di soli cinque giorni e non più nove come un tempo quando c’erano anche i tapponi di montagna.
«E’ un po’ diverso, ma penso che sarà comunque molto bello. Sarà una bella corsa per le gambe, per la velocità e per mettere alla prova la resistenza. Forse è anche positivo che duri solo cinque giorni, perché così potrò recuperare più velocemente. Vedremo come andrà…».
Bostjan e Tadej al lavoro sulla bici da crono: si parla dei poggioliBostjan Kavcnik e Maurizio Da Rin verifcano il peso della Colnago di PogacarBostjan e Tadej al lavoro sulla bici da crono: si parla dei poggioliBostjan Kavcnik e Maurizio Da Rin verifcano il peso della Colnago di Pogacar
Di bici e cronometro
In mattinata, di passaggio nell’Agrirelais La Fiorida in cui ha soggiornato con la squadra, lo abbiamo visto ragionare a lungo con il meccanico e amico Bostjan Kavcnik, che nel tempo libero si prende cura delle bici del Pogi Team in Slovenia. Confabulavano sulla bici da crono e le sue appendici, l’imbottitura e la larghezza dell’appoggio, mentre fino a pochi minuti prima i meccanici si erano dati un gran da fare perché le sue Colnago Y1RS nere pesassero allo stesso modo.
Anche il casco privo di scritte ha fatto pensare alla ricerca dei dettagli per la sfida del Tour, che anche quest’anno si annuncia di altissimo livello. Al punto che durante l’uscita, Tadej si è fermato nella sede MET che produce i suoi caschi e ha dato qualche annotazione sul prototipo bianco.
«Quando ho deciso di partecipare al Tour de Suisse – dice Pogacar – non sapevamo ancora che sarebbe cambiato così. Ho scelto di venire qui perché si adatta bene, è diverso dal Delfinato, ma il periodo più o meno è lo stesso. L’obiettivo oltre a vincere, è rimanere in salute. Già domani (oggi, ndr), con salite brevi e impegnative, molti corridori proveranno a vincere. Probabilmente ci saranno molti attacchi e noi abbiamo una buona squadra per seguire e magari proveremo a fare qualcosa anche noi».
Questo stesso casco da crono provato da Pogacar l’ha usato anche Del Toro in FranciaQuesto stesso casco da crono provato da Pogacar l’ha usato anche Del Toro in Francia
Due corse in una
La novità del Giro di Svizzera, che tanti anni fa si era battuto per avere il secondo weekend di gara, sta proprio nella riduzione dei giorni di gara (da nove a cinque), nel fatto che si sia puntato molto su finali in circuito e che su percorsi pressoché identici correranno anche le donne. L’ingresso di Flanders Classics nell’organizzazione ha portato una ventata di novità e sarà la strada a dire se la nuova formula sarà quella giusta.
«Sulla partecipazione delle donne negli stessi giorni – dice Pogacar – si potrebbero migliorare alcuni aspetti organizzativi, perché loro partono molto presto e noi molto tardi. Possiamo parlare di più dei dettagli, c’è margine di miglioramento e sicuramente ci si potrebbe coordinare meglio, però è fantastico che abbiano tappe simili alle nostre ed è altrettanto fantastico che il ciclismo femminile stia andando in questa direzione».
Sul palco con la UAE Emirates di Pogacar, anche la UAE Adq di Elisa Longo BorghiniDopo il Romandia, torna in gara anche Tiberi, allo Svizzera con Eulalio e Lenny MartinezAl via c’è anche Roglic, che non ha mai vinto il Giro di SvizzeraSul palco con la UAE Emirates di Pogacar, anche la UAE Adq di Elisa Longo BorghiniDopo il Romandia, torna in gara anche Tiberi, allo Svizzera con Eulalio e Lenny MartinezAl via c’è anche Roglic, che non ha mai vinto il Giro di Svizzera
L’emozione del gigante
Torna bimbo col suo stupore soltanto alla fine quando gli chiediamo se sia curioso di provare una corsa mai fatta prima e che cosa pensi davvero dopo aver sentito il suo nome chiamato così forte dal pubblico.
«Sono molto emozionato – dice e di nuovo sorride – e non vedo l’ora di affrontare tutte le tappe che mi aspettano. E’ stato bello vedere tutti questi tifosi già qui oggi per la presentazione per cui cercherò di godermi questi cinque giorni di gara. Ogni tappa sembra piuttosto diversa, ma forse la cronometro e l’ultima tappa sono le migliori per me».
Lo spingono verso l’uscita della zona mista, sono passate le sette ed è tempo di tornare in hotel. Mancano due settimane al Tour de France, per allora l’entusiasmo del bambino sarà stato riposto nel fondo di un baule. Ci sono battaglie in cui anche i bambini devono diventare grandi in fretta. Ma siamo certi che il gusto di quei pizzoccheri continuerà a girargli a lungo per la testa.
La corsa che ha sancito l’ultimo passo di avvicinamento, almeno per quanto riguarda le gare, di Paul Seixas al suo primo Tour de France si è conclusa con un ritiro nell’ultima tappa: la frazione numero otto del Tour Auvergne-Rhone-Alpes. Quello che prima era il Critérium du Dauphiné. La breve corsa a tappe ha cambiato nome ma non ha perso l’importanza che ha sempre ricoperto in avvicinamento alla Grande Boucle. Il giovane talentino della Decathlon CMA CGM, che è uscito con evidenti escoriazioni e un DNF, probabilmente ha vissuto il momento più difficile di questi due anni nel WorldTour, che arriva a poche settimane dall’esordio nella corsa più importante di tutte.
La scivolata che ha messo fuorigioco Paul Seixas è arrivata nella penultima tappa, la settima: quella che prevedeva l’arrivo in cima al Grand Colombier. Nonostante la caduta e i segni evidenti sul corpo, il francese ha poi concluso la frazione con un ritardo di un minuto e venti secondi dal vincitore di giornata Isaac Del Toro. Messicano che il giorno dopo si è ripetuto a Brison, con il principale rivale ritiratosi dopo pochi chilometri.
Dopo la caduta la rincorsa di Seixas, che ha provato a recuperare minuti a Del ToroUno sforzo pagato caro dal francese, che sul traguardo è arrivato sfinitoDopo la caduta la rincorsa di Seixas, che ha provato a recuperare minuti a Del ToroUno sforzo pagato caro dal francese, che sul traguardo è arrivato sfinito
Momento buio
Quello che sta vivendo il talento di Lione, uno dei più attesi per il prossimo Tour de France, non è decisamente il momento migliore. Anche se non sembrano esserci grandi preoccupazioni sulla sua partecipazione, né tanto meno sulla sua condizione.
«Effettivamente è il primo momento difficile che si trova ad affrontare – dice Moreno Moser a proposito delle prestazioni di Seixas al Tour Auvergne-Rhone-Alpes – non che questo porti preoccupazioni o particolari allarmismi. Una caduta capita a tutti, come ha ammesso lui stesso si è trattato di un errore di gioventù. Nel tentativo di recuperare qualche posizione in discesa si è trovato a terra. Una scivolata frutto anche della tanta sicurezza che Seixas ha nei propri mezzi e nella sua capacità di guida».
Tappa otto, la resa di Seixas arriva dopo una quarantina di chilometriTappa otto, la resa di Seixas arriva dopo una quarantina di chilometri
Un ritiro che può incidere nell’avvicinamento al Tour de France?
Direi di no, anche per il semplice fatto che è riuscito a finire la tappa. Quello sforzo serviva ed era necessario ai fini della preparazione. A mio avviso la scelta di non partire il giorno dopo era rivolta al voler preservare il corridore. Ha perso una tappa, direi che il danno è minimo. Anzi…
Cosa?
Da un lato, in ottica Grande Boucle, Del Toro gli ha rubato la scena e gli ha tolto un bel po’ di pressione. Pensate se Seixas, dopo la stagione che ha fatto fino ad adesso, avesse vinto anche il Tour Auvergne-Rhone-Alpes. Altro che pressione.
Una caduta, quella di Seixas, che ha privato gli spettatori del duello con Del Toro, i due si ritroveranno al Tour ma con due ruoli diversiUna caduta, quella di Seixas, che ha privato gli spettatori del duello con Del Toro, i due si ritroveranno al Tour ma con due ruoli diversi
Del Toro quella pressione la scarica però su Pogacar, Seixas comunque rimane il faro della Decathlon.
Tra i tifosi c’è già chi sogna una storia simile a quella tra Cunego e Simoni al Giro del 2004. E’ una dinamica che affascina sempre, il giovane che arriva e scalza il capitano o l’uomo da battere. Se questa cosa poi si trasporta tra compagni di squadra il tutto si amplifica. Ma non credo proprio che succederà a questo Tour de France.
Però le attenzioni verso Seixas sono in un certo senso simili, no?
Assolutamente. Lui è il giovane rivale che arriva e potrebbe scalzare il dominatore di turno. Una dinamica che ricorda Davide contro Golia. Nel film di Batman il Joker dice: «O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo». Pogacar sta diventando, tra tante virgolette, il cattivo. Tutti sono in attesa di qualcuno che possa batterlo.
Seixas è stato l’unico a dare l’impressione di poter reggere agli attacchi di Pogacar alla LiegiSeixas è stato l’unico a dare l’impressione di poter reggere agli attacchi di Pogacar alla Liegi
Si cerca già la sfida…
Il Giro da questo punto di vista ha regalato davvero poco, quindi il pubblico non vede l’ora di guardare il Tour e gustarsi le battaglie sportive tra i migliori ciclisti al mondo. Anche se il Tour non è che abbia regalato grandi duelli nelle ultime edizioni.
Seixas può essere davvero il terzo incomodo?
Con i giovani tante volte si vive sull’hype e l’attesa piuttosto che sulla realtà. Questo è accaduto anche con Pellizzari al Giro, tutti erano curiosi di vedere se fosse riuscito e restare con Vingegaard. Però Seixas ha dimostrato che con Pogacar ci può stare, riesce a seguirlo (almeno più di quanto fatto dagli altri negli ultimi anni, ndr). Insomma, tutti si chiedono fin dove possa arrivare Seixas.
L’unico dubbio è sulla capacità di tenuta di Seixas sulle tre settimaneL’unico dubbio è sulla capacità di tenuta di Seixas sulle tre settimane
La caduta al Tour Auvergne apre una parentesi, gli errori di gioventù.
Una scivolata può succedere a tutti, anche a Pogacar e Vingegaard. Seixas è estremamente bravo a guidare la bici, poi è in un momento positivo. Diventa facile sentirsi infallibili, in questi casi dosi meno i pericoli e gli eventuali rischi. Detto questo credo che l’esperienza del Tour Auvergne gli abbia insegnato tanto.
Insomma, non ridimensiona di tanto le attese o l’impressione di avere un rivale all’altezza di Pogacar?
Seixas lo vedo solido, ha una maturità impressionante e una capacità di gestire lo stress davvero elevata. Lo percepisco come un ragazzo molto intelligente e sicuro di sé.
Il Tour Auvergne-Rhone-Alpes è stata l’ultima tappa di avvicinamento per la Grande BoucleIl Tour Auvergne-Rhone-Alpes è stata l’ultima tappa di avvicinamento per la Grande Boucle
Quindi un avversario più temibile di Evenepoel e di Lipwitz?
Sì, io lo metto davanti a loro perché va più forte in salita, lo ha dimostrato. In un ciclismo molto scientifico ci sono dinamiche che non possono essere più improvvisate. Seixas ha fatto vedere numeri e prestazioni superiori rispetto ad Evenepoel e Lipowitz. A Remco mancherà sempre qualcosa per competere a certi livelli, mentre Lipowitz lo scorso anno ha fatto un ottimo terzo posto, ma correndo di rimessa.
Non vedi punti deboli o critici?
Seixas è uno degli atleti maggiormente performanti e solidi. In un ciclismo in cui gli atleti più forti lo sono su quasi tutti i terreni lui è su quel livello. Faccio fatica a vedere un limite in tutti e tre: Pogacar, Vingegaard e Seixas. Forse c’è l’incognita della terza settimana, dove non si ha uno storico visto che è il primo Grande Giro per Seixas. Però c’è il fascino del corridore giovane, non si sa fin dove può arrivare. Ma lo scopriremo presto.
La RAI non ha trasmesso il Fiandre. Quali ragionamenti ci sono a monte di certe decisioni? Qual è lo stato di salute dello sport italiano? Come sta il ciclismo?
Dopo il trionfo alla Strade Bianche, si impone una riflessione sull'attività limitata di Pogacar. Poche gare per essere sempre al top: necessità o scelta?
Masnada è stato il solo capace di reggere il ritmo di Pogacar. Lo ha ripreso in discesa e ha provato a staccarlo a Città Alta. Un secondo che sa di vittoria
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Un anno prima di Narvaez e forse spianandogli la strada, Pavel Sivakov si è lasciato alle spalle la Ineos Grenadiers ed è approdato al UAE Team Emirates, la squadra di Pogacar. Il russo con passaporto francese, che nel 2017 vinse il Giro d’Italia U23 e poi a seguire il Polonia, la Vuelta a Burgos e il Tour of the Alps, ha accettato la nuova sfida rendendosi conto che avrebbe avuto più spazio nella squadra di Gianetti di quanto ne abbia mai avuto con i britannici.
Proprio parlando con Sivakov, si coglie lo spirito della UAE Emirates che vince nonostante le ferite. La squadra numero uno al mondo ha scoperto al Giro di poter essere fragile, ma ha dimostrato quel che si è sempre detto per riassumerne la forza: i suoi gregari potrebbero essere capitani in qualsiasi altro team. Le vittorie di Narvaez e quella di Arrieta, supportati da compagni formidabili, non sono state per caso.
L’inizio di stagione di Sivakov è stato faticoso: dopo il ritiro della Parigi-Nizza, per lui un mese di stopL’inizio di stagione di Sivakov è stato faticoso: dopo il ritiro della Parigi-Nizza, per lui un mese di stop
Con o senza Tadej
Il suo essere francese e forte avrebbe smosso l’interesse della Decathlon, in cerca di un supporto più solido per Seixas. Secondo L’Equipe l’offerta di un triennale a partire dal 2027 sarebbe stata già ricevuta, ma per ora non se ne parla. Le sfide che lo attendono sono alte ed è bene restare concentrati.
«La stagione non è cominciata molto bene a dire il vero – racconta Sivakov – non ho mai avuto le migliori sensazioni. Da corridore, pensi sempre di superare le difficoltà e di sentirti meglio, ma per me non è successo. Sono grato alla squadra per avermi permesso di recuperare e riposare dopo il ritiro alla Parigi-Nizza».
E’ tornato alle corse all’Amstel, poi ha proseguito con Freccia Vallone, Liegi e Romandia: le ultime due in appoggio a Pogacar che ha vinto. Ma la UAE Emirates non è solo Pogacar e il Giro lo conferma. Del resto, basta scorrere il programma del campione del mondo, per rendersi conto che le giornate di gara senza di lui sono davvero tante. Nonostante sia stato fermo per un mese dopo la Parigi-Nizza, Sivakov ha 24 corse nelle gambe: Pogacar che non ha avuto intoppi è fermo a 11.
Quest’anno Sivakov ha corso per la prima volta con Pogacar alla Liegi, scortandolo alla vittoriaQuest’anno Sivakov ha corso per la prima volta con Pogacar alla Liegi, scortandolo alla vittoria
Ti piacerebbe fare il suo calendario?
Magari potessi (sorride, ndr), ma non sono sempre con lui. Ho un mio programma che abbiamo discusso con Matxin e con la squadra all’inizio della stagione, poi a causa delle mie sensazioni negative, abbiamo dovuto cambiare qualcosa e saltare il Catalogna. Ho corso nuovamente con Tadej alla Liegi e al Romandia e mi piace farlo. Onestamente, è fantastico, ma non incide molto sul lavoro. La preparazione non cambia, mi alleno sempre allo stesso modo: quello che cambia è solo il modo in cui corriamo.
Da talento negli under 23 a super gregario e leader quando si può: come descriveresti la tua crescita?
Credo che come corridore e anche come persona si migliori di anno in anno. Si continua a imparare, credo si continui a farlo sino alla fine della carriera e della stessa vita. Si impara sempre qualcosa di nuovo ogni giorno e io ho cercato di fare proprio questo. Ovviamente a un certo punto, fisicamente si raggiunge un limite, ma continuo a sentirmi giovane. Forse sono vecchio rispetto ai ragazzi che stanno diventando professionisti, ma credo che i migliori anni debbano ancora venire.
Hai mai pensato che la tua carriera sarebbe potuta andare diversamente?
Non ho particolari rimpianti. La vita è come un libro, ci sono tanti capitoli e ogni capitolo arriva al momento giusto. Da giovane avevo questo talento ed è stato fantastico, ma bisogna saper cambiare e adattarsi. Il passato non si può cambiare, ma si può continuare a migliorare e a imparare. E non credo che mi manchi qualcosa, perché altrimenti non sarei qui.
Giro d’Italia Giovani U23 del 2017, a Campo Imperatore l’ultima tappa e la classifica finale: 1° Sivakov, 2° Hamilton, 3° HindleyGiro d’Italia Giovani U23 del 2017, a Campo Imperatore l’ultima tappa e la classifica finale: 1° Sivakov, 2° Hamilton, 3° Hindley
Sei stato uno dei primi corridori a passare al professionismo da un devo team: credi che oggi sia il modo più efficace per avviare una carriera?
Credo di sì. Ormai i team cercano corridori sempre più giovani, il problema sorge semmai quando il corridore di un devo team firma per una squadra diversa. Io fui un po’ criticato per questo, per il mio passaggio dalla BMC Development al Team Sky. Ma penso che questa sia la strada giusta oggi più di allora, perché adesso i corridori arrivano al professionismo prestissimo quindi avere intorno queste strutture rende tutto più facile.
Team SKY e UAE Emirates sono le due squadre che hanno cambiato il ciclismo negli ultimi vent’anni: ci sono punti di contatto secondo te?
Sono davvero grato, mi sento davvero fortunato di essere stato in queste due squadre. Il Team SKY era una squadra britannica, mentre qui c’è una cultura un po’ italiana e un po’ spagnola. Però a parte questo, la voglia di vincere è presente in entrambe le squadre: si vuole primeggiare, fare secondi o terzi non interessa. E per vincere si lavora sodo. Forse è diverso anche l’approccio.
In che senso?
Direi che forse il Team Sky è più focalizzato su qualcosa di più rigido, più strutturato, mentre alla UAE Emirates c’è un po’ più di rilassatezza. Entrambi gli approcci però funzionano e portano a ottimi risultati. Si può vedere da come si comportano i team, come si comportava il Team Sky prima e come stiamo facendo ora qui come squadra numero uno al mondo. E’ stato fantastico far parte di questi due progetti diversi.
E’ il 2019, secondo anno da pro’: Sivakov vince il Tour de PologneE’ il 2019, secondo anno da pro’: Sivakov vince il Tour de Pologne
E Pavel Sivakov con quale approccio si trova maggiormente a suo agio?
Domanda difficile, credo di preferire un mix di entrambi. Ho cambiato squadra nel momento più giusto della mia carriera. Forse avevo bisogno di qualcosa di un po’ più rilassato e, per come stanno andando le cose qui dopo aver lasciato il Team Sky, non ho nulla da obiettare su questa squadra. Ma quella è stata un’esperienza davvero positiva. Ho imparato molto, soprattutto su come fare bene le cose nonostante fossi molto giovane.
Invece alla UAE Emirates?
Sono arrivato qui al momento giusto: Gianetti e Matxin ci gestiscono benissimo, ci ascoltano e sanno come gratificare i corridori. Perciò non credo ci sia un approccio migliore, perché entrambi sono stati positivi.
Che cosa significa essere nella squadra numero uno al mondo?
Significa molto: non ci penso spesso, ma è così e forse me ne renderò conto meglio quando mi sarò ritirato. Arrivare nella squadra migliore al mondo può essere il traguardo di una carriera.
Dopo la Liegi il Romandia e a breve per Sivakov inizierà l’avvicinamento al TourDopo la Liegi il Romandia e a breve per Sivakov inizierà l’avvicinamento al Tour
Correre con Tadej significa anche imparare qualcosa da lui oppure è talmente speciale che non c’è niente da imparare?
Penso che sia talmente speciale – sorride Sivakov – che non c’è niente da imparare. Tadej è un alieno nel ciclismo, è come se venisse da un altro pianeta. Forse si può imparare dal suo approccio al ciclismo e alla vita in generale. Penso che per i corridori più giovani possa essere un esempio anche su questo. Nonostante sia una superstar, rimane sempre una persona molto semplice. E trovo sbalorditivo il modo in cui gestisce tutta la pressione che lo circonda.
Come fa?
Non lo so. In bici lo vedono tutti che è semplicemente un gradino sopra gli altri e, se provi a imitarlo, potresti sbattere contro un muro. Ma per il resto e per quello che vedo, sono davvero impressionato dal modo in cui fa le cose. Lo trovo pazzesco.
Ripassiamo la Sanremo di Pogacar con il diesse Hauptman. Più di così la UAE non poteva fare. E' mancato qualcuno? Solo il vincitore ha fatto tutto bene
Mentre si corre il Giro d’Italia, ci sono altri campioni che stanno preparando il Tour de France e tra questi c’è sua maestà Tadej Pogacar. In questo periodo di riposo è curioso fare qualche considerazione sullo sloveno, partendo da ciò che ha detto lui stesso al Romandia: «Sono più pesante perché mi sono lasciato trasportare dalla tanta palestra fatta questo inverno».
E in effetti si è visto un Pogacar più grosso, muscolato e forse anche con un filo di grasso in più. Ma la cosa era più che legittima. Il campionissimo della UAE Emirates puntava forte su classiche per lui complicatissime: Sanremo, Fiandre e soprattutto Roubaix, dove la componente peso è determinante per non saltellare troppo sulle pietre. E nonostante tutto, pensate che tra i primi dieci arrivati era 11 chili in meno del più leggero. In pratica anche col secondo posto ha fatto un’impresa.
Pogacar in azione al Fiandre. Per sua stessa ammissione, Tadej ha detto di essere più pesante per via della tanta palestra fatta in invernoPogacar in azione al Fiandre. Per sua stessa ammissione, Tadej ha detto di essere più pesante per via della tanta palestra fatta in inverno
Dalle classiche al Tour
Questi atleti sono come auto da Formula 1 e, visto che si parla sempre di dettagli, anche piccole differenze di preparazione, peso e scelte tecniche possono essere determinanti. E variano da corsa a corsa in base al tracciato.
Non è un caso che al Giro di Romandia, prima corsa a tappe della stagione, Pogacar sia stato sì il più forte, ma non devastante in salita come sempre. Alla fine lo ha detto lui stesso: era più pesante, più muscoloso e non aveva ancora fatto lavori specifici sulle lunghe salite. Poi, okay, si chiama Tadej Pogacar e vince lo stesso, ma per farla breve: Florian Lipowitz non gli era lontano.
Ora però le cose stanno cambiando. Si va verso il Tour de France e di certo troveremo un Pogacar trasformato. Lo sloveno ha già iniziato a lavorare sulle lunghe salite e anche sulla dieta. Dieta tra virgolette. Quel che abbiamo saputo da fonti attendibili è che Pogacar, da qui al Tour, dovrà perdere non meno di due chili.
Marco Compri, a a destra, del Centro Studi della FCI con Tommaso Lupi, ex tecnico della BmxMarco Compri, a a destra, del Centro Studi della FCI con Tommaso Lupi, ex tecnico della Bmx
Effetto palestra: parla Compri
Ma se questa è la fotografia della situazione di Pogacar, la curiosità è capire se tutta questa palestra fatta in inverno in vista delle classiche potrà essergli utile anche per la Grande Boucle. Se quella forza ulteriore in qualche modo resterà nelle sue gambe. A tal proposito abbiamo chiamato in causa Marco Compri, dello staff performance della Fci. E’ lui che segue i ragazzi della pista.
«Non si tratta solo di palestra e forza – inizia Compri – il fatto che un atleta abbia più massa non significa automaticamente che sia più forte. Un conto è l’ipertrofia funzionale, un conto è la forza. E poi bisogna capire quale tipo di forza. A un ciclista servono i picchi di forza, quindi la capacità di spostare peso ad alto carico e ad alta velocità. E di per sé questo è il presupposto per poter poi avere potenza.
«Bisogna approfondire quale fosse il vero obiettivo della periodizzazione di Pogacar. Doveva alzare i massimali? Gli serviva ipertrofia? Nel nostro sport l’obiettivo della palestra è avere elevati livelli di testosterone da tradurre in potenza. Per dare una risposta precisa bisognerebbe sapere quali protocolli ha utilizzato e come ha periodizzato tutto questo».
Senza dubbio un lavoro di ipertrofia muscolare è servito a Pogacar. Compri parla di una massa, specie se addotta nella parte superiore del corpo, utile per esprimersi su percorsi come Fiandre e Roubaix. Per essere più stabili nella guida, stancarsi meno sulle pietre, guidare e spingere meglio. Ma certo non è questo che porterà Pogacar ad avere un eventuale vantaggio al Tour derivante dalla tanta palestra fatta questo inverno.
«Averla fatta per le classiche non significa che porterà quel lavoro al Tour, perché la forza dopo quattro giorni comincia a scemare se non viene richiamata».
Senza dubbio nel formato Tour, lo sloveno è più magroSenza dubbio nel formato Tour, lo sloveno è più magro
Meno chili, stessi watt
I tecnici della UAE Emirates hanno di sicuro programmato bene questa trasformazione da cacciatore di classiche a corridore da Grandi Giri. Ricordiamo che quando parliamo di trasformazione ci riferiamo a cambiamenti minimi, ma che a questo livello possono fare la differenza.
La vera sfida di Pogacar e del suo staff è dimagrire di quei due chili o poco più senza perdere la forza acquisita. Ma ancora una volta Compri fa capire che non è così semplice.
«Questi – riprende Compri – sono due concetti diversi. La massa non è indicatore diretto di forza. Si potrebbe perdere peso senza perdere massa magra, perché perdere troppa massa magra condiziona anche i tipi di forza. La cosa importante è capire come avviene questo processo e come in UAE tutelano i parametri di forza. L’obiettivo è non perdere i picchi di potenza. Sulla forza in senso assoluto si lavora in pre-season. In piena stagione quello che interessa è il picco di potenza, non il picco di forza».
E qui urge un chiarimento fra forza e potenza. «Il picco di forza è la capacità di spostare un alto carico ad alta velocità. Il picco di potenza è il massimo carico alla massima velocità».
La scorsa volta il suo coach Sola ci disse come il miglioramento di Pogacar fosse dovuto principalmente dal lavoro a secco (foto Facebook)La scorsa volta il suo coach Sola ci disse come il miglioramento di Pogacar fosse dovuto principalmente dal lavoro a secco (foto Facebook)
Quali richiami?
Tra la fine del Romandia e il Giro di Svizzera, Pogacar rimarrà senza correre per 45 giorni: un mese e mezzo in pratica. Chiaramente tornerà a fare dei richiami. Come spiega Compri, il lavoro in palestra serve a riqualificare livelli di forza che in bici non si riescono a mantenere.
«Probabilmente – riprende Compri – faranno un richiamo del lavoro a 0,4-0,5 metri al secondo (la velocità di esecuzione dei vari esercizi, ndr), per poi avvicinarsi al momento gara a velocità prossime a 0,6-0,7, anche 0,8 metri al secondo. Se Pogacar riuscirà a lavorare in palestra ai livelli di questo inverno ma con 2-3 chili in meno, allora avrà alzato ulteriormente l’asticella.
«Soprattutto se quei chili in più erano distribuiti in gran parte sulla parte alta del corpo. Allora il gioco potrebbe essere relativamente semplice. Si smette di stimolare troppo l’upper body e automaticamente si perde massa. In quel caso perde un po’ di stabilizzazione, ma allo stesso tempo non è una perdita che va a inficiare la spinta. Discorso diverso e più complicato se hanno aumentato anche nella parte inferiore».
Tim Wellens è già in cammino verso il Tour de France. La caduta della Kuurne gli ha impedito di dare una mano nelle corse del pavé e il rientro nelle Ardenne è stato un utile passo sulla strada del recupero. Nello scorso fine settimana avrebbe dovuto disputare delle corse in Francia, ma ci si è messa una mezza influenza a suggerire di non farne niente.
«La clavicola è completamente guarita – dice – le gare del rientro sono state un po’ complicate, ma ogni volta è andata sempre meglio. Nelle Ardenne ho fatto un buon lavoro aiutando la squadra e anche a Francoforte è andata molto bene, quindi per ora non posso lamentarmi. Sapevo che non sarei potuto andare sul pavé, perché molto difficile e doloroso.
«Ho accettato che la frattura della clavicola avrebbe significato perdere molte gare. Ovviamente avrei preferito correre, ma se non è possibile, non è possibile. Quando sono caduto, il medico della squadra aveva un’opinione diversa da quella del medico che mi ha operato, e alla fine mi ha dato più tempo. E’ un lusso non avere la pressione di ripartire troppo presto. Ho potuto allenarmi dopo che la ferita si è rimarginata, mentre in certe squadre questa pazienza non c’è».
A Francoforte si è chiusa di fatto la prima parte di stagione di Wellens, ora in rotta verso il TourA Francoforte si è chiusa di fatto la prima parte di stagione di Wellens, ora in rotta verso il Tour
La sicurezza, un tema
La UAE Emirates non sta attraversando un gran periodo quanto a fortuna. Ancora una caduta per Baroncini, quelle di Vine e Adam Yates al Giro d’Italia. Ed è così che tirando in ballo la sfortuna, si finisce col parlare di quel che serve per sentirsi sicuri in corsa. Dalla novità dell’airbag che alcuni team stanno già testando, fino al casco: un tema su cui il campione belga si dimostra attento.
«La cosa incredibile – sorride – è che quando ero piccolo, a 12 anni, usavo la stessa marca di casco che uso ora. Non perché fosse il più veloce, il più leggero o chissà cos’altro. Da piccolo, sceglievo un casco perché era il più bello, delle prestazioni non mi interessava.
«Oggi le considerazioni sono altre ed è giusto che sia così. Chiedere a un ciclista professionista cosa cerchi in un casco è complicato – sorride – perché di fatto non abbiamo scelta. Se compri un casco e non ti piace, puoi cambiarlo: io ho la fortuna di usare qualcosa con cui mi sono sempre sentito a mio agio».
Due scelte diverse: Wellens con il casco leggero, Vegard Stake Laengen con quello aeroDue scelte diverse: Wellens con il casco leggero, Vegard Stake Laengen con quello aero
I caschi della UE Emirates
La dotazione del UAE Team Emirates prevede caschi MET. L’azienda valtellinese ha messo a disposizione della squadra due modelli – il Manta aerodinamico e il Trenta 3K Carbon più leggero – ma Wellens dice di affidarsi sempre alla stessa scelta.
«Il più delle volte – dice – uso lo stesso modello: il Manta, la versione aerodinamica. A meno che non faccia troppo caldo, quindi se ci sono davvero 30 gradi: in quel caso uso il casco aperto. Anche nelle classiche ho usato il casco aero, come in tutte le gare in cui non faccia troppo caldo.
«Quello che per me è importante – dice e si fa serio – è che si possa chiuderlo in modo che non si muova, perché in caso di caduta deve essere saldo al suo posto. Proprio qualche settimana fa abbiamo ricevuto un nuovo casco aerodinamico e inizialmente avevo una taglia M, ma non mi sembrava adatta. Alla fine sono passato alla S: nel mio caso la vestibilità non è un grosso problema, ma bisogna avere la giusta misura».
Prima la Freccia del Brabante e poi le tre ardennesi sono state per Wellens le corse del rientroPrima la Freccia del Brabante e poi le tre ardennesi sono state per Wellens le corse del rientro
Meglio il casco aero
I suoi caschi da gara li ha la squadra sui mezzi, in modo da non doverli portare con sé in viaggio. A casa ne ha di uguali, ma in allenamento usa di solito il casco più leggero. In corsa invece preferisce la versione aerodinamica anche per proteggersi dal freddo (utilizzando all’occorrenza un sotto casco o la cover per quando piove).
E’ singolare, pensando agli anni in cui i corridori ne rifiutavano l’uso, rendersi conto di come il casco faccia ormai parte di una nuova consapevolezza. Anche se i vantaggi di un modello o di un altro sono certificati da studi in galleria del vento, di cui è obiettivamente difficile cogliere i vantaggi.
«Quando indosso l’uno o l’altro – ammette Wellens – non sento la differenza in watt. Quando facciamo i test e ci parlano dei vantaggi di un modello piuttosto di un altro, sappiamo che 5 watt sono difficili da sentire, ma 10 volte 5 watt fa 50 watt, quindi ogni piccolo dettaglio conta. Si cercano piccoli miglioramenti in ogni cosa ed è questo il motivo che mi spinge a scegliere un modello piuttosto che un altro.
«L’anno scorso, durante il ritiro in altura prima del Tour de France vennero a mostrarci il prototipo dei nuovi caschi e noi fornimmo la nostra opinione e il nostro feedback. Quindi in realtà, abbiamo una certa influenza».
La Liegi è stata la prima corsa 2026 di Wellens con Pogacar: ora li attendono l’altura e poi Svizzera e TourLa Liegi è stata la prima corsa 2026 di Wellens con Pogacar: ora li attendono l’altura e poi Svizzera e Tour
La strada per il Tour
Aggiunge e saluta che se avesse corso fino alla Roubaix, Francoforte non sarebbe stata nei suoi piani: al massimo sarebbe arrivato a correre l’Amstel Gold Race e poi avrebbe tirato una riga sotto la prima parte della stagione. Il 25 maggio partirà per Sierra Nevada, quelli che faranno il Delfinato andranno qualche giorno prima.
«Sarà un ritiro in altura che cementa il gruppo – dice Wellens – ci alleniamo insieme, viviamo insieme, ridiamo e soffriamo insieme e ogni giorno notiamo dei miglioramenti. Tutti quelli che vi prendono parte lavorano per raggiungere la forma migliore di se stessi. E speriamo – sorride – che la fortuna ci assista».
Pogacar vince la quarta Liegi, ma questa volta Seixas gli ha reso il compito difficile. Lo sloveno non ha fatto sconti, ma alla fine ha reso omaggio al rivale
Chi era Tadej Pogacar prima di diventare… Tadej Pogacar? Il campionissimo sloveno sta riscrivendo la storia del ciclismo, ha davanti a sé una serie clamorosa di record, continua soprattutto a vincere quasi tutte le corse a cui partecipa e quel “quasi” arricchisce di temi il mondo delle due ruote, come si è visto con il successo e soprattutto la reazione emotiva di Wout Van Aert a Roubaix. Ma Pogacar era così anche da giovanissimo, prima di diventare professionista?
Nel suo primo anno da junior, il 2015, lo sloveno ha affrontato 24 giorni di corsa a livello internazionale, con 7 top 10, ma nessuna vittoria. Ben diverso il rendimento l’anno successivo, 27 giorni con 4 successi e 12 piazzamenti, tra cui il bronzo agli europei juniores. Era un corridore tra i migliori della categoria, ma pochi avrebbero riconosciuto in quel ragazzino il Cannibale 2.0. Chi gli era vicino tuttavia aveva già capito…
La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23La vittoria nella tappa finale del Lunigiana 2016, primo vero salto di qualità dello sloveno pronto per gli U23
Il primo approccio alla Radenska
Tra loro c’era Lucio Caldo, un appassionato friulano che è stato tra i primissimi in Italia a prendere il patentino di direttore sportivo di terzo livello e per 10 anni al lavoro in Slovenia. Caldo era diesse proprio alla ROG Ljubliana, dove Pogacar approdò come U23 dopo i due anni alla Radenska (team poi evolutisi e incorporati nell’attuale Pogi Team) e ricorda bene quel ragazzino che gli venne presentato come un vero talento.
«Mi aveva chiamato il papà di Ian Polanc – racconta – anche lui a lungo in nazionale. In quella squadra erano passati molti dei campioni sloveni di questi anni, lo stesso Ian, Tratnik, quel Pibernik oggi diesse del Pogi Team. Giravamo l’Europa perché in Slovenia ci sono pochissime gare, quindi siamo sempre venuti molto in Italia, ma anche in Austria, Ungheria, Croazia…
Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23Lucio Caldo insieme a Marco Polanc, papà di Ian. Il friulano ha avuto Tadej nei due anni da U23
Un ragazzino che staccava tutti
«Ho cominciato a vedere Tadej da quando aveva 14 anni. Ricordo come fosse oggi: è il campionato sloveno di categoria che si teneva vicino Novo Mesto. Arrivo alla gara un po’ in ritardo, io seguivo la Continental in gara tre ore dopo. Vedo questo ragazzino che dopo 30 chilometri ha quattro minuti su tutti. Chiedo quindi a Marco Polanc e gli altri del team chi sia e mi fa: “Questo è un talento vero, fa poche corse ma stacca sempre tutti…”. Ho capito subito che avevano in mano qualcosa di straordinario».
Caldo tiene subito a sottolineare che non vuole arrogarsi alcun merito nella crescita di Pogacar: «In quegli anni lo allenava Miha Koncilija, che tutt’ora è nel Pogi Team, è laureato in scienze motorie specializzato in ciclismo, ma già allora gli dava una mano Hauptmanche è sempre stato al fianco di Pogacar, lo ha seguito passo passo. Io lo seguivo indirettamente, ci ritrovavamo nei mini ritiri invernali, poi da junior, quando correva in Italia, andavo a vederlo e mi sono reso conto subito che gli veniva tutto naturale perché non era tanto allenato, non come i nostri…
Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Milavec-Rouleur)Pogacar con la sua famiglia e la compagna Urska Zygart. Il papà lo ha supportato nel costruire il Pogi Team (foto Milavec-Rouleur)
Centellinato sin da giovanissimo
«In Slovenia nelle categorie giovanili non spingono molto sulla preparazione, cercano di far crescere i ragazzi con i loro tempi. Per questo può sembrare che il Pogacar da junior non spiccasse sugli altri, era una scelta voluta, ma guardando bene c’erano tutti i prodromi del campionissimo di oggi. Consideriamo anche che in Slovenia fanno tutti da sempre la multidisciplina, non si concentrano subito sulla strada: Tadej correva molto nel ciclocross, poi andava a sciare, giocava a hockey. E’ importante notare che Hauptman avesse capito subito che gioiello aveva tra le mani e l’ha lasciato tranquillissimo, centellinando corse e imprese.
«Io dicevo ad Andrej di fare qualcosina in più proprio perché gli veniva tutto naturale, ma lui m’invitava sempre alla calma: “Quello lì vien fuori con il tempo, quando cresce vedrai che avremo…”».
La crescita di Pogacar è lenta ma costante e vive su passaggi importanti: la vittoria da dominatore al Lunigiana 2016 per esempio, con due podi e successo nella tappa finale. Tanti piazzamenti al suo primo anno U23, ma Caldo identifica il primo vero segnale di quel che sarebbe stato nello spazio di 36 ore speciali.
Il podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendidaIl podio del Recioto 2018, vinto da De Bod con lo sloveno 2° dopo una corsa splendida
Il Recioto 2018, quasi senza dormire…
«In aprile da noi c’è il Belvedere e il Recioto, che sono delle corse importantissime e tra l’altro tra le più impegnative in Europa. E’ il 2018 e al Belvedere vince l’australiano Stannard davanti a Scaroni e Sobrero, oggi tutti pro’ affermati. Tadej è 8° a 15”. Partiamo dal Belvedere per andare a Negrar per fare il Recioto, ma becchiamo un incidente. Arriviamo in albergo alle 23,30, siamo stati 5 ore bloccati in autostrada, riusciamo dopo mille preghiere e qualche rimbrotto a farci fare una pasta in bianco perché le cucine sono chiuse. Niente massaggi, niente.
«Eravamo convinti che il giorno dopo non si sarebbe fatto nulla, invece Tadej è scatenato, fa dannare gli italiani che al tempo erano forti e finisce secondo, perdendo solo dal sudafricano De Bod della Qhubeka. All’arrivo vedo Hauptman e gli dico: “Questo vincerà il Tour de France”. Andrej si mette a ridere, ma io gli dico che ho visto ciclismo fin da bambino, ho visto correre Merckx, ma non ho mai visto nessuno far dei numeri del genere, senza il minimo bisogno di recupero.
L’Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è prontoL’Avenir vinto nel 2018 porta Pogacar a passare di categoria dopo due anni da U23. Il campione è pronto
Il primo Slovenia contro i grandi
«A giugno andiamo al Giro di Slovenia, ci sono i team del WorldTour, pensiamo che per i ragazzi sia una buona esperienza, ma Tadej aveva altre idee e a neanche 20 anni si mette a battagliare con Roglic, Uran, gente che già allora emergeva al Tour. Vinse Roglic su Uran e Mohoric ma Tadej fu quarto a 2’16”».
A quel punto il bruco è diventato farfalla. Pogacar va all’Avenir (in apertura, foto Getty Images), quasi un passaggio obbligato per chi punta alla maglia gialla della Grande Boucle e vince con 1’28 su Arensman e 1’35” sul compianto Mader, non contento si presenta dopo 10 giorni al Giro del Friuli e mette tutti in fila. E’ tempo di fare il salto, passa alla UAE, già a a febbraio porta a casa la Volta ao Algarve, a maggio il Giro della California, a settembre esplode alla Vuelta sfiorando il successo e il resto è storia e l’inizio di una collezione inimitabile.
Prima medaglia per Tadej, all’europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e JeannièrePrima medaglia per Tadej, all’europeo juniores 2016, dietro i francesi Malle e Jeannière
La sua forza? Nella testa…
Già allora Tadej aveva questa fame inestinguibile di vittorie, proprio come era un tempo Merckx? «Quello che posso dire avendolo avuto in quei due anni è che la sua testa è sempre stata assolutamente più avanti di tutti, una determinazione, un’attenzione maniacale per ogni aspetto. Era un meticoloso esattamente come è adesso. Correva sempre davanti, incurante di quanto si spende in energie. Chi va in bici sa cosa significa correre davanti, devi avere il doppio per correre sempre come corre lui. Ricordo che io temevo fosse troppo grosso e loro mi continuavano a dire “lascialo stare, nel professionismo si asciugherà”.
«C’è un episodio che dice molto di chi era Pogacar: 12 agosto 2018, siamo al GP Sportivi di Poggiana. Caldo infernale. Dico che non mangi pane e lui come niente manda giù due piatti di pasta giganteschi e due panini. Penso tra me che ai box col caldo verrà meno, invece in corsa li fa impazzire, gli corrono tutti contro. Finisce 11°, ma si è divertito. Ora per divertirsi vince…».
Paul Seixas prosegue il suo avvicinamento al Tour de France, anche se il Tour Auvergne non è andato come poteva immaginare, con una caduta a metterlo fuorigioco
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Tadej Pogacar ha spettinato il Romandia con la grazia di un tornado. Ha vinto quattro tappe su sei. Ha richiamato tifosi e giornalisti che non c’erano mai stati. Riempito le strade quasi come al Tour de France. Generato dati di ascolto che la corsa non era più abituata ad avere. E quando se ne è andato, ha lasciato dietro di sé l’entusiasmo dei più e il malcontento (già visto) di chi avrebbe preferito qualcosa più delle briciole.
Giovanni Sammali è da anni il capo ufficio stampa del Tour de Romandie e gli abbiamo chiesto di raccontarci l’effetto Pogacar sulla corsa svizzera, sin da quando si seppe che il campione del mondo vi avrebbe preso parte.
«Mauro Gianetti è ticinese – racconta – ha fatto il Romandia ed è molto affezionato. L’anno scorso al pranzo di gala del Romandia ci disse che prima o poi Tadej sarebbe venuto a farlo. Finché a dicembre, mancava poco per Natale, ci disse che avevano fatto il programma e il Romandia ne faceva parte. Mi chiese se avessimo piacere a dare noi la notizia per primi. Io dissi subito di sì e mi accorsi che l’eco della notizia fu già fuori dal comune, in un verso e anche nell’altro».
Giovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella PogifolliaGiovanni Sammali, a destra, è il capo ufficio stampa del Romandia: nostra guida nella Pogifollia
Che cosa significa?
Che forse uno dei fattori, sottolineo forse, per cui quattro squadre non sono venute al Romandia sfruttando la nuova regola UCI che permette di non fare tutte le gare WorldTour, è stata la sua presenza. Riferisco quello che ho sentito e cioè che certe squadre hanno pensato che Tadej si sarebbe preso tutta la luce e così lo hanno escluso dal programma. Secondo Richard Chassot (direttore del Tour de Romandie dal 2007, ndr) si può pensare che da una parte sia stato fantastico per il pubblico e per la notorietà della gara, ma per certe squadre la sua presenza ha fatto un po’ di ombra e questa è una cosa su cui riflettere.
Un aspetto che però non riduce l’impatto positivo della sua presenza, giusto?
Nei giorni della gara ho fatto un’intervista a Fabian Cancellara e lui ha detto che il Romandia quest’anno è certamente Tadej Pogacar. E ha aggiunto che con il meteo bellissimo, il panorama delle Alpi con la neve, i campi colorati di giallo e la tanta gente, è stato il quadro perfetto. A Martigny, dove Cipollini ha trionfato per 11 volte, avevano già vinto quattro campioni del mondo. E’ arrivato Pogacar, che sapeva di questo dato, e ha vinto anche lui: il quinto. C’è stata molta gente nelle città, ma molto di più nelle campagne.
Un richiamo quasi irresistibile?
Ha detto ancora Cancellara che non erano solo giovani e adulti, ma anche bambini e anziani. Tutti a voler dire: “Forza Pogi, ci siamo anche noi”. E questo è stato un fenomeno. L’anno scorso era venuto Evenepoel e avevamo parlato di Remcomania. Ma la Remcomania è stata una cosa, la Pogifollia è stato ben altro.
Bambini, famiglie: sulle strade del Romandia è esplosa la PogifolliaBambini, famiglie: sulle strade del Romandia è esplosa la Pogifollia
Ecco, soprattutto la presenza di pubblico non è passata inosservata…
A fine corsa, domenica, tanti corridori fra cui Voisard e Gaudu hanno detto che magari non era la stessa gente del Tour de France o del Giro d’Italia, ma di certo neppure quella del piccolo Romandia. E’ stato un grande tour con un sacco di gente. Abbiamo fatto l’ultima salita con un drone, non so se avete visto le immagini: sono su Instagram. Vedi due file di spettatori a destra e a sinistra per due chilometri. E al Romandia due chilometri di gente non li avevamo mai visti. E’ successo qualche altra volta, sulla salita a Thyon 2000 c’è sempre un sacco di gente, ma non così tanta. E poi…
Che cosa?
Un’altra cosa da dire è che Bernard Bärtschi, che è il nostro direttore tecnico, quest’anno ha disegnato quattro tappe con il finale in circuito. Per cui in sei giorni i corridori sono passati per 17 volte sulla linea d’arrivo o di partenza. Quattro volte a Orbe, quattro volte a Martigny, tre volte a Charvet: vuol dire che la gente è stata ancora più numerosa perché sapeva che avrebbe visto i corridori più del solito passaggio che dura pochi minuti. A questo aggiungiamo Pogacar e il meteo bellissimo ed ecco il risultato.
Hai parlato di qualcuno che ha storto il naso.
Alla conferenza stampa finale, un giornalista ha chiesto a Yannis Voisard che cosa provasse ad aver dato battaglia per tutto il tempo e aver chiuso tredicesimo, senza la possibilità di fare di più. E lui ha detto che da una parte si è sentito un po’ a disagio, ma dall’altra correre con tanta gente e un ambiente così gli ha dato tanta grinta e visibilità. Abbiamo ricevuto un messaggio sulla mail ufficiale di un appassionato cui la corsa non è piaciuta e che si è annoiato: si sapeva che avrebbe vinto tutto Pogacar e così è stato. E’ solo una voce, ma c’è stata.
Il pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietàIl pubblico del Romandia grazie a Pogacar è esploso, per numeri e varietà
Per uno che si è lamentato, il ritorno mediatico è stato però importante.
Negli ultimi anni, con il fatto dei social e dei costi che sono aumentati, avevamo meno giornalisti: un numero stabile, che non cresceva. Quest’anno con Pogacar siamo passati dai 112 del 2025 a 150 accreditati: 40 in più, è un balzo incredibile. Tanto che le sale stampa delle ultime due tappe, che avevamo calcolato per 70-80 giornalisti, sono risultate un po’ strette.
Una sorpresa anche per voi?
Sono venute la televisione e la radio dalla Slovenia e hanno fatto ogni giorno l’intervista a Pogacar in sloveno. Dalla Francia è arrivato L’Equipe, che negli ultimi anni aveva fatto i suoi articoli a distanza. Sono venute le tre televisioni svizzere: la tedesca, l’italiana e la francese. La presenza mediatica è tornata come ai vecchi tempi in cui c’erano tante testate.
E Pogacar è stato disponibile?
A noi non hanno chiesto nulla di speciale, salvo avere qualcuno che lo accompagnasse al foglio firma per evitare l’impatto con la folla. Allora abbiamo messo due persone con la pettorina arancione che camminavano davanti a lui. I primi giorni ci sembrava un caos incredibile: gente, bambini, tutti a gridare quando si fermava. Dopo due giorni invece, Luke Maguire che si occupa della sua comunicazione mi ha detto: “Giovanni, state calmi perché a noi va benissimo, siamo proprio molto tranquilli”.
Un selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blandoUn selfie Pogacar non lo ha negato a nessuno: lo stress del Romandia gli è parso blando
Eravate più agitati voi di loro, insomma…
In un’intervista Pogacar ha detto: “Mi piace molto questa gara perché il pubblico è gentile, c’è più calma”. A noi sembrava un caos assoluto, ma lui evidentemente è abituato a ben altro. Nella conferenza stampa della vigilia, è rimasto per mezz’ora e poi è venuto in sala stampa ogni giorno perché vinceva le tappe e perché aveva la maglia di leader.
Quindi diciamo che dal punto di vista dell’organizzazione è stato un esperimento ben riuscito?
Decisamente sì. Alla fine ha detto che gli sono piaciute tante cose. Il fatto di essere rimasto per tutta la settimana nello stesso albergo, molto centrale, a mezz’ora, 40 minuti di pullman per andare alle partenze e tornare. La tranquillità perché gli svizzeri sono meno aggressivi di altri tifosi. Ha vissuto una settimana per lui tranquilla, per noi affollata (ride, ndr). Conosceva già un po’ queste zone, perché l’anno scorso era venuto a seguire la gara femminile. Abbiamo fatto le foto con lui sulle strade e si era accorto che la gente stava a distanza. Lo salutavano, facevano un cenno, ma nessuno è mai andato a fermarlo come può succedere in Italia, in Francia e anche in Spagna.
Dici che tornerà?
Questa è la domanda che hanno fatto in tanti. Ha vinto quattro tappe, ha pareggiato il record di Kubler delle quattro vittorie nella stessa edizione, chissà se tornerà. Però intanto farà il Giro di Svizzera, diciamo che quest’anno ha scelto di stare con noi, in futuro chissà…
Dopo l’arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire e seguito dal fotografo Lorenzo Fizza, con il pubblico a distanzaDopo l’arrivo di Vucherens, preceduto da Luke Maguire e seguito dal fotografo Lorenzo Fizza, con il pubblico a distanza
Gli indici di ascolto televisivi sono andati bene?
Sono cresciuti, anche malgrado il tempo bellissimo, quando la gente va sulle strade e non guarda la televisione. C’è un aneddoto carino che mi riguarda. Io faccio il Romandia da capo ufficio stampa da almeno venti anni, ho lasciato solo quando c’è stato il periodo dell’organizzazione di Marc Biver. Questo è stato il primo anno in cui cinque, sei, sette persone mi hanno detto: “Ti ho visto al Romandia, ti ho visto alla televisione, ti ho visto nella foto”. La gente ha seguito tanto. Non c’è stata una copertura televisiva superiore, però c’è stata più gente a guardare. Tanto che Richard Chassot ha detto che il Romandia di quest’anno è stato un piccolo Grande Giro.
E adesso?
Adesso recuperiamo. Quando passa un tornado come questo, poi c’è bisogno di rimettersi in sesto.
Ride, intervista finita, il messaggio è arrivato. Ancora una volta l’effetto Pogacar è stato portentoso e inatteso. La Pogifollia ha scompigliato la Svizzera Romanda e siamo certi che si continuerò a parlarne ancora a lungo.
Il Giro di Romandia si è concluso con la vittoria apparentemente schiacciante di Tadej Pogacar. Uno a caso! Eppure la corsa elvetica non è stata così banale. Sono emersi degli spunti che vogliamo analizzare con Domenico Pozzovivo, il quale l’ha commentata per la TV svizzera.
Non solo Tadej Pogacar infatti ha dominato la scena. Sono emersi come minimo altri due nomi: quello di Florian Lipowitz, sempre più convincente in seno alla Red Bull-Bora, e quello di Dorian Godon, francese della Ineos Grenadiers, non solo forte ma anche con le idee molto chiare, a quanto pare. Mentre fra poche ore Pozzovivo tornerà nelle vesti di corridore al Tour oh Hellas in Grecia, ecco la sua analisi.
Domenico Pozzovivo al commento di RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana) al Romandia. Qui è con Gianetti, intervenuto in trasmissioneDomenico Pozzovivo al commento di RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana) al Romandia. Qui è con Gianetti, intervenuto in trasmissione
Dunque, Domenico, cosa ti è sembrato in generale questo Romandia?
C’era un favorito e, se andiamo alla cruda analisi dei vincitori, alla fine ne usciamo con solo due nomi. C’è stato un dominatore della classifica nelle tappe più impegnative e poi, dall’altra parte, anche Godon che si è fatto valere nelle uniche occasioni in cui davvero aveva la possibilità di vincere.
Ti ha stupito questo Godon? Te lo aspettavi?
Proprio aspettare no, però va detto anche che non ne sta sbagliando una. Le sue dichiarazioni sono spesso in linea con quello che fa nelle gare, quindi iniziavo ad aspettarmelo perché in effetti aveva dichiarato come obiettivo quello di riuscire a vincere le tappe più adatte, nelle corse di una settimana (tutte WorldTour) a cui partecipava. E ci sta riuscendo: è uno degli acquisti del ciclomercato dell’anno scorso che sta mantenendo di più le promesse.
E poi c’è lui: Pogacar. Ha dominato ma non ha fatto l’assolo mostruoso come ci ha abituato. Ha inflitto più distacco alla Strade Bianche, corsa di un giorno, che in una settimana di Romandia!
Tadej arrivava comunque da una primavera incentrata sulle classiche, con un evidente orientamento della preparazione e anche della conformazione fisica alle salite brevi e agli sforzi più violenti e intensi. Devo dire che sicuramente si è notata una certa prudenza da parte sua nel non andare nello sconosciuto quando c’erano da fare sforzi sui 20-25 minuti. Immagino, e anche lui ha dichiarato quindi ci credo, che non abbia lavorato su questo aspetto.
Godon è un altro prodotto del vivaio francese. L’unico ad essere riuscito a vincere al Romandia oltre a PogacarGodon è un altro prodotto del vivaio francese. L’unico ad essere riuscito a vincere al Romandia oltre a Pogacar
Un po’ si è notato…
L’ho visto non assolutamente in difficoltà, ma comunque in gestione sulle salite più impegnative. Anche perché, se dobbiamo poi analizzare le tappe, in quella di Martigny c’era un lunghissimo tratto di vento contro dalla salita dura su cui poteva fare la differenza all’arrivo. Pertanto sarebbe stata un’impresa parecchio ardua. E non sarebbe stato intelligente mettersi nelle gambe così tanta fatica già dalla seconda tappa del Romandia. E così lo sloveno ha vinto in maniera un po’ più speculativa rispetto al solito.
Pogacar ha detto di essersi lasciato andare con la palestra. Hai notato più muscoli? E, sensazione nostra, forse aveva anche un chiletto in più, non solo muscoli. Un chiletto che giustamente gli serviva magari per la Roubaix…
Direi che aveva anche un paio di chili in più rispetto alla sua forma da Tour de France. Per questo sulle salite anche lui sentiva di avere qualcosina in meno. Ovvio che poi da lì a essere messo in difficoltà ne passa tantissimo visto il suo enorme margine su tutti. Tanto è vero che ogni volta che veniva attaccato rispondeva senza problemi. L’unico che davvero gli è stato vicino è stato Lipowitz.
Eccolo qui, il capitolo più interessante del Romandia. Questo giovane tedesco mostra sempre più solidità fisica e anche mentale. Seguendolo da vicino, cosa ti è parso?
Ho notato un’ulteriore crescita dall’anno scorso a livello di maturità, di consapevolezza dei propri mezzi. Non è da tutti seguire Pogacar e cercare persino di attaccarlo, come è successo anche l’ultimo giorno qui al Romandia. Significa comunque aver acquisito una mentalità importante di alto livello e lui stesso, rispetto agli avversari più credibili, ha scavato un bel solco.
Pozzovivo ha analizzato la posizione di Lipowitz sulle salite del Romandia: avanzata ma stabile ed efficacePozzovivo ha analizzato la posizione di Lipowitz sulle salite del Romandia: avanzata ma stabile ed efficace
Negli equilibri con la squadra come lo vedi? Senza criticare Remco Evenepoel, con cui condividerà la leadership al Tour, ma Florian sembra più stabile del belga…
Hanno caratteri molto diversi. Remco è uno capace di motivare la squadra e anche perché fa azioni spettacolari, non ha paura di prendersi responsabilità. Anche Lipowitz, nel suo essere meno appariscente, con la sua solidità è un atleta che sa motivare la squadra e devo dire che alla fine l’ho vista molto compatta attorno a lui. Il giorno di Martigny hanno un po’ giocato sul fatto che ci fossero all’inseguimento altri suoi compagni e quindi Lipowitz ha potuto beneficiare di un bonus tattico, senza tirare nel gruppetto davanti. Tuttavia non so quali fossero le gerarchie rispetto a Roglic quel giorno. Poi queste gerarchie si sono chiarite immediatamente il giorno dopo e da lì mi è sembrato più padrone della squadra.
L’anno scorso, Domenico, ci parlasti del suo core, dicendoci che era molto forte. C’è qualche dettaglio che è cambiato in merito a Lipowitz?
Il suo stile, che era già inconfondibile, sembra quello di chi ha ancora i bastoncini del biathlon tra le mani! Tutto proiettato com’è con le braccia sulle leve… Però la parte che spinge è completamente ferma, a conferma che il suo core è stabile, anzi forse ancora di più di un anno fa. Quando spinge, Florian tende meno ad avanzare sulla sella per compensare. E questo è un piccolo vantaggio.
In ottica Tour potrebbe essere il rivale di Vingegaard?
Secondo me no, perché il livello di quei due, mi riferisco a Vingegaard e Pogacar, è ancora superiore. Però potrebbe imporsi come uno che, rispetto al resto della compagnia, fa la netta differenza, come di fatto è stato in questo Romandia.
Anche al Romandia, Lenny Martinez si è messo alla prova, dando anche più di quel che aveva, ma appassionando il pubblicoAnche al Romandia, Lenny Martinez si è messo alla prova, dando anche più di quel che aveva, ma appassionando il pubblico
Capitolo Lenny Martinez: terzo sì, ma staccatissimo rispetto ai primi due. Ti aspettavi qualcosina di più da lui?
Un po’ sì, soprattutto alla luce della prima salita vera della settimana in cui non ha mai mollato. In quel frangente Lenny era stato l’unico a non perdere nemmeno un secondo dalle ruote di Pogacar. Prometteva molto bene per il prosieguo del Romandia. Ma ci ha un po’ abituato a queste performance altalenanti anche nelle gare di una settimana. Va forte, però a volte paga per eccesso di impeto, come sabato quando ha risposto troppo violentemente all’attacco di Pogacar. Da lì ha fatto fatica persino a tenere le ruote del gruppetto inseguitore.
Martinez è quello che alla Parigi-Nizza ha mollato più tardi di tutti Vingegaard, rispondendogli anche. Idem al Romandia con Pogacar. E’ importante fare queste prove e gettare il cuore oltre l’ostacolo, oppure secondo te bisognerebbe sempre fermarsi prima che si accenda l’allarme rosso?
Per un giovane come lui è ancora giusto cercare i propri limiti. Provare, vedere, capire. Ovvio però che alla fisiologia non si comanda e il cuore oltre l’ostacolo può fare poco. Se sai che i tuoi valori sono di un determinato livello sulla durata dello sforzo che stai affrontando e vai molto oltre, a un certo punto sai che la pagherai. E’ una visione poco romantica, ma è così.