Komenda, Tadej Pogacar

A Komenda sulle tracce di Pogacar, che ci sgattaiola davanti

04.10.2026
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KOMENDA (Slovenia) – Una rotatoria con un grande albero al centro, alla base due grandi anelli, uno giallo e uno rosa, e una firma: quella di Tadej Pogacar. Siamo a Komenda, nella sua cittadina natale, dove tutto parla di lui.

Un po’ come facemmo per Wout Van Aert ad Herentals qualche tempo fa, ci siamo messi sulle tracce del paese natale di Pogacar. Un po’ per curiosare, un po’ per conoscere ancora meglio il suo mondo e, perché no, per capire qualcosa in più di questo ragazzo.

Mille abitanti e un campionissimo

Komenda, dicevamo. Eppure bisogna fare subito una piccola precisazione: la casa di Pogacar si trova a Klanec, che è attaccata a Komenda. E’ un piccolissimo borgo agricolo, che fa parte di Komenda, a sua volta un paesino altrettanto piccolo. Sì, sembra una via di mezzo fra un indovinello e uno scioglilingua, ma tant’è!

Scherzi a parte, Komenda è un paesino di appena mille abitanti. Si trova a circa 25 chilometri a Nord della capitale slovena, Lubiana, e la sua chiesa e il municipio, che dominano le campagne circostanti, sorgono su una collinetta. Qui la pace regna sovrana. Ancora oggi la vita è semplice e slow, per dirla in modo moderno. Ma non manca nulla, nemmeno per i ragazzi, perché in meno di mezz’ora, con i mezzi, si arriva a Lubiana, una città ormai dinamica, vivace e ricca di università.

E anche per chi va in bicicletta non manca nulla. Pogacar è cresciuto in una zona perfetta per fare ciclismo: strade poco trafficate, spesso affiancate da ampie e moderne piste ciclabili, oppure dotate di una banchina riservata ai ciclisti. Una linea tratteggiata delimita uno spazio di un metro per lato destinato alle biciclette. Le auto circolano al centro della carreggiata e, se ne arriva una in senso opposto, è chiaro che possono invadere quello spazio.

Mentre guidavamo, pensavamo che queste linee tratteggiate non siano soltanto utili ai ciclisti, ma svolgano anche un’opera costante di sensibilizzazione. Una soluzione semplicissima e a bassissimo costo che potrebbe cambiare molte cose.

Komenda, il posto perfetto per la bici

Ma torniamo al Pogacar ciclista. Ogni tanto passa qualche ragazzo del Pogi Team, altre volte si incontrano ciclisti arrivati da chissà dove per osservare la città natale del predestinato. Tra l’altro abbiamo scoperto che in questi giorni dei campionati europei non siamo stati i soli giornalisti a spingerci tra quelle viuzze. E poi ci sono ancora la signora anziana che porta la spesa nel portapacchi della bicicletta e la mamma che cerca disperatamente di tenere a bada i bambini che schizzano via. Chissà se anche Tadej era così?

Qui ci sono la pianura, le strade vallonate e le salite più lunghe. Pensiamo all’ascesa simbolo del Krvavec, nota località sciistica della zona, e al passo del Črnive. La prima misura 15 chilometri, la seconda 10. Tutto è a portata di mano. Gli ingredienti perfetti perché, se si ha la stoffa del campione, quel talento possa venire alla luce.

La casa di Pogacar l’abbiamo trovata. E’ una villetta gialla, curata ma semplice, in effetti non diversa da quelle che le si trovano intorno. Abbiamo chiesto agli abitanti quale fosse e, tra un inglese appena abbozzato e gli immancabili gesti, siamo riusciti a individuarla. Tra l’altro, proprio mentre ci avvicinavamo, è uscito Pogacar in auto. Arrivava questa vettura e noi che già andavamo pianissimo ci siamo fermati. Quando l’auto si è immessa nella strada e ci è passata davanti lo abbiamo visto. «Ma quello è Pogacar!». Peccato essere stati colti così alla sprovvista e non aver avuto il tempo di scattare una foto.

Il campionissimo della UAE Emirates si trova a casa sua in questi giorni, in occasione degli Europei. In qualche modo, la sua presenza qui è anche una scelta legata al legame con la propria terra. Non poteva sottrarsi al calore della sua gente, che già così, come abbiamo scritto anche ieri, ha perso una parte della gioia attesa.

Un circuito tanto impegnativo, sulle sue strade, non avrebbe lasciato spazio a dubbi: la Slovenia intera avrebbe potuto vedere il proprio beniamino vincere in casa. E avrebbe reso tutti, ancora una volta, orgogliosi.

Orgoglio Tadej

E «Tadej, siamo orgogliosi di te»: recita un cartello posto tra Klanec e Komenda che, lo ripetiamo, se non fosse per la toponomastica, sembrerebbero la stessa cosa! D’altra parte, come si fa a non essere orgogliosi di lui? Quando abbiamo chiesto informazioni sulla casa di Pogacar a un agente di polizia o a un signore che stava aspirando l’auto nel cortile di casa, entrambi si sono illuminati.

Pensate che quest’estate, quando ha organizzato il suo evento benefico, che tra l’altro si svolge sulla salita del Krvavec, è dovuto tornare a valle in elicottero, tanta era la gente presente.

Di questo piccolo borgo agricolo si hanno testimonianze sin dal 1100, ma mai nessuno aveva portato Komenda così in alto. Ci sono scritte sull’asfalto e cartelli che inneggiano a Tadej. Nella via, a pochissimi metri dalla casa dei Pogacar, c’è un filare di cartelli con tutte le sue vittorie più importanti.

Tadej è a casa da qualche giorno. Da quel che si racconta, avrebbe voluto partire, ma poi la squadra, i medici e forse anche la nazionale gli hanno detto di no. Anche perché, scherzando fra gli addetti ai lavori, qualcuno diceva: «Se parte, chi lo ferma più quello lì?».

In questi giorni è uscito un libro (L’età dell’oro” di Uros Buh) che parla dello sport sloveno e, in particolare, del ciclismo. Un passaggio importante spiega come gli sloveni siano un popolo di sportivi, raccontando il lavoro svolto nelle scuole e quanto sia importante, per loro, poter credere di riuscire a raggiungere determinati traguardi. Primoz Roglic, in occasione della presentazione di questo libro ha detto che viene dal salto con gli sci e che, in quella disciplina, esiste una tradizione consolidata. Nel ciclismo, invece, la Slovenia è ancora agli inizi e i successi suoi e di Pogacar potranno rappresentare uno stimolo per altri ragazzi.

Secondo il libro, un momento di svolta per il ciclismo sloveno è stato il terzo posto di Andrej Hauptman ai Mondiali del 2001. Hauptaan scopritore di Pogacar e oggi suo diesse alla UAE. Gli sloveni, insomma, hanno bisogno di esempi. Se vedono che qualcuno ce l’ha fatta, capiscono che anche loro possono riuscirci. E, quando ci credono, sanno essere molto determinati.

Oggi, in ogni caso, vedremo Tadej alla partenza e all’arrivo. E sarà bello sentire che cosa dirà. Intanto abbiamo scoperto un altro pezzettino della sua vita e capiamo perché sia rimasto il ragazzo semplice di quando passò professionista.

Il Giro del ’69 come l’ultima Vuelta. Quando il vincitutto sparisce

Il Giro del ’69 come l’ultima Vuelta. Quando il vincitutto sparisce

22.09.2026
6 min
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Una Vuelta senza Pogacar. Quello che abbiamo vissuto è stato il primo Grande Giro già con un verdetto scritto in partenza e che si stava sviluppando sul suo copione, fino alla caduta che ha estromesso lo sloveno vincitutto. A quel punto è nata un’altra corsa, un altro ciclismo. E’ tornata a regnare l’incertezza. La sfortunata caduta nella quale è rimasto coinvolto Pogacar ha dato vita a un altro parallelismo con il suo illustre predecessore in qualità di cannibale, Eddy Merckx.

Era il Giro 1969 e il campione belga era avviato serenamente alla vittoria. Merckx, come suo solito, faceva il bello e il cattivo tempo, aveva vinto già tre tappe, a San Marino aveva preso la maglia rosa e nella successiva cronometro da Cesenatico alla Repubblica del Titano aveva messo il sigillo sul simbolo del primato. Arrivò l’ultimo giorno di riposo, all’indomani la tappa con arrivo a Savona. Al termine della frazione vinta da Roberto Ballini e nella quale il belga della Faema aveva controllato la corsa senza difficoltà, venne convocato per il controllo antidoping.

Merckx scende dal palco. Il Giro 1969 è in mano sua. Ma la nottata di Savona sarà foriera di cattive notizie
Merckx scende dal palco. Il Giro 1969 è in mano sua. Ma la nottata di Savona sarà foriera di cattive notizie
Merckx scende dal palco. Il Giro 1969 è in mano sua. Ma la nottata di Savona sarà foriera di cattive notizie
Merckx scende dal palco. Il Giro 1969 è in mano sua. Ma la nottata di Savona sarà foriera di cattive notizie

I tanti dubbi sulla procedura di analisi

I controlli si svolgevano in un laboratorio chimico mobile all’interno di un pullman che seguiva il Giro tappa dopo tappa. Quando al mattino dopo venne annunciata la positività di Merckx, lo scoppio delle polemiche fu immediato, la Faema mise in risalto tutte le anomalie metodologiche che portavano a pensare a test compromessi.

Va innanzitutto considerato che al tempo c’era un flacone unico, quindi era impossibile appellarsi alle controanalisi. Il flacone analizzato non aveva una particolare forma di custodia e i difensori del belga dissero che era ampiamente possibile durante la notte intervenire e introdurre la fencamfamina, la sostanza incriminata. Infatti un esame sostenuto da Merckx la mattina stessa mostrò dati completamente diversi. Questo portò il belga e il suo entourage a parlare di complotto dei corridori italiani, in una famosa intervista rilasciata a Sergio Zavoli con Merckx in lacrime nel letto della sua camera d’albergo.

Eddy Merckx, qui con Silvano Schiavon, al Giro 1969 aveva già vinto 4 tappe quando mancava ancora l'ultima settimana
Eddy Merckx, qui con Silvano Schiavon, al Giro 1969 aveva già vinto 4 tappe quando mancava ancora l’ultima settimana
Eddy Merckx, qui con Silvano Schiavon, al Giro 1969 aveva già vinto 4 tappe quando mancava ancora l'ultima settimana
Eddy Merckx al Giro 1969 aveva già vinto 4 tappe quando mancava ancora l’ultima settimana

Per Merckx un dolore mai sopito

Su quell’episodio Merckx non è mai tornato indietro, proclamando con forza la sua innocenza. Quel che è certo è che da Albisola Marina partì un Giro completamente diverso, con il suo grande rivale Felice Gimondi in maglia rosa (il principale oggetto degli strali del Cannibale) e una lotta senza quartiere per vincere. Fra i protagonisti di quell’edizione c’era Italo Zilioli che sulle Dolomiti fece sfracelli, aggiudicandosi la tappa di Folgaria.

«Cambiò tutto senza di lui perché ammazzava la corsa con il suo dominio. Rivedendo il tutto a distanza di anni, posso dire che quello fu un Giro generalmente sottotono perché si correva sapendo già come finiva, così quando Merckx sparì dalla classifica ci si trovò tutti un po’ spaesati».

Al Processo alla Tappa Zavoli mandò in onda la sua struggente intervista al belga nella sua camera dopo la comunicazione della squalifica
Al Processo alla Tappa Zavoli mandò in onda la sua struggente intervista al belga nella sua camera dopo la comunicazione della squalifica
Al Processo alla Tappa Zavoli mandò in onda la sua struggente intervista al belga nella sua camera dopo la comunicazione della squalifica
Al Processo alla Tappa Zavoli mandò in onda la sua struggente intervista al belga nella sua camera dopo la comunicazione della squalifica

Una superiorità tale da rendere quasi inutile il team

La forza di Merckx si abbinava a quella della squadra che stabiliva un controllo ferreo: «Ma attenzione perché non era come adesso. Della squadra non è che Merckx avesse tanto bisogno, perché lui correva in testa, se partiva una fuga con dentro qualcuno che poteva ritenere pericoloso ci entrava anche lui, sennò poteva anche lasciarli andare. Correva sempre davanti per vedere tutto quel che succedeva».

Zilioli fa un riferimento storico interessante, che investe anche il ciclismo odierno: «E’ stato lui a inventare la corsa di testa, Anquetil invece affidava tutto al team, correva molto in coda e poi lo avvertivano di quel che succedeva e si muoveva, metteva la squadra a tirare. Oggi con Pogacar si vede lo sloveno che appena ci sono tappe un minimo impegnative va via e vince. Ha ripreso lo stesso andazzo di Merckx, appena c’era una tappa minimamente interessante ci metteva le mani. Ma parliamo di due fenomeni assoluti».

Italo Zilioli vinse a quel Giro la tappa di Folgaria e chiuse al 3° posto nella generale
Italo Zilioli vinse a quel Giro la tappa di Folgaria e chiuse al 3° posto nella generale
Italo Zilioli vinse a quel Giro la tappa di Folgaria e chiuse al 3° posto nella generale
Italo Zilioli vinse a quel Giro la tappa di Folgaria e chiuse al 3° posto nella generale

Oggi c’è poca concorrenza

Merckx aveva più concorrenza? «Diciamo che era più diluita nelle varie squadre. Un paio d’anni fa mi colpì una cosa: al Tour in classifica davanti c’erano i soliti tre: Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel. Poi il 4°, 5° e 6° erano sempre di squadre loro, poi uno spagnolo e ancora uno di un loro team. Significa che tutti i forti sono concentrati nelle stesse squadre, ma così non c’è spazio per altri e tutto diventa più monotono.  Hai 3-4 squadroni che spendono milioni e poi dopo c’è un salto di qualità notevole».

Quando ci fu la notizia a Savona della squalifica di Merckx, voi come la veniste a sapere e che cosa rappresentò per voi? «Fu uno shock generale. Si parlò persino di non partire, prima di sapere esattamente che cosa era successo. Lui era talmente superiore che non sapevamo cosa pensare. Ricordo Torriani (l’organizzatore, ndr) in ambasce per portare al traguardo quel Giro, perché c’era stato un momento di panico generale. Oltretutto Merckx diceva che noi italiani avevamo tramato contro di lui, insomma non c’era una grande atmosfera».

Per Pogacar la Vuelta è finita quando l'aveva già in mano, ma nel suo caso per una brutta caduta
Per Pogacar la Vuelta è finita quando l’aveva già in mano, ma nel suo caso per una brutta caduta
Per Pogacar la Vuelta è finita quando l'aveva già in mano, ma nel suo caso per una brutta caduta
Per Pogacar la Vuelta è finita quando l’aveva già in mano, ma nel suo caso per una brutta caduta

La profonda rivalità fra gli italiani

In quel bailamme Zilioli fu uno di quelli che prima di altri riuscì a trovare il bandolo della matassa, al punto da andare a vincere a Folgaria: «Quella tappa la ricordo ancora bene, Dancelli era andato in fuga e ci ritrovammo io, Gimondi e Michelotto all’inseguimento. Sulla salita, Gimondi che aveva la maglia fece uno scatto e io l’ho rincorsi, poi ne fece un altro, io lo rincorsi e a quel punto gli dissi: “Ho capito che tu non hai vinto tappe in questo Giro e vuoi vincere. E allora datti da fare e vedi un po’ se riesci a staccarmi”. Mi sono messo a ruota, sono partito a 300 metri dall’arrivo e ho vinto.

«La cosa però non finì lì – prosegue Zilioli – alla sera ci furono dei telegrammi di complimenti. ma ce ne fu uno che mi disse: “Sta attento, Italo, perché sennò fai la fine del belga…“. Non seppi mai chi era stato né ci fu seguito, ma il ciclismo di allora era così, c’era un dualismo enorme, fra italiani e stranieri e fra gli italiani stessi. Eravamo tutti molto rivali. Oggi tutti si complimentano, è tutta un’altra atmosfera».

Le piace il ciclismo di oggi? «Seguo le gare importanti dove ci sono questi scontri fra i fenomeni, ce ne sono tre o quattro. Lì si vede qualcosa di diverso, sennò è tutto bloccato dalle solite tattiche. Le ammiraglie hanno tutti i dati in macchina dei loro corridori e li pilotano come fossero giochi…».

Tour de France 2026, Plateau de Solaison, Remco Evenepoel, Tadej Pogacar

EDITORIALE / Ecco perché Evenepoel dovrà ringraziare Tadej

21.09.2026
4 min
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MONTREAL (Canada) – Suonerà probabilmente insolito, eppure siamo convinti che una bella fetta dell’imbattibilità di Evenepoel nelle crono si debba anche a Pogacar. Tale è stata finora la sua voglia di tenere testa allo sloveno, da averlo spinto a crescere in ogni ambito e fra questi c’è anche la cronometro. Basta guardare come sia andata negli ultimi tre Tour. Remco ha vinto tre delle cinque crono che ha disputato e in ciascuna di queste Pogacar è arrivato secondo, mentre è stato lui a vincere le restanti due.

Remco non ci sta a consegnare le armi e probabilmente se chi disegna le corse fosse stato un po’ più lungimirante, lo avrebbe messo nelle condizioni di dare più filo da torcere a Tadej, con cronometro più lunghe e veloci che fossero armi più potenti nelle sue mani. In due sole occasione i due si sono sfidati in un mondiale di specialità: nel 2022 Remco arrivò terzo (ma vinse la prova in linea) e Pogacar sesto; lo scorso anno a Kigali, Remco conquistò la maglia iridata e Pogacar arrivò quarto (ma vinse la prova in linea).

Al quarto oro mondiale di Evenepoel va sommato anche quello olimpico di Parigi 2024
Al quarto oro mondiale di Evenepoel va sommato anche quello olimpico di Parigi 2024
Al quarto oro mondiale di Evenepoel va sommato anche quello olimpico di Parigi 2024
Al quarto oro mondiale di Evenepoel va sommato anche quello olimpico di Parigi 2024

Battuto, mai arreso

La presenza di Pogacar ha insegnato a Remco a fare quello che meno gli piace: chinare il capo. Lo ha fatto dopo il terzo posto dell’ultimo Tour, riconoscendo di avere avuto di fronte uno più forte. Tuttavia questo non ha mai significato che il belga si sia arreso. Lo dimostra il fatto che da anni continui a cercare il modo per tenergli testa: il cambiamento fisico e tecnico che lo ha portato a conquistare il terzo posto del Tour, dice che non ci ha ancora rinunciato. E forse questo è quel che è mancato fin qui a Ganna e al suo entourage.

Non tanto la capacità di chinare il capo, quanto quella di reinventarsi (non sappiamo come, a dire il vero, ma non ne avremmo neppure la competenza) cercando altre vie per batterlo. Per fronteggiare Pogacar, Evenepoel ha cambiato preparazione e squadra, restando legato a Specialized che non ha mai smesso di fornirgli novità tecniche: i continui ringraziamenti non sono casuali né di facciata. Al contrario la sensazione è che la Netcompany-Ineos si sia fermata – almeno in apparenza – su un pacchetto tecnologico di alto livello, che forse non basta più per la sfida con il belga. E che Ganna sia ben radicato nella comfort zone di un entourage che lo conosce da una vita, rinunciando alla possibilità di rimettersi in gioco seguendo vie diverse.

Al netto della giornata storta, che però Pippo ha escluso parlando dei migliori dati di sempre, il significativo aumento del gap nella crono di ieri significa che quel massimo non basta e c’è da lavorare, probabilmente in modo diverso da quanto fatto sinora.

Il distacco fra Ganna ed Evenepoel è stato di 57": il segnale che forse c'è bisogno di una discontinuità tecnica?
Il distacco fra Ganna ed Evenepoel è stato di 57″: il segnale che forse c’è bisogno di una discontinuità tecnica?
Il distacco fra Ganna ed Evenepoel è stato di 57": il segnale che forse c'è bisogno di una discontinuità tecnica?
Il distacco fra Ganna ed Evenepoel è stato di 57″: il segnale che forse c’è bisogno di una discontinuità tecnica?

L’assenza di Pogacar

Alla luce di queste considerazioni, si capisce come l’assenza di Pogacar potrebbe essere per Evenepoel un momento decisivo di crescita. Non tanto l’occasione per vincere in assenza del più forte, quanto la possibilità di conquistare dei traguardi che oltre a impreziosire il suo palmares renderanno più solida la sua convinzione. Ha ragione Pellizzari nel dire che c’è solo un Pogacar e siamo abbastanza certi che nei suoi sogni Remco non sogni di essere come lui, bensì di batterlo. E se domenica fosse lui a vincere la maglia iridata, non sarebbe così sprovveduto da credere di aver colmato il gap, ma troverebbe il modo di lavorare ancora di più per farsi trovare pronto quando Tadej sarà ancora della partita.

Per questo la sua assenza potrebbe rivelarsi un’occasione anche per i tanti che finora ha annichilito, portandogli via ogni sicurezza. Questo non significa che Enric Mas diventerà improvvisamente capace di sfidarlo nel prossimo Tour, ma che certamente avrà la determinazione di battersi sapendo di non essere da meno dei suoi rivali. E non significa che automaticamente l’eventuale Evenepoel iridato sarà capace di sfilargli la maglia gialla, ma che arriverà alla sfida con una maggiore consapevolezza di sé. Benvenga tutto questo se servirà ad avere un ciclismo più combattuto.

Vuelta Espana 2026, Primoz Roglic, Alto de Aitana

La Vuelta va avanti, mentre Roglic (sornione) affila le unghie

03.09.2026
6 min
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La Vuelta senza Pogacar è una bomba inesplosa, come sono le corse o gli incontri di pugilato quando gli sfidanti si studiano e si annusano prima di partire con gli attacchi. Qualcuno la trova esaltante, qualcuno noiosa: per quanto ci provi, non li metterai mai tutti d’accordo. Per questo, osservando gli sfidanti, è intrigante riconoscere la finta indifferenza di quel gatto sornione di Roglic in seconda posizione.

Tutt’altro tipo di sloveno rispetto a quello in maglia iridata che si sta ricostruendo senza voler ancora svelare a cosa punti, ma sempre un signor corridore, capace di vincere un Giro, quattro Vuelta e due volte per ciascuna corse come Tirreno, Baschi, Delfinato, Calalunya e Romandia, una sola Parigi-Nizza e un quasi Tour, perso il penultimo giorno per il più celebre blackout atletico e psicologico degli ultimi 30 anni.

Nel 2026, Aleotti ha corso soltanto un Grande Giro: quello di casa. Qui con Pellizzari
Nel 2026, Aleotti ha corso soltanto un Grande Giro: quello di casa. Qui con Pellizzari
Nel 2026, Aleotti ha corso soltanto un Grande Giro: quello di casa. Qui con Pellizzari
Nel 2026, Aleotti ha corso soltanto un Grande Giro: quello di casa. Qui con Pellizzari

La corsa va avanti

Roglic è un gatto sornione perché guarda, sorride sotto i baffi e quando se la sente buona, è capace di affondare le unghie in profondità. Lo sa bene Giovanni Aleotti, che in questi giorni si prepara a volare in Canada per le due gare di settembre, ma accanto a Primoz ha corso tanto e anche vinto un Giro e l’ultima Vuelta dello sloveno: quella del 2024. Anche “Gigio” si è accorto che il compagno è già lì che cerca di mimetizzarsi e per questo si è messo a osservarlo meglio.

«Penso che tutti siano stati un po’ scossi – dice Aleotti – quando è caduto Tadej, che era il super favorito della Vuelta e aveva già stravinto tre tappe. La crono, impressionante. La tappa di Andorra non è stata da meno. E’ dispiaciuto a tutti, anche a chi è in Spagna, ma la corsa va avanti e sono contento di vedere Primoz fra i primi. Penso che la strada fino a Granada sia ancora lunga e che ora lui sia da considerare uno dei favoriti».

Al di là delle battute, secondo Aleotti, Roglic non era scontento della presenza di Pogacar alla Vuelta
Al di là delle battute, secondo Aleotti, Roglic non era scontento della presenza di Pogacar alla Vuelta
Al di là delle battute, secondo Aleotti, Roglic non era scontento della presenza di Pogacar alla Vuelta
Al di là delle battute, secondo Aleotti, Roglic non era scontento della presenza di Pogacar alla Vuelta

Lo stimolo di Pogacar

C’è arrivato con il grosso ematoma dovuto a un incidente e il dubbio di poter effetivamente partecipare. Ha tenuto le aspettative al minimo. Sorridendo si è mantenuto a lungo fedele a quando disse che per vincere ancora avrebbe evitato le corse in cui ci fosse anche Pogacar (chissà che faccia avrà fatto quando dopo il Tour, l’altro ha annunciato che sarebbe andato alla Vuelta!).

«Primoz non molla mai niente – ragiona Aleotti – quindi la Vuelta era il suo obiettivo da inizio stagione e sono convinto che abbia fatto e avrebbe fatto il possibile per esserci ad ogni costo. L’incidente lo ha rallentato, ma alla fine nessuno è mai morto di riposo (Giovanni sorride, ndr) e sembra stare benissimo. Il bello è che nelle interviste spesso scherza, non credo che soffra così tanto Pogacar.

«Io vedo anche lui come un grandissimo campione e secondo me sotto sotto era contento che ci fosse Tadej. Confrontarsi con lui è complicato per tutti, quasi impossibile, ma è comunque uno stimolo. Anche se nel ciclismo non c’è mai nulla di scontato, quando c’è Pogacar sai già che il peso della corsa è della UAE Emirates e per te si semplifica tutto».

Vuelta 2024, O’Connor ha conquistato la maglia nella 6ª tappa: da quel momento Roglic lo ha costretto a rispondere a un’infinità di scatti fino alla resa
O'Connor è caduto nella trappola di Roglic e si è messo a rispondere agli attacchi
Vuelta 2024, O’Connor ha conquistato la maglia nella 6ª tappa: da quel momento Roglic lo ha costretto a rispondere a un’infinità di scatti fino alla resa

O’Connor e la fuga bidone

Senza Pogacar, sono esplose le fughe e nessuno tiene più in mano la corsa: Aleotti ha ragione e forse è questa apparente anarchia che per alcuni rende la corsa elettrizzante.

«Controllare la Vuelta non è per niente facile – ricorda Aleotti tornando con la memoria al 2024 – non lo è mai stato e quest’anno, visto il percorso, lo sarà anche meno. Mi ricordo bene quando O’Connor andò all’attacco e prese la maglia a Roglic, grazie ai 6’31” che era riuscito a guadagnare. Da quel giorno la nostra Vuelta fu un lavoro di erosione.

«Avevamo fissato dei giorni per attaccare e sapevamo che non sarebbe stato facile, perché Primoz non si sarebbe potuto permettere neppure un giorno storto. Avevamo Patxi Vila sull’ammiraglia, che è super preparato e conosce la Vuelta benissimo. Aveva studiato ogni tappa, facendo anche le ricognizioni in macchina, quindi eravamo prontissimi a quello che avremmo affrontato».

Vuelta 2024, sul podio di Madrid, Roglic festeggia la quarta vittoria con i figli Lev e Aleks
Ancora la Vuelta 2024, sul podio di Madrid, Roglic festeggia la quarta vittoria con i figli Lev e Aleks
Vuelta 2024, sul podio di Madrid, Roglic festeggia la quarta vittoria con i figli Lev e Aleks
Ancora la Vuelta 2024, sul podio di Madrid, Roglic festeggia la quarta vittoria con i figli Lev e Aleks

Il libro di Roglic

Anche in quel caso, Roglic si mosse come un gatto sornione e come un gatto aveva già previsto il modo di papparsi il topolino O’Connor, con una serie di attacchi ben studiati.

«Eravamo partiti dal Portogallo – ricorda Aleotti – e quando la sera atterrammo in Spagna ed eravamo sul pullman dell’organizzazione che ci stava portando in hotel, mi ricordo che Roglic mi disse che si era già segnato sul suo libro diverse tappe e di ognuna mi disse quanto avrebbe potuto guadagnare. E’ uno molto preparato mentalmente. Sa sicuramente quali sono le tappe chiave e quali sono quelle dove deve veramente andare al 110 per cento.

«Questa volta di tappe dure ce ne sono tante – sorride Aleotti – ma io sono convinto che adesso che si trova lì davanti, vede che va forte e dentro di sé inizierà a pensare quali siano veramente le tappe chiave dove attaccare se starà bene».

Roglic sta risalendo la classifica. Il ritardo da Mas è ora di 1'18"
Roglic sta risalendo la classifica della Vuelta e ora è secondo. Il ritardo da Mas è di 1’18”
Roglic sta risalendo la classifica. Il ritardo da Mas è ora di 1'18"
Roglic sta risalendo la classifica della Vuelta e ora è secondo. Il ritardo da Mas è di 1’18”

Voglia di vincere

Detto che con Roglic si è sempre trovato molto bene, avendo condiviso tanti ritiri e corse sin dal suo arrivo alla Red Bull-Bora, e che invece ora in Canada correrà per Evenepoel con cui ha fatto sinora solo la Valenciana, Aleotti ci dice un po’ di sé e che andrà a fare le due corse canadesi, che gli piacciono tanto.

«Ho fatto un bel periodo senza correre – dice – perché la squadra per quest’anno ha deciso che facessi un solo Grande Giro. Ho corso tanto fino al Giro di Svizzera (50 giorni di gara, ndr) e da lì abbiamo deciso di staccare per 10 giorni e poi di ricominciare. Mi sono allenato per due mesi e sono tornato al Giro di Germania.

«Nelle prime tappe mancava un po’ il ritmo, poi l’ho trovato e penso che per il Canada starò bene. Ho visto anche vincere Magagnotti e Pellizzari, quella in Germania è stata una bella trasferta. Magari adesso che comincio a pedalare anche io, non sarebbe male se riuscissi a vincere qualcosa (l’ultima volta fu il Giro di Slovenia del 2024, ndr). Non trovate che sarebbe meglio se anche io ricominciassi ad alzare le braccia?».

Vuelta Espana 2026, Alto de Aitana, Enric Mas Nicolau

EDITORIALE / La Vuelta senza Pogacar e l’UCI su Iannelli

31.08.2026
5 min
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Dire che le cadute facciano parte del gioco è la banalità con cui non vorresti mai cominciare un articolo. Eppure, dopo due giorni a pensare all’incidente che ha eliminato Pogacar dalla Vuelta, queste parole tornano come il tocco di una campana. Eravamo così abituati al Tadej invincibile e privo di avversari, che forse quel giorno anche lui ha lasciato andare il pizzico di concentrazione che a cose normali gli avrebbe sconsigliato di farsi sorprendere in quella posizione. Sarebbe stato più prudente per la sua squadra riprendere in mano il gruppo dopo il traguardo volante e rimetterlo in fila.

Non deve essere facile essere lucidi come macchine infallibili ogni volta che si attacca il numero sulla schiena. Altri prima di Pogacar hanno evitato cadute ben peggiori: vedi Armstrong che per schivare Beloki caduto rovinosamente al Tour del 2003, attraversò un campo pieno di arbusti e sassi senza cadere e tantomeno bucare. Ma l’americano correva così poco, che non era sorprendente che nei giorni francesi avesse la concentrazione di un robot.

Pogacar invece corre e vince molto di più. Pretende da sé e gli altri da lui pretendono sempre qualcosa più del massimo (non ci si sta già preparando al recupero miracoloso dall’incidente?) e forse questa volta la consapevolezza che la vittoria potesse essere un po’ meno complicata lo ha portato ad abbassare la guardia di quel solo millimetro fatale.

Il corpo fa male, ma Pogacar ha ripreso lo spirito. Ecco la foto che ha pubblicato su Instagram per rassicurare i tifosi (immagine @tadejpogacar)
Il corpo fa male, ma Pogacar ha ripreso lo spirito. Ecco la foto che ha pubblicato su Instagram per rassicurare i tifosi
Il corpo fa male, ma Pogacar ha ripreso lo spirito. Ecco la foto che ha pubblicato su Instagram per rassicurare i tifosi (immagine @tadejpogacar)
Il corpo fa male, ma Pogacar ha ripreso lo spirito. Ecco la foto che ha pubblicato su Instagram per rassicurare i tifosi

L’occasione della vita

La Vuelta senza Pogacar l’hanno subito riclassificata corsa di medio livello, come quando l’uragano rallenta e dopo un po’ diventa una semplice tempesta tropicale. Sapete qual è il problema? Chi ha cominciato a raccontare la corsa spagnola come la cavalcata dello sloveno, riducendo gli altri a piccoli aspiranti, ha talmente esagerato con i toni da essersi ritrovato di colpo con il frigo vuoto. Come se avessi un ristorante e puntassi tutto sul piatto migliore, dipingendolo come l’unico motivo valido per cui mettersi a tavola. Il giorno che per qualsiasi motivo quel piatto non ci fosse, chi mai verrebbe a sedersi, se il ristoratore per primo ha sempre sminuito il resto del menù?

La tappa di ieri vinta da Enric Mas all’Alto de Aitana (immagine di apertura) ha messo in mostra alcuni dei migliori corridori alle spalle dei mostri: alle spalle di Pogacar, di Vingegaard e probabilmente anche di Evenepoel. Non è facile correre estraendo da sé il massimo possibile, sapendo che basterà a malapena per un piazzamento. Dopo un po’ la testa va via, che poi è quello che è successo per un certo periodo a Enric Mas. Il nuovo leader della Vuelta, che non vinceva da quando nel 2022 batté proprio Pogacar al Giro dell’Emilia, ha messo insieme così tanti piazzamenti, che se fra due settimane vincesse la Vuelta, si potrà parlare di giustizia compensativa.

Vedere questi ragazzi fortissimi lottare per la vittoria anziché essere dediti a inseguire l’ombra di Pogacar, che sistematicamente li schiaccia, dà la misura della potenza e della crudeltà dello sport: se non sei un fenomeno, nella carriera hai al massimo un paio di occasioni in cui sfruttare l’assenza dei giganti. La Vuelta 2026 sarà così per almeno quattro di loro e per motivazioni strettamente personali. Raccontare la scalata al sogno impossibile è forse più suggestivo rispetto alla conta dei minuti di distacco inflitti ai rivali.

Il presidente Lappartient al via della Vuelta e ieri in Italia per i mondiali di MTB in Val di Sole
Il presidente Lappartient al via della Vuelta parla proprio con Pogacar. Ieri era in Italia per i mondiali di MTB in Val di Sole
Il presidente Lappartient al via della Vuelta e ieri in Italia per i mondiali di MTB in Val di Sole
Il presidente Lappartient al via della Vuelta parla proprio con Pogacar. Ieri era in Italia per i mondiali di MTB in Val di Sole

L’UCI e Iannelli

In questi giorni di tanta carne al fuoco, fra le notizie che più ci hanno fatto sollevare il sopracciglio c’è la risposta inviata dal presidente dell’UCI Lappartient a Carlo Iannelli, il papà di Giovanni morto in volata nel 2019 su un rettilineo non adeguatamente protetto: non lo diciamo noi, badate bene, a sottolinearlo sono intervenuti una sentenza civile e un risarcimento.

Iannelli è tenace e arrabbiato e ne ha tutto il diritto: sbaglia i modi, ma succede quando le sole risposte che ricevi sono evasive e irritanti. E’ altresì evidente che Lappartient si sarebbe risparmiato di intervenire in una vicenda che non lo riguarda direttamente, dato che la gara di Molino dei Torti non era internazionale (allo stesso modo l’ACCPI non prese posizione poiché Iannelli non era un professionista: una scelta su cui riflettere e far riflettere tutti gli associati. Giovanni era un corridore come tutti loro e un’associazione che li rappresenti dovrebbe brillare maggiormente in lungimiranza e coraggio).

Nel rispondere alla lettera dell’avvocato toscano, il presidente del ciclismo mondiale avrebbe potuto dire e fare qualcosa di più. Lappartient ringrazia per la condivisione delle informazioni. Dice che per l’UCI è fondamentale che gli organizzatori delle corse rispondano delle proprie responsabilità, anche sul piano della disciplina sportiva, quando siano accertate violazioni delle norme di sicurezza. 

Per questo nelle parole di Lappartient si rintraccia un filo di stupore nel notare che, nonostante gli sviluppi giudiziari abbiano affrontato “diverse presunte violazioni delle norme applicabili in materia di sicurezza del percorso”, non ci sia stato un esame nel merito, poiché il Tribunale Federale della FCI avrebbe ritenuto che l’azione disciplinare fosse prescritta. Pur trattandosi di competenza FCI, «l’UCI deplora che i procedimenti avviati non abbiano consentito un esame completo delle violazioni e delle responsabilità disciplinari potenzialmente connesse alla sicurezza della gara».

Perché non andare oltre e chiedere una riapertura dell’inchiesta federale? Ecco che cosa avrebbe potuto fare l’UCI e francamente sarebbe stato interessante leggere a quel punto la risposta della Federazione. Ma come si fa a non voler rintracciare le precise responsabilità della morte di un ragazzo in gara e contemporaneamente portare avanti e sventolare proposte sulla sicurezza stradale?

Vuelta Espana 2026, 8a tappe, Xeraco, caduta Tadej Pogacar (immagini Eurosport)

Pogacar fuori dalla Vuelta: shock a 32 chilometri dall’arrivo

29.08.2026
6 min
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Le immagini che circolano da un paio d’ore sui social mostrano un oggetto scuro sul ciglio della strada: parlano di pietra, non ne ha il colore e neppure la forma, ma un oggetto c’è. I corridori davanti passano e non avvisano, neanche i compagni di Pogacar, come si fa solitamente in gruppo. E quando accanto ci passa Tadej, così si suppone perché non ci sono immagini nitide, la sua ruota anteriore sbanda e lo sloveno perde l’equilibrio. A causa dello scarto, la ruota tocca quella posteriore del corridore che lo precede e non c’è null’altro da fare che cadere, con la bici proiettata in alto come un aquilone.

Fonti della squadra dicono che probabilmente stesse bevendo e per questo aveva una sola mano sul manubrio. Pietra come ha confermato Sivakov che era a ruota o qualsiasi cosa fosse, a 32 chilometri dall’arrivo di Xeraco, Pogacar cade e finisce fuori dalla Vuelta.

E’ da poco passato lo sprint intermedio vinto da Van Aert. Pogacar atterra violentemente sull’asfalto e appare subito chiaro che la situazione sia seria. Resta per qualche istante seduto, poi si mette carponi, quindi si alza. Per un attimo, sembra che stia per risalire in sella, ma la spalla sinistra sanguina, il viso è segnato da abrasioni e si capisce che riprendere la corsa non sia un’opzione concreta.

Il primo ritiro in un Giro

La preoccupazione si è diffusa rapidamente sia nella sua squadra che nel resto del gruppo. Al di là delle conseguenze sportive, la priorità ora è determinare l’esatta entità delle lesioni che il campione sloveno potrebbe aver subito e per questo siamo ancora in attesa di comunicazioni da parte dello staff medico del UAE Team Emirates.

Visto il capitano salire sull’ammiraglia scortato da Matxin, la squadra si è disposta in coda al gruppo cercando di raggiungere l’arrivo e metabolizzare l’incidente. Come la Visma del Tour dopo la caduta di Vingegaard o la stessa UAE del Giro dopo il ritiro di Adam Yates e Jay Vine.

Pogacar dice quindi addio alla Vuelta nel modo più inaspettato, non a causa di un rivale o di una crisi. Vederlo salire in ambulanza, in lacrime e insanguinato, è una scena cui nessuno era preparato.

E’ il suo primo ritiro dopo quello nella Liegi del 2023 e anche la prima volta che lascia una corsa a tappe per caduta. Nei nove Grandi Giri disputati finora, era sempre salito sul podio. Altre cadute non gli hanno impedito di vincere: quella alla Strade Bianche del 2025 e quella all’ultima Sanremo. Oggi la sfortuna (come accadde ma con conseguenze più blande a Roubaix lo scorso anno quando cadde per seguire Van der Poel) ha calcato la mano.

Aiutato da Matxin a salire sull'ambulanza, è stato chiaro che POgacar non sarebbe potuto ripartire (immagini Eurosport)
Aiutato da Matxin a salire sull’ambulanza, è stato chiaro che Pogacar non sarebbe potuto ripartire (immagini Eurosport)
Aiutato da Matxin a salire sull'ambulanza, è stato chiaro che POgacar non sarebbe potuto ripartire (immagini Eurosport)
Aiutato da Matxin a salire sull’ambulanza, è stato chiaro che Pogacar non sarebbe potuto ripartire (immagini Eurosport)

Troppo male per ripartire

Raggiunto il traguardo, con la tappa vinta da Coquard dopo un’altra massiccia caduta in testa al gruppo, Matxin ha concesso poche parole in attesa di conoscere a sua volta la reale situazione.

«E’ successo – ha detto il tecnico della squadra emiratina – ma non è colpa di nessuno. Tadej voleva provare a pedalare, ma alla fine abbiamo capito che era troppo doloroso. Aveva del sangue sul sopracciglio, tra le altre cose, e anche molto dolore alla spalla. E’ stata una decisione brutta e difficile, è molto triste per lui».

L’esatta entità del danno non è ancora chiara: Pogacar è ancora in ospedale per accertamenti, ma si è pensato subito alla frattura della clavicola. Questo incidente potrebbe quindi avere ripercussioni anche sul resto della stagione. Non sono rari i casi di recupero rapidissimo da simili (eventuali) fratture e il campione potrebbe ancora voler difendere il suo titolo ai mondiali in Canada del 27 settembre, ma la sua partecipazione ora andrà valutata e sarà strettamente connessa a quella successiva ai campionati europei che si correranno la settimana successiva nella sua Lubiana.

La UAE Team Emirates ha raggiunto il traguardo in silenziosa parata, senza più il suo condottiero
Il UAE Team Emirates ha raggiunto il traguardo in silenziosa parata, senza più il suo condottiero
La UAE Team Emirates ha raggiunto il traguardo in silenziosa parata, senza più il suo condottiero
Il UAE Team Emirates ha raggiunto il traguardo in silenziosa parata, senza più il suo condottiero

Mas senza maglia

In attesa di sapere qualcosa di più dalla squadra sulle condizioni di Pogacar, la maglia di leader è stata assegnata a Enric Mas, che guida ora la classifica con un minuto di vantaggio con Roglic e 1’112 su Gall.

«E’ incredibilmente spiacevole – ha detto il corridore della Movistar – innanzitutto che ci siano state così tante cadute e in secondo luogo che siano state così gravi. Infine è spiacevole che sia successo a Tadej. Spero che si riprenda presto. Ci sono ancora alcune gare in programma quest’anno e spero che possa tornare presto.

«Non so cosa sia successo, ma sono sicuro che sia in ottime mani. So che questo è lo sport, ma non ho conquistato la maglia di leader, per questo ho scelto di non indossarla sul podio. Questo è il mio modo di dimostrargli rispetto».

Domani tuttavia Mas dovrà indossarla per la tappa all’Alto de Aitana con l’arrivo in salita. «Non ho ancora parlato con nessuno della squadra – ha detto Mas prima di tornare verso il pullman – ci assumeremo semplicemente la responsabilità e faremo tutto il possibile per conservare la maglia rossa».

Un attimo di distrazione

La Vuelta riparte quindi con una tappa dura senza il corridore che finora l’aveva caratterizzata con le sue imprese. Resta il dubbio di cosa ci facesse Pogacar così stretto nel gruppo, sul ciglio della strada, bevendo in una situazione comunque confusa. Probabilmente il rilassamento dopo il traguardo sprint di Simat de la Valldigna gli ha suggerito di lasciarsi affiancare e assorbire dal gruppo, lui che di solito è sempre in testa con i compagni ad aprirgli la strada.

La sfortuna ha voluto che nel solo momento di calo di tensione di questi ultimi anni, il campionissimo sloveno abbia dovuto pagare un prezzo così elevato. La Vuelta cambierà presto faccia, il ciclismo non è uno sport in cui si possano dare le cose sempre per scontate. La corsa troverà presto un nuovo padrone, che per tutta la vita si sentirà rinfacciare la vittoria per la caduta di Pogacar, ma siamo certi che imparerà presto a farsene una ragione.

L’aggiornamento medico

Appena arrivato, ecco l’aggiornamento sulle condizioni di Tadej Pogacar, per come fornite dal dottor Adriano Rotunno, resposabile medico della squadra.

«Purtroppo, Tadej è stato vittima di una brutta caduta durante la tappa odierna e non ha potuto continuare la gara. Le sue condizioni sono stabili e, a seguito di un’accurata valutazione medica in ospedale, a Tadej è stata diagnosticata una commozione cerebrale, una frattura scomposta della clavicola sinistra, una frattura cervicale C7 stabile e multiple abrasioni. Fortunatamente, non ci sono altre lesioni gravi né conseguenze neurologiche.

«Dovrà sottoporsi a un intervento chirurgico alla clavicola, che verrà posticipato a causa delle precauzioni per la commozione cerebrale. Tadej rimane sotto la cura del nostro team medico e forniremo ulteriori aggiornamenti dopo l’intervento».

GP di Montreal sul percorso mondiale. Bagioli lo conosce bene…

La gara canadese sul percorso mondiale. Bagioli la conosce bene…

28.08.2026
5 min
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Quest’anno il Grand Prix of Montreal avrà un sapore speciale. La tappa canadese del WorldTour, seguente come sempre di 48 ore quella di Quebec City, arriverà infatti giusto una settimana prima del mondiale che si correrà nella stessa città. Due prove, quella tradizionale e quella iridata quasi fotocopia, con l’aggiunta nel caso del mondiale del lungo tragitto di avvicinamento al circuito.

La gara di Montreal acquisisce così un significato tutto particolare, perché sarà la prova generale del mondiale e proprio in questa veste si preannuncia una partecipazione di altissima qualità, con al via tutti coloro che ambiscono alla gara iridata e non sono presenti alla Vuelta, Pogacar in primis che però la corsa la conosce bene e l’ha già vinta. In particolare nel 2022 quando terzo fu Andrea Bagioli che quel tracciato lo ricorda molto bene.

Lo sprint vittorioso di Pogacar su Van Aert e Bagioli a Montreal. Tadej si ripeterà nel 2024
Lo sprint vittorioso di Pogacar su Van Aert e Bagioli a Montreal. Tadej si ripeterà nel 2024
Lo sprint vittorioso di Pogacar su Van Aert e Bagioli a Montreal. Tadej si ripeterà nel 2024
Lo sprint vittorioso di Pogacar su Van Aert e Bagioli a Montreal. Tadej si ripeterà nel 2024
Che tipo di corsa è?

Il circuito di Montreal è duro. Chiaramente le salite, essendo in città, non sono lunghissime, la principale è intorno ai quattro minuti di sforzo. Ma poi ci sono altri strappi più brevi e il difficile secondo me è che il recupero tra una salita e l’altra è veramente breve. A ciò si aggiunga che è un circuito con tantissime curve. Io quando l’ho fatto ho sempre affrontato una corsa durissima, anche perché in totale assomma intorno ai 4.000 metri di dislivello che si sentono alla fine.

Non capita spesso di trovare percorsi cittadini così impegnativi anche in Europa…

No, direi che in Europa non capita quasi mai. E’ una corsa atipica, perché non diresti che sia così aspra stando in una metropoli. Un paragone, ma molto alla lontana, può essere fatto con l’ultima tappa del Tour de France nella sua versione recente con lo strappo di Montmartre in città, ma ha caratteristiche un po’ diverse. Montreal è molto, molto più duro perché di pianura ce n’è veramente poca. Poi negli ultimi anni hanno aggiunto anche un altro strappo prima dell’arrivo, che a furia di ripeterlo (se non sbaglio sono arrivato a farlo anche 18 volte) alla fine ti resta nelle gambe.

E’ questione solo di salita?

No. Intanto come detto c’è il fattore curve che può influire nel rilancio della bici e nel favorire azioni, poi c’è da dire che anche l’arrivo non è semplice perché c’è una curva a U e poi tira tutto leggermente in su, quindi anche la volata è dura.

Il circuito cittadino di Montreal misura 12,3 chilometri, da ripetere 17 o 18 volte per il Grand Prix
Il circuito cittadino di Montreal misura 12,3 chilometri, da ripetere 17 o 18 volte per il Grand Prix
Il circuito cittadino di Montreal misura 12,3 chilometri, da ripetere 17 o 18 volte per il Grand Prix
Il circuito cittadino di Montreal misura 12,3 chilometri, da ripetere 17 o 18 volte per il Grand Prix
Che cosa ti ricordi della corsa del 2022?

Ho solo bellissimi ricordi. Arrivai terzo dietro a Pogacar e a van Aert. La condizione era veramente buona, venivo dal Tour de France, ero uscito bene, mi ero riposato bene per preparare le due corse canadesi. All’ultimo giro rimanemmo in cinque con Yates, Gadou, Van Aert e Tadej e ce la giocammo in volata dopo aver tutti collaborato alla fuga.

Ti ricordi chi fu a promuovere l’iniziativa?

Fu proprio Pogacar che lanciò l’azione in salita. La selezione fu progressiva e netta, in cima rimanemmo in tre poi un paio si accodarono in discesa. Mi ricordo che ho scollinato veramente al gancio, se c’erano solamente 20 metri in più mi sarei staccato.

Come si corre a Montreal?

La tattica, l’interpretazione hanno un ruolo fondamentale. E’ un percorso dove se sei dietro fatichi. Puoi permettertelo magari i primi giri, però quando si inizia a menare bisogna stare davanti, perché dietro sono solo frustate. Ne prendi una, ne prendi due, poi alla fine ne risenti.

Pogacar con McNulty nell'ultima edizione, nella quale Tadej ha lasciato la vittoria al compagno di colori
Pogacar con McNulty nell’ultima edizione, nella quale Tadej ha lasciato la vittoria al compagno di colori
Pogacar con McNulty nell'ultima edizione, nella quale Tadej ha lasciato la vittoria al compagno di colori
Pogacar con McNulty nell’ultima edizione, nella quale Tadej ha lasciato la vittoria al compagno di colori
Dicono che il mondiale cambia rispetto al GP solo per la parte precedente l’arrivo verso il circuito. Ma tutti dicono che influirà ben poco sull’evoluzione della corsa…

L’importante è essere lì al momento in cui il circuito inizia. In tutti i mondiali che abbiamo visto, grosso modo la parte in linea non fa queste grandissime differenze, forse l’unico mondiale un po’ fuori da questi canoni è stato quello dell’anno scorso in Rwanda, dove c’era una salita lunga e dura nel pezzo in linea, quindi era normale che facesse un po’ di selezione. In tutti gli altri è nel circuito dove si aprono i giochi e penso sia così anche questa volta a Montreal, soprattutto perché, da quanto ho capito, la prima parte è abbastanza pianeggiante.

Farlo una settimana prima del mondiale, cioè ripetere praticamente la stessa corsa due volte nello spazio di una settimana, è un aiuto?

Sì, può esserlo, perché correndo prima si conosce il percorso, si conoscono meglio le curve, come impostarle. Sicuramente sarà un aiuto e sarà qualcosa di diverso rispetto alle altre edizioni della corsa iridata, poi bisognerà vedere quanto davvero influirà.

Bagioli quest'anno non dovrebbe andare a Montreal, a meno di una chiamata azzurra...
Bagioli quest’anno non dovrebbe andare a Montreal, a meno di una chiamata azzurra…
Bagioli quest'anno non dovrebbe andare a Montreal, a meno di una chiamata azzurra...
Bagioli quest’anno non dovrebbe andare a Montreal, a meno di una chiamata azzurra…
Tu hai in programma di andare in Canada per fare le due classiche?

Non penso, perché dovrei fare il Lussemburgo e essendo due giorni dopo il Canada è una cosa fattibile ma con molte incognite e difficoltà.

E se ti arrivasse la convocazione azzurra? Potrebbe essere comunque importante perché conosci il percorso…

Questo sì, lo conosco già bene, nel caso dovrò parlarne con la squadra e valutare la soluzione migliore per arrivare pronti al mondiale.

Ti dovremmo chiedere chi vedi come favorito…

Credo che la risposta la sapete già – dice ridendo – di favorito ce n’è uno solo e il nome lo sanno tutti, anche se al GP non ci sarà. Ma Tadej non ha certo bisogno di fare le prove…

Vuelta Espana 2026, Andorra, 4a tappa, Tadej POgacar

Andorra e il solito Pogacar: la torta se la mangia tutta lui

26.08.2026
6 min
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Quasi tre minuti al secondo. Così Tadej Pogacar ha archiviato la quarta tappa della Vuelta ad Andorra, con la facilità di sempre. Se ne è andato a cinquanta chilometri dall’arrivo, dopo che la Decathlon ha provato a fare un ritmo più alto del solito. Vederli correre in modo aggressivo deve aver svegliato nel campione del mondo la necessità di ribadire chi sia lo sceriffo, per cui si è scosso la polvere di dosso e ha iniziato l’ennesima cavalcata.

E’ campione di semplicità e spontaneità. Non se la tira neanche un po’. Si diverte in quello che fa. Eppure in lui c’è la necessità irresistibile di marcare ogni volta una differenza più profonda.

«E’ stata una tappa difficile – ha detto dopo il traguardo di Andorra La Viella – ma sapevo di avere le gambe per fare la differenza. Era il momento giusto per attaccare e sono davvero felice di come siano andate le cose. Ogni vittoria conta e vedere il vantaggio crescere è stata una grande emozione. Ho cercato di mantenere la concentrazione sino al traguardo, perché so che i miei rivali non si arrenderanno facilmente».

La tappa di Andorra è stata la prima veramente dura di questa Vuelta, con 104,8 chilometri e un dislivello di 3.024 metri
La tappa di Andorra è stata la prima veramente dura di questa Vuelta, con 104,8 chilometri e un dislivello di 3.024 metri
La tappa di Andorra è stata la prima veramente dura di questa Vuelta, con 104,8 chilometri e un dislivello di 3.024 metri
La tappa di Andorra è stata la prima veramente dura di questa Vuelta, con 104,8 chilometri e un dislivello di 3.024 metri

L’unica tattica possibile

Con Stefano Garzelli avevamo parlato prima della Vuelta. E nonostante Pogacar abbia risposto bruscamente al giornalista che nella conferenza stampa di Monaco gli ha chiesto se avrebbe vinto la Vuelta senza stancarsi troppo, quello che si vede va esattamente in questa direzione. Grande facilità e grande voglia di chiudere subito la partita, per avere giorni finali meno stressanti.

«E’ nella logica del ciclismo – ripete Garzelli – con un corridore come Pogacar che ha l’obiettivo Vuelta, ma soprattutto mondiale, europeo in Slovenia e Lombardia. La corsa ha una prima parte molto dura, quindi è logico che la interpreti in questo modo e che nei dieci giorni finali si limiterà a controllare. La tappa di Andorra misurava appena 104 chilometri ed era perfetta per un’azione come questa».

Tutto bello. Tutto comodo. Tutto persino scontato. Tanto pubblico ad Andorra, social impazziti, influencer alla berlina, infinite richieste dagli sponsor: Pogacar funziona e poco importa se i rivali attorno passino ogni volta per inadeguati.

Cinquanta chilometri da solo alla media finale di 39,157: così Pogacar ha ribadito il suo primato
Cinquanta chilometri da solo alla media finale di 39,157: così nella tappa di Andorra, Pogacar ha ribadito il suo primato
Cinquanta chilometri da solo alla media finale di 39,157: così Pogacar ha ribadito il suo primato
Cinquanta chilometri da solo alla media finale di 39,157: così nella tappa di Andorra, Pogacar ha ribadito il suo primato

Un ciclismo diverso

Garzelli è stato professionista. E’ stato leader. Ha vinto il Giro d’Italia. Nel 1999 era compagno di squadra di un capitano spettacolare e carismatico quanto e più di Pogacar. Però a un certo punto Pantani fu ripreso dai suoi stessi dirigenti perché aveva vinto anche a Madonna di Campiglio e il giorno dopo, comunque sia andata, fu messo fuori dal Giro. E’ vero che è un altro ciclismo, ma perché adesso non c’è più la necessità di aspettare o rispettare gli altri senza che qualcuno se ne faccia un problema?

«Quello che stiamo vedendo – riflette Garzelli – è davvero un altro ciclismo.  Se analizziamo tutta la stagione, i grandi eventi li hanno vinti quattro corridori, cinque al massimo. Van der Poel, Evenepoel, Vingegaard. Ormai c’è un dominio assoluto dei campioni, soprattutto Pogacar che sta monopolizzando gli ultimi anni. Ragazzi che non si fanno scrupoli, anche perché credo che al giorno d’oggi più di prima comandino gli sponsor. Sembra quasi che ci sia una lotta tra loro, per vedere chi vince di più».

Gall e Onley hanno provato a marcare la differenza in ottica podio, ma senza risultati di rilievo
Sulle salite finali verso Andorra, Gall e Onley hanno provato a marcare la differenza in ottica podio, ma senza risultati di rilievo
Gall e Onley hanno provato a marcare la differenza in ottica podio, ma senza risultati di rilievo
Sulle salite finali verso Andorra, Gall e Onley hanno provato a marcare la differenza in ottica podio, ma senza risultati di rilievo
Quindi, ammesso che ci sia mai stato, non c’è alcun fair play tra i gruppi sportivi?

No, assolutamente. Pogacar avrebbe voluto vincere anche la seconda tappa e avrebbe vinto anche la tappa che è stata annullata, quindi forse avrebbe vinto tre tappe in quattro giorni. Ormai è cambiato il ciclismo, c’è il monopolio di due o tre squadre e di questi tre o quattro corridori che fanno un altro sport. Quando partono loro, quando sono al via, tutti gli altri sanno già che devono correre per il secondo posto.

Secondo te è divertente per un corridore vincere sempre da solo e con questa apparente facilità?

E’ una domanda che mi pongo anch’io, però credo che stia provando a raggiungere dei record che entreranno nella storia del ciclismo, quindi è proprio questo il discorso. Forse sarà difficile, però credo che presto o tardi farà un pensierino a vincere i tre Grandi Giri nello stesso anno. Quando a Monaco gli hanno chiesto se vincerà facilmente e lui si è innervosito, forse voleva sottolineare che anche lui deve fare fatica, anche lui rischia. Non vado alle corse per giocare, anch’io faccio fatica, anch’io rischio. Da questo punto di vista ci può stare e ieri verso Andorra ha faticato e preso i suoi rischi in discesa.

Ieri ha attaccato in risposta al forcing della Decathlon, come se avesse voluto metterli a posto…

Provo a immaginare di essere un corridore o un direttore sportivo in questo momento. E’ chiaro, come ho già detto l’altra volta, che avere Pogacar alla Vuelta è chiaramente positivo, perché regala spettacolo. Non ho mai visto tanta gente all’arrivo di Andorra, dove per la Vuelta non si era mai vista una folla così. Dall’altra parte, Tadej ammazza la corsa. Dietro già si lotta per i piazzamenti, ma siccome sta facendo la storia del ciclismo, non credo che per gli organizzatori sia un problema. La star è lui.

Anche Pantani era una star e in quel Giro aveva già vinto quattro tappe: perché lui dava fastidio?

Era un altro ciclismo e noi eravamo la Mercatone Uno. Ora c’è lo strapotere di Pogacar, lo strapotere della sua e di altre squadre come la Red Bull e la Decathlon che sono state costruite molto bene. Credo che anche gli interessi economici vadano sopra ogni regola, mentre forse un tempo tra i team c’era forse una relazione diversa. Il ciclismo resta uno sport molto bello, ma io credo che si stia trasformando in un grande business, mentre prima si aveva la sensazione di doversi dividere la stessa torta, in modo che ce ne fosse per tutti.

Alla fine la seconda piazza l'ha presa Jarno Widar, che ha iniziato a dimostrare le qualità messe in mostra fra gli U23
Alla fine la seconda piazza ad Andorra l’ha presa Jarno Widar, che ha iniziato a dimostrare le qualità messe in mostra fra gli U23
Alla fine la seconda piazza l'ha presa Jarno Widar, che ha iniziato a dimostrare le qualità messe in mostra fra gli U23
Alla fine la seconda piazza ad Andorra l’ha presa Jarno Widar, che ha iniziato a dimostrare le qualità messe in mostra fra gli U23
E davanti a tutti c’è un campionissimo che fa sembrare tutto facilissimo, anche se di facile non c’è proprio niente.

Qualche giorno fa, ho parlato con Agostini e gli ho detto che è impressionante. Mi ha risposto che anche loro fanno fatica a capire come faccia ad andare così forte. Se guardiamo la cronometro, forse riusciamo a entrare meglio nel suo modo di pensare.

In che modo?

Essendoci in ballo la storia di Tarling, penso che probabilmente il suo obiettivo non fosse vincere. Stava bene a tutti che vincesse Joshua per ricordare il fratello. La lucidità che ha avuto Pogacar nel momento in cui gli hanno detto che Hayter era primo, è stata pazzesca. Ha aperto il gas, ha rischiato e ha vinto. E’ stato impressionante.

La sua bravura è anche avere piccoli gesti che lo portano fuori dal ruolo del cannibale. Prendi gli occhiali regalati al figlio di Van Aert…

Esatto. Da una parte diverte per come si muove: guardi i numeri, guardi quello che fa e capisci che hai davanti uno fuori dal comune. In più è bravo con alcuni piccoli dettagli, alcuni piccolissimi gesti a rendere spettacolare la corsa che magari potrebbe sembrare monotona. E noi addetti ai lavori ci stiamo abituando a raccontare le gesta di un fenomeno, mentre tutti gli altri sembrano fermi, pur parlando di fior di corridori. Ieri ad Andorra il decimo è arrivato a 5 minuti. Vedi la differenza di velocità di pedalata, l’espressione dello sforzo tra lui e i corridori più forti della Vuelta e sembra che stia correndo con dei ragazzini.

Vuelta a Espana 2026, Montecarlo, Principato di Monaco, presentazione delle squadre, Tadej Pogacar, Casinò

Pogacar, la Vuelta e Monaco: ingredienti del quadro perfetto

21.08.2026
6 min
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PRINCIPATO DI MONACO – L’arcobaleno risplende davanti al Casinò di Montecarlo dopo qualche scroscio di pioggia del pomeriggio. Non lo si trova nel cielo plumbeo del Principato, ma sulla maglia del protagonista più atteso, il padrone di casa che va a caccia della tripla corona e che alle 20 spaccate fa capolino sul palco. Basta la presenza di Tadej Pogacar a far impazzire tutti: appassionati, curiosi e persino addetti ai lavori.

Arriva sul tappeto rosso a bordo della sua Colnago come le stelle dello spettacolo con tanto di fuochi d’artificio. Quando la prestazione si conclude, l’aspetta il Principe Alberto di Monaco che lo omaggia come ha fatto soltanto con l’enfant du pays Victor Langellotti. Sarà l’aria della sua casa acquisita, ma Tadej pare più tranquillo del solito. Non si nega a nessuna foto o autografo per grandi e piccini e, nel selfie che fa insieme ai compagni di squadra del Uae Team Emirates-XRG, sfoggia un sorriso rilassato e i capelli più corti rispetto a quelli alla Eminem formato Tour.

Dall’organizzazione della Vuelta Espana ci confermano che le richieste media e quelle dell’hospitality per la presentazione di ieri sera sono triplicate quando, poco dopo il Tour, è arrivato l’annuncio che il fuoriclasse sloveno avrebbe dato l’assalto all’unico Grande Giro che manca ancora all’appello.

Il Principe Alberto aveva ventilato la presenza di Pogacar alla Vuelta sin dalla primavera: ovviamente aveva ragione
Il Principe Alberto aveva ventilato la presenza di Pogacar alla Vuelta sin dalla primavera: ovviamente aveva ragione
Il Principe Alberto aveva ventilato la presenza di Pogacar alla Vuelta sin dalla primavera: ovviamente aveva ragione
Il Principe Alberto aveva ventilato la presenza di Pogacar alla Vuelta sin dalla primavera: ovviamente aveva ragione

Da Vingegaard a Pogacar

Le domande più quotate a tutti gli uomini di classifica, che lo hanno preceduto nel giro delle conferenze stampa del giovedì o che abbiamo incontrato nella mixed zone allestita di fronte al Casinò, vertevano su come si batta l’imbattibile alieno sloveno. Anche per Felix Gall, secondo al Giro d’Italia di quest’anno, gran parte dei quesiti riguardavano proprio l’altro titano che si troverà a fronteggiare, dopo aver provato a inseguire Jonas Vingegaard nella Corsa Rosa. 

«Jonas è stato il più forte di tutti per distacco al Giro – ha raccontato al nostro microfono – mi aspetto lo stesso canovaccio qui alla Vuelta, perché Pogacar è di gran lunga più forte di tutti noi altri. Quando lui è al via, è il grande favorito e mi sento di dire che è quasi impossibile batterlo. Io mi concentro su me stesso e punto al podio, la responsabilità è sua e sta a lui e alla sua squadra controllare la corsa».

Anche un capitano di lungo corso come Mikel Landa, sorride e commenta: «Pogacar è un personaggio che va oltre il ciclismo ed è un bene che la sua presenza aumenti l’attenzione sulla Vuelta. Credo che sia qualcosa di ottimo per tutti».

Gall, già secondo al Giro dietro Vingegaard, si prapara alla lotta contro Pogacar e sa che sarà durissima
Gall, già secondo al Giro dietro Vingegaard, si prapara alla lotta contro Pogacar e sa che sarà durissima
Gall, già secondo al Giro dietro Vingegaard, si prapara alla lotta contro Pogacar e sa che sarà durissima
Gall, già secondo al Giro dietro Vingegaard, si prapara alla lotta contro Pogacar e sa che sarà durissima

La Vuelta dietro casa

Poi arriva il più atteso, Tadej Pogacar: il due volte campione del mondo in carica: «Non c’è stato molto tempo per recuperare dopo il Tour, ma penso che sia stato abbastanza per tornare in forma e poi non potevo mancare con la partenza dietro casa. Spero che le gambe siano buone e mi aiutino a colmare questa lacuna nel palmares. Vincere Giro, Tour e Vuelta sarebbe un sogno che diventa realtà, per cui farò di tutto per riuscirci».

Al fianco di Pogacar, c’è João Almeida che, dopo il secondo posto dello scorso anno al termine di un lungo testa a testa con Vingegaard, è reduce da un 2026 da dimenticare ed è “costretto” al ruolo di comprimario visto cotanto capitano. «E’ stato un anno difficile – spiega – mi piace molto la Vuelta, spero di godermela con i miei compagni e di dare il mio contributo alla squadra per recuperare confidenza».

Pogacar è parso divertito nella conferenza stampa parlando di Monaco, in cui vive
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Pogacar è parso divertito nella conferenza stampa parlando di Monaco, in cui vive
Pogacar è parso divertito nella conferenza stampa parlando di Monaco, in cui vive

Una crono poco adatta

Tadej risponde volentieri a tutti, tranne a chi lo stuzzica dicendo che ha già vinto questa Vuelta e che non ha rivali: «Non penso valga nemmeno la pena che risponda a una domanda come questa. La Vuelta è una competizione durissima, ci sono grandissimi talenti e non so come fate a dire che la sfida è più semplice del Tour».

Stessa considerazione per chi gli chiede se vuole vincere dalla crono di domani a Monaco fino all’ultima frazione di Granada tra tre settimane: «La crono della prima tappa non è proprio il mio terreno ideale e credo che ci saranno moltissimi contendenti, che possono andare davvero forte su questo percorso. Vedremo come andrà, anche perché questo circuito cittadino ricorda un po’ quello di Copenaghen del 2022 (vinse Lampaert, ndr). Dovremo essere intelligenti per tutte e tre le settimane, anche perché la stagione non finisce con la Vuelta e vedremo come approcciare le prime giornate». 

Van Aert e famiglia: il grande belga ha vinto 3 tappe alla Vuelta del 2024 e vuole ripetersi
Van Aert e famiglia: il grande belga ha vinto 3 tappe alla Vuelta del 2024 e vuole ripetersi
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Monaco nel cuore

Di certo stavolta, c’è il fattore campo che non guasta e ricompare il sorriso: «Conosco benissimo il profilo della prima tappa perché ci ho passeggiato, pedalato, ci sono passato più volte in moto e in macchina, ma è molto tecnico per cui dovrò dare il mio meglio, non è un tracciato in cui si può andare a tutta dall’inizio alla fine. Mi sarebbe piaciuto anche dormire a casa in questi giorni, ma non penso che sia possibile quando sei impegnato in una grande corsa come questa (la squadra alloggia a Nizza per la Salida Oficial, ndr).

«Quando ci siamo trasferiti qui nel 2019 con Urska, pensavamo che saremmo comunque tornati in Slovenia mentre ora, crescendoci insieme, ci siamo creati una vita e ci piace tutto qui. Abbiamo mare e montagna insieme, un aeroporto molto vicino se dobbiamo volare per qualche corsa in giro per il mondo. Non ero un tipo da città prima, ma la dimensione che ho trovato qui mi ha fatto cambiare prospettiva». 

Dopo la maglia verde del Tour, Pedersen ha detto che punterà alle tappe e aiuterà Skjelmose per la classifica
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Ritorno alla Vuelta

Tornando alla Vuelta, fu proprio nell’unica partecipazione alla corsa spagnola del 2019, che l’asso di Komenda si rivelò al mondo e, dalla stagione successiva, arrivarono Grandi Giri, Monumento e titoli a cascata.

«Ho grandissimi ricordi di quella Vuelta – sorride Pogacar – perché era il mio primo Grande Giro ed era da tanto che volevo tornare a correrla. Il podio, la maglia bianca conquistata, le tre tappe, in particolare l’ultima. Sento ancora il mal di gambe per quello sforzo pazzesco e ricordo di essere partito a 40 chilometri dal traguardo. E’ stato fantastico, così com’è bello tornarci adesso con tutto un altro approccio mentale rispetto ad allora che ero solo un ragazzino. Però dai, mi sento come se fossi alla mia prima Vuelta».