Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Paul Seixas, Tadej Pogacar

La Redoute col Cannibale, poi la resa: ma Seixas non si inchina

26.04.2026
6 min
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LIEGI (Belgio) – Seixas è contento e ai giornalisti ci sta facendo ormai l’abitudine. Aver vinto la Freccia Vallone l’aveva già messo al riparo dalle attese della Liegi, ma aver resistito fino a 13 chilometri dall’arrivo alle sfuriate di Pogacar gli ha dato la conferma di aver fatto un altro passetto. E’ troppo intelligente e umile per lanciarsi in proclami, ma il tono della sua voce è tutto fuorché stupito. Sa quanto vale, sa che è presto e sa che il tempo gioca a suo favore. E soprattutto, continua a correre per vincere, anche se si tratta di sfidare Tadej Pogacar.

«Sappiamo che Pogacar ha surclassato tutti negli ultimi anni – ammette Seixas – quindi il secondo posto con distacco minimo è un buon risultato. Bisogna procedere un passo alla volta. Alla Strade Bianche non sono riuscito a seguire il suo primo attacco, oggi invece sì. Sono contento della mia prestazione e mi viene anche da considerare il grande lavoro della squadra, perché a Siena mi sono trovato un po’ isolato e di conseguenza non sono riuscito a stargli dietro quando attaccava. Oggi invece ero proprio dietro di lui, posizionato perfettamente dalla squadra per tutta la gara. E credo che questo mi abbia permesso di resistere. Il vantaggio di essere proprio dietro di lui è stato qualcosa di speciale».

La vittoria alla Freccia Vallone e prima ai Paesi Baschi hanno dato a Seixas una grande popolarità
Le vittorie alla Freccia Vallone e prima ai Paesi Baschi hanno dato a Seixas una grande popolarità
La vittoria alla Freccia Vallone e prima ai Paesi Baschi hanno dato a Seixas una grande popolarità
Le vittorie alla Freccia Vallone e prima ai Paesi Baschi hanno dato a Seixas una grande popolarità
Che cosa manca a Seixas per arrivare al livello di Pogacar?

Devo ancora migliorare e poi, visto il livello a cui è arrivato, è già estremamente difficile stargli dietro. Il suo attacco è stato una delle azioni più potenti di sempre, quindi riuscire a resistere e lottare contro di lui fino alla Roche aux Faucons è stato qualcosa di buono. C’è ancora del lavoro da fare ed è normale, ma non dobbiamo anticipare troppo le cose, per cui oggi ci accontenteremo.

Puoi raccontare che cosa è successo nel momento in cui ti ha staccato?

Sulla Redoute ero davvero al limite assoluto, la velocità con cui stavamo salendo mi ha lasciato senza parole. Pensavo: come farò a resistere ancora? Era tutta una questione di tempo e quando ha attaccato la Roche aux Faucons, non ci è voluto molto perché mi arrendessi. Ero davvero al limite e poi ho resistito come meglio potevo. Comunque finché ce l’ho fatta è stato bello poter riprendere fiato e dargli qualche cambio. Abbiamo accumulato il vantaggio necessario per arrivare al traguardo, ma sull’ultima salita ha giocato benissimo le sue carte. Oggi è stato il più forte, non ero tanto lontano, ma tant’è.

Credi sia stato solo un fatto di forza o anche di esperienza?

Penso che l’esperienza aiuti sempre, anche se oggi la gara non è stata poi così complicata. Le squadre dettavano il ritmo, bisognava solo rimanere nella loro scia ed essere lì al momento giusto, finché mi sono ritrovato da solo con lui. Quindi cosa avrei potuto fare meglio oggi prima del posizionamento?

Che cosa?

Non molto, a dire il vero. Ero nella sua scia ed era tutto quello che dovevo fare e che oggi era cruciale. Quando siamo usciti dalla Redoute per andare verso la Roche aux Faucons forse avrei potuto dargli dei cambi più corti, ma credo che fosse un duello uno contro uno ed entrambi ce lo aspettavamo. Non avevo intenzione di fare giochetti rischiando di innervosirlo e anche di far recuperare gli altri.

Lo scollinamento sulla Redoute a ruota di Pogacar. Seixas ha ammesso che la velocità di scalata è stata folle
Lo scollinamento sulla Redoute a ruota di Pogacar. Seixas ha ammesso che la velocità di scalata è stata folle
Lo scollinamento sulla Redoute a ruota di Pogacar. Seixas ha ammesso che la velocità di scalata è stata folle
Lo scollinamento sulla Redoute a ruota di Pogacar. Seixas ha ammesso che la velocità di scalata è stata folle
Quindi è stato un fatto di forza?

Non credo che tatticamente avrei potuto fare molto meglio. Oggi mi è mancata la potenza e certo, in un contesto di gara diverso, forse l’esperienza mi avrebbe aiutato di più. Ma oggi, in definitiva, la situazione mi ha favorito. La corsa era molto dura, quindi il posizionamento era leggermente più facile e questo mi ha permesso di esprimere semplicemente le mie capacità fisiche senza che l’esperienza giocasse un ruolo troppo importante. E’ vero, in una Monumento così lunga ci sono delle incognite, ma sapevo di aver fatto bene l’anno scorso al Lombardia. Sapevo di essere in grado di competere per le prime posizioni in una Classica Monumento, ma oggi non è servito a molto.

Che cosa è cambiato in Paul Seixas dopo il Lombardia?

Credo di aver fatto un vero e proprio salto di qualità in termini di resistenza, tanto che la difficoltà della corsa oggi si è quasi rivelata un vantaggio. Riesco a ripetere molti sforzi e a recuperare bene, quindi penso di aver fatto un balzo in avanti in questo senso. E questo si è visto anche ai Paesi Baschi. Ripetere gli sforzi non è stato un problema, quindi, continuerò su questa strada.

I Paesi Baschi sono stati utili per preparare queste corse?

Sono stati decisivi per la mia preparazione alla Freccia Vallone e alla Liegi, anche se a volte gli sforzi sulle salite spagnole sono più lunghi che qui. Ma mi ero allenato un po’ su entrambe le tipologie di corsa e sapevo che si completavano a vicenda. La squadra mi ha supportato benissimo e ha creato un programma molto interessante, che mi ha permesso di ottenere ottimi risultati. Prova ne sono la vittoria di Huy e il secondo posto di oggi.

Cosa si può chiedere di più?

Niente, questo primo anno è destinato ad essere difficile. Penso che l’inizio di stagione sia più che soddisfacente ed è stato gestito molto bene. Questo piazzamento si può considerare una vittoria pensando a quello che verrà, ma nella vita non ci sono certezze. Finché non l’hai fatto, non l’hai fatto: questo è tutto. Ma ovviamente, ora che sono arrivato secondo, la mia prossima ambizione sarà quella di vincere una Monumento. Ma dipenderà da molte cose. Nella vita bisogna essere ambiziosi e io lavorerò in questa direzione.

Diciannove anni, poche frasi ma tutte ben costruite e piene di argomenti. Paul Seixas è arrivato nel ciclismo come un lampo, professionista dopo gli juniores e la vittoria al Tour de l’Avenir nel primo anno. Un azzardo, come ogni volta che si bruciano le tappe. Come fece Evenepoel, che dopo i fuochi d’artificio degli inizi si va accomodando su una dimensione leggermente più umana.

Il contratto con la Decathlon CMA durerà sino alla fine del 2027, voci dicono che abbia firmato per un futuro diverso già dopo l’Avenir, ma di questo non c’è certezza. Quel che è certo è che uno così non andrebbe mai in una squadra in cui il solo orizzonte sia tirare per un altro. Specie se l’altro è l’avversario che vuole battere. Speriamo che nello sport almeno questo valore venga salvaguardato.

Liegi-Bastogne-Liegi 2026, Tadej Pogacar, Paul Seixas

Pogacar fa poker a Liegi, ma questa volta è stata dura

26.04.2026
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LIEGI (Belgio) – A un certo punto è parso che nessuno avesse nulla più da chiedergli. Tadej Pogacar ha vinto la quarta Liegi, come Argentin e appena un passo sotto Merckx. E anche se questa volta ha trovato più resistenza del solito, la sensazione (probabilmente sbagliata) è che non l’abbia trovato particolarmente emozionante. Emozione che invece c’è stata sull’arrivo quando ha puntato le dita al cielo nel ricordo di Camilo Muñoz, suo compagno dal 2019 al 2021, scomparso due giorni fa.

Vincere la Liegi a questo livello potrebbe sembrare quasi un esercizio matematico. Per cui, neutralizzata la fuga fiume del mattino (52 uomini fra cui Evenepoel), la UAE Emirates ha ripreso in mano la corsa, portando il capitano all’attacco della Redoute. E qui, nella consueta cornice di pubblico, la salita è esplosa quando Tadej ha attaccato e alla sua ruota si è lanciato subito Seixas.

Erano tre i più attesi del mattino, ma a quel punto Evenepoel era già defilato, dimostrando di essere sempre più spesso un corridore come gli altri. Invece Seixas ha tenuto fede alle attese e alle loro spalle si è scavato un baratro che, inquadrato dall’alto, ha fatto cogliere la differenza disarmante fra i primi due e gli altri. Per una volta, guardandosi alle spalle, Pogacar ha visto di non essere solo. E ha avuto la conferma che nel gruppo sia davvero arrivato un brutto cliente.

Sul traguardo col dito al cielo, Pogacar ha ricordato l'ex compagno Muñoz scomparso il 24 aprile
Sul traguardo col dito al cielo, Pogacar ha ricordato l’ex compagno Muñoz scomparso il 24 aprile
Sul traguardo col dito al cielo, Pogacar ha ricordato l'ex compagno Muñoz scomparso il 24 aprile
Sul traguardo col dito al cielo, Pogacar ha ricordato l’ex compagno Muñoz scomparso il 24 aprile

L’abbraccio al traguardo

Per staccare Seixas, Pogacar ha dovuto attendere la Cote de la Roche aux Faucons. Prima non si è mosso, ha lasciato che l’altro facesse la sua parte e ha atteso quell’ultima salita da cui la corsa si tuffa su Liegi. L’ha puntata a una velocità da asfissia e proprio mentre si cominciava a ragionare dello sprint, dato che Seixas sembrava in controllo, si è ripetuto il copione di sempre.

Il francese ha perso una pedalata e poi un’altra e in breve quel piccolo margine si è trasformato nei 45 secondi che li hanno divisi sul traguardo. Pogacar ha fatto la differenza da seduto, ma quando glielo chiediamo, dice che non è stato per una scelta tecnica: ha solo pensato a spingere. Alle loro spalle, a 1’42” Evenepoel ha giocato il finale da corridore esperto e con una bella volata ha conquistato il terzo posto.

Tadej ha avuto il tempo per una sorsata d’acqua, poi si è voltato verso Seixas e gli ha dedicato un abbraccio che è stato forse l’immagine più bella del giorno (foto di apertura). Si sussurra che il francese potrebbe finire nella sua stessa squadra: visto il duello di oggi, lo troveremmo un peccato.

«Sarò sincero – dice Pogacar – ero un po’ nervoso all’inizio, quando è partito quel grosso gruppo e stavamo spingendo al massimo per cercare di recuperare subito. Poi ci siamo calmati un po’, abbiamo resettato la mente e abbiamo modificato la nostra strategia. E’ brutto avere un gruppo così grande davanti: è sempre difficile collaborare con così tanti corridori in testa, ma con Remco non si sa mai.

«Quindi abbiamo dovuto pedalare al massimo e ringrazio la Decathlon che ha messo due uomini per darci una mano e il vantaggio ha subito preso a calare velocemente. E’ stata una giornata davvero frenetica, sono successe molte cose ed è stato interessante, ma non ci siamo fatti prendere dal panico. I ragazzi hanno fatto un buon lavoro, sono orgoglioso di come abbiamo lavorato».

Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar
Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar
Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar
Il forcing atteso sulla Redoute non ha spaventato Seixas, che ha tenuto la sfuriata di Pogacar

Il punto dell’attacco

Ha attaccato per la terza volta nello stesso punto della Redoute, ma quando glielo fanno notare sembra non dargli troppa attenzione. Se si tratta di una tattica che hanno studiato, pensiamo, non vorrà svelarla. Altrimenti c’è veramente da credere che le sue vittorie siano fatte di solo istinto e grandi gambe.

«La Redoute è una salita dura – spiega – e quando ci si arriva sono già passate cinque ore di gara e la stanchezza nelle gambe è tanta. Quindi per me è un buon punto per andare. Ogni anno è un po’ diverso, ma questa volta Benoit (Cosnefroy, ndr) ha fatto benissimo. Poi però è arrivato il momento in cui penso che fosse al limite delle sue energie e così sono partito.

«Sorpreso quando mi sono voltato e ho visto Seixas? Per niente. Era lì dove pensavo che sarebbe stato. Sono rimasto impressionato e stupito da quanto sia forte e ne parlerò sicuramente con lui. Ha fatto una gara fantastica e l’ha resa per me una delle più difficili. Aveva già dimostrato un inizio di stagione straordinario, con risultati incredibili e una grande maturità. E’ davvero bello vederlo così forte e penso di non aver mai visto uno scalatore più forte di lui».

Evenepoel ha conquistato il terzo posto regolando in volata il gruppo inseguitore
Evenepoel ha conquistato il terzo posto regolando in volata il gruppo inseguitore
Evenepoel ha conquistato il terzo posto regolando in volata il gruppo inseguitore
Evenepoel ha conquistato il terzo posto regolando in volata il gruppo inseguitore

L’erede al trono

Parla col cuore in mano della squadra e dei compagni e di quanto ogni volta gli faccia piacere ritrovarli. E’ la strana dimensione di un corridore che oggi ha partecipato alla quinta corsa di stagione, avendone vinte quattro, ma il resto del tempo lo passa ad allenarsi da solo

«Non corro molto – riconosce – ma ogni gara porta con sé aspettative, pressione e sfide. Mi sono allenato molto, cercando di essere la migliore versione di me stesso in ogni gara che ho disputato finora e penso di esserci riuscito. E’ andata piuttosto bene, direi che è stata una bella primavera e mi sono divertito molto durante il periodo di preparazione per ogni gara. Vedremo come andrà e se ci divertiremo di nuovo.

«Però intanto mi sono accorto che avere intorno Paul Seixas potrebbe diventare una motivazione. Il fatto che a 19 anni corra a un livello così alto penso che dia motivazione a tutti gli altri e ci spinga a migliorare ancora, perché ha 19 anni e va così forte, ma di solito il fisico è al massimo della forma tra i 26 e i 30 anni. Per cui dovremo lavorare sodo per cercare di vincere il più possibile anche il prossimo anno, finché non ci sbaraglierà tutti (ride, ndr).

«Per me sarà facile cercare di lavorare ancora e meglio, per lui invece alla lunga potrebbe essere più difficile, ma so per certo che diventerà sempre più forte ogni anno. Io non sto certo diventando più giovane, per cui credo che sia una questione di tempo».

Con la vittoria di oggi, Pogacar ha centrato la quarta Liegi, come Argentin. Per lui nel 2026 cinque corse, con quattro vittorie
Con la vittoria di oggi, Pogacar ha centrato la quarta Liegi, come Argentin. Per lui nel 2026 cinque corse, con quattro vittorie
Con la vittoria di oggi, Pogacar ha centrato la quarta Liegi, come Argentin. Per lui nel 2026 cinque corse, con quattro vittorie
Con la vittoria di oggi, Pogacar ha centrato la quarta Liegi, come Argentin. Per lui nel 2026 cinque corse, con quattro vittorie

Da martedì Pogacar sarà in gara al Romandia e dice di non vedere l’ora, perché non l’ha mai fatto ed è curioso di aggiungere delle grandi corse per lui nuove.

«E’ anche una bella zona – dice con un sorriso – un po’ la conosco e come al solito cercherò di dare il massimo. E in qualche modo darà il via alla transizione verso le corse a tappe, dopo questo primo periodo dedicato alle corse di un giorno. E poi farò qualche ricognizione e poi andrò in vacanza prima di prepararmi per il Tour».

Nient’altro da aggiungere, qualche domanda in sloveno per la televisione di casa e poi accompagnato da Luke Maguire, Pogacar riprende la via del pullman. Un’altra sera di festa in casa UAE, ma stavolta anziché tornare a casa, Tadej farà rotta verso la prossima corsa: destinazione Villars sur Glane, da cui martedì inizierà il 79° Tour de Romandie.

Liegi Bastogne Liegi 2026, presentazione squadre, 25.04.2026, Tadej Pogacar

Tre sfidanti per la Liegi: Seixas e Remco assedio a Pogacar

25.04.2026
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LIEGI (Belgio) – Ieri mattina, dovendo percorrere gli ultimi 100 chilometri della Liegi, il pullman della UAE Emirates XRG si è fermato in un punto imprecisato fra Vielsalm e Trois Ponts. E mentre i corridori ne scendevano alla spicciolata, sull’altro lato della strada si è fermato il mezzo della Decathlon, in una sorta di marcatura inconsapevole che però in un solo colpo d’occhio ha dato la cifra della Liegi-Bastogne-Liegi di domani. Seixas getta il guanto di sfida, Pogacar lo ha raccolto e in mezzo c’è Evenepoel. Anche Remco si è affacciato al professionismo giovane come il francese (vinse San Sebastian a 19 anni), ma lui la Liegi l’ha già vinta per due volte.

La presentazione delle squadre a Place Saint Lambert (già tornata lo scorso anno) ha restituito alla Doyenne il suo teatro preferito. Liegi è una vecchia regina ammantata di velluto che sta cercando di rifarsi il trucco. Nuovi palazzi, grattacieli e centri commerciali, ma il centro è ostaggio dell’incuria. Quel velluto che un tempo fu splendido porta i segni del tempo ed è un peccato. Il cielo è di un bell’azzurro squillante, l’aria è fresca. Nei bar ai bordi della piazza, birre e aperitivi danno l’idea della festa.

Nella ricognizione di ieri, Pogacar ha attaccato forte sulla Redoute, piantando i compagni
Nella ricognizione di ieri sul percorso della Liegi, Pogacar ha attaccato forte sulla Redoute, piantando i compagni
Nella ricognizione di ieri, Pogacar ha attaccato forte sulla Redoute, piantando i compagni
Nella ricognizione di ieri sul percorso della Liegi, Pogacar ha attaccato forte sulla Redoute, piantando i compagni

La quinta di Pogacar

Pogacar correrà domani la quinta corsa di stagione. Delle prime quattro, tre le ha vinte e nella quarta – la Roubaix – è arrivato secondo. La Liegi è anche la quarta Monumento di stagione, avendo vinto sinora la Sanremo e il Fiandre. Tadej è arrivato in Belgio giovedì sera. Ieri mattina ha svolto la consueta recon sul percorso, staccando i compagni sulla Redoute e andando avanti da solo fino dopo la salita successiva. Il fatto di avere uno sfidante giovane come Seixas probabilmente lo intriga, anche se finora gli scontri diretti sono stati tutti a suo favore: dagli europei 2025 alla Strade Bianche.

«Non so davvero cosa aspettarmi – dice – ma penso che sarà una Liegi molto dura perché molti dei contendenti sono in ottima forma. Ci sono diversi punti del percorso che possono prestarsi ad attacchi, ma noi faremo la nostra corsa. Abbiamo un’ottima squadra e cerchiamo di seguire il nostro piano. Vediamo cosa accadrà all’attacco della Redoute, se sarà meglio andare via da soli come negli ultimi anni o qualcos’altro di sorprendente. Non ne abbiamo ancora parlato, forse mi limiterò a seguire e vedrò cosa succede, ma ovviamente darò il massimo per cercare di vincere la gara.

«Come ho seguito Seixas negli ultimi giorni? Come voi, alla televisione. Se però volete sapere che cosa penso di lui, direi che lo ammiro molto, vista la sua giovane età. E’ così maturo e sta dimostrando in gara quanto sia bravo come corridore. Penso che abbia un futuro brillante e sono sicuro che domani darà il meglio di sé».

Prime prove ieri per Seixas della Redoute, passata in agilità e senza fare grandi prove
Liegi, prime prove ieri per Seixas sulla Redoute, passata in agilità e senza fare grandi affondi
Prime prove ieri per Seixas della Redoute, passata in agilità e senza fare grandi prove
Liegi, prime prove ieri per Seixas sulla Redoute, passata in agilità e senza fare grandi affondi

Seixas coi piedi per terra

Col francesino della Decathlon avevamo già parlato dopo la vittoria della Freccia Vallone. Mentre i suoi rivali si risparmiavano in attesa della Liegi, lui ha conquistato il Muro d’Huy. Se davvero la Liegi ha la porta chiusa, la Freccia Vallone sarà un bel modo per consolarsi nelle prossime settimane.

«La Liegi è sicuramente una grande corsa – dice Seixas – mi sto preparando da molto tempo e sono davvero emozionato di essere al via. Il confronto con Tadej e Remco non può che spronarmi a migliorare. Sono entrambi corridori incredibilmente forti e cercherò di lottare con loro, quindi non vedo l’ora che arrivi la gara. Non credo di poter essere messo sullo stesso piano di Pogacar: l’ho incrociato una volta sola alla Strade Bianche e abbiamo visto come è andata. Penso che Tadej sia il miglior corridore di tutti i tempi e il solo pensiero di poter correre contro di lui è già una cosa fantastica, vedremo come andrà.

«La Liegi sarà un’esperienza ma anche una gara da vincere: quando solo al via, il mio unico obiettivo è vincere, ma comunque andrà sarà una grande conclusione per questo blocco di gare. L’obiettivo è lottare con loro e non avere problemi. Sono sicuramente in ottima forma, la cosa più importante è che domani mi senta bene. Stasera mi rilasserò e me la godrò. Non vedo l’ora, ma bisogna rimanere calmi, altrimenti, come si dice, si perde il controllo.

«Credo che aspetteremo tutti fino alla Redoute – conclude – poi le cose si faranno inevitabilmente più difficili con l’avvicinamento alla salita della Maquisard, che è diversa dagli anni precedenti e potrebbe rendere la corsa ancora più dura, quindi vedremo come andrà. Penso che prima della Redoute, vista la discesa per arrivarci, sarà difficile che succeda qualcosa di significativo. Se si riuscisse a formare un gruppo leggermente più piccolo prima della Redoute, si eviterebbe di correre grossi rischi in discesa».

Evenepoel recita da terzo incomodo, come pure al Fiandre. La differenza è che lui ha vinto due Liegi
Evenepoel recita da terzo incomodo, come pure al Fiandre. La differenza è che lui ha vinto due Liegi
Evenepoel recita da terzo incomodo, come pure al Fiandre. La differenza è che lui ha vinto due Liegi
Evenepoel recita da terzo incomodo, come pure al Fiandre. La differenza è che lui ha vinto due Liegi

E Remco fa il furbo

Remco sta nel mezzo, un passo avanti rispetto a Pidcock, ma ben attento a non lanciarsi in dichiarazioni troppo roboanti. Le lezioni delle ultime volte lo hanno segnato e piuttosto che sbilanciarsi e annunciare propositi bellicosi, preferisce (facendo probabilmente violenza alla sua indole) restare un passo indietro.

«Dopo la vittoria dell’Amstel – dice – non è stata una vera pausa. La corsa è stata piuttosto lunga, 6 ore, e indecisa sino alla fine. Ho deciso di non partecipare alla Freccia Vallone per essere al massimo domani e tutti i passi di avvicinamento sono andati bene, quindi spero di essere al 100 per cento. Difficile dire dove si potrebbe attaccare, penso che la corsa esploderà sulla Redoute. Ci saranno degli attacchi, quindi sarà indispensabile arrivare all’inizio della salita con la massima efficienza possibile.

«Penso di avere buone possibilità, ma bisogna considerare che ci sono ancora altri corridori in ottima forma che vogliono dare il massimo e puntare alla vittoria o al podio. Tutti sanno che, ai miei occhi, Tadej è sempre davanti a tutti gli altri e poi c’è un gruppo molto numeroso di corridori di altissimo livello. Seixas è impressionante, questo è certo. Non dobbiamo dimenticare che ha solo 19 anni e che potrebbe avere davanti ancora 10 anni di carriera. E’ chiaro che deve impegnarsi per non perdere la concentrazione, ma davvero gli auguro una carriera lunga e ricca di successi. Io però spero di essere lì per la battaglia e lottare per la vittoria».

Nel baillamme della presentazione delle squadre, abbiamo incontrato diversi italiani. Ciccone, secondo lo scorso anno e appena arrivato dall’altura. Zana, in buona luce alla Freccia Vallone. Il piemontese Mattio, che dopo aver vinto la Roubaix accanto a Van Aert, ora proverà le cotes della Liegi. Tiberi che pochi hanno annotato nelle loro previsioni. Velasco e Scaroni, con qualcosa da dimostrare. Sarà una Liegi forse scontata, ma non ci sarà nulla di noioso.

Tadej Pogacar

Biomeccanica: Pogacar non è il più aero, ma il più efficiente. Perché?

22.04.2026
4 min
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Tadej Pogacar, sempre lui. Dello sloveno abbiamo raccontato vittorie, bici, alimentazione… stavolta tocchiamo il tema della biomeccanica. E per farlo abbiamo chiamato in causa David Herrero, responsabile di questo settore in casa UAE Emirates.

Ci siamo chiesti se, proprio in ambito biomeccanico, il campione del mondo possa avere ancora dei margini. Tutto nasce da una constatazione visiva, soprattutto quando è al fianco di Van der Poel o Van Aert : tra i due, l’olandese sembra essere più aerodinamico e quindi più efficiente. Ma poi ci ricordiamo anche della sua sella, fortemente puntata in basso. Viene dunque da pensare: quanto potrebbe ancora guadagnare Pogacar?

Ma certe valutazioni non si possono fare dalla tv: bisogna sempre capire cosa c’è dietro determinate scelte. E, per evitare che restino chiacchiere da bar, abbiamo chiesto direttamente al biomeccanico Herrero.

David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar e la UAE Emirates da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar da cinque anni
David Herrero, biomeccanico spagnolo, segue Pogacar e la UAE Emirates da cinque anni
Da quanto tempo lavori con UAE e con Pogacar? Come nascono scelte come le pedivelle da 165 millimetri o il manubrio più stretto?

E’ il mio quinto anno con la UAE Emirates e contribuisco all’ottimizzazione della performance degli atleti. Decisioni come la lunghezza delle pedivelle o la larghezza del manubrio non sono mai casuali: derivano da una combinazione di test aerodinamici (galleria del vento e prove sul campo), vincoli biomeccanici e capacità dell’atleta di produrre potenza in modo sostenibile.

Capacità di produrre potenza…

Nel caso di Tadej, intendo pedivelle più corte, quelle da 165 millimetri, che aiutano a ridurre la chiusura dell’anca nella fase alta della pedalata, consentendo una posizione più efficiente senza compromettere respirazione o produzione di potenza. Il manubrio più stretto segue la stessa logica: ridurre la superficie frontale mantenendo controllo e stabilità. Stiamo inoltre osservando un’adozione sempre più ampia all’interno del team, con molti corridori che si stanno orientando verso pedivelle più corte come parte di questo processo di ottimizzazione.

La posizione attuale di Pogacar è il risultato di un processo nel tempo quindi. Quali strumenti o criteri utilizzate?

Esatto, è il risultato di un processo iterativo sviluppato nel corso di diversi anni. Non esiste un momento preciso in cui la posizione viene definita una volta per tutte. Dati aerodinamici dalla galleria del vento, dai test in pista, da analisi biomeccaniche e metriche di performance vengono combinati lungo tutto il percorso. Utilizziamo strumenti avanzati, tra cui motion capture, vale a dire una mappatura delle pressioni e analisi dei dati in bici. Ma tutto viene infine validato dalla performance: produzione di potenza, efficienza e ripetibilità su sforzi prolungati. Il comfort, in questo contesto, non è soggettivo ma una condizione necessaria per sostenere la prestazione.

Come suggeriva Herrero, all'occasione Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall'angolo più aperto dell'anca
Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall’angolo più aperto dell’anca (come si nota nella foto di apertura)
Come suggeriva Herrero, all'occasione Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall'angolo più aperto dell'anca
Pogacar sa anche schiacciarsi bene. Non bisogna lasciarsi confondere dall’angolo più aperto dell’anca (come si nota nella foto di apertura)
Dalla televisione Tadej sembra meno aerodinamico spalle più alte, busto più aperto. Perché? Aiuta la respirazione?

Quello che si vede in tv può essere fuorviante. Una posizione che appare meno aerodinamica non è necessariamente più lenta. L’aerodinamica dipende dall’interazione tra atleta e flusso d’aria, non semplicemente da quanto si è bassi sulla bici. Nel caso di Tadej, un busto leggermente più aperto migliora l’efficienza respiratoria e supporta una migliore produzione di potenza, soprattutto in condizioni di gara variabili. L’obiettivo è ottenere la minima resistenza aerodinamica per una determinata potenza espressa, non la posizione più bassa a tutti i costi.

Se fosse più basso e più aerodinamico, guadagnerebbe watt ma perderebbe forza?

Essere più basso non significa essere sempre più veloce. E’ possibile ridurre la resistenza aerodinamica ma perdere più potenza di quella che si guadagna in termini di efficienza aerodinamica. L’obiettivo è ottimizzare il bilanciamento tra CdA (efficienza aerodinamica, ndr) e potenza espressa. In molti casi, forzare una posizione più bassa riduce l’efficienza muscolare e la capacità respiratoria, portando a una perdita netta di performance.

Esiste invece una correlazione tra il busto più alto e la posizione della sella così inclinata con la punta verso il basso?

Sì, tutto è interconnesso. La posizione della sella influenza la rotazione del bacino, che a sua volta incide sull’angolo del busto, sulla chiusura dell’anca e sull’applicazione della forza. Una sella più avanzata può aiutare a mantenere un angolo dell’anca efficiente, consentendo al corridore di rimanere stabile e produrre potenza anche con un busto relativamente aperto.

La forte inclinazione della sella sulla bici di Pogacar
La forte inclinazione della sella sulla bici di Pogacar
E invece David, com’è Tadej nel lavoro quotidiano? Mette in discussione le scelte?

Tadej è, per molti aspetti, un artista. Ha una consapevolezza eccezionale del proprio corpo e una sensibilità molto raffinata rispetto ai cambiamenti che vuole esplorare sulla bici. Propone attivamente nuove direzioni. E questa intuizione è estremamente preziosa.

Leader totale insomma…

Il ruolo del processo di performance è fornire dati oggettivi attraverso misurazioni, test aerodinamici, analisi biomeccaniche e metriche di prestazione, per supportare e validare queste decisioni. E’ un approccio collaborativo: lui porta un feedback sensoriale di altissimo livello, che viene poi tradotto in risultati misurabili. C’è fiducia, ma anche una validazione costante attraverso la performance.

Strade Bianche 2026, salita di Santa Caterina, Paul Seixas

Freccia Vallone: senza Remco e Tadej, via libera per Seixas?

21.04.2026
5 min
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Come è andata e come andrà. La Freccia Vallone si correrà domani e dovrà eleggere il successore di Tadej Pogacar, che l’ha tolta dalla sua lista dei desideri, preferendo concentrarsi sulla Liegi di domenica. E come era prevedibile dopo le parole post vittoria dell’Amstel, anche Remco Evenepoel ha scelto di saltare la corsa di Huy per giocarsi tutto nella Doyenne.

Se c’è uno più forte che non corre per arrivare fresco agli appuntamenti, perché uno che fatica per tenergli le ruote dovrebbe arrivarci ancora più stanco? In questo effetto domino, chi sembra farsene un baffo è Paul Seixas, che dopo aver vinto i Paesi Baschi, rischia seriamente di portarsi a casa un bel bottino, agganciandosi idealmente al tris francese di Alaphilppe (2018-19-21).

Amstel Gold Race 2026, Remco Evenepoel
Dopo la vittoria dell’Amstel Gold Race, Evenepoel aveva lasciato intuire che la Freccia Vallone fosse per lui a rischio
Amstel Gold Race 2026, Remco Evenepoel
Dopo la vittoria dell’Amstel Gold Race, Evenepoel aveva lasciato intuire che la Freccia Vallone fosse per lui a rischio

Il via da Herstal

Per la novantesima edizione, la Freccia Vallone partirà da Herstal, borgo sulle colline di Liegi e sede del Post Hotel, da sempre uno dei più rinomati hotel utilizzati dalle squadre per il soggiorno ardennese.

Il percorso prevede 209 chilometri fino al Muro dHuy, con diverse salite lungo il percorso. Nomi forse poco noti, che però metteranno il dislivello giusto perché il Muro d’Huy diventi il solito giudice implacabile. La Cote de Trasenster e la Cote des Forges, seguite dal circuito di 37 chilometri da ripetere per due volte e mezza intorno a Huy, lungo il quale i corridori dovranno affrontare la Cote d’Ereffe, la Cherave e infine il celebre Muro di Huy: 1.400 metri con una pendenza media del 9,7 per cento e massima del 22 per cento. Inutile dire che anche il posizionamento giocherà un ruolo importantissimo.

Su quella rampa e le sua doppia curva ci saranno tutti i tifosi del Belgio. Tanti sono andati a scattare foto già da ieri pomeriggio, alcuni aspetteranno stamattina. Poi i corridori si rintaneranno negli hotel preparandosi per la sfida. E domani la salita sarà il solito crogiuolo di profumi. Piccole grigliate nel poco spazio sulla salita, una prateria di carne ai ferri nello spazio in cima. Tanta birra, ma proprio tanta. E il gusto di una festa paesana con una corsa nel mezzo.

Muro d'Huy
Lo spettacolo del Muro d’Huy, dove i tifosi si fondono e si confondono con i corridori, in un mix di odori e voci
Lo spettacolo del Muro d’Huy, dove i tifosi si fondono e si confondono con i corridori, in un mix di odori e voci

La bordata di Pogacar

Come è andata, si diceva. Lo scorso anno a 7 chilometri dall’arrivo la UAE Emirates prese in mano la corsa. Prima accelerò Christen, che provocò la prima selezione, cui sopravvissero Evenepoel, ovviamente Pogacar, Healy, Benoot e pochi altri, mentre il giovane belga più atteso – Thibau Nys, che veniva dalla vittoria al GP Indurain e dal 12° posto all’Amstel – perse terreno, chiudendo all’ottavo posto.

Se qualcuno degli atleti più esplosivi, come Evenepoel, sperava che la pendenza fosse un deterrente per Pogacar, rimase davvero molto male. Quando Tadej attaccò dalla base del Mur de Huy, nessuno riuscì a seguirlo. Evenepoel fu costretto a cedere e chiuse al nono posto, evitando un duello diretto. Il podio venne completato da Vauquelin e Pidcock, con il campione del mondo a centrare per la seconda volta quel traguardo.

Rebellin ha vinto l'ultima Freccia Vallone che ha corso: era il 2009, di lì a poso sarà 3° alla Liegi di Schleck
E’ il 22 aprile 2009, quando Rebellin vince la Freccia per la terza volta. Corre per Gianni Savio: entrambi amici che ora non ci sono più
Rebellin ha vinto l'ultima Freccia Vallone che ha corso: era il 2009, di lì a poso sarà 3° alla Liegi di Schleck
E’ il 22 aprile 2009, quando Rebellin vince la Freccia per la terza volta. Corre per Gianni Savio: entrambi amici che ora non ci sono più

La Freccia tricolore

La Freccia Vallone è stata per cinque volte amica di Valverde, che ne detiene il record, ma ha sorriso spesso anche agli italiani, anche se per vedere l’ultima vittoria tricolore bisogna risalire al 2009: anno della terza vittoria di Rebellin. Negli anni precedenti, quelli più recenti, vittorie anche per Di Luca, Casagrande, Bartoli, tre volte Argentin e poi Fondriest.

Domani la compagine dei nostri non sarà sarà troppo numerosa, ma propone diversi motivi di interesse. Per Ciccone, fresco di altura (se effettivamente ci sarà). Busatto, per la prima volta leader: da lui ci si aspetta un segnale che parli di futuro. Per Scaroni affiancato da Ulissi: l’allievo e il maestro. E magari anche il terzetto Jayco-AlUla composta da Vendrame, Covi e De Pretto.

Freccia Vallone femminile 2025, Puck Pieterse
Nel 2025, l’allungo imperioso di Puck Pieterse ha sfilato la Freccia Vallone dalla mani di Vollering che già pregustava la vittoria
Freccia Vallone femminile 2025, Puck Pieterse
Nel 2025, l’allungo imperioso di Puck Pieterse ha sfilato la Freccia Vallone dalla mani di Vollering che già pregustava la vittoria

Prima le donne

Ci saranno ovviamente anche le donne, che correranno per 148 chilometri, con partenza e arrivo a Huy. Il loro percorso è diverso da quello degli uomini, a eccezione del giro di Huy che è identico. Dopo la partenza infatti, le ragazze seguiranno il corso della Mosa, faranno nell’ordine la Cote de Bohissau, quella de Courriere e la Cote de Durnal prima di immettersi nel circuito di Huy.

Lo scorso anno finì che Puck Pieterse sferrò un attacco così violento sul Muro d’Huy che anche la più titolata Demi Vollering fu costretta a inchinarsi.

La vittoria alla Freccia e la forza con cui ha battuto la Van Vleuten sul Muro d'Huy sono l'highlight del 2022
Era il 2022 l’ultima volta che un’italiana ha vinto la Freccia Vallone: nel 2022 la firma di Marta Cavalli
Era il 2022 l’ultima volta che un’italiana ha vinto la Freccia Vallone: nel 2022 la firma di Marta Cavalli

Luperini, Cavalli e stop

Tra le favorite va inserita a buon diritto Kasia Niewiadoma, vincitrice due anni fa, ma anche la stessa Vollering, l’iridata Vallieres, la vincitrice uscente Puck Pieterse e Van der Breggen che nella prima parte di carriera la Freccia l’ha vinta per sette volte.

Nell’arco delle 26 edizioni, l’Italia si è imposta per tre volte con Fabiana Luperini (che vinse al primo anno in cui fu disputata). E poi, dopo la sua ultima vittoria del 2002, per trovare un altro cognome italiano nell’albo d’oro c’è da risalire al 2022 di Marta Cavalli: tanto forte quanto sfortunata e fragile. Dal suo ritiro, nessuna delle azzurre ha ancora dato prova di poterla vincere. Nelle ultime cinque edizioni, per tre volte è stata terza Elisa Longo Borghini (assente mercoledì) e una volta Gaia Realini.

Dieci anni di Avenir: chi emerge non lo fa mai per caso…

Dieci anni di Avenir: chi emerge non lo fa mai per caso…

19.04.2026
5 min
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Il Tour de l’Avenir cambia e per la categoria U23 segna un’epoca. Perché un conto è, come sarà da quest’anno, una gara fra i vari devo team, una sorta di copia in piccolo del Tour de France, un altro la sfida fra nazionali, cosa che aveva qualcosa di epico. La storia della corsa a tappe francese (foto di apertura Getty Images) dice chiaramente che chi lo vince (o ci va vicino) è quasi sempre destinato a carriere luminose fra i pro’.

Non serve ripercorrere tutta la vita della corsa, basta analizzare gli ultimi 10 anni per comprovare la tesi. Sin dal 2016, quando l’Avenir incoronò il padrone di casa David Gaudu. Uno specialista puro delle corse a tappe, diventato presto leader della sua squadra Groupama, che su di lui ha investito tanto, arrivando al punto di prendere le sue parti quando la coesistenza con Arnaud Démare si è fatta insostenibile. Quello vinceva, e tanto, ma solo nelle volate, Gaudu poteva invece realizzare il sogno atteso dal 1985, riconquistare il Tour. Il problema è che siamo rimasti nel campo del “poteva”…

Gaudu fra Ravasi e Costa. E' il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu fra Ravasi e Costa. E’ il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu fra Ravasi e Costa. E' il podio 2016, foriero di tante promesse non mantenute (foto organizzatori)
Gaudu nel 2016 è stato un atleta nel quale la Francia ha creduto molto (foto organizzatori)

Gaudu e un podio sfortunato

Un’edizione per certi versi sfortunata quella, chi ne è uscito sugli scudi non è riuscito poi a coronare i suoi sogni. Edward Ravasi, secondo, ha cercato a lungo spazi fra i pro’, fino a ritirarsi alla fine dello scorso anno. Peggio è andata all’americano Adrien Costa, terzo, vittima di un grave incidente in un’escursione in montagna nel 2018 costatagli l’amputazione della gamba destra.

2017 e 2018. Anni nei quali la vittoria al Tour è stata solo il prologo del successo più grande. Bernal, vincitore nel 2017, di Tour ne avrebbe potuti vincere ancora senza quel terribile incidente del gennaio 2022 dal quale si è miracolosamente ripreso a prezzo di enormi e lunghissimi sacrifici, non tornando ancora però il potente scalatore di prima.

Pogacar vincitore nel 2018. Già dall'anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall’anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall'anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica
Pogacar vincitore nel 2018. Già dall’anno successivo, alla Vuelta, inizierà la sua rivoluzione ciclistica

La prima avvisaglia dell’imperatore

Il 2018 è l’anno di Tadej Pogacar, che prende da lì lo spunto per volare fra i pro’ e diventare il vincitutto che conosciamo. Ma sono anni anche amari considerando le parabole interrotte troppo presto di Bjorg Lambrecht, secondo dietro Bernal e di Gino Mader, terzo nell’anno dello sloveno, corridori che stavano lavorando per ripetersi anche fra i grandi.

Nel 2019 a spuntarla è il norvegese Tobias Foss, che fra i professionisti si è messo in evidenza più come grande interprete delle prove contro il tempo arrivando a conquistare la maglia iridata nel 2022 piuttosto che come specialista delle corse a tappe. Alle sue spalle finisce Giovanni Aleotti, che il suo spazio fra i pro’ se lo è trovato, ma che ancora oggi cerca la sua dimensione e identità militando in un team di spicco come la Red Bull-BORA-hansgrohe.

Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe
Johannessen, vincitore nel 2021, è ora leader della nouvelle vague norvegese, emergente nelle prove a tappe

Johannessen e Uijtdebroeks, pronti al colpo

Saltato il 2020 per il Covid, è ancora la Norvegia a contrassegnare la storia dell’Avenir, vincendo nel 2021 con Tobias Halland Johannessen davanti allo spagnolo Carlos Rodriguez e al nostro Filippo Zana. Tre corridori che si sono poi distinti anche nella categoria maggiore, chi più chi meno, chi in un periodo e in una specialità e chi nell’altra. Ma Johannessen è l’uomo di maggior spicco, considerato un ottimo passista-scalatore già quinto al Tour dello scorso anno.

Il Tour deve ancora affrontarlo Cian Uijtdebroeks, vincitore nel 2023, ma delle sue qualità nessuno dubita, semmai il suo percorso fra i pro’ spesso interrotto da infortuni e problemi fisici gli ha finora impedito di confermare le tante aspettative su di lui. In quell’anno Uijtdebroeks interrompe il dominio norvegese, battendo Johannes Staute-Mittet, ma certo colpisce come il Paese dei fiordi sia sempre in grado di produrre talenti capaci soprattutto di eccellere quando la strada si rizza sotto le ruote.

Giulio Pellizzari svetta all'ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all’ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all'ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)
Giulio Pellizzari svetta all’ultima tappa 2023, ma a vincere è Del Toro (foto organizzatori)

Italia sempre vicina al giallo, ma…

Come si vede, anche l’Italia ha avuto più presenze sul podio anche se la vittoria manca da oltre 50 anni, dal 1973 di Giovanbattista Baronchelli. Ci si è andati vicino nel 2023, con Giulio Pellizzari e Davide Piganzoli autori di una corsa strepitosa, trovandosi però di fronte un inatteso messicano, quell’Isaac Del Toro che da lì avrebbe intrapreso la sua strepitosa crescita fino a diventare il delfino di Pogacar.

Siamo ormai alla contemporaneità, ma quello del 2024 è un anno che ancora ha il sapore delle grandi promesse tutte da realizzare. Certamente Joseph Blackmore, il vincitore, il talento lo ha già mostrato, quell’anno aveva portato a casa vittorie al Circuit des Ardenne e ai Tour di Rwanda e Taiwan, ma la sua crescita si è improvvisamente arrestata da problemi fisici dopo l’infortuno al ginocchio alla Liegi 2025 tanto che quest’anno non si è ancora visto ed esordirà ogg all’Amstel. Dietro sono finiti lo spagnolo Pablo Torres, che sta crescendo all’ombra di Pogacar e l’olandese Tijmen Graat, che invece è vicino a Vingegaard.

L'ultimo vincitore inm ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L’ultimo vincitore in ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L'ultimo vincitore inm ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia
L’ultimo vincitore in ordine di tempo è Seixas: ad appena 18 anni è il più giovane della storia

Chi sarà l’erede di Seixas?

Nell’edizione scorsa la vittoria è andata a Paul Seixas e del francese ormai si sa già tutto, comprese le grandi speranze che poggiano sulle sue spalle, ma quelli che gli hanno fatto compagnia sul podio non sono da meno: il belga Jarno Widar e il norvegese Jorgen Nordhagen hanno già dimostrato che non sono fra i pro’ come elementi da ultime file e sono pronti ad azzannare i grandi successi. Ora non resta che attendere la nuova edizione con un italiano in maglia iridata che punta a seguire le stesse orme, prima di salire nella massima serie. Finn lo scorso anno è stato quarto, ma aveva promesso di riprovarci, staremo a vedere.

Wout Van Aert, Tadej Pogacar, Parigi-Roubaix 2026

Colbrelli e la tattica: i campioni sanno (anche) leggere la corsa

17.04.2026
5 min
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Lo abbiamo scritto nell’editoriale che ha aperto la settimana post Parigi-Roubaix, le regole ancora vincenti del ciclismo esistono e continueranno ad esserci. Si spera almeno. L’argomento della tattica in corsa è rimasto al centro del nostro dibattito dopo il Fiandre e la Roubaix ci ha dato modo di proseguire. In un ciclismo dove si guarda a motori, watt e potenza spesso ci si è arresi al fatto che sia il più forte a vincere. Il che è vero, in parte.  

Tadej Pogacar ha vinto alla Strade Bianche dettando legge a colpi di pedali, allo stesso modo ha vinto la Milano-Sanremo e il Fiandre. Lo sloveno era il più forte in corsa e ha capitalizzato la sua superiorità. Ma siamo sicuri che il resto del gruppo abbia fatto in modo che Pogacar facesse più fatica del dovuto? Isoliamo la Strade Bianche, ma siamo sicuri che nelle altre due Monumento vinte dal campione del mondo in carica si sia fatto tutto per batterlo?

Pochi ragionamenti

Con queste domande siamo andati da Sonny Colbrelli, che con l’astuzia, la tattica e le giuste gambe nel 2021 ha vinto l’europeo e la Roubaix contro avversari di caratura superiore quali Evenepoel e Van Der Poel.

In questi giorni Colbrelli è super indaffarato, da poco ha aperto il suo negozio di bici e noleggio a Salò, sul Lago di Garda. Un punto vendita De Rosa dove si possono anche effettuare noleggi e grazie a due guide del posto pedalare sulle strade e i sentieri del lago. 

«Diciamo che adesso di tattica se ne vede davvero poca – dice Colbrelli – perché la tendenza è di andarsela a giocare fino alla fine. E’ un ciclismo che va a mille all’ora e nelle ultime gare nessuno resta a ruota, non so capire il perché. Immagino siano anche i diesse dall’ammiraglia a sconsigliare certi atteggiamenti. Io però un europeo e una Roubaix li ho vinti esattamente in questo modo, giocando con la tattica».

Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica

Accontentarsi

L’impressione è che nel ciclismo dei marziani accontentarsi sia quasi una scelta accettabile. Provare a vincere vuol dire arrivare fino in fondo e poi giocarsi le proprie carte. Ma siamo sicuri che certi atteggiamenti siano davvero i migliori o quelli giusti? Alla Sanremo Pogacar non ha esitato quando si è trattato di usare l’astuzia, così nel lanciare la volata con Pidcock a ruota si è mosso in modo da ingannare il britannico. 

«Pogacar è uno che non ha paura di nulla – analizza Sonny Colbrelli – e non guarda nemmeno alla tattica. E’ il più forte e non pensa a certe cose, fa quello che vuole. Al contrario Pidcock avrebbe potuto usare un po’ di astuzia, forse. Anche se rimango dell’idea che Pogacar quel giorno avesse una superiorità tale da poter fare tutto.

«L’argomento dell’accontentarsi – prosegue – potrebbe anche essere legato alla logica dei punti. Ormai quelli contano molto e certe squadre preferiscono arrivare davanti anche se battute piuttosto che rischiare di perdere posizioni».

Voci dall’ammiraglia

Per sapere se quest’ultima affermazione sia vera dovremmo salire in macchina con certi diesse. Sonny Colbrelli, che in carriera è stato sia corridore che diesse però può essere un riferimento importante

«Quando sono passato dalla bici all’ammiraglia – racconta ancora Colbrelli – ho vissuto anche un cambiamento enorme nell’approccio alle corse. Fino a qualche anno fa certe dinamiche in gara erano accettate, ora meno. E’ un ciclismo sempre più veloce e meno aperto dal punto di vista tattico. 

«E’ chiaro che le gare ora si aprono anche a 80 o 90 chilometri dal traguardo. Se uno come Pogacar attacca da così lontano è difficile anticipare».

Wout VAn Aert, Tadej Pogacar, Roubaix 2026
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo

Orgoglio o testardaggine?

Il ragionamento non fa una piega, se il più forte di tutti anticipa e chiude la corsa a 80 chilometri dal traguardo, come alla Strade Bianche, c’è poco da fare. Ma è quando si arriva nel finale insieme a lui che forse si dovrebbero cercare vie alternative per vincere. Van Der Poel al Fiandre ha giocato ad armi pari e si è trovato senza cartucce da sparare. Al contrario Van Aert ha usato l’astuzia e la voglia di vincere per mettere nel sacco il campione del mondo.

«Mi trovo totalmente d’accordo – conclude Colbrelli – ma mi permetto di dire che Van Der Poel non è mai stato un grande tattico. Alla Roubaix del 2021 rimase per diversi chilometri tra il nostro gruppo e Moscon, bruciando tante energie e arrivando alla volata senza forze. Al contrario credo che Van Aert domenica abbia usato tutti i mezzi a disposizione. Sapeva che Pogacar e Van Der Poel erano i più forti, e ha corso sfruttando i momenti».

L’allungo nel tratto di Auchy-lez-Orchies à Bersée quando VDP era a venti secondi, mettere davanti Pogacar nei settori di pavè con vento contrario per evitare attacchi a sorpresa. Insomma, Van Aert ha dimostrato che per vincere serve essere campioni anche nel leggere la corsa.

Chi è il re delle corse a tappe? Una statistica sorprendente…

Chi è il re delle corse a tappe? Una statistica sorprendente…

16.04.2026
5 min
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Quando si parla di corse a tappe ci si concentra sempre sui Grandi Giri, su chi è riuscito a conquistare la Tripla Corona e il fatto che fra questi ci siano due italiani (Felice Gimondi e Vincenzo Nibali) è un grande titolo di merito per il nostro ciclismo. Ma se allarghiamo il discorso, se invece di analizzare Giro, Tour e Vuelta guardiamo alla categoria immediatamente successiva, quali sono i nomi più in luce?

Ci si aspetterebbe il solito Eddy Merckx, unico a vantare nel proprio curriculum sia la Tripla Corona che il Grande Slam delle classiche, ma lui era il Cannibale che come sempre ricorda De Vlaeminck ha avuto il merito (o la colpa, dipende da come lo si guarda) di depredare un’intera generazione che era composta da grandissimi campioni penalizzati solo dalla coesistenza con un mostro, sportivamente parlando. Neanche il belga è riuscito però a realizzare la collezione completa delle grandi corse a tappe.

Merckx insieme al compianto Tom Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tommy Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tom Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)
Merckx insieme al compianto Tommy Simpson, Parigi-Nizza 1967. Il belga ne vincerà 3 dal 1969 (foto Facebook)

I sei capisaldi delle corse a tappe

Già, ma quali sono? Si tratta di sei capisaldi del calendario internazionale, quelle che sono sopravvissute a ogni ciclico cambiamento: in ordine di effettuazione, abbiamo Parigi-Nizza, Tirreno-Adriatico, Volta a Catalunya, Delfinato (che quest’anno cambia nome diventando Tour Auvergne-Rhone Alpes), Giro di Svizzera e Giro di Romandia.

Merckx è uno di quelli che ha vinto 5 di queste corse, ma gli manca la Tirreno-Adriatico. Ci provò quand’era ormai a fine carriera, quando il suo dominio non era più tale, nel 1976, e ci arrivò davvero vicino, vincendo la seconda tappa a Monte Livata, ma inchinandosi poi a chi quella corsa se la sentiva nel sangue: proprio Roger De Vlaeminck, padrone incontrastato dal 1972 fino al ’77. Alla fine 53” privarono Merckx del suo ennesimo record, rendendolo irraggiungibile.

Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie
Sean Kelly, primatista assoluto di successi nelle corse a tappe medie con 11 vittorie

Porte, fermatosi a un passo dalla gloria

Nessuno è riuscito a vincerle quelle 6 corse, ma con Merckx ci sono altri due corridori capaci di collezionarne cinque. Il primo è Richie Porte, proprio per questo considerato un autentico maestro nelle corse a tappe di media lunghezza. Il tasmaniano non è mai riuscito a tradurre questa capacità nell’arco delle tre settimane, anche se ha potuto almeno chiudere la carriera col ricordo di un podio al Tour de France nel 2020.

Curiosamente, anche l’australiano è rimasto all’asciutto proprio alla Tirreno-Adriatico. Ci ha provato più volte, sin dalla sfortunata edizione del 2014 quando fu costretto al ritiro da una gastroenterite quand’era quarto e in piena lotta per il successo finale. Il suo miglior risultato resta quindi il 4° posto del 2022, l’ultimo suo anno di attività, quando ormai aveva dato tutto il meglio.

Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto
Richie Porte è stato un vero specialista, centrando vittorie dappertutto, ma la Tirreno-Adriatico lo ha respinto

Roglic è pronto al grande colpo

Se Merckx e Porte non hanno possibilità di completare la collezione, altri possono farlo e quello più vicino di tutti è Primoz Roglic. Lo sloveno (nella foto di apertura al Romandia) è un vero specialista in questo tipo di competizioni, tanto che vanta ben 9 successi distribuiti fra 5 gare, un numero inferiore solo alle 11 vittorie di Sean Kelly, l’irlandese che però ne ha concentrate ben 7 alla Parigi-Nizza, a cui aggiunge due doppiette alla Volta a Catalunya e al Giro di Svizzera. Ed è proprio la corsa elvetica quella che manca a Roglic, autore di doppiette in tutte le altre prove salvo la Parigi-Nizza vinta nel 2022.

Lo sloveno sa di questa ghiotta opportunità: vincendo in Svizzera coglierebbe un risultato mai raggiunto nella storia del ciclismo, dando un’ulteriore impronta alla sua importante carriera, ma non stiamo parlando di un Grande Giro o del Grande Slam che per il suo connazionale Pogacar sta diventando un’ossessione. Nei programmi stabiliti lo scorso inverno, Roglic aveva posto la partecipazione al Giro di Svizzera come una delle colonne portanti della sua stagione, ma ora la sua presenza non è più tanto sicura.

Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito
Vingegaard e Pogacar, la loro sfida si gioca anche in questo specifico ambito

Ma il vincitutto è in agguato…

E Pogacar? Tadej come si sa è molto attento nella “collezione di successi” e punta a vincere tutto quel che conta davvero. L’iridato vanta 5 successi in 4 corse, con le due vittorie alla Tirreno-Adriatico nel 2021-22 che si uniscono alla Parigi-Nizza 2023, Catalunya 2024, Delfinato 2025. Gli mancano le due prove elvetiche e proprio su queste ha posto la sua attenzione nel cammino di avvicinamento al Tour de France.

Come ci arriverà? Difficile pensare a un Pogacar che non parta per vincere, è nella sua natura provarci sempre e comunque, qualsiasi sia il valore della corsa, esattamente come faceva Merckx. Certo, realizzare l’impresa non lenirebbe il dolore della Roubaix sfuggita proprio nel finale nel tripudio dei tifosi belgi di Van Aert, ma sarebbe un bel viatico verso la sua caccia all’ennesima maglia gialla, per poi mettere nel mirino nuovi record.

Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest’anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest'anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?
Jonas Vingegaard quest’anno ha vinto Parigi-Nizza e Catalogna. Quando proverà la doppietta elvetica?

Quando l’assalto di Vingegaard?

E non dimentichiamo che come Pogacar c’è anche un certo Jonas Vingegaard che vanta un poker di successi in questa speciale graduatoria. Al danese della Visma-Lease a Bike, che quest’anno è salito prepotentemente nella classifica aggiudicandosi Parigi-Nizza e Catalunya, mancano come allo sloveno proprio le due corse elvetiche. Al Giro di Svizzera non ha mai preso parte, il Romandia lo ha corso solo nel 2019 quando, ancora giovanissimo, chiuse al 72° posto. Ma era un altro Vingegaard…

Per quest’anno, compresso fra Giro e Tour, non se ne parla, ma l’idea di completare la collezione non gli è certo indigesta. Molto dipenderà da come andranno le cose quest’anno, sia per lui nei Grandi Giri che per i rivali sloveni nelle due corse elvetiche.

Tadej Pogacar e Wout Van Aert, Roubaix 2026

Ehi Moreno, l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Tadej?

16.04.2026
6 min
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Una Parigi-Roubaix così continua a tenere banco. Sono tanti i temi sollevati dall’Inferno del Nord: il ritorno di Van Aert, gli spunti tecnici, l’appeal in Belgio, le vecchie regole che restano valide. Ma c’è anche un’analisi più tattica.

Un’analisi che abbiamo voluto fare con Moreno Moser, uno dei commentatori che più si è appassionato al successo di Wout van Aert alla Parigi-Roubaix. E la domanda che gli abbiamo posto è: l’ha vinta Van Aert o l’ha persa Pogacar?

Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è un commentatore tecnico di Europosrt. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Moreno Moser, qui con Luca Gregorio, è commentatore tecnico di Eurosport. I due, assieme a Magrini, sono letteralmente esplosi di gioia per il successo di Van Aert
Quindi Moreno, l’ha persa Pogacar o l’ha vinta Van Aert?

Secondo me l’ha persa Van der Poel.

Partiamo col botto…

Pogacar non l’ha persa per me. E’ vero: Pogacar sicuramente è stato più sfortunato rispetto a Van Aert. Ha avuto un problema un po’ più grosso rispetto a Wout e quel rientro gli è costato non poco. Allo stesso tempo però penso che Pogacar quel tipo di sforzi riesca a recuperarli talmente bene che credo non gli pesino neanche così tanto. Perciò dico che, a conti fatti, non aveva proprio la forza di staccarlo. Mi riferisco a Van Aert ovviamente. Questo Van Aert in pianura non lo stacchi, neanche se ti chiami Pogacar e sei al 100 per cento.

E Van Aert?

Wout non mi ha mai dato neanche una minima impressione di cedere. Se avessi visto Van Aert quasi sul limite, avrei detto: «Forse sì, l’ha persa Pogacar». Ma così non è stato. Wout perdeva giusto qualche metro dopo qualche curva, ma poi richiudeva con grande facilità. Anzi, se devo dirla tutta, sul Carrefour de l’Arbre ho avuto più la sensazione contraria. Non dico che Wout potesse staccare Tadej, ma certo era in condizione di attaccarlo. Solo che non gli conveniva.

All’inizio hai citato anche Van der Poel…

Se Mathieu non avesse avuto quel doppio problema nell’Arenberg, secondo me non c’era storia neanche quest’anno. Probabilmente ci sarebbe stata una bella volata, molto più alla pari. Magari una volata a tre. E prima, quando ho detto che l’ha persa Van der Poel, mi riferisco soprattutto al pasticcio con Jasper Philipsen nella Foresta di Arenberg.

Il primo inconveniente tecnico di Van Aert ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che inciso sull'economia della corsa
Il primo inconveniente tecnico di Van der Poel ad Arenberg. Momento che ha inciso sull’economia della corsa
Forse più un pasticcio della Alpecin-Premier Tech

Sì, meglio. La storia dei pedali con marche diverse è stata una scelta veramente discutibile. A memoria mia non ricordo pedali diversi in un team. Infatti quando ho visto che non gli entravano ho detto: «No, è impossibile, non possono avere marchi diversi». I corridori i pedali non li cambierebbero mai, così come le scarpe. Poi, se Philipsen aveva iniziato a testarli e si trovava bene, è difficile anche farlo tornare indietro. Forse il problema è stato iniziare a testare in certi momenti della stagione. Anche perché se c’è da fare un test, non lo fai con tutti. Quindi neanche mi sento di condannarli. Però…

Resta il però…

In quel momento Van der Poel ha perso quasi due minuti e mezzo. Se ne perdeva solo uno rientrava. E soprattutto avrebbe speso di meno.

Però è anche vero che forse davanti si sono un po’ regolati sul passo di Van der Poel, non credi Moreno? Spesso Pogacar e gli altri non sembravano a tutta…

Un po’ sì, però in quei momenti non fai troppi calcoli.

Torniamo ai due: Van Aert e Pogacar. Tadej è stato troppo generoso nel tirare? Era questo il filone tattico? O se l’è giocata bene Van Aert?

No, era giusto così. Van Aert poteva anche arrivare in volata a due, Pogacar no. Quindi è Pogacar che doveva staccarlo, ma non c’è riuscito perché, come dicevo, ha trovato un grande Van Aert che almeno in pianura adesso non lo stacchi.

A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Filone tattico corretto, secondo Moser. Van Aert poteva arrivare in volata, Pogacar no. Spettava allo sloveno la maggior parte del lavoro
C’è qualche altro dettaglio di questa Roubaix che ti ha colpito, che ti è piaciuto o che al contrario non hai condiviso?

Direi di no, mi è piaciuto davvero tutto. Vedere questi super atleti, sempre loro, che lottano col coltello tra i denti a 120 chilometri dall’arrivo è fantastico. Pogacar fa un po’ da collante tra il mondo delle classiche e quello dei Grandi Giri, ma davvero con questi campioni stiamo vivendo una grande era. Se devo dire qualcosa che mi ha colpito, allora dico che mi sono emozionato per Van Aert. E’ stata una festa per tutti. Credo che in fondo Pogacar stesso fosse contento per lui!

Perché, dicci un po’?

Mi hanno fatto impressione le parole che ha detto nell’intervista post gara. Ha detto che nella sua testa si era disegnato mille volte questa corsa, questo scenario. E si vedeva che lui e il suo team ce l’avevano in mente. E poi, a otto anni dalla morte del suo compagno, Michael Goolaerts, lo ha ricordato. Il primo pensiero è stato per lui. Vuol dire che davvero questa cosa se l’era immaginata mille volte. Io la notte mi immaginavo le corse, le sognavo. Ho capito bene quel suo processo mentale.

In effetti è stato toccante…

Un’altra cosa che mi ha impressionato di Van Aert è stata la motivazione. In particolare quando gli hanno chiesto se avesse mai smesso di crederci e lui ha risposto di sì. A un certo punto non ci credeva più. In questo mondo di super positivismo, di ottimismo forzato o imposto, anche dai social, in cui non si può mai smettere di crederci, lui ha detto il contrario. E’ stata una grande apertura. Alcune volte puoi mollare e il giorno dopo risali in bici e continui. E’ stato uno schiaffo in faccia all’iper-positività utopica di questi tempi.

Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Setup diversi fra i due: ruote con prifilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Ruote con profilo differenziato anteriore-posteriore da 42-46 mm e coperture da 32 mm per Van Aert. Ruote da 56-60 mm e coperture da 35 mm per Pogacar
Parliamo di setup, Moreno. Sensazione nostra è che forse Pogacar non avesse la bici migliore. Dalla tv si vedeva che rimbalzava parecchio sul pavé con quelle gomme da 35 millimetri e ruote da 60. Mentre Van Aert aveva ruote molto più basse e gomme da 32 millimetri. Cosa ci dici?

Tadej saltellava di più forse perché è più leggero degli altri, però riguardo alle gomme, sul pavé più sono larghe e meglio è, secondo me. Non credo che lo penalizzasse troppo su asfalto. E poi tutti e due, ma non solo loro, avevano la bici più aero possibile, super rigida. In questo contesto la gomma è tutto, è la gomma che ammortizza.

Esatto, ma non è che forse si è lasciato un po’ troppo tutto alla gomma?

Hanno fatto 49 di media e sapete quanto conta una bici così a quelle velocità? Tantissimo. E’ troppo importante questo aspetto. E comunque parliamo di una sfida che si è risolta in volata, perciò non credo che ci siano stati troppi vantaggi o svantaggi per l’uno e per l’altro riguardo ai materiali. Il fatto tecnico di base è che Pogacar era più leggero. Leggevo che era quello con circa 10 chili in meno rispetto ai più leggeri tra i primi dieci classificati.

E’ che a volte ci facciamo trasportare dall’invincibilità di Pogacar. Come se per lui fosse tutto facile e scontato…

Rendiamoci conto che arrivare lì davanti è già un’impresa per Pogacar. Pensare che possa staccare Van Aert in pianura sarebbe più surreale che altro. Vorrebbe dire sviluppare una quantità di watt rispetto a loro incredibile. Magari poteva staccare il Van Aert del 2025, ma non questo.