UAe Emirates Tour 2026

Dominio UAE? Programmazione, dettagli e un gruppo coeso

29.07.2026
7 min
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Tadej Pogacar avrebbe vinto questo Tour de France anche stando in un’altra squadra, molto probabilmente, ma va detto che la gestione della sua UAE Emirates nel proteggerlo è stata esemplare. E non è stato affatto un caso. Il termine programmazione è centrale in questo contesto. Anche Stefano Rizzato, durante la diretta di una delle tappe centrali, ha notato un aspetto che chi frequenta i ritiri invernali, come noi, non può non osservare. «In casa UAE sin da dicembre tutti i corridori conoscono già quali corse faranno. Tu vai lì e Matxin ti dice per filo e per segno chi farà cosa».

E questo è un grande punto di partenza. Nel ciclismo della perfezione, avere un obiettivo chiaro con largo anticipo significa allenarsi bene, seguire un percorso ed essere certi di ciò che si fa. E le prestazioni si sono poi viste sul campo. Anche Matxin, il responsabile tecnico della UAE, parlando di altri argomenti, ci ha detto che, nonostante i 15 infortuni su una rosa di trenta atleti, hanno dovuto apportare un solo cambiamento rispetto alla tabella di marcia.

Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione e una grande lavoro dello staff: anche questo ha contribuito alla successo UAE
Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione all’avanguardia e una grande lavoro dello staff a 360°: anche questo ha contribuito al successo UAE
Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione e una grande lavoro dello staff: anche questo ha contribuito alla successo UAE
Ricerca e sviluppo di materiali, integrazione all’avanguardia e una grande lavoro dello staff a 360°: anche questo ha contribuito al successo UAE

Questione di programmazione

Ma entriamo più dentro. Ogni atleta aveva un compito specifico e ognuno era super motivato nell’eseguirlo. Si sono così visti corridori super performanti. Nils Politt tirare anche su certe salite. Tim Wellens restare con gli scalatori persino ai piedi delle ascese più lunghe. Oppure Felix Grossschartner esporsi in pianura. E’ anche vero che avere un leader come Pogacar porta stimoli e convinzioni non da poco. E l’appetito vien mangiando.

«Sono stati i ragazzi a chiedermi di vincere». Questa frase Tadej l’ha ripetuta almeno un paio di volte nel corso del Tour de France. Parliamo, per esempio, delle due vittorie centrali, quando la classifica era ormai assestata e, tutto sommato, alla UAE la fuga faceva anche comodo. In quel modo, nel finale di tappa, anche gli altri big si sarebbero dovuti muovere. E invece, sapendo della forza del loro capitano, hanno tirato per riportare sotto gli attaccanti.

Qui entra in gioco anche la questione dei premi. Alla fine chi fa parte del gruppo di Pogacar porta a casa un bel bottino e, più arrivano podi e vittorie, più questo cresce. Ma ci sta. E’ del tutto legittimo. Ed è sempre stato così.

Addirittura, anche se questa non è una voce ufficiale, si dice che a Ussel sia stato lo stesso Pogacar a non voler chiudere sulla fuga perché davanti c’era il suo amico Mathieu Van der Poel, che poi vinse la tappa. E quel giorno la UAE aveva sempre tenuto la fuga sotto controllo. Perché fermarsi a meno di 15 chilometri dall’arrivo?

UAe Emirates Tour 2026
I tecnici e i ragazzi della UAE hanno sempre esaltato il gruppo
UAe Emirates Tour 2026

Emergenza superata

Ma il vero punto di forza, il senso di coesione del gruppo, si è visto nella terza settimana. Anche la UAE Emirates ha avuto i suoi problemi. Adam Yates, Brandon McNulty, Tim Wellens e Nils Politt hanno accusato, chi più chi meno, una gastroenterite.

La prima cosa che è emersa è stata la tenacia di ognuno di loro nel non mollare. Andare avanti. Lasciarsi alle spalle la buriana. E nel corso di una corsa disputata sempre a ritmi vertiginosi, con il caldo e, tutto sommato, con l’obiettivo ormai in tasca, non era affatto scontato. Solo McNulty è stato costretto ad alzare definitivamente bandiera bianca.

Così l’atleta colpito di turno si prendeva, giocoforza, un giorno o poco più di licenza, passateci il termine. Restava in coda al gruppo, cercava di respirare e recuperare, per poi farsi trovare pronto nei giorni successivi. «I ragazzi – ha detto Pogacar – sono stati esemplari. Non hanno mai mollato. Adam il giorno della cronometro stava davvero male. Anche Tim ha avuto i suoi problemi. La perdita di McNulty è un grande problema e mi dispiace molto. Gli ho detto subito che lo aspettavo a Parigi per la festa».

E qui ritorna il tema della programmazione e della tranquillità (ma anche della forza) che questa comporta. I corridori stanno bene e, pertanto, una tantum possono fare anche gli straordinari. E’ stato così per Politt, chiamato a tirare in salita nei primi giorni alpini. E’ stato così per Felix Grossschartner, forse una delle rivelazioni nascoste di questa Grande Boucle. Alla fine hanno controllato i due terzi di ogni tappa della settimana finale con uno, al massimo due uomini. Ed è qui che sta il capolavoro.

Non solo. Si sono potuti permettere anche un terzo lusso: Isaac Del Toro. Il messicano, salvo qualche breve frangente, non ha praticamente mai tirato. La UAE ha cercato sempre di tutelarlo, di farlo correre al risparmio. Di fatto gli uomini realmente a disposizione erano sei e, nei giorni in cui qualcuno stava male, cinque se non addirittura quattro, come è successo nella tappa del Col de Sarenne.

UAe Emirates Tour 2026
Pogacar in versione gregario. Un lusso doppio pensando anche che Del Toro non ha quasi mai tirato
UAe Emirates Tour 2026
Pogacar in versione gregario. Un lusso doppio pensando anche che Del Toro non ha quasi mai tirato

Pogacar gregario

Gianetti, Pogacar, Matxin, Pedrazzini e Hauptman hanno sempre parlato di un gruppo di amici. Di coesione. E lo si è visto anche dalle immagini. Ma alla fine, tanto per cambiare, la ciliegina sulla torta di questo capolavoro di squadra porta ancora una volta il nome di Tadej Pogacar.

La maglia gialla si è trasformata in gregario. Gregario per l’amico e giovane compagno Isaac Del Toro. Lo aveva già fatto sul Plateau de Solaison, tirando nel giorno in cui poi Remco Evenepoel li mise entrambi in difficoltà. E lo ha fatto soprattutto nell’ultima tappa.

Da Bourg-d’Oisans all’Alpe d’Huez gli uomini della UAE erano davvero contati. Di fatto hanno potuto contare soltanto su Politt, Wellens e Grossschartner. Quest’ultimo è poi saltato sul Galibier. Ma ecco che in casa UAE avevano ancora un super jolly da giocare. Un gregario di nome Tadej Pogacar.

Lo sloveno aveva già vinto il giorno precedente, firmando anche il record dell’Alpe d’Huez dal versante tradizionale. Era appagato. E, come tante volte abbiamo detto, lui ha bisogno di stimoli. E di divertirsi.

Eccolo dunque salire in cattedra a 5-6 chilometri dal Galibier. Si è messo a tirare. Ha sgretolato il gruppo (per poco non metteva in difficoltà anche il compagno Del Toro) e ha imposto il proprio ritmo per ben 64 chilometri. Lo ha fatto con piacere. Quel giorno, all’arrivo dell’Alpe d’Huez, era sorridente, felice, scherzoso proprio per il ruolo che aveva svolto: una novità anche per lui.

Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un so massaggiatore per vedere il finale della tappa dei suoi leader. Anche questo racconta del senso di appartenenza (foto Instagram - UAE Emirates)
Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un suo massaggiatore per vedere il finale della tappa. Anche questo è senso di appartenenza (foto Instagram – UAE Emirates)
Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un so massaggiatore per vedere il finale della tappa dei suoi leader. Anche questo racconta del senso di appartenenza (foto Instagram - UAE Emirates)
Plateau de Solaison, Politt ormai certo di stare nel tempo massimo si ferma da un suo massaggiatore per vedere il finale della tappa. Anche questo è senso di appartenenza (foto Instagram – UAE Emirates)

Bravura non scontata

Vero che quando le cose vanno bene e si ha un corridore come Pogacar tutto diventa più semplice e c’è maggiore serenità. Ma, allo stesso tempo, aumentano anche le pressioni. Basta fare il confronto con gli altri top team, sia nei rapporti fra i compagni, sia nella forza dei singoli.

Due esempi? La Red Bull-Bora ha trovato una quadra definitiva e una vera coesione soltanto dopo il ritiro di Florian Lipowitz. Oppure la Visma-Lease a Bike ha provato, lottato, tirato e cercato in ogni modo di sostenere Jonas Vingegaard, ma è anche vero che non sempre lo ha fatto nella maniera migliore. Voci dal gruppo hanno raccontato che, nella caduta di Jonas, si procedesse a una velocità che, in quel frangente, non era giustificata.

Sono dettagli? Sì. Ma sono dettagli che, a quanto pare, hanno contribuito ad aumentare il divario fra Pogacar e gli altri, e fra la UAE e tutte le altre squadre. Pensiamo all’idea condivisa, ma lanciata dagli UAE, di portarsi dietro nelle tappe di volata. Non si sono mai presi un rischio in più del necessario. O del non-voluto.

Programmazione a lungo termine, coesione, preparazione impeccabile, un leader assoluto che mette tutti d’accordo e che sa mettersi lui stesso al servizio della squadra. Insomma, è una bravura che non va data per scontata. E a chi dirige la UAE va riconosciuto il merito di aver costruito un meccanismo praticamente perfetto. E non solo nelle tappe, nelle fasi di gara.

Michele Pallini, per esempio, massaggiatore con esperienza da vendere ci raccontava della gestione post tappa nel dietro le quinte della UAE e di Pogacar, soprattutto. L’iridato non aveva mai problemi all’antidoping. Nel senso che era il più idratato e impiegava meno degli altri a fare la pipì. Era super tranquillo anche in quei frangenti. E tutto ciò in tre settimane e nella corsa più importante dell’anno non sono dettagli.

Tour de France 1995, L'Alpe d'Huez, Marco Pantani

EDITORIALE / I record di Pogacar, la memoria di Pantani

27.07.2026
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Era scritto ed è successo: Pogacar ha aggiunto ai suoi primati anche quello dell’Alpe d’Huez, cancellando dalla prima riga il nome di Pantani. I record sono fatti per essere battuti e lo sloveno ha dimostrato da tempo di essere avviato verso ben altre conquiste, così che non poteva essere il piccolo scalatore romagnolo di trent’anni fa a respingerne l’attacco.

Quel record aveva tenuto testa anche al vincitore di sette Tour, che non era riuscito ad avvicinarlo neppure nella cronoscalata dell’Alpe, ma nulla ha potuto contro Pogacar, da cui per la verità ci saremmo aspettati anche un crono migliore del 35’27” con cui ha abbassato di 1’23” il primato precedente, viste le bici, le ruote, il kit nel suo complesso e l’alimentazione di adesso.

Il 24 luglio, Tadej Pogacar ha stabilito in 35'27" il nuovo record di scalata dell'Alpe d'Huez
Il 24 luglio, Tadej Pogacar ha stabilito in 35’27” il nuovo record di scalata dell’Alpe d’Huez
Il 24 luglio, Tadej Pogacar ha stabilito in 35'27" il nuovo record di scalata dell'Alpe d'Huez
Il 24 luglio, Tadej Pogacar ha stabilito in 35’27” il nuovo record di scalata dell’Alpe d’Huez

Il silenzio di Tadej

Pogacar continua a dire di non pensarci e di aver saputo della nuova conquista soltanto dopo averla ottenuta. La voglia dichiarata di vincere sul mito Alpe d’Huez non presuppone il fatto che il campione del mondo sapesse chi l’avesse vinta prima di lui? E’ insolito che un ciclista che è stato ragazzino sulle strade italiane non sapesse chi fosse Marco Pantani e quali siano state le sue meraviglie: la visita dei genitori al museo di Cesenatico fa capire che in famiglia almeno qualcuno conoscesse la storia.

Non sarà che forse la voglia di stare lontano dai riferimenti diretti gli è stata suggerita? Dalla sua intelligenza, ad esempio, per evitare domande e scomodi confronti. Dal suo mentore Andrej Hauptman, che quel ciclismo l’ha vissuto. Dal suo team manager Gianetti che ne è stato prima interprete e poi gestore negli anni successivi, per sua ammissione inconsapevole. Oppure da Andrea Agostini, che ha vissuto tutta la vicenda dell’amico Marco, ma evidentemente non è riuscito o non ha voluto raccontarla anche a lui. Quel che appare evidente è la determinazione nel tracciare una linea e restare dall’altra parte, come forse è anche giusto.

Ai primi di giugno Mirko e Marjeta Pogacar hanno visitato lo Spazio Pantani (foto La Voce di Cesenatico)
Ai primi di giugno Marjeta e Mirko Pogacar hanno visitato lo Spazio Pantani (foto La Voce di Cesenatico)
Ai primi di giugno Mirko e Marjeta Pogacar hanno visitato lo Spazio Pantani (foto La Voce di Cesenatico)
Ai primi di giugno Marjeta e Mirko Pogacar hanno visitato lo Spazio Pantani (foto La Voce di Cesenatico)

Controlli? Sì, grazie

Questa però è la storia del ciclismo con cui in certi frangenti anche il presente deve fare i conti. Dopo Indurain venne Riis. Dopo Riis arrivò Ullrich e Ullrich venne battuto per una volta da Pantani e altre cinque da Armstrong. L’americano invece venne battuto dall’insaziabilità e la poca astuzia: se non fosse tornato nel 2009, finendo nel meccanismo del passaporto biologico, non avrebbe fornito i dati per mettere in discussione le vittorie precedenti. Dai controlli in gara e fuori gara infatti non era emerso mai niente. Dopo Armstrong è venuto il dominio degli uomini Sky con tanto di dubbi, ammissioni e discussioni e a quel punto è toccato a Pogacar.

Questa è la storia dello sport, in cui purtroppo non è mai bastata una stretta di mano per stabilire cosa fosse credibile e cosa no. Per questo ci è parsa eccessiva la lamentela per i controlli notturni e certo irrituali e poco rispettosi subiti da alcuni corridori nelle scorse settimane (per primi Pogacar e Vingegaard) e disposti dall’autorità giudiziaria.

In quegli anni che – lo sottolineiamo due volte in rosso – nessuno si augura di rivivere, si ebbe la conferma che i controlli gestiti dall’autorità sportiva non fossero affidabili e che vari e dubbi passaggi contribuirono a renderli meno credibili. Oggi bisognerebbe essere contenti di poter andare avanti mettendo tutto in chiaro e di poter sostenere che i nuovi record siano bagnati soltanto da classe e champagne.

Il 24 luglio 2005, Lance Armstrong conquista il settimo Tour e riceve il bacio di Sheryl Crow
Il 24 luglio 2005, Lance Armstrong conquista il settimo Tour e riceve il bacio di Sheryl Crow
Il 24 luglio 2005, Lance Armstrong conquista il settimo Tour e riceve il bacio di Sheryl Crow
Il 24 luglio 2005, Lance Armstrong conquista il settimo Tour e riceve il bacio di Sheryl Crow

Gli anelli deboli

Era scritto ed è successo e adesso si va avanti verso il prossimo record. Quel che resta di identico rispetto a 30 anni fa è che l’immenso castello degli affari poggia sulle spalle di ragazzi di 60 chili che passano le giornate a tirar fuori dal proprio corpo la forza necessaria per stupire. Sembra strano parlare di anelli deboli della catena (alimentare), ma chi c’era ricorda quanto sembrasse invulnerabile Armstrong?

Eppure, nel momento in cui la verità venne a galla, Lance finì sbriciolato e messo all’indice, perdendo quasi tutta la sua fortuna. I ricchi sponsor che grazie a lui avevano moltiplicato il fatturato si limitarono invece a spostarsi di lato, lasciando passare la valanga che stava spazzando via tutto

Ogni epoca ha le sue regole, i corridori sono sempre uguali. Per questo, rileggendo la storia di quel record e il modo in cui venne, il cuore resta vicino a Marco Pantani e alle emozioni che seppe scatenare. L’omino sponsorizzato da una catena di supermercati del mobile e non una multinazionale, che nel 1995 non poté correre il Giro a causa di un’auto che non rispettò lo stop e lo buttò per terra. Che tornò al Giro di Svizzera, vincendo una tappa più con la grinta che con le gambe.

E che a quel punto andò al Tour de France, in cui l’anno precedente aveva già dato spettacolo con i suoi pochi ricci (fissando il primo record sull’Alpe), vinse due tappe, stabilendo anche il nuovo primato in sella a una bici su cui i corridori di oggi forse non terrebbero neppure le ruote del gruppo. Quell’anno Pantani fece anche in tempo a conquistare il podio del mondiale di Duitama, prima che un’altra auto lo colpisse nuovamente, spezzandogli una gamba.

La famiglia Pantani viene colpita ogni giorno dalle parole disinvolte e cattive di chi scrive sui social, per osannare Pogacar colpendo Marco
Nel rustico di casa Pantani, un quadro che fa grande compagnia
La famiglia Pantani viene colpita ogni giorno dalle parole disinvolte e cattive di chi scrive sui social, per osannare Pogacar colpendo Marco

Rispetto oppure silenzio

La sua fu una vita in salita, piena di dolore più che di record e brindisi. Eppure c’è ancora chi lo ama e merita per questo il massimo rispetto, al pari di quello giustissimo che si reclama per Pogacar. Ed è questo l’invito che ci sentiamo di fare a dotti, medici e sapienti che cercano per forza la contrapposizione fra la presunta pulizia attuale e la presunta irregolarità di ieri: ricordate che dietro ogni vostro commento, sparata, mancanza di rispetto volgare e assoluta, c’è ancora una famiglia che legge. Loro meritano il vostro rispetto. E se quello non siete in grado di darlo, limitatevi a tacere. Il vostro silenzio sarà un dono anche per gli altri.

Tadej Pogacar, Tour 2026 Parigi

Pogacar re: quinto Tour e ancora tanta voglia di divertirsi

26.07.2026
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Fino alla fine. Ha lottato, corso e divertito. Tadej Pogacar non si è fermato neanche oggi sugli Champs-Elysées. E’ stata una tappa sontuosa. Una tappa che solo dieci anni fa non avremmo mai immaginato di vedere, con gli uomini di classifica a sprintare per la vittoria.

A Parigi, però, Pogacar ha vinto ugualmente. Ha conquistato il Tour de France, il quinto della sua incredibile carriera. Da oggi è definitivamente nel gotha dei grandissimi. Lui non gradisce i paragoni: è più grande di Merckx? No? Sì? Resta il fatto che lo stesso Cannibale ha detto che lo sloveno è più forte di lui. Di certo, dopo questo Tour, Pogacar si è vestito di un’aura di ciclistica santità. Passateci il termine.

Il podio finale del Tour 2026: 1° Tadej Pogacar, 2° Remco Evenepoel a 6'26"; 3° Isaac Del Toro a 9'42"
Il podio finale del Tour 2026: 1° Tadej Pogacar, 2° Remco Evenepoel a 6’26”; 3° Isaac Del Toro a 9’42”
Il podio finale del Tour 2026: 1° Tadej Pogacar, 2° Remco Evenepoel a 6'26"; 3° Isaac Del Toro a 9'42"
Il podio finale del Tour 2026: 1° Tadej Pogacar, 2° Remco Evenepoel a 6’26”; 3° Isaac Del Toro a 9’42”

Non solo tre settimane

Il viaggio di questo Tour de France non è iniziato a Barcellona per Pogacar e la sua UAE Emirates, ma molto prima. E’ cominciato già in inverno, quando la squadra aveva tracciato il programma della stagione. Il problema, che poi problema non è stato visto l’esito finale, è che lo stesso Tadej aveva posto un veto ai suoi preparatori: «Okay il Tour, ma io voglio essere pronto anche per la Sanremo e la Roubaix». E così via con lavori esplosivi, le tante sedute in palestra che lo avevano trasformato. Poi, però, arrivata la primavera, bisognava riportarlo in modalità Grandi Giri e, a detta dello staff, Tadej ha mantenuto il patto.

Con la serietà e la spontaneità che lo contraddistinguono si è rimesso sotto e si è presentato al top per questa Grande Boucle. Badate: non è affatto scontato che un atleta, soprattutto del suo calibro e con un palmares così ricco, riesca a ritrovarsi nuovamente al massimo della condizione. E con tanti stimoli. E di stimoli, come vedremo, ne ha parlato Tadej stesso.

Poi, nella storia di questo Tour, ecco le perle: la tappa lasciata a Isaac Del Toro a Barcellona, il volo sul Tourmalet, l’assolo incredibile e splendido dell’Alpe d’Huez.

«Cosa significa per me diventare co-detentore del record? Non lo so, non è neanche questa la prima cosa che mi interessa. Ogni vittoria è molto speciale per me. Ho partecipato al Tour sette volte e sono salito sul podio sette volte».

«Voglio e devo ringraziare tutta la mia squadra. E’ la migliore che si possa desiderare. Devo anche ringraziare gli avversari. Mi spiace per Vingegaard, spero recuperi presto. Ora sotto con un altro obiettivo: mi serve per tenere alti gli stimoli. Ma adesso godiamoci la festa».

Tadej Pogacar, Alpe Huez 2026
Per Pogacar oltre alla generale, anche cinque tappe. Su tutte la perla dell’Alpe d’Huez che tutto il pubblico attendeva
Tadej Pogacar, Alpe Huez 2026
Per Pogacar oltre alla generale, anche cinque tappe. Su tutte la perla dell’Alpe d’Huez che tutto il pubblico attendeva

Più forte del Tour

Probabilmente questo Tour de France non è mai stato realmente in discussione. Come ci aveva detto Miguel Indurain a Barcellona, la sera della presentazione delle squadre, il vero rivale di Pogacar era il Tour de France stesso. Tradotto: quei 3.300 chilometri andavano comunque percorsi e non doveva succedere nulla. Tadej è stato più forte perfino di questa incognita. Sempre lucido. Sempre attento. La curva che ha messo kappao Lipowitz nella crono la dice tutta.

Nessun momento di difficoltà, dunque? Vista da fuori no. Almeno non sul piano personale. Semmai c’è stata qualche complicazione nella terza settimana quando McNulty, Wellens e Yates sono stati male.

«Credo che quando si partecipi a un Tour de France si debba soffrire e ci siano dei momenti di difficoltà – ha detto Pogacar – Bisogna affrontare un lungo percorso per arrivarci e poi ci si trova di fronte ai propri più grandi rivali, tutti al massimo della forma. Qui tutti danno il massimo, quindi è inevitabile: bisogna sempre soffrire».

Pogacar non ha spiegato in quale occasione abbia sofferto davvero. Forse mentre spingeva sull’Alpe d’Huez o, più probabilmente, proprio poche ore fa nella folle fuga insieme a Mathieu Van der Poel.

Forse un momento difficile è stato un accadimento parallelo alla corsa. Va ricordato infatti che, durante questo Tour de France, soprattutto nelle tappe del Centro e del Sud della Francia, Pogacar ha ricevuto dei fischi.

«Il 95 per cento dei tifosi di ciclismo – ha detto Matxin – tifa Pogacar. Non si può pretendere che lo facciano tutti. Pertanto bisogna andare avanti così. Evidentemente questo spettacolo piace». Sul podio di Parigi, Pogacar, forse anche con un pizzico di furbizia, ha ringraziato tutti i tifosi e tutta la Francia. Anche questo è il gesto di un campione.

Pogacar ha esaltato e ringraziato la squadra. Per tutti i corridori UAE capelli biondi... come fece la Mercatone Uno di Marco Pantani nel 1998
Pogacar ha esaltato e ringraziato la squadra. Per tutti i corridori UAE capelli biondi… come fece la Mercatone Uno di Marco Pantani nel 1998
Pogacar ha esaltato e ringraziato la squadra. Per tutti i corridori UAE capelli biondi... come fece la Mercatone Uno di Marco Pantani nel 1998
Pogacar ha esaltato e ringraziato la squadra. Per tutti i corridori UAE capelli biondi… come fece la Mercatone Uno di Marco Pantani nel 1998

Pokerissimo di squadra

E poi c’è la squadra. Pogacar l’ha ringraziata in ogni intervista e in ogni conferenza stampa post tappa. Ha voluto che Brandon McNulty, ritiratosi nei giorni scorsi, fosse comunque presente a Parigi. Si è messo perfino a fare il gregario.

Per fare un esempio, la sera del Col de Sarenne, appena ventiquattr’ore prima dell’arrivo finale, in conferenza stampa era sorridente, spigliato, divertente e rilassato. E quando si è congedato ha ripreso il microfono e, come fosse un coro da stadio, ha intonato: «Toro, Toro…», inneggiando al compagno Isaac Del Toro che, anche grazie al suo aiuto, aveva conquistato la maglia bianca.

Un Tadej così brillante e felice lo avevamo visto soltanto dopo la vittoria della Milano-Sanremo. «La cosa più importante – ha detto Pogacar – è godersi ciò che si fa. Amare il proprio lavoro e circondarsi di persone di cui ci si fida. Persone che ti aiutano e ti sono vicine nei momenti più difficili. E’ così che costruisci te stesso e puoi inseguire i tuoi sogni. E’ così che puoi trovare ambizioni sempre nuove».

Ora tutti lo aspettano al varco per sapere se sarà alla Vuelta oppure no. I dubbi saranno sciolti a breve. In questi giorni al Tour di voci ne abbiamo sentite. Secondo alcuni, dopo la visita del suo padrone di casa, il Principe Ranieri (la Vuelta partirà dal Principato di Monaco dve vive Pogacar), Tadej ci sarà. Secondo la stampa slovena invece no, perché è particolarmente attirato dal campionato europeo in casa. Si vedrà e la soluzione del rebus la conosceremo tra pochi giorni. Intanto inizia la festa… dei biondi della UAE, del suo staff e dei loro familiari all’ombra della Tour Eiffel.

Tour de France 2026, Parigi, Mathieu Van Der Poel, Alpecin-PremierTech

Van Der Poel vince il… Fiandre di Parigi con 50 metri da fuoriclasse

26.07.2026
5 min
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La forza di alzarsi ancora sui pedali e rilanciare, una volata di cinquanta metri e un colpo di reni ad anticipare il ritorno del gruppo guidato dal compagno di squadra Jasper Philipsen. A Parigi Mathieu Van Der Poel dipinge un quadro degno dei musei che circondano il circuito della ville lumière. Le pietre che fanno sobbalzare la bici, le braccia a stringere il manubrio con tutta l’energia che rimane in corpo. «Non avrei mai mollato finché non avessi visto una ruota superarmi – dice a caldo Van Der Poel – ed è stata quella di Philipsen».

Se al termine di 21 tappe hai ancora la voglia, la grinta di arrivare oltre il limite è giusto entrare nella stretta cerchia delle leggende di questo sport. Mathieu Van Der Poel in quegli ultimi metri degli Champs Elysées ha distrutto anche le gambe della maglia gialla. Ai 500 metri dal traguardo Tadej Pogacar ha alzato bandiera bianca, impossibile seguire l’olandese nel momento in cui decide di sradicare i sampietrini dal suolo con la sola forza delle gambe

«E’ proprio per questa tappa che ho sofferto su tutte le salite dell’ultima settimana – aveva detto al via lo stesso Van Der Poel – quando l’ho vista in televisione l’anno scorso, era già un obiettivo per me essere qui questa domenica».

Un muro 

Il Fiandre è arrivato a Parigi, sono bastati mille metri in pavé, quelli della Cote de la butte Montmartre, per accendere gli spiriti degli uomini del Nord. La tappa conclusiva di questo Tour de France, accorciata a causa degli incendi che hanno occupato gran parte della Gendarmerie, era partita con le classiche foto di rito e tanta allegria in gruppo. Poi di classico è rimasto lo spirito dei corridori, in particolare quando si è trattato di spingere ancora sui pedali, prenderli a calci con rabbia. 

Ad un certo punto il secondo passaggio sulla cote di Montmartre ha proiettato davanti i quattro protagonisti dell’ultimo Fiandre. Il podio c’era tutto, con Tadej Pogacar questa volta in giallo, Mathieu Van Der Poel, Remco Evenepoel e Mads Pedersen. Mancava solamente Wout Van Aert, quarto al Fiandre e vincitore uscente della tappa di Parigi. Il belga l’aveva vinta lo scorso anno, nella sua prima versione da “Classica”. Non è un caso che quest’anno sia stato Mathieu Van Der Poel a prendersi lo scettro di re a Parigi

«E’ da un anno che ci penso – racconta Van Der Poel – perché l’anno scorso ero malato e ho dovuto guardare questa tappa in televisione. Pensavo già a questo momento, per come è andata è un sogno. Una battaglia epica con il miglior ciclista al mondo».

Un anno di attesa

Soffrire per una settimana intera con l’unico obiettivo di arrivare a Parigi e prendersi la tappa finale del Tour, che papà Adrie aveva solamente sfiorato, con un secondo posto alle spalle di Bernard Hinault nel 1982. E’ toccato a Mathieu il riscatto, come era successo nel 2021 quando indossò la maglia gialla sfuggita a nonno Raymond Poulidor. Questa volta per riuscirci ha scavato a fondo nelle sue gambe, potenti e forti, ma non immuni alla fatica. 

«Pensavo che ci avrebbero ripresi – ha detto dopo l’arrivo – poi ho pensato solo a questo momento e ho semplicemente abbassato la testa negli ultimi 500 metri. Ho semplicemente spinto al massimo, aspettando che una ruota mi superasse, ma non è successo. Dopo l’arrivo è spuntato uno pneumatico Pirelli ed era quello di Jasper (Philipsen, ndr)».

Mathieu Van Der Poel trova il secondo successo in questo Tour a Parigi, in uno degli scenari più ambiti
Mathieu Van Der Poel trova il secondo successo in questo Tour a Parigi, in uno degli scenari più ambiti

Dalle dita dei piedi

Il nuovo disegno del percorso di Parigi è stato rinnovato, con un tratto più lungo di pianura che dalla cote di Montmartre ha portato all’arrivo. Undici chilometri sono tanti e lo si capisce subito, con rimescolamenti continui tra attaccanti e gruppo. Allora serve qualcosa in più sullo strappo in pavé, un tocco di classe che hanno in pochi e tra questi ci sono sicuramente Mathieu Van Der Poel e Tadej Pogacar. Lo scenario regalato dai protagonisti di oggi ha dell’incredibile. Un inseguimento a sessanta all’ora nelle vie della capitale francese, con il gruppo allungato come un serpente pronto a inghiottire i fuggitivi. Serviva un tocco magico per resistere e Mathieu Van Der Poel lo ha tirato fuori. 

«La giornata di oggi dimostra che non si deve mollare mai – dice il corridore della Alpecin-Premier Tech – anche se il nostro Tour non era iniziato nel migliore dei modi. Fare primo e secondo sugli Champs Elysées penso sia una cosa piuttosto buona. Una gara che volevo vincere era proprio la tappa finale del Tour, ho finito tutte le forze, sono completamente svuotato. In olandese abbiamo un detto: La forza deve venire dalle dita dei piedi. Ma non so da dove mi sia venuta questa forza, di certo non dalle dita dei piedi».

Il sole saluta Parigi, iniziano i vari festeggiamenti e il Tour de France che ha visto Tadej Pogacar entrare nel club dei penta vincitori della maglia gialla si conclude con la firma di un altro campione: Mathieu Van Der Poel. Adesso si riposerà in vista dei prossimi impegni, uno di questi dovrebbe essere il mondiale di mountain bike in Val di Sole in programma a fine agosto.

Urska Zigart, Tadej Pogacar, 2026 (immagine Instagram)

Normalità, passione, ossessione: come si diventa numeri 1?

26.07.2026
8 min
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La mente del numero uno è un luogo così esclusivo da sfuggire alla comprensione: non tutti del resto possono capire che cosa significhi essere il migliore di tutti e che cosa significhino per loro parole come dedizione, passione, normalità e ossessione. Se però osservi con attenzione, ti accorgi di tratti che li accomunano, anche se praticano sport diversi. Non è per caso che un paio di giorni fa Mauro Gianetti abbia accostato Pogacar a Federer. E proprio leggendo parole che riguardano lo sloveno e un altro tennista d’eccezione, Jannick Sinner, abbiamo chiesto a Paola Pagani di guidarci in quella sfera così particolare.

Il lavoro del mental coach non è affatto semplice. Deve entrare nei pensieri di qualcuno che ha chiesto di aiutarlo per convogliarli in una direzione e trarne forza. Oppure deve esorcizzare le derive di pensieri sbagliati perché la persona prima e poi l’atleta tornino a respirare. E probabilmente la lettura dei gesti dei numeri uno può essere un riferimento da riportare agli altri, con tutte le cautele del caso.

Pogacar (in apertura in un divertente selfie della compagna Urska Zigart) ha di recente affermato che la rincorsa ai record non sia per lui un’ossessione, Sinner invece ha spiegato che alla base del lavoro di chi pratica sport a livello professionistico ci sia indubbiamente la grande passione, ma per arrivare davvero a controllare ogni aspetto del lavoro sia necessaria una forma di ossessione, fatta di attenzione estrema per i dettagli. Questa parola – ossessione – ha attirato la nostra attenzione. Che cosa significa ossessione? E’ per forza negativa oppure può avere dei risvolti utili?

«L’ossessione in positivo – spiega coach Pagani – soprattutto a questi livelli, è la grandissima cura del dettaglio, anche se è un termine che non mi piace. La passione è l’amore per quello che fai, quindi qualcosa di naturale, di spontaneo. Dopodiché, c’è questa forma di ossessione, di attenzione estrema che però non è una schiavitù, perché è qualcosa che Sinner sceglie, non qualcosa che qualcuno gli impone. Tutti i giorni mi dedico al lavoro facendo il meglio, mettendo attenzione nei dettagli, nella preparazione, nel mio allenamento continuo.

«Vista in questa forma, l’ossessione è al servizio della passione e non va contro la persona. Dà una struttura alla giornata, ma non prende possesso della persona. Sinner è prima la persona e poi il tennista, però l’ossessione fa in modo che quando lui si esprime come tennista, possa farlo sempre al meglio».

Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani è mental coach e formatrice per coach e leader
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani è mental coach e formatrice per coach e leader
Non c’è neanche una sfumatura negativa?

Io voglio sperare per Sinner e per tutti quelli che lavorano a livelli così alti, che siano affiancati da professionisti che gli facciano capire che non tutti i giorni sono uguali, che non tutti i giorni ci si può dedicare allo stesso modo. Che a volte è meglio togliere il piede dall’acceleratore per andare più forte il giorno dopo: prendersi una pausa che presuppone un’accelerazione successiva.

Si può insegnare questo tipo di ossessione a un atleta che ha già passione?

Come dicevo, a me non piace il termine ossessione, preferisco parlare di cura del dettaglio, di disciplina. Ossessione lo trovo comunque pesante, negativo. Però si può insegnare. Ai ragazzi che seguo dico sempre una cosa: «Sii il tuo meglio, fai il tuo meglio». L’ossessione positiva è quella, la dedizione per essere sempre il proprio meglio, per fare il proprio meglio. E può essere assolutamente insegnata.

Come?

Una domanda che faccio è questa: «Che tipo di ciclista vuoi essere? Quello che si accontenta oppure quello che vuole arrivare all’eccellenza? Chi vuoi essere?». Se vuoi essere uno che punta all’eccellenza e se ne hai le qualità atletiche, necessariamente ti sarà richiesto di fare delle cose che altri non si sognano nemmeno. E’ la differenza tra restare nella virtù e salire in vetta. Ci possono essere talento e doti innate, ma vanno coltivati, costruiti e sviluppati.

Dietro ai successi di Sinner ci sono passione, divertimento e assoluta dedizione, che lui chiama «ossessione» (foto Facebook/FITP)
Jannick Sinner ha parlato dell’ossessione come di una dimensione necessaria da affiancare alla passione (foto Facebook/FITP)
Dietro ai successi di Sinner ci sono passione, divertimento e assoluta dedizione, che lui chiama «ossessione» (foto Facebook/FITP)
Jannick Sinner ha parlato dell’ossessione come di una dimensione necessaria da affiancare alla passione (foto Facebook/FITP)
Serve anche una struttura mentale che possa reggere questo tipo di carico?

Soprattutto occorre far capire alle persone, ai ragazzi, di tenere separata la loro identità dai risultati. Prima di una gara, il messaggio che mando è questo: «Ti sei preparato al meglio, hai fatto tutto il necessario per essere sulla linea di partenza, preparato, pronto, allenato. Hai curato l’alimentazione, hai fatto allenamento mentale, hai fatto tutto quello che ti serve, quindi sei pronto». A quel punto non serve altro che mettere in pratica il lavoro svolto.

Quindi l’obiettivo non è il risultato?

Arrivo primo, arrivo quinto, arrivo nei primi dieci: l’obiettivo è essere stato il proprio meglio. A volte significa tagliare il traguardo a braccia alzare, altre volte è la consapevolezza di non aver risparmiato neanche una goccia di sudore. E soprattutto: io non sono il mio risultato.

Questo è un passaggio molto delicato…

Il problema inizia quando i ragazzi collegano la loro identità col risultato che ottengono. E se magari dopo una serie di prestazioni positive, i risultati cominciano a calare, smettono di vedersi per chi sono veramente. Iniziano a vivere stress, creano ansia per il risultato e un sacco di disturbi collegati. Quindi il lavoro vero è far capire alle persone che il risultato è soltanto l’effetto collaterale del lavoro e che a volte i risultati non arrivano perché c’è qualcos’altro che si può fare o perché c’è stato un altro che in quella gara è andato più forte.

Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel, affaticato dopo l'arrivo
Il salto di qualità che ha permesso a Evenepoel di vivere meglio la sfida con Pogacar è stato soprattutto mentale: prima le attese lo logoravano
Campionati del mondo 2025, Kigali, Remco Evenepoel, affaticato dopo l'arrivo
Il salto di qualità che ha permesso a Evenepoel di vivere meglio la sfida con Pogacar è stato soprattutto mentale: prima le attese lo logoravano
Si riesce a disinnescare questo tipo di pensiero?

Non è facile, ma è il lavoro da fare. Ultimamente lavoro con un ragazzo che sta vivendo un periodo di stress molto intenso proprio perché ha legato la sua identità al risultato e, dopo un periodo di ottimi risultati, ha avuto un guaio fisico. E’ caduto, si è fatto male, da quando è rientrato non ha ritrovato il livello di prima e questo lo ha mandato in un loop negativo. Il bello però è che, pur essendo molto giovane, ha avuto la lucidità di capire che non ne sarebbe uscito da solo, quindi mi ha chiamato e mi ha detto: «Ho bisogno di lavorare sulla mia mente, puoi aiutarmi?».

In che modo lo sta aiutando?

Stiamo lavorando su questo, sullo staccarlo dai risultati e fargli vedere tutto quello che ha di positivo, nonostante i risultati non siano ancora arrivati. Perché è grazie alla consapevolezza dei punti di forza, ma anche delle aree di miglioramento che ci sono e su cui si può lavorare per trasformarle in punti di forza, che si può tornare a ricreare i buoni risultati.

Esiste una progressività, magari basata sull’età, nel proporre certi percorsi?

Deve esserci per forza. I ragazzi arrivano spesso da allievi che sembrano già pronti per il Tour de France. No, calma, ci deve essere una progressione e ci deve essere anche una valvola di sfogo estranea allo sport. Lavoro con una triatleta che ha avuto problemi fisici e ora deve rientrare, ma sta mettendo fin troppa ossessione in questo suo rientro. Allora le ho chiesto una cosa, visto che ha vent’anni: «Ma tu cosa fai quando non ti alleni?».

Già tra gli allievi, spiega coach Pagani, si cade nell'errore di mettere il risultato al centro di tutto (foto xpix.it)
Già tra gli allievi, spiega coach Pagani, si cade nell’errore di mettere il risultato al centro di tutto (foto xpix.it)
Già tra gli allievi, spiega coach Pagani, si cade nell'errore di mettere il risultato al centro di tutto (foto xpix.it)
Già tra gli allievi, spiega coach Pagani, si cade nell’errore di mettere il risultato al centro di tutto (foto xpix.it)
E lei?

Mi ha risposto che la sua vita è tutta costruita sull’allenamento. Ultimamente ha cominciato a uscire con un’amica, magari una volta a settimana, a cena oppure dopo cena. Ovviamente non beve, però si sente in colpa. Io invece le sto facendo capire quanto quell’uscita sia una spinta, una propulsione anche per tutto il resto e faccia parte del processo verso il successo.

E’ quello che ha scritto Urska Zigart su Instagram, in un messaggio per Pogacar: « Grazie per essere te stesso senza scuse, per saper mantenere l’equilibrio e per trovare sempre il tempo di goderti le piccole cose».

Secondo me, Pogacar è uno che si diverte in quello che fa. Io non lo conosco, però sono sicura che metta una cura maniacale in tutto quello che fa. Però si diverte a farlo, a cambiare tipo di percorso, tipo di allenamento. Lui non è il suo record. Lui è uno che vuole anche che le sue prestazioni lo divertano. Questi ragazzi devono sempre ricordarsi che hanno vent’anni, il più vecchio con cui sto lavorando ha 31 anni, quindi è comunque un ragazzo.

Forse a questo punto servirebbe anche una fase di formazione per chi li guida, perché spesso il senso di colpa te lo inculca qualcun altro…

E certo che serve! A me è capitato di lavorare con un ragazzo forte. Quando è arrivato da me, era uno junior. Dopo un po’ che ci lavoravo, gli ho detto: «Tu puoi essere forte come Pogacar!». Poi magari non diventerà come Tadej, però ci arriva vicino. Aveva un direttore sportivo che lo massacrava, tanto che quando è venuto da me al secondo anno a junior, voleva mollare. Un direttore sportivo all’antica, di quelli che più vedono il talento e le possibilità e più li massacrano.

Pogacar è un amante del lavoro meticoloso, ma non rinuncia a un modo di essere spontaneo: il dono della borraccia ai bambini è il manifesto della sua semplicità
Pogacar è un amante del lavoro meticoloso, ma non rinuncia a un modo di essere spontaneo: il dono della borraccia ai bambini è il manifesto della sua semplicità
Come dire che l’ossessione, questa volta negativa, arriva dall’esterno?

Esatto, certi ragionamenti ti fanno entrare in un meccanismo negativo e lui stava per mollare. Quest’anno è passato professionista e ha già vinto due o tre gare. E’ già arrivato e ha fatto dei bellissimi risultati. Sì, accanto a questi ragazzi ci vorrebbero delle persone con una formazione adeguata. I direttori sportivi e anche altre persone intorno.

Capita spesso nel suo lavoro di incontrare atleti che abbiano questa forma di dedizione assoluta?

Capita, certo. Chi si rivolge a me ha la fortuna di potersi dedicare alla sua passione e di poterla trasformare in una professione, perlomeno per un certo periodo di tempo. Il coaching è un lavoro che si somma a quello che già deve fare, perché io ti do degli allenamenti mentali, delle schede da completare. Però non si chiama ossessione, vedo più un termine americano come hustle, cioè lavorare duramente per raggiungere i propri obiettivi. Ossessione invece è una parola che consuma. So da persone a lui vicine, che Sinner ha questa idea, ma per lui l’ossessione ha un significato positivo. Anche lui come Pogacar, è uno che si diverte molto, che si diverte tantissimo. 

Tadej Pogacar, Alpe Huez 2026

Pogacar, presa l’Alpe d’Huez. Ecco il trionfo che mancava

24.07.2026
6 min
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ALPE D’HUEZ (Francia) – L’impresa è fatta. Tutti l’aspettavano. In molti la volevano e Tadej Pogacar non ha mancato l’appuntamento con la storia del Tour de France. Era nell’aria. In questi giorni la battuta che circolava di più tra i bus era: «Venerdì è prenotata». Lo si diceva parlando delle possibili fughe.

Con questo successo Pogacar mette a segno la vittoria numero 26 al Tour de France e allunga su Remco Evenepoel. Adesso la Grande Boucle è saldamente nelle sue mani. Non che già non lo fosse, ma ora i sigilli sembrano davvero essersi saldati.

Tadej Pogacar, Alpe Huez 2026
Tadej Pogacar vince sull’Alpe d’Huez. E’ uno dei pochi traguardi di prestigio che gli mancava in bacheca
Tadej Pogacar, Alpe Huez 2026
Tadej Pogacar vince sull’Alpe d’Huez. E’ uno dei pochi traguardi di prestigio che gli mancava in bacheca

L’impresa del campione

Pogacar scatta quando mancano 12 chilometri all’arrivo. Voleva l’impresa sul traguardo più prestigioso. Ci tornano in mente le parole di Gianmarco Tamberi agli Europei dello scorso anno, quando a Roma, già sicuro dell’oro nel salto in alto, continuò a saltare: «Era un Europeo, non potevo vincere con una misurina, per di più davanti a questo pubblico». Roba da grandi. Roba da campioni.

Dunque non poteva essere uno scatto secco nel finale quello di Pogacar.

E non poteva esserlo semplicemente perché davanti c’erano fuggitivi di altissimo livello e con un enorme vantaggio: circa tre minuti e mezzo. Così, senza gregari, il campione del mondo decide di fare da solo.

«Oggi pensavo solo a fare una buona corsa – ha iniziato a raccontare Tadej – I ragazzi ci tenevano, la squadra ci teneva. Anche oggi sono stati eccezionali. Per noi non è stato facile, perché Brandon McNulty non c’era. Tim Wellens stava male. Così Politt e soprattutto Grosschartner sono stati eccezionali. Hanno fatto un lavoro extra che di solito fanno altri. Anche Adam Yates è stato grandissimo. Il giorno della crono è stato davvero male, ma non ha voluto mollare. Da ieri mi diceva di stare bene e oggi si è visto. Il suo aiuto in salita è stato importante soprattutto a livello mentale. Questo successo è tutto per loro».

Alcune tattiche come quelle della Lidl-Trek hanno giocato a favore della UAE Emirates
Alcune tattiche come quelle della Lidl-Trek hanno giocato a favore della UAE Emirates
Alcune tattiche come quelle della Lidl-Trek hanno giocato a favore della UAE Emirates
Alcune tattiche come quelle della Lidl-Trek hanno giocato a favore della UAE Emirates

Ma le tattiche?

Sui 21 tornanti dell’Alpe Pogacar vola. Dal prossimo anno ci sarà anche il suo nome inciso su uno di loro. Arriva stanco, alza le braccia al cielo. Eppure il brivido non è mancato. Perché Richard Carapaz, Sepp Kuss e Lenny Martinez salivano forte. E forse anche perché Pogacar inizia a essere stanco. E’ umano! Chissà che, se non si fossero scattati in faccia, non sarebbero riusciti a rientrare.

Questa parentesi tattica, tra l’altro, ne apre un’altra. Ma come hanno corso oggi le altre squadre? Lo hanno davvero portato in carrozza, come ha detto qualcuno anche in sala stampa? Oppure è stato un concatenarsi di eventi favorevoli per la UAE Emirates?

A un certo punto la fuga aveva oltre quattro minuti e mezzo di vantaggio. E in una tappa così breve non sono pochi. Chi è davanti, nel finale, cala meno. La Lidl-Trek prima ha tirato per Pedersen, mettendosi al sicuro il traguardo volante, ma al tempo stesso inguaiando Ayuso. Poi, una volta raggiunto l’obiettivo, ha fatto il contrario: ha tirato dietro per riportare sotto Ayuso.

Nel frattempo anche la Q36.5 Pro, spaventata dal vantaggio di Martinez su Pidcock, si era messa a tirare. Morale della favola: Pogacar e gli altri si sono presentati all’imbocco della salita con circa tre minuti e mezzo di ritardo. Un bel minuto rosicchiato, che col senno di poi è risultato decisivo. Pogacar ha vinto con appena 6 secondi su Martinez.

Infine, ma questa è una considerazione maliziosa: come si spiega quella trenata mostruosa di Mads Pedersen all’imbocco dell’Alpe con Juan Ayuso che, guarda caso, è stato il primo ad andare in crisi? Che tra i due non corra buon feeling? Anche questo, comunque, indirettamente ha giocato a favore di Pogacar.

Richard Carapaz, terzo sul traguardo, sfila la maglia a pois a Paret-Peintre crollato all'improvviso sul Col d'Ornon. Ora guida con un punto di vantaggio proprio su Pogacar. Ma tutto è aperto, domani ci sono in ballo 65 punti
Richard Carapaz sfila la maglia a pois a Paret-Peintre crollato sull’Ornon. Ora guida con un punto su Pogacar. Ma tutto è aperto, domani ci sono in ballo 65 punti
Richard Carapaz, terzo sul traguardo, sfila la maglia a pois a Paret-Peintre crollato all'improvviso sul Col d'Ornon. Ora guida con un punto di vantaggio proprio su Pogacar. Ma tutto è aperto, domani ci sono in ballo 65 punti
Richard Carapaz sfila la maglia a pois a Paret-Peintre crollato sull’Ornon. Ora guida con un punto su Pogacar. Ma tutto è aperto, domani ci sono in ballo 65 punti

Una vittoria diversa

Questa, però, è una vittoria diversa. E proprio mentre proseguono le interviste del dopo tappa inizia a capirlo, per sua stessa ammissione, lo stesso Pogacar.

«Mi hanno detto – riprende Pogacar – che Martin e Hauptman in macchina piangevano. Non capivo. Sarà che io piango così raramente. Poi tutti voi giornalisti mi avete chiesto se questa vittoria fosse diversa, che peso avesse… Alla fine deve essere così. Mi state facendo rendere conto che è più importante delle precedenti. Ripeto: io volevo fare soltanto una buona corsa, come sempre».

Questo suo non rendersi conto, questo essere, tra virgolette, distaccato, probabilmente è anche la sua forza. Non lo porta ad arrovellarsi su aspetti che, in qualche modo, sono marginali e gli fa risparmiare preziose energie nervose.

In questa impresa Pogacar batte anche Marco Pantani. Migliora il tempo del Pirata di quasi un minuto e mezzo. Il nuovo record di scalata dell’Alpe d’Huez è di 35 minuti e 27 secondi. I record sono fatti per essere battuti e, alla fine, ben venga che a scalzare un Dio del pedale, soprattutto in salita, sia stato un altro campione altrettanto formidabile.

«Sinceramente – va avanti lo sloveno – non sapevo del record di Pantani. Me lo hanno detto dopo l’arrivo e ne sono contento. Soprattutto in questa ultima settimana ho cercato di staccarmi da internet e dai dati del computerino per cui non ho mai fatto paragoni. Dopo 31 anni è anche giusto che un record cada. Pensavo solo a spingere.

«Anche perché non era chiaro se e quando li avrei ripresi. Ai cinque chilometri pensavo di prenderli prima dell’ultimo tornante. Poi nel finale. Poi ancora, quando sono arrivate le transenne e li ho visti, ho notato che si guardavano. Lì ho pensato che sì, poteva essere un vantaggio per me, ma anche che potessero avere più energie. E io non volevo arrivare allo sprint. Così ho dato tutto. Ma credo fossimo davvero tutti al limite».

La forza di Pogacar: ha battuto il record di Pantani e riallungato su Remco che ora è a 7'11"
La forza di Pogacar: ha battuto il record di Pantani che resisteva da 31 anni e ha riallungato su Remco, che ora è a 7’11”
La forza di Pogacar: ha battuto il record di Pantani e riallungato su Remco che ora è a 7'11"
La forza di Pogacar: ha battuto il record di Pantani che resisteva da 31 anni e ha riallungato su Remco, che ora è a 7’11”

Trentaquattro sorpassi

Ma la cosa più incredibile è che la storia, a volte, crea analogie incredibili. I famosi corsi e ricorsi storici. La cosa più romantica, almeno a nostro avviso e che vivemmo le imprese di Pantani con i sentimenti della piena adolescenza, non è tanto il record di Pantani. Quanto il modo di affrontare le salite. E quello che succedeva ogni volta quasi magicamente quando il Pirata attaccava.

Quando Marco stabilì la sua prima impresa sull’Alpe d’Huez, superò moltissimi corridori. In quell’occasione non vinse. Davanti, guarda caso come oggi, c’era una fuga. Ma quel giorno in quella furiosa ed entusiasmante rimonta fu celebre il gesto di Ronan Pensec, che allargò le braccia per l’incredulità nel vedere quanto il romagnolo andasse forte nel momento in cui lo sorpassò.

Ebbene, oggi Pogacar ha sorpassato 34 corridori, escludendo quelli del gruppo dal quale era partito. Una rimonta del genere entusiasma. Ed entusiasma anche la mente di chi la sta facendo. Anche se ti chiami Tadej Pogacar e sei abituato alla vittoria.

«In effetti – ha concluso Pogacar – è stato molto bello. Qualcuno mi lanciava un sorrisetto, altri provavano a tenere la ruota, qualcuno mi incitava, chi mi affiancava spalla a spalla e mi diceva qualcosa. Tejada mi ha fatto anche una battuta. Quando sorpassi qualcuno è sempre molto stimolante. Ed è stato un aiuto nella mia rincorsa.

«In qualche caso però, con tutta questa gente, non è stato facile effettuare i sorpassi e tenere tutto sotto controllo. C’era un’atmosfera incredibile. Sì, vincere qui è stata davvero una follia».

Remco Evenepoel, crono Thono les Bains

Remco batte ancora Pogacar. La terza settimana si apre così…

21.07.2026
7 min
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THONON-LES-BAINS (Francia) – «Io credo che sarà più una crono per Remco. Diciamo 55 Remco e 45 Tadej», sono le parole a caldo di Antonio Tiberi. Il corridore della Bahrain-Victorious ha scambiato qualche battuta con noi appena terminata la sua prova. E di cronometro lui se ne intende. «Dico così perché la salita iniziale non è troppo dura e già lì Remco può far valere le sue doti aerodinamiche. Può spingere forte. E lo stesso nel finale. Forse la discesa è un po’ tecnica e lì Pogacar potrebbe riprendergli qualcosa, ma bisogna vedere quanto anche lui rischierà».

In pratica Tiberi aveva previsto tutto. Tutto per filo e per segno. Remco Evenepoel ha vinto la cronometro individuale di questo Tour de France bissando il successo di domenica. E Tadej Pogacar è arrivato secondo, perdendo la maggior parte del terreno proprio nella parte pianeggiante conclusiva.

Pogacar ha spinto forte in salita, ma non è bastato per restare attaccato a Remco
Pogacar ha spinto forte in salita, ma non è bastato per restare attaccato a Remco
Pogacar ha spinto forte in salita, ma non è bastato per restare attaccato a Remco
Pogacar ha spinto forte in salita, ma non è bastato per restare attaccato a Remco

Pogacar non ride

Partiamo dalla maglia gialla. Pogacar è incredibile. Può dire ciò che vuole, ma alla fine parla soprattutto con le espressioni. E oggi aver perso da Remco un po’ gli brucia. Ma forse il bello di questo campione è proprio questa fame. Tutto sommato, però, il risultato era prevedibile.

«Certo che ci aspettavamo una giornata così – spiega Mauro Gianetti, team manager della UAE Emiratessapevamo chi è Remco e quanto forte vada a cronometro. Le nostre indicazioni erano soprattutto rivolte a non rischiare troppo in discesa. Abbiamo visto cosa è successo a Vingegaard. E infatti Tadej ha rischiato il giusto. L’unico problema c’è stato nella curva dove è caduto Lipowitz. C’era questo tombino in piena traiettoria che faceva sobbalzare la bici».

Tadej in conferenza stampa appare stanco. Spesso si strofina il viso con le mani. I ritmi di una giornata dedicata a una cronometro sono del tutto diversi rispetto a quelli di una tappa in linea. E lasciano il segno. Alla fine ci si sveglia presto e si conclude molto tardi. Nel mezzo ci sono prove del percorso, riscaldamento, defaticamento, massaggi, alimentazione, interviste… A volte si sottovaluta lo stress a cui sono sottoposti questi ragazzi, soprattutto i leader.

Pogacar: «Alla fine considero questa una buona giornata, anche se sono rimasto un po’ deluso per aver perso quindici secondi da Remco in cima alla salita». Ancora una volta emerge la fame dello sloveno. «Ma ho corso contro il campione del mondo e d’Europa a cronometro. Uno dei più forti di sempre in questa disciplina. Personalmente non ho rischiato troppo dopo il GPM. Ma anche io, nella curva dove è caduto Lipowitz, me la sono vista brutta. Purtroppo durante la ricognizione non sono riuscito a valutare bene quella svolta perché davanti a me c’erano alcune auto dell’organizzazione».

Poi, a chi gli chiede se senza Vingegaard siano diminuite le sue motivazioni, Tadej replica così: «No, Remco è un grande corridore. Non ti puoi rilassare. Questi successi gli danno ancora più fiducia ed è il più grande specialista delle cronometro. Oggi avevo delle buone gambe, ma lui è stato più forte. Più veloce. C’è poco da dire. Io lotto sempre per vincere. Anche oggi avrei voluto farlo, ma credo che Remco sia stato semplicemente più rapido. Cercherò di vincere ancora una tappa».

Che bello vedere Mattia Cattaneo sulla hot seat. Il lombardo è rimasto a lungo in prima posizione. Alla fine ha chiuso al sesto posto (foto Instagram)
Che bello vedere Mattia Cattaneo sulla hot seat. Il lombardo è rimasto a lungo in prima posizione. Alla fine ha chiuso al sesto posto (foto Instagram)
Che bello vedere Mattia Cattaneo sulla hot seat. Il lombardo è rimasto a lungo in prima posizione. Alla fine ha chiuso al sesto posto (foto Instagram)
Che bello vedere Mattia Cattaneo sulla hot seat. Il lombardo è rimasto a lungo in prima posizione. Alla fine ha chiuso al sesto posto (foto Instagram)

Cattaneo prima, Remco poi

Che Evenepoel sarebbe andato forte lo avevamo capito fin dal mattino. Regnava un’insolita tranquillità in casa Red Bull-Bora. Avevano già provato il percorso sia alla vigilia sia la mattina stessa, essendo stati tra i pochissimi a riuscire a completare in tempo la ricognizione. Altri team, tra cui quello di Pogacar, invece avevano finito molto più tardi. Il caos dovuto al traffico era incredibile. Anche noi, per percorrere una manciata di chilometri, abbiamo impiegato quasi due ore.

E poi la controprova è arrivata con la prestazione magistrale di Mattia Cattaneo. Ieri il bergamasco ci aveva detto che avrebbe affrontato la cronometro a tutta. Gli avevano lasciato carta bianca e per lungo tempo ha addirittura cullato il sogno della vittoria. «Ho fatto una delle migliori cronometro della mia vita – ha detto Cattaneo – ma adesso lasciatemi godere la hot seat… non so quante volte mi ricapiterà!».

La sua prova è stata una manna anche per Remco. Il pacing ipotizzato, facendo i dovuti calcoli e prendendo Cattaneo come riferimento, era quello giusto. E lo ha confermato anche Patxi Vila, uno dei tecnici della Red Bull-Bora dopo il traguardo. E si è visto immediatamente.

Remco Evenepoel al traguardo. Assalito dai giornalisti è stato sorridente sin da subito. Per lui si tratta della quarta vittoria di tappa al Tour
Remco Evenepoel al traguardo. Assalito dai giornalisti è stato sorridente sin da subito. Per lui si tratta della quarta vittoria di tappa al Tour
Remco Evenepoel al traguardo. Assalito dai giornalisti è stato sorridente sin da subito. Per lui si tratta della quarta vittoria di tappa al Tour
Remco Evenepoel al traguardo. Assalito dai giornalisti è stato sorridente sin da subito. Per lui si tratta della quarta vittoria di tappa al Tour

Gestione perfetta

Nei primi rilevamenti intermedi Remco è stato subito davanti. E nel finale ne aveva ancora. Sul traguardo è apparso visibilmente più veloce di tutti gli altri.

«Il pacing – ha detto Evenepoel – era perfetto. All’inizio vedevo i watt e mi sono detto che stavo andando troppo forte, che dovevo calmarmi. Ho una bici nuova, quella con cui avevo corso anche la prima tappa. Le gambe, la testa, tutto funzionava alla perfezione. Sono veramente felice di questa mia seconda vittoria. Ho cercato di andare al massimo fino in cima alla salita. Poi, in discesa, soprattutto negli ultimi due chilometri, ho cercato di recuperare un po’, anche perché erano molto tecnici e pericolosi. L’asfalto era davvero scivoloso. E infatti, purtroppo, abbiamo perso Lipowitz, cosa che mi dispiace moltissimo, anche in vista delle tappe di montagna. Lui è uno dei migliori scalatori al mondo.

«Tornando alla gestione della cronometro, nel finale ho spinto il più possibile. Sono stato molto attento a seguire le indicazioni che mi arrivavano dall’ammiraglia. Mi avvisavano soprattutto delle curve».

Remco aveva provato e riprovato questa cronometro già un mese fa. Di nuovo, come domenica scorsa, la conoscenza minuziosa del percorso si è rivelata un fattore determinante. Un altro aspetto da non sottovalutare per il belga è stato quello tecnico.

Già tra i bus, al mattino, si parlava di come la Specialized Shiv potesse essere particolarmente adatta a questo tracciato, sia per la salita, visto che è una delle bici da cronometro più leggere, sia per la parte tecnica. La bici di Remco, così compatta, è anche estremamente guidabile. «Devo dire che in discesa ho avuto un grande feeling, ma anche nel resto della cronometro. Il lavoro sui materiali è stato ottimale», ha aggiunto l’iridato a crono.

Remco Evenepoel, crono Thono les Bains
Remco è stato subito veloce. La posizione compatta lo ha avvantaggiato anche nel tratto in salita
Remco Evenepoel, crono Thono les Bains
Remco è stato subito veloce. La posizione compatta lo ha avvantaggiato anche nel tratto in salita

Terza settimana, a noi

Questa doppia vittoria di Remco ci proietta con un po’ di verve in più verso il cuore della terza settimana. Ora Evenepoel è a circa quattro minuti e mezzo da Pogacar. Per carità, non vogliamo dire che il Tour sia riaperto, però lo stesso Pogacar ha ammesso che un Evenepoel in fiducia rappresenta una spina nel fianco.

«Remco è un corridore che assolutamente va tenuto sotto controllo – va avanti Gianetti – parliamo di un grandissimo campione. Ha vinto una Vuelta, stava per vincere un Giro d’Italia se il Covid non lo avesse fermato ed è già salito sul podio del Tour de France. E poi sapevamo che sarebbe cresciuto. Basarsi sui dati dell’UAE Tour o del Catalunya sarebbe stato fuorviante».

«Ho un buon vantaggio, ma nulla è ancora deciso – ha concluso Pogacar – anche oggi abbiamo visto cosa può succedere durante una gara». L’attenzione in casa UAE è dunque al massimo.

Sul fronte del podio, invece, dopo queste due vittorie Evenepoel sembra aver creato un piccolo punto di rottura nei confronti degli avversari, Seixas e Del Toro in particolare, visto che Lipowitz si è ritirato e Ayuso oggi ha pagato un dazio importante.

«Due vittorie consecutive? Era da tanto tempo che non pedalavo a questo livello – ha detto Remco – Pogacar ha sempre realizzato prestazioni incredibili e lo ha fatto anche in questo Tour. In salita è il più forte. E’ un corridore che rispetto moltissimo, il più grande, ed è un onore correre contro di lui. Il distacco è ancora ampio, ma cercherò di dare il massimo.

«Io però adesso sono sereno. Stamattina mi sono svegliato pieno di energie. Entro nella terza settimana con uno spirito molto positivo. Era davvero tanto tempo che non pedalavo a questo livello. Adesso bisogna consolidare quanto fatto, restare calmi e mantenere la mente lucida per quello che ci aspetta».

Plateau de Solaison Remco Evenepoel

La gioia di Remco, il dolore di Vingegaard, che ci credeva…

20.07.2026
7 min
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PLATEAU DE SOLAISON (Francia) – Una curva verso destra, uno spartitraffico che di certo non è messo bene e la ruota anteriore che perde aderenza e parte per la tangente. Quella ruota è di Jonas Vingegaard, che finisce sul marciapiede. Il verdetto, anche se non ufficiale, è subito chiaro. La caduta è seria e la clavicola è rotta.

A circa 20 chilometri dal termine della quindicesima tappa del Tour de France la corsa viene così ridisegnata. Se non altro per la lotta al podio e per gli equilibri tattici. Le conseguenze del ritiro del danese emergono appena otto chilometri più tardi. La Red Bull-Bora prende in mano la situazione. E Remco Evenepoel va addirittura a vincere la tappa.

Uno screenshot del ritiro di Vingegaard. L'abbandono è stato troppo veloce per poter sperare che non si trattasse di una frattura
Uno screenshot del ritiro di Vingegaard. L’abbandono è stato troppo veloce per poter sperare che non si trattasse di una frattura
Tour de France 2026, Jonas Vingegaard, Visma Lease a Bike, ritiro, Tappa 15 (screenshot RAI)
Uno screenshot del ritiro di Vingegaard. L’abbandono è stato troppo veloce per poter sperare che non si trattasse di una frattura

Benzina sul fuoco

Succede di tutto. Proprio nel giorno in cui la UAE Emirates sembrava aver lasciato spazio alla fuga. Alla partenza, Tobias Johannessen aveva chiesto a Tadej Pogacar se fosse un buon giorno per andare all’attacco, ma Tadej gli aveva risposto di no. Invece era stata la Visma Lease a Bike a imporre un ritmo elevatissimo in favore di Vingegaard.

Già la giornata del danese non era iniziata nel migliore dei modi. Un controllo antidoping notturno gli aveva interrotto il sonno nel cuore della notte, alle due. Leggermente meglio era andata a Pogacar, svegliato invece alle cinque. «Poi non sono più riuscito ad addormentarmi. Ho preparato il caffè e ho ascoltato Eminem», aveva detto lo sloveno.

Nel dopo tappa Pogacar, apparso sinceramente dispiaciuto per il ritiro di Vingegaard, non ha certo smorzato le polemiche. Anzi… «Pensavo proprio al controllo antidoping che abbiamo avuto questa mattina. Nel caso di Jonas addirittura alle due di notte. Anche questo potrebbe aver influito. Dopo una notte insonne, si può essere meno lucidi in discesa. Potrebbe esserci un collegamento, ma non posso saperlo».

Edoardo Affini sin qui aveva scortato alla grande, come sempre, il suo capitano Vingegaard
Edoardo Affini sin qui aveva scortato alla grande, come sempre, il suo capitano Vingegaard
Edoardo Affini sin qui aveva scortato alla grande, come sempre, il suo capitano Vingegaard
Edoardo Affini sin qui aveva scortato alla grande, come sempre, il suo capitano Vingegaard

Il racconto di Affini

E in casa Visma? Gli animi di questa serata non sono certo dei migliori. «E’ una bella botta – racconta con un sospiro Edoardo Affini – perdere il capitano e il leader così. Fa male a noi che abbiamo tirato fino alla sfinimento e in un attimo ti ritrovi senza capitano e credo faccia male anche al Tour e allo spettacolo. Ed è un peccato, perché Jonas ci credeva ancora. Non era rassegnato e anche oggi ha provato a fare la corsa. Come avete visto avevamo preso in mano la situazione.

«E anche noi eravamo contenti di farlo, anche per cercare di fargli sentire che c’eravamo. Che gli eravamo vicini in questa lotta. Che poi sì, poteva essere per il secondo, il sesto o il quarto posto… ma la sfida con Tadej ha sempre il suo fascino, la sua storia. Alla fine parliamo di un corridore che ha vinto il Tour, che vince i Grandi Giri».

Affini racconta anche come ha saputo del ritiro di Vingegaard. Lui aveva già esaurito il proprio compito ed era rimasto nelle retrovie. Via radio aveva sentito della caduta del capitano.

«All’inizio quando ho sentito: caduta di Vingegaard, ho pensato e sperato che fosse una scivolata. Poi per un po’ ho perso il contatto radio. Quando ho ritrovato la seconda ammiraglia mi sono accostato, ho chiesto informazioni e mi hanno detto che era salito in ambulanza a causa della frattura della clavicola. E lì… cosa altro aggiungere?».

La serata nell’hotel della Visma non è certo delle più serene. Ma in qualche modo si va e si deve andare avanti. The show must go on, diceva qualcuno. E Vingegaard sembra proprio colui che più di altri abbia fatto suo questo refrain.

«Jonas – prosegue Affini – è qui con noi in hotel. Credo che rientrerà domani per poi farsi operare, come gli hanno detto. In qualche modo è lui che cerca di consolare noi, che prova a tenere alto il morale. Anche in questo è un leader. Fisicamente, tra virgolette, Vingegaard è okay: alla fine è solo la clavicola e non c’è altro…».

Durante la salita finale la Visma si è raccolta sconsolata senza Vingegaard
Senza più Vingegaard la Visma si è ritrovata sconsolata lungo la scalata finale
Senza più Vingegaard la Visma si è ritrovata sconsolata lungo la scalata finale
Senza più Vingegaard la Visma si è ritrovata sconsolata lungo la scalata finale

Nuovi scenari

Certo è che questo ritiro sconvolge il Tour de France. Vingegaard, pur da lontano, appariva come l’unico in grado di opporsi a Pogacar. Se non altro per personalità e palmares. Era lui a tenere alta la tensione, sia per la maglia gialla sia per la lotta al podio. Ma soprattutto, con il danese in gara, le gerarchie erano chiare.

Adesso, invece, è tutto da scoprire. La Red Bull-Bora oggi ha lanciato un segnale forte e, forse, ha anche definito le proprie gerarchie interne. Paul Seixas inizia a scricchiolare. Allo stesso tempo sarà interessante capire come correrà ora la UAE. E’ chiaro che l’obiettivo sarà portare Isaac Del Toro sul podio e, possibilmente, anche alla conquista della maglia bianca.

Bruno Armirail, intervistato da Rtbf, ha ricostruito così l’incidente: «Stavamo seguendo la moto e credo che abbia impostato una traiettoria sbagliata. Tre o quattro di noi sono riusciti a passare, ma chi arrivava dietro non ce l’ha fatta. E’ davvero un peccato, perché Jonas oggi sembrava stare molto bene. Adesso dovremo assorbire il colpo, recuperare da una giornata così difficile e poi capire cosa potremo fare come squadra. Quella curva non sembrava particolarmente insidiosa, ma la moto ci ha indotti in errore aggirando lo spartitraffico. Probabilmente non era la traiettoria migliore. E’ difficile da accettare, ma è andata così».

In casa Visma, ora, il leader della classifica sembra essere proprio il nostro Davide Piganzoli. Ma, in realtà, c’è ben poco da aggiungere. Lo ha riassunto perfettamente Matteo Jorgenson: «Non abbiamo un piano B. Eravamo tutti qui per Jonas Vingegaard. E’ un vero peccato, perché oggi stava davvero bene».

Il piano B non c’è, ma è chiaro che ora i gialloneri si dirotteranno sulle tappe. Si proverà a fare qualcosa anche per Piganzoli? «Beh – replica Affini – non è che ci siano molte opzioni. Dei sette che siamo rimasti, vedendo anche le tappe che mancano, se Piga azzecca la giornata giusta, è quello che può fare qualcosa e magari anche risalire un po’ in classifica. Ma queste sono idee mie. Credo che inizieremo a parlarne da domani».

Evenepoel commosso dopo il traguardo. Ora, con la crono di martedì e senza più Vingegaard il podio è una realtà concreta
Evenepoel commosso dopo il traguardo. Ora, con la crono di martedì e senza più Vingegaard il podio è un obiettivo concreto per lui
Evenepoel commosso dopo il traguardo. Ora, con la crono di martedì e senza più Vingegaard il podio è una realtà concreta
Evenepoel commosso dopo il traguardo. Ora, con la crono di martedì e senza più Vingegaard il podio è un obiettivo concreto per lui

«Non è finita»

La classifica dice che Remco Evenepoel insegue Tadej Pogacar a cinque minuti esatti. Un margine che sembra rassicurante, ma guarda caso martedì c’è la cronometro, terreno sul quale il belga parte con i favori del pronostico rispetto allo sloveno.

Non solo. Arriva dopo il giorno di riposo, una condizione che spesso premia gli specialisti, e Remco ci arriva con il morale alle stelle dopo il successo odierno. Lo stesso Pogacar ha ammesso che, quando Evenepoel è in fiducia, rappresenta un avversario estremamente scomodo e si aspetta una terza settimana che, se non sarà pericolosa, sarà comunque ricca di insidie.

Evenepoel, dal canto suo, era visibilmente emozionato al traguardo. In fin dei conti ha messo dietro i due leader della UAE. «E’ incredibile – ha raccontato – sto ancora tremando per l’emozione. All’inizio della tappa non avevo sensazioni particolarmente buone, ma con il passare dei chilometri le gambe hanno iniziato a rispondere. Sapevo di potermela giocare allo sprint, soprattutto dopo il grande lavoro fatto da Pogacar.

«Bisogna rendersi conto che sto correndo contro colui che considero il miglior corridore di sempre. Ha imposto un ritmo incredibile in salita nel tentativo di lanciare Isaac Del Toro. Per me riuscire a tenere quella velocità rappresenta un enorme passo avanti. Per tanto tempo mi è stato detto che non sarei mai riuscito a sopravvivere su salite di questo tipo. Per questo questa vittoria significa davvero tantissimo».

Remco era davvero felice, quasi commosso. Ma lesue parole ci dicono anche come la conoscenza delle salite sia determinante… anche nell’era dei dati e di VeloViewer. Sembrava essersi liberato di un peso.

«Pensavo che Isaac avesse ormai finito gli attacchi, invece ha rilanciato ancora nel tratto più duro. E’ stato uno scatto molto forte. Poi ci ha riprovato a circa 250 metri dall’arrivo e, paradossalmente, è stato perfetto per lanciare il mio sprint. Da lì in poi ho dato tutto fino al traguardo. Questa salita l’ho provata forse una ventina di volte durante il ritiro a Combloux e riuscire a conquistarla in gara rende tutto ancora più speciale.

«Adesso spero di recuperare bene nel giorno di riposo e di vivere un’altra grande giornata nella cronometro di martedì. Proverò ancora a vincere. Sono felice di aver ritrovato le mie gambe migliori in questo Tour. Resto comunque consapevole che battere corridori come Pogacar o Vingegaard su arrivi di questo tipo resta molto difficile. E mi dispiace davvero per il ritiro di Jonas. Questa è la prima tappa di montagna che vinco restando con il gruppo dei migliori e penso che dimostri i progressi che ho fatto».

Poi ha chiuso con una frase che sa di avvertimento, che è da campione con la C maiuscola qual è lui: «Non è finita».

Remco Evenepoel, Florian Lipowitz, Red Bull-BORA-hansgrohe, Tour de France 2026, Tappa 14

Evenepoel, Lipowitz e la corsa al podio della Grande Boucle

19.07.2026
5 min
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Il copione in salita sembra procedere con la trama che è stata disegnata da inizio Tour de France, davanti a tutti si presenta Tadej Pogacar, a distanza di secondi o di minuti il resto del gruppo. Lo scenario è sempre lo stesso anche per Remco Evenepoel e per Florian Lipowitz, i due capitani della Red Bull-BORA-hansgrohe. Con il belga che perde qualche metro dal gruppetto degli scalatori, contiene i danni e quando la strada glielo permette spinge e rientra.

Anche ieri a Le Markstein le cose sono andate nella stessa maniera, con Evenepoel che paga dazio in salita ma senza naufragare. Una volta scollinato al GPM del Col du Haag il belga si è trovato insieme al compagno Florian Lipowitz e Juan Ayuso. 

La corsa al podio della Red Bull-BORA-hansgrohe si gioca tutta sul filo dei secondi e della capacità di resistere e soffrire dei suoi due capitani. Al momento Remco Evenepoel si trova al terzo posto, a 5’ 04” con quaranta secondi di vantaggio su Lipowitz che occupa il sesto posto

Un nuovo Evenepeol

La battaglia per il terzo posto è aperta, con uno spiraglio anche sull’altro gradino del podio, visto che al momento Jonas Vingegaard non sembra aver trovato il modo di affermarsi come seconda forza di questo Tour de France

In questa Grande Boucle c’è anche Domenico Pozzovivo come commentatore tecnico, a lui ci siamo rivolti per guardare alle dinamiche di un Tour ancora aperto, almeno per le posizioni d’onore e più precisamente sulla Red Bull-BORA. 

«Il Tour di Evenepoel è sicuramente di buon livello», analizza Pozzovivo mentre aspetta che il traffico si sblocchi e gli permetta di raggiungere il Lago di Ginevra. «Caratterialmente non lo scopriamo di certo oggi, è un atleta molto esigente e si vede che ha lavorato tanto in salita ed è migliorato notevolmente rispetto a inizio stagione. Non è più così inferiore a Vingegaard e Lipowitz».

Si trova a gestire situazioni non semplici…

Perde in salita dagli avversari, principalmente da Pogacar, Vingegaard e Del Toro, ma non accumula grande ritardo. Tanto che riesce sempre a rientrare ed arginare i danni. Ieri, ad esempio, è scollinato con venti secondi da Vingegaard, Del Toro e Seixas ma nel falsopiano è rientrato

Un segnale che sembra esserci qualcosa in più?

E’ positivo, il principale scoglio per Evenepoel sarà l’ultima tappa della terza settimana. Una frazione con un profilo davvero esigente. Credo, inoltre, che quel qualcosa in più che il belga riesce a dare è anche frutto del fatto di essere sempre lì. Non perde dal suo compagno di squadra, anzi al momento gli è davanti. 

Rispetto allo scorso anno lo vedi più solido mentalmente?

Ha rimodellato le aspettative che aveva su di sé. Anche oggi sono rientrati praticamente grazie a lui. La gamba che ha in quei settori è un fattore che gioca a suo favore, così come lo è la cronometro che ci sarà martedì. Domani potrebbe perdere qualcosa, ma la crono gli è favorevole. Inoltre si arriva dal giorno di riposo, altro fattore che giocherà a suo favore. 

Florian Lipowitz, Red Bull-BORA-hansgrohe, Tour de France 2026, Tappa 14, Col du Haag
Lipowitz continua con il suo Tour de France solido, al momento è sesto in classifica a 5′ 44″ da Pogacar e 40″ dal podio
Florian Lipowitz, Red Bull-BORA-hansgrohe, Tour de France 2026, Tappa 14, Col du Haag
Lipowitz continua con il suo Tour de France solido, al momento è sesto in classifica a 5′ 44″ da Pogacar e 40″ dal podio
Al fianco di Evenepoel c’è un ottimo Lipowitz…

Sta facendo un ottimo Tour anche il tedesco, soprattutto perché è quello della conferma, quindi ben più difficile per tante dinamiche: non ultima le maggiori aspettative e la pressione che arriva da fuori. 

Inoltre si trova a correre con Evenepoel, che ha un carattere non facile.

Lipowitz è il miglior compagno di squadra da avere accanto ad Evenepoel in queste situazioni. Mi sembra uno che si fa scivolare le cose. Ognuno fa la sua corsa, senza guardare troppo all’altro.

Non è un fattore negativo?

Nella tappa del Tourmalet lo è stato, perché in quell’occasione Lipowitz è andato un po’ a risparmio. Atteggiamento che ci può anche stare nella sesta tappa di un giro a tappe che ne prevede ventuno. Chiaro che se dovesse presentarsi una situazione del genere non sarebbe possibile per Lipowitz correre allo stesso modo. 

Isaac Del Toro, Paul Seixas, Red Bull-BORA-hansgrohe, Tour de France 2026, Tappa 14, Col du Haag
Isaac Del Toro e Paul Seixas saranno due clienti scomodi per la lotta al podio
Isaac Del Toro, Paul Seixas, Red Bull-BORA-hansgrohe, Tour de France 2026, Tappa 14, Col du Haag
Isaac Del Toro e Paul Seixas saranno due clienti scomodi per la lotta al podio
Situazione che si crea perché in salita Lipowitz, potenzialmente, è più forte?

A mio avviso hanno carta bianca di correre seguendo ognuno la sua migliore opzione, non si chiedono di certo come stanno mentre sono in salita. Anche perché al momento Evenepoel si è staccato quando si è mosso Lipowitz. 

Aspetto delicato…

In squadra sicuramente ne hanno parlato, è normale attaccare e allungare. Ieri Lipowitz lo ha fatto per vedere la reazione degli altri avversari per il podio, ma poi quando ti muovi devi portare a casa qualcosa. Ma questo fa parte del gioco del Tour de France e del ciclismo di alto livello, non sai mai cosa trovi nelle gambe degli avversari. 

La gara aperta per il secondo e terzo posto del podio?

Vedo Vingegaard avvantaggiato per la posizione d’onore, anche perché è un corridore solido che non ha avuto cali nella terza settimana. Per il terzo posto, invece, c’è da vedere cosa succede nella cronometro.