«Ognuno di noi ha il suo stress personale. Io per confermare la maglia, gli altri per cercare di vincerla. Quando stamattina mi sono svegliato, ho capito che avevo il sogno di vincere e quando ho tagliato il traguardo, ho pensato che il sogno si era avverato. Ma non è stato facile. Non è mai facile…».
Ha impostato la crono prevedendo di crescere nel finale: tattica vincenteHa impostato la crono prevedendo di crescere nel finale: tattica vincente
Sinfonia azzurra
Le sei di un pomeriggio che non dimenticheremo tanto presto. L’apertura dei mondiali di Flanders 2021 parla italiano e lo fa con la potenza del nostro gigante. Ganna ha vinto la maglia iridata della crono con una rimonta strepitosa ai danni di Van Aert. Quasi sette secondi di ritardo al primo intermedio. Meno di un secondo al secondo. Sei secondi di vantaggio sul traguardo. Raramente una sfida a crono ha avuto una tensione così alta, mentre Evenepoel friggeva sulla hot seat, avendo però capito che il suo miglior tempo avesse ormai i minuti contati.
Di colpo sul traguardo i tifosi belgi si sono spenti e adesso Van Aert ed Evenepoel masticano complimenti a denti stretti e raccontano la sconfitta. Ganna no, lui sorride e si fa largo col suo inglese in un mare di sensazioni bellissime. Quando nella grande piazza del podio è risuonato l’Inno di Mameli, il pubblico ha mantenuto il silenzio. E alla fine l’applauso per l’azzurro è stato ugualmente fragoroso: da queste parti i campioni di ciclismo non hanno passaporto. La sala stampa l’hanno ricavata dietro le quinte dell’auditorium cittadino, un enorme salone nel centro di Bruges. E Pippo stasera sembra più alto del solito.
E’ arrivato stremato, questa volta lo stress prima del via era tantoE’ arrivato stremato, questa volta lo stress prima del via era tanto
Sembrava fossi partito piano…
Sono partito piano, come si fa in una crono di 44 chilometri. Volevo evitare di finire subito nella zona rossa. E quando a metà gara ho capito di non averla ancora raggiunta, ho pensato che si poteva combinare qualcosa di buono. Non ero nelle mie condizioni preferite. Non è facile rimanere calmi, non è facile tenermi calmo. Ho avuto nei miei compagni dei grandi motivatori. La squadra, la nazionale, gli allenatori. Vincere davanti a due di loro in questa regione del mondo, che è pazza per il ciclismo, vale doppio.
I tifosi intanto ti dicevano di rallentare…
E allora ho capito che forse stavo chiudendo il gap e mi sono messo a spingere più forte. Ringrazio Wout e Remco per avermi costretto a lavorare più forte. Quando le cose non vanno come vorresti, la motivazione viene dai rivali. Quando ho visto Evenepoel così forte nella corsa di Trento e ho letto delle vittorie di Van Aert in Gran Bretagna, ho pensato che di avere un altro buon motivo per fare una grande prestazione.
Sul podio, in Belgio, fra due belgi: il publbico è stato lo stesso molto sportivoSul podio, in Belgio, fra due belgi: il publbico è stato lo stesso molto sportivo
Si può dire che sia la tua vittoria più bella?
La vittoria dell’anno scorso a Imola è arrivata in modo strano. Dopo il Covid, dopo una stagione assurda. Quest’anno ho scritto su un foglio i miei obiettivi e fra loro c’era anche questa crono. Questo non significa che sia stato facile, non è facile realizzare un sogno. Ma nella mia testa adesso c’è la conferma che Imola non fu per caso e che ho saputo farlo ancora. Imola in qualche modo ha cambiato la storia…
In che senso?
Se non avessi vinto, non sarei mai andato a Tokyo con l’idea di puntare alla crono. Sarei andato solo per la pista, dove abbiamo davvero un bel gruppo. Ma i piani sono cambiati, è arrivato un altro sogno. Ogni corsa fa storia a sé.
Ti dispiace non correre domenica su strada?
Un po’ sì, avrei voluto aiutare Sonny e Matteo, ma non voglio precipitare le cose. Ho tanto da fare e voglio recuperare. C’è gente che dopo le Olimpiadi è andata in vacanza, io non mi sono mai fermato.
Le crono si vincono con i dettagli e nelle curve: 6″ dopo una prova di 43,3 chilometri sono pcohissimiLe crono si vincono con i dettagli e nelle curve: 6″ dopo una prova di 43,3 chilometri sono pcohissimi
Che cosa pensi del fatto che hai vinto davanti a due belgi?
Un po’ mi dispiace per loro e un po’ per i loro tifosi. Oggi ho battuto uno che sa vincere nel cross, in salita, negli sprint e nelle crono, forse il miglior corridore degli ultimi 2-3 anni. Ma l’ho battuto per sei secondi. Vuol dire che sostanzialmente abbiamo fatto la stessa gara e che le crono davvero ormai si decidono per una curva.
Marco Villa suggerisce il cammino perché Parigi 2024 diventi un punto di ripartenza per la pista azzurra. La sua ricetta e i nomi su cui contare. Serve fare sistema
Alla vigilia della Vuelta a San Juan passano sullo stesso palco Remco Evenepoel ed Egan Bernal. Le loro risposte incrociate in un'insolita intervista doppia
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Remco sembra più sereno di qualche minuto fa, quando ha bellamente mandato Colbrelli a quel paese. Tuttavia dei tre del podio, il belga è il solo che non tiene la medaglia al collo. L’ha messa sul tavolo e di tanto in tanto la guarda. Passata la sfuriata, le sue espressioni sono però sempre meno livide e quando risponde alla prima domanda si scioglie in un bel sorriso.
E’ chiaro che in salita si aspettasse un aiuto da Colbrelli, ma sentire Sonny ammettere di essere al limite, lo sta aiutando a farsi una ragione di questo e forse del fatto che l’italiano sia stato anche più astuto di lui.
«Non era facile per Sonny cavarsela in una corsa di scalatori – dice il belga della Deceuninck-Quick Step – ma ha una forma che forse non ha mai avuto prima. Si è proprio meritato la vittoria. Sapevo che nel gruppo dei primi c’era un solo corridore da non portare all’arrivo. Invece quando mi sono voltato, ho visto di avere a ruota proprio lui».
Remco si era presentato in partenza prima degli altri, mettendosi a fare stretchingRemco si era presentato in partenza prima degli altri, mettendosi a fare stretching
Nuovo inizio
Ride, si rilassa. Apre una bottiglietta d’acqua, poi ne prende un’altra. Lucida la medaglia e poi la rimette al collo. Bentornato.
«Posso crederci che Sonny fosse al limite – prosegue – perché ho fatto l’ultima salita davvero forte. Sette minuti a tutto gas. Ma a quel punto la corsa è diventata uno scontro mentale. Quando corri in circuito, riesci a gestirti, sai quanto tenere duro e dove puoi recuperare. Io peso 60 chili, lui forse qualcuno di più, per cui deve aver fatto davvero un grande sforzo per restare agganciato. Certo che mi dispiace non aver vinto, ma sono contento di essere tornato ai miei livelli».
Quando si è voltato e ha visto Colbrelli, ha pensato di avere un problemaQuando si è voltato e ha visto Colbrelli, ha pensato di avere un problema
Nessuna paura
Nell’intervista dopo l’arrivo, Trentin ha raccontato che l’Italia aveva preparato la discesa a tutta dal Bondone proprio per metterlo in difficoltà, facendo intendere di immaginare nelle picchiate veloci un limite dovuto alla paura dopo il Lombardia 2020. Lui ascolta e la prende un po’ come una provocazione. Di fatto però alla fine della picchiata su Trento in terza posizione c’era proprio lui.
«Ora sono molto più rilassato sulla bici – risponde alla domanda se abbia dovuto lavorarci tanto – ho più fiducia in me stesso, sono meno nervoso in gruppo e faccio meno errori stupidi in gara. In squadra ho parecchi compagni in gamba che mi stanno dando ottimi consigli. Anche al Benelux Tour, finché sono stato in gara, mi sono ben difeso. Spero che ora queste domande finiscano, perché capita a tutti una volta nella vita di cadere in discesa. Non diventavo matto quando dicevano che non sono capace di guidare la bici, ma ho capito che il mio problema era non avere fiducia nel corridore che mi precedeva e di conseguenza non ero tranquillo».
Nella conferenza stampa finale, inizialmente ha tenuto un atteggiamento scostante, con i chiari segni della sfuriataNella conferenza stampa finale, inizialmente ha tenuto un atteggiamento scostante, con i chiari segni della sfuriata
Destinazione Louvain
Il discorso si sposta sui mondiali e qui le risposte di Remco diventano persino simpatiche. Colbrelli, gli chiedono, può essere uno dei favoriti?
«Spero di no – ride – altrimenti gli chiederei di darmi la maglia. Comunque con questa condizione può andare bene su ogni percorso. Dal Benelux Tour a un certo punto mi sono ritirato (il belga ha avuto un virus intestinale, ndr) e ho potuto vederlo in televisione. E’ andato forte sulle salite delle Ardenne, i muri del Fiandre e anche in volata. Per i mondiali ci sono 2-3 favoriti e uno ce l’abbiamo noi con Wout Van Aert e noi faremo di tutto per aiutarlo, ma Sonny è fra loro. Spero però che non vinca lui (ride, ndr), altrimenti dal gruppo sparirebbero le bandiere d’Italia e d’Europa».
Poi si alza. Lo aspettano i giornalisti belgi per approfondire qualche discorso e poi sarà tempo di tornare a casa. La sua ragazza, vestita come una Jessica Rabbit in miniatura, lo ha raggiunto al quartier tappa. La sfuriata è alle spalle, ma nel sentire il suo tono con i colleghi fiamminghi viene da pensare che sotto la cenere covi ancora la brace viva.
Koen Pelgrim è il preparatore di Remco Evenepoel e lo sta seguendo dall'inizio della Vuelta. Gli abbiamo chiesto dei miglioramenti in salita e della crono
Preciso come un orologio svizzero, quante volte avremo detto questa frase. Da oggi con il successo di Stefan Kung potremo dire “preciso come un cronoman svizzero”. Il 27enne elvetico ha bissato la medaglia d’oro dell’anno scorso nella prova contro il tempo degli europeibattendo Filippo Ganna (argento per 8”) e Remco Evenepoel (bronzo per 15”) col suo connazionale Stefan Bissegger quarto a 23”. A Trento è andato in scena un tripudio rossocrociato a tutti gli effetti contando anche la vittoria al mattino di Marlen Reusser.
Si dava tutti per scontata la vittoria di Ganna, ma Kung era in agguato. Alla fine è arrivato l’argentoSi dava tutti per scontata la vittoria di Ganna, ma Kung era in agguato. Alla fine è arrivato l’argento
Attesa di Ganna
Tutti ci aspettavamo Ganna, ma a lui non possiamo chiedere e pretendere che vinca ogni cronometro che disputa. Anche perché sa bene che fino a qualche anno fa non era a questi livelli e che adesso c’è un equilibrio maggiore tra gli specialisti. In conferenza stampa analizza con estrema lucidità e tranquillità un risultato che gli ha tuttavia dato una medaglia d’argento e che arriva dopo un oro nel Mixed Relay che sente particolarmente.
«Diciamo – spiega Ganna – che la crono si gioca sui secondi, quindi non è un rammarico. Se dovessi pensare di cedere la maglia di ieri, non sarei io. Sono soddisfatto delle scelte fatte e penso che sia un bel blocco di lavoro in vista della cronometro mondiale. Ora penso a recuperare in vista della prova in linea degli europei dove cercheremo di farci vedere e fare bene. Poi penseremo alla domenica dopo ancora (il 19 settembre si correrà il mondiale crono, ndr), dove ci sarà da vedere cosa salterà fuori, visto che oggi ne mancavano diversi di avversari. La cosa positiva è che siamo tutti lì in pochi secondi, come alla crono delle Olimpiadi. Adesso le piccole cose fanno la differenza e ci sarà da calcolare bene il passo da tenere, le energie con cui arrivare e trovare ogni volta quel secondo in meno rispetto all’avversario».
Mentre l’azzurro parla, Kung lo ascolta, annuisce alle sue considerazioni e con un pizzico di soddisfazione pensa a ciò che ha appena fatto. Lo sentiamo.
Kung era già campione europeo della crono in carica e si è ripreso il titoloKung era già campione europeo della crono in carica e si è ripreso il titolo
Stefan hai bissato la medaglia d’oro dell’anno scorso e forse ha un sapore più dolce, un risultato davvero fantastico.
Sì, è sempre difficile vincere indipendentemente da chi si schiera alla linea di partenza. Oggi c’erano praticamente quasi tutti i più grandi specialisti al mondo, ma ero fiducioso nelle mie possibilità. Mi sentivo di avere una buona forma, soprattutto dopo i buoni risultati al Benelux Tour, dove ho fatto le prove generali per questa gara (Kung è arrivato terzo nella crono di Lelystad vinta da Bisseger su Affini, ndr). Oggi avevo un piano in mente e l’ho portato a termine come mi ero preposto.
Quale piano?
All’intermedio ero leggermente indietro, però non mi sono lasciato sfiduciare e sapevo che sarei andato a riprendere l’atleta che era davanti a me (Cavagna era partito un minuto prima, ndr). Quando l’ho ripreso è stata una iniezione di fiducia che mi ha permesso di dare tutto fino all’ultimo secondo. E non ho mollato fino all’ultimo, perché so bene che è questioni di secondi tra vincere e perdere.
Affini, sesto al traguardo, a 39″ da Kung. Al Benelux Tour era stato secondo nella crono di LelystadAffini, sesto al traguardo, a 39″ da Kung. Al Benelux Tour era stato secondo nella crono di Lelystad
I tuoi avversari ti mettono sempre tra i favoriti, Ganna dopo il Mixed Relay ha fatto il tuo nome ma spesso molti addetti ai lavori sembra che non ti prendano troppo in considerazione. Come vivi questo aspetto anche in vista del Mondiale?
Da un anno a questa parte mi sono avvicinato alla vittoria sempre di più. Tanto volte l’ho sfiorata, sono sempre stato battuto da qualcuno di diverso e sono sempre stato dato tra i non favoriti. Oggi ho dimostrato che sono riuscito a sconfiggerli tutti. L’obiettivo nei prossimi dieci giorni è quello di cambiare questa maglia (domenica 19 settembre ci sarà la crono iridata, ndr) in qualcosa di più prestigioso. Il risultato di oggi è stata una iniezione di fiducia fondamentale a livello mentale.
Remco Evenepoel, terzo a 15″, con Maclennan, segretario general Uec, che dietro il podio gli consiglia la medagliaRemco Evenepoel, terzo a 15″, con Maclennan, segretario general Uec, che dietro il podio gli consiglia la medaglia
A proposito di successi sfiorati, nella quinta tappa al Tour ti ha battuto Pogacar un po’ a sorpresa proprio a cronometro. Eri più deluso o incredulo?
Cosa posso dirvi. Immaginate di essere primi in una crono importante. Una gara di trenta minuti che però ti richiede ore e ore di allenamenti, di preparazione, di test e di ottimizzazione per sistemare ogni minuscolo dettaglio. Ti presenti in pedana, disputi la migliore prova della tua vita, sai che quasi non potevi fare di più. Ti siedi sulla hot seat, pensi di aver battuto tutti: Roglic, Van Aert, Asgreen, insomma tutti i più forti. Inizi a crederci, pensi che forse ce l’hai fatta…
Invece?
Invece arriva Tadej e ti straccia di 20”. Direi che è più di una semplice delusione, è pura frustrazione. Perché veramente non potevo fare di più. E soprattutto lui non mi sembrava tra i più accreditati. Forse essere leader della generale del Tour gli ha dato una sorta di vantaggio perché in corsa era più protetto. Poi lui ha una capacità di recupero fantastica. Tutti questi fattori alla fine hanno fatto la differenza.
Bisseger, 22 anni, quarto al traguardo. Aveva vinto la crono al Benelux TourBisseger, 22 anni, quarto al traguardo. Aveva vinto la crono al Benelux Tour
Oggi il ciclismo svizzero ha fatto una grande doppietta con l’oro tuo e della Reusser. Una giornata di gloria per voi.
Sì, è vero. Ieri con lei stavamo parlando e mi ha detto: «Secondo me vinceremo». Di solito uomini e donne non hanno mai l’opportunità di stare e allenarsi assieme, abbiamo programmi diversi. Solo in questi eventi possiamo farlo e scambiarci un po’ le nostre sensazioni e opinioni. Quando ci siamo visti, abbiamo parlato di questa prova e alla fine lei ha avuto ragione. Abbiamo vinto entrambi, è davvero incredibile. Siamo un Paese piccolo, con pochi ciclisti, quindi è una grandissima soddisfazione essere riusciti in questo risultato. Senza dimenticarci che Bissegger è arrivato quarto. Il lavoro che sta facendo la nostra federazione è veramente ottimo e ogni volta che facciamo queste manifestazioni è come se tutti i pezzi andassero insieme e fossimo una macchina che funziona veramente bene.
«E’ tutto merito tuo» grida il ragazzino del quartetto azzurro dei sogni Jonathan Milan. Il suo dito indica Marco Villa, il ct della pista che ha compiuto un altro miracolo, […]
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L’appuntamento dopo l’allenamento slitta leggermente, perché Antonio Puppio non è tipo che prende alla leggera nessuna giornata di bici, che sia di preparazione o di gara. E’ fatto così, anzi questa si sta rivelando la sua forza. L’avevamo lasciato all’indomani del terzo posto al Trofeo Piva, quando si cominciava a scoprire l’universo Ayuso, ma da allora ne è passata di acqua sotto i ponti perché Puppio ha sperimentato anche il ciclismo dei campioni e lo ha fatto assaporando anche qualche piccola soddisfazione.
Il corridore di Samarate, stagista alla Qhubeka, è reduce dal Giro di Danimarca, che doveva correre in aiuto delle volate di Giacomo Nizzolo (due podi per il campione europeo) ma che ha chiuso con un 4° posto nella classifica dei giovani, vinta, come quella generale, da un certo Remco Evenepoel. Al solo citarlo la voce si esalta: «Che campione, è lo stesso che ho ammirato lo scorso anno alla Vuelta a Burgos: ha una grandissima conoscenza dei suoi mezzi, una straordinaria forza fisica e mentale. In Danimarca ha fatto quello che ha voluto…».
Il podio finale del Giro di Danimarca con Evenepoel primo, 2° Pedersen (Trek) a 1’42”, 3° Teunissen (Jumbo) a 2’00”Il podio finale del Giro di Danimarca con Evenepoel primo, 2° Pedersen (Trek) a 1’42”, 3° Teunissen (Jumbo) a 2’00”
Anche tu però non te la sei cavata mica male…
Sì, mi sono trovato a mio agio, so che non ho fatto nulla di particolarmente eccezionale (26° nella generale, ndr), ma credo che la corsa abbia rispecchiato il mio potenziale. D’altronde non ero partito con ambizioni particolari, sapevo che dovevo lavorare per Giacomo, ma alla fine ho sempre tenuto il ritmo dei più forti, finendo nel loro gruppo e questo mi soddisfa.
Che corsa è il Giro di Danimarca?
Sono 5 tappe di cui una contro il tempo, tutte abbastanza pianeggianti, senza particolari asperità. Il livello di corsa però era particolarmente alto, con 6 squadre World Tour. La cosa che mi è piaciuta di più? Il clima, si stava intorno ai 20 gradi e sentendo quale fosse la calura in Italia, direi che mi è andata bene…
Per Antonio Puppio un’ottima esperienza in terra danese, quarto nella classifica dei giovani (foto Mario Stiehl)Per Antonio Puppio un’ottima esperienza in terra danese, quarto nella classifica dei giovani (foto Mario Stiehl)
In questa stagione hai fatto un po’ il pendolo fra l’attività under 23 e qualche capatina fra i professionisti, hai anche assaggiato il clima delle Classiche del Nord (Danilith Nokere Koerse e e Bredene Koksijde Classic, entrambe portate a termine), come ti stai trovando?
Sono due mondi molto diversi: nelle gare pro’ la fatica è tanta, soprattutto nel finale anche solo per tenere il ritmo, ma quel che cambia è l’approccio. Si parte con un progetto studiato a tavolino e si prova a portarlo a compimento. Nelle gare U23 c’è molta più anarchia, si costruisce la gara in base a quel che capita, specialmente in quelle di livello nazionale devi essere bravo a saper cogliere l’occasione, spesso è questione di attimi che dividono la vittoria dalla sconfitta. E’ una lotta per sopravvivere…
Tu sei uno stagista, ma in squadra che cosa dicono di questa tua prima stagione?
Sono soddisfatti, sanno quel che posso fare e finora mi sono sentito molto appoggiato, soprattutto dallo staff. La cosa che più apprezzano è che mi adatto alle varie situazioni di corsa e ai vari percorsi: vado bene soprattutto sui tracciati misti e i chilometraggi lunghi non mi spaventano.
E Antonio Puppio è soddisfatto di se stesso?
Notevolmente, credo di essere stato efficiente sin dall’inizio di stagione, ho fatto anche qualche buon piazzamento, ma per essere davvero contento vorrei che da qui al finale di stagione arrivasse anche quella vittoria che concretizzerebbe i miei progressi.
Trofeo Piva: sul podio, con Ayuso ci sono Luca Colnaghi e Antonio Puppio (foto Scanferla)Trofeo Piva: sul podio, con Ayuso ci sono Luca Colnaghi e Antonio Puppio (foto Scanferla)
Il tuo programma prevede ora più gare under 23 o ancora qualche presenza tra i pro?
Fino al Giro del Friuli saranno solo gare di categoria ed è lì che vorrei emergere, poi il resto del programma devono ancora comunicarmelo.
Nei tuoi sogni è facile immaginare che ci sia un contratto professionistico: che cosa serve per farli diventare realtà?
Sono sincero, devono coincidere tanti fattori, non basta solo il singolo risultato o anche una serie di buone prestazioni. E’ chiaro però che l’obiettivo è quello…
Bennati aveva fatto l'ipotesi di Bettiol con Evenepoel, ma il toscano non è convinto. E spiega perché quando è stato il momento non hanno seguito Remco
Guardano tutti a lui. Sembra strano visto che sabato a Tokyo sarà al via anche Tadej Pogacar, ossia l’ultima maglia gialla, colui che tutto vince, eppure la maggior parte degli addetti ai lavori (e non) indica in Wout Van Aert il grande favorito nella sfida per l’oro olimpico su strada e forse non potrebbe essere altrimenti mettendo insieme quello che il campione del Belgio ha fatto al Tour, vincendo in salita (la tappa del Mont Ventoux), a cronometro e in volata (queste ultime due in sequenza e a fine Grande Boucle).
Mentre Van Aert compiva le sue mirabilie, Sven Vanthourenhout, il cittì belga promosso alla strada dopo i tanti successi colti nel medesimo ruolo nel ciclocross, era già a Tokyo con Remco Evenepoel e Mauri Vansevenant, arrivati con largo anticipo e ha visionato il percorso con attenzione, studiato nei minimi particolari. Tornando in camera al villaggio olimpico belga con tanti dubbi, neanche troppo nascosti.
Il cittì belga Sven Vanthourenhout, un lungo e glorioso passato nel ciclocross, ora alla stradaIl cittì belga Sven Vanthourenhout, un lungo e glorioso passato nel ciclocross, ora alla strada
Van Aert e il problema del peso
«E’ un percorso estenuante – ha dichiarato ai cronisti di Standaard.be – con salite e discese senza sosta. Non è solo l’ascesa al Mikuni Pass che mi dà da pensare, perché prima ci sarà il Monte Fuji che fiaccherà le gambe a tanti. E’ un tracciato per gente leggera sui passaggi con pendenze dal 15% in su». Considerando che toccheranno punte del 22 per cento e che Van Aert non è proprio un peso piuma, i timori di Vanthourenhout sono giustificati.
E’ anche vero però che il Belgio ha costruito una squadra capace di cambiare faccia alla gara in molte maniere. Certo, Van Aert è la punta, ma con lui c’è l’esperienza di Greg Van Avermaet che è pur sempre il campione uscente, ci sono due corridori come Vansevenant e Tiesj Benoot che aiutano ma sanno anche vincere. E poi c’è un certo Remco Evenepoel…
L’ultima occasione d’incontro fra Van Aert ed Evenepoel è stata al campionato nazionale, vinto dal primoL’ultima occasione d’incontro fra Van Aert ed Evenepoel è stata al campionato nazionale, vinto dal primo
Belgio già al passo col clima
Il talentino della Deceuninck Quick Step, a detta di chi era con lui negli ultimissimi giorni, è raggiante, con uno stato d’animo che non aveva da tempo. A differenza di molti altri, non solo suoi connazionali ma anche altre formazioni che hanno scelto di spostarsi con poco anticipo (una categoria della quale la nostra nazionale fa parte) Evenepoel è da tempo a Tokyo quindi sarà tra i più acclimatati, come fuso orario e come abitudine alle particolari condizioni atmosferiche. Chissà che Vanthourenhout non scelga di cambiare ruoli a poche ore dal via…
«Il recupero però mi spaventa poco – ha tenuto ad affermare il cittì – in fin dei conti chi era qui prima ha recuperato dopo un paio di giorni, quindi confido che sabato siano tutti al massimo. Io dico che è una gara che si presta a molte interpretazioni, dove può vincere anche un corridore di seconda schiera, per questo devono essere tutti pronti a recitare il ruolo del protagonista. Van Aert? Bisognerà vedere come assorbirà le pendenze del Mikuni Pass».
Appena chiuso il Tour, Van Aert è partito la sera stessa da Parigi per Tokyo, con Benoot e Van AvermaetAppena chiuso il Tour, Van Aert è partito la sera stessa da Parigi per Tokyo, con Benoot e Van Avermaet
Van Aert fa pretattica?
E lui, il vincitore degli Champs Elysees? Arrivato a Tokyo dopo essersi imbarcato la sera stessa dell’arrivo a Parigi, ai taccuini presenti all’aeroporto ha dichiarato candidamente: «Per il momento non è rimasto molto nelle gambe, ma c’è tempo per recuperare». Intanto Vanthourenhout (che d’altronde lo conosce bene essendo stato il mentore dei suoi trionfi iridati sui prati) ha subito portato i ragazzi del Belgio a fare una prima sgambata di 70 km a 30 di media. La caccia all’oro è appena cominciata…
Ci hanno provato tanti e in tutti i modi, ma finora Merckx non aveva mai immaginato di poter condividere la corona con un altro. Cederla mai. Quella con Lance Armstrong è stata un’amicizia, avendo visto crescere l’americano accanto a suo figlio Axel e certo nello strapotere del texano, il grande belga poteva aver visto la sua stessa protervia di certi giorni. Eppure dopo gli inizi, era stato chiaro che in ogni caso e pure senza le nefandezze che ne hanno spazzato la carriera, si sarebbe trattato di un dominio limitato al Tour de France e poco altro.
Al Tour del 1969, Merckx vinse sei tappe e le tre maglie, lasciando Pingeon a 18′ e Poulidor a 22′Al Tour del 1969, Merckx vinse sei tappe e le tre maglie, lasciando Pingeon a 18′ e Poulidor a 22′
Remco si farà
Così ci hanno provato con Evenepoel, facendolo con troppa insistenza e per giunta alle spalle di Remco, che non ha mai avuto interesse a svegliare il leone addormentato. Ma in Belgio il ciclismo è religione e la cosa peggiore a un certo punto è l’integralismo di certe posizioni. Merckx infatti non l’ha presa bene. Essendo campione di scuola antica, sfrontato in bici ma rispettoso nel resto del tempo, si è sentito in dovere di rispondere.
«Dovrà migliorare su molti terreni – ha detto dopo il Giro d’Italia – ha vinto grandi classiche come San Sebastian, ma deve ancora imparare molto. A leggere certe interviste, sembra quasi che si senta arrivato, ma deve mangiare ancora molti panini. E’ andato al Giro d’Italia e forse lo ha sottovalutato. Non c’è niente di sbagliato, adesso l’ha capito: prima di correre, bisogna imparare a camminare. Ha detto bene Lefevere: miracoli non se ne fanno. Per me nel 1967 fu uno shock. Avevo corso la Parigi-Nizza e due volte il Midi Libre, ma nella terza settimana del Giro mi spensi, pur avendo vinto sul Blockhaus e uno sprint di gruppo. D’altro canto, mi piace molto Van der Poel. Secondo me, lui potrebbe diventare in futuro un corridore da Giri».
Evenepoel, da ragazzo intelligente qual è, non ha nemmeno provato a controbattere. «Eddy Merckx – si è limitato a dire, facendo l’inchino – ha il diritto di mettere chiunque al suo posto, visto il suo palmares».
Sul podio di Libourne, due giorni fa, Merckx ha applaudito PogacarSul podio di Libourne, due giorni fa, Merckx ha applaudito Pogacar
Un sorriso per Cavendish
Questa volta… l’attacco è su due fronti. Da una parte c’è Cavendish, che oggi potrebbe battere il record delle tappe vinte al Tour. E poi c’è Pogacar che a 22 anni ha vinto la Liegi e il secondo Tour e dovunque vada, punta e vince. Lo sloveno non ha mai fatto proclami, stando alla larga dalla maestà belga. E forse proprio per questo, Eddy ha cominciato a guardarlo con occhi diversi.
«Non ho visto Cavendish per parecchio tempo – ha detto – ma ricordo che nel primo periodo alla Quick Step, durante i criterium a volte ha dormito a casa mia con alcuni altri corridori. Lui era l’unico che puliva la sua stanza. Non conosciamo molto del suo carattere, ma quello che mi è restato in mente è la sua grande gentilezza. Quanto al record, devo dire che dormo tranquillo e non ho incubi. Quel numero non è mai stato una fissazione, il ciclismo segue la sua strada. E’ tutto normale e persino divertente. Ciò che ha fatto è meraviglioso, il suo ritorno. Se può, deve divertirsi ancora. Però di certo non si possono paragonare le nostre vittorie. Lui potrebbe essere il più grande sprinter di tutti i tempi, ma le mie sono state ottenute in modo diverso, non ha senso neppure discuterne. Io ho fatto 2.800 chilometri in testa al gruppo, lui ne ha fatti sei».
La grandezza di Eddy fu anche in quella dei rivali: qui Gimondi. Per questo Pogacar ha bisogno di Bernal, Evenepoel e RoglicLa grandezza di Eddy fu anche in quella dei rivali: qui Gimondi. Per questo Pogacar ha bisogno di Bernal, Evenepoel e Roglic
L’abbraccio a Pogacar
La stilettata, portata col sorriso, introduce il discorso su Pogacar e questa volta Merckx è meno netto, forse perché ha riconosciuto uno sguardo vagamente simile e dei modi rispettosi che gli vanno a genio. E poi corre anche lui su una Colnago.
«Vedo in lui il nuovo cannibale – ha detto Eddy – se non gli succede niente potrà vincere certamente più di cinque Tour».
La maglia gialla, che si è ritrovato con il grande belga sul podio di Libourne, ha accettato di buon grado il complimento e poi ha fatto un passo indietro.
«E’ un onore – ha detto – essere sullo stesso podio con Eddy Merckx. Lui è un eroe del ciclismo. Io non mi sento un eroe, ma spero di invogliare molti bambini a correre in bicicletta».
Se Eddy fosse stato sul podio della crono di ieri però, forse una battuta gliel’avrebbe mollata. Lui avrebbe fatto di tutto per vincerla. Come nel 1969, quando al pari di Pogacar vinse le tre maglie, ma portò a casa sei tappe e rifilò 18 minuti a Pingeon e 22 a Poulidor. La sua ammissione tuttavia è quasi un’investitura.
Domenica scorsa, nel giorno della chiusura milanese del Giro d’Italia, fra le manifestazioni collaterali era prevista una ciclopedalata pubblica: fra i tanti partecipanti uno era il più omaggiato, un signore quasi sulla settantina, ma che nulla ha perso dell’antico carisma, che ne aveva fatto uno dei campioni più amati a prescindere dai risultati: Giovanbattista Baronchelli.
«Era esattamente un anno, 7 mesi e 15 giorni che non salivo in bici», racconta, quasi la lontananza dalle due ruote sia stata una condanna e forse un po’ lo è stata, dopo aver chiuso il suo negozio di bici che ad Arzago d’Adda ha gestito per tantissimo tempo con suo fratello Gaetano, lo stesso che condivideva la sua attività agonistica: «Abbiamo chiuso il 25 ottobre 2019, appena prima che scoppiasse la pandemia. Dovevamo andare in pensione, ma ce ne siamo quasi pentiti visto quel che è successo e il boom del mercato ciclistico».
Il rimpianto è un po’ parte integrante della sua vita, anche ripensando alla sua carriera: «Ho lottato contro grandissimi campioni, sono stato secondo al mio primo Giro d’Italia facendo tremare un certo Eddy Merckx e secondo a un Mondiale dietro Bernard Hinault, ma è sempre secondo, chi lo ricorda? Nel ciclismo conta chi vince…».
Hinault davanti a Baronchelli, nel durissimo mondiale di Sallanches 1980, oro e argentoHinault davanti a Baronchelli, nel durissimo .ondiale di Sallanches 1980, oro e argento
Ricordando il Lombardia
Se gli si chiede quali sono i ricordi più belli, Baronchelli non citerà quei pur eccezionali risultati: «No, sono legati al Giro di Lombardia che ho vinto due volte, la seconda arrivando da solo vicino al Duomo. Per un lombardo la “classica delle foglie morte” è tutto, farlo davanti al Duomo è unico, un sogno realizzato».
Pochi sanno però che Baronchelli, classe 1953, 58 vittorie in carriera, è stato un antesignano: avesse corso ora, sarebbe stato uno come VDP, Pidcock, Van Aert, pronto a passare da una disciplina all’altra: «Il fuoristrada mi è sempre piaciuto: facevo ciclocross d’inverno e quando stavo per chiudere la mia carriera, iniziò a diffondersi la moda della mountain bike. La trovavo molto più divertente del ciclismo su strada, poi era una parte importante delle vendite al negozio, così iniziai a praticarla e intorno a me si formò una squadra arrivata a oltre 120 iscritti».
Il podio del Giro ’74, con Baronchelli neoprò finito a 12″ da Merckx, terzo Gimondi a 33″Il podio del Giro ’74, con Baronchelli neoprò finito a 12″ da Merckx, terzo Gimondi a 33″
Seconda carriera in Mtb
Nel corso degli anni (e sono stati tanti, una vera seconda carriera agonistica durata anche più della prima) Baronchelli ha collezionato un’infinita serie di vittorie in Mtb, divenendo un’autentica icona dell’Udace, ma quei successi hanno un sapore diverso, è come se stesse rubando qualcosa a qualcuno: «Mi allenavo giusto un paio di volte a settimana, uscendo alle 5 di mattina. Ci andavo più per stare con gli amici e incontrare clienti del negozio. Non m’importava vincere, m’importava esserci…».
Questa sua poliedricità gli è rimasta nel sangue e gli consente di guardare il ciclismo attuale con occhi diversi: «La padronanza del mezzo è fondamentale, a me dispiacque non aver potuto fare la pista, mi sarebbe servita molto. Oggi ad esempio Evenepoelè il maggior talento esistente, ma paga la totale mancanza di controllo del mezzo: al Lombardia, in quella curva a sinistra, avrebbe piegato per evitare il muretto. Al Giro erano caduti davanti a lui, ma gli è preso il panico ed è finito contro il guard-rail. In quell’attimo di secondo devi avere la freddezza di capire che è meglio piegare che andare dritto».
Che cosa dovrebbe fare allora il belga? «I suoi dirigenti dovrebbero affrontare il problema, fargli fare un anno intero di Mtb, in maniera intensiva, senza pretendere alcun risultato, perché ha vent’anni e può ancora imparare tanto. Così gli svanirebbe anche quella paura inconscia che gli è rimasta da quel maledetto giorno. Ma sono disposti a fare un simile investimento? Con me non avvenne…».
Il recupero di Evenepoel al Lombardia 2020: una caduta frutto dei suoi problemi di guidaIl recupero di Evenepoel al Lombardia 2020: una caduta frutto dei suoi problemi di guida
La scarsa pazienza dei dirigenti
Torniamo allora indietro nel tempo…: «Un mese dopo il Giro del ’74, quello della sfida con Merckx, caddi e mi spezzai l’omero in tre punti. Dovetti subire tre operazioni. Avrei dovuto ricominciare piano, ma alla Scic non erano di quest’avviso: iniziai il ’75 vincendo il Laigueglia e una tappa in Sardegna, ma arrivai al Giro spompato e alla fine presi anche l’epatite. Avevo chiesto troppo al mio fisico e mi presentò il conto».
Il ciclismo attuale, così variegato e che passa attraverso varie discipline, è una dimensione che gli piace molto, ma in Italia si fa fatica a tenere il passo: «Mancano gli sponsor, il problema è tutto lì. Ai miei tempi tutti i grandi, Merckx compreso, correvano per squadre italiane, adesso gli italiani vanno all’estero a fare i gregari. Il problema è che non ci sono proprio le aziende che possano investire nel ciclismo, la crisi economica del nostro Paese si fa sentire ancora tantissimo. Ma vedere gente come Caruso e Moscon che corrono per gli altri proprio non lo tollero…».
Patrick Lefevere ci mette la faccia e si carica sulle spalle la Deceuninck-Quick Step, che al Giro d’Italia ha suscitato qualche perplessità e per l’ennesima volta è stata costretta a fare mercato tenendo conto di un budget non certo illimitato. Vanno via Benett e Almeida, restano Evenepoel e Alaphilippe. Al suo fianco rimane Specialized, che nel 2022 legherà la sua sponsorizzazione al team belga e probabilmente a quello in cui finirà Peter Sagan. Mentre sul fronte dei marchi, nello squadrone belga si sussurra che dovrebbe approdare anche il maglificio Castelli in odore di lasciare il Team Ineos Grenadiers. Al netto di tutto ciò, oggi con Patrick, 66 anni e dirigente sportivo dal 1979, parliamo dei due gioielli di casa, Remco e Julian, per capire il suo punto di vista.
Lefevere mantiene il suo team ai vertici facendo spesso scelte doloroseLefevere mantiene il suo team ai vertici facendo spesso scelte dolorose
Vincere il Giro a 21 anni, al primo assaggio e senza aver corso per 9 mesi…
Non c’era tempo perché corresse prima, per come era pianificata la sua preparazione in altura. Si è rovinato tutto quando a gennaio è stato costretto a fermarsi ancora. A quel punto avremmo potuto e forse dovuto cambiare i nostri piani, ma avevamo fatto quella scelta e sarebbe sciocco rinnegarla adesso.
In un’intervista con Het Laaste Nieuws hai detto che l’ego di Remco ne è uscito ammaccato.
Dico tante cose, a volte vengono anche ingigantite. E’ un fatto però che quel ragazzo non avesse mai perso. Ha vinto tutto da junior e anche i suoi primi due anni da professionisti sono stati pieni di vittorie. Questo Giro è stato la sua prima sconfitta.
Forse c’erano troppe attese: avete creduto davvero che fosse più grande di Merckx?
Naturalmente avevamo sperato in meglio, non dico di no, ma io non ho mai detto che avrebbe vinto il Giro. Abbiamo assecondato i suoi desideri, ma non sono così pazzo. Sapevamo che la tappa di Montalcino, dopo l’incidente del Lombardia, sarebbe stata un passaggio chiave. Remco non poteva iniziare il Giro in modo normale. A gennaio poteva soltanto nuotare, si è allenato solo negli ultimi tre mesi. Nelle Fiandre qualcuno però credeva che potesse fare un miracolo. Non possiamo giudicarlo per quello che si è visto.
Lefevere netto: il Giro ha fatto assaggiare a Evenepoel per la prima volta la sconfittaIl Giro ha fatto assaggiare a Evenepoel per la prima volta la sconfitta
Però al netto di tutto questo, si è messo Almeida al suo servizio.
L’ho detto prima che il Giro partisse e lo ripeto ora. Ci conosciamo da anni e sapete che la maglia del team è la cosa più importante per me, non la bandiera o una nazione, e così deve essere anche per i corridori. Quando abbiamo chiesto ad Almeida di aiutare Remco, aveva appena preso 6 minuti nella tappa di Sestola, sarebbe stato lo stesso a parti invertite. Queste sono le nostre regole.
Quale sarà ora il programma di Remco?
Ora recupera e a fine settimana faremo il punto. Si voleva tenerlo un po’ fermo, ma si sta aprendo la possibilità che faccia i campionati nazionali, strada e crono, prima delle Olimpiadi.
A proposito di Olimpiadi, perché Alaphilippe si è chiamato fuori?
Perché sta per diventare padre e vuole essere presente. E poi perché vuole fare bene al Tour. Ha cambiato programma. E’ appena disceso da Sierra Nevada e farà il Giro di Svizzera invece del Delfinato, poi i campionati nazionali e il Tour. Gli ho detto che mi auguro vinca altri tre mondiali, ma l’esperienza di correre il Tour con la maglia iridata resta per ora irripetibile. Andrà in Francia per fare cose alla Alaphilippe e vedrete che di riflesso si ritroverà anche in classifica.
Almeida al servizio di Evenepoel dopo i 5’58” persi a Sestola. Lefevere non ammette equivociAlmeida al servizio di Evenepoel dopo i 5’58” persi a Sestola
E’ stato pesante tenerlo?
Sicuramente parliamo di una cifra importante e l’acqua non è tanto profonda da non rendercene conto. Ma lui voleva rimanere e abbiamo trovato l’accordo. E’ un personaggio che corre in modo aggressivo e sa vincere. E’ simpatico. Fa gruppo. Sta bene con noi.
Con lui al Tour ci sarà Bennett?
Bennett e il suo treno, che si prenderà sulle spalle un bel po’ di pressioni, in modo che Julian sia più libero. Per Sam sarà l’ultimo anno con noi, si dice che tornerà alla Bora, ma ancora non ci sono certezze. E così per il prossimo anno, ci affideremo alle volate di Jakobsen, perché sono certo che il suo ritorno sarà un successo.
Porterete anche Cavendish al Tour?
Chi?
Cavendish, Mark Cavendish…
Sì, avevo capito. Mark ha fatto poche corse, è stato anche sfortunato, perché alcune che doveva fare sono state cancellate. Si è ritirato alla terza tappa della Vuelta Andalucia, dicendo che non era una corsa per velocisti e il giorno dopo ha vinto Greipel. Il Tour forse è troppo duro per lui ora.
Come stanno i quattro italiani?
Bagioli è stato sfortunato, non corre da Laigueglia e speriamo possa fare una bella seconda parte di stagione. Di Ballerini siamo contenti. Masnada ha fatto 40 giorni di altura e ha dovuto ritirarsi dal Giro per una tendinite. E Cattaneo lo aspettiamo al Tour. Il ciclismo non è una scienza esatta. Lavori tanto, poi speri che tutto vada bene. Ogni anno, all’inizio della stagione, faccio lo stesso discorso ai corridori: «Sono già stato diverse volte a Lourdes, ma non ho mai visto miracoli».
Dopo la crisi a Sega di Ala, il giorno all'Alpe di Mera ha riportato la fiducia alla Ineos, Tosatto racconta il passaggio dalla paura alla presa di coscienza
Per alcuni doveva essere la sua consacrazione definitiva e magari anche la maglia rosa di Milano. Per altri doveva solo fare esperienza e ritrovarsi dall’infortunio: c’erano tante aspettative e pressioni su Remco Evenepoel.
Qui più che parlare di cosa ci si aspettava dal belga, vogliamo analizzare il suo Giro d’Italia, spulciando piccoli dettagli e comportamenti tenuti tappa per tappa. E non solo in corsa.
Remco nella crono di Torino, chiusa al 7° posto. Ottimo avvioRemco nella crono di Torino, chiusa al 7° posto. Ottimo avvio
Leone a Torino
Le prime frazioni sono filate con il sorriso stampato sulla bocca. Il ritornello stava quasi diventando un “disco incantato”: «Sono contento di essere tornato in gara dopo l’incidente al Lombardia», diceva Evenepoel.
E con il sorriso, ma anche con tanta determinazione il gioiellino di Lefevere si lancia dalla rampa della crono di Torino. Cosa ci ha colpito? La scioltezza con cui ha guidato la sua bici da crono. Solo Ganna ha fatto (e rischiato) di più, segno che ci credeva e che si allena molto su quella bici. L’ultima volta che Remco aveva affrontato Pippo a crono era stato in Argentina un anno fa e lo aveva schiantato. Su tali presupposti si potrebbe dire che il belga abbia perso una battaglia invece è stato il primo tra gli uomini di classifica.
Nelle due tappe successive non commette errori, né atti particolari se non che corre davanti, scortato dai compagni il che fa pensare che in Deceuninck-Quick Step ci credono eccome e non ci sia solo la storiella dell’esperienza. Tutto scorre tranquillo e la gamba sembra esserci.
Sempre sorridente, forse troppo?
Ogni mattina al via era assalito dai giornalisti
Sempre sorridente, forse troppo?
Ogni mattina al via era assalito dai giornalisti
A Sestola si salva
A Sestola, primo arrivo duro e con brutto tempo, Remco perde 10”. Si fa un po’ sorprendere nel momento dell’attacco. Per la prima volta resta solo. Tuttavia quello è, crono a parte, uno dei momenti migliori del suo Giro. Di certo lo è sulla gestione dei nervi. Piove, è solo, è il primo vero banco di prova, resta indietro, nel finale ci sono degli avvallamenti in discesa affatto semplici… Lui però si rimbocca le maniche e perde molto meno di quel che ci si poteva aspettare dopo gli attacchi di Landa e Bernal.
Scortato dai compagni nella tappa di San Giacomo (tappa 6)Scortato dai compagni nella tappa di San Giacomo (tappa 6)
Voglia di rosa
Le tappe passano, la fatica inizia a farsi sentire. Remco però continua a recuperare posizioni in classifica generale (è secondo) e anzi punta alla maglia rosa. E’ un furetto pronto persino a sprintare sui traguardi volanti pur di indossarla come verso Foligno. Un atteggiamento che ci è piaciuto, sia nei confronti del Giro sia per il suo entusiasmo.
Ma non corriamo avanti e facciamo un passo indietro. Ascoli, Guardia Sanframondi, Campo Felice: si affrontano tappe impegnative, nervose, tatticamente delicate e spesso corse sotto l’acqua. E’ forse questo il nemico principale di Evenepoel: la pioggia in discesa.
Il forcing potente a Campo Felice, dove è quarto e sfiora la maglia rosaIl forcing potente a Campo Felice, dove è quarto e sfiora la maglia rosa
Assaggi di fatica sugli Appennini
Scendendo da Forca di Presta attorno a lui la Deceuninck piazza degli uomini. Remco fa un po’ l’elastico: a volte è in fondo al gruppo, anche un po’ rigido, e a volte è davanti. E’ evidente che ha delle difficoltà. Difficoltà che però non sono di gambe, in quanto in quella stessa tappa, a San Giacomo, arriva con Bernal staccando i migliori.
Qualcosa di simile lo ripete due giorni dopo a Campo Felice. Nel giorno della consacrazione di Bernal, Remco resta imbrigliato nel tratto sterrato tra le transenne e un corridore. Smette di pedalare, mentre Egan scappa. Nei 400 metri finali forse è il più veloce in assoluto, rimonta 7-8 corridori. Chiude quarto, senza abbuoni e sfiora la maglia rosa.
In ritardo con Almeida a Montalcino. Alla fine Remco pagherà poco di 2′ da BernalIn ritardo con Almeida a Montalcino. Alla fine Remco pagherà poco di 2′ da Bernal
Lo schiaffo di Montalcino
Ogni mattina in mix zone Evenepoel è letteralmente preso d’assalto dai giornalisti, belgi soprattutto. E lui imperterrito continua a ridere e a dispensare tranquillità. Noi invece qualche dubbio iniziamo a nutrirlo. Il sorriso c’è, ma inizia ad essere inespressivo, “vuoto”.
Nel giorno di riposo va in scena un conferenza stampa fiume. Remco non sta fermo un attimo, ride. Parte il refrain: «Sono già contento di essere qui – ma poi aggiunge – se pensavo di non poter vincere il Giro non sarei neanche partito». La bomba è definitivamente innescata. Lo stress della corsa inizia a salire e il giorno dopo a Montalcino quella bomba scoppia.
Una tappa delicata, complicata per un veterano, figuriamoci per un novellino (dal quale media e tifosi si aspettano la luna). Scricchiola sul primo sterrato ma in qualche modo anche grazie all’Astana ci mette una pezza, poi crolla prima di nervi e poi (un po’) di gambe nel secondo. In quel momento cambia tutto il suo Giro. Si stacca la radiolina, non vuol parlare con l’ammiraglia.Almeida prima lo aspetta, poi lo la lascia lì, poi lo riaspetta. Dieci minuti di totale blackout. Sembrava si ritirasse. La cosa “strana” di questa crisi era che nonostante davanti menassero forte, Remco non perdeva poi così tanto. Nei tratti su asfalto andava quasi come i migliori e se non hai gambe questo non puoi farlo. A fine tappa, il diesse Bramati ancora in ammiraglia è delusissimo, ma più per l’atteggiamento. «Stasera riordineremo le idee», ci disse a botta calda.
Prima e dopo le tappe Remco era sempre gentile con i tifosi, dandogli la propria borracciaPrima e dopo le tappe Remco era sempre gentile con i tifosi, dandogli la propria borraccia
Il crollo…
Remco continua a sorridere, ma è un sorriso senza entusiasmo. Forse ha capito che in bici si soffre anche. Va lodato però il suo comportamento. Continua a correre nelle posizioni che contano del gruppo (ma non più in salita e si vede già verso Bagno di Romagna), si muove bene. Sul piano tecnico non sbaglia un colpo: mantellina quando serve, alimentazione (notiamo che mangia spesso), ha sempre la borraccia nel portaborraccia e lo vediamo anche quando a fine tappa fra le transenne dopo l’arrivo le regala ai tifosi. Sotto questo punto di vista è ineccepibile.
Ma il destino lo aspetta al varco. Anche se fai tutto bene, un grande Giro e il meteo non sono facili da domare. Neanche se ti chiami Evenepoel. Il gelo della Sacile-Cortina lo respinge. E lo fa già prima del Giau. Adesso sì che forse inizia a pagare anche sul piano fisico. Arriva stremato nella Perla delle Dolomiti, ma non molla ancora.
La fatica sullo Zoncolan
Keisse lo spinge a Sega di Ala, in serata il comunicato della squadra: Evenepoel si ferma qui
La fatica sullo Zoncolan
Keisse lo spinge a Sega di Ala, in serata il comunicato della squadra: Evenepoel si ferma qui
Il ritiro
Sfrutta il giorno di riposo e ci riprova verso Sega di Ala. Di fatto il suo Giro finisce sul Passo di San Valentino, penultima ascesa di giornata. Il sole lo aiuta e lui si apre la maglia. Rispetto ai giorni dello Zoncolan e del Giau si muove proprio in modo diverso sulla bici, tuttavia si stacca quasi subito. E’ solo, non ha compagni. Si mette con la testa bassa e mulina il rapporto. Ad un tratto si riaccoda alla scia delle ammiraglie. In questi casi il corridore sa che il gruppo non è lontano e con ancora maggiore piglio rientra sulla maglia rosa. Da applausi, se non altro per il carattere.
Poi però in discesa cade. Riemergono (forse) i fantasmi del Lombardia e prende una forte botta al braccio sinistro. Gli ultimi 35 chilometri sono uno stillicidio. Arriva a Sega di Ala scortato dai compagni che in precedenza gli erano dietro a 36’28”. La squadra lo ferma: «Continuare così adesso non ha più senso». «Tornerò», dice lui. E noi glielo auguriamo, in fin dei conti è un patrimonio del ciclismo mondiale.