Alaphilippe, il giorno dopo: il figlio e la morte del padre

29.09.2021
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«Farei vacanze più lunghe – diceva Alaphilippe – mi piace accontentare tutti, ma questa volta vorrei più tempo per me, perché ti rendi conto che un anno passa in fretta. Soprattutto, vorrei essere come prima. Ma quando hai la maglia, non è facile. Il telefono squilla sempre. Fin dal primo ritiro le richieste sono tante. Eppure, con questa pandemia, molti obblighi sono caduti nel dimenticatoio. Quello che mi ha reso più orgoglioso è aver dato felicità alle persone, ma questo mi ha tolto molta energia. Quindi se Van Aert o qualcun altro vince, gli dirò: divertiti! Divertiti!».

Al via del mondiale da Anversa, parlava già al passato come se avesse perso la maglia
Al via del mondiale da Anversa, parlava già al passato come se avesse perso la maglia

Ancora incredulo

Con queste parole alla vigilia del mondiale, Julian Alaphilippe rispondeva alla domanda su cosa avrebbe fatto qualora avesse rivinto il mondiale. E ora che la profezia si è avverata e che tutto ricomincia da capo, dal telefono che squilla alle richieste di media e sponsor, che cosa sta facendo il campione del mondo?

«Ancora non me ne rendo conto – ha detto a L’Equipeho letto i giornali il lunedì mattina ho pianto. La fatica, l’emozione. Questo sogno l’ho tenuto nella parte posteriore della mia testa, ero quasi sollevato di lasciare la maglia. Questo è molto strano…».

Maledizione ed errori

Che la maglia iridata sia un peso lo aveva detto subito, nella conferenza stampa dopo la vittoria. Eppure rendersi conto che perderla sarebbe stato quasi un sollievo lo ha sconcertato. Quasi avesse a suo modo dato una definizione della celebre maledizione della maglia iridata.

«Ho fatto di tutto – dice – per vincere. Per me e per i miei compagni, ma se l’avessi persa sarebbe stato più un sollievo che una delusione. Per un anno sono stato così desideroso di onorarla in ogni gara, che ho aggiunto pressione a me stesso, inconsciamente. E questo mi ha fatto commettere piccoli errori. Sono convinto che quella stessa tappa del Tour of Britain (persa da Van Aert a Great Orme, ndr) senza la maglia l’avrei sicuramente vinta. Ci ho pensato, ho analizzato i miei errori, le mie sconfitte».

Van Aert scricchiolava

E intanto, come nel frullare dei pensieri, la ricostruzione della corsa si intreccia con la nuova quotidianità. E il pensiero torna a quel primo scatto, seguito subito da Colbrelli, ma non da Van Aert.

«Mi ero accorto che Van Aert non sembrava brillantissimo – dice – ma non ho voluto crederci subito. Voleva fare lui il ritmo, voleva attutire gli attacchi e sul primo scatto non è rientrato così facilmente. In quel momento tutti avevano le gambe doloranti, ma io dovevo attaccare. E mi sono davvero divertito, ho corso d’istinto come quando non indossavo la maglia iridata. Non ho corso come se fosse un mondiale, dove aspetti fino all’ultimo momento. Non era il mio ruolo, volevo attaccare, provare, renderlo più duro possibile in modo che Senechal arrivasse bene allo sprint. Ma quando ho visto che eravamo agli ultimi due giri, ci ho creduto sempre di più».

Il limite del dolore

Che cosa passa per la testa di un uomo che si spinge oltre il limite del dolore? E quelle smorfie in favore di telecamera sono l’insegnamento di Voeckler (celebre per le sue facce) oppure il segno del limite alle porte?

«In quel momento ero vicino al punto di rottura, è terribile, ma è così che costruiamo le grandi vittorie. Avevo già attaccato più volte, ma nell’ultima ho messo tutto. Ho affrontato le curve il più velocemente possibile, ho cercato di prendere velocità ad ogni ripartenza, ero concentrato per essere il più efficiente, ma mi facevano male le gambe. Queste sono gare in cui deve piacere farti del male, devi essere un po’ masochista. Ho avuto dubbi fino agli ultimi due chilometri, sapevo che non erano lontani. Ma non mi sono fatto domande, ero concentrato sul mio sforzo. Ho pensato molto al mio bambino, mi ha dato molta forza ed è stato un grande momento. E’ stata un’emozione completamente diversa dall’anno scorso».

Il figlio Nino è nato il 14 giugno ed è diventato la sua ispirazione (foto Instagram)
Il figlio Nino è nato il 14 giugno ed è diventato la sua ispirazione (foto Instagram)

Le prove della vita

Il discorso si fa intimo. Questa volta la nascita del figlio, l’anno scorso la morte del padre dopo una lunga malattia. Quasi che la vita si diverta a metterlo alla prova e lui risponda ogni volta con la bici: il suo vero modo di comunicare.

«Io sono così, non mi piace parlare della mia vita privata – ammette – ma ha spesso scandito la mia carriera, con tanti alti e bassi. Ho sempre saputo riprendermi, mi sono temprato, ho sempre avuto questa rabbia dentro. Farmi male sulla bici per dare il meglio di me. La rabbia l’anno scorso l’ho presa dalla tristezza e forse quest’anno l’ho presa dalla gioia. Devi saper usare tutto questo. Avevo fame, ero motivato, ero pronto».

Sorpresa? Non tanto, il profumo del bis era nell’aria

27.09.2021
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E’ notte fonda quando il telefono squilla e Davide Bramati riemerge da una cena con gli altri tecnici della Deceuninck-Quick Step. Erano anche loro a Leuven e hanno brindato alla vittoria iridata di Alaphilippe (in apertura con la compagna Marion Rousse) e alle prestazioni più che soddisfacenti del resto dei corridori. La squadra belga aveva il record dei convocati al mondiale, con 13 elementi. Al punto che nel gruppo che si è giocato la corsa, trasversalmente alle varie nazionali ma con lo stesso casco e le stesse bici, si riconoscevano Evenepoel, Bagioli, Senechal, Alaphilippe e Stybar. Ma il focus questa volta è soltanto sul francese che si è portato a casa il bis iridato in due anni.

Bis iridato: sul traguardo ha avuto la ricompensa per i tanti piazzamenti del 2021
Bis iridato: sul traguardo ha avuto la ricompensa per i tanti piazzamenti del 2021
Davide, pensavi avesse questa condizione?

Di sicuro al Tour of Britain aveva fatto vedere di avere una grande condizione, trovando però un Van Aert stellare che l’ha battuto in due scontri diretti. Secondo me però si trattava solo di trovare serenità, perché come ha detto anche lui quella maglia è un bel peso da portare.

Magari non è per caso che ha vinto indossandone un’altra…

E’ stato un grandissimo mondiale. Bello per il pubblico e bello per le medie subito alte. E lui ci ha messo sopra il tocco di classe. La Francia lo voleva e ha corso per prenderlo.

Pensavi che Julian potesse fare un numero del genere?

Visto il percorso e conoscendo le sue caratteristiche, una mezza idea mi era venuta. Magari non pensavo che si facesse fuori un giro e mezzo. Nella mia testa lo avrei visto fare come Baroncini, con un attacco sul penultimo muro. Ma Julian sa valutare gli avversari e deve essersi reso conto che erano in pochi davanti. E per evitare che lo anticipassero, è partito da solo.

Quasi un milione e mezzo di spettatori lungo il percorso di Leuven
Quasi un milione e mezzo di spettatori lungo il percorso di Leuven
Pesa più la vittoria di Leuven o quella di Imola 2020?

L’anno scorso fece un grande numero. Quest’anno dopo il campionato italiano l’ho detto ai ragazzi, avendo seguito la corsa dietro Masnada, praticamente lungo lo stesso percorso. Rivedendo le strade mi sono reso conto dell’impresa. Ma anche questa volta è stato da incorniciare, due grandissime azioni.

Credi che davvero la maglia iridata gli sia pesata?

Lo hanno sempre detto tutti. Pesa, tutti la vogliono e tutti vogliono batterti. Lui ha continuato a cercare le vittorie nel solito modo e sono venute una grandissima Freccia Vallone e il numero e la maglia gialla del Tour. Però ha speso di più e magari in alcune occasioni ha trovato qualcuno più fresco. Così, più che le vittorie ha contato i secondi posti. Bè, credo che questa volta si sia ripagato alla grande.

Dici che rischiava di sviluppare il complesso di Van Aert e Van der Poel che lo hanno spesso messo in mezzo?

Non credo. Ha vinto tre grandi corse e magari ne sarebbero bastate altre tre per avere una stagione eccezionale. Invece è arrivato per circa 25 volte fra i primi dieci. Con sei successi all’attivo, adesso parleremmo di altro.

Sul traguardo di Great Orme al Tour of Britain, era stato battuto da un super Van Aert
Sul traguardo di Great Orme al Tour of Britain, era stato battuto da un super Van Aert
Cassani lo ha paragonato al miglior Bettini…

Vero, me lo ha ricordato. Ha cercato sin da subito di fare la selezione nel tratto in pavé, poi ha attaccato sullo strappo in asfalto. Credo che a vederlo si siano divertiti davvero tutti, come succedeva con Paolo. E anche il Betto fece il bis di mondiali.

Due parole per altri tuoi ragazzi: Remco, ad esempio…

Ha fatto una bellissima corsa, stando al vento dal chilometro 20 fino al 250. Penso che chiunque nei giorni scorsi abbia detto che avrebbe corso per sé, dopo il mondiale avrà un’altra idea. Non è da tutti riuscire a fare il grande lavoro fatto da Evenepoel.

E Bagioli?

Anche Andrea ha fatto un grandissimo mondiale, dopo aver fatto un bell’europeo a Trento, sempre tirando. E’ entrato in un’azione importante, credo che ne sentiremo parlare a lungo. Anche lui ha appena 22 anni…

Nizzolo Gran Bretagna 2021

Nizzolo: «Attento Sonny, ho visto i tuoi rivali…»

18.09.2021
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Facciamo un salto indietro: mentre a Trento ci si giocava il titolo europeo, molti altri big erano a battagliare al Giro di Gran Bretagna, compreso il campione uscente Giacomo Nizzolo. I due eventi sono paralleli non solo dal punto di vista temporale, perché entrambi erano chiamati a dare indicazioni anche per gli imminenti Mondiali di Leuven. E se dalle nostre parti si festeggiava per l’impresa di Sonny Colbrelli, in terra albionica i segnali arrivati in chiave mondiale sono molto netti.

Considerando il percorso trentino, Giacomo Nizzolo aveva scelto, d’accordo con il cittì Davide Cassani di non difendere la propria maglia di campione europeo e andare in Gran Bretagna per affinare la gamba in vista del Mondiale, con un percorso a lui più adatto e dove potrà essere un’ottima scelta tattica alternativa. Nella gara di ben 8 tappe, il portacolori della Qhubeka ha potuto anche misurare lo stato di forma di altri favoriti per la gara di Leuven, coloro che a Trento non c’erano, per avere un quadro più completo della situazione.

Nizzolo Warrington 2021
La volata della tappa di Warrington con Hayter che beffa Nizzolo. Per lui un 2° posto soddisfacente
Nizzolo Warrington 2021
La volata della tappa di Warrington con Hayter che beffa Nizzolo. Per lui un 2° posto soddisfacente
Come ti sei trovato in quella settimana?

Molto bene, a conti fatti è stata la scelta giusta, ho potuto allenarmi per migliorare ancora la mia condizione, anche se non ho vinto non sono deluso, anzi dopo la seconda piazza a Warrington abbiamo deciso insieme con la squadra di non gareggiare nelle ultime due tappe per poter preparare la successiva trasferta in Belgio nelle corse di preparazione al Mondiale.

Che tipo di gara era?

Una corsa a tappe davvero impegnativa, con pendenze importanti, molte salite, percorsi sempre mossi tanto è vero che di volate vere e proprie ce n’è stata una sola. Era l’ideale per far fatica, nel vero senso della parola. Noi sulla carta dovevamo correre per Simon Clarke e consentirgli di far classifica, ma la caduta nella cronosquadre del terzo giorno ha compromesso tutto. Una gara molto bella, ho potuto apprezzare anche il suo disegno, fuori dalle grandi città, sempre in spazi ampi, su stradine strette, in mezzo alla natura.

Giro Bretagna 2021
Il podio finale del Giro di Gran Bretagna, vinto da Van Aert davanti a Hayter (a sinistra) e Alaphilippe
Giro Bretagna 2021
Il Giro di Gran Bretagna è andato a Van Aert, terzo Alaphilippe: ora sfida diretta a Leuven
Considerando che nella corsa britannica c’erano tutti i grandi assenti di Trento, hai avuto un palcoscenico privilegiato per capire chi ci troveremo di fronte. Partiamo dal grande favorito di Leuven, Wout Van Aert…

Arriva alla gara di casa nella forma migliore, questo è sicuro e ha soprattutto una fame pazzesca. In Gran Bretagna ha ribaltato la situazione nel weekend finale, si è dimostrato una spanna sopra gli altri, sempre in controllo. Chi pensava che si sarebbe nascosto è stato smentito dai fatti, ha voluto dimostrare apertamente che in Belgio bisognerà fare i conti con lui e che è stanco dei secondi posti. Per me sarà difficile batterlo.

Il campione uscente Alaphilippe come lo hai visto?

Ha chiuso terzo a 27”, è certamente molto brillante e arriva anche lui alla gara iridata nella forma che voleva, anche se lo vedo un gradino sotto a Van Aert proprio dal punto di vista della condizione fisica. D’altronde Julian è molto conosciuto per essere una sorta di variabile impazzita, sa come Van Aert vorrà che vada la corsa e farà di tutto per scombinargli i piani.

Nizzolo Barbero 2021
Nizzolo con Carlos Barbero saluta nell’ultima gara con indosso la maglia di campione europeo
Nizzolo Barbero 2021
Nizzolo con Carlos Barbero saluta nell’ultima gara con indosso la maglia di campione europeo
La Gran Bretagna ha detto di avere Pidcock come capitano, eppure c’è Ethan Hayter che continua a mostrare una condizione straordinaria di ritorno da Tokyo, ha rischiato di vincere un’altra corsa a tappe…

Non è una sorpresa, chi lo considera solo un velocista sbaglia. Hayter è uno che sugli strappi brevi va forte, tiene i ritmi degli specialisti, ma considerando le caratteristiche dei due e soprattutto quelle del percorso credo che i tecnici britannici bene abbiano fatto a puntare su Pidcock, anche se sicuramente Hayter è un outsider da tenere in dovuta considerazione.

E Nizzolo come arriva al Mondiale?

Nella forma giusta per affrontare una bella sfida e svolgere i compiti che mi verranno dati. Io dovrò rimanere nel gruppo principale, se la corsa si metterà in un certo modo per una volata abbastanza affollata io dovrò esserci, certamente non starà a me andare in fuga. L’importante è che arrivo a Leuven come volevo io.

Cosnefroy piega Alaphilippe a Plouay. Altro nome per Leuven

30.08.2021
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Alaphilippe fa rotta su un finale di stagione che potrebbe dargli ancora grandi soddisfazioni, ma intanto incassa un’altra sconfitta. Accade a Plouay, nella Bretagne Classic-Ouest France, per mano di Benoit Cosnefroy, ragazzo di 25 anni, che non ha un grande palmares ma alla Freccia Vallone del 2020, terreno di caccia preferito del campione del mondo, si piazzò secondo alle spalle di Hirschi. E in Francia intanto si fregano le mani pensando ai mondiali…

Sul podio, il francese tra Alaphilippe e Honoré: Deceuninck piegata
Sul podio, il francese tra Alaphilippe e Honoré: Deceuninck piegata

Una foto per il salotto

«Spero di batterlo un giorno», aveva detto lo scorso inverno in una intervista, commentando il fatto che quel giorno a Huy il campione del mondo non ci fosse. Perciò quando si è reso conto di averlo battuto a Plouay, la sua gioia è stata irrefrenabile.

«Davanti a Julian, con la sua maglia da campione del mondo – ha detto subito dopo l’arrivo – vado subito a incorniciare la foto e la metterò nel mio salotto. Non avevo riferimenti di volate contro Julian, ma ero sicuro di essere più fresco. Inoltre quello di Plouay è uno sprint particolare. Un falsopiano in salita di 200 metri dopo un tratto di discesa. Si arriva veloci e poi serve la forza per tenere. Non sono riuscito a staccarlo sull’ultima salita, ho pensato che non ce l’avrebbe fatta a battermi in volata. Ho creduto in me stesso ed è andata bene…».

Si rivede in fuga anche De Marchi, che ormai è sul binario giusto
Si rivede in fuga anche De Marchi, che ormai è sul binario giusto

Dolore al ginocchio

Lo sprint era la sua bestia nera, a dire la verità. Aveva iniziato a parlarne lo scorso anno dopo il terzo posto alla Freccia del Brabante dietro Alaphilippe e Van der Poel e il secondo alla Parigi-Tour alle spalle di Pedersen.

«Per trasformare i miei posti in vittorie – disse sconsolato – devo migliorare la mia velocità».

E così lo scorso inverno, Benoit detto “Beubeu” si è trasferito da Cherbourg, il Comune sulla Manica in cui è nato e dove vive, al sud della Francia per evitare viaggi più lunghi e non rischiare fastidiosi contagi Covid. Solo che il lavoro di forza messo in atto per migliorare la velocità e forse anche il clima più rigido di quello spagnolo gli hanno provocato un dolore al ginocchio destro che ha condizionato il suo rendimento al Nord. E dopo il Tour in appoggio a Ben O’Connor, la vittoria di Plouay ha rimesso il morale a posto.

«Questo è il Grand Prix de Plouay (il nome d’origine della corsa, ndr) – ha detto – appartiene al patrimonio del ciclismo francese. E oltre a questo, stavo cercando la prima vittoria al WorldTour e l’ho trovata». 

Alaphilippe è da poco rientrato alle corse e ora fa rotta su Leuven per confermare il suo iride
Alaphilippe è da poco rientrato alle corse e ora fa rotta su Leuven per confermare il suo iride

Tenaglia Deceuninck

Non è stato un risultato venuto per caso. Prima ha seguito Alaphilippe nell’attacco sulla salita di Saoutalarin a quasi 60 chilometri dal traguardo e a quel punto Cosnefroy si è reso conto di essere nella morsa del campione del mondo e del compagno Honoré. Ha ragionato. Ha risparmiato le forze a a una ventina di chilometri dal traguardo si è tolto di ruota il danese. E a quel punto Alaphilippe ha mangiato la foglia e ha smesso di collaborare, provocando un gesto di stizza nel connazionale.

«Gli ho detto che doveva essere più fiducioso perché poteva vincere – ha spiegato dopo l’arrivo il campione nel mondo – ero un po’ nella sua stessa situazione nel 2018 quando ho vinto la Freccia Vallone. Era l’attesa della prima grande vittoria. Gli farà bene per il futuro, ha meritato il successo e non sarà l’ultimo».

Cosnefroy ha confermato ogni parola. «Mi ha detto che potevo vincere. Dopo l’arrivo, Julian è stato super felice per me. So che era sincero. Andiamo molto d’accordo».

Tra Alaphilippe e Cosnefroy una volata difficile, in cui la freschezza ha fatto la differenza
Tra Alaphilippe e Cosnefroy una volata difficile, in cui la freschezza ha fatto la differenza

Attacco da lontano

Per Julian il rientro alle corse non è stato semplice. Perciò, volendo evitare il confronto diretto con quelli più in forma, ha provato da lontano. 

«Il percorso offriva possibilità di muoversi da lontano – ha detto – quindi siamo andati subito a tutta. Purtroppo alla fine, dopo ogni rilancio sentivo che il crampo non era lontano. Benoit (Cosnefroy, ndr) invece era sempre lì ed è stato semplicemente il più forte. E’ stato già tanto poterlo seguire».

Prima vittoria WorldTour per Cosnefroy e la gioia sul volto
Prima vittoria WorldTour per Cosnefroy e la gioia sul volto

Voeckler prende nota

Il più contento di tutti è parso Thomas Voeckler, il selezionatore della Francia che per Tokyo aveva dovuto fare i conti con il rifiuto inatteso e spiacevole di Alaphilippe. Oltre ad Alaphilippe, Laporte, Senechal e Turgis, il nome di Cosnefroy è un altro da aggiungere alla lista dei corridori per il mondiale: manca più di un mese, ma alla Ag2R Citroen garantiscono che il ragazzo non avrà problemi per tenere la forma. E intanto Alaphilippe sornione fa i conti della sua condizione e annuncia che andrà a rifinirla al Tour of Britain (5-12 settembre). Il solito sorriso da moschettiere del re, ma un’altra sconfitta da masticare fino alla prossima corsa.

Ecco San Sebastian: lo Jaizkibel, il maltempo e Loulou

29.07.2021
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Uno spicchio di terra tra l’Oceano Atlantico, i Pirenei e persino un pezzetto di Francia. I Paesi Baschi si apprestano ad applaudire la loro classica per eccellenza: San Sebastian. 

I Paesi Baschi sono considerati la “Svizzera” della Spagna. Si passa dal “deserto” del Nord al verde più rigoglioso in cui lo sport che ha a che fare con la bici ha un ruolo primario: triathlon, Mtb e soprattutto ciclismo su strada. E quando arriva questa classica d’estate quelle zone si fermano e i baschi scendono in strada.

L’altimetria della gara maschile
L’altimetria della gara maschile

Tante salite

Sabato quindi torna la Donostiako Klasikoa (in basco). E lo fa dopo un anno di pausa causa pandemia. Al via sia le donne che gli uomini. Scopriamo quindi cosa attende gli atleti. Partiamo dai maschi.

La prova maschile misura 224 chilometri, conta sei Gpm, con il mitico Jaizkibel (da scalare due volte) e il trampolino di lancio del Murgil.

«La prima parte della Clásica – ha detto Roberto Laiseka, ex corridore e tra gli organizzatori dell’evento – corre lungo l’intera costa del Guipuzcoan ed è abbastanza pianeggiante. Nella seconda parte invece, spazio agli scalatori con lo Jaizkbel e l’Erlaitz. E’ qui che si farà la selezione definitiva. Si passa il traguardo prima di intraprendere l’ultima salita a Murgil: scalata breve ma molto dura. Dalla cima mancano solo 8 chilometri al traguardo quindi è molto importante iniziare sia la salita che la discesa ben piazzati». 

Il percorso è sempre duro, ma ha spesso premiato uomini in forma, anche se il dislivello (superiore ai 3.200 metri) strizza l’occhio agli scalatori. In più spesso in cima alle salite il vento si sente non poco e per questo tant’è volte hanno alzato le braccia anche dei passisti.

Alaphilippe favorito, Yates incognita

Di solito San Sebastian premia coloro che escono dal Tour de France. Dai Campi Elisi alla baia basca passavano solo sei giorni, stavolta invece di mezzo ci sono state le Olimpiadi. E’ tutto un po’ un punto interrogativo.

Al via non c’è il solito super parterre, ma i campioni non mancano. Il primo della lista, e naturale favorito, è Julian Alaphilippe. Tra l’altro Loulou parte con una squadra formidabile della quale fa parte anche Mattia Cattaneo. 

Il suo primo rivale è Jonas Vingegaard. Il danese, secondo a Parigi, potrà finalmente essere il capitano della Jumbo-Visma. Saprà invece già essere competitivo Egan Bernal? Il colombiano rientra in corsa dopo il trionfo al Giro. Non ha il ritmo gara, ma ci ha abituato a rientri subito al vertice.

E poi occhio a Simon Yates, tra i pochi che vengono da Tokyo. Lui ha corso anche il Giro e il Tour e Simon stesso si è dichiarato curioso di vedere fino a che punto il suo corpo “terrà botta”. Ci sono poi Wilco Kelderman e Luis Leon Sanchez, recente vincitore della Ordiziako Klasika, che è un po’ considerato l’antipasto di San Sebastian. E Luis Leon chiama a rimorchio Juan Ayuso. Il baby fenomeno della Uae infatti è giunto secondo nella stessa prova proprio alle spalle dell’esperto connazionale. 

Gli italiani in gara sono ben venti. Colui che potrà fare bene è Diego Ulissi, che esce dalla vittoria alla Settimana Internazionale Italiana. E anche Alessandro Covi potrebbe trovare un certo spazio.

Ci sarà De Marchi, che ha ripreso al Tour de Wallonie dopo la tremenda caduta del Giro. Buone possibilità anche per Fabbro e Moscon.

L’altimetria della gara femminile
L’altimetria della gara femminile

E le donne?

La gara femminile è molto dura. Specie nel finale. La distanza inoltre non è affatto breve (ricordiamo quasi 140 chilometri). Per di più c’è un grande rischio di maltempo: pioggia e temperature relativamente basse. Le donne scatteranno dalla splendida baia di San Sebastian alle 9:15, circa 2 ore e mezza prima degli uomini. Per le ragazze: quattro Gpm, ma tantissimi strappi.

La notizia è che non ci saranno le mostruose olandesi (Vos, Van der Breggen e Van Vleuten). Questo rimescola molto le carte. La Trek-Segafredo sembra essere la squadra da battere, seppur orfana di Elisa Longo Borghini. Cordon-Ragot può dire la sua. E allora ecco che crescono le possibilità per Soraja Paladin ed Erica Magnaldi. Campionessa uscente è l’australiana Lucy Kennedy, che partirà col numero uno.

La maledizione gialla in un Tour bellissimo, ma privo di logica

04.07.2021
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«Non dobbiamo dimenticare – insiste Alaphilippe – che l’obiettivo numero uno è vincere le tappe, non vincere il Tour. Voglio assaporare quello che ho fatto finora, perché non si può sempre vincere». La maledizione non è iridata, ma gialla. E se sei francese può schiacciarti, perché quasi non trovi il modo di sottrarti. Così adesso sono tutti a chiedersi che cosa sia successo ad Alaphilippe, quando probabilmente è stato tutto un equivoco dall’inizio. E forse, pur non conoscendo i meccanismi olimpici francesi, Julian farebbe meglio a prendere la palla al balzo, rivalutando la pista olimpica e smarcandosi da un gioco troppo grande e privo di logica.

La lotta con Vdp per la gialla? Bella, ma una vera maledizione: che spreco di energie…
La lotta con Vdp per la gialla? Bella, ma una vera maledizione: che spreco di energie…

Maledizione gialla

«Il Tour, il Tour… ». Suo cugino e allenatore Frank alza gli occhi al cielo, perché sa esattamente in quale trappola perversa si sia cacciato il campione del mondo.

«E’ normale che sia molto importante per le squadre francesi – dice – ma a volte va a scapito dei corridori. Prima di rinnovare con la Deceuninck-Quick Step, Julian ha ricevuto proposte da squadre che lo volevano per puntare alla classifica del Tour. Forse è anche per questo che non ha accettato. Se avesse debuttato in una squadra francese, dove probabilmente si sarebbe preparato soltanto per il Tour a discapito delle classiche, avrebbe fatto questa carriera?».

Eppure ci sono cascati anche loro. Lo dicemmo alla vigilia: spesso le scelte dei corridori sono la conseguenza degli interessi di squadra, ma poi tocca a loro assecondare o meno certe ambizioni. Quando decise di mollare il progetto olimpico di Voeckler per scegliere il Tour in maglia iridata, avrebbe potuto benissimo dire che lo avrebbe vissuto alla giornata. Puntando alle tappe e sganciandosi dalla perversa roulette della classifica, come suggerito da Bettini. Invece no. Così che adesso, stemperato il ricordo del debutto con vittoria e maglia gialla, siamo tutti a chiederci dove sia finito Alaphilippe.

Blackout nella crono

Ovviamente Julian non è quello di tre anni fa e forse bisognerebbe chiedersi se non sia stato piuttosto quell’anno l’eccezione non ripetibile. Non è possibile che il corridore che dominò la cronometro di Pau e chiuse al quinto posto fosse un atleta in stato di grazia, capace di superarsi prima di tornare nei suoi panni di grande cacciatore di classiche? Credere il contrario è il primo segno della maledizione gialla.

«In effetti alle prime pedalate nella crono di Laval (iniziata al secondo posto in classifica, con soli 8” da Van der Poel, ndr) – ha detto quel giorno – ho sentito subito che le gambe non erano grandi. Pur dando il massimo, ho sentito alla radio che non ero in corsa. Ho capito subito che sarebbe stato complicato. Il percorso mi piaceva, ma sono state le gambe a parlare e non ho vissuto una bella giornata. Devo recuperare, analizzare perché le cose non andavano».

Quanto vale un Tour in maglia iridata? Tanto. e a tutti i livelli
Quanto vale un Tour in maglia iridata? Tanto. e a tutti i livelli

Scelta necessaria

Eppure, nonostante i tanti segnali e la necesità di analizzarli, si è andati avanti a cercare il recupero, con quell’idea di classifica così difficile da mollare, mentre Van der Poel viveva la sua favola gialle e Van Aert si trasfigurava per scalare posizioni, trasformando il Tour in una battaglia quotidiana. In una trappola infernale, in cui Pogacar ha scelto di non cadere.

«Potrebbe non essere il miglior Julian in questo momento – ha detto ancora suo cugino dopo l’interminabile tappa di Le Creusot – ma rimango ottimista. Sono qui a sperare che la cronometro sia stata un giorno di affaticamento. Da allora, le gambe sono migliorate sempre di più. Dovrebbe continuare a cercare di seguire i migliori o scegliere le tappe? E’ un argomento che stiamo iniziando ad affrontare insieme».

A Le Creusot non ha preso la fuga e alla fine ha sprintato con Mas
A Le Creusot non ha preso la fuga e alla fine ha sprintato con Mas

Il momento di smarcarsi

Anche per il campione del mondo il riposo giunge provvidenziale, anche se di mezzo c’è ancora la… tappetta esplosiva di oggi che porterà i corridori a Tignes, mettendo in fila il Col de Saisies, il Col du Pre, il Cormet de Roselend e l’interminabile salita verso Tignes. Lassù, dove Roglic ha svolto gran parte della preparazione al Tour, si tireranno le somme di una prima settimana esplosiva, stupenda e illogica. In cui i cacciatori di tappe sono stati dipinti come possibili conquistatori di maglie. E per paura che ciò fosse possibile, si sono mandati a monte ragionamenti e tattiche che avrebbero dovuto consigliare calma agli uomini di classifica. Ma se sei un uomo da classiche come Alaphilippe, per impedirti di assecondare l’istinto e seguire Van Aert e Van der Poel, avrebbero dovuto legarti. Peccato che nessuno sia riuscito a farlo. Magari saranno proprio i 18’51” di ritardo in questa classifica così strana a rimettere il campione del mondo in carreggiata. Che vinca due tappe poi dia ascolto a Bettini e voli a Tokyo. Non c’è altro motivo per cui tenere duro.

Fra Livigno (e il Veneto) con Albanese e Stefano Zanatta

30.06.2021
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Albanese ha voltato pagina. Lo dice lui, lo dicono i risultati e lo dice Stefano Zanatta, il suo direttore sportivo. Sono passati sei mesi da quando sentimmo il corridore all’inizio del suo percorso con la Eolo-Kometa e dalle prime uscite a oggi il corridore ha cambiato fisionomia e modo di parlare. Il Giro d’Italia ha mostrato anche una faccia che probabilmente non sapeva di avere: quella dell’uomo squadra.

«Aiutare un altro a vincere – dice Albanese dal ritiro di Livigno – non è come farlo di persona, sarei bugiardo. Però serve anche questo. Il giorno dello Zoncolan sul pullman decisero che Fortunato doveva andare in fuga e per essere certo che la prendesse, gli dissero di mettersi a ruota mia. Lui è stato bravo, non mi ha mollato per 10 chilometri e quando ci siamo trovati in fuga, ho tirato come un matto per portarlo alla salita con il vantaggio giusto. Anche queste sono soddisfazioni».

Ivan Basso e Stefano Zanatta subito dopo la vittoria di Fortunato sullo Zoncolan
Ivan Basso e Stefano Zanatta subito dopo la vittoria di Fortunato sullo Zoncolan

Tirato come mai prima

“Vincio” è magro come non lo abbiamo mai visto. Da quando lo raccontavamo vincere fra gli under 23 è passato qualche anno, per cui anche il suo modo di parlare adesso è più posato. Sta alla larga dai sassolini nelle scarpe, preferendo toglierli quando nessuno può vederlo.

«Mi è scattata la rabbia – dice – ero arrivato a un passo dal non trovare squadra e ho voluto dimostrare qualcosa a me stesso e a chi pensava che fossi finito. Devo molto alla Eolo-Kometa. A un direttore sportivo come Zanatta, ma anche a Sean Yates che al Giro ci ha dato un grande supporto su come correre. E poi ha ragione Basso, lo staff e la struttura hanno permesso a tanti con i miei stessi problemi di rilanciarsi. E’ la squadra dei rilanci…».

Il ruolo di Zanatta

Qual è stato il ruolo di Zanatta nella sua rinascita? E che cosa ha trovato dopo averlo accolto tra i professionisti negli anni della Bardiani?

«Sicuramente – dice Stefano – ho visto un bel cambio di approccio con la professione, dovuto certo al cambio di squadra e agli anni che passano. Vincenzo è entrato subito in sintonia, ha perso quel filo di peso che lo ha sempre limitato e ha scoperto un nuovo ruolo in squadra, dopo anni in cui era abituato a pensare soprattutto per sé. Gli ho spiegato che bisogna sapersi giocare in tutti i ruoli. Ha provato fughe. Ha lottato per i Gpm… tutte cose che aiutano a crescere».

In 4 anni con la Bardiani risultati davvero opachi
In 4 anni con la Bardiani risultati davvero opachi

Il Giro al primo anno

Stefano lo ricorda al primo assaggio di professionismo, cui approdò dopo un anno fra i dilettanti in cui vinceva anche senza essere al top della forma. Dopo aver vinto addirittura il Matteotti, correndo con la maglia azzurra, davanti ai professionisti.

«Arrivò in ritiro – ricorda Stefano Zanatta – con qualche problemino al ginocchio, per il quale dovette fermarsi. Rientrò al Coppi e Bartali, pedalò benino e Reverberi decise di portarlo al Giro perché vedesse il ciclismo dei grandi. Si ritirò a metà, come stabilito. Ma se sei abituato a vincere facilmente e non porti a casa più niente, dopo un po’ la serenità va a farsi benedire e lui dava questa impressione. E di sicuro qualche strigliata da Reverberi se la prese e questo per un carattere orgoglioso come lui fu pesante».

Un nuovo altruismo

Il modo di stargli accanto Zanatta l’ha capito quasi subito: bisognava mostrargli fiducia e così ha fatto.

«L’anno scorso –  dice Stefano – qualcosa aveva fatto vedere e così gli ho parlato chiaramente, perché io sono sempre diretto con i corridori. Gli ho detto che volevo ritirare fuori il suo talento. Gli ho detto di insistere. Quando dopo il Coppi e Bartali era un po’ abbattuto, perché la Tirreno non era andata come voleva, gli ho detto di tenere duro. Ha fatto bene in Turchia e al Giro gli abbiamo dato di volta in volta dei ruoli importanti. Dalla maglia dei Gpm al fare da riferimento per Fortunato. Quel che ha fatto verso lo Zoncolan, anni fa non lo avrebbe accettato. Lo abbiamo stimolato e gli abbiamo dato fiducia e sono certo che tornerà in corsa con la rabbia giusta. Uno che al primo anno da pro’ viene all’Amstel ed è l’unico della squadra che prende la fuga, significa che i grandi obiettivi lo motivano. Perciò lo aspetto da settembre che porti a casa qualche vittoria. Lui dice la Sabatini? Ma ci sono tante corse adatte a lui. Se ci arriva col piglio giusto, qualcosa arriverà».

Anche alla Tirreno aveva lottato per la maglia dei Gpm, piazzandosi 6° nella classifica
Anche alla Tirreno aveva lottato per la maglia dei Gpm, piazzandosi 6° nella classifica

Sullo Stelvio da solo

Albanese leggerà queste parole e ne trarrà la motivazione per stringere ancora i denti. Il ragazzo che a sei anni lasciò Salerno per trasferirsi in Toscana con la famiglia dice che fra un paio di giorni lascerà Livigno e se ne andrà da solo per due settimane sullo Stelvio.

«Qui è bello – dice – e c’è anche la pianura, ma c’è troppa gente. Io non sono un gran chiacchierone, mi piace stare da solo. E lassù potrò pensare solo ad allenarmi. Ci tengo anche io a tornare quello di una volta. Non ho mai perso il gusto di fare fatica, ma la grinta m’era passata, non avendo un ruolo, correndo tutti come isolati. Voglio dimostrare cosa so fare e sono nella squadra giusta. Agli amici di bici.PRO dico di seguirci, vi faremo divertire».

Fignon Tour 1983

Il Tour a un francese? Per Tinazzi è questione di tempo

30.06.2021
4 min
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Proviamo a dare un’altra chiave di lettura all’inizio di questo Tour de France, guardando a quella straordinaria passione che la gente ci sta mettendo ai bordi delle strade, anche – purtroppo – eccessiva visto il comportamento di alcuni scriteriati. Da che cosa deriva? Forse da un sempre più forte e quasi inconscio desiderio di tornare a gioire per un “galletto” capace di svettare nella corsa più famosa al mondo e nell’evento sportivo più sentito oltrAlpe.

E’ dai tempi della rivalità fra il vecchio Bernard Hinault e Laurent Fignon (nella foto d’apertura) che i francesi aspettano: hanno visto passare campioni-collezionisti come Indurain, il fedifrago Armstrong, Froome; hanno applaudito imprese di campioni come Pantani e Nibali mandando giù bocconi amari considerando la rivalità che ci ha sempre diviso con i “cugini”. E sono ancora là ad aspettare: perché?

Tinazzi 2021
Marcel Tinazzi, 67 anni, è stato pro dal 1977 all’86, vincendo il titolo francese al suo primo anno
Tinazzi 2021
Marcel Tinazzi, 67 anni, è stato pro dal 1977 all’86, vincendo il titolo francese al suo primo anno

Tinazzi è titolare dal 1986 di un importante azienda di abbigliamento sportivo, la MSTina, nata sull’onda di un’idea che il corridore francese aveva avuto negli ultimi anni di carriera, pensando a una maglia con zip integrale. Oggi tra i suoi testimonial c’è anche Gabriele Benedetti, neocampione italiano under 23 per il quale la MSTina ha firmato la nuova maglia tricolore, ma torniamo al nostro tema. Tinazzi, vecchio gregario di Fignon come di Sean Kelly, ha un’idea molto precisa.

«Il ciclismo odierno è molto diverso da quello dei miei tempi perché noi correvamo da febbraio a ottobre – afferma l’ex corridore italofrancese – oggi non ci si ferma mai, ma apparentemente, perché i corridori scelgono i loro obiettivi, si presentano al via ogni volta al 200 per cento, poi finiscono la gara che gli interessa e spariscono per un mese. Devi essere subito pronto, noi iniziavamo a gareggiare che eravamo al 60 per cento della condizione, oggi non puoi permettertelo».

Resta però il fatto che i francesi emergono dappertutto, dalla Mtb al Bmx, ma non nel settore che più interessa alla gente…

La federazione, soprattutto sotto la guida di Lappartient, ha fatto un grande lavoro a livello giovanile e ora stiamo vedendone i frutti. Corridori buoni ci sono, David Gaudu (Groupama FDJ) e Remy Rochas (Cofidis) sono due ottimi prospetti, ma solo il tempo dirà se riusciranno ad arrivare in vetta. Vincere una grande corsa a tappe è difficile, perché devi reggere per tre settimane: Pinot, Barguil sono ottimi corridori, lo stesso Bardet avrebbe tutto per vincere il Tour, ma mancano di quel qualcosa che li fa essere sul pezzo dall’inizio alla fine.

Rochas 2021
Remy Rochas, 25enne della Cofidis sul quale Tinazzi è pronto a scommettere
Rochas 2021
Remy Rochas, 25enne della Cofidis sul quale Tinazzi è pronto a scommettere
Gaudu ad esempio ha vinto sia Corsa della Pace che Tour de l’Avenir nello stesso anno come Pogacar, ma attualmente sono a livelli ben diversi…

Quando si parla di giovani bisogna capire che non sempre chi ha vinto tanto nelle categorie giovanili poi farà lo stesso da pro’, anzi è più facile il contrario… Io consiglio sempre di non correre troppo prima di passare, perché se sei già tirato arrivi spremuto e poi è difficile emergere. Poi bisogna considerare anche che nel ciclismo di adesso è tutto esasperato, non ci si diverte più.

Nei mitici anni Ottanta ci si divertiva di più, allora…

Enormemente. Finita la corsa eravamo tutti amici, De Vlaeminck e Maertens erano un fiume di scherzi. Poi, quando si saliva in bici, si lottava allo stremo, ma al di fuori era come il terzo tempo nel rugby. Oggi invece ognuno sta per conto suo, con cuffiette e smartphone, ognuno fa i suoi programmi di allenamento, ognuno guarda l’altro in cagnesco. Non mi piace. 

E’ chiaro che è un’altra epoca, anche dal punto di vista economico…

Esatto: quando finirono la loro carriera, gli stessi Merckx e Gimondi si misero a lavorare. Oggi basta qualche vittoria e hai svoltato, guadagni in quei 4-5 anni quanto ti basta per compare qualche appartamento e vivere di rendita.

Alaphilippe Tour 2021
Alaphilippe in giallo il primo giorno del Tour: l’epilogo potrebbe essere dello stesso colore?
Alaphilippe Tour 2021
Alaphilippe in giallo il primo giorno del Tour: l’epilogo potrebbe essere dello stesso colore?
Finirà questa lunga attesa di un francese vincitore del Tour?

Io ne sono sicuro. Il ciclismo vive di cicli: il Belgio dopo Merckx ha sofferto, l’Olanda si sta riprendendo ora dopo il periodo di Raas e Knetemann, l’Italia vinceva tutto nelle classiche con Bartoli e Bettini, insomma verrà anche il nostro periodo.

E Alaphilippe, ha fatto bene a rinunciare alle Olimpiadi per puntare alla maglia gialla?

Al mondo d’oggi, ci sono talmente tante gare che una in meno ti cambia poco. Julian due anni fa non ci andò poi così lontano, solo che alla fine non aveva più la squadra perché si era logorata nel controllo con lui in giallo. Ha fatto bene a lasciare la maglia a Van Der Poel, per me qualche possibilità di vincere ce l’ha…

Tappa e maglia, storia di un successo nato dal dolore

27.06.2021
5 min
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Immenso Van der Poel, cos’altro vuoi dire? E immenso ancora di più alla luce delle cose successe ieri. Dell’insuccesso e delle critiche, che a volte sono troppo frettolose. Ma si diceva anche stamattina, Mathieu impara in fretta e in quello scatto rabbioso e nella tattica di tutta la giornata c’è stato tanto dei ragionamenti della serata scorsa, davanti al dolore dei suoi compagni e quello che lo scavava nell’animo.

E alla fine per Mathieu è arrivata la maglia gialla promessa a suo nonno Poulidor
E alla fine per Mathieu è arrivata la maglia gialla promessa a suo nonno Poulidor

Eroico “Sbara”

Kristian Sbaragli divide la stanza con l’olandese e quando ieri sera si sono ritrovati a commentare la tappa andata male, non c’è stato bisogno di troppe parole. Mathieu l’ha guardato e ha visto il compagno che avrebbe dovuto tenerlo davanti nel finale con 4 punti sul mento, le labbra aperte internamente perché nella caduta ha battuto i denti (e per fortuna non li ha rotti) e contusioni al costato e al ginocchio. Un quadro di dolore. Kristian non ha neppure cenato se non con qualcosa di liquido, eppure stamattina alla partenza ha messo nei pedali tutto quello che gli restava in corpo, resistendo alla tentazione di mollare.

L’idea della fuga

La Alpecin-Fenix sta tornando in pullman verso l’hotel e le parole di Sbaragli sono le prime, perché lo sforzo della tappa gli ha decongestionato le labbra e adesso riesce a parlare.

«Stamane – dice – siamo partiti per vincere. Come squadra avevamo il compito di fare il massimo perché Mathieu prendesse il muro nella posizione giusta. Poi negli ultimi chilometri, quando sta bene… lui è lui. Per come è andata ieri avevamo solo tanto rammarico, così stamattina s’è parlato di fare quel che poi s’è fatto. L’attacco al primo passaggio doveva servire a portare via un gruppettino e inventarsi una tappa diversa, ma alla fine sono venuti quei secondi di abbuono ed è andata bene lo stesso».

Oltre il dolore

Lui è lui. In queste sette lettere c’è la devozione del gregario e insieme il riconoscimento di una forza e una classe che tutto il gruppo è andato a tributare a Van der Poel dopo l’arrivo. Alaphilippe si è fermato. E come ieri Mathieu si era congratulato con lui, oggi il francese è andato a riconoscergli la superiorità di giornata. Poi è arrivato Pogacar, che l’ha abbracciato a lungo, come si fa con un grande avversario nei cui confronti hai anche e soprattutto stima.

Sul traguardo Pogacar si volta. Roglic è in scia, Alaphilippe poco dietro
Sul traguardo Pogacar si volta. Roglic è in scia, Alaphilippe poco dietro

«Non stavo bene per niente – riprende Sbaragli – avevo dolore da tutte le parti, ma toccava nuovamente a me e così sono partito con l’idea di vedere per strada come stavo. La squadra mi ha chiesto di fare il massimo. Non ho avuto grandissime gambe, ma ho dato tutto e anche altro. La pressione in questi giorni s’è sentita, anche se come squadra non abbiamo più tantissimo da dimostrare. Siamo concentrati, perché il Tour è lungo, ma siamo anche ben preparati, perché chi è qui ci sta lavorando da gennaio. L’obiettivo era vincere una tappa, la maglia gialla è stata la ciliegina sulla torta. Certo che Mathieu sentiva questo fatto di suo nonno Poulidor e ha sentito anche le critiche. Hanno parlato di fallimento, ma ieri è pur sempre arrivato a 8 secondi, avendo perso i compagni per una caduta. I campioni si riconoscono anche per queste reazioni. Invece le critiche per noi sono diventate benzina».

Sera di festa

Mathieu raggiungerà l’hotel più tardi in ammiraglia, essendo rimasto fermo con il protocollo, le interviste in zona mista e poi l’antidoping. Vederlo indicare il cielo e crollare in lacrime ha dato la misura di quanto siano grandi e potenti le motivazioni che animano un atleta e di come dietro certe imprese ci siano ancora il bambino, la famiglia, il nonno, le parole e i racconti di una vita.

«E allora stasera un po’ si farà festa – dice Sbaragli – niente di clamoroso, ma il brindisi ce lo siamo proprio meritato. Domani proveremo a vincere ancora con Merlier in volata, dovremo essere concentrati, ma la tappa e la maglia gialla valgono un festeggiamento. Io per fortuna non ho niente di rotto e adesso spero che il dolore passi e di riprendermi bene nei prossimi due, tre giorni. Non è iniziato bene questo Tour, ma sono convinto che possa cambiare. E giornate come questa aiutano parecchio».

E mentre Sbaragli raccontava e Van der Poel si sottoponeva a rituali e controlli, Alaphilippe molto deluso lasciava a bocca asciutti i cronisti in attesa, con tanto di scuse del suo addetto stampa che è riuscito provvidenzialmente a registrarne alcune battute. Tanto è dolce e toccante la vittoria, per quanto può essere beffarda la resa. E’ la storia del Tour, una delle tante maestose storie del ciclismo. Domani, potete scommetterci, saranno di nuovo qui per provarci ancora.