La lenticolare Bora Ultra TT dal lato della cassetta
E questo invece è il lato opposto: nella versione per tubolare pesa 864 grammi
La lenticolare Bora Ultra TT dal lato della cassetta
E questo invece è il lato opposto: nella versione per tubolare pesa 864 grammi
Posteriore lenticolare
Campagnolo, che fornisce ruote e gruppi al UAE Team Emirates, è da sempre attenta ai dettagli. Così per le ruote lenticolari, nonostante il grande dislivello e i continui saliscendi, le nuove Bora Ultra TT di Campagnolo forniscono un’elevata resistenza all’aria con un guadagno di peso di ben 111 grammi. Una differenza notevole se si pensa al fatto che un guadagno di peso sulla massa rotante influisce di più rispetto allo stesso su una parte differente della bicicletta. Il prezzo di questa ruota lenticolare è di 3.433 euro.
All’anteriore è previsto l’uso della Bora WTO 77
Mozzo a 16 raggi per la ruota da 77 millimetri
Si potrebbe usare anche un profilo maggiore, ma si perderebbe in guidabilità
La Bora WTO 77 ha il canale largoe pesa 755 grammi
All’anteriore è previsto l’uso della Bora WTO 77
Mozzo a 16 raggi per la ruota da 77 millimetri
Si potrebbe usare anche un profilo maggiore, ma si perderebbe in guidabilità
La Bora WTO 77 ha il canale largoe pesa 755 grammi
Anteriore da 77
La ruota anteriore per Tadej sarà la Bora WTO 77 di Campagnolo, un profilo da 77 millimetri che permette il distacco del flusso d’aria. Con questa scelta tecnica si garantisce una maggiore velocità al corridore, il suo design studiato nei minimi dettagli permette di mantenere un livello di guidabilità del mezzo estremamente elevato.
Nonostante i tanti metri da scalare Campagnolo ha escluso l’utilizzo di ruote con un profilo minore, i tratti in salita, infatti, sono per lo più dolci. La ruota è in vendita al prezzo di 2.114 euro.
Al Tour de France, Pogacar a crono ha usato pneumatici da 25 (foto Campagnolo-Getty Images)Al Tour de France, Pogacar a crono ha usato pneumatici da 25 (foto Campagnolo-Getty Images)
Occhio ai pneumatici
Altro dettaglio da non sottovalutare, la scelta di Campagnolo per il suo pupillo è presto fatta, coperture da 25 millimetri. Questo tipo di pneumatici rendono il sistema cerchio-copertura un tutt’uno.
E’ stato studiato come questa misura di copertoncino abbassi al minimo la resistenza da rotolamento grazie alla sua minor flessione.
Una provocazione di Andrea Agostini sui giornalisti è lo spunto per una riflessione sul ruolo di questa categoria. E sugli spunti offerti da questo Tour
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Ma perché al di là della vittoria nella crono del Tour, Malori giorni fa disse che contro questo Van Aert nella crono di Tokyo si potrà fare poco? Che cosa ha visto l’emiliano nelle immagini e nella prova del corridore della Jumbo Visma al Tour de France? Proviamo a capirlo insieme, partendo da un paio di foto e dalle immagini televisive. «Sicuramente rispetto ad altri specialisti, anche se lui non lo è (perché è specialista di tutto) – sorride Adriano – ha una posizione molto più raccolta, rispetto ad esempio a un Ganna. Basa la sua aerodinamica sulla conformazione del corpo…».
E qua lo fermiamo, ammirati per la capacità di cogliere nelle immagini le attitudini dell’atleta e leggerne le caratteristiche. Andiamo avanti, ci sarà da scrivere e leggere…
Un assetto molto naturale: ha le spalle strette e riesce a tenere la testa ben incassataUn assetto molto naturale: ha le spalle strette e riesce a tenere la testa ben incassata
Che cosa significa che basa l’aerodinamica sulla conformazione del corpo?
Riesce a tenere le spalle incassate e strette, con la testa che si incassa bene fra le spalle stesse. L’ho visto bene nell’inquadratura frontale delle telecamere fisse. E’ il suo forte. Ha le spalle molto strette, la parte superiore del corpo è sottodimensionata rispetto alle gambe e grazie a questo riesce a ottenere la posizione a forma di proiettile. Una cosa che a Ganna non riesce.
Perché?
Perché ha le spalle molto più larghe, quindi per essere aerodinamico deve ricorrere a protesi più alte e comunque non riesce ad avere la stessa penetrazione naturale. Ma la differenza fra i due sta anche nella schiena.
Vale a dire?
Van Aert è più raccolto, riesce a curvare di più la schiena e ha una distanza davvero ridotta fra ginocchia e gomiti. Unendo questo alla grande potenza di cui dispone, si capisce come faccia a raggiungere le alte velocità con cui ha battuto anche gli specialisti della crono.
E’ così corto perché la bici è piccola o perché pedala molto in punta?
Pedala in punta, tende a raccogliersi naturalmente. Ha una posizione perfetta senza scomporsi, mentre tanti, ad esempio i corridori della Ineos, saltellano sulla sella e ogni 4-6 pedalate sono costretti a tirarsi indietro. Quel tipo di sforzo, che è molto comune, per la muscolatura è devastante.
Castroviejo è uno specialista, eppure tende a scivolare in avanti e deve spingersi per tornare al centro della sellaCastroviejo è uno specialista, eppure tende a scivolare in avanti e deve spingersi per tornare al centro della sella
Addirittura?
Nella crono la pedalata deve essere fluida, mentre nel dare il colpetto indietro, in quel microsecondo in cui dai la spinta per arretrare, perdi fluidità. Se il percorso ha tante curve, in qualche modo lo compensi. Ma se è dritto e piatto e devi stare in posizione, paghi il conto.
Hai parlato dei corridori Ineos.
Castroviejo è il più illuminante, pur essendo uno specialista. Anche quando era con me alla Movistar ha sempre avuto questa posizione in avanti, con la testa più bassa del sedere. Ma se hai la sella poco grippante o inclinata in avanti, come si fa nelle crono per non insistere troppo sulla prostata, finisci con lo scivolare. Invece Van Aert è composto e non si muove.
Ed è incredibile?
Non nascendo cronoman, è singolare. Si vedono tanti corridori scomposti, come ad esempio Pogacar, che vice la crono sfruttando la sua grande condizione. Invece Van Aert è composto a crono come Ganna, in salita va agile come uno scalatore e poi vince le volate.
Pronto per fare classifica?
Secondo me no, non gli conviene. Un conto è fare come lui, che quando vuole si stacca e molla. Per fare il podio in un Giro, non puoi permetterti alcun passaggio a vuoto. E poi pesa 78 chili e su una pendenza del 10 per cento, il confronto con gi scalatori si sentirebbe. Non è più il tempo dei corridori come Indurain, anche Miguel oggi non avrebbe speranze. Con il ciclismo di adesso, oltre i 70 chili in salita non hai scampo.
Van Aert ha le ginocchia molto vicine ai gomiti, con la schiena incurvata
Ganna ha le spalle più larghe, curva meno la schiena ed è meno raccolto
Van Aert ha le ginocchia molto vicine ai gomiti, con la schiena incurvata
Ganna ha le spalle più larghe, curva meno la schiena ed è meno raccolto
Vincerà lui a Tokyo?
E’ il grande favorito, anche se spero che Ganna ci regali la sorpresa. Su un percorso così duro, sarà difficile batterlo. Però un errore l’ha fatto, decidendo di partire per il Giappone subito dopo i Campi Elisi.
Perché?
Perché è vero che guadagni un giorno per ambientarti, ma è vero anche che io una giornata a letto a riposarmi il giorno dopo l’avrei fatta. Invece in volo non recuperi, arrivi laggiù e fai subito salita per vedere il percorso… Tanto o arrivi due settimane prima e ti ambienti bene, altrimenti tanto valeva andarci all’ultimo.
Ma insomma questo Van Aert non ha difetti in bici?
Mi sembra messo benissimo, come il migliore specialista. Semmai l’unica cosa sarebbe dargli un casco davvero su misura. A volte non aderisce perfettamente alla schiena. Ma tutto sommato, ragazzi, con le nuove protesi che ben si adattano a tutte le braccia, la galleria del vento e i vari studi, è veramente difficile trovare un top rider messo male sulla bici da crono.
Prima resiste agli attacchi di Pogacar (che cade), poi Jonas Vingegaard e la sua squadra stritolano il rivale. Vittoria a Hautacam, grazie a super Van Aert
Non solo strada. Tra pochi giorni (il 28 luglio) a Tokyo andrà in scena anche la cronometro individuale. Una crono che desta non poco la nostra attenzione visto che Filippo Ganna partirà con ambizioni importanti. Una crono che però non è facile. Misura 44 chilometri e 850 metri di dislivello (valori che sono la metà per le donne) e si corre in un contesto climatico affatto scontato. E più le situazioni sono complesse e più incidono i materiali.
Con Marco Pinotti, ex cronoman, tecnico del TeamBike Exchange e ingegnere, abbiamo fatto il punto su quali fossero i materiali chiave nella prova contro il tempo a cinque cerchi. E lui ce ne ha segnalati tre in particolare: ruote, body e caschi.
Presentate qualche settimana fa le maglie Castelli per Tokyo (da sinistra: Roberto Amadio, Elia Viviani, Alessio Cremonese)Presentate qualche settimana fa le maglie Castelli per Tokyo (da sinistra: Roberto Amadio, Elia Viviani, Alessio Cremonese)
Body veloce e traspirante
Secondo Pinotti le bici sono le stesse. Posizioni (soprattutto) e materiali legati alle stesse posizioni (vedi i manubri) sono collaudati e non verranno stravolti per le Olimpiadi. Si lavora quindi su altro, sui “dettagli”. Che poi dettagli non sono.
«Eh sì, per me – spiega Pinotti – i body saranno molto importanti. Le le bici alla fine sono quelle. Lì in Giappone c’è molta umidità e questo può incidere moltissimo. Perché un body più veloce, come quelli che si vedono oggi, non è traspirante. Di solito aerodinamica e tessuti traspiranti non vanno molto d’accordo. Bisognerà vedere i produttori cosa hanno preparato».
Castelli che con gli azzurri della pista ha lavorato sodo e sotto ogni punto di vista, andando anche in galleria del vento, non ha lasciato scoperto il discorso dei body sulla crono su strada. Ma questo dei body è uno dei pochi casi, in cui Pinotti, non è a tutto e solo vantaggio dell’aerodinamica nella scelta di un “materiale”.
«Ho visto che in quella zona l’alba arriva presto e il sole tramonta poco dopo le 17, quindi il picco di calore dovrebbe esserci intorno alle 13 e non alle 15 come da noi. La gara maschile scatterà alle 14 e per quando partiranno i big (presumibilmente verso la fine, ndr) potrebbe essere un filo più “fresco”. Vedremo».
Il body Space Jet di Alè: è stato utilizzato al Tour. Nonostante sia aero, punta molto sulla traspirabilitàIl body Space Jet di Alè: è stato utilizzato al Tour. Nonostante sia aero, punta molto sulla traspirabilità
Ruote? Come al Tour
«Da quel che ho visto – dice Pinotti – la crono di Tokyo somiglia molto alla prima crono del recente Tour de France, che era più mossa rispetto alla seconda. Ha un bel dislivello, è vero, ma c’è solo un tratto al di sopra del 10% e non è neanche tanto lungo. C’è una salita di 4 chilometri, ma la sua pendenza è di poco superiore al 4%. Nel complesso quindi è un percorso veloce e neanche molto tecnico, a parte una curva nel finale in cui so che la careggiata sarà divisa a metà. Bisogna trovare un buon compromesso tra peso ed aerodinamica. Io non cambierei l’assetto utilizzato nella prima crono del Tour de France.
«Chiaramente al posteriore si userà una lenticolare e all’anteriore una ruota da 60 millimetri in su o una a tre razze. I corridori della Ineos-Grenadiers in quella crono del Tour che vi dicevo hanno utilizzato ruote Princeton da 60 millimetri all’anteriore (al posteriore ovviamente la lenticolare), mentre Thomas, Carapaz e Porte laAeroCoach Aeox Zephyrda 80 millimetri (78 per la precisione, ndr)».
Carapaz impegnato nella prima cronometro del Tour. Secondo Pinotti a Tokyo si dovrebbero mantenere gli stessi assettiCarapaz impegnato nella prima cronometro del Tour. secondo Pinotti a Tokyo si dovrebbero mantenere gli stessi assetti
Vento scarso…
La scelta delle ruota è poi molto legata alle condizioni del vento. Vento che però secondo Pinotti non dovrebbe essere poi così determinante.
«Ammetto – dice l’ex tricolore contro il tempo – di non conoscere nello specifico le condizioni del vento del luogo che ospiterà la crono, ma da quello che so non è una zona molto ventosa. E questo ce lo dice anche il tasso di umidità. Le temperature infatti saranno calde, ma non caldissime. Si parla di 30° circa, ma con un tasso di umidità superiore al 70% e questo ci dice di un’area a scarsa ventilazione.
«Semmai bisogna vedere la variabilità del vento, più che la sua intensità. La crono infatti si svolge su un circuito da fare due volte e quindi non sarà mai in un unica direzione. Se poi dovessero fare due partenze, cioè due gruppi, e le condizioni dovessero cambiare, potrebbe esserci qualche sorpresa».
Questa annotazione ci rimanda a quel che accadde a Maurizio Fondriest al Atlanta 1996. Il trentino partì con la pioggia mentre altri favoriti, che stavano in un altro gruppo, corsero con l’asciutto.
«Buona memoria! Sì, il concetto è quello. E’ vero che le partenze sono stabilite secondo i punteggi Uci e quindi tutti i migliori partiranno ravvicinati fra loro, ma magari c’è qualche buon corridore che per un motivo o per un altro ha un punteggio basso, sta particolarmente bene e partendo prima potrebbe sfruttare un meteo migliore».
I caschi aero hanno poche prese per l’aria, ma qualche “feritoia” a Tokyo sarà necessaria I caschi aero hanno poche prese per l’aria, ma qualche “feritoia” a Tokyo sarà necessaria
Casco aero ma non troppo
Un discorso simile a quello fatto per i body riguarda anche il casco. E Pinotti dà una spiegazione molto interessante.
«Anche per il casco: okay la sua aerodinamicità ma non andrebbe trascurata anche la sua aerazione – conclude Pinotti – Si parla di una crono che sfiorerà la durata di un’ora, o comunque 50′ sicuro. Un lasso di tempo importante in cui si suda parecchio e là dentro (pensando alla testa, ndr) si sviluppa un grande calore. Molti dei recettori della pelle e della temperatura si trovano proprio sulla testa e se si surriscalda, il cervello invia impulsi al corpo di abbassare la temperatura. Come? Rallentando…
«Il famoso colpo di calore parte da lì. La testa si surriscalda e il cervello ordina al fisico di “staccare”. Ed è il motivo per cui spesso vediamo il corridore che si getta l’acqua in testa».
Aveva ragione Malori, su tutta la linea. La crono se la sarebbero giocata Van Aert e Pogacar, mentre Kung non ce l’avrebbe fatta perché era parso stanco anche nei giorni precedenti. Ma Pogacar a un certo punto ha tirato i remi in barca e ha fatto una crono… conservativa e Wout Van Aert ha avuto via libera, rifilando 21 secondi a un grande Asgreen, l’uomo del Fiandre, e 32 al compagno Vingegaard già terzo nella prima crono.
Asgreen ha avuto a lungo il miglior tempo, ma si aspettava il ritorno di Van Aert
Su Kung aveva ragione Malori: lo svizzero ha speso troppo nel Tour ed è arrivato quarto
Asgreen ha avuto a lungo il miglior tempo, ma si aspettava il ritorno di Van Aert
Su Kung aveva ragione Malori: lo svizzero ha speso troppo nel Tour ed è arrivato quarto
Malori 10 e lode
Per la Jumbo Visma sulla via di Tokyo, la cronometro promette di essere quasi una gara sociale. Con Van Aert, Roglic e Dumoulin. Vingegaard non è stato selezionato: il solo posto a disposizione per la Danimarca se l’è preso lo stesso Asgreen che oggi ha fatto meglio di lui.
«Vincere una cronometro al Tour de France – dice Van Aert – è sempre stato uno dei più grandi obiettivi della mia carriera. Negli ultimi due giorni mi sono concentrato su questa gara (Malori aveva visto bene, ndr). Sono molto felice di esserci riuscito. Rispetto alla prima cronometro, questa è stata più scorrevole e più veloce. Con il mio peso, è stata più a mio vantaggio rispetto alla prima, che era più dura».
Lavoro di squadra
Anche il direttore sportivo Merijn Zeeman parla di una cronometro perfetta: «Abbiamo investito tempo e impegno. Mathieu Heijboer (ex pro’ e tecnico del Team Jumbo Visma, ndr) ha lavorato sui materiali, la postura, la posizione e i test in galleria del vento. Tutto quel lavoro si è fuso in questa grande prestazione. Wout è andato chiaramente molto meglio che nella prima cronometro. In questo Tour è davvero cresciuto e migliorato. Me lo aspettavo. Sapevamo che era uno dei favoriti oggi e che non si sarebbe accontentato d’altro che della vittoria. Il fatto che Vingegaard sia arrivato terzo, rende questa giornata da sogno».
Van Aert è stato in testa dai primi rilevamenti: non c’è mai stata storiaVan Aert è stato in testa dai primi rilevamenti: non c’è mai stata storia
Asgreen verso Tokyo
Kasper Asgreen è rimasto sulla hot seat per un’ora e quaranta. E’ vero che i corridori lo sanno quando c’è in giro qualcuno che va più forte, ma dopo un po’ ti abitui all’idea che potresti aver vinto. Per questo lo sguardo del danese quando Van Aert lo ha superato era un misto fra delusione e insieme consapevolezza.
«Oggi alla partenza c’erano molti corridori forti – ammette – quindi sapevo che sarebbe stata dura. Ecco perché salire sul podio è un risultato che mi soddisfa, soprattutto perché arriva dopo tre settimane lunghe e dure e a pochi giorni dalle Olimpiadi. I primi chilometri avevano un asfalto ruvido e abbastanza accidentato, il che rendeva difficile trovare il ritmo, quindi il mio obiettivo principale erano i due lunghi rettilinei. Essere arrivato secondo è un buon risultato, il mio primo podio al Tour quest’anno».
Vingegaard terzo a 32 secondi ne rosicchia 25 a Pogacar e molla 1’47” a CarapazVingegaard terzo a 32 secondi ne rosicchia 25 a Pogacar e molla 1’47” a Carapaz
Adrenalina giù
Pogacar ha fatto il suo. Chi me lo fa fare di rischiare l’osso del collo in quelle curve, deve aver pensato la maglia gialla, se tanto ho da difendere quasi sei minuti? L’unico appunto per una corsa remissiva è aver perso l’occasione di confrontarsi con i rivali in vista delle Olimpiadi, ma si sarebbe trattato comunque di un confronto falsato dalle fatiche del Tour.
«Sono super felice che sia finita – ammette, lasciando capire a cosa (giustamente) pensasse – è stata una cronometro molto veloce. C’era tanto supporto durante il percorso, mi sono goduto ogni chilometro, anche se faceva molto caldo e ho sofferto un po’. Sono andato a tutta, ma è stato diverso dalla prima crono, in cui c’era più adrenalina. Ero comunque ben preparato e ho fatto comunque una bella prestazione».
Pogacar non ha spinto al massimo: 8° a 57″ dal vincitore, ma Tour vintoPogacar non ha spinto al massimo: 8° a 57″ dal vincitore, ma Tour vinto
«Ho rivinto il Tour, ma non posso confrontare entrambe le vittorie, dire quale è più bella. L’anno scorso si è deciso tutto nell’ultima crono e le emozioni furono di gran lunga più forti. Questa volta ho preso la maglia gialla molto prima. E’ stato completamente diverso. Penserò in futuro a quanto sia importante questa vittoria. Per il momento, sono solo molto felice».
Domani per Sonny
La chiusura spetta al vincitore di giornata, che dopo l’arrivo era stravolto come si conviene a chi fa una crono a tutta e dà il massimo, e al campione italiano che ha lottato come un leone andando fortissimo, ma rischia di andarsene senza null’altro che l’amaro in bocca.
Con questa grinta, Van Aert fa ora rotta sulla crono olimpicaCon questa grinta, Van Aert fa ora rotta sulla crono olimpica
«E’ stata una giornata perfetta – dice Van Aert – dopo l’arrivo bruciavo. E’ stato stressante vedere arrivare gli altri al traguardo. Ma per fortuna mi sono rilassato un po’ vedendo che gli intermedi degli uomini di classifica erano abbastanza alti. E’ stato un Tour de France molto duro per la mia squadra. Sono molto orgoglioso di ciò che abbiamo raggiunto, con tre vittorie di tappa e Jonas (Vingegaard, ndr) che si è piazzato secondo nella classifica finale».
Domani passerella finale e ultima volata ai Campi Elisi. Non si offenda Cavendish: avremmo fatto il tifo per lui, ma vista la grandezza di Merckx e visto soprattutto lo sguardo di Colbrelli sul traguardo di Saint Gaudens, domani si tifa tricolore. Perché è giusto che vinca e perché è giusto che anche lui sfrecci sul traguardo con un dito davanti alla bocca. Il fatto che non gli arrivino ancora messaggi potrebbe confermare che il telefono non gli sia stato ancora restituito. Per un padre di famiglia che lavora a migliaia di chilometri da casa questo è fonte di stress e rabbia. La stessa rabbia che ci auguriamo domani possa scaricare nei pedali sul selciato magico di Parigi. Forza Sonny!
Il primo a partire della Bahrain Victorious è stato Marco Haller alle 13,27. Crono finale del Tour de France 2021: 30,7 chilometri da Libourne a Saint Emilion. Bici Merida Wrap TT e un body tutto nuovo, lo Space Jet, fornito da Alé per le prove contro il tempo. Il Tour de France volge al termine e la squadra guidata da Franco Pellizotti ha potuto utilizzare il nuovo capo speciale messo a punto proprio per la corsa francese.
«L’abbigliamento è insieme al casco – ci dice Alessia Piccolo, direttore generale Alè – uno dei componenti esterni che possono fare la maggiore differenza a livello aerodinamico, quasi più della bici. I body da noi proposti nascono dalle esigenze dei team, noi creiamo dei prototipi e li sviluppiamo insieme alle squadre».
Haller è stato il rpino corridore del team a partire nella seconda crono del TourHaller è stato il rpino corridore del team a partire nella seconda crono del Tour
La continua ricerca dell’azienda veronese, nell’ambito dei tagli, dei tessuti e delle soluzioni più ergonomiche ed aerodinamiche, ha prodotto un nuovo eccezionale risultato. Il body Space Jet à un capo rivoluzionario, studiato in galleria del vento, con l’obiettivo di fornire un guadagno di tempo da quantificare in decimi, migliorando così la performance dell’atleta.
Tre tessuti
Per questo body sono stati utilizzati tre tessuti diversi, in funzione delle porzioni di corpo che fasciano, a conferma che lo studio è anche anatomico.
Four Way Stretch. Corpino e parti stampate sono creati con questa fibra tecnica, la quale offre ottima elasticità multidirezionale, utile per il busto e le gambe, che in questo modo rimangono più liberi di seguire i movimenti dell’atleta. L’azione di leggera compressione permette al muscolo di reagire meglio ai piccoli shock dovuti all’asfalto e allo sforzo del corridore.
Tre tipi di tessuti diversi, fra corpetto, pantaloncino e sottosella. Mohoric al riscaldamento
Le righe sulle maniche hanno finalità aerodinamiche. Qui Wouter Poels
Tre tipi di tessuti diversi, fra corpetto, pantaloncino e sottosella. Mohoric al riscaldamento
Le righe sulle maniche hanno finalità aerodinamiche. Qui Wouter Poels
Zaffiro. La lycra power, con cui è fatta tutta la parte del cavallo, quella con il maggiore sfregamento, dovuto alla sella. Studiato per durare nel tempo ed avere un ottimo grip
Space Jet. Infine, su maniche, spalle e fianchi c’è il materiale che dà il nome al capo. Si tratta di un tessuto a navetta, bielastico, caratterizzato da un’inconfondibile struttura tridimensionale, posizionato proprio nei punti di delaminazione del flusso d’aria. La sua superficie ruvida, con diverse altezze e intrecci, risulta vincente nella corretta ed efficace gestione del “drag”: creando turbolenze nel flusso d’aria ne ritarda conseguentemente il punto di taglio.
Il body Space Jet ha debuttato al Tour de FranceIl body Space Jet ha debuttato al Tour de France
Galleria del vento
La collaborazione con le squadre è ormai cruciale per il disegno del loro abbigliamento, per cui dopo aver registrato le volontà degli atleti, il passo successivo è lo sviluppo del prodotto in galleria del vento anche per la messa a punto e la scelta dei tessuti più redditizi. Infine si passa per il body fitting con gli atleti, per riscontrare che il lavoro fatto si adatti effettivamente alle loro misure.
«Questo prodotto è nato studiando i flussi d’aria in galleria del vento – precisa Alessia Piccolo – ormai alla base dello sviluppo, soprattutto su indumenti così tecnici. Abbiamo visto come nella parte delle spalle e delle braccia l’attrito fosse ancora elevato. Il tessuto Space Jet ha delle canaline che permettono al flusso d’aria di scorrere via evitando così l’effetto vortice».
Vittoria Guazzini d'oro ed Elena Pirrone di bronzo agli europei crono U23. Per la toscana, la ricompensa dopo Tokyo. Per la bolzanina ritorno alla luce
Domani si giocheranno il Tour a crono, anche se in realtà da giocarsi ci saranno la tappa e il resto del podio fra Vingegaard e Carapaz, poiché Pogacar là davanti ha poco da temere. Se infatti fra lo sloveno e il danese ci sono 5’45” incolmabili, fra il danese e l’ecuadoriano della Ineos ballano appena 6 secondi e a ben guardare il vero motivo di interesse sarà in questa sfida.
Quando si parla di crono, non c’è nome che tenga: un passaggio con Adriano Malori è il modo migliore per vederci più chiaro. Oltre ad essere stato uno dei migliori specialisti mondiali fino al dannato incidente del 2016, l’emiliano è attentissimo a ciò che si muove sotto il cielo del professionismo.
«E secondo me – dice – domani per la crono sarà un affare tra Pogacar e Van Aert. Ci sarebbe Kung, ma l’ho visto staccarsi in pianura il giorno che ha vinto Politt. Magari mi smentisce, ma non mi ha dato grandi sensazioni. In una crono di fine Tour non conta essere specialisti, ma aver recuperato bene. Pogacar in questo senso mi sembra il più fresco di tutti, mentre Van Aert lo vedo che si stacca sempre prima dei finali. Fa così dalla vittoria sul Ventoux, viene da pensare che non pensi ad altro che alla crono».
Nella prima crono del Tour, Vingegaard è stato 3° a 27″ da PogacarNella prima crono del Tour, Vingegaard è stato 3° a 27″ da Pogacar
Se è un fatto di recupero, Pogacar ha già vinto…
La cosa incredibile è che sembra che giochi. Due giorni fa in salita ha allungato con due pedalate, ha una facilità che gli altri non hanno. Vingegaard non può insidiarlo per la tappa, almeno una ventina di secondi glieli concede. Gli unici che potevano metterlo in difficoltà sarebbero stati Roglic e Thomas. Ma Thomas non va. Tanti in passato sono caduti, poi però essendo in condizione, sono tornati su. Lui non si è mai ripreso, non credo stia così bene.
E’ una crono veloce di 30,8 chilometri.
La crono perfetta per Malori e Ganna (sorride, ndr). Sono curioso di vedere come se la caveranno i non specialisti.
Fra Carapaz e Vingegaard?
Bisognerebbe dire Carapaz che in teoria nella terza settimana ha più esperienza e recupera meglio, ma a vederli in salita in questi giorni, non ne sarei tanto sicuro.
Nella prima crono di 27,2 chilometri, Carapaz è finito a 1’44” da PogacarNella prima crono di 27,2 chilometri, Carapaz è finito a 1’44” da Pogacar
Sei secondi li guadagni o li perdi anche grazie alla bici…
Ormai le bici sono come le auto. C’è sempre chi scopre qualcosa in più, ma è questione di tempo e arrivano anche gli altri. E’ come chiedere se sia meglio Audi o Mercedes. I livelli sono quelli, non so se Pinarello abbia fatto per Carapaz la stessa personalizzazione che ha fatto per Ganna. Parlando di pochi secondi, quella potrebbe essere una differenza interessante.
Ruote, rapporti… tutto come sempre?
Sì, non cambia niente. L’unica variabile di cui tenere conto anche nella scelta dei componenti è il vento. Che è determinante su due fronti. Quello della bici e quello della disidratazione. Se è frontale, rallenta gli atleti più grandi, per cui Vingegaard, che è più piccolo di Pogacar ma più o meno spinge gli stessi watt, potrebbe essere avvantaggiato. Mentre diventa causa di disidratazione, per cui è tassativo correre con la borraccia.
A Laval, Van Aert è arrivato 4° a 30″ da PogacarA Laval, Van Aert è arrivato 4° a 30″ da Pogacar
Come ci si scalda?
Altro fronte caldo, va fatto bene. La mattina, provando il percorso scioglierei le gambe dietro macchina. Poi al momento giusto farei 30 minuti di rulli con qualche progressione, senza esagerare. Il fisico è così stanco e i muscoli avranno memoria della tappa di oggi, che si scalderanno con un niente.
A causa di cosa Pogacar potrebbe perdere il Tour?
Di nulla, impossibile. Neanche una giornata stortissima ti fa perdere 5’45” in una cronometro. L’unico corridore che poteva contendere il Tour a Pogacar era Roglic, ma non alla fine. A questo punto sarebbe stato impossibile anche rivedere il film del 2020 a parti invertite. Roglic aveva meno vantaggio e non aveva dimostrato la stessa superiorità.
La caduta non ci voleva…
In un Tour in cui si va a 70 all’ora a 10 centimetri uno dall’altro, i freni a disco sono una condanna. I tempi di reazione sono diversi, basta che quello davanti sfiori il freno e gli finisci sopra. Non c’è margine di errore. In più è caduto nel giorno sbagliato, perché ritrovarsi a fare la crono con il body e la posizione aerodinamica deve essere stato tremendo. Per questo è un rischio puntare tutto su una sola corsa come ha fatto Roglic.
Kung nella prima crono è stato 2° a 19″ da PogacarKung nella prima crono è stato 2° a 19″ da Pogacar
Il rischio di caduta va messo in conto?
Per forza, io non avrei mai fatto la scelta di Roglic. Passi settimane e settimane a pensare allo stesso obiettivo, che a un certo punto diventa quasi un’ossessione. E se cadi e vedi sfuggire tutto quello per cui hai lavorato, la testa se ne va. Ha fatto bene a ritirarsi e riprogrammarsi per le Olimpiadi e semmai la Vuelta. Gli sloveni sono freddi. Chiunque avesse preso la mazzata che ha preso lui l’anno scorso, avrebbe bevuto venti litri di birra e sarebbe sparito. Lui invece si è rimesso sotto, si è presentato bene ai mondiali, ha vinto la Liegi e poi la Vuelta. Pogacar ha fatto meglio.
Cioè?
Ha fatto come Roglic l’anno scorso, vincendo e preparandosi, arrivando al Tour con un bel bottino. Per me ha sbagliato solo ad andare al Giro di Slovenia, un rischio di troppo, ma a 22 anni la bici gli scappa di sotto. E poi lo vedete cosa fa? Arriva in cima a una montagna, con il vento e la pioggia, e si mette sui rulli senza neanche cambiarsi la maglia. Puoi farlo a 20 anni, dopo diventa più complicato…
Maurizio Fondriest non è certo famoso per essere stato un grande cronoman, la sua splendida storia ciclistica l’ha costruita nelle classiche, eppure è stato capace di accarezzare la gloria imperitura proprio in una gara contro il tempo, ai primi Giochi Olimpici riservati ai professionisti, ad Atlanta nel 1996, finendo ai piedi del podio.
«La mia sfortuna fu di correre con la strada bagnata – ricorda il trentino – altrimenti sarei salito sul podio, riuscii a realizzare un tempo clamoroso grazie alla guida, all’approccio delle curve, perché anche quello è un elemento che può fare la differenza. Era però una cronometro diversa da quelle che si affrontano oggi, più lunga, anche se il vento stava già cambiando».
Già, perché la lunghezza delle cronometro (ma delle prove ciclistiche in generale, possiamo dire) non è la stessa di allora, o ancor più degli anni precedenti. Non c’è bisogno di risalire ai tempi eroici del secondo dopoguerra, quando le gare a cronometro iniziarono a entrare in pianta stabile nei grandi Giri, basti ricordare ad esempio il 1987, quando Stephen Roche si aggiudicò la crono di Futuroscope al Tour lunga ben 87,5 chilometri, oppure quando nel 1991 Indurain batté Bugnoe Chiappuccianche grazie alle crono di 73 e 57 chilometri.
Stephen Roche trionfatore alla crono di Futuroscope, ben 87,5 km nel 1987. Altri tempi…Stephen Roche trionfatore alla crono di Futuroscope, ben 87,5 chilometri nel 1987. Altri tempi…
Cera una volta la crono da 87,5 chilometri…
Il Giro? Pur senza raggiungere questi numeri, anche la corsa rosa ha avuto chilometraggi importanti: nel 1980 Bernard Hinault mise al sicuro il trionfo nella crono di Turbigo, pur finendo dietro a Saronni dopo 50 km oppure nel 2000 quando a Bibione si corse una crono di 45 chilometri. C’è però da fare una distinzione, a proposito delle gare contro il tempo.
«Io credo che una crono tra i 40 e i 50 chilometri sia la distanza giusta per una gara titolata – riprende Fondriest – dai mondiali alle Olimpiadi, ma nei grandi Giri le crono lunghe rischiavano di ammazzare la corsa, creare distacchi troppo importanti a favore degli specialisti e togliere spettacolo».
Maurizio Fondriest nella cronometro individuale ad Atlanta 1996, un quarto posto ancora amaroMaurizio Fondriest nella cronometro individuale ad Atlanta 1996, un quarto posto ancora amaro
Tecnica e spettacolo, il giusto equilibrio
Proprio questo, lo spettacolo, è una discriminante che nel ciclismo odierno non può essere sottovalutata, anzi regola fortemente i suoi processi: «Bisognerebbe trovare il giusto mix, contenere i tempi ma al tempo stesso mantenere le giuste caratteristiche tecniche. Le grandi classiche, per fare un esempio, non si sono piegate a questa legge e gli albi d’oro sono sempre firmati da grandi corridori. Non mi pare che la gente si lamenti per questo…».
La gara olimpica del 28 luglio sarà su 44 chilometri: «E’ una distanza equa per una cronometro, che lascia spazio a più corridori. In una gara del genere ci può stare la giornata storta di un favorito come l’exploit di una sorpresa, ma sarà sempre una sorpresa relativa, perché il podio uscirà sempre da una ristretta cerchia di meno di 10 nomi. L’importante è esserci, fra questi».
Sicuramente c’è Ganna: «Molti si sono preoccupati della sua sconfitta ai campionati italiani, ma solo lui sa come sono andate realmente le cose, perché è chiaro che il suo obiettivo non erano e non potevano essere quelli. Una giornataccia può rientrare nell’ordine delle cose, in fin dei conti anche Evenepoel e Campenaerts hanno perso il titolo belga contro Lampaert, che nessuno pronosticava. A Torino, al Giro, Ganna era andato fortissimo, ma veniva da cocenti sconfitte, non credo ci sia da fasciarsi la testa».
Filippo Ganna, solo quarto ai Tricolori di Faenza, una sconfitta che a 35 giorni da Tokyo ha validi motiviFilippo Ganna, solo quarto ai Tricolori di Faenza, una sconfitta che a 35 giorni da Tokyo ha validi motivi
Eppure, quel giorno, con un po’ di fortuna…
Sul chilometraggio Fondriest ha ancora qualcosa da dire: «Proviamo a ribaltare il discorso e a guardare alla durata, invece che alla distanza: 20 minuti a tutta, fuori soglia, riescono a farli pressoché tutti, già a 30 minuti c’è una distinzione, a 40 devi essere uno specialista. Per questo credo che una cronometro di almeno 40 chilometri sia sufficiente per far emergere i reali valori».
Prima di chiudere la piacevole chiacchierata, Fondriest però vuole togliersi un sassolino dalla scarpa: «E’ vero che non ero uno specialista, ma nelle crono sono sempre andato abbastanza bene, nei grandi Giri finivo sempre nei primi 15 e al Trofeo Baracchi, crono a coppie che si correva oltre gli 80 chilometri, un anno rischiai di vincere insieme all’australiano Allan Peiper. Io rientravo in quella cerchia di 10 papabili di cui parlavamo prima, che con un po’ di fortuna può vivere la gara della vita. Io la sfiorai, la assaporai per brevi istanti».
Abbiamo interpellato Malori, chiedendogli che cosa pensi della crono di Ganna. E lui, oltre al bel risultato, ha parlato di testa e di pericolo schivato
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Quando lo raggiungiamo Marco Pinotti è di ritorno dal campionato italiano a cronometro. Anche lui è “scioccato” dalla sorpresa Sobrero. Tuttavia entra subito nel merito…
«Che sorpresa, eh?», commenta il tecnico del TeamBike Exchange. «C’era anche meno dislivello rispetto a quello che ci sarà in Giappone. Anche se le salite erano più arcigne, mentre a Tokyo saranno al 4 per cento. Però il fatto che Ganna non abbia vinto ci dice che il livello della crono in Italia è buono. Io ho vissuto un’esperienza simile nel 2012. Dovevo andare a Londra, dopo il Giro continuai a lavorare sodo. Dovevo scaricare solo gli ultimi dieci giorni prima delle Olimpiadi e arrivai all’italiano convinto di vincere, invece il titolo andò a Cataldo».
Marco Pinotti (tra Malori e Bettini) prima della crono iridata di Valkenburg 2012Marco Pinotti (tra Malori e Bettini) prima della crono iridata di Valkenburg 2012
Con Pinotti però vogliamo orientarci sulle crono del Tour de France. Alla Grande Boucle ce ne saranno due: una di 27 e una di 30 chilometri, entrambe piuttosto filanti.
Marco, che crono saranno quelle del Tour?
Crono nella pianura francese, quindi non sarà un percorso piatto, ma vallonato. Simili a quelle che abbiamo visto alla Parigi-Nizza e al Delfinato. Sono percorsi che favoriscono gli specialisti. E aggiungerei: finalmente! Anche se forse manca una crono di 40-50 chilometri, ma tutto sommato due frazioni così portano lo sforzo totale intorno ad un’ora e 20′. L’ultima maxicrono che fecero forse c’era ancora Indurain. Poi la palla passava agli scalatori, ma adesso è un altro ciclismo. Quanti anni sono che non vince più un grande Giro un corridore di 70 e passa chili?
La prima crono di 27,2 chilometri…
E la seconda di 30,8 chilometri
La prima crono di 27,2 chilometri…
E la seconda di 30,8 chilometri
Una di 45 chilometri avrebbe fatto più danni?
Sì, si è visto all’italiano. E’ in queste crono che puoi vedere il ribaltone. In una da 20 chilometri chi passa in testa al primo intermedio difficilmente poi perde, a meno di distacchi minimi. In una crono di un’ora o giù di lì invece devi distribuire bene lo sforzo, altrimenti crolli.
E Pinotti cosa ne pensa di queste due crono del Tour?
A me piacciono e non solo perché ero un cronoman, ma perché quella di inizio Tour costringerà gli scalatori ad attaccare. E poi bisogna vedere chi la spunta. Se dovesse vincere Thomas la sua Ineos-Grenadiers penalizzerebbe gli attacchi. Si metterebbe a tirare forte e sarebbe dura per tutti fare poi la differenza. Mentre se dovesse vincere Roglic, ecco che la Ineos potrebbe mandare via Carapaz. Di certo questa prima crono ha più peso tattico sul resto del Tour della seconda.
Veniamo al nocciolo dell’intervista: il duello Pogacar-Roglic. Il primo ha preso una bella batosta nel campionato nazionale contro il tempo e l’altro sappiamo quanto ci si sia scottato l’anno scorso, anche se quella della Planche de Belles Filles era una crono particolare con l’arrivo in salita…
I 57 chilometri totali di quest’anno per me avvantaggiano Roglic – risponde secco Pinotti – è lui il favorito numero uno per il Tour. O lo vince quest’anno o non lo vince più. Arriva dalla vittoria alla Vuelta con la quale ha superato la crisi post Tour 2020, punta solo su quello e non so per quanti anni ancora possa mantenere questa concentrazione. E il fatto che non stia correndo lo trovo un po’ atipico. Lui sa prepararsi bene e magari arriverà più fresco nella terza settimana e nella seconda crono. Di fatto nella terza settimana Primoz ha sempre avuto delle difficoltà, più o meno grandi, ma le ha avute.
Quest’anno Pogacar non ha vinto crono. Ma il campanello d’allarme c’è stato nel campionato nazionale: terzo, senza RoglicQuest’anno Pogacar non ha vinto crono. Ma il campanello d’allarme c’è stato nel campionato nazionale: terzo, senza Roglic
Il terzo posto di Pogacar nella crono nazionale è un campanello di allarme?
Bisognerebbe avere dei dati per poter rispondere, ma ipotizzo che forse c’era un percorso un po’ troppo piatto per lui. Poi aveva vinto lo Slovenia in cui aveva spinto forte: quello per lui era un test importante. Comunque per me un piccolo campanello d’allarme lo è, perché su percorsi come quelli delle due crono che lo aspettano in Francia perderà qualcosa da Roglic.
Quindi Roglic per te è più forte a crono…
Sì. Tadej sprizza energia da tutti i pori e in salita magari è più forte. Quest’anno Roglic non commetterà lo stesso errore dello scorso anno di “sottovalutarlo” a crono. Alla lunga uno ha pagato la pressione portata addosso per tutto il Tour e l’altro, Tadej, quasi, quasi perdendo quel minuto e mezzo nel giorno dei ventagli ha corso tutta la gara con meno aspettative. Ricordo che nella tappa successiva attaccò sul Peyresourde, sviluppando tra l’altro dei numeri record. E poi ricordiamoci che confermarsi è più difficile che vincere per la prima volta.
Roglic quest’anno ha fatto solo due crono: in una ha fatto terzo l’altra l’ha vintaRoglic quest’anno ha fatto solo due crono: in una ha fatto terzo, l’altra l’ha vinta
Dicevamo due crono molto simili per lunghezza e altimetria quelle del prossimo Tour: come si affrontano?
Come detto è pianura francese: ci saranno molte variazioni di pendenza, spesso variazioni subdole, per questo bisogna concentrarsi soprattutto sulla velocità. Bisogna spingere di più appena questa inizia a calare. La crono è velocità, la potenza è una sua conseguenza. Al contrario, quando la velocità è alta e la bici va, bisogna cercare di “recuperare” un po’, di respirare. Dureranno fra i 35′ e i 42′ più o meno e bisognerà gestire bene lo sforzo. Iniziano ad essere tempistiche per specialisti. Serve uno stato di concentrazione importante, non sono i classici 20′ (la durata dei test, dei critical power) ai quali tutti sono più o meno abituati. Anche 5 watt di differenza, su 35′-40′ di sforzo segnano distacchi importanti, di 30”-40”.
Che distacchi ci potranno essere tra i big?
Difficile dirlo, ma ipotizzo sui 45” nella prima crono e qualcosa in meno nella seconda.
Dai, Marco, allora facciamo fantaciclismo…
Okay, così va bene! Prima crono: Roglic, Pogacar e Thomas con distacchi massimi fra tutti e tre sui 45”. Seconda crono: Thomas, Pogacar a 30” e Roglic 45”.
Per la prima volta Cattaneo racconta i primi anni da pro' persi per infortunio e problemi con il cibo. Ora però è rinato. Il Tour lo ha detto chiaramente
Una vera cannonata è stata la cronometro di Filippo Baroncini. Una cannonata come quella che avrebbe potuto sparare il mitico carro armato che vegliava il passaggio della quarta tappa del Giro U23 in quel di Brescello, il paesino della Bassa famoso nel mondo per la saga di Don Camillo e del sindaco Peppone. Il programma di questa domenica di giugno prevedeva infatti una cronometro individuale di 25,4 chilometri da Sorbolo Mezzani a Guastalla.
E i suoi colpi il corridore della Colpack li ha sparati bene e forte. Che Filippo stesse bene lo si era visto già nella seconda frazione, quella di Imola, nella quale era arrivato quarto aiutando il compagno Ayuso (per lo spagnolo fu tappa e maglia). E anche ieri sulle colline romagnole si è mostrato in condizione, tirando per molti chilometri, Barbotto incluso. E lui non è certo uno scalatore puro. Ma da qui a pensare che potesse vincere la crono ce ne passa…
Strada piatta e spesso stretta verso Guastalla, specie nella prima parte sulla ciclabileStrada piatta e spesso stretta verso Guastalla, specie nella prima parte sulla ciclabile
Una lunga giornata
Al mattino Filippo, così come i suoi compagni, è andato in ricognizione sul percorso. Lo avevano studiato sui file Gpx, ma solo stamattina c’è stato il primo contatto sul campo. La prima parte era davvero tecnica. Si pedalava nella pista ciclabile Food Valley, inaugurata proprio dalla corsa rosa: 80 chilometri piatti come un biliardo da Parma a Busseto, tra cultura ed enogastronomia. Ma oggi i corridori di Valoti e Bevilacqua non avevano tempo per godere di tali prelibatezze. Le curve andavano affrontate a tutta, limando i millimetri e sfruttando tutti i 3,5 metri di “larghezza” della carreggiata. Insomma c’era da guidare.
E Baroncini lo ha fatto alla perfezione. Partito con grandissima decisione, si è capito subito che il piglio era quello giusto. Il romagnolo spingeva a testa bassa. In alcuni tratti, in cui la strada scendeva impercettibilmente, riusciva a mulinare bene il 56×11. Così bene che alla fine precedeva di 36 centesimi l’irlandese Ben Haely, campione nazionale contro il tempo. Un’impresa.
Le giovani leve accolgono i girini a BrescelloLe giovani leve accolgono i girini a Brescello
Tanto lavoro
Un’impresa sì, ma non nata dal nulla. Valoti spiega che a Livigno i suoi ragazzi hanno lavorato molto con la bici da crono, ci hanno fatto dei lavori specifici. Sapevano dell’importanza di questa tappa.
«Ho fatto una crono fantastica, non pensavo ad una prestazione simile – dice Baroncini, neanche 21 anni – Sono partito forte e ho tenuto. Dispiace per la maglia rosa. Eh sì, perché era quello l’obiettivo principale: ha il suo fascino, sei sempre in prima fila… Però quando sono salito sulla rampa mi sono detto: io ci provo. Ho dato tutto. Di crono ne ho fatte poche finora, specie così tirate. Però la condizione c’è. All’intermedio di Brescello ero quarto e da quel che mi hanno detto avevo 25” di ritardo, poi da lì ho spinto al massimo. Sì dai: mi sono ben gestito, sono andato in progressione.
«La prima parte – riprende Baroncini – era un po’ tecnica e c’era anche molto vento laterale. Era difficile guidare, ma in quello sono bravo. Poi passato l’intertempo ho spinto. Vedevo il computerino sempre sui 57 all’ora, mai sotto i 50 e con punte di 63 all’ora. Andavo sulle 95 pedalate e il 56×11 dopo Brescello non l’ho più tolto. Merito delle Sfr fatte a Livigno. Lassù con Fusi non abbiamo sbagliato niente».
Baroncini (21 anni ad agosto) con la sua cagnolina ChloeBaroncini (21 anni ad agosto) con la sua cagnolina Chloe
Chloe ride
Certo viene da sorridere. La frazione più temuta, anche da Amadori, si è rivelata vincente per un italiano. Man mano che i “bestioni” del nord Europa terminavano alle spalle di Baroncini, l’impresa prendeva quota. E anche lui sulla hot-seat quasi non ci credeva. E accarezzava con sempre maggior vigore la sua cagnolina!
«Si chiama Chloe! I miei genitori mi hanno fatto una sorpresa, mi sono venuti a vedere e me l’hanno portata».
In ottica classifica generale, Baroncini rifila oltre mezzo minuto al compagno di squadra Auyso che perde la maglia rosa. La generale adesso è questa: primo l’inglese Ben Turner, secondo Baroncini a 1”, terzo il pericolosissimo danese Anthon Charmig a 15″ e quarto lo spagnolo Juan Ayuso a 16″. Va detto però che Ayuso è stato vittima di una noia meccanica: ha corso quasi tutta la gara con la sella più bassa. Gli è sceso il cannotto.