Nairo Quintana

Quintana saluta e Malori ricorda: «L’ultimo scalatore puro»

27.03.2026
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Nairo Quintana chiuderà la carriera a fine anno. Ad annunciarlo è stato lo stesso atleta della Movistar alla vigilia della Volta a Catalunya. Non che sia un’immensa novità: alla fine questo momento era nell’aria, se non altro per la carta d’identità del colombiano, che ha 36 anni. Ma certo, quando saluta un corridore di questo calibro, la cosa fa sempre un po’ effetto.

Nairo Quintana, nato a Cómbita, in Colombia, il 4 febbraio 1990. Piccolo immenso scalatore che si rivelò al mondo durante il Tour de France del 2013, quando fece tremare l’allora mostruoso Chris Froome, salvo poi crollare per battiti cardiaci arrivati oltre il limite. Nairo Quintana dal volto imperturbabile, che pedalava con la maglia chiusa fino al collo anche se c’erano 40 gradi. Ma altrettanto capace di vincere con la neve: ricordiamo l’impresa del Terminillo alla Tirreno-Adriatico.

Per lui in bacheca oltre 50 vittorie, tra cui un Giro d’Italia, una Vuelta, due Tirreno e anche i prestigiosi secondi posti al Tour de France. Questi successi Quintana li ha ottenuti anche grazie ad Adriano Malori. Tra i due c’era un gran bel rapporto e a raccontarci questa storia, e Nairo stesso, è proprio il “Malo”.

Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano, hai condiviso una bella fetta di carriera con Nairo Quintana…

Posso dire senza alcun dubbio che con Nairo ho vissuto gli anni più belli della mia carriera, che sono stati il 2014 e il 2015. Sin dall’inizio mi hanno messo subito nel suo gruppo. Ricordo che cominciammo al Tour de San Luis, in Argentina, e lui vinse. Poi facemmo anche la Tirreno, quando batté Contador. Ho sempre fatto parte del suo gruppo, insomma, e con Nairo mi sono tolto le soddisfazioni più grandi a livello di compagni in squadra, visto che con lui ho vinto un Giro d’Italia e sono salito sul podio di un Tour.

Tu Adriano lo conoscevi anche dietro le quinte ovviamente, che tipo è?

A dispetto di quello che appariva, molti lo reputavano un burbero che non rideva mai. Nairo invece è molto aperto, socievole. Solamente era un po’ timoroso in certe situazioni. Aveva paura di essere fregato. Quindi sembrava sempre un po’ sulle sue, invece era il primo a trascinare la squadra, era un leader.

In effetti conoscendolo in ambito lavorativo non appariva così…

Sì, era un leader. Per esempio ricordo il Tour de San Luis 2014, la prima gara che feci con lui e la Movistar. Io ero un po’ timoroso, anche se non era una gara importante. Comunque ero con la punta della squadra, facevo parte del suo gruppo e al tempo stesso parlavo ancora poco spagnolo. Ebbene fu lui a trascinarmi e a coinvolgermi. Proprio in quei primi giorni in Argentina mi diede un grosso aiuto con la lingua, anche grazie a Ventoso, perché lui parlava bene l’italiano. Spesso dunque parlavamo in italiano, ma Nairo intervenne e disse: «No, qua si parla in spagnolo, non parlate in italiano». E disse a Ventoso che dovevo apprendere la lingua.

Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fra tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fa tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fra tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fa tremare Froome sul Mont Venotux
Invece dicci di questo suo essere leader?

Mi accorsi subito che era un trascinatore. «Adesso ragazzi facciamo così». «Oggi facciamo così». Era il primo che si esponeva, se non era d’accordo con la tattica della squadra. Diceva: «No, secondo me dovremmo fare in quest’altro modo». E’ stato un capitano di grande personalità. Ha personalità. In corsa voleva stare sempre davanti e soprattutto aveva una grande consapevolezza dei suoi mezzi. Per dire, ricordate al Giro 2014 quella maxi caduta nelle prime tappe?

Quella verso Cassino?

Esatto. Pioveva forte e caddero 80 corridori. Noi restammo in piedi miracolosamente, ma là davanti Evans guadagnò quasi un minuto. Noi eravamo tutti preoccupati. Mi ricordo che parlando con Nairo gli dissi: cavolo, adesso Evans ha tutto quel vantaggio. Ora come faremo? Lui si gira e mi fa: «Adriano non ti preoccupare, voi continuate a fare il lavoro che state facendo, che Evans ne perderà di minuti da qua alla fine».

Però, che decisione. Invece Adriano tu che ruolo avevi in quel gruppo Quintana?

Non dovevo solo scortarlo in pianura. Ero una sorta di jolly perché andavo forte in pianura e lo tenevo davanti, ma quando ero in forma andavo anche in salita, dove ero l’ultimo dei “bestioni” a staccarsi. Impostavo il passo nella prima parte. O magari mi mandavano avanti fino alla prima o all’ultima salita, dipendeva dalla tattica, per dargli borraccia, assistenza, gel… Ma soprattutto all’epoca, quando c’erano più cronosquadre, sapevano che ero un uomo importante.

Giro 2014, tappa della Val Martello. Sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c'è Quintana. Quel giorno si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c’è Quintana che si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, tappa della Val Martello. Sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c'è Quintana. Quel giorno si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c’è Quintana che si vestirà di rosa fino al termine
Insieme avete vinto il Giro d’Italia delle polemiche per la discesa dello Stelvio neutralizzata male. Raccontaci di quel giorno…

Bandierine o non bandierine, fatto sta che lui alla fine, anche con la bravura e con la scaltrezza, perché serve anche quella, è riuscito ad avere la meglio. L’errore semmai lo commise l’organizzazione. Perché è vero che Nairo andò avanti nonostante la bandiera, ma non fece altro che seguire Pierre Rolland e qualche altro corridore. Poi se nessuno ti obbliga, chi si ferma? L’atleta non si ferma in certi momenti. Successivamente salendo in Val Martello vinse e andò in rosa. E comunque in salita era il più forte in quel Giro. Vinse la crono del Grappa e sullo Zoncolan controllò con grande tranquillità.

E voi quella sera della Val Martello in hotel che cosa dicevate?

Noi eravamo contentissimi perché comunque Nairo era andato in maglia rosa. E poi avevamo visto che aveva realizzato il miglior tempo di scalata, anche meglio di quelli che avevano inseguito dietro, gli altri big insomma. Avevamo fatto vedere a tutti quelli che erano i più forti e quella sera abbiamo capito che il Giro lo potevamo perdere solo noi.

Un altro passaggio simbolo della carriera di Quintana fu il Ventoux in maglia bianca, attaccato a colui che sembrava inarrivabile, Froome. Secondo te Nairo è stato uno di quei giovani che ha iniziato ad alzare l’asticella?

Più che altro credo che Nairo rimanga l’ultimo scalatore vero e puro del ciclismo e che sia riuscito anche a vincere dei Grandi Giri. Mi riferisco al fisico minuto, al fatto che era sempre in piedi, che spingeva rapporti lunghi… Un Escartín, un Pantani. Oggi gli scalatori vanno forte a cronometro, in discesa, nelle crono…

Nairo Quintana
Quintana e la Movistar: Nairo ha sempre militato nel team di Unzue, salvo tre stagioni (2020-2022) in cui ha vestito i colori dell’Arkea
Nairo Quintana
Quintana e la Movistar: Nairo ha sempre militato nel team di Unzue, salvo tre stagioni (2020-2022) in cui ha vestito i colori dell’Arkea
A proposito di crono, Quintana andava anche abbastanza bene: gli hai mai dato qualche consiglio?

Molti. Solitamente quando correvo con lui partivo sempre abbondantemente prima e gli davo consigli sul percorso, sui materiali, sul vento, sull’impostazione di quella curva. Tipo: anche se l’ingresso sembra brutto, tu vai dentro deciso… E lui mi ascoltava tantissimo. Sapeva che io le crono le facevo forte e si fidava.

Immaginiamo siano belle storie anche per voi professionisti o ex professionisti, Adriano…

La cosa che mi ha fatto piacere è vederlo tornare nel ciclismo importante, dopo quell’anno fermo per la vicenda del Tramadol. A danneggiarlo per me è stata la lotta faccia a faccia con l’UCI. Non si meritava dunque di finire in quel modo. Quando l’ho rivisto qualche tempo fa mi ha detto di essere tornato per non chiudere la carriera nel dimenticatoio e che avrebbe fatto altri due o tre anni con la Movistar, una squadra che alla fine gli vuole bene e quella che lo aveva lanciato. Non dimentichiamo che è stato il primo latinoamericano a vincere un Grande Giro e la sua popolarità è stata, ed è, enorme. Giusto dunque andare avanti.

UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, 2a tappa cronometro, guarnitura da 68

Ancora su Evenepoel, il 68 e le salite: Malori spegne i fischi

28.02.2026
6 min
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Evenepoel divide e divide di brutto. Sono passati dieci giorni da quando, all’indomani della crono vinta dal belga al UAE Tour, Bartoli disse di riconoscergli più classe che a Pogacar e Van der Poel. E aggiunse che classe non significa che sia più forte, ma che abbia a suo avviso un modo di porsi più intrigante e spavaldo. Da lì, visti i due campioni presi a confronto, sono piovute critiche e facili ironie, rese ancora più facili dalle due figuracce rimediate dal belga sulle salite nel deserto. Per essere uno che nei primi otto giorni di corsa in Spagna ha ottenuto sei vittorie, in effetti, ci si poteva aspettare di più.

Per questo, colpiti dalla sua puntuale ricerca di spiegazioni, giusto ieri ci siamo chiesti (e lo abbiamo chiesto a Paola Pagani) se sia normale che nello sport ci sia qualcuno che cerca ogni volta la scusa più plausibile. E la mental coach ha subito sottolineato che sia fuorviante parlare di scuse e che anche a lei Remco piace tantissimo, perché è l’unico ad aver dichiarato di voler battere Pogacar al Tour. Ma questa sfrontatezza gli si rivolge spesso contro, perché lo mette davanti a un livello troppo alto.

Una delle argomentazioni usate da Evenepoel per spiegare il passo falso a Jebel Mobrah, nel giorno della vittoria di Tiberi, è stato l’affaticamento per aver vinto la crono del giorno prima spingendo una monocorona da 68 denti. A noi lo spunto è parso interessante e siamo andati al campanello del nostro guru delle crono: Adriano Malori, uno che di rapportoni se ne intende. E anche da Malori arriverà una lettura diversa dei giorni arabi di Evenepoel.

Tirreno-Adriatico 2014, Adriano Malori
Prima dell’incidente del 2016 che mise fine alla sua carriera, Malori è stato il più forte cronoman italiano. Qui vince la crono alla Tirreno 2014
Prima dell’incidente del 2016 che mise fine alla sua carriera, Malori è stato il più forte cronoman italiano. Qui vince la crono alla Tirreno 2014
Perché un corridore come Remco, che vince tutte le crono con una gamba sola, deve usare il 68 al UAE Tour? Prove tecniche per il futuro?

Era un percorso estremamente veloce e lui quest’anno ha cambiato tante cose, dalla preparazione ai i materiali. In Andalucia lo abbiamo visto correre con la monocorona. Abbiamo visto che ha lavorato molto sulla posizione per migliorare in galleria del vento. Secondo me ha voluto provarlo in una gara di cui, passatemi il termine, non gli interessava più di tanto.

Anche se poi è diventato l’alibi perché si è staccato in salita o almeno così ha detto…

Non ci credo! Guardate, a me ha dato l’idea che Evenepoel sia andato là per provare la cronometro e del resto della gara non gli importasse molto. Perché non è possibile che un corridore che la settimana prima abbiamo visto dominare in lungo e in largo, al UAE Tour si faccia staccare come l’ultimo della classe. Jebel Hafeet è più lunga e più dura, ma non è l’Alpe d’Huez e l’Evenepoel che abbiamo visto in Spagna quelle salite le divora. Secondo me lui era laggiù soltanto per provare la cronometro, l’ha vinta e poi ha tirato una riga.

Per spingere il 68 bisogna allenarsi a usarlo oppure si monta e si va?

Si monta e si usa, anche perché è un rapporto cui adesso sono abituati. Va provato in gara. Devi abituarti a lanciarlo, a partire, capire un po’ come lavorare con la catena nei rapporti dietro. Quindi per questo motivo è giusto provarlo in corsa prima dei grandi appuntamenti.

Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Per la seconda tappa a cronometro del UAE Tour, Evenepoel ha spinto una monocorona da 68 denti (immagine Sram)
Quindi un test magari in vista del Tour? Perché in ogni caso gli sarebbe bastato il solito 58 per vincere quella crono, al limite il 62…

C’era anche Tarling che spingeva anche lui il 68 e sulla carta poteva essere un vero rivale. Anzi, se vogliamo, quella crono era più adatta a Tarling che a Evenepoel, perché era molto veloce. Negli ultimi anni a cronometro Evenepoel è stato una sentenza e questa volta ha voluto fare un test e ha provato il 68 in assetto da gara. Sinceramente però c’è altro che non ho capito…

Che cosa?

Non ho capito fino in fondo questo iniziare a correre a Mallorca, fare tante gare ravvicinate e poi stare fermo per un mese (il UAE Tour è finito il 22 febbraio, Evenepoel dovrebbe rientrare il 23 marzo al Catalunya, ndr). Me lo sono chiesto quando l’ho visto correre a Mallorca, poi l’Andalusia e subito dopo il UAE Tour. Una cosa così può farla Van Aert che punta alle classiche, non Evenepoel. Per cui secondo me ha fatto la crono per i suoi test e per vincerla, mentre ha usato il resto per fare fondo.

Ti dà la sensazione che Evenepoel stia seguendo un percorso ben preciso?

Esatto. Se guardate le foto, è ancora sovrappeso per il suo standard. Quindi ha fatto e dominato le prime gare, perché chiaramente se non c’è Pogacar, rispetto alla concorrenza che c’era a Mallorca e in Andalusia, lui è di un altro pianeta. Negli Emirati ha provato la cronometro con quel rapporto e adesso avrà tutto il tempo per affinare la condizione. Magari si è trovato in difficoltà con il 68 e ora proverà il 66. Ha tutto il tempo di modificare, prepararsi e poi al Catalunya lo rivedremo in condizione.

Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire ad esempio come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo Malori è stato importante usare il 68 in gara per capire ad esempio come rilanciarlo e come gestire i pignoni
Secondo te in una corsa a tappe cui invece si punta, prendendo per buono quello che stiamo dicendo su Remco al UAE Tour, usare un rapporto così lungo nella crono può avere degli svantaggi?

No, no assolutamente, perché lavori un po’ più alto dietro e non c’è alcuno svantaggio. Sarebbe diverso se dovessi fare una crono di 50 chilometri, che tanto adesso non ne fanno più, e andassi a 78 pedalate come facevano Ullrich e Gontchar che usavano il rapportone. Allora sì che il giorno dopo avresti le gambe in croce. Però adesso i chilometri sono meno e si gira a 90-95 pedalate, quindi il problema non c’è.

Quindi se hai il 68 e dietro sei alto, il vero vantaggio è avere la pedalata più rotonda a parità di sviluppo metrico?

Esatto. Io ho corso 10 anni fa, ma per l’innovazione che c’è stata, sembra che ne siamo passati 40. Quando sono entrato in Movistar, ho fatto la prima crono con il 54. Poi, alla Tirreno del 2014, mi misero il 56 e vidi un altro mondo.

Andò bene, giusto?

Fu la famosa crono in cui ho battuto Tony Martin e Cancellara. Avevo una pedalata così rotonda che sembrava di usare un’altra bicicletta. Finché l’anno dopo, nel 2015, mi hanno montato subito il 58 e con quello mi sono trovato subito benissimo. Più sei grande davanti, più lavori con la catena dritta, per cui a parità di sviluppo metrico, hai meno attriti e distribuisci meglio la forza.

Secondo Malori non è credibile che l'Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Secondo Malori non è credibile che l’Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Secondo Malori non è credibile che l'Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Secondo Malori non è credibile che l’Evenepoel vincente della settimana prima abbia ceduto a Jebel Hafeet perché in difficoltà
Dunque diamo per scontato che Remco in salita non ci abbia nemmeno provato?

Lui ha vinto le prime corse in Spagna, perché servivano a lui, alla squadra, al morale e per testare la condizione. Anche perché comunque, Evenepoel in quelle corse giocava. C’è stata una volta che ha staccato tutti senza neanche alzarsi sui pedali: si è messo in testa col suo ritmo e li ha cavati di ruota.

Perché non dichiarare di essere in UAE solo per la crono?

Bisogna dargli atto che è sempre stato molto deciso, di quelli che lavorano e non guardano in faccia nessuno. A lui non importa nulla, conosce il suo programma e ha fatto quello che doveva fare. L’importante è che lo sapessero la squadra e i compagni, il resto non conta. Tanto è vero che tuttora dice che il suo obiettivo è battere Pogacar al Tour.

Ganna e quei 9 decimi su Vine: la lettura di Malori e Cioni

12.09.2025
6 min
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Nove decimi. Due battiti di ciglia, un niente, meno di un secondo. Ma tanto è bastato a Filippo Ganna per aggiudicarsi la cronometro individuale di Valladolid, atto numero 18 della Vuelta. Un finale da urlo, che ha tenuto tutti sul filo a cominciare da Pippo stesso. «Credo di aver sofferto più a stare tre ore sulla hot seat (il posto dove siede colui che è primo in classifica, ndr) che sulla bici», ha detto Ganna.

Alle sue spalle si è piazzato Jay Vine, che in maglia a pois e in lotta ogni giorno per se stesso e per il capitano Joao Almeida si conferma formidabile contro il tempo. Nella generale invece l’accorciamento della crono (da 27 a 12 chilometri) ha di fatto congelato quasi tutto. Alla fine Almeida ha strappato una decina di secondi a Jonas Vingegaard. Mentre Giulio Pellizzari, che ieri ci aveva confidato di attendere questa tappa con grande attenzione, si è ben difeso: 36° a 45″ da Ganna e a 5″-10″ dai rivali diretti.

Jay Vine è stato un missile, ma nulla ha potuto contro il finale travolgente di Ganna: 2° a 0,9″
Jay Vine è stato un missile, ma nulla ha potuto contro il finale travolgente di Ganna: 2° a 0,9″

Oltre i 60 all’ora

Pippo parte in sordina. O meglio, sembra gestire. Ma certo una crono di 12 chilometri deve essere terribilmente complicata da gestire. Si deve andare a tutta dall’inizio alla fine, ma per fare questo i 12 chilometri diventano tanti. Il tracciato però invita a spingere.

Al primo intermedio, dopo 4 chilometri, Pippo non era neanche tra i primi dieci. Al secondo intertempo, dopo 8 chilometri, era sesto a 9” proprio da Vine. Ganna si è sciroppato gli ultimi 4.200 metri a una media di 57 all’ora. Deve essersi messo in modalità pista, come nell’inseguimento. Il tachimetro indicava costantemente 61-63 all’ora. Qualcosa di incredibile.

«Nella prima parte del percorso – ha detto il piemontese – non sono riuscito a trovare un giusto ritmo. Nella seconda metà invece ho provato a spingere il più possibile, senza guardare ai numeri. Sono molto felice, questa settimana sta andando molto bene per noi (il riferimento è alla vittoria di Bernal, ndr).
Dopo la caduta al Tour non è stato facile ritrovare la condizione, sono arrivato qui dopo tante fatiche (e tanta altura, ndr). La Vuelta non è una corsa facile per un ragazzone come me, ci sono tantissime salite. Ma sono felicissimo, ci voleva dopo tanta sofferenza e tante malattie».

Vingegaard si è detto soddisfatto della sua prova, andata secondo le aspettative
Vingegaard si è detto soddisfatto della sua prova, andata secondo le aspettative

Il pensiero di Malori

Come da nostra abitudine abbiamo voluto commentare la tappa con l’esperto, che in questo caso è stato Adriano Malori, un gigante della crono. E come sempre il Malo ci ha visto lungo.

Adriano: finalmente Ganna! Come lo hai visto?

Il solito Pippo Ganna che va forte e fa un gran finale, ma con appena 1” di vantaggio su Vine. Lo dico in modo un po’ brusco: vedo in generale una piccola debacle dei grandi cronoman ultimamente. Per esempio non pensavo che oggi Kung, in una crono così veloce, perdesse così tanto. E anche altri specialisti in questi ultimi periodi non brillano.

E perché secondo te?

In generale non saprei, nel caso di Pippo perché ha fatto un po’ più di strada del solito e magari è un filo più magro. Ma attenzione, non voglio criticarlo, magari ci sta provare anche altre cose. Ci sta che uno come lui, che ha già vinto tanto, si ponga altri obiettivi. E comunque è andato fortissimo, perché ha fatto 56 di media! Voglio dire che la figura del cronoman puro sia stata un po’ cancellata. Anche Remco Evenepoel è più di un cronoman. Pogacar, e penso alla crono spaziale che ha fatto al Tour, non è solo un cronoman. Sono corridori completi che vanno. Questo, posso ipotizzare, perché tutti curano di più la specialità.

Cioè?

Prima solo gli uomini di classifica e i cronoman curavano con attenzione la posizione, i materiali e tutto il resto. Ora lo fanno tutti. Tutti hanno materiali top, escono con la bici da crono. I livelli cambiano e i distacchi si riducono.

Ieri nel finale Ganna è stato strepitoso. Come ti spieghi questa rimonta su Vine, Adriano?

Di certo Pippo ne aveva, bisogna vedere che l’altro non si sia gestito male e sia rimasto senza gambe. Spesso le crono così corte sono difficili da gestire, sono queste quelle in cui si resta senza gambe e non quelle da 50 minuti. Perché lì sai che non puoi andare a tutta sin da subito. In prove così veloci e intense imposti il pacing, i watt, ma sei comunque portato a spingere troppo.

Almeida ha rifilato 10″ a Vingegaard ed ora è a 40″ dal danese
Almeida ha rifilato 10″ a Vingegaard ed ora è a 40″ dal danese
Domanda all’ex corridore: ma quando vedi che il computerino segna 62-63 all’ora ti gasi?

Personalmente non guardavo la velocità, ma osservavo i watt. Ho sentito di un mio ex tecnico alla Movistar e poi vicino alla Visma-Lease a Bike che diceva come nel famoso giorno di Vingegaard nella crono di Combloux al Tour 2023, avesse il potenziometro leggermente sfasato, che segnava di più. Ebbene lui non se ne è curato, si sentiva bene e ha continuato a spingere secondo le sue sensazioni, anche se i dati che vedeva erano già alti. Bravo Jonas. Ma quando tu hai una FTP di 450 watt e vedi che tieni bene i 470-480 allora in quel caso ti gasi davvero e a livello psicofisico decolli.

A proposito di Vingegaard, l’accorciamento della crono secondo te ha danneggiato Almeida?

No, non credo. Anche se Vingegaard è meno forte del 2023, è comunque solido. Non spreca un’energia più del previsto. E poi un giorno uno guadagna qualche secondo e un giorno li recupera l’altro. La crono di Valladolid pertanto non avrebbe influito a mio avviso anche se fosse stata lunga i 27 chilometri previsti. Insomma non ce lo vedo Almeida che sulla Bola del Mundo gli rifila un minuto.

Ma alla fine dunque, Adriano, Ganna è più felice perché ha vinto o sta lì a pensare che ha dato solo 1” a Vine?

No, no… è felice perché ha vinto. Tra l’altro Vine è un ottimo cronoman. Anche a me è capitato di vincere per un secondo contro corridori meno specialisti di me. Poi alla fine analizzi la gara e rivedi tante cose. E comunque, come dicevano in Fast and Furious: non è importante che tu vinca per un miglio o per un centimetro, ma che tu arrivi primo!

Ed ecco TopGanna. Anche a Valladolid ha optato per il setup che più ama con il 64×11 come massimo rapporto
Ed ecco TopGanna. Anche a Valladolid ha optato per il setup che più ama con il 64×11 come massimo rapporto

Parla Cioni

E partendo proprio da quest’ultima risposta di Adriano Malori, circa l’analisi della gara a posteriori, ci pensa subito Dario David Cioni, tecnico della Ineos Grenadiers, a dare una chiara visione dell’andamento della corsa.

«Pippo è andato forte – ha spiegato il toscano – ma è anche vero che Vine ha beneficiato di un paio di scie di corridori partiti prima di lui che ha ripreso. In più è partito tra i primi e si sa che col tempo le condizioni possono cambiare.

«Se guardo alla sua prestazione questa è ottima. Togliamo Vine che è così vicino, gli altri, Almeida, Vingegaard, sono tutti più staccati. No, oggi su un percorso così veloce era difficile poter fare più distacchi. In più all’inizio Ganna era un po’ bloccato. Siamo nella terza settimana di un grande Giro, non in una corsa di un giorno, e può succedere, tanto più se pensiamo che ieri c’era stata una tappa in salita. Non certo il massimo per lui che non è uno scalatore».

Cioni spiega poi un altro fatto. Partendo presto, Ganna aveva di fatto solo un’ora e mezza tra la ricognizione e il via. Di fatto la sua recon si è trasformata in una sorta di pre-riscaldamento.
«Pippo – conclude Cioni – ha fatto due giri del percorso. Il primo piano, il secondo un po’ più allegro soprattutto per visionare le curve. Da lì è stato un’ora e mezzo tranquillo e poi ha iniziato la trafila del riscaldamento. Alla fine la cosa più stressante per lui è stata attendere tre ore il verdetto! Cosa mi è piaciuto di questa sua crono? Il gran finale. E’ letteralmente volato. In certi tratti andava a 64 all’ora».

Dal volo di Remco al podio di Affini. L’analisi a tutto tondo di Malori

09.07.2025
8 min
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Tutto (quasi) secondo programma. A Caen, tappa a cronometro individuale, vince Remco Evenepoel, ma subito dietro c’è Tadej Pogacar, che torna a vestirsi di giallo. Completa il podio un grandioso Edoardo Affini. E anche Adriano Malori in qualche modo si gode e saluta il gigante mantovano: è con lui che analizziamo questa crono.

Ma forse la grande notizia di giornata è che Jonas Vingegaard ha pagato dazio. Neanche Donald Trump avrebbe fatto tanto: 1’21” da Remco e 1’05” dal primo rivale, Pogacar

Di nuovo il Tour de France offre un bagno di folla. E’ incredibile come questo evento riesca a essere così attraente. Un po’ per il suo DNA e parecchio per la bravura dei suoi organizzatori anche nel renderlo così grande e appetibile. La gente che si è vista in queste due frazioni è stata qualcosa di incredibile. In fin dei conti, quella odierna è stata uno spettacolo lungo: i test del mattino e poi la possibilità di vedere uno ad uno tutti i 179 atleti rimasti in gara.

Pogacar in giallo. VdP cede nettamente. Lo sloveno guida con 42″ su Remco e 59″ su Vauqelin. Vingegaard è a 1’13”
Pogacar in giallo. VdP cede nettamente. Lo sloveno guida con 42″ su Remco e 59″ su Vauqelin. Vingegaard è a 1’13”

Parola ai tre tenori

«Tutto è andato secondo i piani – ha detto Evenepoel – non ho mai avuto la sensazione di poter andare più veloce, quindi sono contento del risultato. E’ la seconda vittoria per la squadra (dopo quella di Tim Merlier, ndr), quindi è fantastico. Ho corso in modo piuttosto costante, ho mantenuto un ritmo regolare dall’inizio alla fine e credo che questo sia stato il mio punto forte. Nei vari intermedi: ho continuato a risalire in classifica ogni volta e ho guadagnato tempo negli ultimi 7 chilometri. Il mio ritmo era perfetto e tutto procedeva a gonfie vele. E’ un passo in avanti verso il podio, non vincerò questa corsa quest’anno. Ma fra qualche anno sì».

Stranamente, nonostante non abbia vinto, il più felice sembra essere proprio il re sloveno. La rivincita dopo la debacle nella cronometro al Delfinato è bella e servita.

«Sono davvero contento di come ho corso oggi – ha detto Pogacar già in giallo – sono a soli 16 secondi dal campione olimpico, dal campione del mondo e miglior cronoman del momento. Sono estremamente contento. E inoltre, a parte Evenepoel, sto guadagnando tempo su tutti gli altri miei rivali per la maglia gialla. Soprattutto perché non mi aspettavo di guadagnare così tanto tempo, pensavo che Vingegaard sarebbe stato più vicino. Ora però dobbiamo restare concentrati. Nulla è deciso e difendere la maglia gialla fino a Parigi non sarà facile».

Piegato a lungo sulla sua Cervélo dopo il traguardo, Vingegaard è stato l’ultimo a parlare ed è stato laconico: «Non avevo le gambe e non so… non me lo aspettavo, ma succede. Il risultato riflette le sensazioni che avevo in bici. Stavo lottando con le gambe e la posizione in bici. Distacco superiore al minuto? Se guardiamo agli ultimi anni si è vinto con distacchi maggiori – come a dire che c’è spazio per recuperare».

E adesso passiamo ad Adriano Malori.

Vingegaard è incappato in una giornata poco positiva. «Ho litigato con la posizione», ha detto il danese
Vingegaard è incappato in una giornata poco positiva. «Ho litigato con la posizione», ha detto il danese
Adriano, cosa ti è sembrato di questa crono?

Sicuramente non mi aspettavo un tracollo così di Vingegaard. Mi aspettavo un Pogacar più forte rispetto a quello visto al Delfinato, perché lì non era per niente in giornata. Credevo che il danese potesse perdere 15”-20” da Pogacar ma non così tanto. Lo si vedeva scomposto, anche di spalle. E poi una volta era agile, una volta andava duro… questo è il tipico segno di chi non riesce a trovare il ritmo, il rapporto…

Ovviamente un distacco simile, Adriano, è figlio di una giornata no. Però abbiamo notato che c’era vento e lui aveva all’anteriore una ruota molto più alta rispetto agli altri. Può aver inciso?

No. Ripeto, si vedeva che non era in giornata e lo si è visto sin da subito. Storicamente Vingegaard è leggermente superiore a Tadej a crono, mentre oggi la tendenza è stata decisamente opposta. Per me, anche con una ruota più bassa, non sarebbe cambiato niente. Anche perché il vento forte e costante c’era solo nella parte finale. E tra l’altro, se guardiamo bene, è quella dove Remco ha fatto la differenza netta su Plapp e Affini.

E ora?

Tanti diranno Tour finito, ma il Tour non è finito perché 1’13” si possono recuperare. E’ chiaro che non è facile perché là davanti c’è Pogacar… Ma aspetterei, insomma.

La freccia Evenepoel. Da notare la visiera tagliata per lasciare spazio alle braccia
La freccia Evenepoel. Da notare la visiera tagliata per lasciare spazio alle braccia
Quale aspetto tecnico ti ha incuriosito di questa crono?

In generale un miglioramento di posizione veramente grande. Fino all’anno scorso solo Evenepoel riusciva a stare incassato veramente bene con le spalle ed essere tutt’uno col manubrio. Ora sono in tanti. Ma è così: quando uno ha un’invenzione, gli altri la copiano. Oppure prendiamo i caschi, per esempio. Tutti dicevano che quelli lanciati dalla Visma erano inguardabili, però adesso li usano quasi tutte le squadre così. Davvero una grande cura. Così come la guida…

Anche noi lo abbiamo notato. La parte finale era tecnica, eppure Remco è sembrato più abile con la bici da crono che con quella da strada…

In generale ora c’è una ricerca della prestazione anche dal punto di vista della guida. Nel finale Pogacar ha addirittura guadagnato 3”-4” a Remco che a sua volta è stato bravissimo, e quella poteva essere tranquillamente la differenza che decideva la gara. Di certo questo livello di guida, parlo in generale, è figlio di allenamenti particolari. Allenamenti che, se non avessi avuto l’incidente, avrei fatto anche io.

Spiegaci meglio…

La guida della bici da crono era un aspetto migliorabile e avevo in programma degli allenamenti nei kartodromi. Era una cosa che avrei fatto a fine stagione. Kartodromi, o piste per bambini… insomma circuiti sicuri con curve strette, in cui si riesce a fare tecnica di guida. A stare in posizione, a fare bene le traiettorie. Un tempo solo Cancellara guidava la bici da crono come fanno i ragazzi oggi. Adesso tutti si buttano giù in ingresso curva come se fossero sulla bici da strada.

Rispetto al Delfinato si è visto un Pogacar più sciolto. Probabilmente quel giorno stava provando un nuovo assetto
Rispetto al Delfinato si è visto un Pogacar più sciolto. Probabilmente quel giorno stava provando un nuovo assetto
Credevamo che con tutto il vantaggio su Vingegaard, dall’ammiraglia avessero detto a Pogacar di non rischiare. E invece ha guadagnato…

Pogacar ha rischiato, ma non oltre il limite, perché lo fa con naturalezza. Questo vuol dire che è abituato, che è sicuro su quella bici. Poi penso anche che tutti questi atleti vivono in luoghi dove le strade, almeno in certi orari del giorno, ti permettono di osare un pelo di più, di fare tecnica. Vivono in Francia, Slovenia, Monaco, Danimarca, Spagna… dove la lingua d’asfalto è ampia, sicura, e il fondo stradale è ottimo. Qui da noi, almeno dalle mie zone di Parma, ci sono crepe in cui ci finisci dentro fino alle protesi!

Chiaro…

Gente così può dire: «Beh, stamattina mi sveglio presto e mi butto giù una discesa bello andante». E magari davanti ho anche una moto che mi fa da riferimento. Vi racconto questa: prima dei mondiali di Firenze 2013, Cancellara si svegliò in piena notte per essere pronto alla primissima luce dell’alba. Erano lui e una moto e andò a percorrere il finale della crono perché voleva vederlo senza traffico e farlo a velocità di gara, o quasi. E anche questo faceva una grande differenza. Già dieci anni fa si guardava a queste cose. E dieci anni fa, nel ciclismo di oggi, è come se fossero trenta.

Invece il casco di Remco con l’apertura sulla visiera?

Prima ancora che una questione aerodinamica, io credo sia perché, stando lui così chiuso, la visiera gli dava fastidio sugli avambracci. Quel taglio oltre a non avere questo problema gli permette di chiudersi ancora meglio.

La crono è specialità futuristica, l’estremo della tecnica e della preparazione?

C’è stata un’evoluzione impressionante: materiali, posizione. Prendiamo gli scalatori: un tempo prendevano minuti, su minuti… oggi sono lì a un minuto e mezzo. Ci pensate voi a un Quintana che in una crono di 33 chilometri come quella di oggi prende solo un minuto e mezzo da Cancellara? Ora è normalità. Cura delle posizioni, gestione dello sforzo, misuratore di potenza, preparatore che ti fa un’analisi del wattaggio prima del via e come distribuirlo… Per assurdo, se vogliamo, il mestiere del cronoman è andato un po’ a sparire. Perché non devi più imparare a gestirti, non devi più imparare la posizione: sono i team, gli staff, che ti ci portano.

Bravissimo Affini, terzo a 33″ da Remco. Sarebbe stato interessante vederlo partire più vicino a Remco per avere pari condizioni di vento
Bravissimo Affini, terzo a 33″ da Remco. Sarebbe stato interessante vederlo partire più vicino a Remco per avere pari condizioni di vento
Cos’altro ti ha colpito della crono di Caen?

Che finalmente hanno messo una cronometro da cronoman. Senza salite in mezzo o strappi al 15 per cento che non si possono vedere. Quello odierno era un percorso bello, lineare. Anzi, farei un appunto…

Vai…

Visto che c’è questo grande fenomeno, Pogacar, che poi stacca tutti anche in salita, mi piacerebbe vedere un Tour con due belle cronometro da 50 chilometri come un tempo. Pensateci. Magari Remco arriva alle montagne con due minuti di vantaggio. Cambierebbe tutto. Ci sarebbe più spettacolo.

Torniamo all’attualità: che ci dici di Affini?

Ve ne avrei parlato anche se non me lo aveste chiesto! Edoardo mi è piaciuto veramente tanto. Senza nulla togliere ad altri grandi cronoman, ma ricordiamoci che è un gregario. Tira tutto il giorno, tiene davanti i capitani, va a prendere le borracce. Ha fatto così al Giro e sta facendo così al Tour. Non ha potuto fare la crono tricolore perché lo hanno richiamato in altura e nonostante tutto il lavoro di questi giorni oggi ha fatto terzo… dietro due alieni che hanno preparato il Tour al meglio. Quindi, veramente complimenti a lui. E’ bello vederlo lì. E se una squadra come la Visma-Lease a Bike lo ha appena fatto rinnovare per tre anni, un motivo c’è.

Siamo tutti con Van Aert, un po’ meno con la Visma

04.04.2025
6 min
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Davanti a una corsa come la recente Dwars door Vlaanderen, ci sono due piani da far coincidere: il piano della tattica di corsa e il piano degli uomini che hai di fronte. E se l’uomo è un campione che fatica a ritrovarsi, allora il discorso si complica. Che cosa sta succedendo a Van Aert? L’esito della corsa belga sarà l’ennesimo chiodo sulla croce o se ne può dare una diversa lettura? E perché la squadra non ha voluto fargli da ombrello?

Abbiamo riletto i post di ieri, quelli dopo la sconfitta. Non i commenti dei tifosi, ma quelli degli addetti ai lavori che nella difficoltà del belga forse hanno riconosciuto anche un pezzetto della propria storia. Da Demi Vollering in avanti, nessuno di loro ha puntato il dito contro l’uomo, mentre alcuni si sono focalizzati sulla condotta della sua ammiraglia. Il piano della tattica di corsa, appunto, e l’uomo che si ha di fronte.

A Van Aert vogliamo tutti bene e abbiamo tutti la sensazione che qualcosa non vada come deve. Per cui abbiamo ripreso alcune di queste voci e siamo andati più a fondo, cercando di capire se la nostra sensazione di una squadra incapace di gestire il finale di corsa e ancora meno di proteggere il suo leadeer sia condivisa da altri. Oggi Van Aert e la Visma-Lease a Bike incontreranno la stampa alla vigilia del Fiandre, con quale stato d’animo ci arriverà il belga?

Powless davanti a tutti e dietro i tre Visma sconfitti
Powless davanti a tutti e dietro i tre Visma sconfitti

La Visma e Van Aert

Adriano Malori ha scritto un post puntando il dito su squadre sempre più legate ad un approccio scientifico al ciclismo e sempre meno capaci di gestire situazioni che richiedono esperienza.

«Condivido che sia sbagliato fare una crociata contro Van Aert – spiega ora Malori – che purtroppo si trova in un momento psicologicamente molto delicato. Lo testimonia anche il fatto che sia in sovrappeso, lontano parente del Van Aert che al Tour 2022 era stato capace di staccare Pogacar in salita. Viste le cose, non avrei tenuto chiuso il finale dando a lui la responsabilità di finalizzare la corsa. Se anche avesse avuto le gambe migliori, poteva saltargli il cambio o rompere la catena. Se volevano risollevare Van Aert, secondo me l’hanno fatto nel modo più sbagliato.

«Volevi farlo vincere e fargli riprendere un po’ il sorriso in vista del Fiandre? Allora si facevano scattare i compagni in modo… morbido, facendo in modo che Powless ogni volta rientrasse, lasciando poi a Van Aert il compito di dare la botta finale per staccarlo definitivamente. Invece Wout ha dimostrato poca lucidità nel chiedere di tenere la corsa chiusa, ma l’ammiraglia ha dimostrato di non avere gli attributi per dirgli di no. Io ho la sensazione che alla Visma di Van Aert importi poco. Lo hanno sempre usato per fare il gregario in lungo e in largo. L’hanno sfruttato senza considerazione, mentre il suo rivale di sempre, Van Der Poel, si è gestito come un cecchino mirando l’appuntamento, e ci è sempre arrivato più pronto di lui. Mercoledì dovevano tutelarlo mettendosi davanti e dicendo che è stata la squadra a sbagliare la tattica. Vederlo così prostrato nella conferenza stampa a me ha fatto veramente paura».

Il secondo posto in volata è stato un colpo troppo duro per Van Aert
Il secondo posto in volata è stato un colpo troppo duro per Van Aert

Ammiraglia anestetizzata

«Il post che ho fatto ieri – dice invece Angelo Furlan – non è nel mio stile, perché sono sempre per le cose costruttive. Mi ricordo sempre quando ero corridore e le critiche da divano mi piacevano fino a un certo punto. Si capisce che Van Aert stia passando un momento difficile e che la squadra voleva farlo vincere, ma hanno sbagliato. Il fatto di non aver provato a staccare Powless quando mancava tanto all’arrivo non è stato responsabilità dei corridori: il senso del mio post era questo. Non voleva essere un’accusa, ma cosa diciamo agli esordienti e agli allievi?

«Già abbiamo tattiche che vengono stravolte da corridori che partono da lontano perché sono dei fuoriclasse. Cosa imparano i ragazzini da un finale come quello di mercoledì? Questo è il problema. Doveva arrivare un ordine dall’ammiraglia. Ci sono watt predittivi, i kilojoule predittivi, GPS, telecamere, riproduzione predittiva in 3D dell’arrivo e cosa stai facendo sull’ammiraglia quando si decide la corsa, guardi il tablet? Lo so che vuoi far vincere Van Aert, ma prova a giocartela. Gli altri due che avevano lì sono due vincenti, due punte di diamante, invece chi li guidava è parso quasi anestetizzato. Si sono dimenticati che basta fare delle cose semplici, applicare una tattica semplice e avrebbero vinto. Non vorrei essere nel povero Van Aert che ha tutta la solidarietà ed è un corridore per cui io faccio il tifo e ammiro tantissimo. Dopo l’arrivo è stato fin troppo un signore ad assumersi tutte le colpe».

Pedersen si è inchinato alla forza della Visma, ma ora conforta Van Aert
Pedersen si è inchinato alla forza della Visma, ma ora conforta Van Aert

Programma da capire

«C’è un problema Van Aert – dice Bennati – e mi dispiace tantissimo. Ci sta il fatto che la squadra voglia far vincere Wout, come quando il capitano vuole far segnare il goleador, non passa la palla agli altri attaccanti e la squadra avversaria fa goal in contropiede. Mercoledì volevano metterlo nelle condizioni di vincere la corsa, ma se in questo momento Van Aert non riesce a battere Neilson Powless in volata, allora il problema c’è davvero.

«Facciamo un passo indietro – prosegue Bennati – un campione come lui non si può gestire così. Dopo gli incidenti dello scorso anno, non doveva fare la stagione del cross e non credo che alla Visma qualcuno lo abbia costretto. Aveva la grande opportunità di recuperare al 110 per cento e prepararsi per la stagione su strada, riazzerando tutto. Avrebbe dovuto fare un programma classico, passare attraverso Parigi-Nizza o Strade Bianche e Tirreno. Un corridore come lui deve fare quel tipo di calendario, con la Sanremo e la Gand, non andare tre settimane in altura per preparare queste gare, perché obiettivamente non ne ha bisogno.

«Secondo me giocarsi solo la carta della volata è sempre sbagliato, anche se sei nettamente più forte. E se anche non avesse vinto lui perché magari Benoot andava via, dal punto di vista mentale era sempre meglio che vincesse un compagno di squadra, che avere questa grande delusione perdendo con Powless sull’arrivo. Questo episodio va sempre più a complicare la situazione di Van Aert. A meno che non abbia un carattere talmente forte che da questa grande delusione riuscirà a tirare fuori il meglio di sé, vincendo il Fiandre e la Roubaix».

Powless è incredulo, Van Aert è più incredulo di lui
Powless è incredulo, Van Aert è più incredulo di lui

Tifosi di Wout

«Mercoledì in tanti abbiamo criticato la tattica della Visma – scrive Giada Borgato – non certo Van Aert. Il campione non si discute e sono sicura che il mondo del ciclismo era lì a fare il tifo per lui. A fine corsa, da campione qual è, frustrato, deluso e amareggiato, si è dichiarato “colpevole” ai microfoni di mezzo mondo. Sentire quelle parole mi ha fatto male e mi sono chiesta perché gli sia stato permesso di prendersi una responsabilità cosi grande. Credo che in questo momento Wout non debba prendersi responsabilità per il semplice fatto che non ha bisogno di ulteriori pesi sulle spalle.

«In condizioni normali avrebbe vinto con due biciclette su Powless, ma si è visto che non è il solito Van Aert e credo che lui lo sappia. Il campione ha nell’indole di provarci, vuole vincere, ma la squadra conosce i valori dei suoi atleti e in teoria dovrebbe anche sapere come stanno a livello mentale. Allora forse sarebbe servita un po’ di freddezza da parte dei direttori sportivi che avrebbero dovuto dirgli: “No, decidiamo noi. E se sbagliamo, sbagliamo noi, non tu”. L’ammiraglia avrebbe dovuto tutelarlo e prendersi la responsabilità di scegliere cosa fare. Le critiche sono state rivolte per lo più alla squadra e non al corridore. Perché in fondo siamo tutti dalla parte di Wout».

Il 4 maggio torna “L’Etape Parma”: un percorso da Grandi Giri

16.03.2025
8 min
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Tra il 2010 e il 2015, Adriano Malori ha disputato Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta per un totale di sette volte. Ha conosciuto molto bene le grandi montagne di queste corse, così come i paesi più caratteristici o alcune tra le zone più remote nelle gare minori. L’esperienza pertanto non gli manca quando dice che il percorso de L’Etape Parma by Tour de France non ha – e non avrebbe – nulla da invidiare ad una tappa di media montagna di un Grande Giro.

La seconda edizione della gran fondo ufficiale del Tour – organizzata sempre da ExtraGiro – andrà in scena domenica 4 maggio con partenza e arrivo a Parma e un tracciato leggermente modificato rispetto all’anno scorso. Planimetria e altimetria aumentano di pari passo: 150 chilometri e 3.150 metri di dislivello. Dalla città all’Appennino Est parmense e rientro, per una giornata da vivere tutta d’un fiato per i più agonisti e con più serenità per il resto dei pedalatori.

Andata fuori Parma

L’uscita dal Parco Ducale verso i primi rilievi rispecchia lo stesso tragitto del 2024. Tutte le strade toccate da L’Etape Parma sono ben conosciute da Malori. Su quegli asfalti ne ha fatti fuori tanti di copertoncini fin da quando era un allievo che studiava per diventare il grande pro’ che è stato.

«La gran fondo – attacca il 37enne di Traversetolo – è caratteristica perché si sviluppa su tutti gli itinerari che fanno i ciclisti parmensi in base alle varie stagioni. La prima parte, quella che va verso la zona dei calanchi e dei “vulcanelli” del gpm di Rivalta, è la palestra d’allenamento per tutti quegli appassionati che sfruttano la propria pausa pranzo in bici. Le colline di quell’area della provincia non sono troppo distanti dalla città, ma ti permettono già di fare una validissima sessione. Sono caratterizzate principalmente da strappi medio-corti e secchi che ricordano le côte delle Ardenne. Si torna a casa sempre con un bel dislivello concentrato in un paio d’ore».

Si continua a salire

Se durante la settimana il tempo per allenarsi è ridotto, nel weekend si possono estendere le ore di bici andando a cercare le salite leggermente più lunghe nel tratto di alta collina. E’ in questo frangente che la gran fondo del Tour comincia la seconda parte.

«In questo tratto – prosegue Malori nella sua analisi – l’Appennino ti fornisce infinite possibilità di itinerari. Il Passo del Crocione (secondo gpm di giornata, ndr) è una salita di tutto rispetto con una lunghezza che ti impegna già per diversi minuti. La relativa discesa è l’unico momento in cui rifiatare perché da lì in avanti si continua a salire. Si arriva attorno agli 800 metri di Lagrimone, paese che per me ha sempre rappresentato il crocevia dei miei allenamenti. Ricordo che quando arrivavo lì, guardavo il computerino e decidevo cosa fare, ovviamente tenendo conto anche del meteo. Se avevo ancora tempo e volevo salire, ne sceglievo una delle tante che sono lì attorno. Viceversa se ero un po’ stretto con i tempi, mi buttavo nelle discese veloci che portano in Val Parma o in Val Termina, che era quella più vicina a casa mia».

Le curve che portano al Passo del Crocione (da fare due volte) e sullo sfondo il paese di Langhirano (foto drone ExtraGiro)
Le curve che portano al Passo del Crocione (da fare due volte) e sullo sfondo il paese di Langhirano (foto drone ExtraGiro)

Monte Caio, la vetta de L’Etape

Da Lagrimone – che nel ’91 venne attraversato dalla Prato-Felino vinta in solitaria da Ghirotto – inizia l’ascesa a Schia-Monte Caio, il punto più alto della corsa con i suoi 1.273 metri di altitudine. Schia è la sede dell’omonimo comprensorio sciistico, nel quale è cresciuto l’ex azzurro di discesa libera Alessandro Fattori (due vittorie in Coppa del mondo), nonché appassionato ciclista.

«Nonostante le mie caratteristiche fossero altre – dice Malori – ho sempre amato questa salita perché è molto simile a quelle che trovi in una grande corsa a tappe. Non le manca davvero nulla. Schia aveva diversi versanti, ma a causa di frane e smottamenti recenti, ne sono rimasti solo un paio ben percorribili. Quello più “nobile” lo si affronta nella gran fondo. Si sale a gradoni con tanti tratti in doppia cifra di pendenza e altri in cui bisogna saper spingere di potenza. Poi a livello ciclo-turistico offre panorami favolosi. Sarebbe bello vederci arrivare una tappa del Giro, visto che di spazio lassù ce n’è tanto. Vi garantisco che ne uscirebbe un bello spettacolo. Purtroppo il grosso problema di Schia è un altro, che vi dirò fra poco».

Schia è la vetta più alta della gara. Considerando lo spazio disponibile, per Malori potrebbe ospitare un arrivo del Giro d’Italia
Schia è la vetta più alta della gara. Considerando lo spazio disponibile, per Malori potrebbe ospitare un arrivo del Giro d’Italia

Ultime salite e ritorno

Una volta scollinati sulla “Cima Coppi” de L’Etape Parma, restano due gpm da fare tutt’altro che anonimi. Il primo è Cozzano Pineta (quasi a quota 1000 metri), introdotto dal celeberrimo ed infernale “cavatappi”: tre chilometri e mezzo al 12% e punte al 16% prima di affrontarne altrettanti con pendenze un po’ più umane. Il secondo è nuovamente il Passo del Crocione, fatto all’andata dallo stesso versante, che rappresenta quella famosa modifica rispetto al 2024.

«La cosiddetta salita di Sodina – racconta Malori – ovvero l’inizio che porta a Cozzano Pineta è tremenda e se lo ricordano bene i partecipanti del Giro ’90. All’epoca però la iniziavano di slancio perché si arrivava in discesa da Corniglio, nella gran fondo invece la si prende da Pastorello e quindi si inizia a salire già da qualche chilometro prima. Per gli amatori della zona il “tirabuson” (cavatappi in dialetto parmigiano, ndr) è il nostro Zoncolan. La salita più dura che abbiamo qui attorno, una vera leggenda. E comunque anche il paesaggio di Cozzano Pineta è incredibile. Appena inizia la discesa, nelle giornate terse, si vede tutta Langhirano, la Val Parma fino alla pianura attorno alla città»-

«Dopo il secondo Passo del Crocione – puntualizza – se guardate il profilo altimetrico, c’è la salita di Faviano che non è segnata come gpm, ma che non è da sottovalutare. Così come gli altri severi strappi successivi all’interno del comune di Lesignano Bagni. Quando correvo li usavo spesso come tappabuchi per completare il mio allenamento di giornata. Vi assicuro che questo finale può restare nelle gambe a tantissimi, specie chi si vuole giocare la vittoria finale. Rispetto ad un anno fa, il rientro a Parma è meno semplice».

Importante per la promozione turistica

Un percorso di 150 chilometri di una qualsiasi gara ciclistica non è mai solo da vedere in ottica agonistica. Tutto ciò che le gravita attorno è fondamentale per far conoscere un territorio assieme alle sue eccellenze culturali, enogastronomiche o di altra natura. Malori conosce bene le sue terre e quelle confinanti per avere le idee chiare sull’argomento.

«Vi ricordate prima quando vi avrei detto il problema di Schia? – riprende il filo lasciato in sospeso – Il guaio di località come Schia è l’assenza delle istituzioni provinciali che non riescono ad incentivarne il turismo in inverno e soprattutto in estate. Ci sarebbero percorsi bellissimi da fare per le famiglie con le e-bike se solo ci fosse un numero adeguato di attività. Bene, ora so che dirò una cosa impopolare, attirandomi forse le ire di qualche parmigiano. La provincia di Parma dovrebbe prendere esempio da ciò che hanno fatto sulle montagne di Reggio Emilia, dove hanno riqualificato i loro centri montani facendoli diventare paesi attrezzati di villeggiatura praticamente tutto l’anno».

«Nel 2014 – chiude con una riflessione Malori – quando il Giro ebbe due tappe parmensi, ricordo che il mio compagno Giovanni Visconti alla Movistar rimase sorpreso dal fatto che non ne sentiva mai parlare delle nostre montagne attraverso pubblicità o mezzi simili. Secondo me qua da noi ci vogliono più le idee che i soldi per migliorare la situazione. In questo senso penso proprio, e lo spero vivamente, che L’Etape Parma by Tour de France sia un eccezionale veicolo di promozione turistica per le nostre zone dimenticate o sottovalutate. Perché, lo ripeto senza paura di essere smentito: sulla carta al nostro Appennino Est, con le sue salite, non manca nulla per essere teatro di una grande tappa del Giro d’Italia».

Malori e il no iridato di Ganna: «Crono assurda, giusto non andare»

01.02.2025
7 min
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La lista delle defezioni di atleti e federazioni al mondiale in Rwanda è iniziata da diverso tempo ed è in continuo aggiornamento. Al netto del recentissimo e riemerso conflitto nella parte orientale della confinante Repubblica Democratica del Congo, tenuto sotto osservazione dall’UCI che ha già diffuso una nota ufficiale sulla (per ora) regolare organizzazione della rassegna iridata, i forfait verso il centro dell’Africa avevano anche radici espressamente tecniche. In particolare in casa azzurri sono già arrivati l’irritazione di Marco Velo e i “no” di Ganna e Guazzini per la crono e l’impressione che altri specialisti puri del “tic-tac” si accoderanno ai due azzurri (in apertura, Ganna nella crono di Perugia del Giro: veloce fino alla salita finale in cui Pogacar ebbe la meglio).

Già l’anno scorso il tracciato di Zurigo era risultato un po’ border line, soprattutto per la pericolosità di una lunga discesa ripida, stretta e veloce, anche se poi accontentò tutti e ne uscì una crono da oltre 52 chilometri di media oraria. Stavolta invece non appena sono usciti i dati delle prove contro il tempo, è parso abbastanza evidente che le altimetrie del Rwanda strizzassero l’occhio a uomini da Grandi Giri o corridori piuttosto completi. Cosa scatta quindi nella mente dello specialista? La molla per prepararsi a puntino per una sfida nuova e stimolante oppure la volontà di puntare ad altri obiettivi senza snaturarsi? Abbiamo chiesto tutto ad Adriano Malori, ormai nostro consulente per le cronometro.

Altimetrie e planimetrie

Il percorso che si snoda attorno all’altopiano di Kigali assume la forma di una Y molto tortuosa, con poca pianura ed un arrivo all’insù. Quattro le ascese previste: Côte de Nyanza all’andata (2,5 km al 5,8%) e al ritorno (6,6 km al 3,5%), Côte de Peage (2 km al 6%, che non verrà fatta dalla donne) e Côte de Kimihurura (1,3 km in pavè al 6,3%) prima degli ultimi 600 metri tutti a salire. Gli uomini si confronteranno su 40,6 chilometri per un dislivello di 680 metri, le donne faranno 31,2 chilometri per un dislivello di 460 metri.

Per ritrovare un tracciato contro il tempo piuttosto anomalo, bisogna tornare al 2017 quando a Bergen in Norvegia la crono maschile si concluse in vetta a Mount Floyen e diversi atleti scelsero di cambiare la bici ai piedi della salita finale. Vinse Dumoulin davanti a Roglic (l’unico del podio a fare il cambio) e Froome al termine di una prova di 31 chilometri con 660 metri di dislivello chiusa a 41,6 km di media oraria.

Scelta condivisa

Alla luce di quanto detto sopra, Malori va subito al sodo senza troppi giri di parole come sa fare lui. «I forfait già annunciati di Ganna e Guazzini – parte il preparatore parmense – sono state le scelte giuste, le stesse che avrei fatto io. Onestamente credo e spero che possano fare altrettanto anche atleti come Kung, Affini, Tarling o simili. Per me è un percorso assurdo. Lo dico da cronoman che ama quel tipo di esercizio proprio nella sua essenza. In questa crono manca il punto in cui lo specialista possa davvero spingere con una certa continuità e tenere alta la media.

«A parte i primi 8,3 km pianeggianti – prosegue il “Malo” – poi sono tutte salite ravvicinate e altrettante discese. E’ come una mini gara in linea, ma da fare singolarmente. Questa crono è adatta a gente da gare a tappe. Roglic, Evenepoel se non soffrirà in discesa, Vingegaard e Pogacar sono i favoriti. Ci metto però pure Van Aert, che secondo me sta tornando quello del 2022 quando vinse tre tappe diverse al Tour e fece terzo ad Hautacam. Tra gli italiani potrebbero andare molto forte Cattaneo e Tiberi. Anche tra le donne vedo favorita una da Grandi Giri come Longo Borghini, che per noi sarebbe un bene».

Vittoria Guazzini ha già annunciato che non farà la crono mondiale in Rwanda per il percorso poco adatto a lei
Vittoria Guazzini ha già annunciato che non farà la crono mondiale in Rwanda per il percorso poco adatto a lei

Strategia mediatica

Malori conosce bene il mondo del ciclismo, avendo visto da dentro come funzionano certi meccanismi per le manifestazioni più importanti. Un’idea sul perché di una crono così se la è fatta.

«La morfologia del Rwanda – spiega – probabilmente non offre alternative a percorsi da specialisti o magari non ne hanno voluti trovare in altre zone del Paese lontano dalla sede principale, come invece è successo in altre edizioni. La prendo però un po’ da lontano. Se andiamo a rivedere i percorsi dei mondiali precedenti, abbiamo visto come ci sia stata la tendenza a rendere le crono sempre meno semplici dal punto di vista altimetrico. Il caso del 2017 è più unico che raro e a mio modo di vedere incomprensibile. Nel 2023 in Scozia si arrivò su uno strappo secco in pavé, però alla fine era una crono veloce. Insomma è come se l’UCI ci volesse abituare a quest’anno perché hanno un interesse ben preciso».

Nel 2023 la crono mondiale terminava al Castello di Stirling dopo uno strappo secco sul pavè di circa un chilometro
Nel 2023 la crono mondiale terminava al Castello di Stirling dopo uno strappo secco sul pavè di circa un chilometro

«Tutto ciò – va avanti Malori – potrebbe essere una mossa ad hoc per avere l’ennesima sfida tra Pogacar e Vingegaard con Evenepoel terzo incomodo come all’ultimo Tour. Anche adesso che è inizio stagione, sui social si parla solo di loro. La gente vuole un confronto ovunque tra questi fenomeni. La sfida del Tour riportata al mondiale sia in linea che a crono. Forse l’UCI vuole un corridore che sia in grado di vincere tutto e gli importa molto poco dei cronoman puri.

«Attenzione però al rovescio della medaglia. Se vince tutto sempre il solito, anche le cronometro di mondiali o europei, gli stessi appassionati possono perdere interesse. Per me il Pogacar del 2024 in Rwanda può fare doppietta senza nemmeno faticare troppo. E potrebbe arrivarci dopo aver già vinto tantissimo in stagione. Se la strategia dell’UCI è quella di sfruttare il monopolio vincente di Pogacar, deve mettere in conto che la gente possa poi stancarsi di seguire le corse».

Nel 2017 in Norvegia andò in scena una crono iridata anomala. Arrivo in salita e per qualcuno (qui Kelderman) la scelta di cambiare bici
Nel 2017 in Norvegia andò in scena una crono iridata anomala. Arrivo in salita e per qualcuno (qui Kelderman) la scelta di cambiare bici

Obiettivi diversi

Il ragionamento di Malori torna comunque all’inizio immedesimandosi a quando si infilava nei body aerodinamici del club e della nazionale per vincere dove sa che poteva.

«Ci sono gare in cui ti devi preparare meglio o più approfonditamente – finisce la sua analisi Adriano, che da pro’ ha vinto 14 crono su 16 successi totali – altre invece dove è inutile farlo. Per essere veramente competitivo e considerando la iper specializzazione del ciclismo attuale, Ganna per questo mondiale, dovrebbe stravolgere la sua preparazione e forse anche snaturarsi un po’. Ne vale la pena?

«Lui ha già vinto due mondiali a crono e tanto altro, non ha bisogno di fare i salti mortali per questa gara. Anche perché rischierebbe di impostare una stagione su questa crono e magari raccogliere un piazzamento nei dieci o nei cinque se va bene. Già l’anno scorso ha dimostrato su un percorso poco incline a lui e dopo un periodo fuori forma, di aver fatto una grande prova. Fossi in lui mi concentrerei su altri appuntamenti per vincere. Che siano a crono o altre gare, lui ha le carte in regola per farlo».

Crono, cosa c’è dopo Ganna? Malori vede già l’erede

12.12.2024
7 min
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Le cinque medaglie azzurre conquistate dagli uomini nelle crono individuali dei tre eventi principali del 2024 hanno avuto un grande valore per il nostro movimento, soprattutto se contestualizzate nel momento in cui sono arrivate. Tuttavia hanno evidenziato all’orizzonte “una coperta” che si sta accorciando.

Vale la pena iniziare a prevedere un dopo-Ganna in maniera mirata? Oppure lasciamo tutto il peso sulle spalle del totem verbanese, col rischio di gravarlo ancora di eccessive pressioni? Giusto per dare un riferimento, tra europei, mondiali e Giochi a cinque cerchi, Pippo ha conquistato 8 delle 13 medaglie ottenute dall’Italia dal 2017 (anno del suo passaggio tra i pro’). E’ stato ed è tutt’ora il capostipite di una specialità che non si può improvvisare, oltre ad essere un riferimento per i più giovani.

Tante considerazioni e tante risposte le abbiamo chieste ad Adriano Malori. Uno che della cronometro ha fatto una filosofia di vita fin dalle categorie giovanili. E come sempre il vice-campione del mondo di Richmond ci ha dato tanti spunti, sbilanciandosi su un nome in particolare come futuro faro azzurro.

Per Malori bisogna prevenire il dopo-Ganna lavorando più a fondo nelle categorie giovanili
Per Malori bisogna prevenire il dopo-Ganna lavorando più a fondo nelle categorie giovanili

Meriti attuali

Abbiamo già detto più volte che quest’anno Ganna ha dovuto staccare la spina dopo Parigi, saltando le prove continentali in Limburgo, per ripresentarsi rigenerato psicofisicamente a Zurigo. Per lui due argenti dietro ad un Evenepoel inarrivabile. Eppure parallelamente – e fortunatamente per i colori azzurri – ha trovato in Affini un compagno che ha tenuto altissima la bandiera.

«Senza contare Pippo, che è sempre una garanzia – spiega Malori – anche Affini ormai è una certezza e l’ho sempre detto che era un buon cronoman. L’oro all’europeo e il bronzo al mondiale sono meritati ed Edoardo ha dimostrato di essere davvero il vice-Ganna. La differenza tra i due è che Affini alla Visma | Lease a Bike è un super gregario che lavora tantissimo, a scapito di qualche sua carta da giocare ogni tanto. Invece Ganna alla Ineos Grenadiers è diventato un capitano in molte gare o tappe. Lo stesso discorso vale anche per Cattaneo che ha raccolto un bel bronzo europeo vedendo ripagati i suoi sforzi nella Soudal-Quick Step. Detto questo però iniziano un po’ di note dolenti, se andiamo a vedere cosa c’è dietro di loro».

Ganna e Affini (qui col cittì Velo) sono rispettivamente il leader ed il vice della specialità in Italia (foto FCI/Maurizio Borserini)
Ganna e Affini (qui col cittì Velo) sono rispettivamente il leader ed il vice della specialità in Italia (foto FCI/Maurizio Borserini)

Eredità da raccogliere

Il “Malo” prima di elencarci chi potrebbe essere il successore, fa più di un passo a ritroso per spiegare cosa bisognerebbe fare per allevare nuovi cronoman. Perché, gli chiediamo noi, per una nuova leva raccogliere il testimone da Ganna e i suoi fratelli è uno stimolo oppure una zavorra?

«Sinceramente – risponde Adriano con la solita lucida franchezza – credo che possa essere un grosso peso perché inevitabilmente verranno fatti dei paragoni. Nel 2015 quando io ho vinto l’argento mondiale si fecero grandi titoli. Erano più di vent’anni che un italiano non prendeva una medaglia a crono. E’ vero, andavo forte ed ero cresciuto molto, però non avevo alcuna eredità da raccogliere. E di fatto posso dire che Ganna l’ha raccolta da me e sono ben felice che abbia poi vinto due mondiali di fila.

«Ma pensate se adesso un nostro giovane dovesse inanellare una serie di podi importanti, che cosa gli direbbero tutti, dal pubblico agli addetti ai lavori. Avrebbe sempre il confronto con Pippo che rischierebbe di essere controproducente. So bene che dovrebbe essere una grande motivazione cercare di raggiungere i livelli di Ganna o di Affini, ma in Italia manca la pazienza. Così come stiamo aspettando di trovare un nuovo Nibali, rischiamo di fare altrettanto con il dopo-Ganna se non si inizia a fare qualcosa con i giovani».

Allenamento imprescindibile. Malori per migliorare e vincere nelle prove contro il tempo faceva tante ore da solo sulla bici da crono
Per migliorare e vincere nelle prove contro il tempo, Malori faceva tante ore da solo sulla bici da crono

Ore in solitaria

Quello moderno è un ciclismo che assomiglia molto alla Formula Uno, dove si ricercano i dettagli per andare più forte. Figuratevi per chi vuole diventare un cronoman competitivo. Galleria del vento, abbigliamento, materiali e soprattutto tante, tante e tante ore di allenamento. Malori potrebbe avere una cattedra sull’argomento in questione.

«Il livello italiano nelle categorie giovanili – chiarisce Adriano – non è veritiero. Da juniores e da U23 si confonde la forza generica con leventuali predisposizione per le crono o ad esempio per la salita. In Italia purtroppo non si ragiona in prospettiva. I giovani si allenano tanto per la categoria che fanno. Potenzialmente ce ne sono tanti che potrebbero essere portati per le prove contro il tempo, ma bisogna vedere chi ha veramente voglia di mettersi lì a pedalare per delle ore da solo, con metodo e concentrazione.

«Sempre nel 2015 – ricorda – dopo la crono di apertura che vinsi alla Tirreno, a quattro secondi da me arrivò a sorpresa Oss. Gli suggerii di insistere nella disciplina. Però lui mi rispose sorridendo che più di dieci, massimo 15 minuti a tutta non riusciva a tenere perché poi saltava di testa. E capivo benissimo il suo ragionamento. Ecco perché è facile perdere col passare degli anni tanti talenti a crono».

Eredità pesante. Dal 2017 ad oggi, Ganna ha raccolto 8 medaglie su 13 conquistate dall’Italia tra europei, mondiali e Olimpiadi
Eredità pesante. Dal 2017 ad oggi, Ganna ha raccolto 8 medaglie su 13 conquistate dall’Italia tra europei, mondiali e Olimpiadi

Investire sulle crono

Investire nelle crono è il mantra ricorrente quando se ne parla a livello giovanile. Un discorso che ci fece anche Marco Velo, il cittì delle crono, prima e dopo le prove degli ultimi europei nelle quali gestisce uomini e donne dagli juniores ai pro’.

«Sono d’accordo con quello che sostiene Marco – va avanti Malori – perché non ci sono molte cronometro nelle categorie giovanili, fatti salvi i campionati italiani e in qualche giro a tappe. Purtroppo è un problema economico per gli organizzatori ed anche per le squadre che devono avere una bici adatta. Adesso molti direttori sportivi vedono le crono come una mezza rogna perché bisogna investirci tempo e denaro. E sappiamo che non tutti ce li hanno, tenendo conto dello stress sempre più dilagante che condiziona i giovani.

«Ovvio, non tutte le realtà sono così per fortuna, ma ora è difficile trovare chi crede veramente in un potenziale cronoman. A meno che, e lo dico brutalmente, non si faccia come Finn che è andato a correre in un team tedesco e satellite della Red Bull-Bora Hansgrohe. Ed è diventato campione italiano su strada e a crono, investendoci tanto».

Milesi per lo scettro

Gira e rigira la lancetta batte dove la cronometro duole. Il dopo-Ganna bisogna anticiparlo cercando di farsi trovare pronti. Malori non ha dubbi su chi potrebbe prendere lo scettro di Pippo, a patto che si facciano le cose a modo.

«Per me Lorenzo Milesi – ci dice Adriano – ha tutte le carte in regola per raccogliere quella famosa eredità da Ganna. Non si vince un mondiale a crono U23 per caso, considerando che quella categoria ormai è piena da anni di atleti molto forti di team WorldTour. Purtroppo quest’anno ha avuto una stagione non semplice, raccogliendo pochi risultati anche a crono, ma può capitare. Ha 22 anni, è ancora molto giovane e può crescere ulteriormente. Tuttavia gli consiglio quello che consigliai allo stesso Ganna quando era nella prima UAE, la ex Lampre in cui ero stato per diversi anni. Ovvero cambiare squadra se vuoi fare il salto di qualità a crono».

Lorenzo Milesi per Malori può raccogliere l’eredità di Ganna, ma deve sperare che la Movistar torni ad investire nella crono
Lorenzo Milesi per Malori può raccogliere l’eredità di Ganna, ma deve sperare che la Movistar torni ad investire nella crono

«Pippo alla Ineos lo ha fatto – conclude – mentre l’attuale Movistar di Milesi non è la stessa di quando c’ero io. Non ci credono come prima. L’unica sua speranza è che la Movistar (con cui Milesi ha firmato fino al 2026, ndr), voglia nuovamente investire risorse importanti in quella specialità. Hanno Mas per i Grandi Giri e Ivan Romeo, successore di Lorenzo in maglia iridata.

«Sotto di lui, tra gli altri giovani italiani c’è il Milesi della Arkea (Nicolas, non sono parenti, ndr). E’ arrivato due volte secondo al tricolore U23 e sembra ben predisposto. Però per entrambi e per tutti gli altri direi di vedere come andrà il 2025. Eventualmente faremo nuovamente questo discorso fra dodici mesi, se non prima».

Cronoman e statura. Remco resta una particolarità

01.10.2024
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Remco Evenepoel ci ha anche scherzato su qualche giorno fa dopo aver rivisto il titolo iridato contro il tempo: «Per fortuna che ero sul gradino più alto del podio altrimenti con questi due spilungoni ai miei lati neanche sarei entrato nelle foto». I due spilungoni erano Filippo Ganna ed Edoardo Affini, entrambi più alti di un metro e 90. Ma questa frase ha sollevato una questione interessante: l’altezza è sempre sinonimo di forza?

Pensiamoci. L’ultimo cronoman di bassa statura di un certo livello fu Chris Boardman e forse Levi Leiphemer, il quale però prima di altri aveva intuito determinate posizioni, altrimenti il gesto della crono è sempre stato a favore dei passistoni alti. Gente che può sfruttare tanti muscoli e leve lunghe.

E tutto sommato anche a Zurigo tra gli juniores e gli under 23 hanno vinto corridori di statura elevata. E prima dell’era Remco bisogna scorrere appunto a Boardman, Catania 1994, per trovare un iridato contro il tempo più basso di un metro e 75 centimetri. Ricordiamo che Remco Evenepoel è alto 171 centimetri.

Boardman è stato uno degli iridati a crono più bassi: era alto 174 cm (foto Getty Images)
Boardman è stato uno degli iridati a crono più bassi: era alto 174 cm (foto Getty Images)

Sentiamo Malori

La stazza quindi conta? E fino a che punto? Ne abbiamo parlato con i due italiani forse più esperti in materia: Adriano Malori e Marco Pinotti.

«Remco è piccolo, è vero – spiega Malori, 1,82 di statura – ma quel che conta è la muscolatura. Torniamo indietro di qualche anno. C’era Cancellara che vinceva poi venne Tony Martin. Lui era due spanne più alto, ma al tempo stessa aveva quadricipiti enormi e spalle strettissime. E per questo guadagnava: era super aerodinamico. O al contrario, prendiamo Enric Mas: anche lui è alto, ha leve lunghe e potrebbe andare forte a crono, ma non ha la stessa muscolatura di Remco. E ancora Castroviejo, che è alto 1,71. Lui è forse in assoluto il corridore più aerodinamico come posizione che abbia visto. E’ molto schiacciato, grazie anche alla sua elasticità, ma non ha la stessa potenza e spalle tanto strette, quindi perde qualcosa rispetto a Remco e agli specialisti».

La scena che più ha fatto sorridere dopo i mondiali crono di Zurigo, con “il piccoletto” in mezzo ai due giganti
La scena che più ha fatto sorridere dopo i mondiali crono di Zurigo, con “il piccoletto” in mezzo ai due giganti

Il fisico di Remco

Malori entra nel dettaglio dell’analisi della fisionomia di Evenepoel. Remco è un brevilineo: «Ma anche le braccia relativamente lunghe e questo unito alle spalle più piccole rispetto ai cronoman puri gli consente di distendersi e chiudersi bene. Ecco quindi che ha il fisico perfetto per andare forte a crono. Non solo, ma questa sua caratteristiche si riscontra anche su strada. Perché quando attacca a 60 chilometri dall’arrivo fanno fatica riprenderlo? Perché è potente e super aerodinamico».

Facendo un passo indietro e ipotizzando un paragone con gli specialisti degli anni ’90, per Malori gli sviluppi aerodinamici e le nuove posizioni lo hanno agevolato.

«Consentite infine un commento alla crono iridata. Ganna ha perso il mondiale per 6”, io sono convinto che sia andata così perché il percorso non era del tutto per specialisti. C’era una salita piuttosto impegnativa. E lì Pippo ha pagato non solo in termini di tempo, ma anche di dispendio energetico. Pensateci, l’ultimo vero percorso a crono per specialisti tra mondiali ed olimpiadi qual è stato? Quello delle Fiandre 2021 e chi ha vinto?». La risposta è implicita e dice proprio Ganna.

Anche Castroveijo secondo Malori è super aerodinamico, ma ha spalle più larghe e meno forza rispetto a Remco
Anche Castroveijo secondo Malori è super aerodinamico, ma ha spalle più larghe e meno forza rispetto a Remco

Parola a Pinotti

Da Malori passiamo a coach Marco Pinotti. Una brevilineo tra gli spilungoni.  «Parlo dei mio caso – dice Pinotti, alto 1,76 – e nel contesto dei miei tempi. Io non avevo una grande potenza assoluta, ma avevo una buona posizione, una posizione stabile che mi consentiva di spingere bene. Remco oltre ad avere un cda (coefficiente aerodinamico, ndr) ottimo, ha anche un grande motore, una grande potenza, che unito ad un’ottima posizione ne fa un grande cronoman».

La sua abilità in questa disciplina quindi da dove viene? E’ un fattore di watt, di aerodinamica, di posizione…

«Per me è di posizione e di conseguenza di aerodinamica. Certamente Evenepoel è un cronoman atipico. Ha il busto corto, una gabbia toracica importante e quadricipiti possenti: tutto ciò lo rende particolarmente adatto al tipo di sforzo che richiede una prova contro il tempo. Chiaro che i watt assoluti contano: un cronoman di alta statura ha più muscoli, più forza, più leva… Remco non avrà mai gli stessi watt di Ganna. Il fatto è che lui ha i watt di un atleta di 65-67 chili, pure essendo più leggero (60-61 chili, ndr). E poi pensiamo a come va in pianura anche su strada».

Sia Malori che Pinotti hanno preso a esempio anche la posizione d’attacco di Evenepoel su strada: anche questa potente e aero
Sia Malori che Pinotti hanno preso a esempio anche la posizione d’attacco di Evenepoel su strada: anche questa potente e aero

Punti di vista

E qui Pinotti ripete esattamente quel che ha detto Malori prima: Remco è aerodinamico “per natura” e per questo riesce ad andare via quando è in fuga. Mentre va in disaccordo con Malori quando si parla di regole.

Secondo Malori le quote fisse, come la distanza fra linea del movimento centrale e punta delle appendici, svantaggiano gli atleti più alti: «In alcuni casi si vede che Ganna è sacrificato in certe posizioni – spiega Adriano – e tutti questi studi sull’aerodinamica, l’evoluzione dei materiali lo hanno aiutato ad ottimizzare la sua potenza». Mentre per Pinotti il ritocco ai regolamenti ha ridato vantaggio anche a questi ultimi e che tutto sommato Remco sarebbe stato Remco anche con materiali e posizioni meno aero.

«Io penso – conclude Pinotti – che la forza di Remco a crono dipenda molto dalla sua posizione. Fate caso a quanto è stabile. Se non fosse per le curve, sulla sua schiena potresti mettere un bicchiere d’acqua e quello non si muoverebbe, questo perché è riuscito a riportare i test in galleria su strada. Tanti in galleria del vento ottengono buone posizioni, ma poi su strada si muovono e molto di quel lavoro decade. Io credo che questa sua stabilità dipenda anche da una buona forza nella parte alta del corpo: spalle, braccia… che gli consentono di sostenersi bene».

Insomma, la regola che il cronoman debba essere alto e potente resta valida: leve lunghe e watt assoluti hanno ancora il loro perché. Poi la cura dell’aerodinamica può aiutare, certamente, ma è Remco Evenepoel la vera eccezione.