Il treno, la Bastianelli, l’adrenalina: il rock di Chiara

21.12.2022
6 min
Salva

Il sorriso è inconfondibile, la sua gioia contagiosa: Chiara Consonni non cambia neanche dopo essere passata dalla Valcar Travel&Service (di cui è atleta fino a fine anno), alla UAE Adq.

La giovane bergamasca sta parlando con i nuovi fornitori del vestiario per affinare le taglie. E anche in questo caso non passa inosservata. Ribatte in modo colorato, ma mai eccessivo. Seduta ad un pianoforte nell’hotel di Lido di Camaiore ci parla del treno, delle sue volate, di come vive uno sprint… E l’intervista si trasforma in un viaggio tecnico e di emozioni.

Chiara Consonni (classe 1999) durante il ritiro a Lido di Camaiore
Chiara Consonni (classe 1999) durante il ritiro a Lido di Camaiore
Chiara, con l’ultima intervista eravamo rimasti che avevi un po’ di ansia nel passare alla UAE Adq? C’è ancora quest’ansia?

No dai – ride Chiara – niente ansia. Alla fine con i primi ritiri ho visto che ho già conosciuto tante persone, tutto è molto organizzato e funzionale. E’ un’altra cosa, chiaramente, rispetto alla vecchia squadra però sono più motivata che spaventata, mettiamola così.

Quando dici più organizzate rispetto alla alla vecchia squadra cosa intendi?

Per adesso due secondi fa stavamo discutendo del vestiario, come ci sta? Ci prendevano le misure per affinare tagli personalizzati. Curano tutto nel minimo dettaglio e anche questo ti fa capire che organizzazione ci sia dietro. Per ogni ragazza hanno un programma e delle cose diverse: tutti cercano di dare a tutte noi il massimo per essere competitive e perfette al 100%.

Parliamo di preparazione, Chiara: avete fatto due ritiri, qualche allenamento un po’ più corposo, avete iniziato a farlo?

Sì, anche se io ho iniziato un po’ più tardi perché con la pista ho finito più tardi. Nei primi giorni, siamo state impegnate con tanti meeting: foto, vestiario, test, interviste. Dalla seconda metà invece faremo un po’ di chilometri.

Tu e Marta Bastianelli siete le ruote veloci della UAE Adq. Proverete i treni?

Sicuramente. Non non vedo l’ora di provarli e mettermi a disposizione di Marta, che è un mio piccolo grande sogno, perché la vedevo come il mio idolo quando ero più piccolina. Mi ricorda quando mio fratello (Simone, ndr) si ritrovò con Viviani. Quando è passato, e imparava tirando le volate al suo idolo, al suo campione. Mi rivedo tantissimo in lui in questo momento. E poi Marta la conosco già da un anno perché siamo state compagne nelle Fiamme Azzurre.

Secondo Chiara tra le compagne del treno deve esserci una fiducia che vada oltre la bici
Secondo Chiara tra le compagne del treno deve esserci una fiducia che vada oltre la bici
E se fosse il contrario? Se sarà Marta a tirare per te?

Eh, in quel caso sì sarei più ansiosa! Non capita tutti i giorni d’imparare da un’atleta così. E non è da tutti i giorni che una del suo calibro si metta a tua disposizione. Però lo metterò in conto, cercherò di prendermi le mie responsabilità e sarò ancora più motivata. 

A proposito di tuo fratello, Simone ti ha dato qualche consiglio?

Più sulla pista che sulla strada. Mi ha sempre detto: “Divertiti e basta”. Questo per lui è l’importante, mi dice di non prendere tutto sul serio. Anche se adesso è arrivato il momento… di prenderla sul serio.

Chiara Consonni è una “rompiscatole” quando si tratta del treno? Per esempio parli molto? Vuoi essere protetta? Richiami spesso le tue compagne?

Dipende. Io cerco di fare come Elisa (Balsamo, ndr) ha fatto con me. E’ un’esperienza che spero mi sia di aiuto. Noi due ci siamo insegnate tantissimo a vicenda. Si tratta di mettere in pratica quelle piccole cose che ci ha insegnato Arzeni. Cerchiamo d’imparare dagli errori. Però secondo me, finché non sei in gara è tutta un’altra cosa. Io sono un po’ spericolata e per fortuna al mio fianco, nel treno, ho sempre avuto ragazze, persone, a cui tenevo e con le quali avevo un rapporto anche fuori dalla gara. E secondo me questo è un altro fattore importante quando si fa un treno: fidarsi delle compagne che ti portano a far la volata. 

La fiducia conta eccome…

Io, per esempio con Ilaria (Sanguineti, ndr), sapevo che mi dovevo mettere alla sua ruota e che se lei era in giornata mi portava ai 250 metri nella posizione migliore. Io non dovevo dirle: «Più avanti, più indietro, aumenta…». Sapeva già tutto lei. E questa fiducia viene dal rapporto che abbiamo fuori dal ciclismo. Alla Valcar ci ha aiutato e spero di trovarlo anche con le nuove ragazze. 

Tra passato e futuro. La Bastianelli (al centro) e la Consonni (a destra): da rivali a compagne di squadra
Tra passato e futuro. La Bastianelli (al centro) e la Consonni (a destra): da rivali a compagne di squadra
Chiara cos’è per te una volata?

Se penso a una volata, mi viene in mente sicuramente quella di Valencia dell’anno scorso. La prima volata dell’anno: sono caduta, ho fatto un volo assurdo e mi sono graffiata tutta. Squalificarono Barbara Guarischi perché aveva cambiato traiettoria. Dopo quello sprint lei mi disse: «Ma tu non potevi frenare?». Io quando sono in volata non penso di frenare. Mi vien di dare tutto, di accelerare. Ecco cos’è per me la volata… E’ difficile da spiegarlo, non so se ci sono riuscita.

E anche bene…

Mi dico che devo dare tutto in quei 30”-40”. “Chiudo gli occhi” e non guardo più in faccia nessuno fino alla linea d’arrivo per poi esultare o sbattere il pugno sul manubrio. E’ un’esplosione di emozioni. In quei secondi riesco a esprimermi al 100 per cento anche grazie alle mie caratteristiche.

E allora portaci in volata con te. Siamo ai 250 metri e?

Parto, mi alzo sulla sella, metto il rapporto giusto, perché certe volte mi è capitato di sbagliare rapporto, sguardo a terra e faccio 20” dove davvero guardo solo il computerino. Poi inizio a vedere com’è la situazione, nel senso che alzo la testa, guardo come sono messa e continuo a dare tutto fino all’arrivo. Quando tiro su la testa, guardo la linea oppure guardo anche le avversarie a che punto sono. In quel momento riesco a capire se può essere la volta buona oppure no.

Le abilità acquisite in pista, Chiara le riversa anche su strada. Ecco l’ottimo colpo di reni con cui ha vinto la tappa finale del Giro donne
Le abilità della pista utili anche su strada. Ecco il colpo di reni con cui ha vinto la tappa finale del Giro
Quanto dura una volata nella tua testa?

Per me parte dai meno due chilometri. Dopo che l’ho fatta dura 3”, ma quando sono lì non finisce più. Quando sei lì ti sembra un’eternità, ma poi è un attimo, uno schiocco di dita. E dopo l’arrivo dici: «Cavoli, mi è mancato un colpo di pedale o mezza pedalata», ma lì per lì non è facile.

L’adrenalina e la paura?

La paura non tanto, ma l’adrenalina sì: tantissimo. Mi gasa tanto stare in gruppo o avere un treno delle compagne che lavora per me. Mi aiuta poi a sprintare quando è il mio momento. 

Come lo riconosci il rapporto giusto? 

A furia di far volate lo senti e lo capisci dalla cadenza. E se è giusto o no lo capisci subito. Adesso comunque siamo anche avvantaggiate perché facciamo le stesse corse. Per dire, quest’anno ho vinto una corsa in cui c’era un cavalcavia nel finale. Lo scorso anno in quella corsa avevamo sbagliato a tirare la volata alla Balsamo, che infatti fece seconda. Quest’anno conoscendo l’arrivo ho vinto. Ho aspettato e sono uscita giusto gli ultimi 150.

Da Rotterdam Viviani si proietta verso un grande 2023

21.12.2022
5 min
Salva

Lo scarno calendario delle 6 Giorni su pista ha nell’appuntamento di Rotterdam il suo momento clou. L’evento olandese richiama sempre tantissima gente e tutti i migliori specialisti e anche quest’anno Elia Viviani ha voluto essere della partita, facendone il suo primo appuntamento agonistico dopo la ripresa degli allenamenti.

Viviani insieme a Hoppezak, olandese di 23 anni con cui ha guidato la gara nei primi 4 giorni
Viviani insieme a Hoppezak, olandese di 23 anni con cui ha guidato la gara nei primi 4 giorni

A Rotterdam l’olimpionico di Rio 2016 non ha mai vinto, ma forse mai come quest’anno ci è andato vicino, almeno per due terzi di gara, pagando poi la preparazione appena accennata e finendo comunque sul podio. Ma a Rotterdam non voleva mancare, perché è la 6 Giorni per antonomasia e Viviani sa bene il perché: «Innanzitutto pesa il fatto che gli organizzatori sono ex corridori e quindi sanno che cosa significa correre una 6 Giorni. Oltretutto sono proprietari dell’impianto nel centro della città e questo comporta ridurre di molto le spese. Basti pensare che la pista viene montata in due giorni e smontata in uno. Il budget viene utilizzato per rendere l’evento sempre più grande, sono appassionati, il parterre interno è sempre molto affollato, con sponsor e gente che viene per cenare e assistere alle gare. Sono rimasto stupito da quanta gente c’era…».

Avete chiuso al terzo posto lottando fino all’ultima serata: che cosa è mancato per la vittoria?

Ci è mancato il fondo. Nelle prime serate siamo riusciti a rimanere in testa, nelle ultime due si è visto che Terpstra voleva onorare il suo addio nel migliore dei modi e Havik si era già visto ai mondiali che era in crescita e a Rotterdam aveva un colpo di pedale veramente super, ha fatto davvero la differenza. Abbiamo ceduto un po’ nel finale, a me è mancato fare un’altra gara prima venendo da tre settimane di allenamenti, non era il modo migliore per arrivare a una prova difficile come Rotterdam. E’ stata una settimana intensa che mi ritrovo sulle gambe e questo era l’obiettivo, chi veniva dalla 6 Giorni di Gand aveva un altro passo.

Palasport gremito soprattutto nel weekend finale, con tanta gente nel parterre
Palasport gremito soprattutto nel weekend finale, con tanta gente nel parterre
Che cosa puoi dirmi del tuo compagno di avventura, avete trovato subito un buon amalgama?

Vincent Hoppezak è un olandese, una delle nuove promesse del ciclismo arancione, bronzo europeo nella corsa a punti. E’ davvero forte, veloce e tranquillo, ha vinto a Rotterdam sia nel giro lanciato che sui 400 metri, sta raccogliendo più su pista che su strada. Era all’altezza dei migliori, venendo dalla 6 Giorni di Gand. E’ da tenere in considerazione per il futuro, mi ha fatto piacere condividere lo sforzo. Due giorni prima ci siamo trovati, abbiamo fatto un paio di allenamenti insieme ad Amsterdam, in un velodromo di 200 metri dietro derny con cambio all’americana, a diverse velocità. Alla fine eravamo una bella coppia.

Come ti sei trovato a riprendere le gare così in anticipo? In allenamento senti qualche differenza rispetto agli altri?

Cominciare presto con le gare era programmato, dopo un riposo con il matrimonio in mezzo ho fatto 24 giorni senza bici, poi ho ripreso con tre settimane di base di allenamento prima di andare a Rotterdam. E’ servito ad accelerare per partire forte in Argentina e per gli europei di febbraio. Dovrò essere pronto subito per avere una stagione sempre migliore. Gli europei sono una prima prova di qualificazione olimpica, poi sempre a febbraio c’è l’Uae Tour e tra Argentina e Uae mi voglio togliere qualche soddisfazione. Nella 6 Giorni fare da 90 a 110 chilometri a 50 all’ora con sforzi e accelerazioni continue mi ha dato una bella spinta. E’ presto per dire quali saranno i frutti, ma penso insieme alla squadra che possa farmi partire forte.

Per Terpstra quinta vittoria a Rotterdam, la prima insieme a Yoeri Havik
Per Terpstra quinta vittoria a Rotterdam, la prima insieme a Yoeri Havik
C’è il rischio che l’impegno continentale su pista così fuori stagione influisca sulla preparazione per il periodo delle classiche a cominciare dalla Sanremo o viceversa può essere addirittura un vantaggio?

Vogliono inserire due europei nel periodo di qualificazione olimpica, anticiparli era l’unica soluzione per farlo. Non penso che influiscano più di tanto sul calendario, non è nel mezzo di gare importantissime, possono anzi essere un vantaggio e noi italiani lo abbiamo già dimostrato, fare qualche gara su pista prima di appuntamenti importanti su strada può darti qualcosa in più, anche guardando alle classiche. Verremo dall’Argentina, avremo una settimana di tempo per fare quella qualità che serve su pista, poi ci sarà l’Uae Tour dove le volate saranno prevalenti e avere una settimana su pista nelle gambe mi farà bene. Il problema sono invece le tre prove di Coppa del Mondo, mal posizionate nel calendario fra classiche e Giro, oltretutto poste in luoghi molto lontani. Lì sarà complicato esserci, quasi impossibile.

Quella di Rotterdam è stata l’ultima uscita agonistica di Terpstra, corridore importante tanto su pista quanto su strada. Che feste gli sono state tributate e ti hanno emozionato?

Niki è quel corridore speciale che da avversario non vorresti averlo intorno, da compagno capisci che persona è. Noi abbiamo condiviso l’esperienza alla Quick Step, è nata un’amicizia che è continuata. Ero a Rotterdam anche per lui, ha avuto una carriera super, ha vinto 5 volte a Rotterdam. Ha davvero una passione smisurata, se non è su pista è su strada, oppure in mtb, oppure sulla gravel… Averlo festeggiato così è fantastico, ho visto l’addio di Keisse a Gand e il suo in due 6 giorni e sono stati momenti molto intensi. Una serata speciale al sabato quand’era tutto il velodromo pieno, credo almeno 6 mila persone. Si è emozionato nel discorso, con tanti video, il giro in bici in pista con i bimbi, tutti illuminavano con i telefonini. E’ stato davvero emozionante. Un corridore può solo sognare un saluto così.

Terpstra e il suo discorso d’addio, con i figli al fianco (foto Marcel Krijgsman/ANP)
Terpstra e il suo discorso d’addio, con i figli al fianco (foto Marcel Krijgsman/ANP)
Parlando qualche tempo fa con Villa e Milan, si parlava di che effetto avrebbe un ritorno della 6 Giorni a Milano. Secondo te sarebbe positiva come promozione?

Sicuramente, avremmo bisogno di una 6 Giorni importante. Ci si sta lavorando, spero che torni presto perché il movimento la vorrebbe. Si può fare, la sede non è un grande problema, vedi la Fiera di Milano oppure Cremona. Servono persone che vogliano davvero provarci, riportare una bellissima manifestazione in Italia. Basta affittare una di quelle piste in giro per il mondo com’è stato fatto a Monaco per gli europei. Bisogna incastrare un po’ di tasselli, ma avrebbe un effetto positivo come promozione e da lì inizierebbe la sfida per farla diventare un punto fisso della stagione. Riprenderebbe facilmente il prestigio che aveva.

Edoardo Zardini saluta. Ma prima la sua storia

21.12.2022
5 min
Salva

Edoardo Zardini ha appeso la bici al chiodo dopo dieci stagioni da professionista e tutto sommato lo ha fatto che è ancora giovane. Il veronese infatti ha solo 33 anni.

Ma i progetti e il da fare non mancano a Zardini. Lo aspetta infatti l’azienda di famiglia, un etichettificio tra i più importanti del Nord Est. La passione per la bici resta, anche quella per lo sci che faceva da bambino, tanta grinta, ma era arrivato il momento di dire basta.

Edoardo Zardini (classe 1989) ha esordito tra i pro’ nel 2013. Ora eccolo nell’azienda di famiglia
Edoardo Zardini (classe 1989) ha esordito tra i pro’ nel 2013. Ora eccolo nell’azienda di famiglia

Dalla bici alla scrivania

Con Edoardo si parte dalla fine, vale a dire dal suo ritiro. Ritiro che è stato incentivato anche dal fatto che la Drone Hopper-Androni ha chiuso i battenti. Ma tutto sommato, come ci ha detto anche Capecchi, quando si ha già il “piano B”, smettere è più facile.

«L’idea di smettere – ha detto Zardini – ce l’avevo già. E poi il fatto che ha chiuso la squadra un po’ ha influito. Qui c’era un’azienda ben avviata che mi ha fatto prendere questa decisione. Però ammetto che ci avevo già pensato.

«Sapere che quando smetterai hai un’alternativa ti dà tranquillità durante la carriera. Il lavoro è molto importante. Poi non è che durante la carriera, pensavo: “Vado a lavorare nell’azienda di famiglia”. No, facevo il corridore al meglio. Ma ultimamente sapevo che questa opzione era sempre più prossima. Ho cominciato a pensare che forse sarebbe stato meglio capire come funziona l’azienda. Sì, avrei potuto fare qualche altro anno, ma sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato».

Le giornate di Zardini all’improvviso sono più cadenzate come dice lui. Non c’è lo sforzo fisico, ma gli orari sono più precisi. Prima non cambiava niente se usciva in bici alle 9 o alle 11. L’importante era fare il programma.

Ottimo dilettante Zardini ha corso con la Colpack. Sin da giovane andava forte in salita
Ottimo dilettante Zardini ha corso con la Colpack. Sin da giovane andava forte in salita

Dieci anni pro’

Zardini è passato pro’ nel 2013 con l’allora Bardiani-CSF. Di quella squadra facevano parte giovani rampanti come lui, Colbrelli, Pasqualon, BattaglinRagazzi figli di un altro ciclismo, un ciclismo che di lì a poco sarebbe cambiato.

«Eh sì – va avanti Zardini – è cambiato parecchio e per tanti punti di vista. Secondo me le squadre World Tour hanno impresso la svolta, un gap netto tra queste e le professional, almeno quelle italiane. Vedo che però adesso stanno cercando di adattarsi altrimenti è impossibile competere con le World Tour.

«Lo scalino c’è stato dopo lockdown. Lì c’è stato un cambio di marcia. Il gap è aumentato sempre di più. Nel 2014 con la Bardiani abbiamo vinto tre tappe al Giro, oggi è impensabile».

Nel 2014 due vittorie, tra cui quella al Giro del Trentino. «La mia vittoria più bella, quasi a casa»
Nel 2014 due vittorie, tra cui quella al Giro del Trentino. «La mia vittoria più bella, quasi a casa»

Sliding doors?

Due vittorie nel 2014, la convocazione in nazionale nel 2014 a Ponferrada, Edoardo sembrava in rampa di lancio. Un corridore giovane, attaccante, buon scalatore… è destinato a traguardi più importanti. Ma ecco che il destino ci mette lo zampino.

A febbraio 2016, un bruttissimo incidente al Gp Lugano. Tempo da lupi, Zardini finisce in un dirupo e batte violentemente la schiena. Passa diversi giorni in ospedale. E da quel giorno qualcosa si inceppa. Senza quell’incidente avremmo visto un altro ragazzo?

«Di certo – dice Zardini – da lì è cambiato un po’ tutto. Mi dissero che era meglio rompersi una gamba piuttosto che danneggiare le vertebre in quel modo. Si andava oltre l’aspetto meccanico e tanti nervi passano lì, erano coinvolti anche gli organi del corpo. Si inceppa un po’ tutto il meccanismo ed è difficile ritornare a una prestazione come in precedenza.

«Una volta ripresomi, non è che sentissi dolori o avessi impedimenti, però mi sono reso conto che qualcosa nel fisico era cambiato. Non ho più raggiunto certe prestazioni. Mancava sempre qualcosa, magari vai a prendere il 3-4% e quello ti portava alla vittoria».

Nel 2014 Cassani lo porta a Ponferrada. Eccolo in testa al gruppo con Formolo e, appena dietro, c’è Nibali
Nel 2014 Cassani lo porta a Ponferrada. Eccolo in testa con Formolo, appena dietro Nibali

Cambio generazionale

«Il discorso della chioccia vale ancora? Oggi – va avanti Zardini – ai ragazzini non gliene frega niente. Sanno molto. Vanno forte, alcuni sono già pronti, quindi dicono: “Ma cosa vuoi da me? Vado più forte di te, non devo ascoltarti”. La gavetta non c’è più, magari sull’atteggiamento fuori dalla bici puoi dirgli qualcosa. Ma poi conta quanto si va forte.

«Io ricordo che al primo giorno da professionista, ero… spaventato perché non sapevo cosa mi aspettasse. Io poi non avevo fatto degli stage. Né avevo corso con i pro’ come capita oggi ai ragazzi delle continental.

«Il ciclismo è cambiato, ma le difficoltà nel fare questo mestiere sono sempre le stesse. Oggi i corridori sono robot, però è così… Anche l’estro è più controllato. Oggi se non ti pesi un giorno, ti vengono subito a chiedere perché non lo hai caricato sulla piattaforma. Insomma ti senti trattato come uno junior, anche se hai 30 anni. Ma è così, magari loro che ci sono cresciuti lo percepiscono in altro modo. Però tutto è livellato verso l’alto, si va sempre più forte e magari è giusto così».

Questa estate dopo il Giro, Zardini si è sposato con Serena (foto Instagram)
Questa estate dopo il Giro, Zardini si è sposato con Serena (foto Instagram)

Campioni educati

L’estro è più domato, okay, ma quelli forti ci hanno regalato grandi emozioni. Certo, Zardini era abituato ad altri corridori. Corridori come Contador.

«Ne ho visti tanti – racconta Zardini – ma Contador… Bello da vedere in corsa, in tv, attaccante… Lo ricordo al Giro 2015, quando lo attaccarono prima del Mortirolo dopo la foratura. Io ero in fuga e mi riprese nella prima parte della salita. Andava ad una velocità pazzesca.

«Ma la cosa bella di quei campioni, quelli forti, forti, intendo è che sono tutti super educati. In gruppo non fanno mai i fenomeni. Evans, Valverde, il povero Rebellin… mai una parola fuori posto. Mai un atteggiamento da gradasso».

Diretto, sincero, cattivissimo Mads

21.12.2022
6 min
Salva

Mads Pedersen non ha peli sulla lingua. Pane al pane e vino al vino. Quando condividiamo questa sensazione con Paolo Barbieri, responsabile stampa della Trek-Segafredo, lui annuisce consapevole. Dal danese che nel 2019 impallinò Trentin ai mondiali di Harrogate non aspettatevi sviolinate o frasi convenzionali.

Mads Pedersen ha 27 anni ed è professionista dal 2017. Aprirà il 2023 all’Etoile de Besseges
Mads Pedersen ha 27 anni ed è professionista dal 2017. Aprirà il 2023 all’Etoile de Besseges

Al Giro con Stuyven

In squadra ricordano ancora di un mattino in cui Pedersen e Nibali dovevano lasciare l’hotel alle 6 per un servizio fotografico. Pare che Vincenzo si sia presentato in ritardo mentre l’altro aspettava in auto. Mads si infuriò senza alcun timore reverenziale per il ritardo e perché a suo dire l’italiano non riusciva a capire la gravità della situazione. «Sono duro con gli altri – commentò – perché sono duro con me stesso». Da allora i due presero le rispettive misure e tutto filò liscio.

Il suo 2022 parla di dieci vittorie, le più preziose la tappa del Tour e le tre della Vuelta (con 4 secondi posti). E quando eravamo tutti convinti che avrebbe fatto un sol boccone del mondiale, Pedersen ha cambiato direzione e in Australia non c’è andato. La sensazione è che non abbia un gran feeling con i voli a lungo raggio, dato che dal 2018 non ha più corso fuori dall’Europa, ma evidentemente alla squadra sta bene e il suo programma sarà tutto europeo anche nel 2023. L’unica eccezione dovuta è il viaggio in Wisconsin di fine anno, in cui i corridori visitano la sede di Trek. Fra le novità della prossima stagione, c’è invece che Pedersen e Stuyven verranno al Giro d’Italia.

Nel 2019, il giovane e semi sconosciuto Mads Pedersen si rivelò così al mondo, battendo Trentin ad Harrogate
Nel 2019, il giovane e semi sconosciuto Mads Pedersen si rivelò così al mondo, battendo Trentin ad Harrogate
Partiamo dal giorno in cui grazie a te c’è andato di traverso il mondiale. Cosa ricordi?

Che ho vinto la corsa (allarga le braccia, ndr). Prima del via non avrei mai detto che sarei riuscito a vincere. Speravo di fare un bel risultato, ma non certo a quel modo. A volte capita che tutto si metta nel modo giusto e quel giorno per me fu così.

Cosa sai del Giro?

In realtà poco, so che lo farò. Al momento giusto ci siederemo a un tavolo e studieremo il percorso. Prima però sarò concentrato sulle classiche, che restano l’obiettivo principale. Nessuna in particolare, vanno bene tutte. Il mio scopo è arrivarci in forma. Credo di aver fatto un bel passo di crescita fra il 2021 e il 2022 e mi piacerebbe mantenere lo stesso livello anche il prossimo anno.

Cercando di migliorare su qualche terreno specifico?

Non certo sulle salite, perché non mi servirebbe a molto. Devo essere a posto per le classiche e fare del mio meglio nel resto della stagione. Sono consapevole di avere nella volata il mio punto di forza.

Mads è alla Trek dal 2017. Nel 2022 ha vinto la tappa di Saint Etienne al Tour (nella foto) e tre tappe alla Vuelta
Mads è alla Trek dal 2017. Nel 2022 ha vinto la tappa di Saint Etienne al Tour (nella foto) e tre tappe alla Vuelta
Dopo le tre tappe alla Vuelta, eravamo tutti sicuri che Mads Pedersen sarebbe stato l’uomo da battere ai mondiali di Wollongong.

Ma per vincere una corsa devi prima andarci e io ho deciso di non farlo. E’ stata una decisione molto facile da prendere. Volare laggiù sarebbe stato troppo, fino a quel momento avevo fatto una bella stagione e non avevo belle sensazioni sul fatto di andare. Si è trattato di dare fiducia al mio istinto e crederci.

Da dove comincerà il tuo 2023?

Dalla Francia come quest’anno, il primo di febbraio, con l’Etoile de Besseges. Il fatto di non andare in Australia o Argentina è dipeso al 100 per cento da una mia scelta, perché non mi piace fare lunghi viaggi.

Obiettivo classiche, dunque?

Da Sanremo alla Roubaix, esatto.

Cosa sai della Sanremo?

L’ho fatta una sola volta, quest’anno (si è piazzato al 6° posto, ndr). E’ una corsa noiosa, a essere onesto, che non mi piace, ma è una Monumento e questo la rende importante. Sono cinque ore a non fare nulla e poi diventa folle per un’ora e mezza. Non è la più bella che abbiamo nel calendario, ma devo provare a vincerla visto il suo status. Detto questo, non so come si possa fare, dovrò fare qualche ricognizione per capirlo bene. Dipende da come si correrà, ma se quel giorno avrò fiducia nel mio sprint, mi converrà aspettare. Credo un po’ meno invece alla possibilità di tenere la corsa per tutto il giorno. Servirebbe una squadra di corridori forti e tutti votati alla stessa causa, ma non credo che correremo così.

Stuyven, qui con Alafaci che alla Trek è massaggiatore, è nel gruppo classiche e sarà con Pedersen al Giro
Stuyven, qui con Alafaci che alla Trek è massaggiatore, è nel gruppo classiche e sarà con Pedersen al Giro
Invece la Roubaix?

Ho sempre pensato sempre di poterla vincere, già dal sopralluogo dei giorni prima (in apertura in allenamento lo scorso aprile, ndr). L’ho fatta più volte, sono capace di trovare la pressione delle gomme, tenere la posizione giusta nel gruppo, mangiare e bere quando si deve. Eppure negli ultimi due anni non l’ho nemmeno finita, per cadute o sfortune varie.

Prima il Giro e poi il Tour?

Anche il Tour, sì, perché è la miglior preparazione per i mondiali. A Grasgow si correrà due settimane dopo e il Tour darà la velocità giusta alle gambe. Ovviamente anche pensando a vincere delle tappe. Io corro sempre per vincere.

Vedi il divertimento più nel correre o nell’allenarti?

Cinquanta e cinquanta. Dipende dalla corsa e dai giorni di allenamento. E’ un mix, mi piacciono entrambi. Di sicuro preferisco allenarmi da solo, questo al 100 per cento. Mi piace fare il mio passo e i miei lavori specifici. Per questo i training camp non mi piacciono. Devi preoccuparti di tanti altri corridori, non vai alla velocità che ti servirebbe e cose di questo tipo. Però il ritiro è utile per altri motivi. E’ una sorta di team building e ti permette di sistemare un sacco di cose pratiche. E poi mi diverto a stare con i miei compagni, non si tratta di questo. Ma se parliamo di allenamento, allora preferisco stare da solo.

Fra classiche e Giro, prevedi di andare in altura?

Non vado in altura. Mai. Non mi piace stare seduto in cima a una montagna a guardare le rocce.

Meglio la musica ad alto volume del pullman prima di una grande corsa?

Decisamente. Il silenzio in quelle situazioni mi piace ancor meno. Perdi morale se pensi che il tuo capitano non sia sicuro di sé. Sul pullman della squadra prima di una corsa importante c’è musica ad alto volume, balliamo e ci urliamo le cose più disparate. E se capita un corridore che non appartiene al gruppo classiche e chiede di abbassare la musica, lo guardo e fra me e me penso: siediti e leggi il tuo libro, forse ci vediamo al secondo rifornimento. Se ci arrivi…

Da Scarponi ad Ayuso, i 13 anni di Ulissi fra i pro’

21.12.2022
5 min
Salva

Diego Ulissi, due volte campione del mondo juniores, due anni da U23 con 6 vittorie, professionista dal 2010 con 45 vittorie. Eppure, forse per il suo carattere schivo, di lui si parla troppo poco. Intendiamoci, non ha vinto grandi classiche né Giri, ma in questo ciclismo che non naviga nell’oro, una voce come la sua merita di essere ascoltata. Non lo aiuta probabilmente il fatto di aver barattato la ricerca di luce propria con una posizione sicura nel UAE Team Emirates, ma è certo che il suo apporto si sente e quando gli hanno lasciato spazio, le sue vittorie le ha sempre portate a casa. Anche per questo nelle tasche ha un contratto fino al 2024, che lo mette al riparo da brutte sorprese. Diego non ha mai cambiato squadra.

«Ho già 33 anni – sorride – il prossimo anno andiamo per i 34. Sembra ieri che sono passato professionista, invece inizio già il quattordicesimo anno. Sono volati, sono passati bene e questo conta. Perciò mi aspetto un anno importante, in cui ci saranno occasioni anche per me. Farò corsa a supporto dei leader, insomma, come è successo in questo ultimo anno, ma cercherò le mie occasioni».

Ulissi è del 1989 ed è passato professionista nel 2010: non ha mai cambiato squadra
Ulissi è del 1989 ed è passato professionista nel 2010: non ha mai cambiato squadra
Tra i vecchietti del gruppo, sei uno di quelli che non ha risentito per niente del lockdown, tanto da aver vinto due tappe al Giro 2020 e il Giro del Lussemburgo.

Vero, quando c’è stata la ripartenza, sono andato subito forte. Sono riuscito a vincere 5 gare, quindi non l’ho sentita più di tanto. Il problema è stato dopo con il cuore, per il quale sono stato fermo più di due mesi. Insomma, l’anno scorso sono partito un po’ in ritardo e ho dovuto rincorrere. Nonostante questo comunque, la stagione era andata bene, non avendo fatto la preparazione invernale. Invece…

Invece?

Dal ritrovarsi contenti per come era andato il 2021, questo anno ho preso il Covid due volte a inizio anno e mi ha rallentato parecchio. E’ stato così anche per tanti altri, però la prima parte è stata un po’ fiacca, la seconda decisamente meglio.

A Malemort, Ulissi vince così la terza tappa del Tour du Limousin
A Malemort, Ulissi vince così la terza tappa del Tour du Limousin
Come valuti la tua carriera finora?

Per me è gratificante essere in appoggio della squadra, essere determinante. Anche nelle ultime gare corse per Tadej (Pogacar, con lui in apertura dopo la vittoria alla Tre Valli Varesine, ndr) ho dimostrato di saper fare bene e in modo incisivo il mio lavoro. In aggiunta, ci sono tantissime corse durante la stagione in cui ci saranno occasioni anche per me. Pogacar è il numero uno al mondo, quindi il leader assoluto della squadra e ogni volta che corre è una garanzia. E poi c’è Ayuso, che sta dimostrando grandissimi numeri, nonostante sia giovanissimo. I risultati sono dalla sua.

Farai il Giro?

Probabilmente sì, tanto ormai sono indirizzato lì da tantissimi anni. Inoltre è una gara in cui ho fatto sempre bene, quindi vado più che volentieri.

Guidi e Ulissi, entrambi toscani: il diesse pisano è nel team dal 2021
Guidi e Ulissi, entrambi toscani: il diesse pisano è nel team dal 2021
Un tempo avevi in testa la Liegi.

La Liegi è sempre stata una gara che mi ha affascinato, però è una gara molto dura e non sono mai riuscito a essere tra i protagonisti. Mi dispiace perché a un certo punto bisogna capire quali sono i propri limiti, però mi sarebbe piaciuto essere tra protagonisti. Ci sono riuscito nella Freccia Vallone, in cui ho raggiunto anche il podio. Insomma, altre gare importanti. Ma la Liegi mi ha affascinato dalla prima volta che l’ho fatta.

Cos’ha Pogacar che tu non hai?

Lo vedi in allenamento che ha valori eccezionali, qualcosa fuori dalla norma. Poi la cosa che mi piace di lui è che comunque è costante per tutto l’anno. A ogni corsa che fa, parte per vincere. Quello che mi ha sorpreso sin da quando è passato è proprio la mentalità. Il voler dimostrare di essere il più forte ogni volta che mette il sedere sulla bici. Insomma questa è una grandissima forza. A volte in allenamento si fa battaglia. Non sempre, però quando ci avviciniamo alle competizioni, ogni tanto ci parte… l’embolo. Anche questo fa parte dello stile di allenamento di ora.

Al Giro del 2020, corso in ottobre, per Ulissi due tappe vinte: questa la prima, ad Agrigento
Ulissi
Al Giro del 2020, corso in ottobre, per Ulissi due tappe vinte: questa la prima, ad Agrigento
Hai parlato dei tuoi limiti, a che punto della storia hai capito che tipo di corridore saresti diventato?

Quando sono passato professionista, onestamente, non capivano tanto e io per primo che stile di corridore sarei diventato. Ho sempre avuto l’indole del finisseur, la capacità di concretizzare uno sprint ristretto, per cui mi sono sempre visto in questa direzione qui. Invece c’è stato un momento proprio all’inizio, mi pare al secondo Giro d’Italia, che ho fatto nei 20 o giù di lì (nel 2012, arrivò 21°, ndr). Quindi gli era presa questa idea strana di puntare anche alle classifiche generali. Quando però mi sono accorto che magari riuscivo a vincere anche un paio di tappe, mi sono voluto concentrare su quello piuttosto che magari fare ottavo/nono in generale. Le vittorie rimangono, insomma…

Quali sono stati i tuoi riferimenti da giovane?

Nei primi anni, ci sono stati Scarponi e Petacchi, ma anche Righi e Spezialetti. E poi Emanuele Mori, che mi ha accompagnato diciamo per tutta la carriera. Lui è stato insomma il punto di riferimento vero e proprio. Ci siamo allenati tantissimo insieme. Tutte persone cui devo tantissimo. Io poi ero uno che ha sempre ascoltato parecchio. Cercavo di capire. Insomma dalla loro esperienza, ho cercato di rubargli il mestiere.

Ulissi e Covi dividono spesso la stanza. Nella UAE per ora ci sono 4 italiani. Gli altri sono Formolo e Trentin
Ulissi e Covi dividono spesso la stanza. Nella UAE per ora ci sono 4 italiani. Gli altri sono Formolo e Trentin
Qualcuno sta cercando di rubarlo a te?

Adesso è cambiato parecchio, perché ai giovani che passano hai poco da insegnargli. Però ci sono persone, come ad esempio Covi, che mi chiede tutto e cerca di crescere anche così. Siamo spesso in camera insieme, due della vecchia scuola italiana che ancora resiste.

Vendrame cambia preparatore e accende la primavera

21.12.2022
5 min
Salva

L’atleta, durante l’inverno, si costruisce, si fortifica e va alla ricerca delle sicurezze sulle quali costruire la stagione successiva. Andrea Vendrame ha 28 anni e tra novembre e dicembre si è messo a lavorare sodo per conquistare il 2023. L’obiettivo non cambia, si punta alle tappe ed alle corse di un giorno, il calendario è quasi definito, non resta che ascoltare il veneto. 

«Ho ripreso a far girare le gamba ai primi di novembre – spiega “Vendramix” – con ritmi blandi. Giusto per riprendere la routine della vita da ciclista. A questi lavori si è aggiunta la palestra, fondamentale per recuperare la forza persa nel periodo di pausa».

Nella prima tappa del Giro, Vendrame ha colto un incoraggiante nono posto
Nella prima tappa del Giro, Vendrame ha colto un incoraggiante nono posto

Dicembre operoso

L’ultimo mese dell’anno è sempre importante, i ritiri servono a sistemare le prime cose ed a prendere le misure alla stagione che si affaccia alla finestra. 

«Nel ritiro con la squadra – riprende il corridore di Conegliano – abbiamo lavorato molto sull’endurance. Gli allenamenti si sono svolti in due blocchi di quattro giorni con una pausa alla fine di ogni periodo di lavoro. Siamo rimasti in Spagna per un totale di 14 giorni, ai normali allenamenti se ne sono aggiunti altri tre legati alle normali burocrazie di inizio stagione: foto, prove materiale e tutto il resto…».

Una traiettoria sbagliata di Schmid ha impedito al veneto di giocarsi la vittoria nella tappa di Castelmonte
Schmid Castelmonte 1
Una traiettoria sbagliata di Schmid ha impedito al veneto di giocarsi la vittoria nella tappa di Castelmonte

Una scelta importante

Il 2023 sarà il quarto anno per Vendrame nelle file della AG2R Citroen, dopo i primi tre passati alla Androni. Un totale di 7 anni di professionismo messi alle spalle. A 28 anni si trova una certa maturità atletica. 

«Alla mia età non posso cambiare il fisico ed il tipo di corridore che sono – racconta – ma posso cercare di migliorare, quello sempre. Sono e sarò un corridore da corse di un giorno, un cacciatore di tappe. I campi dove posso migliorare sono la salita, aumentando la tenuta, e gli sprint a ranghi ridotti. Da questa stagione, analizzando insieme al team i miei dati, si è deciso di cambiare il preparatore. Nel guardare a questi tre anni, abbiamo fatto un’analisi dei pro e dei contro, per portare i contro dalla parte dei pro la decisione di cambiare preparatore ci è sembrata la più corretta».

La tappa numero 18 attraverserà le strade di casa per Andrea Vendrame
La tappa numero 18 attraverserà le strade di casa per Andrea Vendrame

Si riparte da zero

Il 2022 ha chiuso il triennio dei punti UCI, ora se ne apre uno nuovo. L’AG2R non era una della squadre coinvolte nella lotta per non retrocedere. Tuttavia, ora che si riparte da zero, diventa importante iniziare con il piede, anzi pedale, giusto

«Nella frenesia generale del 2022 noi ce ne siamo stati tranquilli – dice Vendrame – la lotta per i punti non ci riguardava. La squadra al ritiro di gennaio aveva fatto una proiezione della classifica e si sentiva al sicuro. Il 2023 azzera tutto e questo mette un po’ di pressione, com’è giusto che sia. Il mio essere polivalente mi permette di correre ed essere competitivo su più terreni, per questo il team si aspetta di potermi utilizzare spesso».

Vendrame si è rimesso in moto a novembre per tornare a macinare chilometri (foto Instagram)
Vendrame si è rimesso in moto a novembre per tornare a macinare chilometri (foto Instagram)

Nel 2023, Giro e Vuelta

Il cambio di preparatore sarà il modo per cercare di migliorare, passando, prima di tutto dagli allenamenti. Non si tratta di una rivoluzione ma di una ricerca continua del dettaglio. 

«Cercheremo di apportare un miglior cambio di ritmo e più fuorigiri – spiega – vedremo se faremo bene o male. Di certo non andiamo a stravolgere il lavoro fatto, non avrebbe senso. A livello di obiettivi sono già certo di quelli principali, mentre nel 2022 non è stato così. Fino ad una settimana prima del Giro non ero sicuro di partecipare o meno. C’era una porta aperta per il Tour, ma una volta all’Occitania abbiamo capito che non avrebbe avuto senso e così ci siamo dirottati sulla Vuelta. Peccato per il Covid che me l’ha compromessa.

«Nel 2023 – conclude Vendrame – farò Giro d’Italia e Vuelta. Se uscirò bene dalla Corsa Rosa potrò tirare fino al campionato italiano, dopodiché mi aspetterà un periodo di pausa. Seguirà una bella preparazione in altura e qualche gara per arrivare pronto alla Vuelta. Non ho ancora guardato bene i percorsi, mi piace studiarli a pochi giorni dal via, in base anche alle mie sensazioni del momento. Non so ancora bene da dove partirò, magari dalla Classica Comunitat Valenciana il 22 gennaio, ma non è ancora uscito il percorso. Il primo picco di forma lo dovrei avere tra il Laigueglia e la Milano-Sanremo. Alla Classicissima di Primavera la squadra porterà probabilmente quattro punte: Cosnefroy, Naesen, Van Avermaet e me. E’ una gara particolare, dove sono andato sempre abbastanza bene. Nel 2020 sono arrivato undicesimo. Si tratta di una corsa dove la fortuna gioca una buona parte, però negli anni si è avvicinata alle mie caratteristiche, non è più un affare per soli velocisti».

Il progetto giovani della Bardiani. Un anno dopo con Rossato…

20.12.2022
4 min
Salva

Un anno fa prese vita il “progetto giovani” della Bardiani Csf Faizanè. Un’iniziativa ambiziosa, che in qualche modo equiparava quanto già fanno molte squadre all’estero. Un filo diretto tra il gruppo dei grandi e quello degli under 23.

Mirko Rossato è stato ed è il direttore sportivo di riferimento per questa decina di atleti. E con lui tracciamo un primo bilancio. Quattro vittorie, una buona costanza di rendimento ma soprattutto tanto ottimismo in prospettiva.

I ragazzi di Rossato durante il ritiro presso il Cicalino, in Toscana…
I ragazzi di Rossato durante il ritiro presso il Cicalino, in Toscana…
Mirko è passato un anno da questo progetto giovani: che feedback hai avuto sin qui?

Dico che il progetto è valido, sono ancora più convinto che sia una via da seguire. Nel giro di 2-3 anni i risultati arriveranno, anche se abbiamo già visto corridori di qualità che si stanno esprimendo bene anche nei professionisti. Ripartiamo con una buona squadra, abbiamo avuto degli innesti interessanti come Scott, Magli, Paletti, Scalco e Conforti. Tra l’altro erano corridori che cercavo per le caratteristiche delle gare che andremo ad affrontare.

Parliamo dell’attività: che gare farete?

Cercheremo di fare un’attività ancora di alto livello, soprattutto all’estero. Abbiamo fatto delle richieste per partecipare ai grandi eventi tipo la Liegi-Bastogne-Liegi, il Circuito delle Ardenne… che credo presentino il livello ideale per poter crescere in modo giusto. E’ importante fare delle esperienze con corridori di tutta Europa e non gareggiare esclusivamente in Italia. Anche se comunque le gare in Italia, tutte quelle più importanti, le faremo. E non sono gare da poco.

Cosa ti aspetti dai tuoi ragazzi?

Abbiamo dei corridori come Alessio Martinelli da cui mi aspetto grandi cose. Gli altri, bene o male, sono tutti “ragazzini”, giovanissimi di qualità e piano, piano arriveranno.

La scorsa stagione Martinelli ha vinto tre corse, la prima in Turchia ad Alanya (foto Yucelcakiroglu/Velo Alanya)
La scorsa stagione Martinelli ha vinto tre corse, la prima in Turchia ad Alanya (foto Yucelcakiroglu/Velo Alanya)
Prima Mirko, hai detto: “Ho cercato corridori ideali per le corse che vogliamo fare”. Li hai seguiti direttamente durante il loro percorso tra gli juniores?

Le gare juniores adesso le seguo bene, visto che lavoro con gli under, ma io cerco di guardare qualsiasi corridore interessante. Poi è logico, l’acquisto non dipende da me. Io ne parlo con i Reverberi, che sono i titolari del team, e con loro si vede se si riesce a prenderli oppure no. Ci si confronta. Comunque è interesse nostro prendere quelli che hanno più qualità. Tantopiù per noi che facciamo gare sempre dure o medio-dure, pertanto abbiamo bisogno di gente con specifiche caratteristiche. Gente che vada bene in salita, che è forte sul passo, che è veloce, che attacca…

Chiaro…

E non gente che affronta le corse di rimessa. Sono tutte piccole cose che si guardano al momento di scegliere un atleta. E per questo si cerca di guardarli nell’arco della stagione e non solo in una o due corse. Abbiamo bisogno di corridori che vadano bene in salita, ma non necessariamente di uno scalatore puro, perché non esiste più, ma di gente scaltra, veloce… Perché puoi anche arrivare davanti in salita, ma se poi non hai spunto veloce nel ciclismo di oggi non vinci.

Bello questo discorso: “Voglio questo, perché faccio questo”. Significa che si ha bene in mente l’obiettivo…

Noi abbiamo avuto tante richieste di ragazzini che volevano venire qua. Dovevamo fare delle scelte, anche perché non possiamo prenderne dieci. Quando ne prendiamo 3-4 ogni anno va bene. Anche perché l’obiettivo è quello di creare un gruppo di 10-12 elementi che entro tre anni siano pronti e siano “fatti in casa”. A quel punto di questi atleti sappiamo tutto, conosciamo effettivamente il loro valore. E potremmo sapere se fra quattro anni otterranno risultati… a livello professionistico.

Alessandro Pinarello e Giulio Pellizzari (a destra): due “esperti” del gruppo giovani della Bardiani
Alessandro Pinarello e Giulio Pellizzari (a destra): due “esperti” del gruppo giovani della Bardiani
Quando si parla di giovani, tantopiù in un contesto di squadra, fare i nomi non è super bello, però prima hai citato Martinelli…

Lui è il nome che spunta un po’. Da Martinelli ci si aspettava molto già in questa stagione, anche per il Giro d’Italia under 23, ma ha avuto 3.000 sfortune. Però è maturato. Io ho fiducia in lui. E’ un ragazzo fragilino dal punto di vista fisico, ma con gli anni diventerà più uomo e si ammalerà meno. Al Giro d’Italia under 23 puntava tantissimo.

Poi ebbe quel super crampo divenuto contrattura

E’ arrivato nel momento clou della sua stagione che stava benissimo e con il nono posto all’Appennino l’aveva dimostrato. Era tutto perfetto e proprio lì ci è mancato. Nonostante tutto ha vinto tre corse. Spero farà una bella annata. E non nascondo che comunque Alessio si alternerà con le gare dei pro’, anzi sarà più propenso all’attività con i grandi.

Ma se Martinelli è l’uomo per le corse a tappe, diciamo così, chi è l’uomo per le classiche?

Alessandro Pinarello di per sé sarebbe uomo da classiche. Giulio Pellizzari invece sarebbe più per le corse impegnative, corse a tappe però. C’è poi Alessio Nieri: lui è uno scalatore. E’ un po’ timidino, osa poco. Vorrei facesse un saltino di qualità perché le qualità le ha. E poi ci sono i nuovi italiani e anche Jared Scott, statunitense, e Iker Bonillo, spagnolo. Abbiamo investito molto su di loro.

L’infezione è guarita, Moscon può rialzare la testa

20.12.2022
5 min
Salva

Dice Martinelli che la Bernocchi è stata la prima corsa del 2022 in cui ti sei sentito Gianni Moscon. Il trentino alza lo sguardo e dentro ci vedi il barlume di un sorriso. Uno così fai fatica a vederlo prostrato, piuttosto si indurisce. Lo abbiamo vissuto abbastanza per ricordarne le reazioni in altri momenti. Eppure il Moscon dell’ultima stagione era arreso, sulla bici e anche fuori, alle prese con un malanno per cui non si trovava la cura. Dall’inizio dell’anno, un crollo dietro l’altro. Fermo dal Fiandre al Giro di Svizzera. Ritirato dal Tour a Losanna e proprio quel giorno venne la decisione di fermarlo due mesi per andare finalmente al fondo del problema.

«La Bernocchi era il 3 ottobre – annuisce – è stata forse la prima gara dove ho avuto sensazioni normali. Ho ripreso a pedalare a inizio settembre e sono arrivato alle prime corse con quindici giorni di allenamento da zero. Perché dopo il Tour avevo iniziato anche a fare qualcosa, ma i medici mi hanno imposto di fermarmi assolutamente».

La Strade Bianche poteva essere un bel passaggio per Moscon, ma si è ritirato: tanta fatica, poca resa
La Strade Bianche poteva essere un bel passaggio per Moscon, ma si è ritirato: tanta fatica, poca resa

Piegato in due

Un mese e mezzo senza bici. E quando ha ripreso, finalmente ha sentito che il fisico rispondeva. Fatica e recupero: quello che per tutti è normale, per lui era diventato un incubo e per la squadra un bel rompicapo.

«Prima non riuscivo neanche andare a tutta – dice Moscon, giocando con le parole – perché ero sempre a tutta. Intendo che ci mettevo anche l’anima, ma il fisico non rendeva. Non arrivavo ad esprimere il massimo, quindi non riuscivo ad allenarmi perché ero sempre più stanco. Ho avuto un’infezione batterica nel sangue da curare inizialmente col riposo. Ero a casa, ma è stato un incubo, perché non se ne veniva a capo. Avevo un mal di schiena tremendo, proprio nella zona lombare. Ero piegato in due perché quando non stai bene, sforzi la schiena e la prima cosa che parte è il nervo sciatico. Avevo appuntamenti e visite quasi tutti i giorni, da Padova fino a Monaco. Finché a forza di girare, ho trovato una direzione». 

Parigi-Roubaix 2021, Gianni Moscon in versione guerriero: solo due cadute gli impedirono di vincere
Parigi-Roubaix 2021, Gianni Moscon in versione guerriero: solo due cadute gli impedirono di vincere

Antibiotici e via

Individuato il problema, s’è trovata la cura ed è stato possibile tracciare un cammino di rientro. Solo che la causa di quella debolezza è saltata fuori dopo quasi tre settimane.

«Trovata l’infezione – prosegue Moscon – è stato definito il protocollo terapeutico. Così finalmente ho avuto una strada da seguire e ho cominciato. Antibiotici e via. Ho trovato la mia routine, ero sempre operativo a casa. Ne ho approfittato per sistemare tutte le cose che poi, riprendendo ad allenarmi, non avrei potuto seguire. Avevo già previsto che avendo perso tutto quel tempo d’estate, il mio fine stagione non sarebbe stato tanto lungo. In questo ciclismo non ti puoi permettere di staccare un attimo, figurarsi un mese e mezzo d’estate. Al Langkawi sono andato perché era utile alla causa, quindi l’ho affrontato col morale giusto ed è servito».

Moscon correrà per la maggior parte della stagione con la Wilier Filante
Moscon correrà per la maggior parte della stagione con la Wilier Filante

Il sangue pulito

Il via libera è arrivato alla fine di settembre con le ultime analisi del sangue, vissute con una certa apprensione.

«Finalmente il sangue era pulito – sorride Moscon – non c’erano più parassiti. C’era ancora qualcosina, ma potevo nuovamente allenarmi in maniera blanda e seguendo le sensazioni. Ho capito che era inutile seguire una tabella, se non sai neanche come stai. E allenandomi così, sono arrivato alle corse anche discretamente. Il Covid aveva causato un’immunodepressione e si sono sviluppati dei batteri. I medici mi hanno detto che il virus e il vaccino possono avere effetti diversi. Magari non ti fanno niente oppure puoi avere un’immunodepressione. Magari nella vita di tutti i giorni, se devi andare in ufficio, accusi un po’ di stanchezza e ci passi sopra. Pensate invece a farci un Tour de France! Un altro effetto del Covid invece sono le malattie autoimmuni, ma con una di quelle sarebbero stati dolori…».

In allenamento con Basso, compagno di lavoro dal 2018 quando arrivò al Team Sky. Dietro, Garofoli (foto Sprint Cycling/Astana)
In allenamento con Basso, compagno di lavoro dal 2018 quando arrivò al Team Sky (foto Sprint Cycling/Astana)

Il tempo perduto

Così ora si va alla ricerca del Gianni perduto, di quel corridore vincente al Tour fo the Alps, poi lanciato verso la vittoria della Roubaix 2021 (ma fermato da due cadute: arrivò quarto), infine sparito dai radar.

«Il miglior Gianni che ho visto negli ultimi tempi – dice – è stato quello della prima parte del 2021, fino al Giro. Determinato e vincente. Mi sentivo bene, ero solido e con una gran condizione. Anche l’anno scorso ero sulla buona strada, a dicembre qui in ritiro stavo bene. Poi ho preso il Covid a gennaio ed è cominciato tutto. Faticavo a rispondere perché non sapevo cosa dire e perché c’era delusione per me stesso e anche per l’Astana che mi aveva dato fiducia. Non è stato facile, però so che posso solo migliorare. Ho questo in testa. Se il fisico mi asseconda, prima o poi la condizione si trova. E quando hai la condizione, si creano le opportunità».

La KTM X-Strada di Nicolas Samparisi a Vermiglio

20.12.2022
4 min
Salva

Ci siamo fatti raccontare la KTM X-Strada (e alcune scelte tecniche), direttamente da Nicolas Samparisi, appena prima della gara cx in Val di Sole, da lui ha chiusa in quattordicesima posizione assoluta: primo degli italiani.

La geometria con l’avantreno più aperto, soluzione mutuata dal gravel è vantaggio, per la guidabilità e la stabilità. Entriamo nel dettaglio.

Box della nazionale italiana a Vermiglio: una KTM taglia large per Nicolas
Box della nazionale italiana a Vermiglio: una KTM taglia large per Nicolas

Il setting per Vermiglio

E’ l’ultima versione della X-Strada, una bicicletta versatile che viene proposta anche nei diversi allestimenti per il gravel. Quella di Samparisi è una taglia large, con reggisella KS off-set 0 e sella F30 di Selle SMP. C’è la trasmissione Sram Rival AXS con il doppio plateau anteriore (46-38) e con il misuratore di potenza. Il bilanciere posteriore è della serie Force AXS.

Passando invece al cockpit c’è un attacco corto KS e una piega Pro. Le ruote sono le Alchemist full carbon con predisposizione al tubolare. Le gomme sono le Challenge Limus da 33, versione rossa Team Edition.

Che tipo di feeling hai quest’anno con il tracciato?

Percorso molto differente dall’anno passato, con la neve più farinosa e ghiacciata, ma il fondo era completamente diverso. E’ stato trattato in modo diverso, si vede più erba e terra, fattori che influiscono sul comportamento delle gomme. Quest’anno era più simile alla sabbia e paragonabile fin da subito alle condizioni che si erano create nel 2021 verso la fine.

In fatto di gomme quali soo stati i fattori che hanno determinato la scelta?

Era necessario avere del grip e quindi, a mio parere, gli pneumatici da fango sarebbero potuti essere quelli che offrivano il compromesso ottimale, anche nel caso in cui la neve fosse diventata più molle.

Invece quali differenze trovi con la X-Strada nuova, rispetto alla versione precedente?

Le geometrie sono completamente diverse e il telaio è più lungo a parità di taglia. Ho accorciato l’attacco manubrio e sulla nuova versione uso il reggisella 0 off-set. Il fattore che è stato migliorato in modo esponenziale è l’apertura dell’angolo anteriore e questo influisce sulla precisione di guida, ma anche sui tratti dove è necessario fare velocità senza subire i difetti del terreno.

La soluzione che arriva dal gravel quindi per te è un vantaggio?

Sicuramente si, questa bici funziona bene nel cross anche nel gravel spinto. Inoltre ha il vantaggio di avere un ampio passaggio per le ruote, anteriore e posteriore, un vantaggio per far scaricare il fango. Non è una bici dal peso piuma, ma è consistente e poi pochi grammi di differenza nel cross non fanno una grande differenza. La nuova KTM X-Strada è anche più rigida e reattiva.

Bici più rigida, significa una diversa gestione della pressione delle gomme?

A parità di configurazione il setting è rimasto quello.

Vediamo che sulla nuova usi la doppia corona anteriore, come mai?

Ho cambiato già dall’anno passato e con la doppia corona mi trovo meglio, offre maggiori possibilità rispetto alla mono. Con il 46 anteriore, a prescindere dalla scala dei pignoni riesco ad essere veloce, molto più che con la corona singola anteriore. Nei tratti più duri ho il 38 che mi salva la gamba e non mi imballa.

Trasmissione sulla base Rival AXS e cambio posteriore Force, come mai?

Il Rival è molto preciso, mentre il Force ha quel mezzo scatto in più di auto-aggiustamento, che pensato nell’ottica off-road non è banale. Comunque il Rival è un gran bel prodotto anche in fatto di ergonomia, considerando che non è un top di gamma.

Ergonomia?

Personalmente mi trovo meglio con i manettini del Rival, piuttosto che quelli del Force, perché sono più stretti e meno grandi.