Crescioli e Martinez: dopo il Lunigiana percorsi diversi

14.12.2022
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Il Giro della Lunigiana è una delle corse più importanti del calendario juniores, anche a livello internazionale. Da qui escono corridori che sono in grado di distinguersi in diversi modi: l’edizione 2021 ne è un esempio. L’anno scorso nei borghi tra la Toscana e la Liguria si è imposto il francese Martinez davanti al nostro Crescioli (in apertura, foto Instagram). Entrambi sono classe 2003, ma con due percorsi che da quel giorno si sono differenziati e non poco. 

Il francese è entrato nel team development della Groupama FDJ e dopo una sola stagione tra gli under 23 entrerà nel WorldTour dalla porta principale. L’italiano, invece, è passato alla Mastromarco ed il suo primo anno da under 23 si è concluso tra qualche difficoltà e la maturità. 

Giro di Lunigiana 2021, ultima tappa, Ortonovo, Ludovico Crescioli, Lenny Martinez, Alessandro Pinarello
Giro di Lunigiana 2021, ultima tappa, Ortonovo, Ludovico Crescioli, Lenny Martinez, Alessandro Pinarello

Lo stesso punto di partenza

Se si riavvolge il nastro a fine 2022 pare chiaro come i due ragazzi, che alla fine della breve corsa a tappe erano distanti solo 34 secondi, ora siano più lontani che mai.

«Avevo deciso di venire alla Mastromarco già prima del Lunigiana – racconta un frizzante Crescioli con il suo accento toscano – mi sembrava una buona squadra per passare under 23. Chiaramente la possibilità che ha avuto Martinez di passare con la continental di un team WorldTour gli ha permesso di avere un percorso di crescita più preciso. Negli under 23 con la Mastromarco il percorso di crescita c’è comunque, le corse di alto livello non mancano. Io quest’anno avevo anche la maturità da portare avanti e mi sono dovuto concentrare anche sulla scuola».

Crescioli in azione al Valle d’Aosta (foto Alexis Courthoud)
Crescioli in azione al Valle d’Aosta (foto Alexis Courthoud)

Prospettive differenti

La scuola, come detto da molti addetti ai lavori e dagli stessi tecnici che hanno a che fare con i ragazzi, è fondamentale. Risulteremmo incoerenti se dovessimo dire il contrario, ma se si guarda al calendario fatto da Martinez e da Crescioli emerge un fatto estremamente importante. Il ragazzino francese ha fatto il triplo, se non di più, delle corse a tappe rispetto al nostro Crescioli

«Le corse a tappe mi garbano molto – si riaggancia Ludovico con la sua parlantina contagiosa – ma ne ho fatte solamente due: il Lunigiana nel 2021 e il Valle d’Aosta quest’anno con la nazionale. Per migliorare e per crescere servirebbe una migliore costanza di gare, nel 2023 farò il Giro d’Italia U23 ma poi finisce lì. Ripeto, non è nemmeno una questione di squadra, in Italia è proprio il calendario che scarseggia di queste gare. Non è un caso che alcuni junior italiani stiano andando all’estero a crescere. Lenny (Martinez, ndr) quando l’ho rivisto al Giro della Valle d’Aosta ho notato dei grandi miglioramenti, si vede che ha fatto un percorso diverso, c’è un programma differente alle spalle».

Lenny Martinez ha avuto l’occasione di correre molte corse a tappe, tra cui il Tour of the Alps (Instagram/Getty)
Lenny Martinez ha avuto l’occasione di correre molte corse a tappe, tra cui il Tour of the Alps (Instagram/Getty)

Il calendario 

Nel panorama italiano sono poche le squadre che si affacciano oltre confine con continuità, per un fatto di budget e per la filosofia stessa alle spalle dei team.

«Il calendario italiano – riprende Crescioli – è ricco di corse importanti come il Piva, il Belvedere, la Ruota d’Oro… E’ chiaro che sono gare di un giorno, se uno vuole dilettarsi in qualche corsa a tappe non ha possibilità. Io quest’anno qualche gara internazionale l’ho fatta. E nel 2023, dove riuscirò a concentrarmi solo sul ciclismo, ne potrò aggiungere delle altre. Il percorso di crescita tra me e Martinez è differente, ma non è detto che il mio sia meno valido. Ho visto che con più costanza nelle corse e negli allenamenti, cosa avuta solamente a maturità conclusa, riesco a crescere e migliorare. Il 2023 sarà un anno importante per me e voglio farlo al meglio. Anche il mio obiettivo è diventare un professionista, e farò del mio meglio per riuscirci».

Valeria Curnis, una maestra di sci nel gruppo delle pro’

14.12.2022
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Nella lista delle professioniste italiane del 2023 ce n’è una il cui cammino per arrivarci è stato parecchio diverso dal normale. E anche adesso che è un’atleta di livello si barcamena tra il suo lavoro stagionale e il ciclismo. E’ Valeria Curnis, maestra di sci, che correrà per la Isolmant Premac Vittoria.

Valeria Curnis (classe 1995) ha iniziato a pedalare seriamente nel 2019. Tutt’ora è anche una maestra di sci (foto Instagram)
Valeria Curnis (classe 1995) ha iniziato a pedalare seriamente nel 2019. Tutt’ora è anche una maestra di sci (foto Instagram)

Sognando la Karbon

Valeria Curnis è praticamente nata sugli sci. Già a tre anni li aveva ai piedi. Sognava di arrivare ad essere una delle migliori in Coppa del mondo, come il suo mito Denise Karbon.

Poi accade che la sua famiglia debba spostarsi in Australia. Addio, anzi arrivederci, sci. Ma ecco che nella sua vita compare una bici. Anche se è una Mtb. Ma il germe è impiantato.

Torna in Italia. Ormai ha 12 anni e riprende a sciare. Il vecchio amore non poteva svanire. Slalom, Gigante e SuperG ma poi col tempo qualcosa s’inceppa. 

«Vedendomi un po’ giù – racconta la Curnis – e sapendo della mia passione per lo sport papà mi regala un Pinarello. Ci esco, vado bene. Mi dicono di gareggiare, ma dopo essermi scottata con lo sci non volevo aspettative».

Valeria alla Maratona delle Dolomiti. Dopo questo importante podio per la bergamasca è iniziato il cammino nelle categorie agonistiche
Valeria alla Maratona delle Dolomiti. Dopo questo importante podio per la bergamasca è iniziato il cammino nelle categorie agonistiche

Dallo sci alla bici

Passano ancora degli anni. Valeria studia. «E succede – racconta la Curnis – che di bici ne arriva un’altra. E’ una Specialized. Mi gaso molto. Mi alleno di più e inizio ad immaginarmi in gara. Il Covid rimescola le carte ancora una volta. Mi alleno moltissimo in casa e vedo che in effetti vado bene. Così penso: “Appena completo la laurea magistrale in scienze motorie voglio provare a fare un anno dedicato al ciclismo”».

Valeria fa le cose sul serio. Si rivolge ad un preparatore conosciuto all’università. I primi obiettivi sono le granfondo. 

«Garda, Bra-Bra e poi la Gimondi che per noi bergamaschi è come il mondiale. Dissi che volevo vincerla e mi risero in faccia. Arrivai seconda. Ma senza “angeli custodi”. Però ero contenta lo stesso». Quindi Nove Colli e il podio alla Maratona delle Dolomiti.

«A quel punto ho parlato con Beppe “Turbo” Guerini, conosciuto tramite amici, e lui mi mette in contatto con Marco Bazzana, del Cene. Marco mi tessera e così posso fare le gare elite». 

La scorsa estate le prime gare con la maglia del Cene, ma con il gruppo della Isolmant dove correrà dal 2023 (foto Ossola)
La scorsa estate le prime gare con la maglia del Cene, ma con il gruppo della Isolmant dove correrà dal 2023 (foto Ossola)

Con le elite

Il Cene però è una piccola società. E Bazzana chiede a Giovanni Fidanza di darle supporto tecnico in gara. E’ con la Isolmant che Valeria di fatto va alle corse.

«Però Marco mi diceva: “E’ giusto che provi, ma quello è un mondo diverso dalle granfondo. Vedrai che dopo la prima gara ti ritiri”. Capirai, a me che sono un’agonista nata, dici così… vado ancora più forte».

«Ricordo che alla prima gara con le pro’ al via avevo 160 battiti da ferma! Non ho concluso quella corsa, avevo anche sprecato molto andando a tirare. 

«Tra granfondo e gare pro’ c’è tanta differenza. Ci sono tanti cambi di ritmo e tutti ad intensità molto elevate. Nelle granfondo vai più di passo. In gruppo con le elite devi saper guidare. Se hai paura diventa davvero difficile».

La Curnis sa bene che deve adattarsi al gruppo, ma in tal senso sue skills da sciatrice l’aiutano in bici (foto Instagram)
La Curnis sa bene che deve adattarsi al gruppo, ma in tal senso sue skills da sciatrice l’aiutano in bici (foto Instagram)

Famiglia Isolmant

«Poi – prosegue la Curnis – ho fatto altre gare. A quel punto lo stesso Bazzana mi ha aiutato a trovare una squadra. Io non volevo mollare».

Ed è in questo inverno che entra in gioco Fidanza. 

«Giovanni mi ha visto correre, ha notato la mia grinta e mi ha dato questa opportunità. Il giorno in cui ho firmato non mi ero mai sentita così in precedenza. Ero gasata, orgogliosa».

«La scorsa estate le altre ragazze mi avevano accolto a braccia aperte nonostante fossi di un’altra squadra. Quando ero in testa a tirare da dietro mi dicevano come mi dovevo spostare sulla strada a seconda del vento, mi davano consigli sulle dinamiche di gara. E ho capito presto quanto conti la scia a quelle velocità»

«La Isolmant è una grande squadra e io non vedo l’ora di cominciare a correre con la stessa divisa delle altre ragazze».

Valeria in azione lo scorso anno tra le elite (@phrosaofficial)
Valeria in azione lo scorso anno tra le elite (@phrosaofficial)

L’aspetto tecnico

Ma se questa è la storia, di certo affascinante, c’è poi la realtà. E la realtà è conciliare sci e ciclismo. Valeria insegnava a Sankt Moritz, ma se voleva continuare a pedalare non poteva restare in Svizzera.

«Impossibile – spiega la Curnis – Lassù non mi sarei potuta allenare. Qualche giorno fa i miei colleghi mi hanno detto che c’erano 25 gradi sotto zero. Ma so bene che questa è un’opportunità unica e non la voglio sprecare».

«Così sono tornata nella mia Alzano Lombardo. Ora insegno a Selvino. Dove tra l’altro mi alleno spesso d’estate. Per ora l’attività sugli sci è ancora poca, dalle Feste aumenterà. 

«In una settimana faccio circa 15 ore di allenamento: 5 sedute in bici, 2 a correre e altrettante in palestra. Corsa e palestra di solito le faccio insieme. Il sabato e la domenica soprattutto sono sugli sci a fare lezione. Devo dire che la scuola sci mi sta appoggiando in questa sfida».

Tatticamente c’è tanta strada da fare. La Curnis spesso si è trovata a tirare in testa al gruppo senza un vero motivo (@phrosaofficial)
Tatticamente c’è tanta strada da fare. La Curnis spesso si è trovata a tirare in testa al gruppo senza un vero motivo (@phrosaofficial)

Rulli vitali

Spesso dopo lo sci Valeria salta sui rulli per sciogliere un po’ la gamba. Di fatto passa da una contrazione muscolare eccentrica ad una concentrica. Per certi aspetti lo sci non è male per il ciclismo.

«Lo sci ha risvolti positivi, dà parecchia forza – dice la Curnis –  Il grosso problema è che ti espone al rischio d’infortuni, la neve può cambiare rapidamente e sulle piste non sei sola».

«Sui rulli comunque faccio molto affidamento. Se fa freddo o piove mi alleno con questi. Ci faccio anche quattro ore. Ci vogliono grinta e testa. Mi aiuto con due ventilatori, sali minerali per non disidratarmi. Se so che farò tanto, ogni ora consumo due borracce: una di sali e una di malto. Ma nelle ultime due ore vado solo di acqua».

Amadori: Garofoli, Germani, Milesi… e WorldTour sia

14.12.2022
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Li ha avuti tutti e tre fra le mani. Purtroppo non tutti insieme in corsa nel loro massimo ed è stato un vero peccato per Marino Amadori. Parliamo del cittì della nazionale under 23, chiaramente, e di Gianmarco Garofoli, Lorenzo Germani e Lorenzo Milesi. Questi tre ragazzi passeranno tutti nel WorldTour.

E’ un bel segnale per il nostro ciclismo. Si tratta davvero di giovani di spessore e Amadori ci aiuta a capire come se la potranno cavare. Potranno dire la loro? Conoscendoli, sia per caratteristiche atletiche che mentali, ci verrebbe da dire di sì. Ma sentiamo il cittì.

Gianmarco Garofoli (21 anni a ottobre) viene da una stagione difficile, una vittoria in una gara in Puglia e tanta determinazione. Martinelli è pronto ad abbracciarlo
Gianmarco Garofoli (21 anni a ottobre) viene da una stagione difficile, una vittoria in una gara in Puglia e tanta determinazione
Marino, Garofoli, Germani e Milesi passeranno tutti e tre. Tre italiani in più nel WorldTour…

Ragazzi che hanno una grandissima motivazione. Che dire, vedendo come gira il mondo attuale, in cui i migliori juniores passano nelle WorldTour, ma intendo proprio le prime squadre – vedete la Ineos-Grenadiers – ci sta che passino ragazzi come loro. Sono atleti di qualità. E poi in fin dei conti sarebbero stati di terzo anno. Magari Garofoli un anno, quest’ultimo, lo ha quasi perso del tutto, ma come ho detto ha grande motivazione.

Garofoli, che andrà all’Astana Qazaqstan, in effetti lo hai avuto poco quest’anno, più nel 2021 che lo hai portato anche all’Avenir…

Sì, ma che determinazione ha avuto? Alla prima corsa è rientrato e ha vinto. E lo ha fatto con la maglia della nazionale, con un discreto livello di partecipazione, visto che c’era gente che doveva andare al mondiale, e dopo i tanti problemi di salute avuti. Per me è pronto per il salto.

Germani? Lui passa dalla continental alla prima squadra della Groupama-Fdj

Anche lui purtroppo nel finale di stagione non è stato presente con la nazionale e solo in parte con la sua squadra, per quel problema avuto al Sestriere (un auto lo ha investito e addio mondiale, ndr), ma nel complesso Lorenzo ha dimostrato tanto. Sia per costanza di rendimento, che per il lavoro fatto. E per le vittorie.

E poi c’è Milesi alla Dsm

Lorenzo non lo scopriamo quest’anno. Nel 2022 ha alzato tanto l’asticella nonostante abbia iniziato da poco.

Lorenzo Germani (21 anni a marzo) quest’anno ha vinto, tra le altre corse, il campionato italiano U23. E’ già un perno per la Groupama-Fdj
Lorenzo Germani (21 anni a marzo) quest’anno ha vinto, tra le altre corse, il campionato italiano U23. E’ già un perno per la Groupama-Fdj
E infatti ti avremmo chiesto se nel suo caso, vista la poca esperienza nel ciclismo, non sarebbe stato meglio fare un anno in più tra gli under?

No perché ha dimostrato tanto. Insomma, questo ragazzo ha vinto all’Avenir e sappiamo che livello ci sia in quella gara. Tra l’altro ha vinto all’ultima tappa e le altre non è che le avesse fatte a ruota. Piuttosto spero che a tutti loro non tarpino le ali. Questo è il mio dubbio. Ma poi sono pur sempre atleti nel WorldTour, gli danno dei compiti da svolgere e sono pagati per quello. Il rischio è che poi non abbiano più aspirazione per ottenere risultati personali.

Ed è più o meno quello che sostiene Roberto Reverberi: certi atleti in squadre tipo la Bardiani avrebbero più spazio…

Il “problema” per assurdo è che queste grandi squadre hanno il vivaio. Li prendono da juniores. Li crescono e li tengono loro giustamente. Posso solo augurarmi che prevalga il buon senso e che abbiano le loro possibilità.

Cosa possono fare allora German, Garofoli e Milesi? Dovrebbero farsi sentire?

No, devono lavorare bene. Tanto bene da avere la convinzione di chiedere spazio prima o poi. Mi viene in mente Aleotti. Per me lui è un leader e mi auguro che entro un paio di anni possa fare classifica in un grande Giro.

Lorenzo Milesi (21 anni a marzo) ha vinto all’Avenir. E’ anche un ottimo cronoman. La Dsm lo aspetta
Lorenzo Milesi (21 anni a marzo) ha vinto all’Avenir. E’ anche un ottimo cronoman. La Dsm lo aspetta
Forse in questo caso Germani potrebbe avere qualche piccolo vantaggio. Nella Groupama-Fdj sono passati in tanti dalla continental, possono fare gruppo, già si conoscono e Madiot (il team manager, ndr) gli ha detto che in Coppa di Francia se la potranno giocare…

In effetti quella squadra è un po’ particolare. Passano in blocco e di conseguenza ci può essere un calendario per tutelare i giovani. Senza dimenticare che alcuni di questi ragazzi avranno grosse possibilità già in gare di prima fascia. Ma torno a dire che questi tre hanno le spalle grosse e se la caveranno.

Sono tanti anni che ti passano i corridori tra le mani, chi ti ricordano questi tre atleti?

In 12 anni ne ho visti di atleti talentuosi che poi si sono persi, pertanto faccio fatica a fare un paragone. Posso dire che questi tre mi sembrano molto motivati di loro anche giù dalla bici. E non è poco.

Incrociamo le dita insomma…

Esatto, mi spiace sentire dire che in Italia abbiamo lavorato male e che il ciclismo italiano è in crisi. Ma al Giro d’Italia abbiamo vinto con Covi, Dainese, Oldani, Sobrero. Abbiamo gente come Piccolo, Baroncini, Tiberi, Bagioli. Andrea può vincere qualsiasi corsa. Non sono pochi e altri ce ne sono.

Pogacar scopre i denti: «Voglio il terzo Tour»

13.12.2022
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Tanti corridori scherzando dicono che la sconfitta al Tour sarà un problema per i tuoi avversari. Dicono che la prossima volta arriverai arrabbiato e più determinato. Solo a questo punto Pogacar alza lo sguardo e in fondo agli occhi si vede chiaramente un lampo.

«Non arrabbiato – dice secco – ma certo più motivato che mai. Se vai con rabbia, rischi di strafare. Io avrò un approccio diverso. Da ogni corsa si impara qualcosa, è chiaro che ho commesso degli errori. Ma adesso sappiamo dove c’è da migliorare. E il Tour sarà l’obiettivo principale del 2023. Poi parleremo di tutto il resto».

Pomeriggio fresco sulle colline alle spalle di Benidorm. L’hotel scelto dal UAE Team Emirates è sprofondato in un quartiere residenziale, di villette e divieti di sosta. Intorno, un andirivieni effervescente di facce nuove e vecchie conoscenze. Bisogna stare attenti a non fotografare i nuovi già vestiti col materiale nuovo, ma intanto si riallacciano i fili dopo lo stacco invernale. Una ventina di giornalisti, noi i soli dall’Italia. Pogacar è rilassato, solo il ricordo del Tour provoca qualche prurito. Con un gesto tira via il cappuccio della felpa nera dagli occhi, lo sguardo è fermo.

Giornalisti da tutta Europa per Pogacar e il team nell’hotel Barcelo La Nucia di Benidorm
Giornalisti da tutta Europa per Pogacar e il team nell’hotel Barcelo La Nucia di Benidorm
Come stai?

Bene, tranquillo. Oggi abbiamo fatto 4 ore e mezza tutti insieme. Questa volta non ho l’obiettivo di arrivare al top alle prime corse, per avere il massimo della condizione negli appuntamenti più importanti (primo cambiamento, conseguenza del Tour perso, ndr). L’anno scorso in proporzione ero più avanti.

Si ricomincia con i ritiri, le interviste, i viaggi, gli impegni. Sei stato in Colombia per il Giro de Rigo…

Il Covid per certi versi non è stato tanto male, perché ci ha tolto tanti impegni (ride, ndr). Ma è giusto che le cose riprendano così. L’anno scorso non sarei mai andato in Colombia e avrei perso qualcosa. E’ stato un viaggio che mi ha permesso di scoprire una nuova cultura. Ho imparato tanto.

Che cosa ti resta del 2022?

E’ stata una delle migliori stagioni, con tante vittorie e bei momenti con la squadra. Il secondo posto del Tour non lo vivo come una sconfitta, soprattutto guardando il quadro completo e come è venuto.

La nuova Colnago è ancora da mettere a punto: si ragiona sull’altezza del manubrio
La nuova Colnago è ancora da mettere a punto: si ragiona sull’altezza del manubrio
Che cosa vedi nel quadro completo?

Abbiamo avuto sfortuna, mentre Jonas (Vingegaard, ndr) è stato fortissimo in salita. Abbiamo rinforzato ancora la squadra, ma quello che è successo al Tour di quest’anno avrebbe fermato anche i migliori corridori del mondo. Puoi farci poco se prendono il Covid o si fanno male. Bennett, Majka, Vegard Laengen, Hirschi con il ginocchio malconcio, Soler che si è fermato. Alla fine siamo rimasti in tre. Abbiamo provato a fare il massimo, ma contro quella Jumbo non c’era tanto margine.

Il Tour è un obiettivo, ma il gruppo si sta riempiendo di avversari: c’è da preoccuparsi?

Allo stesso modo in cui non servirà la rabbia, così non serve avere paura. Non ci sarà solo Vingegaard, verranno fuori di certo altri corridori. Non sai mai chi arriva, per questo è importante concentrarsi su se stessi, cercando i miglioramenti possibili. Evenepoel ad esempio diventerà un brutto cliente. Sta seguendo un bel programma. E’ stato fenomenale tutto l’anno. Se hai vinto la Vuelta, sei già pronto anche per il Tour. Le differenze ci sono, ma non troppe. Il Tour è molto duro perché sono tre settimane di stress costante, che vengono dopo una lunga preparazione. In tutto è un mese di corsa e la stagione è troppo lunga per focalizzarsi esclusivamente su un solo mene.

Secondo alle spalle di Vingegaard: paradossale che a volte si consideri deludente il secondo posto del Tour
Secondo alle spalle di Vingegaard: paradossale che a volte si consideri deludente il secondo posto del Tour
Infatti c’è anche il Giro che ti aspetta…

Mi piacerebbe farlo, il fatto che ci siano tre crono il prossimo anno è positivo, ma non è il percorso che cambia le mie scelte. Il Giro la grande corsa più vicina alla Slovenia, la maglia rosa è bellissima, ma dovremo parlarne dopo il Tour. Forse sarebbe stato diverso se avessi già vinto il terzo, ma non è andata così. Nel mio futuro ci saranno certamente il Giro e anche un ritorno alla Vuelta, in cui ho vissuto alcuni dei giorni più belli.

Si parla tanto di vincere il Tour dopo aver vinto il Giro.

Farli entrambi nello stesso anno è possibile, vincerli è un’altra cosa. Magari ci puoi anche riuscire, però poi finiresti la carriera: non credo che rimarrebbe molto. Per cui il mio obiettivo è vincere il prossimo Tour e riprovarci ancora se non dovessi riuscirsi. Quando poi avrò vinto il terzo, potrò cominciare a guardarmi intorno.

Borracce pronte per l’allenamento. I corridori escono in 3 gruppi distinti
Borracce pronte per l’allenamento. I corridori escono in 3 gruppi distinti
Il Tour, ma anche le classiche. Hai vinto Liegi e Lombardia, cosa si può dire di Sanremo e Fiandre?

Al Fiandre sono andato vicino e certo assieme alla Sanremo è la corsa per me più difficile da vincere. Però ci arriverò al meglio, voglio essere vincente in tutte le grandi corse che farò. E’ bello far parte del gruppo del Fiandre, per il pubblico, i muri, il pavé, la storia. La Sanremo invece è una corsa lunga e noiosa finché arrivi sulla costa, poi diventa ad alta tensione. Hai una sola carta da giocare.

Mohoric ti ha fatto un bello scherzo nella discesa del Poggio…

Se avessi potuto, non lo avrei certo lasciato andare (sorride, ndr). A volte non pensi ai rischi che corri e al fatto che serve avere tanto fortuna. Prendete quel che è successo a Rebellin. La morte di Davide ci ha colpito tanto, anche perché tre giorni prima eravamo insieme a Monaco. E’ stato un momento molto triste per tutta la comunità del ciclismo. Dobbiamo stare attenti, ma per quanto possiamo, non è possibile controllare gli altri.

Da quest’anno in casa Colnago hanno abbandonato il manubrio Alanera di Deda e ne hanno realizzato uno in proprio
Da quest’anno Colnago ha abbandonato il manubrio Alanera e ne ha realizzato uno in proprio
Hai chiuso il 2022 come numero uno al mondo.

Non era un obiettivo, ma è comunque la conseguenza dell’essere sempre stato davanti nelle corse cui ho partecipato. Perché l’anno è pieno di corse in cui fare bene. Al Fiandre mi sono divertito tanto, lo stesso a Montreal. Anche se non vinco sempre, è importante dare sempre il massimo, cercando di migliorare.

Migliorare in cosa?

In tutto, c’è sempre spazio per aggiustare qualcosa, anche se spesso è una questione di dettagli. Ad esempio la crono, so di poter crescere e sto lavorando per farlo.

Per sua ammissione, Pogacar sta vivendo una partenza più cauta dello scorso anno
Per sua ammissione, Pogacar sta vivendo una partenza più cauta dello scorso anno
Come va invece con la popolarità?

Diciamo che negli ultimi mesi la mia vità è stata prevalentemente privata, con qualche momento da condividere sui social. Fanno parte della nostra vita, dobbiamo conviverci. Così come le cose che vengono dai media non sempre sono piacevoli. A volte ti turbano, ma nel mio caso non diventano pressione. Ti abitui. Lo stesso con i tifosi. Le cose sono un po’ cambiate negli ultimi due anni, la gente mi riconosce, ma ha rispetto. Qualcuno a volte esagera, come chi vuole prarlarmi troppo a lungo al supermercato. E’ interessante avere conversazioni con tifosi e perfetti sconosciuti e non faccio niente per nascondermi. Faccio una vita molto normale. Ogni due giorni vado a comprare frutta e verdura fresca, non è così difficile incontrare Pogacar.

Guardati intorno, cosa vedi?

Un gruppo molto motivato, abbiamo fatto un grosso passo in avanti. Eravamo già forti, ora lo siamo di più.

La prof Rossato che insegna sul gpm di Foza…

13.12.2022
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Scuola media di Foza, comune di settecento anime sull’Altopiano di Asiago. La prima campanella suona un quarto alle otto, l’ultima dieci minuti alle due del pomeriggio. Da lunedì a venerdì Beatrice Rossato, professoressa di matematica e scienze, si fa trenta chilometri a tratta per andare al lavoro. Gli ultimi quattordici sono su una strada stretta della Grande Guerra che si arrampica fino agli oltre i mille metri di altitudine del paesino della Val Brenta.

La 26enne vicentina di Rosà è diventata insegnante di ruolo tre mesi fa ma resta una atleta della Isolmant-Premac-Vittoria. Le sue lezioni prendono spunto, perché no, anche dal ciclismo. Foza infatti ha un rapporto stretto con il nostro sport nel recente passato.

Giro 2017. Il cartello con le caratteristiche della salita di Foza (foto facebook)
Giro 2017. Il cartello con le caratteristiche della salita di Foza (foto facebook)

Nel 2017 fu l’ultimo “gpm” della ventesima tappa con arrivo ad Asiago. In cima transitò per primo Pozzovivo mentre al traguardo esultò Pinot, che insieme a Nibali detiene il record di scalata su Strava. Nel 2018 identico finale per l’ottava frazione del Giro U23 con la cavalcata trionfale del colombiano Munoz. Su facebook esiste addirittura una pagina dedicata al tratto Valstagna-Foza. Quello che Rossato ormai conosce alla perfezione e durante il quale pensa a come far conciliare il tutto per il 2023.

Beatrice, l’ultima volta che ti abbiamo sentita eravamo a metà agosto. Cos’è cambiato da allora?

Tutto, per l’ennesima volta nell’arco di due mesi (risponde divertita, ndr). Mi avevate lasciata a lavorare in un laboratorio chimico-medico di una multinazionale. Dovevo ancora disputare il Giro di Toscana. Poi a fine agosto, proprio mentre stavo andando alla corsa con la Isolmant, mi è arrivata un’email da parte del Ministero dell’Istruzione. Inizialmente pensavo ad una spam come ne arrivano tante da finti indirizzi. Invece quando l’ho aperta ho capito subito che era tutto vero. Mi veniva chiesto di prendere servizio dall’1 settembre. E’ stato uno shock. Per fortuna che Giovanni (Fidanza, il suo team manager, ndr) mi ha subito consigliato per il meglio.

Come hai fatto con l’altro posto di lavoro?

A malincuore ho dovuto dare le dimissioni perché mi trovavo bene. La mia titolare è rimasta bloccata sulla sedia, ma ha compreso la situazione e mi ha augurato il meglio. D’altronde ho studiato per questo. A fine 2020 avevo fatto il concorso per essere insegnante di ruolo. Attendevo le graduatorie, l’assegnazione delle sedi che avevo scelto e si sa che talvolta arrivano tardi. E’ una soddisfazione ora per me aver raggiunto questo traguardo.

Nel ciclismo femminile si sta lottando per raggiungere il professionismo come nei maschi, intanto tu sei diventata… “prof”. Come si svolge la tua settimana?

Alle 6,30 sono già in viaggio. Non mi pesano i 60 chilometri al giorno e nemmeno fare tutta quella salita. Mi piace guidare. Al momento comunque non è facile organizzare tutto. C’è ancora lo stereotipo dell’insegnante che fuori dagli orari scolastici non faccia nulla. Non è così. Ci sono le lezioni da preparare. Le riunioni da fare. La burocrazia. Al martedì e al giovedì ho due rientri pomeridiani fino alle 17. E poi ci sono i ragazzi da seguire. Ne ho circa una ventina spalmati sulle tre classi delle medie. Quelli di terza devono scegliere quali superiori fare e mi sembrava il minimo poterli consigliare, accompagnandoli a questi incontri. Al sabato invece non ho lezioni.

Lo sfrutti quindi per allenarti? Hai già pensato a come ottimizzare il tempo per gli allenamenti?

Esatto, al momento pedalo solo nel weekend mentre negli altri giorni cerco di ritagliarmi dello spazio per la palestra. Adesso vivo alla giornata, anche perché devo finire di integrarmi. Magari quando cambierà l’orario potrei andare a scuola con la bici in auto e partire da Foza per allenarmi. Ci sono diversi anelli da fare scendendo e risalendo lassù. Qualche mio alunno mi ha chiesto se andrò ad insegnare in bici ma mi sembra troppo (ride, ndr). Comunque la salita di Foza la conoscevo già. In estate l’ho sempre fatta diverse volte. E’ bella tosta.

Che rapporto hai con i tuoi ragazzi? C’è qualcuno che corre in bici?

Molto buono. Sono tutti bravi, entro in classe volentieri ad insegnare. Nessuno di loro fa ciclismo, ma si sono molto interessati quando hanno saputo che sport pratico. Mi fanno sempre tante domande. La curiosità di sapere e conoscere è uno dei fattori più importanti che gli studenti devono avere per crescere e aprire la mente. Se non ce l’avessero avuta, gliela avrei insegnata. Le loro domande sul ciclismo sono sempre uno spunto per me. Quando è morto purtroppo Rebellin, abbiamo fatto lezioni di educazione civica. Ai giovani vanno spiegate come si possono evitare queste tragedie e come ci si deve comportare in strada. Se educhiamo loro, possiamo arrivare anche ai loro genitori e alle generazioni più vecchie.

Giovanni Fidanza ci ha detto che Beatrice Rossato è un esempio per le sue atlete. Cosa ne pensi?

Lui per me è come un secondo padre. Mi lusingano le sue parole. Per il 2023 mi ha proposto di continuare nonostante il mio lavoro a scuola. E’ come se fossi tornata allieva o junior (ride, ndr). Da luglio in poi sarò più presente però cercherò di esserlo anche prima. Quello che ho imparato da lui e in generale, lo posso trasmettere alle mie compagne, specie alle più giovani. Vorrei stimolarle a non mollare o sottovalutare gli studi. Bisogna fare i sacrifici, perché tanto nella vita, anche se non corri in bici, devi farli lo stesso. Tanto vale iniziare a capirlo subito. Il ciclismo femminile sta cambiando, sta migliorando tanto. Sarebbe bello che le atlete prendessero lo status da professioniste ma non si può correre per sempre. Ci vuole un piano alternativo. Lo studio è uno di questi.

Il podio della gara open vinta da Rossato a Vittorio Veneto. Quagliotto seconda, Ciabocco terza (foto Ossola)
Il podio della gara open vinta da Rossato a Vittorio Veneto. Quagliotto seconda, Ciabocco terza (foto Ossola)
Come potrebbe essere la tua prossima stagione?

Come dicevo, devo capire come organizzarmi. Voglio fare tutto col massimo della professionalità. Mi piace correre in bici perché posso esprimere la mia grinta. Mi piacerebbe ancora vincere qualche corsa come gli ultimi due anni, soprattutto per far felice la squadra e tutti gli sponsor. A dire il vero mi basterebbe solo andare alle gare per stare con le mie compagne. Devo però prima trovare il tempo di allenarmi. Perché, come insegno sempre ai miei alunni, gli allenamenti sono come i compiti. Se non li fai, non puoi migliorare.

Nel ritiro della Bardiani. Giornata tipo da mattina a sera

13.12.2022
8 min
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Siamo andati nel ritiro della Green Project Bardiani Csf Faizanè, la squadra dei Reverberi, che come da tradizione avviene presso la tenuta Il Cicalino tra le colline toscane di Massa Marittima. Ma a questa tradizione, quest’anno più che mai, si affianca tanta innovazione.

Innovazione che passa non solo attraverso il nuovo sponsor, i nuovi atleti, ma anche e soprattutto attraverso il nuovo staff medico-atletico e dal loro nuovo metodo di lavoro. Vi raccontiamo dunque una giornata tipo dei Bardiani.

Sveglia e bilancia

Sveglia alle sette circa. Poi a scaglioni in gruppi 8-9 atleti si va al controllo nella grande sala comune al centro della tenuta che è un po’ il centro nevralgico dell’intero ritiro.

In questa sala al mattino, ancora a digiuno, gli atleti vengono prima pesati e poi passano al controllo impedenziometrico, vale a dire alla presenza dei liquidi nel corpo. 

«Questo – spiega il dottor Andrea Giorgi – è un esame rapidissimo ma importante. Dalla quantità dei liquidi, e volendo anche dalla loro “disposizione”, possiamo capire quanta ritenzione c’è stata dopo la cena della sera prima, il livello d’idratazione e di recupero. E quest’ultimo aspetto è molto importante soprattutto durante le corse a tappe. Ma anche in questa fase, che è quella costruttiva della preparazione».

I ragazzi passano poi nell’adiacente sala da pranzo, dove fanno la colazione. Intanto i medici, anche Borja Martinez Gonzalez e Maurizio Vicini, incamerano i loro dati e fanno i primi confronti. In caso di qualche caso eclatante “alzano la mano” e intervengono in vista dell’immediato allenamento.

Al grammo

Parlavamo della colazione. Sul tavolo ci sono: cereali, affettati, uova sode o strapazzate, yogurt, frutta secca o essiccata… ma soprattutto delle bilance vicino ai vassoi. 

Agli atleti è stata fornita una App con cui sanno quanto e cosa devo mangiare. In questo modo una volta posato il piatto sulla bilancia, pesano le quantità di cibo necessarie.

E le quantità variano. Per esempio dopo una distanza devono prendere un grammo di carboidrati per chilo. Quantità inferiore magari dopo il giorno di riposo. La App dà poi le differenze di peso tra il cibo cotto e asciutto. Il caso più emblematico è la pasta. Nel vassoio del buffet c’è la pasta cotta chiaramente e se i ragazzi sanno che ne devono mangiare 100 grammi (cruda) la App gli mostra la rispettiva quantità cotta.

Gli atleti sanno che devono stare attenti, specie in questo momento, ma i diesse seduti in un altro tavolo allungano gli occhi… soprattutto col dolcetto (solitamente una crostata) della sera.

Si parte…

L’orario dell’allenamento varia a seconda del lavoro. Ma non è mai prestissimo. Nel giorno della distanza (5 ore) per esempio era stato fissato alle 9:45.

I ragazzi vengono divisi in due gruppi: coloro che sono più avanti nella preparazione, e che presumibilmente inizieranno a gareggiare prima, e quelli che sono un po’ più indietro. Sono stati anche i test fatti prima del ritiro a decretare i due gruppi.

Altro vantaggio di dividerli è che c’è più omogeneità nella sessione stessa. I direttori dicono che in questo modo in cima alle salite, che magari devono essere fatte ad un determinato passo, ci si deve attendere di meno.

Quindi ci si prepara. Stavolta si è nel secondo punto nevralgico del ritiro: due casolari all’interno di questa immensa e splendida tenuta. Dalla sala centrale ci sono un paio di minuti in macchina, ma sempre su stradine private. Qui ci sono gli alloggi dei ragazzi, gli spazi per i meccanici e anche una palestra.

Si riempiono le tasche di integratori o rice cake che hanno preparato i massaggiatori. Si prendono le borracce. I ragazzi provvedono alla borsa del freddo che caricano sulla rispettiva ammiraglia: Gruppo 1 o Gruppo 2. Qualche controllo alla bici (questo è anche il periodo per affinare la posizione tanto più che ci sono materiali nuovi) e finalmente si parte.

Intanto qualche ragazzo va con lo staff medico a fare il test del lattato, da cui poi si otterranno le varie zone d’intensità per gli allenamenti: base, medio, soglia… Finito il test una terza ammiraglia li scorterà verso il rispettivo gruppo. Le tre ammiraglie condividono in tempo reale la posizione.

Pranzo e massaggi 

A pomeriggio ormai inoltrato si rientra. L’allenamento è filato via bene e delle 5 ore previste se ne sono fatte quasi 5 e mezzo. Oltre 160 i chilometri messi nel sacco.

Sono quasi le 16, quando dopo una rapida doccia i ragazzi raggiungono la sala pranzo. Gli altri dello staff, che non erano in ammiraglia (dottori e massaggiatori), avevano già mangiato ed erano pronti ad accoglierli.

Al buffet, i corridori trovano quanto i medici hanno suggerito ai cuochi. Ognuno prende le sue quantità.

Terminato il pranzo c’è il fuggi, fuggi verso l’altro casolare per riposo e massaggi. «Ma nei giorni in cui si fa meno – dice Alessandro Donati – si va in palestra». Intanto i coach raccolgono i dati sui loro software.

La sera

Prima di cena c’è un importante appuntamento con l’osteopata, Emanuele Cosentino. Tutti e 26 i ragazzi, prendono un tappetino e svolgono precisi esercizi di stretching indicati da Cosentino. 

Sono esercizi volti maggiormente alla distensione della colonna vertebrale e allo sblocco del diaframma.

Una mezz’oretta e poi verso le 19:30-20 tutti a cena. Nei piatti quantità e cibi prestabiliti, come a pranzo.

Finita? Non del tutto. Prima del rompere le righe è il momento del briefing. Ci si sposta nell’ormai noto stanzone e si illustra l’allenamento del giorno successivo. Si parla di cosa non ha funzionato in quello precedente. Ci si confronta. 

Quindi tutti a dormire. Non prima di aver indossato l’orologio del sonno. Altra novità introdotta dal nuovo staff medico. Altro elemento per migliorare le prestazioni e che viene poi analizzato da Borja.

Roberto Reverberi (classe 1964) manager e diesse della Bardiani
Roberto Reverberi (classe 1964) manager e diesse della Bardiani

Verso il futuro

Vedere questo metodo di lavoro accurato e moderno, lo ammettiamo, ci fa piacere. Dopo essere stati dalla Jumbo-Visma sapere che anche un team italiano possa lavorare bene è una bella conferma. Chiaro, i budget non sono neanche paragonabili, ma la qualità del lavoro può esserci lo stesso. Si nota dunque un bel cambio di marcia. E di mentalità.

«Dovevamo adeguarci – spiega Roberto Reverberi, manager e diesse – Vedendo come si sta evolvendo il ciclismo mondiale era un cambio di marcia necessario. C’è un gap esagerato con le squadre WorldTour più importanti, adesso cerchiamo di tenere duro con l’inserimento di persone così preparate».

«Tutto è più coordinato. L’intera squadra è un organismo. Alimentazione, recupero, allenamenti… tutto è organizzato al dettaglio. Abbiamo fatto una riunione prima del ritiro per vedere cosa serviva e lo abbiamo messo in atto. Vedo che i ragazzi hanno recepito bene questo cambiamento. Si sentono seguiti e fanno le cose con morale ed entusiasmo».

«Ne parlavo proprio con Gabburo. Mi ha detto: “Roby, abbiamo fatto un salto di qualità e i ragazzi sono contenti».

Martinelli, uno dei giovani più promettenti, con Mirko Rossato
Martinelli, uno dei giovani più promettenti, con Mirko Rossato

Sulla rosa

Dopo il saluto di Zana, Visconti, Modolo, Battaglin… c’è un gruppo nuovo.

«L’idea era di svecchiare l’ambiente. Visto che si parla della crisi del ciclismo italiano, abbiamo puntato ancora di più sui giovani. Abbiamo preso altri juniores prima che ci arrivassero gli altri, con l’idea di farli crescere. Faranno attività U23 di alto livello, con qualche puntata tra i pro’».

«Il corridore esperto deve essere propositivo. Deve spronare i giovani e non essere un deterrente. Se deve fare un allenamento non voglio più sentirgli dire ad un giovane: “Sei troppo convinto, vai più piano”. Solo perché lui vuole fare meno. Deve aiutare i giovani e… noi. A quel punto l’esperienza è un valore aggiunto per ottenere i risultati».

E a proposito di risultati: su chi si punta quest’anno in Green Project Bardiani?

«Noi – conclude Reverberi – facciamo molto affidamento sui più esperti: Fiorelli, Zoccarato. E anche Tonelli e Gabburo sono una garanzia. Ma anche da Covili: da lui mi aspetto un salto di qualità (sembra sia stato tra i migliori durante i test, ndr). Lo vedo più convinto. Vorrei fargli fare classifica al Giro per farlo maturare ancora e responsabilizzarlo».

«Abbiamo dei giovani davvero di grandi prospettive. Non voglio esagerare se dico che abbiamo quelli più interessanti del panorama italiano, escludendo quei 6-7 che sono passati nel WorldTour ma che non so quanto spazio avranno».

Forza sui rulli: perché sì, perché no. Sentiamo Malaguti

13.12.2022
5 min
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Non è la prima volta che si sente dire che la forza, per essere fatta bene sui pedali, vada fatta sui rulli. Utopia, ricerca della preparazione naif, verità… forse c’è un po’ di tutto. Come da nostra abitudine ne abbiamo parlato con un preparatore, Alessandro Malaguti, il quale segue i ragazzi della #inEmiliaRomagna.

L’allenamento indoor è certamente migliorato rispetto al passato. Questo è stato possibile grazie ai nuovi strumenti e anche all’innegabile accelerazione che ha portato il Covid sia in termini di strumenti appunto, ma anche di conoscenze.

Alessandro Malaguti oltre a seguire i corridori della #inEmiliaRomagna ha un suo studio, Relab a Forlì (foto Instagram)
Alessandro Malaguti oltre a seguire i corridori della #inEmiliaRomagna ha un suo studio, Relab a Forlì (foto Instagram)
Alessandro, forza e rulli. E’ un “sacrilegio” affiancare queste due cose?

Dipende che forza vogliamo fare. La forza massima si può fare a secco con della ghisa e quindi con della palestra. E questa dipende da chi si ha davanti (se un velocista o uno scalatore) e da cosa si vuol fare. Poi c’è la forza resistente, quella che si fa sui pedali. E questa volendo si può fare anche sui rulli.

E tu cosa ne pensi?

Preferisco quella fatta in bici su strada, perché l’atleta lavora con il suo gesto specifico reale. Poi posso “giocare” con le rpm a seconda del lavoro neuro-muscolare che voglio andare a fare. Le SFR classiche con battiti relativamente bassi restano, ma si lavora anche ad intensità maggiori con cadenze più alte e durate inferiori della ripetuta.

Quindi meglio strada…

Sì, però va detto che i rulli moderni sono come dei videogiochi bellissimi, grazie ai quali puoi simulare tutto. Senza contare che sei al sicuro dai pericoli che invece ci sarebbero su strada. Puoi concentrarti meglio sul tuo gesto. Ti puoi allenare indipendentemente dagli agenti atmosferici. E in questo periodo è molto importante che un atleta non si ammali. Sul fronte tecnico un indubbio vantaggio è che puoi replicare esattamente ciò che intendi fare. Puoi “costruire” la tua strada perfetta. 

Realtà virtuale e rulli sempre più precisi migliorano l’allenamento indoor. Per i pro’ la differenza di battiti e watt con la strada è molto bassa
Realtà virtuale e rulli sempre più precisi migliorano l’allenamento indoor. Per i pro’ la differenza di battiti e watt con la strada è molto bassa
Questi sono i pro dunque. E i contro?

Il primo limite riguarda i volumi di lavoro. Magari in inverno non sono ancora altissimi e ci potrebbe anche stare, ma sui rulli difficilmente riuscirò a fare più di un’ora e mezza. O almeno così dovrebbe essere per non incappare in squilibri elettrolitici. Si possono fare anche tre ore al giorno in due sessioni da un’ora e mezza, ma ci deve essere un’adeguata pausa che consenta il recupero. E questo già da solo va a falsare l’allenamento. Senza contare che tre ore sui rulli sono davvero tante e c’è il rischio che nei giorni successivi non si renda come si dovrebbe.

Prima hai parlato delle pedalate che non possono essere reali come su strada: cosa intendi?

Il lavoro neuromuscolare per stare in equilibrio, per assecondare la bici, fare le curve, superare gli avvallamenti (dai più grandi a quelli infinitesimali, ndr), il vento… Anche questo fa parte del lavoro. Restando sul discorso neuro-muscolare il software che utilizzo io, Coach Peaking, mi consente di estrapolare il file di un allenamento, di caricarlo sul computerino e di replicarlo sui rulli con tutte le varie resistenze. Ma a me non piace perché è un lavoro passivo. A livello neurologico c’è un coinvolgimento inferiore.

Però alcuni preparatori sostengono che proprio l’eliminazione di questa variabile possa essere un vantaggio. In pratica si reclutano tutte le fibre a lavorare sulla forza e non se ne lascia nessuna a fare “un altro lavoro”…

Vero, è una teoria che più volte ho sentito. Ma siamo sicuri che quelle fibre sui rulli verrebbero coinvolte per esprimere la forza? Sarebbe curioso fare dei test ed avere un paragone scientifico. Io per esempio seguo dei triatleti e loro spesso si allenano con la bici da crono sui rulli. Faranno anche bene i loro lavori, ma poi quando li vedi sulla bici da crono sono imbarazzanti. E’ vero che quelle bici sono difficili da guidare, però il lavorare sui rulli non li aiuta.

Nello sci di fondo per esempio ci sono degli enormi tapis roulant sui quali si va con gli skiroll, si potrebbero fare anche con la bici?

Si tratta di rulli “mega galattici” e ci si è anche provato, ma hanno costi stratosferici… e le abitazioni sono sempre più piccole (in effetti bisogna pensare anche al marketing e non solo a quei pochi pezzi da laboratorio, ndr). E poi non so quanto siano allenanti perché non sei tu che lo azioni. I podisti che corrono sul tapis roulant infatti fanno un lavoro cardiovascolare, e va bene, ma riguardo al gesto non spingono quanto su strada. La spinta sull’appoggio del piede non è tutta loro.

Saronni, com’erano le kermesse di una volta?

13.12.2022
4 min
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Dopo i criterium nell’Estremo Oriente organizzati dalla società che allestisce il Tour de France, la serie di circuiti con i campioni è proseguita anche in Europa, con la prova di Montecarlo vinta da Gilbert (ultima uscita di Rebellin prima della sua tragica scomparsa) e la sfida di Madrid andata a Pogacar (nella foto di apertura). Dei circuiti extracalendario si erano un po’ perse le tracce e non solo per colpa del Covid. La stagione è talmente ricca che non ci sarebbe materialmente la possibilità di organizzare e avere al via professionisti in gare al di fuori dei programmi istituzionali. Una volta non era così, anzi…

A Madrid il circuito nel centro città ha premiato Pogacar, ma è stato un caso unico
A Madrid il circuito nel centro città ha premiato Pogacar, ma è stato un caso unico

L’occasione di questa inattesa ripresa di una moda antica è utile anche per fare un salto indietro nella memoria, quando i circuiti, criterium, kermesse o come si voglia chiamarli erano una pietra miliare nel panorama ciclistico. Giuseppe Saronni li ha vissuti dal di dentro e guarda alla loro ripresa con un po’ di scetticismo: «Non c’è paragone perché i tempi sono completamente cambiati. Una volta i circuiti erano molto più semplici da allestire perché c’erano molti più spazi nel calendario e trovare date e disponibilità era possibile, oggi neanche a pensarlo, salvo appunto qualche occasione quando la stagione è finita».

Perché una volta se ne allestivano così tanti?

Erano una voce fondamentale nelle entrate dei ciclisti, non c’erano i contratti principeschi di oggi. Noi raccoglievamo soprattutto nelle 6 Giorni e in queste kermesse: chi era capitano, chi vinceva grandi prove aveva ingaggi più alti e sicuramente contratti un po’ più importanti, chi viveva il ciclismo da gregario portava a casa soprattutto con i premi e con queste partecipazioni.

Il Cycling Stars di Valdobbiadene, kermesse post Giro d’Italia ha raccolto tanto pubblico
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Gli organizzatori contattavano direttamente i corridori?

Sì, ma non solo. Una volta i direttori sportivi facevano anche un po’ da manager, soprattutto per tutti quei circuiti – ed erano davvero tanti – che si svolgevano dopo i grandi giri. Erano loro a fare un po’ le convocazioni per le varie prove. Poi anche noi campioni dell’epoca venivamo contattai direttamente e ci mettevamo d’accordo pensando anche a chi portare con noi. Per i compagni di squadra quelle presenze erano qualcosa di importantissimo alla fine dell’anno, quando si andava a fare il rendiconto delle entrate familiari…

Saronni e Moser hanno sempre corso numerosi criterium, favorendo anche l’ingaggio dei propri compagni
Saronni e Moser hanno sempre corso numerosi criterium, favorendo anche l’ingaggio dei propri compagni
Un sistema del genere vigeva nelle gare di atletica su strada e molti organizzatori, nell’atto di ingaggiare i corridori, stabilivano anche una sorta di “svolgimento” della corsa, decidendo di fatto in anticipo il suo epilogo per accontentare autorità e sponsor che mettevano i soldi e avere più spazio sui media. Avveniva la stessa cosa nel ciclismo?

Sì e no. Molto spesso questi circuiti erano corse vere e proprie, con la sola differenza rispetto alle gare normali che si svolgevano, come dice il nome, sulle stesse strade con il pubblico che li vedeva passare quindici-venti volte, tanto è vero che alcuni organizzatori facevano anche pagare un minimo biglietto d’ingresso al pubblico nei circuiti. Gareggiavano mai oltre la cinquantina di ciclisti e si trattava anche di gare di 100-140 km. Se il più delle volte vincevano i campioni erano perché erano al momento i più forti, ma poteva capitare anche che, soprattutto dopo il Giro d’Italia, gli organizzatori chiedessero un occhio di riguardo verso chi indossava la maglia rosa. Ma non avveniva spesso…

Voi come interpretavate queste gare?

Ripeto, erano corse vere dove anzi si correva davvero alla garibaldina perché non c’erano giochi di squadra. C’era chi cercava la rivincita, chi voleva confermarsi dopo le prove nelle grandi corse, insomma quando salivamo in sella per noi era gara a tutti gli effetti. Si badava solo a non farsi male. Spesso però non guardavamo tanto a noi, quanto ai nostri compagni: per noi era importante che loro partecipassero perché portavano a casa cifre per loro importanti. Bisogna tenere presente che a fine stagione avevamo partecipato a 30-50 circuiti nel complesso e i conti sono presto fatti…

Al Criterium di Saitama (JPN) Vingegaard ha corso in maglia gialla, come avveniva nei circuiti post Tour
Al Criterium di Saitama (JPN) Vingegaard ha corso in maglia gialla, come avveniva nei circuiti post Tour
Le prospettive oggi sono diverse: secondo te i criterium andrebbero ripensati?

Premesso che come si vede, trovare spazio non è semplice, quale interesse possono avere i campioni di oggi a gareggiare in quelle prove? Certamente gli ingaggi non influiscono sui loro conti correnti… Io penso che effettivamente andrebbero cercate finalità diverse: ad esempio quelli con funzioni di beneficenza si è visto che possono avere un loro spazio, i campioni partecipano più volentieri. Ma certamente quei tempi, con così tante gare non torneranno più.