Il complotto ci fu: Pantani aveva ragione

11.01.2023
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Stavamo mangiando la pizza con Vallanzasca nella fioreria di Antonella, la compagna che di lì a poco ne sarebbe diventata moglie. L’idea era venuta a Tonina, nell’estenuante ricerca di verità per suo figlio Marco Pantani, morto ammazzato nel residence di Rimini. Eravamo in giro per la presentazione del libro e il passaggio milanese fu l’occasione perfetta.

Il discorso approdò finalmente alla soffiata in carcere, affinché scommettesse che Pantani non avrebbe vinto il Giro del 1999. C’era il dubbio che fosse una boutade, inserita da Vallanzasca nel suo libro per fare cassetta. Tuttavia, quando ci puntò gli occhi gelidi negli occhi e aprì bocca, i dubbi se ne andarono.

«Se sapeste com’è la vita nelle carceri – disse Vallanzasca a bassa voce, con tono fermissimo – sapreste anche che là dentro a uno come me non si raccontano bugie. E se qualcuno mi disse di fare quella scommessa, che poi non feci, era certo che fosse una buona scommessa. Pantani il Giro non lo avrebbe finito».

Nel giro di pochi mesi, i titoli osannanti virarono verso il linciaggio senza la minima concessione del dubbio
Nel giro di pochi mesi, i titoli osannanti virarono verso il linciaggio senza la minima concessione del dubbio

“Violazioni diverse e gravi”

Fu una conferma. A Campiglio era successo qualcosa di poco chiaro, ma nessuno in quei giorni ritenne di ascoltare Pantani e di dargli fiducia dopo il tanto di bello che aveva donato loro. Nessuno. Zero. Decisero che fosse colpevole. Condannato a mezzo stampa sulla base di un controllo inaffidabile ed eseguito in modo improprio. Perché?

«Grazie all’attività istruttoria compiuta dalla Commissione antimafia ed in particolare dal Comitato coordinato dal Senatore Endrizzi, è stato accertato che numerose anomalie contrassegnarono la vicenda che portò all’esclusione dell’atleta Marco Pantani dal Giro d’Italia a Madonna di Campiglio, il 5 giugno 1999: diverse e gravi furono le violazioni alle regole stabilite affinché i controlli eseguiti sui corridori fossero genuini e il più possibile esenti dal rischio di alterazioni», lo afferma in una nota il Presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra nel presentare il nuovo lavoro appena pubblicato. 

Nicola Morra è il Presidente della Commissione antimafia (foto Fanpage)
Nicola Morra è il Presidente della Commissione antimafia (foto Fanpage)

Quel filo rosso

A forza di insistere, Tonina c’è arrivata. La sua voce è stata affiancata da quella dei media più potenti che hanno sempre creduto in Marco, con Davide De Zan in testa e Le Iene come sponda. La commissione Antimafia non ha fatto altro che mettere in fila tutti gli elementi che a più riprese avevamo già raccontato. E il quadro di colpo si è fatto chiaro anche agli occhi di chi aveva abboccato alle tesi opposte.

La relazione è composta da 48 pagine, prive di elementi di novità. Solo che vedere tutto insieme fa un certo effetto. Vi si parla di Campiglio e di Rimini e, come detto centomila volte, non si esclude più a priori che i due luoghi siano in qualche modo uniti. Quando con Tonina si girava per l’Italia raccontando la storia di Marco, non essendo uomo di spettacolo, ricorrevo sempre allo stesso incipit. Chi c’è capitato magari lo ricorda. «C’è una sottile linea rossa – dicevo – che unisce Rimini a Madonna di Campiglio…».

A Madonna di Campiglio l’ultima vittoria di Pantani nel Giro del 1999
A Madonna di Campiglio l’ultima vittoria di Pantani nel Giro del 1999

Gli orari corretti

La relazione, stampata su carta intestata del Senato, quella linea rossa la mostra. E anche se è tardi per ridarci Marco e sarà impossibile rendergli quel Giro – semplicemente perché lui quel Giro non l’ha concluso – è il modo per aprire gli occhi e rendersi conto che il suo annaspare per tornare a galla era dettato non già da un delirio, ma dall’impotenza del condannato a morte per un fatto che non ha commesso.

«Nell’effettuare i controlli sugli atleti a Madonna di Campiglio – si legge – non venne rispettato il Protocollo siglato dall’UCI con l’ospedale incaricato di eseguirli. In particolare, dal lavoro della Commissione, è emerso che nell’apporre l’etichetta sulla provetta che conteneva il campione ematico di Marco Pantani non vennero seguite le regole imposte per garantirne l’anonimato, essendo presenti altri soggetti, diversi dall’ispettore dell’UCI che avrebbe dovuto essere l’unico a conoscere il numero che contrassegnava la provetta. 

«Contrariamente a quanto affermato in sede giudiziaria, l’ipotesi della manomissione del campione ematico, oltre che fornire una valida spiegazione scientifica agli esiti degli esami ematologici, risulta compatibile con il dato temporale accertato dall’inchiesta della Commissione: collocando correttamente l’orario del prelievo a Marco Pantani alle ore 7,46, quindi più di un’ora prima rispetto a quanto sino ad oggi ritenuto, risulta possibile un intervento di manipolazione della provetta.

«Tale ipotesi – prosegue Morra – è inoltre ancor più plausibile alla luce delle informazioni fornite da Renato Vallanzasca – confermate dagli altri elementi acquisiti dall’organismo di inchiesta parlamentare – che rivelano i forti interessi della camorra sull’evento sportivo, oggetto di scommesse clandestine, e l’intervento della stessa per ribaltarne il risultato tramite l’esclusione di Marco Pantani, del quale era ormai pressoché certa la vittoria». 

Ai funerali di Marco a Cesenatico, la grande prova dell’amore dei suoi tifosi
Ai funerali di Marco a Cesenatico, la grande prova dell’amore dei suoi tifosi

Superficiali e frettolosi

Dissero che non ci sarebbe stato il tempo per manomettere la provetta, invece il tempo c’era, eccome. E allo stesso modo in cui non rispettarono i protocolli a Madonna di Campiglio, l’operato degli investigatori a Rimini risultò altrettanto superficiale e inspiegabilmente frettoloso. Lo scrivemmo. Lo dicemmo. Ma se ne fecero ugualmente un baffo.

«Diverse – dice la relazione – sono le scelte e i comportamenti posti in essere dagli inquirenti che appaiono discutibili. Innanzitutto, la frettolosa conclusione che la morte di Marco Pantani fosse accidentale o addirittura conseguenza di un suicidio, cui si pervenne anche sul presupposto che egli fosse rimasto isolato per diversi giorni fino a quello della sua morte, con la conseguente esclusione di responsabilità di terzi».

«Resta aperto l’interrogativo – si legge – che da anni la famiglia del corridore pone: è davvero certo che Marco Pantani sia morto per assunzione volontaria o accidentale di dosi letali di cocaina, connessa all’assunzione anche di psicofarmaci? 

«Gli elementi emersi dall’istruttoria svolta da questa Commissione parlamentare consentono di affermare che una diversa ricostruzione delle cause della morte dell’atleta non costituisca una “mera possibilità astratta che possa essere ipotizzata in letteratura e in articoli di cronaca giornalistica” e devono indurre chi indaga a scrutare ogni aspetto della vicenda senza tralasciare l’eventualità che non tutto sia stato doverosamente approfondito, ricercandone, eventualmente le ragioni».

A Marco, scrivemmo anni fa, negarono la fiducia anche nel momento della morte. Le intercettazioni telefoniche fra i pentiti di camorra aggiungono elementi a un quadro già chiaro. Ogni tentativo di deviare, insabbiare, raccontare il falso come fosse vero fu l’ennesima coltellata.

Marco riposa nella tomba di famiglia, meta di tifosi che in lui hanno sempre creduto
Marco riposa nella tomba di famiglia, meta di tifosi che in lui hanno sempre creduto

La dea bendata

Lo stesso schema, a Campiglio come a Rimini: la stessa vittima, un quadro probatorio confuso e reso ancor più illegibile dalla negligenza o dalla complicità di chi avrebbe dovuto fare chiarezza, il sostegno a senso unico di certa stampa e la condanna popolare dettata dalla disinformazione.

La storia di Marco Pantani dal 5 giugno 1999 al 14 febbraio del 2004 fu soprattutto questo, in un Paese popolato da ombre e fantasmi, che dopo 40 ann riapre il caso di Emanuela Orlandi. Anche nel suo caso domina la sensazione che ci sia in giro chi conosce la verità e finora è rimasto accucciato all’ombra di chi ha avuto convenienza nel proteggerlo.

Per chi ci ha sempre creduto, questa storia sarà per sempre causa di una rabbia che non passa. Ci consola il fatto che in un modo o nell’altro, tutto questo sarà servito per restituire a Marco la sua dignità e a Tonina un po’ di pace.

«La Procura di Rimini – conclude la relazione – ha riaperto le indagini; auspichiamo che anche per quanto riguarda i fatti di Madonna di Campiglio si voglia e si possa andare in fondo, qualunque sia lo scenario che verrà a dipanarsi e chiunque sia coinvolto. Perché la Giustizia sia, come nelle immagini che la rappresentano, una dea bendata capace di assolvere al suo compito, chiunque abbia di fronte». 

Ciclocross: tricolore veloce. Scopriamo il percorso

10.01.2023
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Ci siamo. Domenica prossima si disputa il campionato italiano di ciclocross, il momento più atteso in Italia per la disciplina “del fango”. Il tricolore si terrà nel Lazio e più precisamente nel Camping Roma Capitol nella pineta di Castel Fusano, tra Ostia e la Capitale.

Quella zona è decisamente pianeggiante e pertanto il tracciato si annuncia molto veloce. Per certi aspetti ricorda molto quello di Lecce del 2021. Anche per tipologia del fondo. Questo, complice l’estrema vicinanza con il mare, forse è leggermente più sabbioso e il terreno sembra drenare meglio.

Claudio Terenzi, del Team Bike Terenzi, organizzatore del prossimo tricolore di ciclocross
Claudio Terenzi, del Team Bike Terenzi, organizzatore del prossimo tricolore di ciclocross

Tricolore a Roma

Siamo andati a sbirciare i lavori di allestimento del tracciato e l’organizzatore, Claudio Terenzi, ci ha spiegato anche come si sia arrivati a riportare dopo parecchi anni l’italiano nel Lazio. A Roma soprattutto il cross è amatissimo.

«E’ stato un gioco di squadra – racconta Terenzi – abbiamo parlato con il responsabile della Federazione ciclistica italiana, abbiamo fatto richiesta insieme ad altre società dell’assegnazione del tricolore e dallo scorso maggio ci è stato affidata l’organizzazione di questa importante gara.

«Il ciclocross è una passione, ma ormai è anche un vera mole di lavoro! Anche se noi siamo molto impegnati anche sulla strada (organizzano il GP Liberazione, ndr). La cosa più importante è che con il ciclocross si ovvia a tanti problemi, a partire dalla messa su strada, e quindi alla sicurezza, dei bambini fino ad arrivare alle questioni tecniche e fisiche che contribuiscono al loro sviluppo».

Mentre si pulisce il fondo, si piantano i paletti e soprattutto si monta un ponte, guardandoci intorno ci si accorge meglio della location individuata. Siamo all’interno di uno dei campeggi più grandi della provincia romana. Un’area privata ben circoscritta.

«Ci era stata proposta questa area, l’ho valutata e l’ho scelta non tanto pensando al percorso, che comunque sarebbe stato veloce, quanto per i servizi. All’interno del camping ci sono i bagni, le docce, la segreteria, i parcheggi, la sorveglianza, un bar, un ristorante… Sono 30 ettari e siamo riusciti a concentrare tutto qui. Se avessimo scelto un altro campo gara avremmo dovuto portarci tutto».

Percorso veloce

Il percorso è veloce. Si tratta di un anello da 2.950 metri nella rinomata pineta di Castel Fusano. Proprio in queste ore si stanno ultimando alcune scelte tecniche, dettate da esigenze logistiche, come il verso del tracciato, ma di base i connotati non cambiano. Pianura, erba, quantità di fango relativa, merito soprattutto della sabbia, una collinetta e un ponte artificiale.

«Le peculiarità tecniche di questo percorso? Su carta è abbastanza veloce – va avanti Terenzi – però bisognerà vedere le condizioni del fondo dopo i vari passaggi dei giorni precedenti e delle gare del sabato (amatori e team relay, ndr), perché il terreno è anche abbastanza sabbioso. Molto dipenderà anche dalle condizioni meteo del weekend.

«Come potete vedere, stiamo costruendo un ponte di circa 20 gradini che dovrebbe essere lo “strappo” finale prima del traguardo. Seguito da una rampa in discesa di circa 20 metri». 

Dalla parte opposta, dopo un tratto in piena pineta, si accede ad un grande prato. In questa porzione c’è anche una piccola collinetta naturale, dove è stata ricavata una rampa di una dozzina di metri. Dopo questo segmento ancora pineta.

Le svolte non mancano e complice l’alta velocità potrebbero diventare anche “tecniche” e creare delle differenze. Si annuncia pertanto un percorso per “cavalli pesanti e motori potenti”, ma che sappiano sgattaiolare via dalle curve con agilità.

L’occhio del cittì

Ma il tricolore, si sa, dà anche un’indicazione importante in vista del mondiale. E come avviene su strada (ma forse anche di più) si cerca di riprodurre un tracciato che sia il più “simile” possibile a quello iridato.

«In effetti – dice Terenzi – il percorso è stato allestito anche per venire incontro alle esigenze del cittì Daniele Pontoni. Il tricolore precede il campionato del mondo e mi diceva lo stesso Pontoni che quello iridato è un tracciato abbastanza semplice. Lì ci sarà una gradinata di ben 37 gradini, noi arriviamo a 20, ma in qualche modo abbiamo cercato di allinearci alla prova iridata del 4 febbraio prossimo.

«Il cittì è venuto qui a visionare il percorso già a luglio e ci ha dato dei preziosi consigli su come sfruttare l’area al massimo, visto che lui è maestro».

La Cervélo R5-CX del “cannibale” Van Aert

10.01.2023
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Il cannibale del ciclocross e la sua Cervélo R5-CX. Sotto il profilo delle dotazioni tecniche, Van Aert ha cambiato buona parte dei componenti della bicicletta (rispetto alla stagione 2022). La fame di vittoria e quella capacità di essere sempre concentrato sono rimaste tale e quali. Ci focalizziamo qui su alcuni dettagli della bicicletta usata dal campione belga.

Caratteristica delle bici di WVA, tanto svettamento, ma lunghezza contenuta
Caratteristica delle bici di WVA, tanto svettamento, ma lunghezza contenuta

Kit telaio della Cervélo R5-CX

Ufficializzata durante lo scorso inverno, la piattaforma sulla quale si basa la bici da ciclocross di Wout Van Aert è la Cervélo R5-CX (il medesimo telaio è utilizzato anche da Marianne Vos).

Si tratta di un progetto che nasce in modo specifico per il ciclocross, ma richiama in maniera importante alcune soluzioni della R5 normalmente usata su strada. C’è il reggisella speficico (e il belga usa quello con off-set pari a zero) con profilo posteriore tronco, non c’è il manubrio integrato e completamente in fibra.

Cockpit e sella uguali

Continua la sponsorizzazione di Fizik (Va Aert usa una Antares R1), che anche per la stagione prossima sarà al fianco della corazzata Jumbo-Visma.

C’è la conferma anche del reparto guida con il cockpit firmato FSA-Vision. Van Aert utilizza un attacco FSA SL-K in alluminio (in battuta sul profilato dello sterzo) e la piega in carbonio Vision Metron Aero con un’angolazione aperta verso l’avantreno di 10 gradi. Questo manubrio è caratterizzato da un drop di soli 125 millimetri: valore che lo rende una sorta di compact, ma con una curvatura arrotondata che gli permette un’ampia sfruttabilità e facilità nel raggiungere le leve.

Monocorona e ruote Reserve

Per Van Aert è una sorta di ritorno al passato, quando in Crelan (all’epoca c’erano anche le bici Felt) ha utilizzato la trasmissione Sram con la corona singola anteriore. Oggi adotta la corona da 46 denti con il guidacatena, il power meter Quarq e i 12 rapporti posteriori (la trasmissione ha di base il gruppo Red eTap AXS).

La dentatura del pacco pignoni varia tra la scala 10-28 Red e la 10-30 della ruota libera Force. La differenza tra le due è nel penultimo pignone: 24 per il Red, 27 per il Force, ma entrambi richiedono la medesima lunghezza della catena. Ci sono i dischi del freno da 140 millimetri di diametro, davanti e dietro.

Per Van Aert le scarpe S-Phyre XC9 e il casco Lazer. Da quest’anno occhiali Oakley
Per Van Aert le scarpe S-Phyre XC9 e il casco Lazer. Da quest’anno occhiali Oakley

Altro cambio importante, sempre in merito alla dotazione del mezzo, si riferisce alle ruote. Non ci sono più le Shimano e ci sono le Reserve, marchio utilizzato anche nel catalogo Cervélo. Quelle usate da Van Aert sono le 36 da tubolare con cerchio in carbonio, ma i mozzi sono DT Swiss della famiglia 240 Spline. Gli pneumatici sono Dugast.

Richiamo al… passato

Nonostante il passaggio della Jumbo Visma da Shimano a Sram, i pedali usati da Van Aert nel cross sono gli Shimano XTR. Anche le calzature ed il casco si rifanno al portfolio Shimano, ovvero le S-Phyre XC9 ed il casco Lazer Vento KinetiCore con livrea RedBull.

La scuola è finita, Bagioli vuole una vittoria importante

10.01.2023
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Le prime tre stagioni di professionismo gli hanno cambiato lo sguardo e la voce. Andrea Bagioli ha ancora 23 anni e un’esperienza importante. Quindici vittorie in due anni da junior, undici in due anni da U23. Due volte la Vuelta e nel 2022 il debutto al Tour. Il mondiale negli ultimi tre anni: due con Cassani e uno con Bennati. Quattro vittorie da pro’, l’ultima al Catalogna lasciandosi dietro nomi importanti. Nel frattempo, una serie di incidenti di percorso che non gli hanno permesso di essere costante. E visto che alla fine dell’anno scade il contratto, la sensazione di volersi scrollare di dosso la iella e puntare più in alto è la nota costante nelle sue parole (in apertura, è con Tim Declercq).

Con questa volata nella tappa di Barcellona, Bagioli ha battuto Attila Valter e conquistato il successo
Con questa volata nella tappa di Barcellona, Bagioli ha battuto Attila Valter e conquistato il successo
Sarà più un fatto di alzare l’asticella oppure di non fermarsi di continuo per vari problemi?

Entrambe le cose. Dopo tre anni, è il momento di alzare un po’ l’asticella e dimostrare qualcosa di più. Qualcosa ho già fatto, però manca sempre qualcosa. L’ultima stagione è stata così e così, non sono mai stato costante per vari problemi di salute, fra covid e bronchite. Quindi speriamo di non avere alti e bassi e stare sempre a un livello medio/alto.

Ora che il problema Covid appare più gestibile, si riuscirà a correre più tranquilli?

Lo spero, vedo che anche in squadra c’è meno ansia. Si cerca ugualmente di stare attenti, però non è come l’anno scorso o due anni fa (Andrea è passato professionista nel 2020 del primo Covid, ndr). Anche mentalmente, almeno per me, questo fa tanto. Si è più rilassati, c’è meno paura.

Il programma 2023 l’hai scelto tu o l’hanno scelto per te?

Un po’ e un po’. Ho detto dove volevo partire e loro hanno cercato di venirmi incontro. Inizierò a Mallorca, poi vorrei fare Drome e Ardeche, per arrivare pronto in Italia per Strade Bianche e Tirreno-Adriatico. Drome e Ardeche saranno un bel test. Drome l’ho vinta, sono percorsi ondulati perfetti per me. Certo anche far bene a Mallorca non sarebbe male, però diciamo che l’appuntamento principale è quello di essere in forma da marzo fino ad aprile, fino alle classiche.

Le buone prove al Delfinato sono valse a Bagioli la chiamata per il Tour: qui con Roglic, vincitore finale
Le buone prove al Delfinato sono valse a Bagioli la chiamata per il Tour: qui con Roglic, vincitore finale
Un cambio di preparazione, insomma…

Ho parlato con il preparatore questo inverno e gli ho detto che volevo partire un po’ più piano. Gli altri anni andavo forte già a novembre/dicembre e arrivavo in forma magari a fine gennaio, inizio febbraio. Poi era normale che arrivassi in calo per marzo e aprile. Quindi quest’anno si è fatta una partenza parecchio più piano. Fino ai primi giorni dell’anno ho sempre lavorato, ma non eccessivamente. Poi dal ritiro di Calpe, si sta cominciando a fare qualche lavoro specifico, avendo curato nel frattempo soprattutto l’endurance.

Come si fa a trovare spazio in una squadra così piena di numeri uno?

Devi andare forte, perché quando in squadra hai Alaphilippe oppure Remco, non è facile trovare degli spazi. E’ normale che si parta con loro come capitani, quindi io devo trovare un varco, dimostrare che vado forte nel periodo stabilito e poi trovare il momento giusto, magari, per anticipare.

Il contratto in scadenza prevede anche che ci si guardi intorno oppure lo scopo è essere confermati?

Entrambe le cose. Ci si può guardare intorno oppure si può anche rimanere, si valuta tutto. Ma è ancora presto, solitamente si inizia a parlarne a primavera, verso aprile o maggio.

Dopo il podio di Montreal, dietro Pogacar e Van Aert, Bagioli era l’azzurro più atteso ai mondiali, ma non ha brillato
Dopo il podio di Montreal, dietro Pogacar e Van Aert, Bagioli era l’azzurro più atteso ai mondiali, ma non ha brillato
Quando hai visto l’Andrea più forte?

Penso di averlo visto quest’anno al Giro del Delfinato. Non ho vinto però ero veramente forte (proprio grazie alle sue buone prove, arrivò la chiamata per il Tour, ndr). Oppure anche in Canada, a Montreal, quando sono arrivato terzo.

L’obiettivo è vincere o rendersi utili?

Se serve, mi renderò utile, ma sinceramente voglio vincere. Per ora ho ancora quel carattere, voglio la vittoria. Poi se con gli anni vedrò che non è proprio il mio ambito, mi metterò a disposizione della squadra.

Forse si ragiona così proprio per l’abbondanza di campioni e il poco spazio?

E’ probabile che sia uno dei fattori di cui tenere conto per il futuro. Avere questi campioni intorno sicuramente incide. Se fossi un’altra squadra, magari sarebbe diverso.

Al termine della presentazione, Bagioli, Ballerini e gli altri hanno sfilato sotto la pioggia (foto Wout Beel)
Al termine della presentazione, Bagioli, Ballerini e gli altri hanno sfilato sotto la pioggia (foto Wout Beel)
Nel 2023, niente Giro e ancora Tour?

Forse il Tour, però è ancora presto per dirlo. Vedremo dopo le classiche, dopo la Liegi. Mi dispiace saltare il Giro, perché correre in Italia per me sarebbe il massimo e il Giro non l’ho mai fatto. Però d’altro canto capisco anche la squadra, che vuole puntare tutto su Remco.

Come lo vedi il campione del mondo?

Vi dirò, lo vedo più tranquillo e più rilassato. Sembrava più teso e un po’ più nervosetto il primo anno che ero qua. Adesso, nonostante abbia vinto tutto o quasi tutto, lo vedo tranquillo. In allenamento è sempre simpatico, ma anche fuori. Parla, scherza, ride… Mi trovo bene con lui.

Comfort, la parola d’ordine per la scelta della sella

10.01.2023
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Uno degli interventi tecnici più delicati che si verifica d’inverno è il cambio della sella. E chi va in bici, anche solo in modo amatoriale, sa bene quanto sia importante questo componente, figuriamoci se si è un professionista. 

Vuoi perché ci sono nuovi sponsor tecnici, vuoi perché ci sono nuovi modelli ma in qualche modo i corridori sono chiamati a scegliere la sella, anche solo per confermare la loro scelta. Ma su che basi avviene questa scelta? Comanda il comfort? La biomeccanica? Oppure i corridori guardano al peso? Vogliono una sella sulla quale si è “fissi” o una sella sulla quale si può fare un movimento antero-posteriore?

Per rispondere a tali domande abbiamo coinvolto tre atleti con tre diverse caratteristiche. Un passista, Salvatore Puccio. Un velocista, Filippo Fiorelli. Uno scalatore, Alessandro Verre.

Puccio e la sua Fizik

Partiamo dal corridore della Ineos-Grenadiers. Puccio è un passista longilineo, che da anni utilizza la stessa bici e lo stesso brand per la sella. Eppure anche lui qualche tempo fa ha cambiato la sua Fizik.

«Per tanti anni – dice Puccio – ho utilizzato la Fizik Airone (sella sulla quale ci si poteva muovere avanti-indietro per antonomasia, ndr), poi due stagioni fa ho cambiato posizione. A quel punto sentivo che non era più ideale. Ma non c’erano problemi con la sella di per sé. Non c’erano i classici “foruncoli” al soprassella o cose simili.

«In quel momento stavano arrivando le selle 3D e così a fine anno, nell’off-season, ho voluto testarne una. Mi sono fatto preparare dai meccanici un reggisella con una di queste selle ed ho iniziato a pedalarci. Mi sono trovato subito benissimo. E il comfort è la prima cosa che guardo, non il peso. Se sbagli sella poi rischi di portarti dietro dei problemi per tutto l’anno e per cosa? Per pochissimi grammi, che poi nel mio caso la Antares è anche molto leggera».

Puccio racconta di un comfort migliore, diverso, che consente di stare comodi anche variando la posizione e le intensità dello sforzo.

«Con questi nuovi materiali puoi stare più in punta, ed è un po’ più dura, o più indietro, ed è un po’ più morbida e pertanto la sella si adatta allo sforzo che stai facendo. Fare 4 ore e 3.000 metri di dislivello in allenamento con le mani sulle leve e un certo sforzo è sicuramente diverso che fare 150 chilometri a tutta in pianura al Tour con le mani basse.

«La cosa bella è che con questo materiale la sella non cede mai. E te ne rendi conto soprattutto quando passi dalla bici di allenamento a quella da corsa. A volte sembravano diverse, ma di fatto è quel millimetro della sella che non cede più».

Fiorelli e la sua Selle SMP

Filippo Fiorelli invece la sella l’ha cambiata proprio in questo inverno. Anche il corridore della Green Project-Bardiani non aveva nessun problema con la sua precedente sella, ma Selle SMP aveva presentato un nuovo modello e lui lo ha voluto provare.

«Noi – dice Fiorelli – che abbiamo Selle SMP possiamo scegliere fra tantissime selle, una qualsiasi di quelle che ci sono in gamma. Io ho sempre usato la F20C, ma questo inverno ho voluto provare la nuova VT 20C. Mi sembrava fosse più confortevole, così l’ho provata e in effetti l’ho trovata subito molto più comoda.

«L’ho montata quando ho ricominciato ad andare in bici a novembre, in questo modo almeno avrei avuto il tempo di abituarmi». 

Fiorelli anche parla di comfort. E anche lui chiama in causa la biomeccanica.

«La VT20C si adatta molto bene alle caratteristiche del mio bacino e delle mie ossa ischiatiche. Ho preferito questo modello senza guardare né peso, né altro: solo comodità».

La Selle Italia di Verre

E da un velocista passiamo ad uno scalatore, Alessandro Verre. Il corridore della Arkea-Samsic va nel segno della continuità… nonostante il cambio di bici (da Canyon a Bianchi), il lucano è rimasto fedele alla Selle Italia Flite.

«Di solito – spiega Verre – ci viene presentata una rosa di selle dai meccanici e dall’azienda. Ad esempio, nell’ultimo ritiro fatto a dicembre i ragazzi di Selle Italia sono venuti a proporci la nuova SLR 3D. Io però alla fine ho scelto la Flite in quanto più morbida e più comoda. Questa sella la utilizzavo già lo scorso anno e in qualche modo ci ero più abituato. Ho provato anche l’altra ma con questa mi sentivo più a mio agio. Credo che la SLR 3D si addica più a chi già utilizza la SLR normale, visto che hanno una forma simile».

E comfort è la parola d’ordine anche per Verre.

«Cerco di guardare il comfort, ma anche la mia struttura fisica. Credo che limare il peso su una sella non sia così importante come farlo per altri componenti delle bici. E poi basta pensare che una borraccia piena sono circa 500 grammi…

«Io sono stato fortunato a trovare immediatamente il giusto feeling con la sella. Quando sei a tutta non pensi alla posizione, ma a dare il massimo e con la Flite mi sono trovato bene in tutte le situazioni».

Lelangue e Tour de Pologne, cosa bolle in pentola?

10.01.2023
4 min
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Finita la sua epoca con il team Lotto Soudal, che ha guidato per quattro anni, John Lelangue è tornato agli inizi. Dal primo gennaio è arrivata l’ufficialità, anche se ormai si sapeva da tempo: il belga sarà il General Manager del Tour de Pologne. Un ritorno alle origini per John che ha già lavorato in passato all’organizzazione di moltissime corse, dal Tour de France fino ai mondiali. 

Il Tour de Pologne è una corsa UCI di alto livello, i volti giovani del ciclismo hanno tutti avuto modo di mettersi in mostra sulle strade polacche. L’ultimo è stato il giovane Hayter, il britannico ha sfilato sulle vie di Cracovia portandosi a casa l’edizione numero 79 della corsa. Nel 2021 era toccato ad Almeida e l’anno prima è stato Evenepoel a portarsi a casa la maglia gialla e rossa.

Lelangue con Czeslaw e Agata Lang, con cui collabora dal primo gennaio
Lelangue con Czeslaw e Agata Lang, con cui collabora dal primo gennaio

Il ritorno

Per John Lelangue questo ritorno sa di passione e di una nuova sfida. Farà parte del Lang Team e insieme alla sua compagna Agata Lang e a suo padre Czeslaw lavorerà per rendere ancora più importante ed affascinante il Tour de Pologne.

«Sto molto bene – esclama Lelangue – in questi giorni Agata ed io siamo pieni di impegni anche a casa. E’ un bel periodo, intenso ma entusiasmante. Ho lavorato moltissimi anni nell’organizzazione di corse, ho un forte background che mi fa piacere portare in questa nuova avventura. Il mio nuovo lavoro è quello di coordinare l’attività di tante altre persone, più complicato forse rispetto al lavoro in Lotto».

Edizione speciale

Quella che si terrà nel 2023 sarà un’edizione speciale per il Tour de Pologne e per il Lang Team. Si accavallano tanti anniversari ed il modo migliore per festeggiarli è ripartire con un grande evento.

«Sarà il 95° anniversario della corsa – conferma John – che giunge alla sua 80ª edizione. In più è il trentesimo compleanno del Lang Team, insomma i motivi per festeggiare e per organizzare una grande corsa sono molti. Non abbiamo perso di vista l’obiettivo nemmeno per un secondo, fin dalla fine dell’edizione del 2022, l’organizzazione si è messa a testa bassa a lavorare sulla prossima. Tornare a lavorare nelle corse è bello, quando Czeslaw mi ha proposto questo nuovo incarico mi ha reso molto felice».

Ancora qualche segreto

Rispetto all’edizione del 2022 dovrebbero cambiare alcune cose, soprattutto dal punto di vista del percorso. L’intenzione del Lang Team e di John Lelangue è di permettere agli appassionati di scoprire nuovi volti e nuove strade della Polonia

«Per il percorso è ancora presto – replica Lelangue – insieme ad Agata e Czeslaw faremo una conferenza stampa per annunciarlo in grande stile. Il mio lavoro ora è a 360 gradi, lo definirei un approccio globale. Devo occuparmi della sicurezza, dell’organizzazione, dei team, dello staff, degli sponsor e dell’UCI. Tornare a lavorare in questo settore mi ha reso felice, è come una seconda vita. Organizzare i team professionistici è stato bello, ma quando il Lang Team mi ha proposto questo incarico, non ci ho pensato due volte. Sono tornato a fare qualcosa che mi ha sempre appassionato».

Calpe, un occhio indiscreto nel lavoro di Retul

10.01.2023
9 min
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Le cose che si fanno a porte chiuse nel primo ritiro. A dicembre l’hotel della futura Soudal-Quick Step è rimasto chiuso ai giornalisti. Corridori nuovi, materiali nuovi. Troppe cose tutte insieme per rischiare che uscisse qualche foto non autorizzata. Negli stessi giorni, nei saloni al pianterreno del Suitopia Hotel di Calpe, gli uomini di Retul hanno messo mano a svariate solette su misura e controllato la posizione dei nuovi e degli altri che lo hanno chiesto. La squadra correrà anche nel 2023 con la Tarmac SL7 di Specialized. E dato che non si sa ancora quando sarà lanciata la SL8, non ci sono state grandi variazioni biomeccaniche.

Ciò che è successo in quelle stanze ce lo siamo fatto raccontare da Giampaolo Mondini, che è la porta di accesso dei corridori all’assistenza di massimo livello quanto a posizionamento in bici e solette su misura e nelle tre settimane prima di Natale ha girato per questo fra gli hotel delle squadre sponsorizzate.

Mondini è il responsabile Specialized dei rapporti con i team: qui alla presentazione della Soudal-Quick Step
Mondini è il responsabile Specialized dei rapporti con i team: qui alla presentazione della Soudal-Quick Step
Avete lavorato solo con i nuovi corridori o anche con gli altri?

«E’ un servizio che offriamo a tutte le nostre squadre. Con i nuovi si cerca di far capire i vantaggi della posizione migliore. Quando si va in una nuova squadra, cambiano la bici, la sella, il manubrio, i pedali. Cambia tutto, per cui la certezza che gli angoli siano stati rispettati è un vantaggio. Per questo di solito si comincia a ottobre».

Con la stagione ancora in corso?

Esatto. Serve per avere gli atleti ancora in forma e non fermi da tre settimane. Serve che siano presentabili. Sia per la posizione in sella, perché magari dopo tre settimane di stop non hanno la stessa elasticità. Sia per la possibilità di fare l’abbigliamento su misura, quando sono ancora tirati.

Con i vecchi corridori invece cosa si fa?

A volte sono loro che chiedono di essere inquadrati. Magari sono caduti, oppure hanno cambiato la sella, hanno male a un ginocchio o ancora vogliono la soletta personalizzata. A Calpe questa volta non c’è stato tantissimo da fare per la biomeccanica.

Masnada ha raccontato di aver dovuto rivedere la posizione per scongiurare l’infiammazione che lo ha fatto soffrire alla Vuelta.

Masnada ha una conformazione così stretta delle ossa del bacino, che qualsiasi sella avesse usato finora, gli causava delle lacerazioni. Alla Vuelta era così rovinato, che l’ha conclusa per aiutare Remco, però ha finito lì la stagione.

Come l’avete risolta?

La soluzione è stata provare una sella da crono, la Sitero. Abbiamo selle larghe da 130 millimetri fino a oltre i 160. E’ rarissimo che i corridori usino selle così strette, ma Fausto potrebbe aver risolto il problema. La Sitero ha anche il naso più corto e così è riuscito a tenere sotto controllo la situazione. Ma dovremo continuare a seguirlo, per vedere se va bene. A volte si cambiano le selle, quando le selle non c’entrano.

Una volta individuali gli angoli, si passa alle regolazioni per ottenere la posizione indicata (foto Specialized)
Una volta individuali gli angoli, si passa alle regolazioni per ottenere la posizione indicata (foto Specialized)
Cosa vuoi dire?

Tanti oramai si fanno fare il fondello su misura, anche Nibali lo faceva. Non è una cosa tanto banale, negli ultimi anni sono attenzioni sempre più frequenti. E si sta iniziando a notare che i problemi attribuiti alle selle derivano dal fondello, se non addirittura dalla crema che si usa per le parti intime.

Alle creme?

Avevamo un problema con una squadra. Solo quella. E alla fine abbiamo scoperto che usavano una crema che ungeva così tanto la sella, da danneggiarne la copertura. Per il fondello, così come per le scarpe andrebbe concessa libertà, anche se lo dico contro il mio interesse. Noi stessi, se il corridore non si trova con i nostri prodotti, lo lasciamo libero di cercare di meglio. Quello che non mi va giù è che, pur in assenza di sponsorizzazioni, ci siano squadre che vietano ai corridori di usare certe marche.

I sensori LED vengono collocati sulle sporgenze ossee, come ad esempio la caviglia (foto Specialized)
I sensori LED vengono collocati sulle sporgenze ossee, come ad esempio la caviglia (foto Specialized)
Come funziona il sistema Retul?

Si parte dalla posizione di base, dando per scontato che siano già messi bene sulla bici. I cambiamenti vanno valutati attentamente. Le fibre muscolari si adattano, ma lavorano in una precisa direzione. Nel cambiare, bisogna stare attenti perché ogni variazione può avere conseguenze. Al di là delle lunghezze, il valore importante è quello dell’angolo fra i vari segmenti del corpo. Per cui si parte dalla posizione base, poi l’algoritmo Retul mette in relazione la posizione del corridore con quelle di tutti gli altri testati finora, fornendo indicazioni sugli angoli migliori.

In che modo?

Viene creata una mappa in 3D del corridore che pedala, una volta si faceva il confronto fra le fotografie. I marcatori a LED vengono messi su 8 punti fissi, di solito sporgenze ossee, rilevando un minimo di 17 angoli fino a un massimo di 45, con cui ricavi l’esatta prospettiva della posizione. Se il sistema dice che la posizione è giusta, non facciamo niente. Se invece vediamo che qualche angolo è migliorabile, in accordo con il corridore e il fisioterapista della squadra, si decide se intervenire e in che modo.

Intervenire su cosa?

Il sistema ti dice che un angolo è migliorabile, sta all’esperienza del biomeccanico trovare il modo per correggerlo. Se abbassando la sella, allungando l’attacco manubrio o altro. Si fanno variazioni di pochi millimetri, si arriva a una posizione condivisa e poi si lasciano al corridore circa venti giorni per allenarsi ore e ore, sperimentando la nuova posizione. Se si fa la posizione a dicembre, si fa una verifica a gennaio e poi non si tocca più.

L’algoritmo indica gli angoli su cui intervenire: i biomeccanici osservano e intervengono (foto Specialized)
L’algoritmo indica gli angoli su cui intervenire: i biomeccanici osservano e intervengono (foto Specialized)
Quanto conta il biomeccanico?

Il nostro obiettivo è togliere di mezzo la soggettività del biomeccanico. Serve che sia esperto nell’usare lo strumento. A volte si può raggiungere la stessa posizione finale partendo da punti diversi, l’importante però è che il risultato sia identico. Non è possibile che due biomeccanici diversi portino a due posizioni diverse.

Da dove arrivano i biomeccanici Retul?

Quando Specialized ha rilevato il marchio, c’erano 5 “professor” che ancora oggi fanno scuola e insegnano il metodo Retul. Quelli che seguono le squadre sono gli stessi che sviluppano l’algoritmo e si servono dei feedback dei corridori per migliorarlo. In generale, tutti quelli che usano il sistema Retul nei negozi e nei centri di biomeccanica, vengono formati perché siano in grado. Il responsabile per l’Italia si chiama Silvio Coatto.

Capita che il corridore voglia cambiare senza una reale esigenza?

E’ una cosa che capita. Il nostro obiettivo a livello mentale è isolare dalla nostra valutazione le sensazioni del corridore. A volte durante la preparazione capita che qualcosa non vada come crede e la prima cosa che fa, se non trova una spiegazione, è mettere mano alla bicicletta. Senza rendersi conto che spesso questo genera problemi più seri.

A crono stessa storia?

A crono è diverso. Si danno alla squadra tutti i dati della posizione più affidabile e da lì si comincia a lavorare. In galleria del vento si parte dalla posizione base e poi si porta verso l’estremo, per trovare la più aerodinamica e insieme la più efficiente. A quel punto si prende la bici Retul che si chiama Muve, su cui si può cambiare la posizione senza che il corridore debba scendere.

Il lavoro sulla bici da crono è reso necessario dalle nuove regole UCI sull’inclinazione delle protesi (foto Specialized)
Il lavoro sulla bici da crono è reso necessario dalle nuove regole UCI sull’inclinazione delle protesi (foto Specialized)
Che cosa si fa?

Lo si fa pedalare alla soglia, con una maschera facciale, in modo da fare un test metabolico per il VO2Max. A questo modo si raggiunge un punto limite e a quel punto si può andare a fare i test in pista, cercando la posizione più applicabile alla realtà. Adesso che hanno cambiato le regole e le inclinazioni delle appendici, c’è tanto lavoro da fare.

Che tipo di lavoro avete fatto su Evenepoel?

Remco ha voluto controllare la posizione. E visto che già sulla bici da crono aveva messo le pedivelle da 165, voleva vedere se adottarle anche su strada, ma alla fine ha scelto di restare con le 170, come pure Alaphilippe. Ormai le pedivelle lunghe sono sempre meno diffuse.

La realizzazione d solette su misura è una delle richieste più frequenti (foto Specialized)
La realizzazione d solette su misura è una delle richieste più frequenti (foto Specialized)
Si lavora anche sulle asimmetrie dei corridori?

I difetti macroscopici si vedono a occhio nudo. In ogni caso la pedana Retul ruota e permette di valutare il corridore su entrambi i lati.

Il resto rientra fra le cose che si sanno, ma non si dicono. Si parla dei corridori sponsorizzati da altri che chiedono di avere le solette su misura e allora è meglio non fare nomi. Ci sono quelli infatti che hanno il veto espresso di servirsi di materiali Specialized e quelli che, per aggirarlo, producono addirittura un certificato medico. C’è sempre stata una sorta di complicità fra addetti ai lavori, con il benessere degli atleti sopra di tutto. Va bene lo sponsor e va bene il contratto, ma quando sei per cinque ore al giorno sulla bicicletta, bisogna che tu sia soprattutto comodo.

Il nuovo Alaphilippe dovrà fare i conti con Remco

09.01.2023
5 min
Salva

L’avvento di Evenepoel ha cambiato gli assetti della Soudal-Quick Step e ancora li cambierà. E anche se nessuno lo dice, nel nome del Wolfpack e del patto di fratellanza fra corridori, uno dei primi a farne le spese è in apparenza Julian Alaphilippe (foto Specialized in apertura). Questo un po’ gli metterà pepe sulla coda, ma dall’altra è un segnale molto chiaro. Per la testa continua a risuonare una frase detta da Pozzato durante il sopralluogo del mondiale gravel.

«Lefevere fa così – disse – va bene finché sei giovane, poi sotto con un altro. Il prossimo è Alaphilippe…».

La Vuelta è stata l’ultima corsa… alla pari. La vittoria di Remco e il mondiale successivo hanno scavato il solco
La Vuelta è stata l’ultima corsa… alla pari. La vittoria di Remco e il mondiale successivo hanno scavato il solco

Una riga sotto

Del francese vi avevamo raccontato nella serata della presentazione della squadra a De Panne. Isolato e con la mascherina, Julian aveva detto poche parole sul palco e poi era sparito. Troppo alto il rischio di un contagio, se si fosse trattato di Covid. In realtà però si trattava di un semplice raffreddore, come confermato da un tampone negativo che gli ha permesso di raggiungere la squadra a Calpe per il secondo ritiro e di dare continuità al suo inverno. Le parole che ha affidato ai colleghi de L’Equipe sono il filo conduttore del discorso.

«Sono super contento del mio inverno – ha detto – è andato tutto come volevo. Sportivamente, l’anno che viene non potrà essere peggiore di quello che ho avuto nel 2022. Ho tirato una linea sotto, adesso ho la motivazione, la grinta, la rabbia… Chiamatela come vi pare. Sono come prima, non penso più a quello che è successo».

Per Alaphilippe, che ha 30 anni, inizia la decima stagione alla corte di Lefevere (foto Wout Beel)
Per Alaphilippe, che ha 30 anni, inizia la decima stagione alla corte di Lefevere (foto Wout Beel)

La scelta di Lefevere

In realtà sarebbe andato bene anche il 2022, senza quella caduta tremenda alla Liegi in cui era partito capitano. Sta di fatto che mentre lui risaliva a fatica la china, Evenepoel scalava le classifiche e di colpo il cambio di tono di Patrick Lefevere ha fatto capire che la scelta fosse nell’aria.

«Ha avuto un po’ di sfortuna, è vero – ha detto il manager belga – ma non ci si può nascondere troppo a lungo. Ho avuto un colloquio franco e sincero con lui quest’inverno. Gli ho fatto capire che se fosse stanco di questo ambiente, avrebbe potuto lasciarci. Ma Julian ha risposto di voler assolutamente restare in squadra». 

Assieme a Cavagna sulle strade di Calpe, Alaphilippe ha ritrovato lo smalto (foto Specialized)
Assieme a Cavagna sulle strade di Calpe, Alaphilippe ha ritrovato lo smalto (foto Specialized)

Il corridore di prima

Il suo contratto scade alla fine del 2024, ma di certo tutte le… protezioni di cui godeva con la maglia iridata indosso sono cadute. Il nuovo sponsor belga stravede per Remco, quindi anche Alaphilippe dovrà rimboccarsi le maniche: una prospettiva che però non lo spaventa.

«Sono in uno stato d’animo completamente diverso rispetto allo scorso anno – ha detto – quando non avevo altra scelta che accettare il mio destino e ogni volta dovermi rialzare. Mi sono preso del tempo per me e mi ha fatto un mondo di bene. Non mi sento un nuovo corridore: mi sento il corridore che ero prima».

Fiandre poi Tour

Fin qui tutto bene, ma la sorpresa per tutti è stato il cambio di programma, che si può leggere in due modi diversi. Può essere stata una sua scelta oppure è il modo della squadra di liberare la strada per Evenepoel. Il francese delle tre volte alla Freccia Vallone e delle Liegi da protagonista, potrebbe infatti saltare le Ardenne, a favore di un filotto fiammingo che andrà da Harelbeke alla Dwars door Vlaanderen, fino al Fiandre.

«Quelle fiamminghe – ha detto – sono gare che mi entusiasmano, perché non sai mai cosa succederà. Mi piacciono, è strano ma forse mi si addicono quasi più delle Ardenne. Poi potrei pensare di arrivare alla Liegi, ma voglio fare una buona preparazione per il Tour de France, con tante ricognizioni e un ritiro in altura. Il Tour mi è mancato. E con le prime tappe nei Paesi Baschi, la prossima estate, bisognerà essere forti dall’inizio».

Giro delle Regioni, buon inizio tornando alle Capannelle

09.01.2023
4 min
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Il Giro delle Regioni non è più un’idea su carta, ma qualcosa di concreto. Fausto Scotti non è tipo da restare con le mani in mano e dopo la conclusione del Giro d’Italia ha subito messo in moto la sua nuova creatura che dovrà abbracciare e promuovere tutte le discipline ciclistiche e non solo quelle. Si è cominciato con la “sua” specialità, il ciclocross attraverso due gare, la prima a Noci in Puglia e la seconda all’ippodromo delle Capannelle, riaperto alle bici dopo qualche anno che non ha cancellato la memoria delle battaglie per la Coppa del Mondo nel 2013 e 2014.

Tutti i vincitori del Giro delle Regioni. Ora la parola passa alla strada (foto Bit & Led)
Tutti i vincitori del Giro delle Regioni. Ora la parola passa alla strada (foto Bit & Led)

Spalti vuoti, percorso pieno

Come spesso succede, quando un evento si stoppa per qualche anno, ci vuole tempo per riabituare la piazza allo sport in questione. Le tribune di Capannelle torneranno a riempirsi, i prati lo hanno già fatto, con tantissimi in gara nelle varie categorie e riscontri interessanti soprattutto se proiettati verso i campionati italiani del prossimo fine settimana.

Spesso si dice che un’opinione o un giudizio possono cambiare in base alla prospettiva con cui si guarda. Su questo concetto si sofferma Alessia Bulleri, vincitrice in maniera perentoria della gara femminile: «E’ vero che le tribune erano semivuote, ma a ben guardare il percorso era pieno di gente, con molti ai bordi del tracciato e non erano solo addetti ai lavori, lo posso assicurare…».

Alessia Bulleri in azione. La classifica del Giro è andata alla seconda, Sara Tarallo (foto Bit & Led)
Alessia Bulleri in azione. La classifica del Giro è andata alla seconda, Sara Tarallo (foto Bit & Led)

L’esperienza all’estero

Alle Capannelle l’elbana, reduce da alcune gare in Slovacchia dopo la rovinosa caduta in Val di Sole che le era costata la frattura di un dito, ha fatto presto il vuoto: «Sono partita subito forte per fare la differenza riuscendoci a dispetto del vento. La gara era piuttosto particolare: non c’erano difficoltà, ma tanti rettilinei ed era quindi quasi impossibile riuscire a fare selezione. Il fatto di aver vinto in solitudine mentre la maggior parte delle altre categorie sono finite allo sprint è un bel risultato in vista della campagna tricolore, dove puntiamo forte soprattutto al team relay».

Il suo team, il Cycling Café, è forse una delle novità principali della stagione nazionale, anche perché il team romano ha seguito un po’ i dettami forniti tempo addietro dal cittì Pontoni, ossia dare ai propri ragazzi la possibilità di fare esperienza all’estero. Gli effetti si sono visti, non è un caso se la squadra abbia fatto all in nella categoria principale con Cristian Cominelli vincitore della prova romana e Raul Baldestein terzo al traguardo ma primo nella classifica generale del Regioni.

Volata vincente per Cominelli, una vittoria che ci voleva in vista dei tricolori (foto Bit & Led)
Volata vincente per Cominelli, una vittoria che ci voleva in vista dei tricolori (foto Bit & Led)

Il vento unica difficoltà

La vittoria del lombardo è arrivata, questa sì, dopo una gara lottata fino all’ultimo metro e nella quale c’è stata anche qualche scaramuccia con Antonio Folcarelli: «Non potevo fare altrimenti, quello delle Capannelle era un percorso veloce e molto largo dove si doveva anche stare a ruota per via del vento. Io ho provato, ma mi hanno spesso chiuso la porta, specialmente Folcarelli. A Capannelle ho però gareggiato tante volte, sapevo che bisognava evitare l’arrivo di gruppo, alla fine siamo rimasti io e lui a giocarci la vittoria e ho anticipato l’ultima curva. Una bella gioia, ma a essere sincero me ne ha regalate di più mio figlio Bryan in gara nella promozionale, il suo entusiasmo era contagioso».

A far festa è stato il suo compagno di colori Baldestein, uno dei nuovi nomi del panorama nazionale: «Dire che ho vinto in casa è poco: al sabato per provare il percorso sono salito in bici a casa e dopo 10 minuti ero già all’interno dell’ippodromo… La gara è stata molto tirata, quasi simile a una prova su strada. Porto a casa una maglia prestigiosa che è il segno tangibile dei progressi effettuati quest’anno».

Il piatto percorso romano non favoriva la selezione (foto Bit & Led)
Il piatto percorso romano non favoriva la selezione (foto Bit & Led)

Un vero nipote d’arte

Intanto un altro nome che si è affacciato nei quartieri alti è Jacopo Pavanello, nipote di Cristian, il diesse della Borgo Molino, ennesima dimostrazione di come ormai la pratica della multidisciplina si sia diffusa come un virus anche nelle categorie giovanili e soprattutto nei team di riferimento dell’attività su strada. Si diceva che solo grazie a un cambiamento di cultura ciclistica si sarebbe tenuto il passo con le maggiori scuole estere, su questo tema Cassani ha combattuto battaglie per tutta la sua permanenza alla guida tecnica azzurra. Ormai si può dire che quel cambiamento sia in essere e questo è in generale un bel segnale d’inizio 2023…