EDITORIALE / I tifosi li abbiamo, ricostruiamo la cultura

09.01.2023
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«Quando mi dicono che in Olanda ci sono più biciclette che in Belgio, rispondo che è vero. In Olanda hanno la cultura della bicicletta, da noi invece c’è la cultura del ciclismo».

Le parole sentite il 6 gennaio in Belgio continuano a risuonare, come pure i boati di pubblico nei cross del weekend. Chi ha commentato le immagini e gli articoli sui vari social ha scritto che certe scene si possono vedere soltanto lassù. Non è vero, accade anche da noi: magari non nel cross, ma certo su strada. La foto di apertura viene dal Giro del 2018 a Catania, l’ha scattata Dario Belingheri e ha pure vinto un premio. La gente ce l’abbiamo, stiamo perdendo la cultura del ciclismo. Perché?

A Zonhoven ieri un quantitativo impressionante di pubblico, dai bambini ai nonni (foto Cyclocross Online)
A Zonhoven ieri un quantitativo impressionante di pubblico, dai bambini ai nonni (foto Cyclocross Online)

La cultura del ciclismo

Cultura è una parola importante. Magari quel tale l’ha utilizzata a vanvera oppure con la consapevolezza di ciò che stava dicendo.

«Cultura – dice la Treccani – è l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo».

Se associamo la definizione al ciclismo e consideriamo che in Belgio è materia di studio nelle scuole, presenza fissa nei media, stile di vita quotidiana e abitudine consolidata in tante case, si capisce che forse l’uso del termine non sia venuto a sproposito. Stando così le cose, si capisce anche il motivo per cui delle grandi aziende trovino interesse nell’investire in questo sport

«Siamo due grandi compagnie del Belgio – ha detto Cindy Van Moorleghem Brand & Marketing Director di Quick-Step, parlando dell’azienda per cui lavora e di Soudal – entrambe attive sul mercato internazionale. Abbiamo dei valori in comune, che si chiamano passione, sogno e orgoglio».

Bambini e futuro

La stessa cosa succede in Francia. Il grande lavoro svolto da Aso nel diffondere il Tour e la sua immagine, unito all’appoggio della politica e al favore dei media fa sì che la storia del ciclismo e il suo presente passino attraverso le generazioni. Ne consegue che anche in Francia dei veri colossi si sono avvicinati alle squadre, modellando campagne di marketing su uno sport che viene ritenuto un grande veicolo promozionale.

Il racconto fatto da Consonni sulla folla di pubblico nelle varie prove della Coupe de France conferma che non è solo il Tour, ma il ciclismo stesso ad essere trainante, sia pure in un Paese in cui calcio e rugby la fanno da padroni.

Spesso per capire quanto il ciclismo sia radicato nella società, basta guardarsi intorno. La presenza dei bambini alle corse è la discriminante più attendibile: se ci sono loro, vuol dire che si tratta di un affare di famiglia. E allora, come ha detto Lefevere alla presentazione della sua squadra, è lecito pensare che i bambini di oggi saranno i tifosi di domani.

In Belgio la cultura del ciclismo traspare dalle generazioni dei tifosi: dai piccoli agli anziani
In Belgio la cultura del ciclismo traspare dalle generazioni dei tifosi: dai piccoli agli anziani

L’eccezione italiana

Che cosa impedisce che la stessa cosa accada anche in Italia? Siamo tifosi, appassionati e praticanti. Abbiamo un seguito fantastico, un territorio disegnato per gli sport outdoor, ma la cultura del ciclismo si va spegnendo perché manca la rete che ne favorisca il passaggio. Resta legata ai ricordi dei più attempati, ma raggiunge a fatica i più giovani. Se ci fosse stata ancora la sensibilità degli anni Ottanta, un campione come Nibali sarebbe diventato trascinatore anche malgrado il suo carattere schivo. Invece lo abbiamo lasciato passare senza renderci conto che sia stato più popolare in Francia che in Italia.

Per forza! Chi organizza le corse si limita, nella maggioranza dei casi, a raccogliere assegni, tassare gli sponsor altrui, montare palchi e sparire poche ore dopo. Gli esponenti della politica nazionale si tengono alla larga, casomai dovesse nuocere alla loro immagine farsi vedere al via di una corsa. I media, quelli importanti che dettano la linea, si sono inginocchiati davanti al calcio, ritenendolo l’unico tema che richiami il pubblico. Di conseguenza gli sponsor stanno alla larga. Quelli capaci di coniugare passione, sogno e orgoglio sono usciti anni fa e non tornano indietro. Ci sono stati anche gli anni in cui la sponsorizzazione era il modo migliore per giocare con le fatture, ma questa è un’altra storia, tipica tuttavia del nostro malcostume. E certo non aveva a che vedere con passioni, sogni e orgoglio.

L’invasione francese

Il perché tutto questo accada resta la chiave decisiva. Il Covid ha favorito il rinascere (forse) della cultura della bicicletta, ma anche questa deve confrontarsi ogni giorno con la non-cultura di chi utilizza le strade senza rispetto per gli utenti più deboli. E non saranno le distanze imposte o le targhe alle bici a rendere migliore la situazione. Forse davvero l’unica soluzione è che ci invadano. Che arrivi dalla Francia lo squalo del Tour e metta un piedino, magari cominciando dal Giro Donne, e poi si espanda. Lo faranno prevalentemente per denaro, ma sanno anche che il gioco è tanto più redditizio se poggia sulla cultura popolare. Sempre a quella si torna e qui il ciclismo ha fatto la storia. Dobbiamo rimboccarci le maniche affinché tutti lo sappiano.

Guarischi è pronta. Già assorbito lo spirito SD Worx

09.01.2023
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Se le motivazioni sono il sale della vita di uno sportivo, allora Barbara Guarischi ne ha usato più di un pizzico per condire ciò che voleva del proprio futuro. La sua carriera è stata tutt’altro che insipida, specialmente nell’ultima stagione con l’oro al Mediterraneo, il tricolore gravel e podi in pista, sinonimi di versatilità. Forse però le mancava ancora qualcosa per insaporirla ulteriormente. La nuova avventura alla SD Worx, iniziata ufficialmente da qualche settimana, appare come la ricetta giusta.

Conosciamo Guarischi da tanti anni e si capisce subito dal tono di voce un mix di serenità e determinazione maggiore rispetto al passato. Il passaggio alla corazzata olandese ha radici profonde più di quanto si possa immaginare, nato da una sorta di sfida con se stessa che doveva risolvere. Durante il ritiro a Denia, in Spagna, ci siamo fatti raccontare i suoi primi giorni con la SD Worx. Sensazioni, programmi, ruolo, Wiebes, compagne…

Barbara, com’è stato questo ultimo periodo?

Un po’ frenetico, ma stimolante. Ho sempre pensato che in inverno si gettino le basi per il resto della stagione. Pedalare al caldo serve tantissimo. Fino al 16 gennaio con la squadra staremo qui in ritiro. Poi tappa in Belgio per le visite mediche quindi ritornerò in Spagna il 22 gennaio e fino al 31 starò in ritiro con la nazionale strada. Perché il debutto a quel punto sarà dietro l’angolo.

Hai già una bozza del tuo calendario?

Sì. Niente europei pista e in dubbio la Nations Cup per sovrapposizioni di date, anche se potrei fare la prova a Il Cairo a marzo. Comunque ne parlerò con la squadra e Villa (il cittì della pista, ndr). Esordirò al UAE Tour (dal 9 al 12 febbraio, ndr). Poi campagna del Nord fino alla Roubaix. Farò un periodo di riposo assoluto e riprenderò con tre settimane di altura in Austria o a Livigno con alcune mie compagne. Dovrei disputare il Giro Donne. Quindi nuovamente altura e, speriamo, il mondiale. Il mio preparatore me lo ha inserito nella tabella indicativa però è ovvio che bisognerà vedere come starò, se sarò convocata e se il percorso sarà davvero adatto a ruote veloci o a caratteristiche simili alle mie.

Tu sei stata in tante formazioni forti. Come stai vivendo il trasferimento alla SD Worx rispetto a quelli del passato?

Credo che ogni cambio di squadra abbia il suo “perché” extra motivazionale. Qui la pressione è alta, ma me la sto dando da sola, non arriva dalla squadra. Essere nel team più forte al mondo è un grande stimolo. Negli ultimi anni mi sento molto maturata grazie alla vita e alla bici. Insomma, è uguale agli altri anni ma c’è qualcosa in più dietro…

Cosa intendi?

Nella primavera del 2022 non mi sentivo più bene. Non mi è mai piaciuto lamentarmi o accontentarmi. Sentivo che dovevo cambiare qualcosa e fare una scelta personale. Forse azzardata, ma che dovevo fare. Mi sono così assunta le mie responsabilità, mi sono rimessa in gioco e ho chiesto alla Movistar di essere liberata a fine stagione con ancora un anno di contratto, garantendo comunque la massima professionalità come ho sempre fatto. Non avevo nulla in mano, nessuno mi cercava perché nessuno sapeva. Ringrazio ancora tanto Sebastian ed Eusebio Unzue (i due general manager della Movistar, ndr) che hanno compreso la mia decisione.

Cosa è successo poi?

Durante un ritiro a metà stagione a Livigno mi stavo allenando con Elena e Chantal (rispettivamente Cecchini e Blaak, ndr) e ho confidato a loro che mi ero svincolata. Erano molto sorprese, mi hanno suggerito di fare una chiamata a Danny Stam (il diesse della SD Worx, ndr). Non ero per niente convinta ma l’ho fatto dopo qualche giorno. E abbiamo iniziato a trattare il passaggio. E loro due hanno aiutato il mio inserimento in squadra.

Se con Cecchini c’è un bel rapporto da tempo, invece a Blaak hai confidato anche che nel 2017 avevi pronosticato in anticipo la sua vittoria al mondiale?

Sì e si è messa a ridere (ci risponde divertita, ndr). Chantal mi è sempre piaciuta come atleta. Entrambe sappiamo leggere bene la corsa. Abbiamo affinità, benché lei sia più forte di me. E’ dotata di grande intelligenza, anche per come ha gestito la sua gravidanza uscendo in bici con noi. Adesso sta facendo da tramite tra noi e i dirigenti. Ad esempio, se dobbiamo lamentarci di qualcosa lo diciamo a lei che poi trova il modo giusto di dirlo ai nostri diesse (sorride, ndr).

E con Wiebes come sta andando?

Ci stiamo conoscendo. Siamo sempre state in camera assieme. Lorena è sempre disponibile e sorridente. Stiamo lavorando bene ed è molto semplice farlo con lei, anche nelle prove di volate in allenamento. Il UAE Tour sarà il primo momento in cui le faremo sotto pressione. Dobbiamo solo correre. C’è già buona armonia, anche se sappiamo che potremmo affrontare giorni più difficili ma non siamo spaventati.

San Francisco. Per Guarischi il training camp di novembre organizzato da Specialized è stato fondamentale (foto instagram)
San Francisco. Per Guarischi il training camp di novembre organizzato da Specialized è stato fondamentale (foto instagram)
E col resto della squadra invece?

Alla grande, meglio delle aspettative che avevo. E’ un ambiente molto professionale, ma anche molto sereno. Il training camp di novembre organizzato da Specialized a San Francisco è stato fondamentale per rafforzare l’unione del gruppo, così come mi hanno confermato le compagne che sono qui da più tempo. Laggiù ci siamo potute conoscere l’una con l’altra per quello che siamo veramente. Nelle uscite in bici sono rimasta impressionata dal potenziale della squadra. E pensate, finora ho tirato pochissimo perché tutte le ragazze non hanno paura di stare davanti.

Barbara Guarischi in questi primi giorni del 2023 ha già fissato gli obiettivi con la sua SD Worx?

Certo. Voglio essere utile alla causa della squadra. Visto che loro hanno creduto in me, voglio dimostrare di essere all’altezza. Vorrei dare il mio contributo a formare il treno per Lorena con più vagoni giusti per lei. Sappiamo che se faremo le cose come si devono, non avremo problemi a raccogliere risultati.

Gaviria alla Movistar, il velocista che mancava

09.01.2023
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Fernando Gaviria riparte dal Team Movistar, per un 2023 che all’alba dei suoi 28 anni vuole essere un riscatto. Maximilian Sciandri, diesse della squadra spagnola, ci spiega i motivi del suo arrivo alla Movistar. Il colombiano è il primo velocista puro che approda alla corte di Unzue.

«E’ il quinto anno che sono alla Movistar – esordisce Sciandri – e l’arrivo di Gaviria è un piccolo grande cambiamento. Non abbiamo mai avuto un velocista, si è sempre puntato sulle corse a tappe».

Sciandri è alla Movistar dal 2019. Nella foto, al Polonia con Juri Hollmann, giovane tedesco del team spagnolo
Sciandri è alla Movistar dal 2019. Nnella foto, al Polonia con Juri Hollmann, giovane tedesco del team spagnolo
Quando vi siete accorti di aver bisogno di uno come Gaviria?

A metà della scorsa stagione, quando ci siamo ritrovati a rincorrere nella classifica del ranking UCI. Se avessimo avuto un velocista avremmo avuto più possibilità di raccogliere punti importanti, Gaviria è uno di quelli che ha la stoccata vincente. 

Come si inserirà in una squadra che ha sempre puntato sulle corse a tappe?

Fernando (Gaviria, ndr) è un velocista atipico, uno che non ha bisogno del treno che lo porta fino ai 300 metri dall’arrivo. Si adatta, la cosa fondamentale sarà portarlo all’ultimo chilometro o poco più avanti nelle posizioni di testa. 

La squadra per la stagione che sta per iniziare è stata presentata poco tempo fa a Madrid
La squadra per la stagione che sta per iniziare è stata presentata poco tempo fa a Madrid
Chi saranno i suoi angeli custodi?

Abbiamo tanti corridori che possono dargli una mano: Aranburu, Erviti, Rojas… Ma anche lo stesso Cortina. Ovviamente bisogna imparare a costruire il treno o perlomeno un’intesa che permetta a Gaviria di mettersi in mostra.

Partirà dall’Argentina, corsa nella quale ha fatto bene in passato.

Sì, ha sempre fatto bene alla Vuelta a San Juan, tra il 2017 ed il 2020 ha vinto ben otto tappe. 

Partire bene fin dalle prime corse è fondamentale, per non trovarsi poi a rincorrere…

Ne abbiamo parlato anche tra membri dello staff durante il ritiro di dicembre. Quando ero in BMC al Tour Down Under arrivavamo con una squadra già competitiva con Porte, Evans o Dennis. Un corridore come Gaviria è in grado di “tirare” la squadra. Quando si parte con il piede giusto si è fatta una buona parte del lavoro…

L’ultima vittoria in una corsa WorldTour per il colombiano risale al Giro di Polonia del 2021
L’ultima vittoria in una corsa WorldTour per il colombiano risale al Giro di Polonia del 2021
Che impressione hai avuto di Gaviria in questi primi giorni insieme?

Siamo stati in ritiro con la squadra, due settimane ad Almeria, e poi abbiamo fatto la presentazione a Madrid. Lo avevo incontrato qualche volta in giro alle gare, ma non ci eravamo mai conosciuti. Mi sembra un ragazzo estremamente serio e con una gran voglia di riscatto.

Anche perché gli ultimi due anni alla UAE Emirates non sono stati dei migliori.

Secondo me dentro stava stretto, nel senso che la UAE ha tanti corridori molto forti ed è difficile trovare il proprio spazio. Qui alla Movistar potrà avere più chance di mettersi in mostra, anche se il suo calendario non lo conosco ancora. So che staremo spesso insieme ma dobbiamo decidere bene a quali corse puntare. 

Lo scorso anno al Giro alcuni buoni piazzamenti gli sono valsi il secondo posto nella classifica a punti
Lo scorso anno al Giro alcuni buoni piazzamenti gli sono valsi il secondo posto nella classifica a punti
Si troverà in una squadra spagnola, cambierà qualcosa?

Da noi potrà avere maggiore empatia, Fernando è un ragazzo che ha una grande personalità. E’ molto carismatico ed ha creato subito un buon feeling con i nuovi compagni.

In ritiro che impressione ti ha fatto?

E’ già ad un buon punto nella preparazione, anche perché tra meno di due settimane sarà in corsa. Abbiamo fatto molte distanze e qualche lavoro specifico, come sprint e dei fuori soglia. A lui piace molto fare allenamento e distanze dietro macchina, è un po’ alla vecchia maniera.

Vogliamo risentire presto l’urlo di Ballerini

09.01.2023
6 min
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Alla fine dell’anno scade il contratto e a settembre Ballerini compirà 29 anni. Il tempo passa, le vittorie sono arrivate, ma i sogni restano più in alto. Il suo è legato indirettamente e involontariamente al cognome che porta, quasi un’eredità ineluttabile.

«E’ arrivata l’ora di puntare in alto – dice Davide con una punta di nostalgia – sono quasi vecchio. Durante la presentazione guardavo le date di nascita degli altri ragazzi e ti rendi conto che gli anni volano. Allora bisogna puntare veramente in alto. Sembra difficile da dire, ma il mio sogno è uno e resterà sempre quello. Cercherò di provarci fino in fondo, anche se bisogna che i satelliti si allineino nel punto giusto e al momento giusto. Però finché non ci credi, di sicuro non si avvererà mai nulla».

Davide Ballerini è nato il 21 settembre 1994 a Cantù. E’ alto 1,83 per 77 chili
Davide Ballerini è nato il 21 settembre 1994 a Cantù. E’ alto 1,83 per 77 chili

La legge di Lefevere

La Soudal-Quick Step in lui ha fiducia, ma lo sapete com’è fatto Lefevere. Arriva sempre il momento in cui tira la riga e si mette a far di conto. E la sensazione, parlandone con Ballerini è che il primo a sentirsi poco soddisfatto sia proprio lui. Tanto più che andare a giocarsi le classiche del Nord in una squadra come la Soudal-Quick Step significa sottoporsi più o meno indirettamente a certi trials.

«Andare su con questa squadra – conferma – è importante. Partiamo in 8 e, di questi, almeno 6-7 si possono giocare la vittoria. Non è facile. Vista dall’esterno, capisco tanta gente che dice: “Eh, ma lì non puoi giocarti le tue carte quando vuoi”. Non è vero, bisogna saper sfruttare l’attimo. Bisogna essere in forma e ovviamente quando sei in forma la squadra lo vede e fa la gara per te».

Omloop Het Nieuwsblad 2021: Alaphilippe e Stybar lavorano per Ballerini. Arriva così la vittoria in volata
Omloop Het Nieuwsblad 2021: Alaphilippe e Stybar lavorano per Ballerini. Arriva così la vittoria in volata
E’ legge uguale per tutti?

La Omloop Het Nieuwsblad del 2021 l’ho vinta perché la squadra ha fatto la gara per me. Sapevano che ero in condizione, io sapevo di star bene ed ero convinto di vincerla. A 20 chilometri dalla fine ci siamo messi d’accordo tutti quanti. Io stavo bene e si è deciso di fare la gara per Ballero: per questo siamo arrivati in volata ed è andata bene. Non sempre quando sei consapevole di poter vincere una gara la vinci. Però le possibilità te le danno anche qua. Questo è poco ma sicuro. E poi c’è un’altra cosa molto importante…

Qual è?

Noi cerchiamo di arrivare al top della condizione in blocco. Quindi siamo tutti e otto competitivi. Da Tim Declercq che tira dal primo chilometro e anche gli altri che fanno i lavori che non si vedono durante la gara. Quindi sta all’onestà del corridore mettersi a disposizione se sa di non essere al 100 per cento. Come ho fatto io all’Amstel l’anno scorso. Sapevo che era la mia prima gara dopo i problemi con l’influenza e mi sono messo a disposizione. Ho fatto il mio lavoro e questo è molto importante.

Doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Doppia foratura nella Foresta di Arenberg e addio Roubaix. Il gruppo si allontana…
Siete davvero un gruppo di amici?

Tutti quelli che corrono insieme a me li considero miei amici. Correndo insieme ai belgi, leghi molto di più. Abbiamo un feeling diverso e più tempo stiamo insieme, più il Wolfpack prende forma. Anche tutti questi ritiri servono a cementare la squadra. Dopo l’inizio di stagione, andrò ancora con la squadra per preparare le classiche. Ci saranno quei 5-6 che sanno di fare quasi tutte le classiche, quindi potevo andare in ritiro anche dove volevo io, ma ho preferito restare con loro. E’ molto importante fare gruppo.

Hai parlato del rientro all’Amstel dopo l’influenza: che cosa ti è successo nel 2022?

Sono stato spesso male. Ho iniziato al Saudi Tour e ho preso il Covid. Vabbè, può capitare. Sono andato in ritiro e ho fatto 20 giorni di clausura sul Teide. Sono tornato, ho fatto la Tirreno e subito dopo mi sono ammalato per la prima volta. Ho deciso di saltare la Sanremo e ho fatto Harelbeke. Sembrava che stessi bene, invece dopo due giorni sono ricaduto e ancora adesso non so perché. Magari non avevo recuperato bene, ho accelerato i tempi per le classiche e da lì sono rimasto fuori fino all’Amstel. Ci sono andato per mettere un po’ di ritmo nelle gambe. Ho lavorato per gli altri, la gamba c’era. La Roubaix infatti è iniziata bene, benissimo direi.

Dopo aver partecipato ai mondiali strada di Wollongong, eccolo a Cittadella in quelli gravel
Dopo aver partecipato ai mondiali strada di Wollongong, eccolo a Cittadella in quelli gravel
Racconta…

Sono riuscito a entrare nella fuga buona, ero nel momento giusto al posto giusto. Invece ho bucato nel punto peggiore, a metà della Foresta. Ho bucato due ruote, ho dovuto cambiarle, poi è stato tutto un rotolamento verso il basso. Diciamo così…

Dopo un’annata così storta, l’inverno è più carico di attese?

Di sicuro sono consapevole che i mezzi per far bene li ho. Devo solo credere un po’ più in me stesso. D’inverno si mette una grandissima base per quanto riguarda la stagione. Bisogna lavorare bene e non strafare. Io vado spesso in condizione velocemente. Quindi, dato che i miei obiettivi sono le classiche e non l’inizio stagione, dovrò cercare di andar forte più avanti. Anche perché se ci si arriva con una condizione che non è al 100 per cento, non è facile migliorare e tantomeno recuperare. Ogni tre giorni c’è una gara, bisogna gestire bene il calendario… 

Che vuol dire essere 100 per cento alle classiche?

Vuol dire se non sei almeno al 100 per cento, se ci arrivi che sei al 90, prendi il via nella prima gara, diciamo Harelbeke, e già non recuperi bene. Essere al 100 per cento vuol dire anche recuperare perfettamente quello che spendi durante ogni gara. E non è facile farlo durante queste classiche, perché il dispendio di energie è veramente impressionante. Soprattutto ultimamente, le gare di un giorno stanno diventando una cosa folle. Andiamo sempre più forte. La fuga va via, ma magari dopo un’ora e mezza. Il livello del gruppo si è alzato.

La Bernocchi è stata la penultima corsa del 2022 e anche la 2ª vittoria di stagione
La Bernocchi è stata la penultima corsa del 2022 e anche la 2ª vittoria di stagione
Da cosa si capisce?

Mi è capitato di vedere il Lombardia in televisione e sul Ghisallo sono rimasti 40 corridori. Sentivo certi telecronisti dire che non stavano andando forte, quando invece non c’erano differenze perché andavano tutti forte. Il livello medio si è alzato moltissimo e per questo bisogna fare tutto al 110 per cento. Se alle classiche arrivi con la condizione ottimale, riesci a mantenere e recuperare. Se invece non sei al top, dipende da quello che ti manca. Se manca un po’ di ritmo, fai una classica e lo trovi.

Dopo le classiche farai il Giro?

Tirerò una riga dopo la Roubaix e decideremo con la squadra. Sono nella rosa dei 10 e il Giro è sempre fantastico. Mi metterò a disposizione della squadra, soprattutto con uno come Remco, che ha dimostrato di saper fare delle belle cose. E’ cresciuto molto mentalmente e crescerà ancora. Sì, ce la metterò tutta per partecipare al Giro.

Van der Poel cade, Van Aert attacca, Zonhoven esplode

08.01.2023
5 min
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Un battito di ciglia e Van der Poel è per terra. Il momento è quello in cui invece ha deciso di prendere l’iniziativa. C’è quella dannata discesa sabbiosa in cui nel giro precedente Van Aert lo ha fatto dannare. Così Mathieu si è messo in testa di prenderla davanti per fare la sua linea. L’operazione funziona, almeno così sembra. Quel tratto è ormai alle spalle, Mathieu si ritrova in testa alla Coppa del mondo di Zonhoven.

L’attacco di Van der Poel ha dato l’esito sperato: la discesa più insidiosa è stata neutralizzata
L’attacco di Van der Poel ha dato l’esito sperato: la discesa più insidiosa è stata neutralizzata

L’errore fatale

Invece, come Pidcock qualche settimana prima a Baal, all’olandese si gira la ruota anteriore, che poi si impunta. Non può far altro che cadere (immagine UCI in apertura). La bici lo spara verso la piccola scarpata, mentre alle sue spalle Van Aert ha una freddezza da numero uno.

Mette piede a terra, gli gira intorno e poi riparte. Se quello del giro precedente era stato un attacco per sondare il terreno, questa volta Wout sa di doverne approfittare. Non ne avrebbe avuto bisogno, probabilmente: il suo colpo di pedale pareva già superiore. Ma non si può mai sapere e così fila via. L’altro dietro sarà sicuramente scosso. Si tratta della terza caduta, in più c’è il dolore alla schiena che si è riaffacciato, gli ha impedito ieri di correre a Gullegem e adesso si agita come uno spettro.

I due da domani lavoreranno in Spagna con l’obiettivo del mondiale di inizio febbraio. Ognuno di loro sa esattamente cosa fare per arrivarci al top, tenendo conto che di lì a tre settimane si ritroveranno per le prime sfide sul pavé.

La resa di Mathieu

Un paio di secondi nella gara di un’ora, come quel paio di secondi che fecero capire a Pantani che Tonkov fosse maturo. Spesso anche gli eventi più grandi sono determinati da una scintilla, all’interno della quale sta il racconto più grande.

Van Aert si ritrova presto da solo, in questo anfiteatro pazzesco che ha richiamato all’aperto una folla da stadio. Forse il colpo d’occhio sarebbe stato così anche ieri a Gullegem, ma la pioggia li aveva persuasi a restarsene a bere birra nei maxi tendoni. Oggi sono tutti fuori, richiamati dal duello fra i due giganti, che però questa volta ha un padrone e uno sconfitto.

«E’ un po’ strano dire che è una gara molto deludente quando arrivi secondo – dice Van der Poel – ma penso che tutti abbiano visto che al momento non sono al mio livello normale. Questo è molto frustrante. Da una parte ci sono i miei problemi alla schiena, dall’altra c’è che Wout è molto forte, non mi sognerei mai di sminuire la sua prestazione. Ho bisogno di più forza per essere al suo livello. Domani parto per uno stage in Spagna e forse è proprio il momento giusto per riprendermi e lavorare su questa schiena. Il pubblico è stato meraviglioso, ma non è stato bello essere incoraggiato nella sconfitta».

La diplomazia di Wout

In Spagna domattina volerà anche Van Aert, come ci ha già raccontato ieri. Fra i due ci sono agonismo e rispetto, anche nelle dichiarazioni. La superiorità del belga è stata palese, ma dalle sue parole emerge altro. E se l’acclamazione del pubblico è stata in qualche modo frustrante per Van der Poel, Wout se l’è proprio goduta, salutando la folla a mezzo giro dalla fine, quando si è reso conto di aver ormai la vittoria in tasca.

«Questo è l’unico cross del calendario – dice il campione belga – in cui hai un vero contatto con il pubblico. Capisci dalle loro urla se in un altro punto del percorso sta succedendo qualcosa. E se fai un bel numero, le voci esplodono. E’ un bel percorso, di quelli in cui si può provare piacere anche nel pieno della sofferenza e oggi nonostante tutto, ero stanco.

«Avevo la sensazione di poter tenere un ritmo elevato, ma dopo tante gare consecutive, non avevo il cambio di ritmo giusto. Ho cercato di approfittare degli errori commessi da Mathieu, perché è stato un giorno difficile per tutti. Nella seconda metà di gara si è visto che ciascuno cercava di prendere il suo ritmo. Ora ho bisogno di recuperare. Da domani mi allenerò anche io con la squadra in Spagna. Ho bisogno di chilometri al sole».

Si parte da Australia e Argentina: come cambia la preparazione?

08.01.2023
5 min
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Tra pochi giorni si riparte, la stagione 2023 inizierà, come non succedeva da due anni, dall’Australia e l’Argentina. Con il calendario che torna nuovamente a dimensioni pre-Covid cambiano, o meglio tornano, i vecchi sistemi di preparazione. Arrivare pronti a gennaio non è semplice, ce lo ha spiegato anche Ulissi presentandoci il Santos Tour Down Under. Come organizzano la preparazione le varie squadre, in che modo gli allenatori lavorano per ottimizzare i carichi di lavoro? Paolo Slongo, tecnico della Trek-Segafredo ci aiuta a comporre questo puzzle.

Al ritiro di Calpe a dicembre, Slongo con Elisa Longo Borghini, che segue da parecchi anni
Al ritiro di Calpe a dicembre, Slongo con Elisa Longo Borghini, che segue da parecchi anni

Obiettivi diversi

Ormai nel ciclismo si lavora per programmi, gettare delle basi fin dall’inverno è molto importante. D’altronde le case si costruiscono da fondamenta solide. 

«Il discorso ruota intorno a due punti – esordisce Paolo Slongo – il primo è capire gli obiettivi della squadra. Il Tour Down Under e la Vuelta a San Juan sono corse importanti, iniziano a dare i primi punti. In secondo luogo i team devono fare i conti anche con i corridori a disposizione. C’è chi punta a fare bene in quelle corse, come Porte quando era con noi. Ci sono anche corridori che non hanno obiettivi di classifica ma ripartono per fare chilometri e giorni di gara. Se si guarda ai dati che Porte registrava al Down Under si capisce come fosse già estremamente competitivo. Sono numeri che altri corridori facevano solo da marzo in poi».

Durante il ritiro di dicembre la Trek-Segafredo ha diviso i propri corridori in quattro gruppi, a cui si aggiunge il quinto delle donne
Nel ritiro di dicembre la Trek ha diviso i corridori in quattro gruppi, a cui si aggiunge il quinto delle donne

Programmazione da lontano

Lo stesso Diego Ulissi, nel corso della nostra precedente intervista, ci aveva raccontato come la sua presenza in Australia fosse programmata già da ottobre, prima ancora di chiudere la stagione. 

«E’ vero – riprende Slongo – anche noi in Trek dopo il Giro di Lombardia facciamo una riunione per decidere le prime gare della stagione che verrà. Si sentono prima i ragazzi e si cerca di capire chi è motivato per partire fin da subito e chi no. Noi membri dello staff possiamo dare un parere su chi debba iniziare a correre prima, ma se il corridore non è convinto si rischia di fare un lavoro controproducente. Solitamente si mandano a queste corse i corridori che, per un motivo o per l’altro, hanno terminato la stagione anzitempo».

Chi come Baroncini ha interrotto prima la stagione riparte a correre da subito, Filippo sarà in Australia
Chi come Baroncini ha interrotto prima la stagione riparte a correre da subito, Filippo sarà in Australia

Gruppi differenti

Da qui nascono le esigenze di squadra, lo staff programma il primo ritiro, ed il precedente lavoro a casa, in base al calendario dell’atleta. 

«Quando si parte a correre da gennaio – spiega il preparatore della Trek – si gettano le basi fin dai primi giorni di novembre. L’atleta è chiamato a fare tanta base fin da subito per poi accelerare quando si va in ritiro a dicembre. Chi, al contrario, inizia a correre a febbraio riprende la bici praticamente un mese dopo e lavora molto meno a casa. Questa differenziazione è dovuta al fatto che il mondo del ciclismo è cambiato, dieci anni fa si arrivava alle prime corse meno preparati e si costruiva la condizione in corsa».

I corridori come Ciccone che faranno il Giro avranno un inizio più soft e cominceranno a correre più avanti
I corridori come Ciccone che faranno il Giro avranno un inizio più soft e cominceranno a correre più avanti

Gestione del ritiro

Quando si prende l’aereo per volare al caldo nei primi ritiri in terra spagnola il lavoro è ormai già ben avviato, o meglio programmato. Gli atleti, a seconda delle esigenze delle squadre, vengono divisi in gruppi. Nicola Conci ci aveva spiegato che la Alpecin divide i corridori in tre gruppi: velocisti, uomini delle Classiche e scalatori. 

«In Trek – ci racconta Slongo – i gruppi di lavoro sono quattro: velocisti, corridori delle classiche, chi fa il Giro ed infine i giovani o convalescenti da vari infortuni. Un altro esempio che posso fare è legato anche alle nazionalità: da noi in Trek ci sono tanti danesi, da loro fa molto freddo e fanno fatica ad allenarsi, quindi mandarli a correre in Australia o Argentina è utile per lavorare meglio».

Tiberi segue il percorso di crescita e per la prima volta andrà a correre fuori dall’Europa
Tiberi segue il percorso di crescita e per la prima volta andrà a correre fuori dall’Europa

Gli allenamenti

Cerchiamo di capire, infine, come si differenziano quindi i vari giorni di allenamento. 

«Chi corre in Australia ed Argentina – conclude Slongo – arriva al ritiro di dicembre con un livello di preparazione più alto. Loro fanno un tipo di lavoro più mirato, di maggiore intensità: soglia, fuori soglia ed anche piccole gare da 4-5 chilometri in salita. Insomma li si abitua al ritmo gara. Il gruppo delle classiche, che iniziano a febbraio, lavora anche lui sulla qualità ma per molte meno ore, questi inizieranno a “spingere” nel ritiro di gennaio. I corridori più difficili da gestire sono quelli che corrono al Giro d’Italia. Non possono spingere forte fin da subito per non entrare in condizione troppo presto. Diciamo che il loro primo obiettivo è la Tirreno-Adriatico.

«I ragazzi con in programma il Tour de France, invece, sono più semplici da gestire, loro si “autogestiscono”. Chi vuole partire forte fin da subito può correre in Australia o Argentina, anche perché avrà il tempo di riposarsi e recuperare energie successivamente. Altri corridori con in programma il Tour preferiscono correre nelle Ardenne e riposarsi nel periodo di maggio».

Il bicchiere mezzo pieno di Buratti: 2023 tra U23 e WT

08.01.2023
5 min
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A novembre l’annuncio della Bahrain Victorious. Un misto di gioia con qualche accenno di amarezza. Buratti, uno dei migliori under 23 della scorsa stagione, forse il migliore, vestirà per un altro anno la casacca del Cycling Team Friuli prima di approdare alla World Tour, con un biennale postdatato 2024-2025. Una crescita che agli occhi di tutti è risultata anomala, con sfumature lette da molti in chiave positiva. Per una volta il più forte non ha fatto la corsa contro il tempo per approdare tra i pro’.

E’ stato preso più volte come esempio per aver saputo rinunciare alla smania del passaggio di categoria. Nicolò (foto Facebook in apertura) ha mantenuto il sangue freddo, non rinunciando ad una crescita costante ed è andato contro ogni inerzia del ciclismo moderno che riguarda i giovani spinti a passare ad ogni costo appena i numeri lo permettono

Per Nicolo Buratti la vittoria di Capodarco è stata la più bella del 2022
Per Nicolo Buratti la vittoria di Capodarco è stata la più bella del 2022

Ci siamo chiesti cosa Buratti pensasse a pochi giorni nel nuovo anno: timori, dubbi e obiettivi. Abbiamo chiamato il friulano consapevoli del fatto che dietro ad una decisione di questo tipo che ha scatenato dibattiti e consensi c’è sempre un ragazzo di 21 anni che condivide il sogno di molti, di pedalare ad alto livello inseguendo le proprie aspirazioni. Nicolò parlaci del tuo 2023…

Come hai passato le feste? Nel gelido inverno friulano o sei andato in cerca di calore altrove?

Molto bene. A dicembre sono già stato in Spagna per un ritiro con la Bahrain. Le prime due settimane le ho passate là e dopo son tornato a casa per le Feste continuando con la mia preparazione. Partirò dopodomani (oggi, ndr) per il secondo ritiro in Spagna, a prendere un po’ di caldo.

Sei andato con la WorldTour, quindi ti stai già integrando.

Sì a dicembre eravamo con altri ragazzi del CTF, ma non con tutti. Mentre questa settimana ci sarà il ritiro ufficiale della squadra e saremo al completo. 

Buratti ha firmato per un biennale 2024-25 alla Bahrain Victorious
Buratti ha firmato per un biennale 2024-25 alla Bahrain Victorious
Abbiamo parlato di recente con Jonathan Milan, ci ha detto che vi allenate spesso insieme?

Sì, abbiamo fatto anche quattro giorni assieme dopo Natale. Come dice lui abbiamo un gruppo di ragazzi friulani tra dilettanti e professionisti e quando c’è l’occasione si scrive e ci si raduna per macinare chilometri insieme. 

Veniamo al 2023, come stai vivendo la preparazione di questo anno da under con un biennale in tasca?

Dobbiamo prendere quello che viene, bisogna concentrarsi sulla nuova stagione focalizzandosi su nuovi obiettivi e nuovi stimoli. Sarà un anno di transizione, ma che sarà dedicato ad un ulteriore miglioramento delle mie prestazioni e conoscenza personale come corridore a 360°, per capire dove posso migliorare ancora e arrivare più pronto al professionismo. 

La stagione di Buratti si dividerà tra gare con la continental e la sorella maggiore WT
La stagione di Buratti si dividerà tra gare con la continental e la sorella maggiore WT
La tua stagione 2022 è stata da incorniciare. Hai timori, paura di non riuscire a riconfermarti?

Posso dire che riconfermarsi facendo i risultati della scorsa stagione sarà veramente difficile. Anche banalmente come numero di vittorie, sono il primo a dire che non è scontato. Sta a me cercare di eguagliare e riuscire a portare nuove vittorie, anche più importanti rispetto a quelle che ho già portato a casa. Non me ne vogliano le gare che ho vinto, che sono state importanti, ma aspiro anche a risultati ancora più blasonati. Non devo fissarmi sul numero, ma puntare sulla qualità.

I tuoi diesse come ti hanno spiegato questa situazione?

Abbiamo analizzato quello che avevamo in mano e abbiamo deciso per questa situazione. Nessuno mi ha imposto niente o mi hanno detto che “purtroppo” avrei dovuto fare un altro anno da under. E’ stata una decisione di comune accordo.

Guardandoti attorno, vedere coetanei e più giovani passare in squadre WT o professional, che impressione ti fa?

Io guardo al mio percorso. Penso al mio interesse, alla mia squadra e a ciò che mi aspetta. Se gli altri hanno avuto la possibilità di passare, vuol dire che i meriti li hanno avuti e hanno colto l’occasione al volo. Io comunque so che la mia è lì ad aspettarmi e devo solo attendere quest’anno ancora. Guardando il bicchiere mezzo pieno, so che sarà un anno che potrò sfruttare per migliorarmi ancora e capire dove posso arrivare. 

Buratti nel mondiale australiano è stato attanagliato dalla sfortuna, tra forature e problemi meccanici
Buratti nel mondiale australiano è stato attanagliato dalla sfortuna, tra forature e problemi meccanici
Avete previsto una stagione ibrida, con corse trai pro’ e gare con la WT?

E’ ancora in fase di organizzazione. Il piano prevede sicuramente corse con i professionisti. Sarà un anno più rivolto a gare con i pro’, per entrare nell’ottica e nell’ambiente in maniera graduale. 

Anche se non hai ancora il calendario sotto mano, si può immaginare che per agosto hai previsto un appuntamento importante. Con il mondiale hai un conto in sospeso…

E’ un obiettivo sicuramente. Si sa com’è andata. Non sento di avere nulla da recriminare, se non con la sfortuna. So che ci sono i presupposti per fare bene. 

Pianeta Sanfiorese: un po’ come l’Atalanta del cross

08.01.2023
5 min
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E’ un anno importante per la SS Sanfiorese. I preparativi per la rassegna tricolore giovanile dell’ultimo weekend di gennaio vanno avanti, sarà una prima assoluta per la rassegna scorporata dalle gare assolute e amatoriali e quindi tutti i fari dell’attenzione sono puntati addosso, ma il sodalizio trevigiano ci arriva sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria nel campionato italiano di società e in casa del team c’è molta voglia di fare.

Responsabile tecnico del team veneto è Marco Paludetti. Molti lo ricordano corridore, due volte ai mondiali dov’era compagno di stanza di Franzoi, poi ha iniziato a trasmettere la sua conoscenza ai ragazzi più giovani e ha creato un vero gioiello.

«Non ero di certo un vincente – racconta – ma ho imparato tanto. Io dico sempre che noi siamo come l’Atalanta, una squadra piccola ma vincente. Creiamo giovani talenti che poi si affermano in altri team perché è questo il nostro compito».

Marco Paludetti durante la sua attività. Due volte azzurro ai mondiali, è stato 5° ai tricolori 2003
Marco Paludetti durante la sua attività. Due volte azzurro ai mondiali, è stato 5° ai tricolori 2003
Quanti ragazzini avete nel vostro team?

Prima del covid avevamo addirittura 31 atleti da seguire: era un impegno improbo, ma molto gratificante. Alcuni con il lockdown si sono fermati senza più riprendere ed è un peccato, oggi ne gestiamo una ventina con l’aggiunta di 2 juniores. Non abbiamo Open per scelta, non è quello il nostro compito e il fatto di avere vinto il titolo italiano solo con le categorie giovanili è un ulteriore titolo di merito. Le altre società ci chiedevano come avevamo fatto ad abbattere il predominio di formazioni storiche come la DP66

D’altronde la vittoria non è stata qualcosa di estemporaneo…

Direi proprio di no. Abbiamo accumulato in quest’annata un bel numero di vittorie, basti pensare a Deon al Giro d’Italia oppure ai campionati veneti, con ben 5 maglie piovute in casa. Che dire poi della Coppa Italia dove nel team relay la squadra veneta era per metà composta da nostri ragazzi? Ma i risultati per noi non dicono tutto, anzi. Il nostro intento è innanzitutto spingere i ragazzi a correre divertendosi e facendo gruppo, sentendosi parte di un tutt’uno. Nel nostro gruppo ad esempio c’è la figlia di Franco Pellizotti e quando il papà è venuto a vederla ha apprezzato proprio lo spirito che anima il gruppo.

Lo staff della Ss Sanfiorese in trionfo a Torino, dopo la conquista del titolo tricolore di società (foto Billiani)
Lo staff della Ss Sanfiorese in trionfo a Torino, dopo la conquista del titolo tricolore di società (foto Billiani)
Come si lavora con i ragazzini?

Non è certamente facile, bisogna operare col bilancino e mettere tutti nella condizione di far bene, magari essendo qualche volta severi e qualche altra volta più accondiscendenti. Per noi ad esempio la scuola è qualcosa che viene prima di tutto, i ragazzi devono avere chiaro che lo sport è sì importante, ma viene dopo. Dall’altro però vogliamo anche che le loro esperienze siano gratificanti, ad esempio a settembre li abbiamo portati a gareggiare in Svizzera, proprio come un team professionistico ed è stata una grande e bella avventura, molto istruttiva.

Quali differenze ci sono rispetto a quando tu gareggiavi alla loro età?

Non c’è neanche da fare il paragone… E’ un’altra generazione. Ora hanno le bici in carbonio, i freni a disco e sono molto attenti su tutto quel che riguarda il mezzo. Noi pedalavamo su quel che avevamo… Lo stesso dicasi per l’abbigliamento, sono molto curati e attenti. Dall’altra parte però noi eravamo abituati a socializzare molto di più, questa invece è la generazione dei telefonini, dove si parla solo con la faccia piantata su quel piccolo schermo. I ragazzi sono più distratti e viziati. Noi ad ogni trasferta sequestriamo i telefonini appena si sale nel furgone perché devono imparare a vivere la realtà, non attraverso un cellulare.

Riccardo Da Rios quest’anno ha vinto anche in Svizzera, nell’internazionale di Illnau
Riccardo Da Rios quest’anno ha vinto anche in Svizzera, nell’internazionale di Illnau
Secondo te questa continua ossessione per i social incide?

Molto. Si perde una quantità enorme di energie mentali, di concentrazione, i ragazzi stessi notano la differenza. Bisogna che lo stimolo a stare in compagnia, a vivere l’esperienza fino in fondo sia sempre presente. Bisogna fare gruppo perché questo si rifletterà anche in gara. I telefonini li hanno a disposizione per un’ora in hotel e questa scelta vediamo che viene premiata e apprezzata anche dai ragazzi stessi.

Chi è passato da voi e si è affermato?

Il caso più evidente e recente è quello di Filippo Fontana, che con noi vinse il titolo da allievo. Poi abbiamo ora molti elementi che possono seguire le sue orme, da Pietro Deon vincitore del titolo tricolore da esordiente e allievo primo anno, oppure Riccardo Da Rios che ha iniziato con noi da piccolissimo e ha vinto il titolo italiano da esordiente. Fra le ragazze spiccano Ilaria Tambosco tricolore nel team relay e Giorgia Pellizzotti, già arrivata al secondo posto tricolore allieve.

Ilaria Tambosco e Giorgia Pellizotti, due talenti presto a caccia del titolo italiano sui prati di casa
Ilaria Tambosco e Giorgia Pellizotti, due talenti presto a caccia del titolo italiano sui prati di casa
Il vostro team è molto ampio e strutturato come si vede dal sito, coprite tutte le discipline ciclistiche.

Siamo tra le poche società che lo fanno. I ciclocrossisti per la maggior parte si dedicano poi alla mtb, con buoni risultati ma l’attività invernale è quella che qualitativamente premia di più. Chiaramente studiamo con grande attenzione l’attività di ognuno prevedendo anche le necessarie pause. Non devono arrivare spremuti ai cambi di categoria, in questa età deve rimanere un divertimento.

Ora vi aspetta la rassegna tricolore di casa…

E sarà un grande spettacolo, ci aspettiamo una grande affluenza di pubblico. E’ chiaro che come team ci aspettiamo anche che arrivi qualche buon risultato, magari anche qualche maglia tricolore, ma sarebbe un di più. L’importante è che sia un bel fine settimana per tutti.

Francesco Masciarelli: «Per Lorenzo inizia un’altra vita»

08.01.2023
3 min
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Lorenzo Masciarelli è in procinto di lasciare il ciclocross per passare alla strada. Il giovane abruzzese, è un classe 2003, vestirà i colori della Colpack-Ballan. Speranze e attenzioni su di lui non mancano. Con suo zio Francesco Masciarelli, che è anche il suo preparatore, cerchiamo di capire come si potrà trovare su strada Lorenzo. 

Francesco con suo nipote Lorenzo, figlio di Simone, pronto a passare alla Colpack-Ballan
Francesco con suo nipote Lorenzo, figlio di Simone, pronto a passare alla Colpack-Ballan

Dna da stradista

«Diciamo – spiega Francesco – che Lorenzo è stato sempre uno stradista e così è nato ciclisticamente. Il cross è arrivato perché volevamo diversificare da ragazzo, poi però è diventato un amore.

«Qualche tempo fa c’è stata l’opportunità di andare a fare il cross in Belgio e anche di fare qualche gara su strada alla Bingoal tramite Mario De Clercq. Però ha effettivamente corso poco proprio su strada e da secondo anno tra gli under 23 era importante che facesse una stagione intera e con costanza su strada».

Una stagione intera, costanza… Francesco Masciarelli parla indirettamente di volumi e di costanza di allenamenti e gare, perché alla fine i crossisti veri corrono e si allenano per sei, forse sette mesi l’anno. «E questo gli aveva di fatto precluso le stagioni su strada».

Lorenzo è un vero appassionato di cross, ma ormai era giunto ad un bivio
Lorenzo è un vero appassionato di cross, ma ormai era giunto ad un bivio

Uomo di fondo

Francesco ha detto che suo nipote ha un “motore da stradista”. Cosa voleva dire? 

«In generale – va avanti l’abruzzese – credo che Lorenzo abbia delle buone qualità. Le aveva sin da giovane, mostrando un bel motore negli allenamenti su strada. Adesso dovrebbe mostrarle anche su strada e in corsa, ma il fatto è che i tempi ormai sono un po’ accelerati per lui.

«Ha buone doti di fondo. Dopo 3 o 4 ore riesce ad esprimersi come nella prima, cosa non comune per molti crossisti. Insomma esce bene alla distanza… almeno in allenamento, perché poi la gara è un’altra cosa. Senza contare che lui ovviamente non ha grandi esperienze tattiche, si ritroverà a lottare col gruppo…».

Lorenzo Masciarelli impegnato lo scorso anno al Giro del Friuli con la nazionale
Lorenzo Masciarelli impegnato lo scorso anno al Giro del Friuli con la nazionale

Prendere il ritmo

E qui si apre il capitolo delle difficoltà per Lorenzo. Stare in gruppo, sapersi muovere nel vento, entrare nei giochi di squadra, spingere forte dopo tante ore…

«Questi – va avanti Francesco – di certo sono punti che non lo agevolano, ma io credo che le difficoltà maggiori per Lorenzo saranno quelle di amministrarsi nell’arco della stagione. Lui viene da periodizzazioni particolari, in cui corre molto. Spesso si ritroverà in periodi in cui non avrà gare. Allenamenti, gare, stacco… dovrà prenderci le misure e mentalizzarsi.

«Anche per questo mi aspetto che nei primi due o tre mesi vivrà un periodo di adattamento, magari sarà competitivo dall’estate. Di fatto andrà a fare un altro sport. Oggi si allena per 10-12 ore a settimana, passerà alle 20, anche 30 ore settimanali».

Francesco ancora non conosce il calendario del nipote. Lo seguirà da vicino, ma la palla passa a Fusi e ai tecnici della Colpack. 

«Andrà in ritiro quando ci sarà da correre e poi si allenerà a casa. Intanto però vuole finire la stagione del cross. E’ ancora concentrato su di questa, almeno fino all’italiano, poi spetterà alla Colpack-Ballan e al cittì Pontoni che lo vorrebbe in nazionale, decidere cosa fare. Una cosa è certa: la Colpack era un’occasione che non si poteva perdere, specie alla sua età».