La rinascita di Degenkolb in una Roubaix maledetta

15.04.2023
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Subito dopo la fine della Parigi-Roubaix, John Degenkolb si è eclissato. Al team ha fatto sapere che avrebbe trascorso un periodo a casa per recuperare dalle fatiche delle classiche, ma soprattutto per smaltire l’immensa delusione di un sogno svanito certamente non per colpa sua. Sarebbe stato davvero un colpo a sensazione, il suo nuovo successo nel velodromo, a 8 anni di distanza. Nel “suo” velodromo, perché quella è un po’ diventata la sua corsa e non è un caso se proprio su quelle pietre è avvenuta la sua resurrezione, tanto da fargli attribuire, da qualche appassionato sui social, il soprannome di “immortale”.

Tanto è successo rispetto a quella vittoria di 8 anni fa. Curiosamente, anche lui era riuscito nella clamorosa doppietta Sanremo-Roubaix, solo altri due l’avevano centrata (il belga Van Hauwaert prima della Grande Guerra e Sean Kelly nel 1986) prima di lui, Van Der Poel lo avrebbe eguagliato proprio in quest’occasione, ma dopo essere stato causa (involontaria?) dell’infrangersi delle sue aspirazioni.

Il Grande Slam delle volate

Prima di quella Pasqua di “quasi” resurrezione, Degenkolb era quasi un desaparecido. Per capire bene la portata di quel che stava facendo, bisogna ripercorrere per sommi capi la sua carriera. Nel 2015 aveva completato una sorta di Grande Slam delle classiche adatte ai velocisti, aggiudicandosi nello spazio di 3 stagioni la Cyclassic di Amburgo, la Parigi-Tours e le due Monumento già citate. Nel gennaio 2016 però tutto sembrava cancellato a fronte di un terribile incidente.

Alicante, allenamento in gruppo per il suo team. Un automobilista britannico dimentica completamente che, rispetto alle sue usanze, in Spagna si guida al contrario, quindi si butta colpevolmente a sinistra. Prende il gruppo in pieno, i corridori saltano in aria come birilli.

«Istintivamente siamo andati a sinistra – racconterà qualche tempo più tardi Degenkolb – ma sarebbe stato meglio dall’altra parte. Quando mi sono ripreso dopo qualche attimo ho vissuto il terrore, quello vero: la mano era sformata, con le dita in posizione innaturale, ma questo era il meno, neanche sentivo dolore.

Il vincitore 2015 ha spesso preso l’iniziativa, sui tratti che meglio conosce
Il vincitore 2015 ha spesso preso l’iniziativa, sui tratti che meglio conosce

Il giorno del terrore

«Vedevo i miei compagni esanimi a terra, come manichini gettati via. Ho urlato i loro nomi, ho chiesto aiuto, ho provato ad alzarmi per prestare loro soccorso. I danni fisici non erano così gravi, ma quegli attimi hanno fatto parte delle mie notti per tanto, tanto tempo».

Già, così gravi. John non ha più recuperato la piena manualità e anche per questo ciò che stava facendo verso il velodromo era qualcosa di clamoroso, di storico. Da quel giorno la ripresa è stata lenta, qualche vittoria è arrivata, ma certamente non all’altezza di quel che poteva essere e non è stato. Dentro di sé, il Degenkolb ciclista non era cambiato, la mentalità da campione era sempre lì, ma il fisico non rispondeva. Fino a domenica 9 aprile.

Provarci, sempre e comunque

In corsa, il tedesco si è presto ritrovato a combattere con VDP e Van Aert, Ganna e Pedersen, insomma con quella ristretta pattuglia di favoriti della vigilia. E lui, da vecchio vincitore della corsa, c’era. Stava mettendo in pratica un assioma che ha sempre fatto parte della sua vita: «Ho capito molto presto che se c’è una possibilità di vincere qualcosa, devi provarci. Anche se non ti senti bene, anche se pensi di non avere buone gambe perché se credi questo hai già perso. Non puoi farti scappare l’occasione quando capita, se anche solo dentro di te accampi scuse, hai già perso. Io non sono così…».

Una forza d’animo figlia delle sue radici, da uomo della Germania Est trapiantato in Baviera a 4 anni dove il padre aveva trovato lavoro per evadere da un’esistenza economicamente difficile. Seguendo la passione del padre aveva cominciato a pedalare, poi finita la scuola prese la decisione di entrare in polizia: «Così avrei potuto gareggiare con una base d’istruzione e la sicurezza di avere un piano B se le cose non fossero andate bene. Posso rientrare quando voglio, con una famiglia alle spalle mi sento più sicuro sapendolo, anche se non avverrà».

Van Der Poel e Philipsen si scusano con il tedesco, accasciato a terra in preda a dolore e delusione
Van Der Poel e Philipsen si scusano con il tedesco, accasciato a terra in preda a dolore e delusione

Un settore a lui dedicato

Torniamo all’ultima Roubaix. Degenkolb non era in quel pregiato manipolo di campioni per caso. Poco importa quel che era avvenuto prima, non solo quest’anno. Su quelle strade il tedesco del Team DSM si sente a casa. Non è neanche un caso se nel settore 17, quello di Hoarming à Wandignies, John si è messo a tirare mettendo alla frusta i rivali: quel tratto è dedicato proprio a lui, porta il suo nome, da quando si è messo in testa di salvare la Parigi-Roubaix juniores che rischiava di sparire per mancanza di fondi. Ha speso il suo nome raccogliendo somme importanti, permettendo a molti giovani di vivere la sua esperienza. L’Aso non ha dimenticato.

Difficile dire se ce l’avrebbe fatta. Non lo sapremo mai. Forse, in un universo parallelo, Degenkolb ha evitato quel gomito di Van Der Poel che, seguendo il compagno di squadra Philipsen costretto a uno scarto improvviso, lo ha spinto a terra, forse ha anche vinto. Ma non qui, non in questa realtà. Questa lo ha visto chiudere settimo e accasciarsi sull’erba del velodromo, sentendo improvvisamente tutto il dolore della caduta sulla clavicola, con i due dell’Alpecin che si chinavano per chiedergli scusa, consci del male che gli avevano fatto, anche solo involontariamente.

Lontano, nel suo rifugio

C’era anche Laura, in quel velodromo. Sua moglie da tanti anni: «La famiglia è il mio rifugio, ha cambiato completamente la prospettiva con cui vivo il mio lavoro. Importante sì, ma non è tutto». Insieme si sono avviati verso casa, a Oberunsel, nord-ovest di Francoforte, staccando ogni contatto anche virtuale con il mondo. Per ritrovare il suo equilibrio. Per far pace con quel sogno infranto, di quel che poteva essere e non è stato (e non per colpa sua…).

“Ossa rotte” ma tanta esperienza: gli azzurrini sul pavé

14.04.2023
4 min
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Tanta esperienza e tante botte. Si può riassumere così la trasferta dei nostri juniores alla Parigi-Roubaix a loro riservata. Dino Salvoldi ha portato sul pavè un buon team, composto da corridori di peso, statura e che in prospettiva non possono che far ben sperare.

A fine corsa li ritroviamo sul prato del velodromo. A terra, doloranti, con lo sguardo sperso e, per alcuni, neanche la forza di parlare. Si cresce anche così.

I ragazzi si radunano per Nazione. Gli italiani sono tra i francesi e gli svizzeri. Ed è stato proprio un francese, che però vestiva i colori della sua squadra, l’Ag2R-Citroen U19, Matys Grisel (già quarto alla Kuurne e alla Nokere Koerse) a portarsi a casa la “baby Roubaix”.

Capra, il primo

I ragazzi raccontano di una corsa partita a tutta. Come per i pro’, l’imperativo era prendere in testa i primi settori. Thomas Capra corre per la Assali Stefen Makro. Per lui quest’anno una vittoria e una top 5. E’ un 2005, quindi al secondo anno della categoria. A Roubaix è giunto 53° a 6’03” da Grisel.

«Mi spiace – racconta Capra, primo azzurro al traguardo – perché mi è caduta la catena prima di Mons en Pevele. Ed era un momento cruciale. Perché poi è lì che sono andati via gli altri, quelli forti. E’ lì che hanno fatto la differenza e io c’ero. Da quel momento e fino all’arrivo, è stata una cronometro individuale. Eravamo sparpagliati dappertutto.

«Forse la pressione delle ruote era un po’ troppo alta, perché sul pavè si rimbalzava veramente tanto. Era sui 6,5 bar, ma col tubolare non si può scendere troppo, altrimenti non vanno bene su strada. E’ la prima volta che vengo quassù e posso dire che è stata veramente tosta. Non me l’aspettavo così dura e massacrante direi… Mi porto a casa tanta esperienza, ma voglio tornare per fare meglio».

Capra e De Fabritiis confabulano dopo la corsa. Poco distante da loro Fiorin, super dolorante
Capra e De Fabritiis confabulano dopo la corsa. Poco distante da loro Fiorin, super dolorante

De Fabritiis, un duro

Altro azzurrino, ma solo per modo di dire vista la sua statura, è Gabriele De Fabritiis del CPS Professional Team (foto di apertura)Quest’anno per lui un buon avvio di stagione: una vittoria e un podio. 

«E’ stata una bellissima esperienza – racconta il ligure – mi dispiace perché con le gambe stavo bene. L’ho notato anche quando sono rimasto da solo: andavo sempre a 40, 42 all’ora… Peccato per queste tre cadute che ho fatto. Ero venuto qua sapendo di non poter fare niente di stravagante in quanto non stavo bene, non sono super in questo periodo. Però magari senza cadere così tanto, qualcosa di più avrei potuto raccogliere».

Nonostante però le cadute e l’inesperienza, De Fabritiis parla di un’Italia che in qualche modo è riuscita a correre da squadra.

«Eravamo tutti davanti nel primo settore – dice – fantastici. E lo stesso siamo rimasti abbastanza compatti fino al terzo tratto di pavé. Io stavo giusto parlando con i ragazzi, quando da dietro mi è entrato un ragazzo dell’Ag2R e sono caduto per la prima volta.

«Cosa si prova a pedalare sul pavé? Prima di tutto che ogni settore è infinito: ci entri e non finisce mai. E poi che fa male. La pietra ti fa male. Dappertutto: senti dolore dalle orecchie, alle punta delle dita (che ci mostra spellate, ndr)».

A Roubaix anche Amadio, che ha dato una “pacca sulla spalla” ai ragazzi dopo la loro esperienza sul pavè
A Roubaix anche Amadio, che ha dato una “pacca sulla spalla” ai ragazzi dopo la loro esperienza sul pavè

Poche aspettative

Gli altri ragazzi portati in Francia da Dino Salvoldi sono stati Renato Favero (Borgo Molino), Samuele Scappini (Team Fortebraccio), Luca Giaimi (Team Giorgi) e Matteo Fiorin (Polisportiva Cantù), quest’ultimo secondo miglior azzurro. A dare supporto ai sei atleti, oltre al cittì degli juniores, c’era anche la supervisione di Roberto Amadio, team manager delle nazionali Fci

Entrambi sapevano che sarebbe stata dura: «La Roubaix – ha detto Salvoldi – è una corsa unica. Non avevo aspettative particolari. Certo che fare meglio è sempre un obiettivo, anche quando vinci, figuriamoci quando le cose non vanno al meglio. Inoltre il livello di prestazione media era davvero molto, molto alto».

Dal pavé al Giro, la lunga volata di Ragusa

14.04.2023
5 min
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Le lacrime nel prato di Roubaix sono un ricordo e il secondo posto alle spalle di Alison Jackson ha smesso di bruciare, soprattutto perché alla vigilia Katia Ragusa, 25 anni (in apertura, foto Liv Racing-TechFind), non lo avrebbe mai neppure sognato. La vicentina ha passato quattro giorni a casa e poi ieri è ripartita per l’Olanda.

La Liv Racing-TeqFind ha dato appuntamento alle ragazze che dal primo maggio correranno la Vuelta per una prova di cronosquadre, dato che la corsa spagnola ne propone una di 14,5 chilometri il primo giorno. Sede dell’allenamento è stato il Tom Dumoulin Bike Park di Sittard.

La fuga di Roubaix serviva per anticipare le mosse del gruppo, ma si è rivelata il treno per il podio (foto Liv Racing-TechFind)
La fuga di Roubaix serviva per anticipare le mosse del gruppo, ma si è rivelata il treno per il podio (foto Liv Racing-TechFind)
Sembra di rivedere la Katia Ragusa seconda al campionato italiano del 2020, che poi si era un po’ persa…

Adesso che mi sono ripresa dalle fatiche della Roubaix, posso dire che come avvio di stagione è stato positivo, già dalla Valenciana. Certo mancava sempre qualcosina. E’ successo diverse volte che fossi con le prime, poi mi capitava davanti una caduta e andava tutto in fumo. Però comunque le sensazioni sono sicuramente migliori rispetto allo scorso anno.

Seconda a Roubaix, seconda nella classifica degli scalatori alla Valenciana: hai capito che tipo di corridore diventerai da grande?

Diciamo che resto una passista. Nelle salite dure e lunghe, pago nei confronti degli scalatori puri.  Però se sono salite pedalabili e io sto bene, riesco a passarle via. Se invece nei finali mi ritrovo in compagnia, riesco a salvarmi allo sprint solo se siamo in un gruppetto ristretto e la corsa è stata impegnativa. Diciamo che in una gara come la Roubaix, dopo un’edizione dura come quella di sabato, non esiste più essere veloce o meno veloce: esiste quello che è rimasto nelle tasche e basta.

La squadra corre con bici LIV e tutta la componentistica Cadex (toto LIV Racing-FindTech)
La squadra corre con bici LIV e tutta la componentistica Cadex (toto LIV Racing-FindTech)
I problemi del 2022 sono dimenticati?

L’anno scorso per me è stato un anno un po’ tribolato e quindi la condizione non è mai stata delle migliori. Partii per la Roubaix con il fascino di partecipare a una gara storica e alla fine fui contenta di averla finita. Quest’anno ci sono arrivata con un’altra consapevolezza. Sapevo che le sensazioni erano abbastanza buone. Il piano era di andare in fuga per prendere i primi settori di pavé più tranquilli, in modo da avere meno stress e meno strappi che in gruppo e poi avremmo visto quello che succedeva. Ovvio che non avrei mai immaginato di partire per giocarmi il podio o la stessa vittoria.

Giorgia Bronzini per te ha messo la mano sul fuoco…

Con lei si è creato un rapporto veramente stupendo. A volte ci penso e quasi mi sembra incredibile che una campionessa del suo spessore, con tutte le vittorie che ha ottenuto, riesca a creare un rapporto umano così bello e sia una persona così speciale. E’ stata sempre lì, pronta a spronarmi quando c’era da spronarmi, oppure a sostenermi quando ha capito che mi serviva un altro tipo di appoggio. L’anno scorso è stato difficile e lei mi era sempre intorno, cercando di tirarmi su. 

«Nello sprint dopo una corsa dura come la Roubaix – dice Ragusa – non conta essere veloci, conta quel che si ha nelle gambe»
«Nello sprint dopo una corsa dura come la Roubaix non conta essere veloci, conta quel che si ha nelle gambe»
E’ stata davvero così dura?

All’inizio ho sofferto parecchio. Pensavo che ero al primo anno in una squadra forte che mi aveva dato fiducia e volevo dimostrare di essere un’atleta valida. Quando poi si è scoperta la mononucleosi e si è capita la ragione dei problemi, è arrivata un po’ più di tranquillità. Ma prima è stata dura, perché comunque avrei voluto fare di più. La squadra è ben organizzata, abbiamo programmi molto precisi. La voglia di fare bene ti viene spontanea. E’ stato proprio un gran salto.

Cosa ti aspetta ora?

Nel programma adesso c’è la Freccia Vallone (Katia è invece riserva all’Amstel Gold Race, ndr), poi dal primo al 7 maggio sarò alla Vuelta. A quel punto mi concentrerà sul Giro d’Italia, che ho chiesto di correre. Scopriremo le tappe a fine aprile e sono molto curiosa di vederle. Prima però c’è il campionato italiano.

Ragusa tornerà al Giro Donne anche quest’anno, ma prima andrà alla Vuelta
Ragusa tornerà al Giro Donne anche quest’anno, ma prima andrà alla Vuelta
Scoprire il Giro a fine aprile è un problema?

Per me individualmente cambia poco, perché comunque ero già orientata sul farlo. Però essenzialmente questo ritardo rompe molto i piani dei team e di tutte le altre atlete che ancora non hanno fatto le loro scelte. Se pensiamo al Tour de France che aveva annunciato le tappe già lo scorso inverno… I team hanno bisogno di sapere per farsi un’idea di quali atlete portare e come programmare il resto della stagione. Saperlo così all’ultimo è una faccenda ostica, diciamo così.

Perché dopo una Roubaix così bella sei riserva all’Amstel?

Non era proprio nei miei programmi, però ho detto: «Scusatemi, visto che vengo su per preparare la cronosquadre della Vuelta, perché non potrei fare l’Amstel?». Quando sto bene, più corro e meglio mi trovo. Quindi avere una gara in più nelle gambe sarebbe ottimo.

Alla Vuelta Valenciana, Katia Ragusa ha ottenuto il secondo posto nella classifica dei GPM
Alla Vuelta Valenciana, Katia Ragusa ha ottenuto il secondo posto nella classifica dei GPM
Allora perché non fare la Liegi?

Inizialmente era nel programma, però ho chiesto io di poterla saltare. Dopo la Freccia torno a casa subito e così ho qualche giorno in più prima della Vuelta. Finora ho corso abbastanza, ho fatto tre gare più rispetto a quelle che avevo in programma e alle prossime vorrei arrivarci fresca come serve.

Ruote alte e gomme differenziate, come cambia la bici

14.04.2023
7 min
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Le ruote e le gomme fanno la differenza nell’economia della prestazione? Perché si usano le ruote alte anche sul pavè e in salita? Siamo testimoni di sezioni sempre maggiori degli pneumatici e differenziati tra avantreno e retrotreno, quali sono le motivazioni?

Abbiamo chiesto a Ralf Eggert di DT Swiss, azienda che con il contributo di Swiss Side è molto attiva nella ricerca e nello sviluppo dell’aerodinamica applicata al ciclismo.

Ralf Eggert di DT Swiss, a destra (foto Ridley)
Ralf Eggert di DT Swiss, a destra (foto Ridley)
Il binomio ruota/gomma può cambiare la performance della bicicletta?

E’ necessaria una premessa. ETRTO e ISO sono gli standard del settore che i produttori di cerchi seguono per garantire un accoppiamento. Oltre a garantire una sorta di uniformità costruttiva a livello internazionale, questi standard hanno un’importanza maggiore da quando c’è stato un allargamento degli pneumatici.

Perché adottare degli standard?

Per garantire che la larghezza interna del cerchio corrisponda alla larghezza dello pneumatico, ovvero del valore indicato sullo pneumatico. La larghezza di uno pneumatico influisce sulla battuta a terra, sulla resistenza e anche sull’angolo d’imbardata, che nei test in galleria del vento è pari a 0°. Nello sviluppo delle ruote ARC Aero, DT Swiss si è avvicinata a questo con una diversa larghezza del pneumatico tra ruota anteriore e posteriore.

Lo studio dell’abbinamento gomma/cerchio prosegue da tempo
Lo studio dell’abbinamento gomma/cerchio prosegue da tempo
Quali sono gli pneumatici che avete preso come riferimento per i test?

La ricerca e sviluppo è stata eseguita con GP4000II S da 25, misurata sulla ruota anteriore. Di seguito abbiamo effettuato ulteriori prove con i GP5000S TR. La corrispondenza della superficie dello pneumatico e della sua forma con il profilo del cerchio è stata misurata all’interno della gamma di diversi angoli di imbardata (+/-20°) con l’obiettivo di creare ruote aerodinamiche veloci per tutte le condizioni di vento, senza sacrificare la guidabilità della ruota. DT Swiss chiama questo concetto AERO+, dove l’aerodinamica pura e le caratteristiche di guida si sposano.

Avete condotto anche dei test di resistenza al rotolamento?

Sì, certo. Mantenendo ideale la zona frontale, la parte posteriore della bici è meno esposta al flusso d’aria. Con più peso sulla parte posteriore della bici, il ciclista può beneficiare di una ridotta resistenza al rotolamento e di un maggiore comfort quando si utilizza uno pneumatico più largo rispetto all’anteriore.

Volendo fare un esempio?

Prendiamo le ruote ARC, volendo restare in casa nostra. La soluzione ottimale è 25 millimetri per l’anteriore e 28 per il retrotreno. Gli pneumatici più larghi sono supportati, ma influenzano l’aerodinamica della ruota anteriore.

Le gare “più tecniche” di oggi, con tubeless dalle grandi sezioni e ruote alte, anche per la salita
Le gare “più tecniche” di oggi, con tubeless dalle grandi sezioni e ruote alte, anche per la salita
Efficienza prima di tutto, ma ha senso pensare anche al comfort a favore della performance?

A seconda delle condizioni di guida. Pensiamo ad esempio alla Strade Bianche e alle classiche del pavè, qui il comfort è un fattore funzionale. Con le tendenze attuali, pneumatici più larghi e tubeless, potrebbero essere prese in considerazione altre ruote aerodinamiche. Ad esempio le ERC. Concettualmente rappresentano una categoria endurance, ma hanno una larghezza interna del cerchio più ampia, 22 millimetri e sono ottimizzate per pneumatici anteriori da 28 e 30.

Gomme sempre più larghe e cerchi alti. Si migliora la resa tecnica anche in salita o a velocità più contenute?

L’aerodinamica batte il peso. Per essere più veloci è necessario ridurre la resistenza aerodinamica dell’intero sistema ciclista/bici. Proprio la resistenza aerodinamica è la forza maggiore ed il nemico numero uno che l’atleta deve battere quando si superano i 15 chilometri orari.

L’impatto maggiore sulla resistenza aerodinamica lo ha il ciclista
L’impatto maggiore sulla resistenza aerodinamica lo ha il ciclista
Quindi?

Quindi, una ruota con un profilo medio/alto funziona bene anche in salita. La planimetria del tracciato è sempre da considerare.

Cosa significa?

All’interno di una competizione che prevede anche 5.000 metri di dislivello positivo, un profilo da 50 può essere il compromesso ottimale, soprattutto se consideriamo le salite con lunghi tratti pedalabili, strade di trasferimento tra una salita e la successiva, naturalmente le discese. La resistenza aerodinamica aumenta proporzionalmente al quadrato della velocità e la scelta dell’altezza del cerchio per i percorsi ondulati potrebbe comportare un compromesso tra peso, aerodinamicità ed è correlata alle capacità del ciclista.

L’effetto sullo sterzata, uno dei fattori per nulla secondari e poco nominato
L’effetto sullo sterzata, uno dei fattori per nulla secondari e poco nominato
In che senso le capacità del ciclista?

La velocità aumenta, di conseguenza diminuiscono la fase di sterzata e la forza necessaria per guidare dritto. C’è una minore dispersione di energie per guidare la bicicletta.

Questa fase è influenzata anche dal vento laterale?

Assolutamente. Ogni elemento che colpisce lateralmente la ruota genera una forza sullo sterzo della bicicletta e sulla guidabilità. Un’ottimizzazione delle ruote DT Swiss Aero all’interno del concetto AERO+ bilancerà sempre l’aerodinamica, la resistenza e il momento di sterzata. Qui entra in gioco l’effetto positivo di uno pneumatico più largo, da 28 in su, che però deve essere interfacciato in modo corretto con la ruota.

L’aerodinamica non è una sola, ma seguire un filone di sviluppo porta dei progressi tangibili (foto Ridley)
L’aerodinamica non è una sola, ma seguire un filone di sviluppo porta dei progressi tangibili (foto Ridley)
Pressioni degli pneumatici e sezione delle gomme, altezza del cerchio o altri, quale fattore è più importante ai fini prestazionali?

Lo scopo della prestazione è relativo all’utente. Le diverse destinazioni d’uso di biciclette, ruote e superfici porteranno a una diversa attenzione nella scelta del materiale. Le ruote ARC ed ERC hanno priorità diverse per ottenere il massimo in contesti differenti, ma questo si può riportare anche ad altre ruote.

Di quali obiettivi parliamo?

L’obiettivo principale delle ARC Aero è l’ottimizzazione della resistenza aerodinamica. Obiettivi simili per la nostra ruota ERC, con maggiore enfasi sulla riduzione dei momenti di sterzata al fine di creare ruote per condizioni stradali meno perfette e maggiore controllo durante la guida.

La forma delle ruote ERC che si adatta alle gomme ciocciotte
La forma delle ruote ERC che si adatta alle gomme ciocciotte
In che modo invece l’altezza del cerchio incide sulla guida?

Parlare di altezze dei cerchi, tralasciando i focus di sviluppo, è subordinato alla destinazione d’uso. Cosa significa: un’altezza del cerchio maggiore avrà un vantaggio aerodinamico. Ma sentirsi a disagio su una combinazione bici/ruota significativamente più veloce potrebbe costringerti a una posizione più comoda e insicura sul manubrio, creando così un aerodrag più elevato attraverso la posizione eretta del corpo.

Gomme con sezioni differenziate, più piccole davanti, più grandi dietro. Esistono dei numeri che confermano questa scelta?

DT Swiss è un produttore di componenti per ciclismo, ma è pur vero che lavoriamo a stretto contatto con i team e diamo accesso a sessioni di test aerodinamici esclusivi con Swiss Side nella galleria del vento. Testiamo anche le bici senza i corridori e cambiamo le gomme anteriori. All’interno di questi test è emerso che lo pneumatico anteriore in termini di dimensioni, forma e marca può fare una differenza significativa e misurabile.

Buona parte dei brand legati al ciclismo si avvalgono delle gallerie del vento (foto Ridley)
Buona parte dei brand legati al ciclismo si avvalgono delle gallerie del vento (foto Ridley)
A quali conclusioni siete arrivati?

Vediamo il potenziale aerodinamico negli pneumatici che si adattano alle nostre ruote, ma possono anche migliorare le prestazioni in altri sistemi. Abbiamo svolto ricerche su questo: Wheel Component di DT Swiss Inc. – WheelBased. Un’osservazione frequente è l’uso di pneumatici posteriori più larghi che migliorano il comfort e non influiscono negativamente sull’aerodinamica.

Masciarelli: le prime impressioni dopo il ritorno in Italia

14.04.2023
4 min
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Nel parcheggio che ospita i mezzi delle squadre, a Cordignano, c’è un continuo via vai: bici, atleti, massaggiatori e diesse. Ognuno è intento ad ultimare i propri compiti o rituali, iniziano a vedersi le prime riunioni tecniche e qualche ragazzo parte per una piccola sgambata di riscaldamento

Nella piazzola dedicata al Team Colpack Ballan i ragazzi sono già pronti, tra loro c’è Lorenzo Masciarelli. L’abruzzese è alle prime gare con la nuova squadra e sta prendendo le misure con la categoria under 23. 

L’abruzzese sistema gli ultimi dettagli prima del Giro del Belvedere
L’abruzzese sistema gli ultimi dettagli prima del Giro del Belvedere
Come stanno andando questi primi mesi?

Mi mancava avere attorno un gruppo di ragazzi giovani, andare alle gare con i miei coetanei. Ci divertiamo, parliamo della gara e si vive in un clima più sereno. Nella vecchia squadra (la Bingoal, ndr) non avevo pressioni, ma sentivo che ero in mezzo ai professionisti. Il clima era notevolmente diverso.

Con i ragazzi ti trovi bene?

Assolutamente, siamo tutti molto tranquilli ma concentrati sulle gare, c’è tanta voglia di fare. Mi sto trovando bene e non ho pressioni. 

Hai iniziato con il ritiro in Spagna…

E’ stato un ritiro diverso rispetto a quelli fatti precedentemente con la Bingoal, con loro in passato avevo fatto massimo una settimana. Quello con la squadra belga era un ritiro che serviva per conoscersi, iniziare a pedalare e stare tutti insieme. Con la Colpack siamo rimasti più tempo ed abbiamo fatto dei lavori più specifici, il modo di lavorare è cambiato molto. 

Masciarelli, il secondo da destra, ha corso cinque gare con la Colpack fino ad ora
Masciarelli, il secondo da destra, ha corso cinque gare con la Colpack fino ad ora
Tu eri appena arrivato?

Sì, ero con loro da pochi giorni. Sono stati bravi a farmi lavorare tranquillo e non darmi subito carichi di allenamento troppo elevati. Mi hanno fatto ambientare bene, anche perché io arrivavo dal periodo di stacco che avevo fatto un po’ dopo rispetto ai miei compagni, visto che ho corso nel ciclocross durante l’inverno. 

Sei passato dai suoni duri del fiammingo all’italiano…

Con i ragazzi sto benissimo, si scherza e si ride tutti insieme. Poi, giustamente, quando arriva il momento di allenarsi lavoriamo seriamente, però nei momenti di stacco mi sento proprio a casa. 

Sei stato a Bergamo?

Per queste gare sono stato da loro per tre settimane, mi sto trovando bene. E’ stata una decisione mia quella di rimanere su ad allenarmi piuttosto che fare avanti e indietro. 

Alla presentazione del Recioto qualche piccolo tifoso chiede un autografo
Alla presentazione del Recioto qualche piccolo tifoso chiede un autografo
Perché?

Mi trovo bene, sto con la squadra, esco tutti i giorni con i miei compagni. Sto meglio rispetto a rimanere in Abruzzo dove sarei solo ad allenarmi e poi dovrei fare dei viaggi molto lunghi per venire a correre. 

Alloggi negli appartamenti della squadra?

Sì. Sono comodissimi, non ci manca niente. Troviamo da mangiare, abbiamo ogni tipo di comodità, abbiamo il magazzino vicino. La squadra ci mette nella condizione di pensare solo alla bici e di non aver preoccupazioni. 

Sei alle prime gare, come sono andate?

Non sono andate male, la condizione è in crescita, non mi sento ancora al massimo ma piano piano ci stiamo arrivando. Mi sto comportando bene direi, sono arrivato 14° al Piva, sto pagando un pochino di inesperienza nel correre in questa categoria, ma troverò il ritmo. Nelle prime tre gare sono sempre riuscito a restare nei primi 20. 

In azione al Palio del Recioto, non la miglior condizione per Masciarelli ma tanta esperienza (photors.it)
In azione al Palio del Recioto, non la miglior condizione ma tanta esperienza (photors.it)
Le ultime due, Belvedere e Recioto sono state più toste?

Sì, il Giro del Belvedere non era esattamente la corsa adatta a me. Il Recioto in teoria lo era di più, ma è venuta fuori una gara ad eliminazione. Come detto questo non è il momento in cui devo essere al top, quello arriverà. 

Come ti trovi con i nuovi compagni in gara?

Siamo un gruppo affiatato ed anche in gara riusciamo a correre molto vicini, l’uno a supporto dell’altro, questo a livello mentale è un grande aiuto. 

Il cambiamento più grande che hai trovato?

Lo vedo nelle internazionali come Belvedere e Recioto, nelle gare regionali trovo più un clima tipo kermesse in Belgio. In queste corse importanti mi sento un po’ più a mio agio, ci sono squadre davvero importanti con ragazzi forti, sai che ti stai confrontando con i migliori al mondo della tua categoria. Capisci quello che puoi fare e dove puoi arrivare, inizi a mettere i primi punti e ti rendi conto di come va.

Gasparotto, debutto assoluto (e a sorpresa) alla Roubaix

14.04.2023
5 min
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Non senza sorpresa, la mattina del via della Parigi-Roubaix, a Compiegne ci siamo ritrovati di fronte Enrico Gasparotto. La sorpresa era reciproca, nel senso che anche il direttore sportivo della Bora-Hansgrohe non si aspettava di essere lì. Lo avevamo lasciato in ritiro al seguito della squadra.

Enrico era “teso”, ma anche incuriosito dal suo debutto assoluto nell’Inferno del Nord. Non aveva mai fatto neanche da corridore la corsa del pavè.

Enrico Gasparotto (classe 1982) non aveva mai preso parte alla Roubaix in 17 anni da pro’
Enrico Gasparotto (classe 1982) non aveva mai preso parte alla Roubaix in 17 anni da pro’
Insomma, Enrico, come è andato questo battesimo di fuoco?

Dico che c’è il ciclismo e c’è la Roubaix. E’ uno sport a parte. Era la prima volta che salivo sul pavé francese. Avevo fatto tutte, ma proprio tutte, le classiche del Belgio, ma mai la Roubaix, né avevo saggiato il pavé francese. E ora posso dire che è un livello di tutt’altra difficoltà, più duro, più complicato… E adesso ho un rispetto infinito per chi finisce questa corsa e ancora di più per chi va forte.

In realtà, non avevi fatto neanche la ricognizione…

No, ero in altura col gruppo Giro a Sierra Nevada. E poiché il Giro d’Italia per noi è un obiettivo primario, mi hanno detto di restare lassù con i ragazzi fino all’ultimo. Mi hanno avvertito il martedì prima della corsa, ma sono rimasto lì fino al venerdì. «Vieni a Roubaix per guidare», mi hanno detto. In pratica ho toccato il pavé per la prima volta direttamente in corsa.

E come è andato questo ingresso?

Dopo le prime “botte” ho chiesto subito: «Quanti settori mancano?». E poi sapendo che quello messo peggio di tutti era il Carrefour de l’Arbre ho chiesto: «Quanto manca al Carrefour?». 

Intervenire sui tratti in pavè era davvero complicato. Qui Marco Haller con una ruota bucata
Intervenire sui tratti in pavè era davvero complicato. Qui Marco Haller con una ruota bucata
Un bello stress…

Mentre andavamo verso il primo settore, ho fatto mille domande. Ho chiesto molti consigli, anche per la guida, per la macchina. Molti team hanno cambiato le ammiraglie, prendendo modelli più alti, noi invece abbiamo solo inserito la placca di ferro sotto la scocca per proteggere il motore e alcune parti meccaniche. E dovevo stare attento. Era un’auto abbastanza pesante: tre persone (Gasparotto, il primo diesse e il meccanico, ndr), ruote, bici, frigo pieni di borracce… Abbiamo cercato di togliere peso eliminando qualche attrezzo e altre cosine, ma era davvero poca roba.

Come si guida sul pavè?

Con tanti sobbalzi! Al primo settore riesci a stare sulla sinistra, poi però i corridori iniziano a staccarsi e quindi vai a destra. Chiaramente serve attenzione, molta attenzione. Io per esempio della corsa non ho visto nulla, ero concentratissimo a guardare la strada e gli specchietti. Solo negli ultimi 10 chilometri, quando il pavé era finito ho dato un paio di occhiate alla tv. Ma in Francia è pieno di quei dissuasori di velocità: ne ho preso uno e per poco dal tetto non perdo una bici!

Un bel jolly!

Devo dire che è stata un’esperienza davvero speciale e sono contento di averla fatta. Marco Haller prima del via, mi ha detto: «Gaspa è più sicuro correrla che guidarci dentro».

In seguito alla grande caduta avvenuta ad Arenberg, Gasparotto e la sua ammiraglia sono stai fermi 5′. Poi un vero show per recuperare
In seguito alla grande caduta avvenuta ad Arenberg, Gasparotto e la sua ammiraglia sono stai fermi 5′. Poi un vero show per recuperare
E tu che cosa ne pensi?

Adesso dico che preferisco guidare! Anche perché col mio peso avrei fatto molta fatica. Ma lo dico adesso, a 41 anni. A 25 se mi avessero detto: «Fai la Roubaix», sarei stato contento. E sarebbe stato giusto così. Ma sono orgoglioso di averla fatta… E di aver riportato intera all’arrivo proprio quella ammiraglia che guidavo.

Perché “proprio quella”?

Perché so che l’ha presa il nostro team manager, Ralph Denk. La sera prima mi ha detto: «Gaspa, attento che quella è l’ammiraglia che avevi al Giro sulla Marmolada, quando Jay (Hindley, ndr) ha preso la maglia rosa. Quella verrà a casa mia per ricordo». Insomma, una pressione in più!

Passiamo ad aspetti più tecnici. E’ tanto diverso che guidare in altre corse?

Parecchio diverso. Quasi tutti i team hanno molto personale a terra con ruote, borracce e qualche altra cosa, ma la bici per regolamento non può essere fornita da terra: solo l’ammiraglia può. E così nel convoglio delle auto spesso vedevo le seconde ammiraglie dei team che puntavano alla vittoria che ci sorpassavano o che ripassavamo noi. E noi eravamo la vettura numero 13.

E la giuria lascia correre?

La giuria non vede tutto. Impossibile. Non ci sono abbastanza occhi. E questo in parte succede anche al Fiandre.

Come si fa nel caso un atleta chiami l’ammiraglia?

Non è facile. O li trovi fermi a bordo strada o li raggiungi fuori dal settore di pavè. E infatti su asfalto devi guidare un po’ come un killer. Per esempio ad Arenberg siamo stati fermi 5 minuti, ma 5 minuti veri, e quando siamo usciti siamo andati a più di 100 all’ora per recuperare. 

Alla fine una bella esperienza, un’esperienza che ti ha arricchito: si percepisce anche dal tuo tono…

Sì, sì vero. Mi è piaciuto. Ho visto la Roubaix e adesso capisco perché è considerata in questo modo: bellissima. Prima del via che c’è un po’ di stress, ma poi le cose le fai. Di certo devi avere un po’ di abilità nella guida e ti deve piacere.

Forcing di Van Aert nell’Arenberg: giusto o sbagliato?

13.04.2023
4 min
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Certe corse non passano così facilmente. Fanno parlare, riflettere e discutere. E allora vale ancora la pena tornare sulla Parigi-Roubaix di domenica scorsa e vale farlo con un esperto quale Filippo Pozzato. Se si parla di squadre, di scelte tattiche e di percorso bisogna rivolgersi a chi lassù c’è stato e c’è stato per giocarsela. Il punto in questione è questo: ha fatto bene Wout Van Aert ad attaccare in quel modo nella Foresta di Arenberg?

L’idea è che abbia dato certamente spettacolo, ma di fatto abbia spaccato la corsa tagliando fuori dai giochi anche i suoi compagni della Jumbo-Visma. In quel momento mancavano circa 97 chilometri all’arrivo e sono rimasti a giocarsela quella manciata di corridori usciti indenni dalla Foresta. Addio tattiche, addio lavori di squadra salvo il (vano) tentativo di Laporte e Van Hooydonck di rientrare da dietro e i tre Alpecin-Elegant ritrovatisi in testa.

Pozzato ha disputato in carriera 11 Parigi-Roubaix, cogliendo un 2° posto nel 2009. Qui eccolo in azione nel 2006, quando fu 15°
Pozzato ha disputato in carriera 11 Parigi-Roubaix, cogliendo un 2° posto nel 2009. Qui eccolo in azione nel 2006, quando fu 15°
Filippo, cosa ne pensi di quanto appena detto? E’ stata giusta la mossa di Van Aert di attaccare in quel momento?

Van Aert ha voluto anticipare per cercare di sorprendere gli altri. Tutto dipende poi da cosa si erano detti in squadra prima della corsa, quali accordi avevano. Poi, ragazzi, ci sono state le forature di mezzo e quelle non le puoi controllare.

Questo è vero. Bastava solo che Laporte non forasse all’uscita di Arenberg e sarebbe rimasto con il drappello Ganna, rientrato sui big poco dopo, e sarebbe stata un’altra corsa…

Esatto. La Jumbo-Visma ha sempre forato in momenti “del cavolo”, fasi molto delicate della corsa in cui recuperare era impossibile.

A fine gara Van Aert ha detto che dopo la prima foratura si era ritrovato solo, senza compagni. Poco dopo essere rientrato ha attaccato: potrebbe essere stato un attacco di frustrazione il suo?

No, non penso proprio. Tra l’altro in squadra ha un buon rapporto con i compagni. Magari l’idea era proprio quella. E poi mi viene da pensare: nelle altre corse è stato criticato perché ha lasciato vincere Laporte e ora che ha attaccato, ci si chiede perché non lo ha aspettato. Non scordiamoci con chi doveva lottare.

Van der Poel…

Io non dico che Mathieu sia più forte di lui, anzi secondo me è il contrario. Van Aert vince sul Ventoux, vince sui Campi Elisi, nel cross, su strada…. e va forte tutto l’anno. L’altro seleziona un po’ di più e riesce ad essere più brillante. Alla fine credo che Mathieu abbia due vittorie in più. Poi, okay, se guardiamo alle Classiche Monumento, l’olandese ne vinte di più.

Dopo il forcing di Van Aert il gruppo si spacca. Nel caos cade Van Baarle e fora Laporte, entrambi compagni dell’asso belga
Dopo il forcing di Van Aert il gruppo si spacca. Nel caos cade Van Baarle e fora Laporte, entrambi compagni dell’asso belga
Nel complesso come giudichi la tattica della Jumbo-Visma?

Come in parte ho detto, le forature non le puoi programmare e a quel punto ti devi adeguare in base a quel che offre la corsa strada facendo. In generale penso che è molto difficile criticare da fuori senza sapere davvero come è andata dentro, quali erano i piani e le mille sfumature che presenta la corsa e che vive il corridore nei vari momenti.

Però poi dopo Arenberg, Wout si è ritrovato da solo, come se avesse tolto di mezzo lui stesso, indirettamente, Laporte e Van Baarle…

Il discorso per me è più generale. Analizziamo gli ultimi anni e come stanno cambiando le corse. Qui ormai, soprattutto se ci sono di mezzo quei tre-quattro fenomeni, c’è la tendenza di prendere il largo a 100 chilometri dalla fine. Spesso parlo con Trentin e mi dice che quando ci sono tutti e tre, parti per fare quarto. Ma per fare quarto ci sono almeno 30 corridori fortissimi con cui lottare. Devi sperare che non attacchino a 80-90 chilometri dall’arrivo, ma che ti portino ai meno 20 e a quel punto puoi pensare d’inventarti qualcosa. 

Ed è in quest’ottica che va inquadrata l’azione di Van Aert?

Sì. Da un certo punto di vista, quello dello spettacolo, è bello. Da un’altro, quello della logica, no. Non c’è una logica, appunto nel modo in cui corrono. Alla Tirreno di due anni fa Van der Poel mangiò una barretta a 80 chilometri dall’arrivo e se ne andò. Un ciclismo molto diverso dal mio.

Sulle crono iridate, Velo ha qualcosa da ridire

13.04.2023
5 min
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Tra i tecnici nazionali volati a Glasgow per prendere visione dei tracciati mondiali di agosto c’era anche Marco Velo. Il suo taccuino è pieno di indicazioni, nomi e annotazioni che si sono aggiunte anche dopo il ritorno a casa. Dove gli è arrivata la notizia del grave infortunio occorso a Vittoria Guazzini che cambia un po’ le carte in tavola.

Nella particolare conformazione dei mondiali di quest’anno (tutte le discipline su due ruote convogliate in un unico luogo per una sorta di Olimpiade ciclistica, coinvolgendo tutte le categorie), Velo sarà chiamato a un vero tour de force, dovendo selezionare e guidare tutte le nazionali su strada impegnate contro il cronometro. Per questo il suo lavoro in terra scozzese è stato meticoloso.

L’infortunio della Guazzini non ci voleva proprio, ma c’è tempo per recuperare
L’infortunio della Guazzini non ci voleva proprio, ma c’è tempo per recuperare

«Per certi versi mi è andata meglio che a Bennati – racconta il tecnico bresciano – che si è fatto tutto il percorso della strada in bici. Abbiamo visionato i tracciati in normali giornate di lavoro, quindi significava anche pedalare contromano e in certi casi il Benna se l’è vista brutta… Per fortuna comunque non ci sono stati incidenti, solo un po’ di paura, non lo nego».

Partiamo dal tracciato per la cronometro mista…

E’ molto simile a quello dello scorso anno purtroppo e sottolineo questa parola tre volte. Mi sono molto arrabbiato: è mai possibile proporre per una cronosquadre un tracciato così pieno di curve, dove il rettilineo più lungo è di 800 metri? Non siamo motociclisti… In questo modo le doti tecniche dei corridori non vengono esaltate, al contrario.

Ci saranno problemi per entrambe le frazioni, quella maschile e femminile?

Sì, di interpretazione del percorso e non solo, perché è un continuo rilanciare, non c’è mai da spingere. Comunque questo è e dobbiamo farcene una ragione, si dovrà pensare bene a chi potrà farla, anche in base al calendario delle altre discipline e a come interpretarla. Noi lo scorso anno abbiamo perso per appena 2” e quella sconfitta ancora brucia, abbiamo tutte le possibilità per riprenderci il titolo. Molto dipenderà anche dalle formazioni che potremo schierare, l’incognita Guazzini pesa…

Hai notizie sulle possibilità di averla al via a Glasgow?

Diciamo che sono ottimista, ma in questo momento quel che conta è che faccia il giusto cammino di ripresa, senza bruciare le tappe. Dobbiamo considerare che rispetto ai mondiali ci sono ancora 4 mesi, la pista ci sarà a fine luglio e la strada a inizio agosto. Bisognerà vedere quanto sarà lunga la riabilitazione: è impossibile fare previsioni, ogni persona reagisce in modo diverso. Dopo la mia brutta caduta alla Gand-Wevelgem del 2007 dicevo che avevo chiuso già la stagione, invece presi parte alla Vuelta e andai anche forte. Quindi è impossibile fare previsioni sui tempi.

Lo scorso anno a Wollongong l’Italia si fermò all’argento del Mixed Team Relay per appena 2 secondi
Lo scorso anno a Wollongong l’Italia si fermò all’argento del Mixed Team Relay per appena 2 secondi
Resta però l’incognita delle sue eventuali condizioni atletiche…

Le mancherà sicuramente l’abitudine a queste gare. Considerate che la crono individuale femminile sarà di 36 chilometri, distanza inusuale per le donne. La cosa che mi dispiace di più – ammette Velo – è che Vittoria stava progredendo esattamente com’era nelle previsioni, sono convinto che stia attraversando un cammino di crescita che la porterà lontano e uso l’indicativo non a caso, perché ritengo questo solo un intoppo, del quale avremmo comunque fatto volentieri a meno.

Oltretutto su di lei, dopo il risultato dello scorso anno, ci sono forti aspettative per Parigi 2024, perché la sua gara sarà tra le primissime ad assegnare l’oro olimpico nel corso della prima giornata di finali…

A Parigi penseremo poi, su quell’appuntamento non c’è il minimo dubbio che la ritroveremo al massimo della forma. E’ quello l’obiettivo vero, lo sappiamo bene, ma intanto guardiamo a Glasgow con tanta speranza di averla nel gruppo.

Per Velo, Ganna potrebbe essere favorito sul percorso scozzese, per scatenare il suo motore
Per Velo, Ganna potrebbe essere favorito sul percorso scozzese, per scatenare il suo motore
Torniamo ai percorsi individuali…

A differenza di quello a squadre, questi sono belli, con poche curve, tecnicamente delle cronometro “vere”, che faranno emergere i veri valori in campo. Quello degli uomini si sviluppa in campagna, strade libere e molto scorrevoli, dove si possono liberare tutti i “cavalli”… La prima parte è pianeggiante, la seconda più ondulata, ma c’è un’incognita: l’arrivo è al termine di uno strappo di 900 metri, con pendenza al 9% e pavé sotto le ruote. Quella salita farà una gran differenza: servirà gestire bene lo sforzo e arrivare al finale con ancora energie per affrontarla come si deve, perché chi sarà a corto rischierà di perdere anche una ventina di secondi solo in quel tratto.

E’ difficile a distanza di così tanto tempo fare previsioni, ma su chi punteresti conoscendo le caratteristiche del tracciato?

Fra le donne penso che le protagoniste dello scorso anno resteranno le favorite e ci metto anche Vittoria perché voglio essere comunque fiducioso. In campo maschile – la voce di Velo si fa perentoria – il percorso sembra fatto su misura per Ganna per quel che ha dimostrato e anche per quel che ha fatto vedere sul Poggio alla Sanremo. Un Pippo così su quello strappo finale è in grado persino di guadagnare sugli avversari…

Colombo e l’avventura al Nord terminata in ospedale

13.04.2023
5 min
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Nel giro di una settimana Filippo Colombo è passato dalla fuga da protagonista del Fiandre alla caduta della Roubaix. Ora lo svizzero si trova in ospedale a Zurigo e nei giorni scorsi è stato sottoposto ad un’operazione per sistemare la frattura al gomito. Il suo 2023 era iniziato iniziato in modo diverso, correndo un po’ di corse al Nord, sempre con un occhio alla mountain bike: suo terreno di caccia. Vale la pena ricordare infatti che lo svizzero di Gussago, classe 1997, ha vinto per due volte il mondiale della staffetta (2017 e 2018) e una volta il titolo europeo nella stessa specialità (2017), mentre è stato argento ai mondiali U23 di cross country e bronzo agli ultimi europei di Monaco, dietro Pidcock e Carstensen.

«Quest’anno – racconta dal letto dell’ospedale – grazie a Scott ed al Team Q36.5 ho avuto modo di mettermi alla prova su strada. Dovevo fare una prima parte di stagione con un po’ di gare tra Belgio e Francia e poi tornare concentrato al massimo per preparare la stagione di Mtb».

La stagione su strada di Colombo si è aperta prima con la Kuurne, poi con Le Samyn, qui in foto
La stagione su strada di Colombo si è aperta prima con la Kuurne, poi con Le Samyn, qui in foto
Come sono andate queste gare?

Bene, almeno fino alla Roubaix. Ho iniziato la stagione con un ritiro in Sud Africa insieme alla Scott-Sram Mtb. Successivamente ho gareggiato alla Kuurne e a Le Samyn, devo ammettere che mi sono trovato a mio agio fin da subito. 

Eri soddisfatto della condizione?

Sono riuscito a performare bene, fino alla Roubaix, che se vogliamo dirla tutta è stata l’eccezione. Ero molto curioso di vedere come sarebbe andata, passando dalla Mtb alla strada. 

Con quale obiettivo ti eri messo in gioco?

Non avevo necessità di fare risultato, volevo capire se un periodo su strada mi avrebbe poi aiutato a fare meglio in Mtb. L’obiettivo era di iniziare un blocco di lavoro in vista poi delle Olimpiadi di Parigi 2024.

Sei partito per testarti arrivando a guadagnarti la convocazione al Fiandre…

Sì, non me lo aspettavo nemmeno io ad essere sincero. Però, come detto, fin dalle prime gare mi sentivo bene e quindi anche la squadra mi ha dato fiducia. 

Che cosa hai provato a correre lì?

E’ stata un’esperienza bellissima, super intensa. L’ambiente in Belgio è sensazionale, la gente vive per il ciclismo e la corsa, manco a dirlo, è magnifica. Il fatto di essere andato in fuga mi ha permesso di prendere i Muri davanti e di godermi ancor di più l’atmosfera

Sei stato in avanscoperta per 135 chilometri, nel Fiandre più veloce di sempre…

Si è trattata di una prova di forza, la squadra aveva voglia di andare in fuga e nei primi 100 chilometri ci siamo messi d’impegno. Nessuno però voleva mollare, il gruppetto è uscito solamente dopo 109 chilometri, è stata una vera guerra. 

Al Fiandre 135 chilometri in avanscoperta, Colombo è stato uno degli ultimi della fuga ad arrendersi
Al Fiandre una fuga cercata e sudata, poi 135 chilometri in avanscoperta
Con una distanza importante da affrontare.

Fino ai 250 chilometri è andata nella maniera prevista, poi però non ero preparato per affrontare i rimanenti 20. Mi mancava la base che mi avrebbe permesso di concludere al meglio la prova. 

Che sensazioni hai avuto?

Nelle fasi finali ho davvero sofferto, sono però riuscito ad arrivare al traguardo in 50ª posizione. Con il senno di poi, mi viene da dire che con la giusta preparazione sarebbe stato possibile ambire alla top 20. 

Una bella esperienza?

E’ stato un bell’esperimento, a febbraio non ero a conoscenza delle gare che avrei fatto e nemmeno che corridore fossi su strada. Però fin dalla prima gara, la Kuurne-Bruxelles-Kuurne mi ero comportato bene, entrando nel gruppo dei primi. 

Poi c’è stata la parentesi Roubaix, meno positiva per come è finita?

Non del tutto, i primi chilometri stavo molto bene, ero sempre nelle prime posizioni e nel prendere i settori di pavé non facevo fatica a lottare per il piazzamento. Due settori prima di Arenberg ho bucato la ruota davanti ed ho fatto tutto il pavé sul cerchio. Alla fine del settore c’era un meccanico e siamo riusciti a montare la ruota, ma non so perché è stato messo un copertone con sezione da 28 al posto di un 30

La caduta nella Foresta di Arenberg è costata a Colombo la frattura del gomito e il ricovero in ospedale
La caduta nella Foresta di Arenberg è costata a Colombo la frattura del gomito e il ricovero in ospedale
A breve è arrivata la caduta nella Foresta…

Nel frattempo tra la foratura e Arenberg sono riuscito a rientrare ed ho preso l’imbocco del pavé nei primi quindici. Dopo 100 metri, purtroppo ho bucato ancora, sempre la ruota davanti ma sono riuscito a rimanere in piedi. Wright, che era accanto a me, ha forato anche lui ed è caduto ed io mi sono ritrovato a terra. Avevo capito fin da subito che si trattava di una frattura.

Che esperienza è stata?

Positiva, anche se i risultati li vedremo una volta che riuscirò a tornare in sella. Anche questo fa parte del processo di crescita, le conclusioni le tirerò dopo la stagione di Mtb, però mi piacerebbe continuare questa doppia attività.