Venturelli, due colpi all’estero prima di rimettersi sui libri

13.05.2023
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Questo weekend è il primo a casa per Federica Venturelli. Bici solo un po’, per tenere la gamba in condizione e il resto del tempo da passare sui libri, perché la scuola giustamente richiede concentrazione e attenzione. D’altronde la campionessa della Valcar-Travel&Service viene da due trasferte all’estero che hanno detto chiaramente qual è il suo valore nella categoria junior.

Per niente spaventata dalle nuove leve, la Venturelli si è presentata al via di due prove di Nations Cup, entrambe a tappe, EPZ Omloop Van Borsele in Olanda e Tour du Gevaudan Occitanie in Francia, portando a casa un secondo posto e una vittoria nelle classifiche generali. Una dimostrazione generale di superiorità che ha colpito soprattutto i selezionatori stranieri e che apre nuove prospettive.

«Non pensavo di andare così forte – ammette la diciottenne azzurra – avevo iniziato con calma, mi ero presentata a queste gare soprattutto per capire un po’ di più quale sia il mio valore da un anno all’altro. Sono arrivati due risultati insperati».

Proviamo a ripercorrere queste tre settimane così importanti. Presentando la corsa olandese avevi specificato come non fosse adatta alle tue caratteristiche…

La prima tappa a cronometro era piatta, oltre 14 chilometri, ma il vento l’ha resa molto dura. E’ stata quella a costruire la classifica perché le due frazioni successive erano piatte. Ho chiuso la prova contro il tempo al secondo posto, a 14” dalla britannica Sharp, una vecchia conoscenza perché ci siamo affrontate spesso in pista. Nelle tappe successive ho provato a rimontare attraverso i traguardi volanti che davano abbuoni, infatti ho più che dimezzato il divario. Entrambe si sono concluse in volata e quello non è davvero il mio forte.

Eppure sei finita sempre nelle zone alte, a cavallo della decima piazza.

Sapevo di dover comunque rimanere davanti per evitare rischi, io le volate le ho fatte, provavo a emergere per quanto possibile. Alla fine sono finita dietro per 4”, di più non si poteva davvero fare.

La seconda gara, due settimane dopo?

Era più breve, solo due tappe, ma molto più dure dal punto di vista altimetrico. C’erano molte salite, soprattutto nella prima parte e il gruppo si è frazionato. Nel finale siamo andate via io e la francese Bego e l’ho battuta allo sprint. La seconda era un po’ più semplice ed è diventata molto tattica, le nazionali hanno lavorato tantissimo e devo dire grazie alle mie compagne di squadra che hanno svolto un grande compito. Alla fine ho chiuso seconda dietro la Ferguson, ma davanti alla Bego e così ho conquistato la vittoria.

Che impressione hai tratto del livello generale?

L’impressione è che il livello non sia tanto diverso dallo scorso anno per la semplice ragione che era già molto alto. Sicuramente ho visto la francese molto cresciuta rispetto al 2022, era già una delle più forti al mondo di categoria, ma ora ha qualcosa in più. Poi vanno molto forte le due gemelle canadesi Holmgren ma loro le conosco bene, sono già ai vertici nel ciclocross e anche nella mtb, quando si va in salita sono davvero eccezionali. Fra le nuove spicca la Ferguson, sapevo che ne parlavano tutti ed è davvero di altissimo livello, non è un caso se ha vinto la seconda tappa in Francia.

Il podio del Tour du Gevaudan, con la francese Bego e la belga Van Sinaey
Il podio del Tour du Gevaudan, con la francese Bego e la belga Van Sinaey
E la Federica Venturelli di adesso è diversa da quella dello scorso anno?

Domanda difficile, perché mi accorgo che i parametri sono diversi. Cambiano le avversarie, ma sono cambiata anche io. Sento che dei miglioramenti ci sono, queste due trasferte mi hanno detto soprattutto che sono in grado di tenere un rendimento più costante, l’anno scorso andavo più a sprazzi. Riesco ad adattarmi di più a quel che mi propone ogni singola gara e questo fa parte della crescita.

E’ chiaro che stiamo parlando di juniores, ma emergere in due gare a tappe non è da poco. Pensi di avere una propensione per questo tipo di gare?

Io lo spero, diciamo che per ora vado bene, ma so bene che due corse che non vanno oltre i tre giorni di gara non fanno molto testo. Per ora vado bene in salita, ma non ho certo il fisico da scalatore. Quindi non posso sapere quale sarà il mio rendimento da elite fra qualche anno. So che dovrò fare tanta fatica, questo è sicuro.

A cronometro un ottimo 2° posto, ma c’è da lavorare…
A cronometro un ottimo 2° posto, ma c’è da lavorare…
Hai altre trasferte in programma?

Il 21 maggio c’è il Giro delle Fiandre dove vorrei far bene, poi ci sarà un periodo dedicato agli allenamenti in cui vorrei preparare bene il campionato regionale a cronometro. Ho visto in Olanda che, pur finendo seconda, sono lontana dai livelli dello scorso anno proprio perché non avevo fatto allenamenti specifici. E poi…

Poi?

Poi devo dare la precedenza allo studio. Ogni volta che torno a casa mi ritrovo con una caterva di compiti, di materie dove devo recuperare, ora sono le settimane decisive e mi devo concentrare sullo studio, quindi la mia amica bici verrà un po’ trascurata. Ma ci rifaremo, questo è sicuro.

Shimano al Giro, segreti e strategie dell’assistenza ufficiale

13.05.2023
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L’Assistenza Tecnica Neutrale Shimano gestisce le biciclette presenti sulle ammiraglie blu. Come fanno? Ci sono un ordine nel posizionamento e delle logiche da seguire? E’ cambiato qualcosa rispetto al recente passato?

Ancora una volta abbiamo interpellato Massimo Rava, “capitano” degli uomini blu di Shimano al Giro d’Italia e ci siamo fatti spiegare come vengono gestite le “biciclette neutrali”.

Massimo Rava e il leader dell’assistenza Shimano al Giro (Mirrormedia)
Massimo Rava e il leader dell’assistenza Shimano al Giro (Mirrormedia)
Quante sono le biciclette per ogni ammiraglia?

6 biciclette per ogni ammiraglia e le ammiraglie Shimano al Giro sono 3. Abbiamo un totale di 18 biciclette neutrali con telaio e forcella in carbonio. Le bici sono brandizzate Shimano.

Come sono montate?

Sono da considerare delle top di gamma. C’è la trasmissione Shimano Dura Ace Di2 a 12 velocità, ruote C50 oppure C36 sempre Dura Ace, ma con le camere d’aria montate in combinazione con le gomme tubeless. I cockpit sono della famiglia Pro Bikegear e tutte hanno il reggisella telescopico per facilitare l’adattamento del corridore in caso di utilizzo repentino. Per questo motivo è fondamentale per noi come Assistenza Tecnica Neutrale avere delle biciclette con il reggisella classico da 27,2 millimetri di diametro, in modo da montare il seat-post telescopico.

Perché usate le camere d’aria abbinate agli pneumatici tubeless?

E’ una scelta tecnica. Le biciclette che abbiamo in dotazione possono rimanere inutilizzate per lunghi periodi, nonostante i numerosi controlli alle quali sono soggette. Per evitare l’accumulo di liquido anti-foratura preferiamo usare le camere. Le gomme tubeless sono più robuste, rispetto ai normali clincher e proteggono di più le camere d’aria.

Ci sono delle dinamiche legate alle scelte dei componenti e delle taglie dei telai?

L’utilizzo di componenti Dura Ace sulle macchine Shimano non è solo una questione d’immagine. Siamo in un contesto professionale e la categoria di componenti Dura Ace è stata sviluppata con i pro’ e per i pro’. L’obiettivo è quello di fornire il sistema più avanzato in termini di performance e tecnologie. Per quanto riguarda le taglie delle biciclette, sulle ammiraglie cerchiamo di tenere disponibili tutte e sei le taglie, ma abbiamo anche delle bici con taglie extra small, più usate nelle corse femminili.

In caso di necessità, come fate a sapere la misura corretta di quel corridore?

Il telescopico ci aiuta, non poco. Entra in gioco l’esperienza di anni di Servizio Corse e poi in Shimano abbiamo creato un database che ritengo un fiore all’occhiello della nostra organizzazione. E’ un vero e proprio archivio che aggiorniamo prima dell’inizio della stagione di gare, dopo aver chiesto la collaborazione dei meccanici dei team. Da loro ci facciamo mandare le schede delle misure di ogni corridore.

A cosa serve?

Ci permette di avere migliaia di dati e di informazioni, utilizzate anche per avere dei valori medi. Si parte con il considerare l’altezza sella, prima di ogni altra cosa e poi la lunghezza sul piano orizzontale. Essere perfetti è impossibile, ma abbiamo raggiunto dei livelli di eccellenza anche in questa categoria.

Le ammiraglie Shimano, come le auto dei team (Mirrormedia)
Le ammiraglie Shimano, come le auto dei team (Mirrormedia)
C’è una logica nella disposizione delle biciclette sul tetto delle ammiraglie?

Partiamo sempre dal presupposto che noi siamo e rimaniamo neutrali e dobbiamo essere in grado di aiutare tutti i corridori. Ognuna delle nostre ammiraglie ha una o due biciclette principali che sono quelle dalla parte del meccanico, di solito il lato destro. Un’altra bici di riferimento è la prima disponibile dalla parte del driver e così via. Ogni macchina blu Shimano ha le bici con almeno una tipologia di pedali usati dai corridori, Shimano e Look, SpeedPlay e Time. Stiamo lavorando anche sulle bagagliere porta-biciclette, in modo da essere ancora più veloci ed efficienti.

Su ogni ammiraglia è presente un frigo da campo con le borracce
Su ogni ammiraglia è presente un frigo da campo con le borracce (foto Shimano)
Questione anche di affiatamento e non solo delle abilità individuali?

E’ fondamentale, perché ogni equipaggio deve sempre essere al massimo della concentrazione. In caso di intervento, che sia un cambio bici o solo una ruota, nel momento in cui scendiamo dalla macchina dobbiamo avere in mano la ruota giusta con il corpetto corretto, se Shimano, Sram oppure Campagnolo. Il diametro dei dischi del freno deve essere quello giusto, perché è vero che c’è una sorta di standard riconosciuto, 160 anteriore e 140 posteriore, ma non tutti i team lo adottano. Il driver ed il meccanico devono capirsi al volo.

Dopo il termine della tappa le bici vengono rimosse dalle ammiraglie (foto Shimano)
Dopo il termine della tappa le bici vengono rimosse dalle ammiraglie (foto Shimano)
Quando finisce la giornata di gara, le bici come vengono controllate?

Ovviamente dipende molto dalle condizioni meteo, ma per noi ogni bicicletta e ogni componente deve essere al massimo dell’efficienza. Facendo alcuni esempi: la carica delle batterie dei sistemi Di2 viene verificata quotidianamente, così come le pressioni delle gomme. Ogni tre giorni c’è un controllo totale ed approfondito di ogni singolo pezzo.

La corsa bloccata: è stata solo colpa del vento?

12.05.2023
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CAMPO IMPERATORE – Una spiegazione c’è e sta nel vento contro, anche se il gruppo ha corso in modo rinunciatario sin dall’inizio, lasciando andare la fuga in modo incontrollato. In una tappa così importante non avrebbero potuto provare anche altri team e altri uomini? Vedere poi il gruppo appallato lungo tutta la salita finale verso il traguardo non è stato lo spettacolo più avvincente. Sul traguardo e nei messaggi continuano ad arrivare note critiche. Il vento è gelido, l’albergo rosso è in ristrutturazione da anni, ma nelle stanze al pian terreno le squadre possono cambiarsi. Fuori si servono centinaia di arrosticini, mentre la gente comincia a sfollare.

«La salita come avete visto aveva tanto vento contro – dice Caruso con le labbra che tremano per il freddo – quindi fare un’andatura alta era difficile. Piuttosto non so perché chi poteva vincere oggi abbia lasciato tanto tempo a questa fuga. Qualcuno avrebbe potuto tirare, io no di sicuro. Se qualcuno si voleva prendere la briga di tirare per 220 chilometri per provare a vincere e non l’ha fatto, magari adesso si starà mangiando le mani.

«Domani c’è una tappa duretta – prosegue il siciliano della Bahrain Victorious cercando di spiegare il finale –  domenica una lunga crono piatta, dove sicuramente pagherò ancora un po’, poi cominciano le Alpi e da lì se ne vedranno delle belle. Mi piace come si punzecchiano Roglic ed Evenepoel, però è un peccato. Forse questa tappa meritava di più».

Caruso aspetta l’elicottero: i primi della classifica sono stati portati in basso in modo più rapido
Caruso aspetta l’elicottero: i primi della classifica sono stati portati in basso in modo più rapido

Vento e nuvole

Campo Imperatore è nuovamente inghiottito dalla nuvola, il vento è ostinato, per cui i corridori arrivano, si coprono, scambiano poche parole e poi prendono la discesa verso le ammiraglie. I big vanno in elicottero, gli altri in ammiraglia. Dipende chiaramente dai punti di vista, ma ricordando quel che quassù accadde nel 1999, quando Pantani scrisse un pezzetto della sua storia, la tattica rinunciataria del gruppo ha sconcertato chi a vario titolo li aspettava in cima.

«Ma è dipeso solo dal vento contrario – ammette Matteo Tosatto, che con la sua Ineos avrebbe provato ad attaccare nel finale – c’erano folate contrarie a 15-20 chilometri orari, a ruota si stava bene, mentre davanti si faceva una faticaccia. Avremmo provato di certo, non c’è altra spiegazione per lo spettacolo di questa tappa».

La condotta rinunciataria del gruppo è iniziata sin da subito, non solo per il vento
La condotta rinunciataria del gruppo è iniziata sin da subito, non solo per il vento

Remco soddisfatto

Le stesse parole le pronuncia Evenepoel, uno che non ha paura di prendere vento in faccia, ma che stavolta evidentemente ha dovuto alzare bandiera bianca.

«Il cessate il fuoco – spiega prima di avviarsi verso valle in elicottero – è stato dovuto principalmente al vento contrario. Non si poteva fare molto. Qual è stata la mia sensazione? Bene. Ho vinto lo sprint e sono rimasto fuori dai guai, da qualche buco. Fare primo è meglio che ultimo. Col senno di poi, è un peccato che quei tre fossero ancora avanti. E’ stata una lunga giornata, siamo stati in bici per sei ore. Ha fatto anche molto freddo in cima, ma è stata una giornata perfetta per noi».

Basso al settimo cielo

Ai piedi del podio c’è uno che il Giro l’ha vinto per due volte e che da un lato si gode la vittoria di Bais e dall’altro cerca di spiegare quel che si è visto.

«Non potevamo aspettarci un inizio di Giro migliore – dice Ivan Basso – veniamo da una settimana ricca di risultati. Albanese è stato fantastico, anche Fortunato ha dimostrato in salita di andare molto forte, quindi cercheremo di continuare a interpretarlo così. Ci lamentiamo che non ci sono squadre, non ci sono giovani… Noi cerchiamo di guardare invece quello che c’è. Una cosa voglio dirla: guai a chi tocca la mia squadra e i miei ragazzi. Questa vittoria vuol dire che lavoriamo bene, che è una squadra con una credibilità e un’identità e che è destinata a fare una strada molto lunga

Basso gongola per la vittoria di Bais: ossigeno per la squadra
Basso gongola per la vittoria di Bais: ossigeno per la squadra

«Bais arriva dal Ct Friuli – prosegue il manager della Eolo-Kometa – una delle migliori scuole di ciclismo per la categoria giovanile. Lo abbiamo preso e con il mio staff, che proviene per la maggior parte dalla Liquigas, abbiamo cercato di fare quello che abbiamo fatto a suo tempo con Sagan e con Nibali, con Viviani e con Caruso. Questo è quello che noi facciamo e continueremo a fare». 

Tattica prudente

Basso ha vinto per due volte il Giro, si diceva, ma la seconda volta, nel 2010, gli toccò sudarselo oltre ogni immaginazione, per una fuga bidone verso L’Aquila: che cosa gli è parso della tappa dei migliori e di questa fuga lasciata andare così a cuor leggero?

«Io ero molto concentrato sulla corsa – dice con la consueta diplomazia – non ho seguito la corsa del gruppo. Però è stata una settimana dura, con il brutto tempo. Domani ci sarà una tappa difficile, con un inizio complicato. Io credo che la cronometro metterà un po’ di ordine alla classifica e poi se la giocheranno in montagna. Ci sono state delle cadute e magari noi non sappiamo dall’esterno come stia chi è andato giù. Se magari Evenepoel ha ancora qualche fastidio e preferisce rinviare».

La discesa dal Gran Sasso è un continuo pigiarsi con i turisti sulla stessa funivia. Scambiamo due parole con Fabio Genovesi e con la famiglia di Domenico Pozzovivo: serve un’ora per andare giù. L’attesa per la prima tappa in salita è stata presa a schiaffi dal vento e dal gruppo. Le cose certe sono due: in quella fuga potevano e dovevano entrare ben altri corridori, mentre questo Giro non ha la foga degli ultimi anni, quando ogni traguardo parziale era il pretesto per duelli e attacchi. Sarà la normalizzazione dopo il Covid, sarà il vento, sarà la stanchezza. Comunque sia, la crono di Cesena inizierà un’altra storia.

Davide Bais da sogno. Campo Imperatore è suo

12.05.2023
4 min
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CAMPO IMPERATORE – Uno scatto secco. Uno solo. Come il manuale del buon ciclista impone e Davide Bais ha vinto la sua prima gara da professionista. Il corridore della Eolo-Kometa conquista il prestigioso traguardo di Campo Imperatore.

Prendersi un arrivo in quota al Giro d’Italia è qualcosa che non capita molto spesso. «Quando Petilli è scattato e Davide è rientrato bene, ha capito di avere buone gambe e lì ci ha davvero creduto», ci racconta Stefano Zanatta direttore sportivo della Eolo-Kometa. Anche se lui era nell’ammiraglia dietro al gruppo, ha avuto sempre la situazione sotto controllo.

I tre protagonisti della fuga di giornata: Karel Vacek, Simone Petilli e Davide Bais, ormai sulle rampe del Gran Sasso
I tre protagonisti della fuga di giornata: Karel Vacek, Simone Petilli e Davide Bais, ormai sulle rampe del Gran Sasso

Tre chilometri

La tappa scorre via nel cuore dell’Abruzzo. Il gruppo lascia fare e il distacco dilaga. Si può andare all’arrivo dunque. La scalata finale si fa man mano più intensa, sia per la tensione della gara, sia per la pendenza.

«E’ una grande gioia per me – racconta in maglia blu, Davide Bais – sull’ultima salita ho tenuto duro agli attacchi, soprattutto quelli di Simone Petilli. Sapevo che non dovevo mollare perché ero il più veloce. Gli ultimi tre chilometri sono stati i più duri e i più belli per me».

E Davide Bais se l’è giocata bene. Ha gestito ottimamente nervi ed energie. Ai 300 metri è partito e ha immediatamente aperto un gap. I massaggiatori della Eolo, dietro l’arrivo hanno iniziato subito ad abbracciarsi.

Gruppo sornione, la fuga va e Davide Bais ne approfitta
Gruppo sornione, la fuga va e Davide Bais ne approfitta

Fratelli al Giro

Intanto nelle stanze del vecchio hotel di Campo Imperatore, quello che tenne prigioniero Mussolini, i corridori si radunano alla spicciolata. Si scaldano sotto ai “funghi”. Qualcuno fa i rulli. E tra coloro che si cambiano, c’è anche Mattia Bais, fratello di Davide. Entrambi altro prodotto del Cycling Team Friuli.

Mattia è il ritratto della felicità. «Ho saputo ai due chilometri che Davide aveva vinto. Ho iniziato a festeggiare come se avessi vinto io. Gli altri in gruppo mi guardavano…

«Oggi dovevamo provarci io o lui. E’ entrato lui e va bene così. E’ un giorno importante per Davide, per me, per la squadra».

«Stare qui al Giro con mio fratello – replica Davide in conferenza stampa – è davvero bello: ci si aiuta, ci si confronta. E statene certi che presto anche lui si farà vedere. Siamo due corridori simili, due attaccanti. Le differenze? Due anni di età, qualche centimetro di statura e io che sono più disordinato!».

Zanatta, la strategia

E dire che tra le tante tappe forse questa era quella meno cercata dagli Eolo-Kometa. In effetti hanno speso parecchio in questa prima fase di Giro con Albanese, con Gavazzi e con lo stesso Davide Bais, già in fuga. 

«E’ una vittoria importantissima – spiega Zanatta – per la nostra squadra. E’ dall’inizio del Giro che siamo protagonisti. Abbiamo speso tanto e oggi non dovevamo cercare la fuga per forza. Anche perché credevamo che la corsa l’avrebbero fatta i team degli uomini di classifica».

Invece succede che gli uomini di classifica oggi non ne vogliono sapere. E quando iniziano gli scatti per andare in fuga i ragazzi della Eolo dovevano giusto buttarci un’occhio. Cosa che ha fatto Davide Bais.

«E’ andata proprio così – dice Zanatta – ma dico anche che siamo stati fortunati. Quando abbiamo visto che erano arrivati a 12′ a quel punto è cambiata la fuga stessa: si poteva arrivare. Ed è stata tutta un’altra gestione». 

Come dice Zanatta è cambiata la fuga. A quel punto si è trattato di far stare tranquillo il ragazzo. Anche perché era un bel po’, dalle categorie giovanili, che Davide non vinceva. Poteva emozionarsi

«Abbiamo cercato – conclude Zanatta – di non fargli pesare il fatto che si sarebbe giocato una tappa del Giro. Gli abbiamo detto di ragionare chilometro per chilometro, di mangiare, di bere… Solo nel finale gli abbiamo detto di tenere sott’occhio soprattutto Petilli, per noi il più forte. Anche se ai piedi di Rocca Calascio temevamo ancora il gruppo. Se un team degli uomini di classifica si fosse messo a tirare con decisione, sarebbero potuti rientrare. La scalata finale, nel suo insieme era di oltre 40 chilometri».

Ma non è successo. I tre davanti sono andati forte. E l’epilogo lo conosciamo.

Faure Prost, accanto a Busatto cresce un altro talento

12.05.2023
6 min
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Le vittorie ottenute, anche in Italia, hanno portato la premiata coppia GregoireMartinez a ottenere molta fama e grandi attese al loro esordio fra i pro’, ma sono solo la punta dell’iceberg di un movimento, quello francese, che sta trovando sempre nuove leve e crescendo di livello. Fra i più giovani ce n’è uno, Alexy Faure Prost, del quale si parla molto Oltralpe. A guardare il suo curriculum non sembrano esserci grandi successi, eppure il suo modo di correre ha rubato gli occhi agli osservatori, tanto che la Intermarché lo ha messo subito sotto contratto facendolo passare U23 nel suo team Devo.

Faure Prost, 19 anni appena compiuti, sta seguendo un percorso di crescita senza fretta, spesso in gara insieme a Francesco Busatto, tra i più in vista dopo il trionfo di Liegi. Il transalpino sente soprattutto che intorno a lui tutto sta cambiando. Sono sempre più lontani i tempi dei suoi inizi.

«Avevo 9-10 anni – ricorda il giovanissimo francese – ho cominciato seguendo le orme di mio fratello, ma era più un gioco. Man mano ci ho preso gusto, vedevo che me la cavavo bene e ho continuato con sempre maggior impegno finché non è diventata una parte importantissima della mia vita».

Nel gruppo della Circus-Reuz, Faure Prost ha trovato il clima ideale per crescere (foto DirectVelo)
Nel gruppo della Circus-Reuz, Faure Prost ha trovato il clima ideale per crescere (foto DirectVelo)
Avevi offerte dalla Groupama FDJ e dall’Intermarché. Che cosa ti ha fatto scegliere quest’ultima?

Penso che ci siano molte cose che abbiano influito, ma se devo sceglierne una, è il lato umano che c’è nella squadra. Puoi davvero parlare con tutti i membri del team senza problemi, ti senti parte di qualcosa. Era davvero il lato familiare della squadra, che mi piaceva. Poi il team aveva un grande progetto sulle gare più dure nelle Ardenne.

Il salto di categoria ti ha portato a cambiare il tuo modo di correre?

Sì, prima attaccavo sempre durante la gara. Ora ci sono più chilometri, quindi ovviamente non è possibile attaccare sin dall’inizio, bisogna imparare a gestirsi e questo ha davvero cambiato il modo in cui corro, affidandomi molto al team. Correre con una squadra intorno a te, per uno o due compagni con ciascuno un ruolo è il cambiamento più grande.

A La Get Up Cup in Francia la seconda vittoria stagionale, battendo per 4″ Busatto
A La Get Up Cup in Francia la seconda vittoria stagionale, battendo per 4″ Busatto
Nel tuo team c’è sempre un capitano già stabilito o si decide in base a come si evolve la corsa?

Abbiamo sempre un capitano in squadra, non importa quale sia la gara, prima del via le gerarchie sono stabilite, ma naturalmente, se lui sta meno bene o non è in giornata, c’è qualcun altro. E’ un sistema che mi piace anche perché comunque non preclude le possibilità di emergere, è l’evoluzione della corsa che influisce in maniera decisiva.

A Francoforte hai corso contro molte squadre WorldTour. Come ti sei trovato?

A dir la verità, non ho visto così tante differenze, c’erano molti ragazzi dei team Devo. Era una corsa per velocisti, anche se qualche asperità c’era, ma era più per i velocisti. Ho fatto il lavoro per il lancio dello sprint. Poi a 2 chilometri dal traguardo mi sono sfilato, il mio compito era finito.

Con i suoi 67 chili distribuiti su 1,84 metri di altezza, Faure Prost privilegia le salite
Con i suoi 67 chili distribuiti su 1,84 metri di altezza, Faure Prost privilegia le salite
Lo scorso anno dicevi di voler passare subito in un WorldTeam, alla luce delle prime esperienze sei sempre convinto della scelta fatta di rimanere fra gli U23?

Penso che sia stata quella giusta. C’è davvero un enorme passo tra juniores e U23, figurarsi entrare subito nelle gare professionistiche, non capirei nulla. Questa è la soluzione giusta, bisogna imparare con il tempo e ingranare piano piano, presto sarò pronto per un altro salto.

Che tipo di corridore sei?

Penso di essere un corridore che si completa sempre di più. L’anno scorso ero più uno scalatore, quindi aspetterò di vedere come vado nelle gare in montagna, ma penso che le mie caratteristiche principali non siano svanite. E’ chiaro però che rientra nel discorso di prima, tutto va comparato al livello generale, c’è molto da migliorare.

Per Faure Prost l’obiettivo è crescere con calma, restando per ora fra gli Under 23
Per Faure Prost l’obiettivo è crescere con calma, restando per ora fra gli Under 23
Preferisci le corse a tappe o le classiche d’un giorno?

Mi piacciono entrambe e non saprei davvero che cosa scegliere. Forse la mia dimensione attuale mi porta a preferire le prove brevi a tappe, ma anche nelle corse in linea mi trovo bene. Vorrei continuare a crescere in entrambe le direzioni, perché penso che un corridore nel ciclismo di oggi non debba avere preferenze. Mi piacerebbe partecipare al Giro d’Italia U23 e al Giro della Val d’Aosta. Sono gare difficili, che si addicono alle mie qualità, serviranno per scoprirmi un po’ di più.

Dopo Gregoire e Martinez si parla di te come della nuova grande speranza del ciclismo francese. Che effetto ti fa?

Non cambia troppo, anche se effettivamente un po’ di pressione si sente. Cerco di rimanere concentrato sulle gare per ottenere il miglior risultato possibile. Ma guardo anche quel che avviene intorno a me, ci sono molti giovani che stanno emergendo, è un momento molto positivo. Io spero di far sempre meglio, per trasformare le speranze in realtà.

Da junior Faure Prost si è messo in luce vincendo l’ultima tappa alla Ain Bugey Valromey Tour (foto DirectVelo)
Da junior Faure Prost si è messo in luce vincendo l’ultima tappa alla Ain Bugey Valromey Tour (foto DirectVelo)
In Francia manca un vincitore del Tour da quasi 50 anni. Per voi giovani le aspettative della gente in questo senso sono un peso?

L’attesa c’è, ma non ci pensiamo. Aspettare il fuoriclasse assoluto, il fenomeno non serve e non si può far molto per avere il nuovo Pogacar in Francia. Noi, e credo di parlare anche per gli altri ragazzi, non ci pensiamo troppo. Io almeno devo aspettare ancora tantissimo prima di poter pensare al Tour. Ma credo che questo valga un po’ per tutti i ragazzi della mia generazione, bisogna progredire per gradi e forse un giorno si inizierà a prendere in considerazione anche la possibilità di emergere al Tour.

C’è un corridore a cui ti ispiri e perché?

A me piace molto Thibaut Pinot, ammiro il fatto che sia ancora lì a lottare, a cercare di emergere dopo anni bui, dopo tante delusioni e dopo quanto si è parlato di lui. Non molla, è un esempio di abnegazione e per me questo è un riferimento.

Bressan e il giovane Milan al Cycling Team Friuli

12.05.2023
6 min
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Ieri Jonathan Milan è arrivato ancora secondo in questo Giro d’Italia. Un buon piazzamento che rafforza la sua maglia ciclamino, la quale a sua volta è figlia dalla grandiosa vittoria di San Salvo e prima ancora della storia di questo giovane atleta. Una storia che ben conosce il suo mentore tra gli under 23, Roberto Bressan.

Bressan è il patron del Cycling Team Friuli-Victorious, da dove tutto è nato o quantomeno si è sviluppato. Parliamo spesso di questa squadra giovanile. Lanciò Alessandro De Marchi tra i pro’. Il “Dema” all’epoca non passò con le stimmate del campione. Ma questa squadra friulana faceva un’attività diversa. Faceva qualcosa che oggi è normale, ma 10-15 anni fa era l’eccezione. Portava i suoi ragazzi all’estero, faceva corse a tappe.

Pensate che oggi tra i papabili, quindi senza considerare i ragazzi che non appartengono a squadre WT o Professional, il CTF potrebbe avere sette corridori al Giro d’Italia: i due fratelli Bais, De Marchi, Milan, Aleotti, Fabbro e Buratti.

Dopo sei tappe, Milan indossa la maglia ciclamino. Per il bujese potrebbe essere un obiettivo
Dopo sei tappe, Milan indossa la maglia ciclamino. Per il bujese potrebbe essere un obiettivo

Di padre in figlio

Ma torniamo a Milan e a Bressan. Roberto già conosceva Milan. Magari non il corridore, ma il bambino. Aveva avuto tra le mani suo papà Flavio all’epoca del Caneva. Lo aveva avuto già prima dei dilettanti.

«Ricordo – racconta Bressan – che suo papà era stato campione italiano degli allievi. Vinse anche altre corse crescendo e fece la sua carriera fino ai pro’ (due stagioni all’Amore & Vita, ndr). Fin quando col passare degli anni mi ritrovai suo figlio Jonathan».

«Iniziai a seguire questo ragazzino prima ancora che venisse nella mia squadra. Era junior. Ma io lo seguivo su pista e non su strada. Sapete che io sono un patito della pista! Vedevo come girava, i tempi che faceva… Così lo contattai e gli feci fare un test dal nostro coach, Andrea Fusaz.

«Finito questo test, Andrea – che tra l’altro è ancora il suo coach – mi chiama al telefono e mi dice: “Oh Roberto, guarda che qua abbiamo uno che non ho mai visto prima. Io non ho mai visto tanti watt in vita mia».

Da quel momento Milan viene dunque preso nel Cycling Team Friuli, anche perché la categoria juniores era finita e comunque sarebbe dovuto passare in un team under 23.

Roberto Bressan è il patron del Cycling Team Friuli (immagine dal web)
Roberto Bressan è il patron del Cycling Team Friuli (immagine dal web)

Cambio di registro

Il ragazzo era davvero acerbo. La scuola, gli impegni di un adolescente, si allenava “quasi nei ritagli di tempo”, anche se poi sappiamo che non è del tutto così. Ma fin lì Milan non aveva mai fatto una preparazione strutturata. Il cambio di team e di categoria imponevano un cambio di registro.

Tuttavia le cose non sono state subito rose e fiori per Milan e anche per il CTF.

«Sapevo – prosegue Bressan – che Jonathan non si allenava molto da junior. Faceva più o meno sempre lo stesso allenamento due, tre volte alla settimana. Era totalmente da costruire… Ed è stato difficile da gestire, in quanto non sempre seguiva i programmi».

Il che può anche starci per un ragazzo così acerbo, ma dopo una bella fetta di stagione le cose sarebbero dovute cambiare. Così non è stato.

A maggio inoltrato del primo anno tra gli U23 di Milan, Bressan gioca una carta a sorpresa. Non era possibile che un atleta di queste proporzioni non si riuscisse a gestire, a far crescere come meritava.

«Dal mio cervello di ex atleta esce un’idea: bisogna che lo porti in pista per verificare una volta per tutte le sue qualità. E le qualità emersero palesemente. Così abbiamo cambiato strada nel vero senso della parola. Abbiamo deciso di farlo lavorare soprattutto sulla pista e per la pista… con l’intento di venirne fuori anche su strada».

Marco VIlla, Jonathan Milan, Fabio Masotti, Montichiari, 2020
Nella crescita di Milan c’è molto anche del cittì della pista, Marco Villa
Marco VIlla, Jonathan Milan, Fabio Masotti, Montichiari, 2020
Nella crescita di Milan c’è molto anche del cittì della pista, Marco Villa

Dal cittì Villa…

Il primo anno di Milan tra i dilettanti è stato quindi difficile. Dopo quella mossa, “Jony” entra nel giro della nazionale. Qualcosa migliora, ma non del tutto. Jonathan a detta di Bressan restava un “cavallo pazzo”.

«A quel punto vado da Marco Villa e gli dico: “Marco devi assolutamente fargli fare un periodo con te. Ma non 15 giorni. Portalo fuori. Portalo lontano da casa”. E così andò via con la nazionale per più di due mesi, tra stage e gare di coppa del mondo. Milan doveva formarsi e tirar fuori tutto quello che poteva. 

«Quando è tornato a casa dopo quei due mesi abbondanti era un’altro corridore».

Milan inizia a capire che un certo lavoro paga. Che i tecnici che ha attorno sono validi e che si può fidare. La sua crescita è esponenziale. Vince gare su strada e in pista, crono, una tappa al Giro. E in squadra diventa un leader.

«Da lì è diventato il corridore che conosciamo – spiega Bressan – Quell’anno ha vinto tutto quello che doveva vincere, anche la medaglia di bronzo mondiale nell’inseguimento a squadre, mentre nell’individuale fece un tempo strepitoso: 4’08”.

«Da quando c’è lui nel quartetto hanno fatto il Record del Mondo e vinto molto, tra cui l’Olimpiade. Se non ci fosse stato anche un Jonathan a quei livelli non avremmo vinto a Tokyo».

Jonathan è stato nel CTF per due stagioni, una delle quali quella del Covid (Photo Raphy)
Jonathan è stato nel CTF per due stagioni, una delle quali quella del Covid (Photo Raphy)

Quell’anno in più

E poi c’è il Jonathan gigante buono. Quello che quasi si commuove dopo la vittoria di San Salvo. Che si prodiga per la squadra. Doti che aveva anche al CTF.

«I compagni gli volevano bene. Faceva molto per loro e loro per lui. No, sotto questo punto di vista Jonathan è un buono, davvero».

«Mi è dispiaciuto moltissimo, e lo dico tranquillamente, che sia voluto passare subito. Poteva restare con noi un altro anno. Le Olimpiadi non gliele avrebbe tolte nessuno. Anche perché su strada al primo anno non è che con la Bahrain-Victorious avesse fatto chissà quali corse.

«Per esempio, guardate quanto si muove in volata. Ecco, stare un anno in più tra gli under 23 gli avrebbe consentito di curare questi aspetti. Tra i pro’ non hai il tempo per farlo, né chi ti dice certe cose…

«Che poi alla fine è andata bene che sia passato proprio nella Bahrain, perché questa stessa squadra è venuta a cercarci per avere un team giovanile di riferimento, anche grazie a Milan stesso. Quindi è un po’ come se Jonathan fosse rimasto in famiglia».

«Ora, da quel che sento, quasi sicuramente dovrebbe cambiare squadra. Mi spiace che il suo agente non abbia trattato in modo corretto il dialogo con la Bahrain. Ma poi queste sono cose loro».

A San Salvo, tutta la potenza di Jonathan Milan
A San Salvo, tutta la potenza di Jonathan Milan

Le previsioni di Bressan

Oggi Milan è una delle certezze italiane. E a 22 anni, per il ragazzo di Buja, non è finita qui. Il suo palmares è già ricco e al Giro d’Italia sta facendo benissimo.

La maglia ciclamino potrebbe essere un obiettivo. Un obiettivo a cui magari non avrebbe pensato fino a qualche settimana fa. Ma anche dal punto di vista tecnico Bressan lo aveva inquadrato bene in tempi non sospetti.

«Jonathan – conclude Bressan – ha davanti una carriera incredibile. Oltre alle volate, fra qualche anno vincerà le classiche al Nord. Ormai sono vecchio abbastanza per poter guardare avanti!
«Vincerà le classiche, ne sono sicuro. Deve solo fare le cose per bene. Non si deve montare la testa, ma credo proprio di no, e ricordare qualche volta in più da dove è venuto».

Soudal-Quick Step, sulla bici di Remco l’occhio di Oppici

12.05.2023
5 min
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NAPOLI – Quando Evenepoel si è ritrovato per terra sulla via di Salerno per colpa del celebre cagnolino, il primo a scendere dall’ammiraglia con la bici di scorta è stato Fausto Oppici, meccanico della Soudal-Quick Step.

Fino allo scorso, il milanese era al Team Bike Exchange, oggi Jayco-AlUla, dove seguiva le corse e (quando era a casa) si occupava del magazzino. Quando si è reso conto di non avere più una vita, è tornato alla squadra belga da cui aveva spiccato il volo e adesso è con il campione del mondo al Giro d’Italia. C’era lui anche alla fine del 2022, quando Remco andò a fare i sopralluoghi in costiera amalfitana, gettando le basi per la sfida al Giro.

Fausto Oppici ha 52 anni: prima d diventare meccanico è stato un buon dilettante
Fausto Oppici ha 52 anni: prima d diventare meccanico è stato un buon dilettante

«In realtà con lui – quasi si schermisce – non ho un grandissimo rapporto, perché abbiamo fatto corse differenti, ma da quello che ho visto in questi primi giorni del Giro, come tutti i grandi campioni vuole avere il meglio possibile. Fanno fatica, quindi è giusto cercare di dargli il massimo».

Oppici è stato anche meccanico della nazionale per 19 mondiali fra Italia e Australia e ha lavorato in due Olimpiadi con gli azzurri e due con gli australiani.

Si fa qualcosa di diverso nel preparare le bici di una squadra che punta alla maglia rosa?

La differenza non è molta, perché l’occhio deve essere lo stesso. Se sbagli qualcosa, devi intervenire e soprattutto il corridore se ne accorge, che sia campione o gregario. Il lavoro è lo stesso, ma sicuramente lo stimolo è diverso. Un conto è andare al Giro sperando di vincere una tappa, altra cosa se vuoi il bottino pieno. La mentalità magari è la stessa, le motivazioni cambiano. Per cui c’è qualche bici in più, qualche ruota in più, qualche attenzione in più.

Le bici ricevono lo stesso trattamento, che siano del capitano o del gregario
Le bici ricevono lo stesso trattamento, che siano del capitano o del gregario
Quante bici in più?

Soprattutto quelle del leader sono sempre due più degli altri. Comprese le 8 che corrono, abbiamo 25 bici da corsa e 17 da crono. Per quello che invece riguarda le ruote, il numero è sempre quello, perché ne servono sempre tante. E considerando tutti i profili a disposizione, il numero è notevole. Abbiamo 50 coppie di ruote da strada, più 25 da crono.

Hai trovato grandi differenze in questa squadra rispetto alla tua prima esperienza?

No, la mentalità è sempre quella. Qui si corre per vincere ed essendo una squadra belga, c’è la passione della gente che ti spinge a fare sempre più di quello che potresti.

L’occhio è lo stesso, le motivazioni sono più forti. Sapere di mettere le mani sulla bici di Remco moltiplica l’attenzione?

Attenzione sì, mentre la metti a posto ti fermi a guardare qualcosa che potrebbe essere diverso o migliore. Una volta che hai finito il lavoro, devi essere sicuro di quello che hai fatto. Se continui a pensare che manca qualcosa, metti mano ed è sempre un toccare. E finisci col peggiorare, invece che migliorare.

Anche il meccanico deve studiare il percorso del Giro per valutare le varie scelte tecniche?

Prima lo facevamo molto di più. Adesso magari si dice ai ragazzi che partiamo tutti col i pignoni 11-34 e facciamo tutto il Giro con quel rapporto. Invece prima magari si partiva con l’11-21, poi magari se le salite erano ripide si metteva il 25. Poi è arrivato il 28. Invece adesso con le 12 velocità, a partire dall’11 hai una gamma di rapporti praticamente completa.

Oppici è subentrato nello staff dei meccanici belgi, di cui aveva già fatto parte
Oppici è subentrato nello staff dei meccanici belgi, di cui aveva già fatto parte
Per le ruote invece c’è da scegliere?

C’è da dire che tutta la gente ringrazia quando passa il Giro, perché si fanno le strade nuove. Quindi da quel lato, può capitare la buca, ci mancherebbe, ma le strade mediamente sono tutte belle. Quanto allo scegliere il tipo di pneumatico, noi usiamo il copertoncino in cotone con la camera d’aria in lattice. Abbiamo avuto a disposizione anche i tubeless, ma i corridori si sentono meglio sul copertoncino.

Il tubeless non viene usato davvero mai?

Solo quando piove. Abbiamo sul camion le ruote preparate per la pioggia: sono lì ferme, sperando di non usarle troppo spesso. La terza bici è montata con quelli. E se vediamo che è brutto, le prendiamo prima di partire. Altrimenti rimaniamo con i copertoncini e come scorte sull’ammiraglia teniamo bici montate allo stesso modo.

Oggi si scala Campo Imperatore, quali ruote e che rapporti per Evenepoel?

Ruote basse e come sempre il 34.

La festa di Pedersen, il tormento di De Marchi

11.05.2023
6 min
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Pedersen passa come una freccia, mentre accanto alla transenna sulla sinistra s’è fermato De Marchi cercando un po’ di silenzio nel baccano di Napoli e del cuore che martella. Una corsa per raggiungerlo e poi ci fermiamo rispettandone il respiro. Un metro più avanti, Simon Clarke ha tolto casco e occhiali e sta piangendo. Sono entrambi del 1986 e per entrambi la vittoria di tappa avrebbe significato molto, ma il gruppo ha recuperato forte e le minime schermaglie fatte negli ultimi 500 metri sono state fatali.

«Insomma, ho giocato un po’ – mormora Alessandrolui era molto più veloce di me e allora ho voluto provare a vincere. Insomma, fare secondo sarebbe stata una gran cosa, ma arrivati a questo punto, bisogna giocare per la vittoria. Quindi ho dovuto fare una cosa che forse non ho mai fatto in tutta la carriera: non dare più un cambio e me ne dispiace. L’avevo vista questa tappa, poi stamattina sono andato in partenza e ho visto che c’era un grande nervosismo e siamo andati…».

Due palleggi nella città dello scudetto: Remco torna alle origini e paragona Merckx a Maradona
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Cambi saltati

Parla e poi riflette, il rimpianto lo scuote. Sembra che le domande gli nascano da dentro e lui risponda mano a mano che vengono fuori. Poi lentamente De Marchi si riconnette con questa strada assolata in riva al mare e il discorso riparte.

«Sono mancati 300 metri – dice – eravamo in due, era un po’ un azzardo. Però l’unica cosa da fare era provare da lontano, sperando di avere le gambe sufficienti. E’ stata una gara entusiasmante, sapevamo che poteva essere adatta alla fuga e ci abbiamo provato. Credo che Clarke sia più dispiaciuto di me, perché essendo più veloce sapeva di avere più chance. Però dovevo giocare un po’, rischiare e provare a fargli lanciare la volata lunga per saltarlo. Stasera forse sarò più contento, adesso ho solo un gran mal di gambe e di schiena…».

L’omaggio di Pedersen

Sono arrivati agli ultimi 3 chilometri con 30 secondi di vantaggio, sembrava fatta. Dietro il gruppo era largo, tirato da Ineos e Bora, che volevano solo tenere davanti i capitani e si disinteressavano della volata. Tanto che quando chiedono a Pedersen come mai abbiano impiegato così tanto per chiudere sui primi, il danese vincitore quasi si stranisce.

«Davanti c’erano due corridori fortissimi – queste le parole del danese della Trek-Segafredo – dietro abbiamo dato quello che potevamo. Non penso che riuscire a vincere sia stato un fatto di fortuna. Abbiamo lavorato molto per trovare questo livello. Sono maturato, ho iniziato a lavorare di più. La squadra è costruita accanto a me e oggi sono riuscito a concretizzare. Certo, al mio palmares mancano alcune classiche, ad esempio non ho un grande rapporto con la Roubaix. Ma proverò a vincere tutto quello che posso…».

Pedersen ha voluto fortemente venire al Giro: non aveva ancora mai vinto una tappa
Pedersen ha voluto fortemente venire al Giro: non aveva ancora mai vinto una tappa

Lo stile De Marchi

De Marchi ritrova il sorriso, un sorriso amaro. Dall’altro lato della strada lo chiamano per chiedergli la borraccia e un tipo poco attento chiede al suo amico se abbia vinto lui. La città è rivestita di drappi azzurri, l’arrivo si specchia nel mare.

«Quando ho saltato i cambi? Nell’ultimo chilometro – spiega Alessandro – bisognava fare così. Forse nei chilometri precedenti ho lavorato di più, ho fatto più fatica, non ero proprio perfetto. Per stare lì davanti abbiamo fatto il nostro. Alla fine ho deciso di lasciare sulla strada tutto quello che avevo e questa è la cosa più importante. Se esiste uno stile De Marchi? Sì, quello di attaccare e poi non vincere. Però non si può rimanere sempre nel gruppo, dopo un po’ ti annoi. E onestamente oggi avrei sofferto molto di più a fare in gruppo quella discesa sulla Costiera».

Le strade del Giro

Le strade del Giro d’Italia, se ne parla tanto. I giornalisti stranieri giocano a fare gli agitatori, chiedendo ai corridori di fuori di parlarne. Qualcuno abbocca, qualcuno no.

«Le strade oggi erano davvero impegnative – commenta De Marchi – era una continua curva, un buco dietro l’altro e insomma, non è stata una passeggiata. Francamente non ho avuto occasione di guardare il panorama. Speravo di riuscire a portarmi dietro Gavazzi, sarebbe stato una spalla ideale. Oggi sono due anni dalla maglia rosa di Sestola e per questo mi scoccia ancora di più non essermi fatto un regalo».

Correre in Costiera è impegnativo, ma gli scenari non passano inosservati
Correre in Costiera è impegnativo, ma gli scenari non passano inosservati

Un turno di riposo

Sul tema delle strade, interviene anche Pedersen, che sorride come avendo esaudito un bel sogno e quindi non ha voglia di cercare per forza la polemica: chi lo conosce sa che dice sempre quel che pensa. E questo è il suo pensiero.

«Le strade sulla costa sono bellissime – dice – se non le vedi, vuol dire che sei cieco. Abbiamo corso a tutto gas, certo, ma ci siamo resi conto che erano bellissime. Oggi abbiamo trovato un misto di asfalto brutto e anche nuovo. Sono le corse, abbiamo da fare 3.500 chilometri di corsa, non possiamo pretendere che siano perfette e sempre uguali. Perciò stasera faremo festa e poi da domani penseremo a quale altra tappa puntare. Non certo Campo Imperatore, domani ci prenderemo un turno di riposo, anche i compagni meritano di recuperare…».

Pedersen va avanti con le interviste. De Marchi si avvia con pedalate lente verso il pullman della Jayco-AlUla. Dall’altro lato della strada passa Leknessund atteso nella zona mista delle tivù. Napoli inizia a defluire dalle strade del Giro, mentre sulla corsa si allunga già l’ombra lontana del Gran Sasso.

Dalla Vuelta ecco la nuova Magnaldi. Pronta a vincere

11.05.2023
5 min
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Alla Vuelta le imprese della Realini hanno fatto passare un po’ in sott’ordine, in chiave italiana, la prestazione di Erika Magnaldi. L’ex granfondista ha confermato la sua grande propensione per le corse a tappe, chiudendo all’ottavo posto dopo essere stata per tutta la settimana a diretto contatto con le migliori.

La sua prestazione assume maggior valore pensando che le cose sarebbero potute andare anche meglio, se la classifica della Magnaldi non fosse stata resa difficile dall’esordio.

«Nella cronosquadre – racconta la ragazza del Uae Team Adq – non siamo andate benissimo, siamo finite fuori dalle prime 10 e abbiamo accumulato un distacco superiore ai 40” che di fatto ha pesato non poco sulla classifica. E’ stato un peccato perché poi non abbiamo sbagliato nulla, siamo sempre rimaste all’avanguardia e la mia posizione finale lo dimostra».

Alla Vuelta la cuneese ha chiuso ottava, a 4’46” dalla vincitrice Van Vleuten
Alla Vuelta la cuneese ha chiuso ottava, a 4’46” dalla vincitrice Van Vleuten
Nella tappa dei ventagli che è costata un grande ritardo alla Realini, tu eri l’unica italiana nel primo gruppo…

Non è stata fortuna, sapevamo che sarebbe stata una tappa difficile e l’avevamo studiata alla vigilia, evidenziando i punti delicati in caso di vento. Ci sarebbe stata battaglia, era chiaro che i team principali si sarebbero fatti la guerra e dovevamo rimanere davanti. Non siamo rimaste sorprese al momento dei ventagli, tanto è vero che alla fine nel primo gruppo eravamo in 3. Devo dire grazie alla squadra perché io patisco molto il vento. Devo dire che quel giorno ho provato una grande soddisfazione.

Com’eri arrivata alla corsa a tappe spagnola?

Ero in una buona forma, ma non al massimo. La ripresa dall’operazione all’arteria iliaca a ottobre è stata lunga e difficile, i dottori mi hanno detto che prima di giugno non avrei potuto ottenere il 100 per cento dal mio rendimento, quindi la mia Vuelta è stata davvero buona e questo mi fa ben sperare per i prossimi impegni.

La piemontese ha avuto un grande supporto dal team, soprattutto nella tappa dei ventagli
La piemontese ha avuto un grande supporto dal team, soprattutto nella tappa dei ventagli
Che dovrebbero prevedere sia Giro che Tour…

Non è ancora ufficiale chi verrà portato alle altre grandi corse a tappe – specifica la Magnaldi – si aspetta di sapere nei particolari come sarà il percorso del Giro d’Italia donne. La cosa comunque non mi spaventa e non sarebbe per me la prima volta, so che le capacità di recupero sono una mia prerogativa.

A tal proposito molto si è discusso sull’anticipo della Vuelta in primavera. Tu sei d’accordo?

Secondo me è stata una buona scelta. Parlo anche per interessi personali, nella collocazione precedente c’era ancora troppo caldo e a me non piace molto, anche se anche questa volta qualche giornata simil estiva l’abbiamo trovata. Il problema è che la Vuelta si è andata a inserire in un mese molto denso, che prevede tante prove a tappe anche in Spagna e infatti non farò tutto. E’ una fase delicata, bisogna lavorare in funzione del Giro, per arrivarci al meglio.

Per Erica l’estate si prospetta impegnativa, con Giro e Tour in rapida sequenza
Per Erica l’estate si prospetta impegnativa, con Giro e Tour in rapida sequenza
La tua preparazione, proprio in virtù della tua operazione, è cambiata?

Non tanto, ma il lavoro è stato molto delicato soprattutto perché ho dovuto completamente cambiare la mia posizione in bici, per non sollecitare troppo la zona interessata dall’arteria. Sono cambiati gli angoli di spinta e ho dovuto fare molto lavoro muscolare. L’inverno è stato difficile, ho potuto allenarmi poco e per questo, prima del periodo delle Ardenne, siamo stati tre settimane e mezzo in altura dove ho accumulato quei lavori e quei chilometri che non avevo potuto fare nei mesi precedenti.

Chi ti allena?

Dario Giovine, il mio compagno, è il preparatore del Team Colpack e un triathleta ancora in attività, oltre a gestire la MenteCorpo Coaching che ha anche un team di mtb di primo piano. E’ stato bravissimo nello riuscire a tenermi a freno dopo l’operazione, io avrei subito ripreso a mille, mi ha fatto fare piccoli passi, facendomi capire che dalla pazienza sarebbero venuti i migliori risultati.

La Magnaldi insieme al suo compagno e preparatore Dario Giovine, decisivo nella sua ripresa
La Magnaldi insieme al suo compagno e preparatore Dario Giovine, decisivo nella sua ripresa
Il lavoro non dev’essere stato semplice dovendo cambiare l’impostazione della pedalata…

Avevo iniziato a farlo già prima dell’operazione, proprio in previsione di questa e devo dire grazie anche ai meccanici di Sport3D che mi hanno molto aiutato in questo. Su questo tema però vorrei dire qualcosa in più…

Prego…

Non è un caso se il 20 per cento dei ciclisti professionisti soffre per questa patologia. Io credo che si possa e si debba fare di più in tema di prevenzione prima di arrivare alla soluzione chirurgica. E’ un ambito non troppo conosciuto, ma ormai ci sono centri in Italia e all’estero che lavorano proprio su questo, per arrivare a una diagnosi precoce. Studiando approfonditamente l’influsso di ogni posizione sul corpo, sul lavoro delle varie parti fisiche si può prevenire il problema.

La sua costanza di prestazioni non è passata inosservata, neanche da parte delle tv spagnole
La sua costanza di prestazioni non è passata inosservata, neanche da parte delle tv spagnole
Tanti piazzamenti, anche quest’anno, ma sinceramente ti manca il sapore della vittoria?

Sì, l’annuso ormai da tempo ma ancora non sono riuscita a metterci le mani sopra. La costanza di rendimento è sempre stata un mio punto forte, ma per vincere serve sempre qualcosina in più e devo ancora trovarla. Io sono sempre più consapevole delle mie possibilità, devo ancora scalare quell’ultimo gradino, ma non manca molto.