LE CATEAU-CAMBRESIS (Francia) – Nel piazzale dei pullman di linea del paesino del dipartimento dell’Alta Francia si sono raccolte le squadre della Paris-Roubaix Espoirs. La pioggia detta il ritmo della mattinata, picchiettando su caschi e bici, in un silenzio decisamente surreale. Il camper del team development della Intermarché è uno dei più distanti dalla partenza. Chiediamo di parlare con Delle Vedove e i suoi lunghi capelli escono dal camper pochi istanti dopo.
Delle Vedove dopo aver corso la Eschborn-Frankfurt ha iniziato a preparare la Roubaix (foto Instagram)Delle Vedove dopo aver corso la Eschborn-Frankfurt ha iniziato a preparare la Roubaix (foto Instagram)
Di casa al Nord
Il veneto, al suo primo anno da under 23, è stato accolto dalla Circus-ReUz nel migliore dei modi. E’ giovane ma ha già dimostrato, almeno in parte, di essersi meritato questa squadra: la convocazione alla Paris-Roubaix Espoirs ne è una testimonianza. Ma com’è preparare questa gara quando corri in una squadra che da queste parti è praticamente di casa?
«Arrivavo direttamente dalla Eschborn-Frankfurt (dove ha fatto settimo, ndr). Siamo venuti a provare il percorso mercoledì – racconta sotto una tettoia mentre cerchiamo di ripararci dalla pioggia – abbiamo visto gli ultimi 100 chilometri. La squadra ci ha fatto curare tutto nei minimi dettagli, si è curato molto il setting della bici. Io sono poi rimasto al service course che è qui vicino. Gli altri giorni prima della corsa ci siamo allenati riducendo sempre di più le ore. Giovedì abbiamo pedalato due ore e mezza, mentre venerdì e sabato abbiamo fatto delle sgambate da un’oretta e mezza».
I ragazzi della Circus-ReUz hanno scelto di usare il modello Litening Aer CX:68 Per Delle Vedove doppio nastro sul manubrio, per assorbire meglio i colpiTubeless da 32 millimetri, i settori erano estremamente scivolosi a causa della pioggiaIl profilo delle ruote è da 42 millimetri, non servono misure esagerate, alla Roubaix l’aerodinamica conta pocoI ragazzi della Circus-ReUz hanno scelto di usare il modello Litening Aer CX:68 Per Delle Vedove doppio nastro sul manubrio, per assorbire meglio i colpiTubeless da 32 millimetri, i settori erano estremamente scivolosi a causa della pioggiaIl profilo delle ruote è da 42 millimetri, non servono misure esagerate, alla Roubaix l’aerodinamica conta poco
La cura dei dettagli
Questi cinque giorni al Nord per Delle Vedove sono stati un ottimo modo per adattarsi al clima e alle pietre. La prima differenza che si nota rispetto al viaggio della Colpack-Ballan è la ricognizione. Per motivi logistici la squadra bergamasca ha visto i primi chilometri di gara, che comprendevano comunque quattro settori di pavé.
«I giorni prima della gara – riprende Delle Vedove – non siamo tornati sul percorso, anche perché le indicazioni le avevamo prese. Il meccanico aveva il suo bel da fare, ha dovuto sistemare due bici per ogni corridore. Tutti in squadra abbiamo optato per la bici più pesante, lasciando la light sull’ammiraglia. Io ho scelto di correre montando ruote con profilo da 42, i copertoni sono da 32 millimetri tubeless. Ho messo un doppio nastro al manubrio, per attutire al meglio i colpi. Il setting a livello di misure è uguale. Durante la ricognizione di mercoledì mi sono accorto che perdevo le borracce, quindi ho messo un portaborracce diverso, più stretto».
La caduta di una moto ha frazionato il gruppo fin da subitoDelle Vedove e compagni hanno rincorso per tutta la garaLa caduta di una moto ha frazionato il gruppo fin da subitoDelle Vedove e compagni hanno rincorso per tutta la gara
Appuntamento nel velodromo
La Paris-Roubaix Espoirs di Delle Vedove è stata una continua lotta contro il tempo. Fin dai primi settori di pavé il corridore della Circus-ReUz si è trovato a tirare il gruppo degli inseguitori. All’interno del velodromo, se non ci avesse salutato lui, avremmo fatto molta fatica a riconoscerlo. Si sta confrontando con i compagni, così ascoltiamo e chiediamo com’è andata la corsa.
«E’ stata una corsa folle fin da subito – dice – al primo settore di pavé è caduta una moto ed il gruppo si è spezzato. Noi ci siamo trovati a rincorrere, io sono stato uno dei primi a mettersi all’opera per chiudere il gap. Non è stata una corsa facile, abbiamo rincorso per quasi 100 chilometri, se non di più. Per fortuna il fango ha sporcato lo schermo del computerino, perché probabilmente ho fatto una gara interamente fuori soglia (dice ridendo, ndr). Alla fine siamo tornati sui primi nei pressi del Carrefour de l’Arbre. Io mi sono sfilato ed ho chiuso ventiquattresimo, non male. Però che corsa e che spettacolo, è la più bella mai fatta e voglio tornare, non c’è dubbio».
L’arrivo nel velodromo e la soddisfazione di aver dato il massimo, per Delle Vedove è sbocciato l’amore verso questa corsaL’arrivo nel velodromo e la soddisfazione di aver dato il massimo, per Delle Vedove è sbocciato l’amore verso questa corsa
Le occasioni ci sono
Come detto in precedenza Delle Vedove arrivava direttamente dalla Eschborn-Frankfurt, corsa da protagonista, nella quale ha raccolto il settimo posto. Dall’inizio dell’anno ha raccolto tanti piazzamenti importanti, risultati che danno fiducia.
«La squadra crede in me – replica – son contenti di quello che faccio, e di come mi sto ambientando. Mi piace correre qui, i compagni sono super gentili e disponibili, siamo una famiglia. Per il momento, avendo ancora la scuola da concludere, alterno periodi in Belgio, quando corriamo a periodi a casa per allenarmi. A giugno, quando finirò la scuola, potrò concentrarmi ancora di più sulle corse. Per il Giro under non so ancora come ci gestiremo, certamente la squadra è corta, con soli cinque corridori, ed in più il percorso è davvero tosto».
Mauro Finetto sta correndo in Turchia, con il rammarico di non aver partecipato alla Settimana Coppi e Bartali. La Freccia Vallone fulcro della primavera
Domenica sarà nuovamente crono e questa volta, su un percorso totalmente piatto, bisognerà capire se gli equilibri che si sono delineati a Ortona saranno invariati o se fra specialisti e uomini di classifica sarà cambiato qualcosa. Nella prima sfida, lunga 19,6 chilometri, Evenepoel… ha legnato pesantemente i rivali della classifica e piegato anche la resistenza di Ganna. Gli altri hanno mostrato ciascuno punti di forza e criticità, che abbiamo pensato di analizzare con Adriano Malori, il nostro guru per le crono.
Evenepoel ha vinto la crono di Ortona, coprendo i 19,6 chilometri a 55,211 di mediaEvenepoel ha vinto la crono di Ortona, coprendo i 19,6 chilometri a 55,211 di media
Che cosa ti ha stupito di Ortona?
Immaginavo che vista la salita finale, anche se non era dura, Evenepoel potesse battere Ganna. Però mi aspettavo che sarebbero arrivati alla fine del tratto in pianura con Pippo in testa o quantomeno a pari merito. Però una superiorità così schiacciante anche in pianura, su un percorso tutto piatto e lineare dove in teoria Pippo doveva volare, non l’avrei mai immaginata. Se guardiamo, in quel primo tratto ha dato poco anche ad Almeida.
Come te lo spieghi, considerando che lui ha dichiarato di essere andato fortissimo?
Non so cosa sia cambiato, però io Pippo a crono non lo vedo più quello che era alla fine dell’anno scorso. Mi spiego: si muove tanto di più. Ogni 30 secondi si butta indietro, fa il saltino per andare indietro sulla sella. E poi notavo un’altra cosa. Un cronoman cerca sempre la parte più coperta dal vento, è istintivo. Però questo spostamento lo fai sempre gradualmente, perché se lo fai repentinamente perdi velocità, fai uno zig zag. Invece ho visto che lui continuava a passare una parte all’altra in modo repentino, stilisticamente non è quello che ci siamo abituati a vedere.
Ganna, secondo, non è parso troppo a suo agio: problema di posizione?Ganna, secondo, non è parso troppo a suo agio: problema di posizione?
Può essere dipeso dal fatto che fosse davvero al limite?
No, perché l’ho visto così fin da subito. Quello che a me faceva impazzire di Ganna era che, anche se era a 70 all’ora, era un fuso sulla bicicletta. Non so come mai, non so se hanno inciso le nuove regole dell’UCI e Pippo non si trova più bene sulla bici o se hanno provato a cambiare qualcosa. Però stilisticamente non è quello di prima. Se invece guardavate Evenepoel, che sulla carta non è a livello di Pippo come cronoman, se gli mettevi un bicchiere sulle spalle, l’acqua rimaneva ferma.
Il fatto che Evenepoel sia così più piccolo migliora la sua penetrazione aerodinamica?
Questa è la verità. In una situazione di vento contrario, il vantaggio è esponenziale per uno come lui, idem in assenza di vento. Se invece il vento è a favore come c’era, è favorito Ganna, perché fa più effetto vela rispetto a Evenepoel. E poi comunque resta il fatto che in pianura il rapporto potenza/peso conta praticamente niente e un cronoman più alto e più forte fa molti più watt.
Roglic forse è arrivato al Giro senza essere al top, ha pagato nella crono e ora rischia sul Gran SassoRoglic forse è arrivato al Giro senza essere al top, ha pagato nella crono e ora rischia sul Gran Sasso
Si notava che Evenepoel era in vantaggio anche al primo intermedio, è sceso dalla ciclabile senza neanche frenare ed è arrivato in vantaggio all’inizio della salita…
Faccio una considerazione, magari mi sbaglio. Per essere alla prima tappa, Evenepoel ha già mostrato una condizione già troppo avanti secondo me. Vista l’ultima settimana e, specialmente gli ultimi tre giorni, con due tappe come le Tre Cime di Lavaredo e la cronoscalata, vedendo anche quello che è successo nel 2018 tra Froome e Yates, mi sarei tenuto un po’ più di riserva. Il Giro non è la Vuelta…
Cioè?
Ci sono tappe più dure. Qui basta salire due gradini e sei già sopra quota 2.000. Secondo me, questo è il ragionamento che invece ha fatto Roglic. Con lo spauracchio della crono della Planche des Belles Filles del 2020, Primoz è però un altro che a Ortona ha avuto una prestazione totalmente insufficiente. Non è normale che il campione olimpico a cronometro, che a Tokyo ha dato un minuto e mezzo a tutti, arrivi dopo Vine e Geoghegan Hart. Va bene essere in ritardo, ma non tanto da toppare la cronometro. Aveva una cadenza che non era da lui. Duro, piantato, gonfio. Sarei preoccupato…
Tao Geoghegan Hart, re del Giro 2020, fa una grande crono: 4° a 40 secondiTao Geoghegan Hart, re del Giro 2020, fa una grande crono: 4° a 40 secondi
Per cosa?
Okay che sono in ritardo di condizione per venir fuori nell’ultima settimana, però in mezzo c’è Campo Imperatore, dove da un Remco così avrei paura di prendere subito un minuto. Comunque tornando al discorso della cronometro, mi ha sorpreso tantissimo Tao Geoghegan Hart, che ha finito in crescendo, è arrivato in spinta. Prima dicevo che il rivale numero uno era Almeida, ma se non capita niente potrebbe essere lui l’outsider del Giro.
Perché?
Almeida ha fatto una bella crono, ma dei due Tao è quello che ha già vinto un Giro, invece Almeida è sempre stato “un comprimario”, uno che arrancava dietro i big. Tao ha vinto il Giro, sa cosa vuol dire andare forte nell’ultima crono con la maglia e addosso tutte le pressioni del mondo. Insomma, per come l’ho visto in Trentino, potrebbe essere lui il vero outsider.
Almeida ha disputato una grande crono, chiudendo 3° a 29 secondiAlmeida ha disputato una grande crono, chiudendo 3° a 29 secondi
Proiettando tutto questo sulla crono di Cesena, che è sicuramente più lunga, cosa possiamo aspettarci?
Secondo me la crono di Cesena la vince Ganna. Ha il percorso più piatto e Pippo ci ha fatto vedere quanto va forte quando è incazzato. Come quando l’anno scorso ha toppato il mondiale e poi ha fatto il buono e il cattivo tempo in pista col record dell’Ora e il record del mondo dell’inseguimento. Quindi secondo me domenica sarà il suo giorno, anche se sicuramente non vincerà di un minuto, quello è chiaro. Secondo me sarà comunque un fatto di secondi…
Che il velocista stia cambiando è argomento che abbiamo trattato in passato. Stavolta però vogliamo partire da un fatto concreto. In questi primi giorni di Giro d’Italia, abbiamo notato che i velocisti sono davvero magri. Molto più del solito. Anche quelli più potenti. Ci hanno colpito Gaviria, Consonni, Bonifazio… E corridori storicamente più “fisicati” vedi Pedersen, Matthews (di spalle in apertura, ndr) o Ackermann ci sono parsi più “tirati” di altre volte.
Come mai? La nostra sensazione ha trovato conferma anche in ciò che ci hanno risposto alcuni tecnici, vedi Damiani per quel che riguarda Consonni, e gli stessi atleti.
Perché quindi questo peso minore? Mozzatoqualche giorno fa ci ha detto che di volate al Giro ce ne sono parecchie, ma molte di queste il velocista se le deve guadagnare perché a ridosso dell’arrivo o durante la tappa le salite ci sono e lo sprint di gruppo non è scontato. Che siano dimagriti appositamente per questo Giro?
Abbiamo proposto i nostri dubbi a Diego Bragato, allenatore della nazionale della pista e “preparatore dei preparatori”, che tra l’altro ben conosce Simone Consonni. Con i suoi test e i suoi database Bragato conosce bene i numeri e la fisiologia di ciò che succede in gruppo.
Simone Consonni si è presentato al via del Giro tirato come mai in precedenzaSimone Consonni si è presentato al via del Giro tirato come mai in precedenza
Diego, dicevamo di velocisti molto magri in questo Giro: perché?
E’ il ciclismo moderno che lo richiede. Negli ultimi dieci anni si è vista un’evoluzione enorme del velocista. Oggi lo sprinter deve arrivare a fare delle volate che il più delle volte arrivano al termine di tappe con dislivelli importanti. Quindi di fatto non c’è più il velocista puro al 100%. Quello alla Guardini, alla Quaranta che vincevano le tappe piatte al Giro d’Italia. Adesso ci vogliono velocisti che hanno un aspetto metabolico molto importante e non solo la potenza. E’ importante che passino le salite per bene e che arrivino a fare le volate pur mantenendo dei wattaggi notevoli.
Si dimagrisce appositamente per un determinato percorso, in questo caso quello del Giro? Si lima il peso ad hoc? Nel senso: vado al Giro a 65 chili anziché 66?
Io non credo che sia un discorso ad hoc per il Giro e per le tappe che propone. Prendiamo Consonni: se vuole avere qualche chance di vittoria in più, deve poter arrivare con il primo gruppo, anche in tappe meno facili. Deve arrivare dove magari il vecchio velocista puro non arriverebbe. E questo vale per il Giro, ma non solo.
E’ una tendenza più generale, dunque…
E uno sprinter come Consonni lo può fare, perché ha degli ottimi valori metabolici e di potenza, come dicevo prima. Vado un po’ indietro nel tempo e penso a Viviani, una sorta di pioniere in tal senso. Elia è un atleta che negli anni d’oro è stato il corridore che ha vinto di più al mondo: 18-20 gare in una stagione. Quando ha conquistato l’oro a Rio 2016 in pista veniva da un anno pieno di qualità in allenamento. Nelle stagioni successive quei lavori di qualità gli hanno permesso di emergere e vincere così tante gare anche su strada. Limando un po’ sul peso ha potuto vincere anche un campionato europeo e un campionato italiano su percorsi piuttosto duri.
Bonifazio a crono. La sua silhouette fa pensare più a quella di uno scalatore che a quella di uno sprinterBonifazio a crono. La sua silhouette fa pensare più a quella di uno scalatore che a quella di uno sprinter
Insomma è dimagrito un po’, ma gli è rimasta addosso la qualità delle stagioni precedenti…
Esatto, riducendo un po’ il peso, ma non troppo la forza, è stato più efficiente con la forza di gravità.
Ma c’è un limite preciso a questo punto per cui un velocista da puro, diventa un velocista che tiene?
Dobbiamo assolutamente stare attenti a guardare il peso fine a se stesso. Con i professionisti non serve neanche dirla questa cosa, loro lo sanno molto bene, ma negli atleti in evoluzione è importante ribadirlo. Il peso non basta, bisogna vedere che tipo di peso hai, perché quando gli atleti parlano di perdere peso – soprattutto i velocisti – non devono perdere massa muscolare. In quanto perdere massa muscolare vuole dire perdere forza. Bisogna perdere solo massa grassa, cioè zavorra. Bisogna salvaguardare la massa magra, perché è quella che permette di applicare forza e potenza in bici.
Chiarissimo Diego, ma dalle vostre tabelle, dalle vostre statistiche c’è un “limite”, una percentuale di grasso che fa un po’ da spartiacque? Diciamo numeri a caso: fino al 7% di massa grassa sei un velocista puro, al di sotto fai anche le volate ristrette…
In realtà no, perché molto dipende dalla genetica della persona e dal punto di partenza che ha. Soprattutto oggi che è tutto personalizzato. Gli staff attuali con coach, nutrizionisti e medici, riescono veramente a individualizzare il peso ideale per ogni tipo di atleta. Quindi non c’è una percentuale di massa grassa che possa andar bene per tutti.
Il funerale di Vittorio Adorni celebrato in forma strettamente privata. A salutarlo non solo la famiglia ma alcuni dei suoi amici più cari del ciclismo
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Evenepoel ha girato la bici e se ne è andato infuriato verso il pullman. La seconda caduta a due passi dal traguardo di Salerno lo ha mandato fuori dai gangheri. Il campione del mondo ha pedalato nell’ultimo chilometro smoccolando rabbia con l’ammiraglia, spiegando e gesticolando, mentre sotto le ruote scorreva un asfalto infido e pieno di acqua e salsedine.
La scivolata l’ha provocata una spallata contro Kirsch della Trek-Segafredo, che nei momenti successi all’arrivo è andato a spiegarsi con Remco, anche se la colpa probabilmente non è stata sua, ma del belga. Avuta la certezza di esser nel tratto neutralizzato, il campione del mondo infatti si è voltato verso sinistra deviando la linea sulla destra e per questo toccando il lussemburghese.
La Soudal-Quick Step si mette Evenepoel nel taschino: il rientro è agevole, il gruppo lo aspettaLa Soudal-Quick Step si mette Evenepoel nel taschino: il rientro è agevole, il gruppo lo aspetta
Pochi velocisti rimasti
Il pomeriggio è tetro, in barba al sole del golfo di Salerno che di solito conquista per il brillare del mare e gli scenari struggenti. Oggi il Giro d’Italia è stato duro e alla fine la vittoria di Kaden Groves nobilita i pochi velocisti rimasti in piedi malgrado le righe verniciate sull’asfalto che sembrano saponette. Se ne accorge Cavendish, che perde la ruota posteriore al momento di accelerare. Se ne accorge Milan. E se ne accorge Vendrame che ne fa le spese e finisce all’ospedale.
«E’ stata davvero una volata particolare – racconta Groves – con una grossa caduta proprio alla fine. Ho cercato di rientrare davanti grazie ai miei compagni di squadra, che poi hanno fatto un ottimo lavoro per posizionarmi bene per la volata. Devo dire che dopo la seconda tappa che non è andata bene, è davvero straordinario aver vinto a capo di una giornata così dura. La prima vittoria al Giro d’Italia è un bel risultato e la squadra se lo merita».
Groves anticipa Milan e vince la tappa di Salerno: prima vittoria al GiroGroves vince la volata, Milan arriva secondo: la rimonta questa volta non funzionaCavendish finisce sull’asfalto dopo l’arrivo: se non altro questa volta Mark ha provato lo sprintGroves anticipa Milan e vince la tappa di Salerno: prima vittoria al GiroGroves vince la volata, Milan arriva secondo: la rimonta questa volta non funzionaCavendish finisce sull’asfalto dopo l’arrivo: se non altro questa volta Mark ha provato lo sprint
Il cambio di Zoccarato
Piove e questa volta la fuga va lontano. Si ritrovano in testa Zoccarato, Gandin e Champion, che si contendono i traguardi di giornata. La giornata è scura, la nebbia rende ancora più insidiose le traiettorie quando la corsa affronta l’Appennino, trasformando le discese in rischiosi toboga.
La prima caduta di Evenepoel l’ha provocata un allegro cagnolino che ricorda ai più il gatto nero di Pantani sul Chiunzi. Uscito dal giardino in cui probabilmente vive, ha deciso di buttarsi in strada. Lo sguardo con cui Evenepoel lo fulmina capendo la causa dello scivolone lo incenerisce, ma ormai la frittata è fatta.
Proprio approfittando di una rotonda più viscida di altre e della scivolata di una moto, Zoccarato prende il coraggio a quattro mani e prende il largo. La maglia bianca e verde buca l’oscurità e il sogno resta vivo fino al momento in cui il cambio elettronico della sua bici decide di averne avuto abbastanza e si blocca. Il veneto smanetta sulla leva, ma non succede nulla. Poi sgancia il piede e molla un paio di pedate al cambio, poi deve rassegnarsi a pedalare con il 53×14, che lo mette dritto nel mirino del gruppo.
Lo raggiungono a 6,7 chilometri dall’arrivo. E quando Zoccarato si volta e vede che il gruppo è tutto spaccato, maledice ancora di più il guasto meccanico (elettronico), senza il quale approfittando della caduta alle sue spalle avrebbe potuto sognare più a lungo.
Zoccarato si arrende a 6,7 chilometri dall’arrivo, anche a causa di problemi meccaniciGandin, Zoccarato e Champion: i tre fuggitivi hanno venduto carissima la pelleZoccarato si arrende a 6,7 chilometri dall’arrivo, anche a causa di problemi meccaniciGandin, Zoccarato e Champion: i tre fuggitivi hanno venduto carissima la pelle
Le strisce bianche
Cavendish si alza sui pedali, cambia ritmo e nel momento della massima accelerazione, la ruota posteriore sbanda. Stessa cosa per Jonathan Milan, che arriva secondo e sfiora seriamente la doppietta. Chi sbaglia il corridoio per uscire è forse Dainese, che prima di lanciarsi deve girare attorno a Cavendish.
«Abbiamo cercato di stare davanti – spiega Milan – di stare più coperti fino al finale. I compagni hanno fatto un lavoro perfetto, poi Andrea Pasqualon mi ha lasciato nel punto migliore per fare la volata. Sapevo che il finale un po’ chiudeva, perché lo avevamo visto su internet. Ho iniziato lo sprint, ho preso una delle righe bianche e mi è scivolata la ruota. Non dico che questo abbia influito sulla mia prestazione, ma sono contento di questo secondo posto. E’ la conferma che ci sono».
Leknessund forse sperava in un battesimo di sole per la sua maglia rosa, invece pioveLeknessund forse sperava in un battesimo di sole per la sua maglia rosa, invece piove
La rosa da difendere
E’ un Giro che si avvia verso il primo arrivo in salita di venerdì sul Gran Sasso, con una vena di nervosismo che lo scuote. E’ nervoso Evenepoel. E’ nervoso Roglic, che è caduto ed è arrivato al traguardo con la bici di Bouwman. Gli unici che in apparenza sembrano calmi sono i ragazzi di Tosatto, che pur nel finale di oggi, sono sempre rimasti davanti e al riparo dalle sorprese.
«La giornata è stata fredda – racconta Leknessund al primo giorno in maglia rosa – non è stata divertentissima. Ho cercato di godermi la maglia nei momenti in cui eravamo tutti insieme ed è stato davvero bellissimo. Il finale invece è stato davvero convulso, ma alla fine è andato tutto bene e ho salvato la maglia. Quando c’è stata la caduta a 7 chilometri dall’arrivo, ero nel secondo gruppo, però i miei compagni hanno fatto un ottimo lavoro e poi le squadre dei velocisti hanno lavorato per la volata. Siamo rientrati sul primo gruppo, cercando di stare al coperto. E adesso questa maglia voglio tenerla il più possibile. Non sarà facile, sarei sorpreso magari se l’avrò dopo la crono di Cesena, ma comunque lotterò ogni giorno. Anche sul Gran Sasso».
L’ultima vittoria di Chiara Consonni portava la data del 18 settembre, al Gp International d’Isbergues, penultima corsa con la maglia Valcar prima di aprire la porta sul UAE Team Adq. Domenica scorsa la bergamasca ha alzato nuovamente le braccia a Helchteren, nel Limburgo fra il Belgio e l’Olanda, nel Trofee Maarten Wynants (foto sportpic_agency in apertura), dopo un mese di assenza dalla strada.
«Sono andata in Canada per la Nations Cup su pista – conferma – e sono tornata tardissimo. Così, dopo l’inizio di stagione bello tirato, ho fatto un po’ di recupero. La pista mi ha dato un bel colpo di pedale e il periodo di stacco mi ha restituito freschezza. Insomma, tutto bene…».
Nella corsa belga al UAE TEam Adq si sono unite anche due ragazze del “devo team” (foto sportpic_agency)Nella corsa belga al UAE TEam Adq si sono unite anche due ragazze del “devo team” (foto sportpic_agency)
Ci eravamo sentiti dopo il secondo posto alla Dwars door Vlaanderen, sui muri e col bagnato…
Rispetto a quella, questa era una gara più veloce, con un circuito un po’ tecnico. Mi ha ricordato il Liberazione, forse meno dura, però piena di curve. E’ stato bello, sapevo che dovevo fare ritmo gara perché non correvo dalla Roubaix, quindi non sapevo come stavo. In più c’erano due nuove ragazze del “devo team”, Pellegrini e Gillespie, con cui non avevo mai corso. Insomma, è stata una bella esperienza.
Prima vittoria a maggio, squadra nuova: come va la stagione?
Ho tante certezze in più, intanto per il modo in cui sono seguita. Quando sono caduta alla Gand e mi sono fatta male al ginocchio, c’erano tutti i mezzi per recuperare al meglio. La Tecar, un massaggiatore, la fisioterapista. Tante cose che vengono messe a nostra disposizione per farci arrivare al top alle gare. Ho tantissime persone che mi seguono, la dottoressa che mi scrive tutti i giorni. Essendo anche italiani, c’è un rapporto più amichevole. Mi piace, mi sto trovando benissimo anche con le compagne. Marta (Bastianelli, ndr) mi sta insegnando tanto ed è un peccato che smetta, sennò ci saremmo divertite ancora un po’ (ride, ndr).
Hai provato a farle cambiare idea?
Sì, tante volte, però non ha funzionato. Non ne può più di sentirsi dire che può fare ancora un paio di anni. Ormai ha deciso. Con tutto quello che ha vinto, poteva smettere anche prima. Però vedendola anche quest’anno, penso sia una delle ragazze con più grinta che abbia mai conosciuto. Anche quando le cose vanno male, ti dà proprio una carica fuori dal comune.
Consonni non correva su strada dalla Roubaix, chiusa al 9° posto. Qui con Marta Bastianelli, suo riferimentoConsonni non correva su strada dalla Roubaix, chiusa al 9° posto. Qui con Marta Bastianelli, suo riferimento
Come lo vedi Arzeni, in questa nuova dimensione WorldTour?
Il Capo è più tranquillo rispetto alla Valcar. Prima ricopriva tanti ruoli e magari era un po’ meno presente, nel senso che poteva fare meno attenzione alle singole cose. Adesso invece ha il tempo per gestirle meglio. Poi penso che si trovi bene anche lui in squadra, deve collaborare con altre persone che hanno curriculum di tutto rispetto. Penso agli altri direttori sportivi, Marcello Albasini, Alejandro Gonzalez Tablas e Cristina San Emeterio. Lo vedo tranquillo, più consapevole dei suoi mezzi.
Il tuo prossimo obiettivo sarà il Giro?
Sinceramente (fa una pausa, ndr) non so se lo farò, anche perché le tappe non sono ancora uscite. Faccio sicuramente il Tour in preparazione ai mondiali su pista e forse quello su strada, di cui però ancora non so nulla. Non è tanto duro, ma bisogna vedere come rientro dopo questo periodo di stop. Mi piacerebbe tanto esserci, anche perché non ho mai fatto una corsa su strada da elite in nazionale, solo da junior. Il Tour finisce quattro giorni prima, sarebbe perfetto.
Sul podio di Helchteren, Consonni con Dideriksen (seconda, a sinistra) e Martins (foto sportpic_agency)Sul podio di Helchteren, Consonni con Dideriksen (seconda, a sinistra) e Martins (foto sportpic_agency)
Pensi si possa fare il doppio mondiale – strada e pista – a pochi giorni di distanza?
Come dice Marco Villa, devi prepararti prima e noi abbiamo già cominciato. Quando sono a casa, cerco di andare il maggior numero di volte in pista per non avere problemi di adattamento quando ci sarà doppia attività. Hanno fatto un calendario tanto ravvicinato però ci si prova. Sono due cose che mi piacciono e spero di farle entrambe al meglio.
Hai detto che ti senti molto seguita, quali sono gli aspetti in cui questo è più evidente?
Non c’è una cosa in particolare, è in generale il modo in cui è attrezzata questa squadra. Adesso ci hanno dato un anello che si chiama Ultrahuman, che aiuta a guardare i battiti, quanto recuperi, come dormi, quanto dormi. Abbiamo a disposizione tutti i mezzi per farci arrivare al meglio. Alla Vuelta è arrivato il pullman grande, è arrivata la cuoca, c’è Erica Lombardi che ci segue per la nutrizione. Insomma, se non vai non puoi incolpare nessuno.
Probabilmente ho sbagliato numero. Credevo di aver chiamato la Consonni che durante le Sfr faceva i selfie. Ti hanno cambiato…
In meglio dai, però è vero (ride forte, ndr). Bisogna cambiare…
Suo fratello Simone sta correndo il Giro: campione olimpico come Milan, punta anche lui a una tappaSuo fratello Simone sta correndo il Giro: campione olimpico come Milan, punta anche lui a una tappa
Che cosa vogliamo dire a tuo fratello Simone che sta correndo il Giro?
Speriamo che arrivi anche per lui, cavoli, la vittoria in un grande Giro. Sono tutti lì che vogliono vincere, ma spero per lui che arrivi qualcosa, anche per il morale. Che si sblocchi come Milan. Mamma mia che bestia, ragazzi. Che volata ha fatto Johnny?
Prossima corsa?
Vuelta a Burgos, settimana prossima. Ma significa che quando il Giro sarà a Bergamo, io sarò lontana e un po’ mi dispiace. Per cui adesso lavoro qualche altro giorno a casa, anche se farà brutto tempo, e poi preparerò la prossima valigia…
Il lavoro della federazione per aiutare Bertazzo a trovare una squadra potrebbe essere in dirittura d'arrivo. A disposizione fondi Coni come già in passato
«E’ un ricordo ancora così vivo – dice a bassa voce Manuela Zanette – che fa strano anche a me pensare che siano già passati vent’anni. Non so se perché sono toccata direttamente, quindi lo percepisco in modo diverso, ma è un ricordo che continua, una persona che sicuramente ha lasciato un segno che nessuno si aspettava. Nonostante sia passato tanto tempo, io sono ancora la moglie di Denis. E’ come se fosse un tatuaggio che ho sulla pelle».
Quando Milan ha conquistato la tappa di San Salvo, pensando ai corridori friulani capaci di vincere al Giro d’Italia, il nome di Denis Zanette è saltato fuori accanto a quelli di Giordano Cottur e Franco Pellizotti. Il gigante buono di Sacile di tappe ne vinse due, la seconda nel 2001. E mentre si era all’alba della stagione 2003, che avrebbe corso nuovamente con la maglia della Fassa Bortolo, il suo grande cuore smise di battere. Fu un colpo durissimo da assorbire, allo stesso modo in cui pochi giorni fa la morte improvvisa di Gianluca Tonetti ha lasciato un’altra famiglia in lacrime. Come farsene una ragione? E come mandare giù quello che fu scritto nei giorni successivi?
Quando Denis chiuse gli occhi, aveva una moglie, una figlia di otto mesi e una di due anni. Oggi che le ragazze sono grandi, abbiamo bussato alla porta della loro mamma per farci raccontare suo marito e cosa rimanga di lui nelle loro vite.
Giro d’Italia 2023, il friulano Milan vince la seconda tappa del Giro d’ItaliaGiro d’Italia 2023, il friulano Milan vince la seconda tappa del Giro d’Italia
La sensazione è che Denis non se ne sia mai andato…
Ho un gruppo di amici che si chiamano “Gli amici di Denis”, che per anni hanno organizzato le corse, con cui almeno una volta all’anno ci ritroviamo condividendo un sacco di cose. Con alcuni di più, con altri meno. Per cui anche le mie figlie hanno modo di vivere e condividere una parte che loro non hanno conosciuto. Paola, la più piccola, è nata il 9 maggio del 2002, in pieno Giro d’Italia, il giorno dopo che suo padre partì per il via da Groeningen, in Olanda. Denis poi è mancato che aveva 8 mesi, di conseguenza Paola non ha la possibilità di ricordare nulla. Mentre Anna, la più grande, ha dei ricordi. A volte chiedono, anche perché non siamo usciti completamente dal mondo del ciclismo.
Come mai?
Il ciclismo resta un interesse di famiglia, in più abbiamo parecchi amici. Faccio un po’ di nomi, per dare un’idea. Biagio Conte, Cristian Salvato, Roberto Amadio, Davide Rebellin. Il suo nome lo dico con il cuore in mano, perché per me è una ferita aperta. Davide l’ho vissuto parecchio, non tanto negli ultimissimi anni, ma prima era una presenza costante da noi e mi dispiace che non venga ricordato quanto Denis. E’ stato una persona veramente meravigliosa, come corridore e come uomo. Lui e Denis erano insieme da una vita.
Purtroppo Davide se ne è andato con un marchio addosso, come se per alcuni fosse un problema parlare di lui…
Mi riferivo proprio a questo e lo trovo tremendamente ingiusto.
Nel 2001, con la maglia della Liquigas-Pata, Zanette è terzo al Fiandre vinto da BortolamiSui muri del Fiandre, il gigante buono tiene testa ai miglioriNel 2001, con la maglia della Liquigas-Pata, Zanette è terzo al Fiandre vinto da BortolamiSui muri del Fiandre, il gigante buono tiene testa ai migliori
Come fu per Denis partire per quel Giro il giorno prima che nascesse sua figlia?
Mi ricordo che lavide per la prima volta tre settimane dopo, quando andai a Montegrotto con la piccola. La prima cosa che mi disse Gonchar, con cui divideva la stanza, fu che Denis si fece un pianto spaventoso, perché era stata proprio una sofferenza, dettata però da una situazione di necessità. Il dovere prevaleva su qualsiasi cosa.
State seguendo il Giro d’Italia?
Lo guardiamo ovviamente. Non vi nego che per anni non l’abbiamo seguito, perché era più un dolore che un piacere. Quando poi ogni cosa trova il suo posto, si ricomincia a vivere in modo diverso, quindi lo seguiamo e abbiamo visto in diretta la vittoria di Milan e ce la siamo anche goduta. Sono fatiche, è bello quando vengono ripagate dalla vittoria.
Denis è stato è stato un uomo felice col ciclismo, secondo lei?
Ha avuto degli eventi che lo hanno ferito molto, però credo di sì. Quando sarò morta ne discuterò con lui e vedremo se è vero o meno. Mi sono fatta questa idea che Denis, amando molto la vita e amando molto i suoi amici e la famiglia, sia riuscito comunque ad avere delle note positive che gli hanno permesso di superare le cose avverse.
Nel 2002 Zanette corre alla Fassa Bortolo, come gregario di Basso, Baldato, Petacchi, Casagrande e Bartoli (foto bikenews.it)Nel 2002 Zanette corre alla Fassa Bortolo, come gregario di Basso, Baldato, Petacchi, Casagrande e Bartoli (foto bikenews.it)
Quali cose avverse?
Non ha avuto una vita semplice. Anche lui ha perso il papà da giovane, quindi ha sempre dovuto lavorare. La sua è sempre stata una vita molto dura, però non è che gli sia pesata. Sapeva di doverlo fare. Ha sempre avuto rispetto nei confronti della vita e nei confronti degli altri, per cui viveva con serenità. Era sempre un uomo gioioso, ma anche giusto.
In che modo lo dimostrava?
Al funerale di Rebellin, ero con Roberto Amadio e si è avvicinato un ex collega dei tempi della Liquigas, mi pare un lombardo. Dalla tasca ha estratto una serie di foto con lui e Denis. Da lì ha iniziato a raccontarci degli aneddoti e ci ha fatto rivivere dei momenti che io non conoscevo. C’era anche mia figlia, la piccola, che solitamente ascolta i racconti degli amici, ma non aveva mai sentito parlare di suo padre persone che non conosce.
Che cosa raccontava?
Le ha raccontato una storia successa in Belgio. «Eravamo in un capannone e stavamo praticamente cenando – ha detto – quando è entrato un tale con la sigaretta. Denis si è alzato in piedi e gli è andato incontro perché c’era un divieto di fumo grande così. Lui è sempre stato ligio alle regole, per cui si è avvicinato con questo dito lunghissimo, perché Denis quando parlava puntava spesso l’indice, gli ha mostrato il cartello e gli ha detto che non si poteva fumare. E questo, spaventatissimo perché si è trovato davanti un omone di due metri, ha preso ed è uscito. E come se non bastasse – ha continuato a raccontare – la sera siamo andati in camera e io avevo lasciato il lavandino non pulito. Lui è venuto a chiamarmi e mi ha detto: “Ma chi viene dopo di te cosa deve fare? A casa, pulisce tua moglie o lasci pulito tu?”».
E sua figlia?
E’ rimasta veramente colpita e mi ha detto: «Finalmente sento raccontare qualcosa di diverso».
Ivan Basso, fresco vincitore del Giro 2006, al Criterium in onore di Zanette, suo compagno alla Fassa BortoloIvan Basso, fresco vincitore del Giro 2006, al Criterium in onore di Zanette, suo compagno alla Fassa Bortolo
Anche a casa era così preciso?
Molto ordinato. Quando aveva due minuti, dato che adorava suo fratello Claudio che fa il decoratore edile, andava nel capannone e lo riordinava. Ci teneva come forma mentis. Io ho imparato da lui a fare le valigie e a far stare le cose nei bauli delle macchine. Aveva tutto ordinato, tutto incastrato e io non capivo come facesse.
Scusi la domanda, che cosa ha provato quando sui giornali la sua morte fu affiancata a tutti quei sospetti?
La rabbia penso sia inevitabile, vista e considerata la situazione. Io penso che il giornalista abbia un ruolo fondamentale, in modo particolare al giorno d’oggi. Deve sapersi estraniare dalla situazione per raccontarla al meglio, ma deve avere anche la grande capacità di capire i contesti. E secondo me le tragedie devono sempre e comunque essere rispettate. Glielo posso assicurare: io sono stata colpita a morte più di una volta ed è una cosa che ancora faccio fatica ad accettare. A distanza di anni sono cose che rimangono scritte nero su bianco e le mie figlie ne sono state colpite più di qualche volta.
Ha potuto spiegarglielo?
Ovviamente da madre ho cercato di fare protezione e di raccontare le cose com’erano, ma non è stato semplice. Per questo, ci sono delle cose che io non perdono. Purtroppo nella mia vita ho sempre avuto un grande rispetto degli altri. Dico purtroppo perché se non ce l’avessi, avrei fatto strage: ho una lingua che è capace di fare strage. Io rispetto il lavoro di tutti, ma ci sono stati dei momenti in cui ho odiato i giornali e per anni ho comprato solo Il Sole 24 Ore. C’è di buono che le persone intorno conservano il ricordo del Denis che hanno conosciuto e non quello che hanno letto.
Nel 2019 a Brugnera, Jaramillo Nicolas Gomez vince il Memorial Zanette (photors.it)Nel 2019 a Brugnera, Jaramillo Nicolas Gomez vince il Memorial Zanette (photors.it)
Come l’ha superato?
Dico sempre che nella mia vita sono stata sfortunata, ma anche tanto fortunata, perché ho attorno persone e famiglie cui posso solo dire grazie. Ho degli amici senza cui sarei morta io. Ho avuto un Roberto Amadio che per anni ha frequentato tutte le settimane casa mia. E se non la frequentava, telefonava per sapere se avessimo bisogno di qualcosa e come stessimo. Cristian Salvato con la sua famiglia. Flavio Vanzella. Biagio Conte. Nella mia sfortuna, sono una donna fortunata.
In casa è rimasto qualcosa del Denis corridore?
Sì, certo. Se avessi voluto cancellare il ciclismo dalla mia vita, avrei dovuto escludere anche buona parte dei nostri amici. Invece per andare avanti, bisogna saper affrontare la realtà. Così ho continuato a vivere la mia vita. Ho cambiato casa, ma era già in programma, e le sue cose sono lì perché fanno parte della vita mia e delle mie figlie. E’ una parte che c’è stata e che è stata fondamentale e che comunque resterà fondamentale per le ragazze. Quindi sì, è giusto così.
Esiste una foto di voi due insieme?
Sì, esiste, ma non gliela mando. Io sono una che ama molto leggere e immaginare come potrebbe essere quello di cui leggo. Mi piace che anche gli altri lo facciano leggendo le mie parole.
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CHIETI – Il meccanico al Giro d’Italia.O comunque in un grande Giro. Il lavoro non è solo in quelle tre settimane. Parte da più lontano ed è parecchio vasto. Matteo Cornacchione è uno dei meccanici storici della Ineos-Grenadiers, fidatissimo di Filippo Ganna.
Questo lavoro è fatto prima ancora che di cacciaviti, brugole dinamometriche e catene… di ordini, di magazzino, di logistica. Perché se prima non si è lavorato in quella direzione, poi sono dolori. Il materiale per il Giro d’Italia è davvero tanto.
Per ogni corridore della Ineos ci sono pronte almeno due set di ruote per profilo (36, 50 e 60 millimetri)Per ogni corridore della Ineos ci sono pronte almeno due set di ruote per profilo (36, 50 e 60 millimetri)
Matteo, quanto tempo prima inizi a preparare il materiale che pensi ti servirà al Giro?
Almeno 15-20 giorni dalla partenza. Diciamo che ad una ventina di giorni dal via si fa il punto della situazione, ma in realtà il materiale che serve è stato già ordinato.
E quando? In inverno?
Un paio di mesi prima. Ormai non partiamo da zero e più o meno sappiamo cosa ci serve. La cosa basilare è che non puoi permetterti di arrivare alla partenza di un grande Giro che ti manca qualcosa. E mi riferisco soprattutto al materiale di scorta. Quindi due mesi prima parte l’ordine e ad una ventina di giorni si “fa la conta”. In questo caso, noi meccanici del Giro ci siamo ritrovati una decina di giorni prima della partenza nel nostro magazzino.
Che sta?
A Deinze, a nord di Bruxelles. Eravamo tutti i meccanici del Giro. Ognuno prende in mano due corridori, quindi eravamo in quattro. E ognuno di noi segue in tutto e per tutto le bici dei suoi atleti: quella da crono, da strada, di scorta. Insomma lo segue dalla A alla Z.
Cornacchione (a sinistra) con gli altri meccanici del team inglese, nei pressi del loro (mega) motorhomeCornacchione (a sinistra) con gli altri meccanici del team inglese, nei pressi del loro (mega) motorhome
In questo Giro chi segui?
Seguo Filippo Ganna e Salvatore Puccio.Gli italiani insomma… Pippo perché è così da tempo e Salvatore perché alla fine è più facile con la lingua, c’è un certo feeling. Così come l’altro meccanico inglese, segue due Geoghegan Hart e Swift. Ogni aspetto delle loro bici passa per lo stesso meccanico. A sera ognuno lava le due bici, le ricontrolla…
Il direttore sportivo fa il “giro delle camere” per sapere come stanno le cose. Voi meccanici fate una sorta di giro del motorhome?
No, perché i ragazzi sono talmente impegnati che fanno fatica a passare da noi. Magari passano per ringraziarci. Dopo una vittoria passano sempre. I feedback tecnici nella maggior parte dei casi li prendono direttamente i diesse la sera dopo la gara. E se c’è un problema sono gli stessi direttori che riferiscono a noi meccanici. E questo vale se per il giorno dopo c’è da cambiare una ruota, un rapporto…
Facciamo un passo indietro. Torniamo a quei materiali ordinati a due mesi dal Giro. Di che quantità parliamo? Facciamo una stima di bici, ruote, catene…
Riguardo alle ruote di scorta siamo sulla cinquantina di coppie che diventano 60 se ci mettiamo anche quelle da crono. Calcolate che ogni ragazzo ha cinque bici. In corsa ce ne sono otto, quindi abbiamo 40 bici al seguito. Ma non è tutto: chi punta alla classifica o un leader ha di solito la sesta bici. Tao e Geraint per esempio hanno due bici da crono e quattro da strada. Pippo ha tre bici da strada e tre bici da crono.
Ai team arrivano ogni anno centinaia di catene. E’ il meccanico che fa la conta prima del GiroAi team arrivano ogni anno centinaia di catene. E’ il meccanico che fa la conta prima del Giro
E quindi siamo a 43 bici…
In più abbiamo tutti già dei telai di scorta, due per taglia dei corridori che ci sono in corsa. E visto che alcuni hanno la stessa taglia sono “solo” dieci telai. Purtroppo bisogna pensare anche alle cadute, che speriamo non ci siano!
E poi c’è il resto…
Ci sono parecchi manubri, i Most di Pinarello, e le selle Fizik… Anche questi sono pezzi che bisogna sempre avere dietro. E di solito ne abbiamo due per misura per ogni atleta. In teoria questo materiale essendo in Italia potremmo anche non averlo dietro, in quanto è facile da reperire: in caso di necessità arriverebbe abbastanza presto. Però meglio averlo con noi. Può capitare che il posto in cui serva non sia facile da raggiungere, che ci siano problemi durante il trasporto e allora lo portiamo con noi visto che la possibilità c’è.
I pezzi che più si usurano: catene e copertoni. Ogni quanto li sostituite?
Per la catena (Shimano 12 velocità, ndr) siamo arrivati a un punto che puoi farci tutto il Giro. Non le cambiamo, almeno che non mostrino grossi problemi chiaramente. Per esempio dopo giornate veramente brutte o dopo strade particolarmente sporche e fangose possiamo anche cambiarle. Ma se questo non succede e non ci sono problemi, nei giorni di riposo facciamo una valutazione dell’usura e valutiamo se cambiarle o meno.
E per quanto riguarda le le gomme?
Le coperture le sostituiamo un po’ di più. Magari c’è chi lima un po’ di più. Chi in partenza quando c’è nervosismo frena e “sgomma”, chi corre più al lato della strada e consuma il battistrada in modo non corretto… Quando vediamo che qualcosa non è più perfetto sulla gomma la sostituiamo senza badare a spese.
Ogni corridore ha a disposizione almeno cinque bici. Che diventano sei per i capitani. Il meccanico ha un bel da fareOgni corridore ha a disposizione almeno cinque bici. Che diventano sei per i capitani. Il meccanico ha un bel da fare
E la sostituzione è la stessa per anteriore e posteriore?
Anteriore un po’ meno. Ma bisogna pensare che abbiamo molti set di ruote: 36, 50, 60 millimetri. Ogni corridore ha disposizione tre coppie di ruote. E calcolando che in questo Giro ci sono tre crono, restano 18 tappe. Alcune sono di salita… Quindi le sostituzioni delle gomme e l’usura, alternandosi questi set di ruote, non sono poi così frequenti. Quando prepariamo le ruote, le prepariamo anche con gomme e rapporti. Sono pronte all’uso insomma.
Matteo, invece rispetto a 15-20 anni fa, tu meccanico come ti prepari al Giro? Cosa è cambiato?
Più o meno allo stesso modo. Forse adesso che sono più esperto vivo tutto con maggior tranquillità, mentre prima ero più nervoso, sentivo di più la corsa perché ero più giovane. E poi almeno per me, che ero in squadre italiane, il Giro era di più l’evento dell’anno. Adesso invece tutte le gare sono eventi. Catalunya, Parigi-Nizza o Giro sono quasi la stessa cosa. L’unica differenza è la quantità di materiale che ci si porta dietro. Logicamente sappiamo benissimo che è un appuntamento a cui noi teniamo particolarmente, quindi ci mettiamo ancora più energie, ma non è che in una Tirreno uno si nasconde per lavorar meno. È sempre uguale: dal Laigueglia al Giro d’Italia, per noi il protocollo è lo stesso.
E in questi anni cosa è cambiato nel tuo mestiere?
Forse un po’ più di maniacalità, di precisione in generale. Ma per noi italiani il Giro è sempre il Giro.
Mentre il Giro d’Italia attira come sempre l’attenzione ciclistica su di sé, fuori dai confini italiani non si sta certo fermi, anzi. Il calendario va avanti e offre spunti interessanti, magari con significati che vanno estrapolati come la vittoria di Giacomo Nizzolo al Tro-Bro Leon, la prima dell’anno e la prima anche per la Israel Premier Tech da quando il team ha perso lo status di WorldTour. Un’iniezione di fiducia che era quanto mai necessaria, si dal punto di vista individuale che di squadra.
Lo sprint finale del milanese ha chiuso una parentesi negativa, forse l’ennesima per Nizzolo. Aveva puntato tanto sulla primavera, sulle classiche, ma alla Tirreno-Adriatico ha preso un virus di quelli che ti mettono a terra ed è difficile rialzarsi.
«Sono stato più di 10 giorni senza bici – spiega – e quando ti fermi così tanto fra fine marzo e inizio aprile, poi rimettersi in piedi è davvero arduo. Era chiaro che ormai le classiche fossero andate, l’obiettivo per il quale lavoravo dall’inverno, che avevo in mente anche quando ho affrontato le prime gare oltre Atlantico, a San Juan. Ma questo è il nostro mestiere, si cade e ci si rialza, facendo i propri conti piano piano».
Lo sprint vittorioso di Nizzolo, con De Lie alla sua sinistra. Terzo Eeckhoff del Team DsmLo sprint vittorioso di Nizzolo, con De Lie alla sua sinistra. Terzo Eeckhoff del Team Dsm
Tu sei arrivato alla classica francese dopo aver partecipato al Giro di Romandia chiuso con un ritiro…
Sì, era stato un ritiro precauzionale prima dell’ultima tappa. Ero caduto nella quarta battendo il ginocchio sinistro e chi conosce la mia storia sa quanto questo mi abbia fatto tribolare in passato. Quindi per non rischiare, sapendo anche che l’ultima frazione non poteva darmi nulla di più, ho preferito fermarmi. La gara svizzera d’altronde era servita allo scopo che mi ero prefisso, lavorare duramente, fare fatica per far crescere la condizione.
Che gara hai trovato in Francia?
Era la prima volta che l’affrontavo. Me ne avevano parlato, ma ne sono rimasto sorpreso, più che dal percorso che per suoi versi è particolare dal calore della gente. Ce n’era davvero tanta intorno al tracciato, anche lontano dall’arrivo ma potrei dire che in ogni tratto c’era pubblico, lì è davvero molto sentita.
Accennavi a un percorso particolare…
Sì, è una corsa di oltre 200 chilometri che contiene molti tratti di sterrato, soprattutto strappi in salita. Uno dopo l’altro, alla fine nelle gambe li senti, infatti spesso ha un’evoluzione molto fluida con pochi corridori che si giocano la vittoria com’è avvenuto in questo caso. Erano in 5 in fuga, io insieme a un altro sono partito dal gruppo per provare a riaccodarmi riuscendoci a 3 chilometri dall’arrivo, poi è stato tutto un gioco tattico per impostare la volata.
La Tro-Bro Leon è una classica atipica, con molti tratti in sterrato ma che resta adatta alle bici da stradaLa Tro-Bro Leon è una classica atipica, con molti tratti in sterrato ma che resta adatta alle bici da strada
Come sei arrivato al successo?
Mi ero ripromesso di fare una volata di rimonta e avevo preso De Lie come riferimento, ma spesso tra il dire e il fare le cose sono diverse e sono stato costretto nel finale a fare un po’ di slalom fra gli altri per trovare lo spiraglio buono. Era un rettilineo in leggera salita, impegnativo, ma alla fine l’ho rimontato vincendo abbastanza nettamente.
Non hai certamente battuto uno qualsiasi, visto quanto si è parlato del giovane belga della Lotto Dstny…
Dico la verità, quando vinco non sto tanto a guardare chi c’era, chi ho battuto. Però è anche vero che si tratta di un corridore in grande ascesa, molto forte soprattutto in questo tipo di percorsi non prettamente riservati ai velocisti. De Lie ha un avvenire assicurato, averlo battuto dà magari quel qualcosina in più al successo. Significa che la gamba comincia a esserci…
Per il milanese solo due apparizioni in Belgio, con un 10° posto alla Scheldeprijs. Le ambizioni erano altre…Per il milanese solo due apparizioni in Belgio, con un 10° posto alla Scheldeprijs. Le ambizioni erano altre…
Hai vinto nel primo weekend del Giro d’Italia. Non ti dispiace non esserci?
Non avrei potuto, obiettivamente. Quando perdi così tanti giorni in un periodo cruciale, non puoi pretendere poi di avere la condizione per affrontare tre settimane consecutive di gara, con dislivelli impegnativi come quelli proposti dalla corsa rosa. Un conto è fare una corsa d’un giorno, sparare tutto e poi recuperare, un altro è essere sollecitati giorno dopo giorno. L’ho fatto in passato, arrivare al grande Giro senza la condizione giusta e ne ho pagato le spese. Al Romandia si vedeva che la forma era in crescita, ma sicuramente non quella che serve per essere al Giro.
Nei programmi comunque è già inserito il Tour de France.
E la cosa mi fa piacere, perché non nascondo che guardo con interesse al mondiale di Glasgow, su un percorso che penso sia adatto alle mie caratteristiche, quindi voglio fare di tutto per meritarmi la convocazione e arrivarci al massimo. Il Tour è l’approccio ideale in questo senso, ma preferisco non fare voli pindarici, vado avanti settimana per settimana.
Il giorno più bello di Nizzolo al Giro, 21 maggio 2021, l’acuto di Verona atteso da una vitaIl giorno più bello di Nizzolo al Giro, 21 maggio 2021, l’acuto di Verona atteso da una vita
Nel 2021 avevi sfatato la maledizione del Giro, chissà che magari non riesca a fare doppietta…
Sarebbe bello vincere una tappa anche in Francia, ma come detto meglio andare avanti piano, vedere che cosa la strada proporrà.
Ora che cosa ti aspetta?
Continuerò con una serie di gare tra Francia, Belgio e Olanda, tutte corse d’un giorno a ritmi abbastanza stretti l’una dall’altra, questo dovrebbe aiutare la condizione a crescere per poi capire se e come andare al Tour. D’altronde la squadra non è ancora stata fatta ed è anche giusto così, manca ancora tempo, ma tanti siamo in preallarme e quindi ci si prepara.
Secondo anno di militanza alla Israel. La vittoria di Nizzolo è la prima in questa stagione per il teamSecondo anno di militanza alla Israel. La vittoria di Nizzolo è la prima in questa stagione per il team
Come ti trovi nel team israeliano? Sei al secondo anno…
Mi hanno accolto bene, questa era la prima vittoria dell’anno e ha dato morale un po’ a tutti. Non è servita solamente a me. D’altro canto c’è un altro particolare che rende questo successo speciale.
Quale?
Io in questo periodo purtroppo soffro molto di allergia, per me maggio è sempre stato un mese critico e chi mi ha seguito al Giro lo sa. Per fortuna si correva in Bretagna, in riva al mare e quindi l’aria per me era più pulita, ma vincere in questo periodo ha sempre un significato speciale per me. Proprio come fu a Verona nel 2021.
Volate e rapportoni. Per un Nizzolo che spiega perché usi sempre il 56 e dice che gli piacerebbe il 58, c'è Pinazzi che sprintava con il 53 a 130 pedalate
Due corse in una ma con un elemento comune: la maglia rosa. La frazione di Lago Laceno ha visto il trionfo di Aurelien Paret-Peintre e il passaggio del simbolo del primato dalle spalle di Remco Evenepoel al norvegese Andreas Leknessund.
«Aurelien sta bene. E’ qui per fare bene e per la classifica», ci aveva detto il suo compagno Andrea Vendrame alla vigilia della crono della Costa dei Trabocchi. E il corridore della Ag2R-Citroen se l’è giocata bene.
Sgambettava da scalatore, agile. Ha colto l’occasione del compagno di fuga in cerca della maglia rosa, più generoso nel tirare, e si è portato a casa il successo più importante della sua carriera.
Aurelien Paret-Peintre (classe 1996) alza le braccia al cielo sull’arrivo di Lago LacenoLeknessund (classe 1999) indossa la maglia rosa, sfilandola ad EvenepoelNella fuga di giornata anche Albanese (in primo piano) e Conci (in blu sullo sfondo)Aurelien Paret-Peintre (classe 1996) alza le braccia al cielo sull’arrivo di Lago LacenoLeknessund (classe 1999) indossa la maglia rosa, sfilandola ad EvenepoelNella fuga di giornata anche Albanese (in primo piano) e Conci (in blu sullo sfondo)
Soudal scricchiola
Ma Lago Laceno ci ha detto soprattutto una cosa: Remco Evenepoel c’è, la sua squadra un po’ meno. E’ vero che c’era pioggia. E’ vero che all’inizio la tappa è stata incredibilmente dura e incerta, ma sta di fatto che nel finale (e non solo) il campione del mondo è rimasto da solo.
Ad uno ad uno i suoi compagni si sono staccati: alcuni prima dell’ultima salita, il che era anche lecito perché avevano tirato parecchio, altri in precedenza.
«E’ stata una giornata durissima – ci racconta Giada Borgato che ha seguito la corsa in moto per la Rai – hanno fatto due ore “pancia a terra”. La prima parte era tutta un su e giù. Ho visto facce che non vi dico.
«Mi auguro che crescano i ragazzi della Soudal – va avanti Borgato – ma ho seri dubbi. Già sulla prima salita Van Wilder ed altri compagni erano in difficoltà. Ballerini è stato tra i primissimi corridori a saltare. Faceva fatica vera. Probabilmente ha pagato le due tappe precedenti, che comunque per loro sono state stressanti. Ma per assurdo ci sta che lui, più velocista, si stacchi presto anche se è strano. Magari era in giornata no. Il problema è che si sono staccati subito gli altri.
«Si è staccata gente come Cerny, Serry, Hirt e poi anche Van Wilder che dovrebbe essere l’ultimo uomo di Remco in salita e che, da quel che ho visto, lo avevano anche preservato. Fortuna per loro che è andata via la fuga, hanno rallentato e sono rientrati dopo il primo Gpm».
La Soudal schierata. Dopo che la fuga è partita, la squadra di Evenepoel si è ricompattata, ma nel finale si è sfaldata di nuovoLa Soudal schierata. Dopo che la fuga è partita, la squadra di Evenepoel si è ricompattata, ma nel finale si è sfaldata di nuovo
Serrare i ranghi
Il problema è che queste non sono ancora salite dure. Cosa accadrà quando ci saranno le scalate vere? Cosa succederà già fra tre giorni a Campo Imperatore? I dubbi di Lago Laceno sono ampi. E tutto sommato alimentano l’incertezza del Giro d’Italia.
Viene da pensare a Davide Bramati, diesse della Soudal-Quick Step, a quel che dirà questa sera ai suoi ragazzi nel “giro delle camere”. A come mantenere la calma.
“Brama” ha parlato di una giornata no da parte dei suoi. Nulla è perduto sia chiaro. Anche perché se c’è un corridore forte e tranquillo in gruppo quello è proprio Evenepoel. Ma qualcosa va fatto.
Bisogna serrare i ranghi. Correre compatti e nascosti. In casa Soudal-Quick Step devono prendere atto della situazione. Cosa che hanno fatto le altre squadre. Hanno visto che qualcosa si può fare. Che Remco può restare solo.
«Penso – va avanti Giada – che Brama abbia poco da dire ai suoi ragazzi. Alla fine hanno fatto il loro. Seppur faticando, hanno controllato la corsa nella prima parte. Hanno fatto andare via la fuga giusta. Poi sono le gambe che contano e se non ne hanno, non ne hanno….
«Brama era tranquillo. E lui lo conosciamo com’è quando è nervoso! Ma sa bene che corridori ha in mano. Per me oggi ha fatto bene a perdere la maglia».
E questo ormai è appurato. Il rischio è che a Campo Imperatore la maglia rosa gli ricaschi addosso, ma intanto è così. E un po’ di stress in meno non fa male.
Inoltre non va dimenticato – e questo lo ha saggiamente ribadito anche Borgato stessa in diretta tv – che la Soudal-Quick Step è storicamente una squadra per le classiche. Solo da un paio di stagioni sta virando sui grandi Giri. Ci vuole tempo per questa metamorfosi. Pensiamo solo alla UAE Emirates di Pogacar due anni fa…
Giada Borgato (ex professionista) commenta il Giro d’Italia dalla moto per la Rai (foto Mirror Media)Giada Borgato (ex professionista) commenta il Giro d’Italia dalla moto per la Rai (foto Mirror Media)
Remco sereno
In tutto ciò viene da chiedersi come sta Evenepoel. Lui ci è sembrato rilassato. Attento. Prima del Gpm finale si è chiuso la maglia con la semplicità di chi non era a tutta.
«Remco è tranquillissimo – prosegue Borgato – aveva il viso disteso ed era bello in faccia. L’ho visto sereno, anche quando è venuto indietro alla macchina per cambiare le ruote e fare la pipì. Ha fatto tutto con i suoi tempi, con calma. Non aveva gli occhi sbarrati di chi stava perdendo tempo. E lo stesso quando è rientrato. Lo ha fatto senza stress. Sarebbe potuto rientrare da solo.
«Remco parla in gruppo, scherza con gli altri. Anche oggi, quando era venuto dietro all’ammiraglia, ha scambiato due battute col mio pilota che è belga. Gli ha detto qualcosa del tipo: “Mamma mia che tappa”. Un po’ come Caruso: “Finito il trasferimento? Quando parte la fuga?».
La Venosa-Lago Laceno è stata dura anche per le condizioni del meteoLa Venosa-Lago Laceno è stata dura anche per le condizioni del meteo
Ineos più forte
Lago Laceno ci ha anche detto che la Ineos-Grenadiers è la squadra più forte. Oltre ai due capitani, Thomas e Geoghegan Hart, nella scalata finale c’erano tre gregari e un altro si era staccato solo a 4 chilometri dalla vetta. Mentre Puccio e Ganna si erano spostati ai piedi dell’ascesa e solo dopo aver concluso il loro lavoro.
Stando alle parole di Giada – Remco è rimasto solo già dopo la prima salita – viene da chiedersi perché non lo abbiano attaccato. Che sia stata un’occasione persa?
«Non lo hanno attaccato per più motivi secondo me – spiega Borgato – primo perché si era lontani dal traguardo. E poi anche la Jumbo-Visma traballa. Ma per loro il discorso è un po’ diverso. Hanno perso gente come Gesink e Foss per Covid, Tratink per incidente alla vigilia del Giro. Oggi ho visto benino Kuss, ma Oomen è rimasto attaccato per un pelo. Magari loro, che sono stati chiamati all’ultimo e sono scalatori, potranno crescere strada facendo.
«E non lo hanno attaccato perché siamo ad inizio Giro e per me fare certi sforzi può essere rischioso».
Con la Soudal in queste condizioni se corridori come Sam Oomen (in foto) troveranno una buona gamba sarà un doppio colpo per RoglicCon la Soudal in queste condizioni se corridori come Oomen (in foto) troveranno una buona gamba sarà un doppio colpo per Roglic
Assalto sfumato?
In effetti per un colpo “alla Torino 2022” servivano squadre forti e compatte e al di fuori della Ineos sembra non ce ne siano in gruppo per ora. La stessa Bora-Hansgrohe, che tutto sommato si è mostrata in buona condizione, per fare un attacco del genere avrebbe dovuto sacrificare il suo secondo leader, Kamna.
«Konrad va bene, ma cerchi di preservarlo. Mentre Jungles l’ho visto spesso in difficoltà. Denz come arriva una salita si stacca e anche Benedetti è più per la pianura. E ancora: le salite di oggi erano pedalabili, salivano fortissimo. Credo serva qualcosa di più per staccare Remco».