Curiosando tra le bici dopo una settimana al Giro

15.05.2023
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Non di rado il Giro d’Italia diventa una sorta di antipasto di quello che vedremo al Tour e in maniera ufficiale nel prosieguo della stagione. Siamo andati alla ricerca di alcune scelte interessanti, dalla Wilier di Cavendish, passando ad esempio dalle scarpe customizzate di Healy.

Il primo giorno di riposo è la ghiotta occasione per l’inventario, mettendo insieme le varie curiosità e particolarità delle bici (e non solo le biciclette) dei pro’ al Giro d’Italia.

La Propel con livrea di Campione Italiano, quella di Zana al Giro (foto GreenEdgeCycling)
La Propel con livrea di Campione Italiano, quella di Zana al Giro (foto GreenEdgeCycling)

La Giant Propel di Zana

E’ l’ultima versione della bici che tutti i corridori stanno utilizzando in casa Jayco-AlUla. Rispetto alla Propel utilizzata dai colleghi, quella del Campione Italiano in carica colpisce per la livrea, fatta ad hoc per il corridore veneto in occasione del Giro d’Italia 2023.

Trasmissione Shimano Di2 2×12, ruote Cadex 50 con tubeless Vittoria Corsa da 28 e movimento centrale Cema. Sono Cadex anche la sella ed il comparto manubrio.

La posizione di Remco è votata alla massima efficienza e non è cambiata nell’ultimo anno
La posizione di Remco è votata alla massima efficienza e non è cambiata nell’ultimo anno

Le scelte di Remco

«Tutti gli atleti da noi supportati – spiega Giampaolo Mondini, uomo Specialized in gruppo – nelle crono hanno utilizzato i copertoncini specifici con carcassa in cotone, abbinati ad una camera in lattice. La stessa scelta viene fatta anche per le bici standard, non da crono, ma ovviamente con un copertoncino differente. Solo alcuni atleti del Team Bora utilizzano il tubeless».

Una nostra considerazione invece è legata al casco ed alla posizione di Evenepoel sulla bici da crono. Già in occasione del mondiale 2022 di Wollongong, avevamo notato una posizione molto avanzata (più del normale), con le ginocchia che sfioravano la tubazione dello sterzo e al tempo stesso un notevole allungamento (in proporzione agli standard e alle caratteristiche fisiche del corridore belga) della gamba.

Queste peculiarità sono state confermate e hanno prodotto buoni risultati, visti l’efficienza e gli ottimi riscontri di Evenepoel. «Nel corso dei test invernali – ci ha confermato Mondini – non sono state eseguite delle correzioni o aggiustamenti sulla posizione di Remco, nessuna variazione in vista del Giro».

Le bici dell’Astana

«SLF Motion non utilizza cuscinetti commerciali – ci ha detto Andrea Rovaris, responsabile di Bike Passion GmbH (distributore esclusivo di SLF Motion) a proposito del bilanciere usato dall’Astana – ma dietro specifiche proprie fa produrre delle sfere ceramiche e piste ceramiche ad elevato grado di durezza. Il tutto viene assemblato in sede, in Illinois. Passando invece alle gabbie, queste sono in fibra di carbonio stratificato, sviluppate per raggiungere degli elevati gradi di rigidità, difficilmente riscontrabili in altri prodotti di pari categoria. Resistenza, velocità nella cambiata e precisione.

«Al team Astana-Qazaqstan – continua Rovaris – abbiamo reso disponibili non solo i bilancieri per le bici standard, ma anche quelli Aero, montati sulle bici da crono. SLF Motion fornisce anche i movimenti centrali che, grazie ad un disegno press-fit reinterpretato, è decisamente più scorrevole rispetto ad un classico, ma ha anche l’obiettivo di supportare torsionalmente tutta la scatola centrale della bici».

Il velocista dell’Isola di Man, famoso anche per la sua pignoleria in ambito tecnico e dei materiali, utilizza una Filante SLR, bicicletta che avevamo già presentato durante l’inverno. Rispetto ad allora vediamo delle ruote Hed con predisposizione tubeless, gommate proprio con l’ultima versione dei Vittoria Corsa TLR da 28. Il frame-kit, valutando il primo impatto estetico, sembra essere quello standard, ma nessuno ci vieta di immaginare ad una costruzione fatta ad hoc e su richiesta specifica dello stesso Cavendish.

I caschi della EF Education

Oltre alle differenti livree delle maglie e delle bici, i ragazzi del team EF Education-Easypost hanno utilizzato ben tre modelli differenti di caschi. Alcuni di loro hanno utilizzato il Poc Tempor, molto usato anche in pista e vincente grazie alla nazionale danese.

Diversi corridori hanno usato il Poc Cerebel Raceday, più compatto nelle dimensioni. Altri atleti, come ad esempio l’ecuadoregno Caicedo ha utilizzato un casco molto simile al precedente, ma diverso nella parte frontale.

Sulle ruote il valore ERD

ERD è l’acronimo di “effective rim diameter”, ovvero il diametro effettivo del cerchio, che pur rispettando lo standard internazionale ETRTO, cambia in base all’altezza del cerchio e alla larghezza del canale interno. Le ruote Reserve in dotazione alle Cervélo degli Jumbo-Visma sono tra le primissime ruote a riportare il valore effettivo sul cerchio.

I corridori della corazzata olandese hanno utilizzato (e stanno utilizzando) ruote con profili diversi, ovviamente con valori ERD differenti tra loro, ma tutti con i nuovi tubeless Vittoria Corsa TLR. Le ruote Reserve hanno canali interni del cerchio diversificati: ad esempio le 34 hanno 23, le 37 hanno un canale largo 22 millimetri, le 53 hanno una canale da 25 e le 63 l’hanno di 24 millimetri.

Le corone Carbon-Ti usate, tra gli altri, da Formolo, la combinazione è 54-40
Le corone Carbon-Ti usate, tra gli altri, da Formolo, la combinazione è 54-40

Corone ultraleggere alla UAE

Qualche atleta del UAE Team Emirates ha utilizzato le corone Shimano standard, nella combinazione 54-40, altri corridori usano il plateau 54-40 ma della Carbon-Ti. Mettono insieme alluminio, carbonio e titanio, sono particolarmente leggere, rigide e fanno parte della famiglia CarboRing Evo. Le avevamo già notate sulla bici di Pogacar prima delle sfortunata Liegi e sulle bici di alcuni atleti in versione pre Giro d’Italia.

Le Nimbl con livrea customizzata di Healy (LaPresse)
Le Nimbl con livrea customizzata di Healy (LaPresse)

Le Nimbl di Healy

Il corridore irlandese indossa delle Nimbl Feat Ultimate, una delle ultime novità del marchio italiano. Sono quelle con il rotore singolo che stringe nella parte del piede. Lo stesso rotore agisce su una fascia che contribuisce al sostegno dell’arco plantare.

I corridori del Team DSM usano un sistema di comunicazione Sena durante le crono
I corridori del Team DSM usano un sistema di comunicazione Sena durante le crono

Interfono per il Team DSM

Il protocollo di comunicazione che utilizzano i corridori del Team DSM durante le prove contro il tempo è sviluppato con Sena, azienda molto nota in ambito motociclistico per i sistemi interfono. E’ il sistema Bluetooth Intercom di Sena.

Il Team DSM, collaborando con Sena ha iniziato a sperimentare anche l’utilizzo del protocollo per le comunicazioni nelle gare in linea e si lavora sulla portata del segnale. La tecnologia promette davvero bene, assicurano da Sena. In futuro non vedremo più le radioline?

La BMC Teammachine MPC, un pezzo molto pregiato (LaPresse)
La BMC Teammachine MPC, un pezzo molto pregiato (LaPresse)

La BMC nera di Paret Peintre

Non si tratta di un nuovo modello, ma di un’edizione molto particolare della Teammachine SLR 01. Adotta il suffisso Masterpiece ed è una sorta di prodotto artigianale che fa collimare diverse eccellenze delle lavorazioni del carbonio, per tecnologie e applicazioni. Di fatto, la bicicletta è uguale alla versione tradizionale solo nell’estetica.

E’ la bicicletta con la quale Aurelienne Paret Peintre ha vinto la quarta frazione del Giro d’Italia 2023, quella con arrivo a Lago Laceno. Il montaggio: nuova sella Fizik Aliante R1 e cockpit in carbonio BMC ICS, trasmissione Campagnolo SuperRecord EPS e power meter P2Max, oltre all’ultima versione delle ruote Campagnolo Hyperon Ultra e tubeless Pirelli. «Il kit telaio MPC – spiega Stefano Cattai, responsabile BMC in gruppo – rispetto ad uno standard permette un risparmio di ben 200 grammi, rilevati alla bilancia. Un kit come il Masterpiece non è stato fornito a tutti i corridori e nel Team AG2R-Citroen viene utilizzato da Paret Peintre e da O’Connor, ma anche loro utilizzano questa bici solo per le tappe di montagna, o comunque in quelle situazioni dove la planimetria è molto esigente».

Corona singola “fuori” standard e ruota anteriore “prototype” alla Ineos
Corona singola “fuori” standard e ruota anteriore “prototype” alla Ineos

Razze e corone enormi

E infine la crono di ieri, che ci ha offerto altri spunti interessanti sulle scelte tecniche dei corridori. Gli atleti della corazzata Ineos-Grandiers hanno montato dei monocorona, ricordando che il pacchetto Shimano non prevede questa soluzione a prescindere dal numero dei denti della corona. E poi la ruota anteriore Princeton, full carbon e a tre razze, specifica per i tubeless.

Remco vince, ma non ride: Roglic e gli Ineos sono lì…

14.05.2023
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CESENA – C’è chi vince e non ride. E c’è chi non vince ed è il ritratto della felicità. Oggi la crono di Cesena ha riscritto la classifica generale. Ha gettato verdetti e infiammato ulteriormente il duello fra Remco Evenepoel, colui che ha vinto e non ride, e Primoz Roglic, colui che non ha vinto e ride.

Il Giro d’Italia va così al primo giorno di riposo con Remco che torna maglia rosa. Alle sue spalle a qualche decina di secondi ci sono, Geraint Thomas, Roglic appunto e Tao Geoghegan Hart, tutti raccolti in 5”.

Remco Evenepoel (classe 2000) conquista la crono di Cesena e torna anche in rosa
Remco Evenepoel (classe 2000) conquista la crono di Cesena e torna anche in rosa

Giorni difficili

Remco parte a razzo. Sembra possa bissare quanto mostrato a Ortona. Una superiorità schiacciante. Poi però qualcosa cambia. Evenepoel va forte ma non è il solito schiacciasassi. Fa fatica e qualcuno gli recupera persino qualcosa. Alla fine vince, ma per un solo secondo su Thomas.

«Credo di non essermi gestito al meglio – ha detto il belga a fine tappa – sono partito troppo forte e la seconda parte non è stata buona per niente».

E qui merita l’inciso di Damiano Caruso, oggi ottimo decimo. Il siciliano ha detto subito che si trattava di una crono di non facile interpretazione. Una prova in cui bisognava giocare con il limite del fuorisoglia. Dello stare a tutta sempre, ma mai mezzo watt sopra. Si era anche fatto i complimenti per questa sua gestione.

«Quando ho trovato il vento contrario non mi sono sentito bene. Di certo non è il momento migliore di forma della mia carriera – ha proseguito Evenepoel, forse esagerando anche un po’ – oggi possiamo essere soddisfatti giusto della vittoria di tappa. Ora mi godo il riposo. Gli ultimi due, sono stati i miei giorni peggiori qui al Giro».

Remco è stato l’unico tra i big ad utilizzare una ruota anteriore super alta (100 mm). Che abbia pagato sul tecnico anche per questo motivo?
Remco è stato l’unico tra i big ad utilizzare una ruota anteriore super alta (100 mm). Sarà stata la scelta giusta?

Scelte giuste?

Stamattina c’era qualche incertezza sulla scelta della ruota anteriore in casa Soudal-Quick Step, si era persino ipotizzato di usare la Rapid da 64 millimetri per i rilanci dentro Cesena. E anche perché consentiva di montare una copertura ideale per il bagnato. Poi Remco ha optato per la ruota da 100 millimetri. I suoi rivali avevano profili leggermente più snelli.

Restando in tema di ruote va detto anche che ieri, verso Fossombrone, il belga ha utilizzato delle gomme per la pioggia. Pioggia che poi non c’è stata. Dagli studi fatti, queste coperture non scorrono moltissimo, fanno sprecare qualche watt. Magari, visto che si parla di marginal gains, avrà inciso anche questo elemento?

Ma anche se così fosse, il Remco di questo weekend non è lo stesso di quello passato e tutto sommato questo giorno di riposo capita nel momento migliore per lui. Se la crono fosse arrivata martedì, dopo il riposo appunto, magari avrebbe massacrato tutti di nuovo. Impossibile dirlo.

Roglic vola

E andiamo in casa di colui che ride, Roglic. Primoz ha disputato una gara intelligente. Ha rischiato il giusto nelle curve. Ed è andato in crescendo. Lo sloveno non ha detto una parola, ma ha parlato col sorriso. Le sensazioni evidentemente sono quelle giuste.

«Primoz – ha detto il suo diesse Marc Reef – sta migliorando giorno dopo giorno e il fatto che abbia fatto una crono in crescendo è molto importante. Siamo arrivati al Giro dall’altura e sapevamo che all’inizio avrebbe fatica un po’. Siamo sicuri di quello che abbiamo fatto. 

«E’ importante osservare un buon giorno di recupero domani – ha proseguito il tecnico della Jumbo-Visma – perché la prossima tappa, quella di martedì, propone un avvio molto insidioso. Per i primi 80 chilometri praticamente si sale sempre e può essere complicato dopo il giorno di riposo. Bisognerà stare davanti.

«Il nostro obiettivo è la terza settimana. E sappiamo che qui al Giro è molto dura. Nel 2019 Primoz aveva corso il Romandia prima del Giro e l’aveva pagata un po’, stavolta veniamo da un camp in altura. E comunque è anche più maturo rispetto a quattro anni fa».

Infine sdrammatizza sul presunto Covid di Roglic. Da qualche che giorno infatti c’era questa voce: «Ah, ah – ride Reef – io non so perché siano nati questo rumors. In effetti l’ho sentito anche io qui in gruppo. No, no… Primoz sta bene. E credo si veda».

Frecce Ineos…

Anche Matteo Tosatto, direttore sportivo della Ineos-Grenadiers gongola. E tanto. Un po’ perché è il suo compleanno e soprattutto perché i suoi ragazzi sono andati fortissimo. Thomas ha perso per un soffio e Tao lo ha seguito ad un nulla. Senza contare le ottime prestazioni di De Plus e di Arensmans.

«Ho detto – spiega Tosatto – sin da Pescara ai ragazzi di stare tranquilli, che il Giro era ancora lunghissimo. Qualcuno ha detto che era già finito ad Ortona, ma non è così… Bisogna ragionare passo dopo passo. Remco sta bene, perché è primo, ma noi ci avvinciamo alle montagne ben messi».

Questa mattina avevamo visto gli Ineos in ricognizione. Le altre squadre l’avevano fatta con un atleta o due. Loro invece erano in parecchi. Segno che la crono resta un dogma per questo team. In una S, tra i canali romagnoli, ad un certo punto, Tao ha fermato la bici. E’ tornato indietro. Si è lanciato e ha riprovato l’ingresso nella S con una buona velocità. 

«Sapete che lavoriamo molto sulla crono – va avanti Tosatto – Abbiamo materiali importanti e tanto studio alle spalle, ma ci vogliono i ragazzi prima di tutto. E loro ci sono». E a proposito di materiali: la corona grande di Tao e Geraint era da 64 denti…

Il viaggio rosa di Leknessund si ferma a Cesena

14.05.2023
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CESENA – I compagni e i fan lo chiamano “The Dog”, nessuno lo avrebbe mai detto, eppure Andreas Leknessund ha vestito la maglia rosa per cinque giorni. Per ricollegarsi al suo soprannome si può dire che sia stato un “underdog”, noi lo chiameremmo il meno pronosticato. Fin dal suo primo giorno in maglia rosa, indossata a Lago Laceno, non ha mai nascosto che questo sogno sarebbe dovuto finire presto e che non si sarebbe fatto illusioni. Crederci però non costa nulla e con il coltello fra i denti ha difeso il primato a Campo Imperatore e nella tappa di ieri rimanendo agganciato a pochi secondi dopo gli attacchi di Roglic. 

Oggi ha dovuto alzare bandiera bianca e riconsegnare la maglia a Evenepoel. Dopo l’arrivo lo abbiamo intervistato mentre in un’area defilata, in uno dei momenti più intimi ed emblematici. Con la maglia rosa addosso solo fisicamente e non più legittimamente.

«Sono stati cinque anzi nove giorni fantastici qui al Giro d’Italia – ha detto – specialmente quelli passati in maglia rosa. Sapevo che oggi avrei perso la maglia e non ne sono sorpreso, ma ho dato comunque il massimo. Sono molto felice e fiero di aver passato queste tappe in rosa. Ora non vedo l’ora che arrivi il giorno di riposo domani».

Qui Leknessund subito dopo la sua prova mentre si riveste con i colori DSM
Qui Leknessund subito dopo la sua prova mentre si riveste con i colori DSM

Gli insegnamenti in rosa

Al norvegese classe ’99 va dato atto che sia stato un esempio di sorriso, rilassatezza e genuinità in queste cinque tappe da leader. A lui piace dire di essere l’attuale ciclista professionista nato più vicino al Polo Nord. Forse questo animo glaciale gli ha permesso di coronare il sogno di vivere alla sua prima partecipazione al Giro d’Italia la possibilità di vestire la maglia rosa. Gli abbiamo chiesto come sono stati questi giorni e cosa abbia imparato…

«Ho imparato molto – spiega Leknessund – da questi giorni da leader. Io in prima persona ma anche delle dinamiche del team che si hanno quando indossi questo primato. Avere tutta l’attenzione addosso. Stare sempre davanti, attenti a tutto, dal primo all’ultimo chilometro. E’ stato super speciale e mi sono goduto tutti questi giorni. Non è qualcosa a cui sono mai stato abituato».

Leknessund ha chiuso a 1’15” la prova contro il tempo di oggi
Leknessund ha chiuso a 1’15” la prova contro il tempo di oggi

Le prossime due settimane

Siamo alla nona tappa, è finita la prima settimana, ne mancano due. Per Leknessund e per tutto il gruppo il Giro non è ancora arrivato il giro di boa. Dopo un’inizio così per l’atleta del Team DSM non sarà facile riabituarsi e ritrovare nuovi stimoli per proseguire la sua corsa.

«Mi aspetto – dice Andreas – che ci siano altri bei giorni a venire. Per quanto riguarda la squadra, abbiamo avuto un ottimo inizio di Giro e credo anche che continueranno a migliorare. Sono sicuro che le ultime due settimane saranno buone come la prima. Adesso la generale non è più un obbiettivo, vorrei ancora andare a cercare una vittoria di tappa. Ho passato alcuni giorni in rosa e penso che anche vincere la tappa sarebbe davvero molto bello. Quindi per ora questo è l’obiettivo per il resto del Giro».

Ora l’unico obiettivo del norvegese è la vittoria di tappa
Ora l’unico obiettivo del norvegese è la vittoria di tappa

I favoriti secondo lui

Dopo cinque giorni corsi in vetta alla classifica, Andreas Leknessund ha imparato cosa vuole dire stare là davanti. Ha imparato a quale attenzione mediatica e sportiva sia sottoposta la maglia rosa. Nei giorni scorsi ha guardato negli occhi gli uomini di classifica per difendere la sua maglia. Così abbiamo deciso di chiedergli chi secondo lui sarà il favorito per la vittoria finale…

«Penso che sia un Giro – conclude il norvegese – davvero molto interessante. Durante la crono ho sentito che dopo il primo intertempo Remco stava andando molto bene. Ora ho visto che ha vinto. Tutti lo vedevano come il grande favorito prima del Giro e potrebbe esserlo ancora. Ma abbiamo visto ieri e penso anche oggi che ci sono altri ragazzi che hanno una buona forma e possono dire la loro. Quindi penso che il Giro sia completamente aperto e sarà davvero eccitante».

De Decker: il diavolo che ha domato l’Inferno del Nord

14.05.2023
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ROUBAIX (Francia) – Vincere la Parigi-Roubaix è sempre qualcosa che ti rimane dentro. Per uscire vittorioso dall’Inferno del Nord serve essere fortunati, ma non bisogna dimenticare il talento. La maglia che entra per prima nel velodromo di Roubaix nel giorno della sfida Espoirs è quella della Lotto Dstny, solo quando ha tagliato il traguardo si capisce chi sia il corridore. Si tratta di Tijl De Decker, belga alto e robusto, al suo ultimo anno da under 23.

Corsa aperta

Come raccontato anche da Alessio Delle Vedove, la corsa è esplosa fin dalle prime battute, complice la pioggia. De Decker ha avuto la bravura e la forza di rimanere sempre nelle prime posizioni, lontano dai pericoli che si corrono trovandosi a centro gruppo. 

«E’ una vittoria fantastica per me – dice dopo l’arrivo una volta sciolto dagli abbracci dei suoi compagni – ho amato il meteo e la corsa. Tutto è diventato più difficile, complicato, ma il team ha fatto una grande gara. Il piano della giornata era quello di rimanere sempre vigili e di giocare le nostre carte. Alec (Segaert, ndr) e Robin (Orins, ndr) erano i nostri migliori corridori. Noi altri dovevamo farci trovare pronti nei vari punti cruciali della corsa».

Il team development della Lotto Dstny ha piazzato tutti e sei i corridori nelle prime venti posizioni
Il team development della Lotto Dstny ha piazzato tutti e sei i corridori nelle prime venti posizioni

Corazzata Lotto

Il team development della Lotto Dstny ha portato i suoi uomini migliori, con l’obiettivo di vincere. Non è un caso che abbia poi piazzato tutti e sei i corridori nelle prime venti posizioni

«L’attacco giusto è arrivato ad una ventina di chilometri dal traguardo – continua De Decker – nel settore di Champin-en-Pévèle. I miei compagni hanno fatto in modo che prendessi sempre più margine ed ho affrontato gli ultimi chilometri a tutta. Avere un team forte vuol dire questo, rimanere in controllo della corsa anche quando le cose si fanno complicate. Quello che abbiamo fatto dimostra che la squadra è forte, la Lotto Dstny è uno dei migliori team under 23 al mondo. Siamo stati gli unici ad avere i sei corridori nel gruppo di testa per tutto l’arco della corsa (la solidità della squadra è uno dei punti sottolineati anche dai ragazzi della Colpack, ndr)».

De Decker ha corso con i professionisti il Tour de Taiwan, vincendo la terza tappa su Zanoncello (foto Instagram)
De Decker ha corso con i professionisti il Tour de Taiwan, vincendo la terza tappa su Zanoncello (foto Instagram)

Crescita continua

Tijl De Decker ha fatto un percorso di crescita continuo, con i gradini giusti che lo hanno portato a vincere la Paris-Roubaix Espoirs. Questo è il suo primo anno alla Lotto Dstny, prima correva alla Acrog-Tormans. Il ventiduenne belga ha aggiunto tante corse ed esperienze quest’anno, tra cui la prima gara con i professionisti al Tour di Taiwan

«Correre con il team professional – dice – è stato fantastico, ho potuto vedere ed assaporare il mondo che mi aspetta. Non si trattava di una corsa di primo livello, ma è andata bene così, considerando che sono anche riuscito a vincere una tappa. Le corse sono più tattiche e veloci rispetto a quelle con gli under 23, queste esperienze però mi rendono più forte e preparato. Sono dei passi importanti per diventare un corridore sempre più completo».

«E’ una bellissima stagione per me – conclude prima di andare alla premiazione – ho ottenuto degli ottimi risultati, soprattutto tra aprile e maggio. Un bel secondo posto alla Rutland-Melton Cicle Classic ed il quarto posto alla Eschborn-Frankfurt. Il mio prossimo obiettivo sarà il Giro d’Italia U23, non posso nasconderlo».

Bracalente si affaccia fra i grandi. Aspettando l’estate

14.05.2023
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Di Diego Bracalente si parla da tempo come di uno dei migliori talenti del ciclismo italiano, soprattutto se lo si identifica come uno scalatore puro, razza in via di estinzione nel panorama generale (anche dove sembrava li allevassero in serie, come in Colombia), figurarsi nel movimento italiano. Per uno così, le squadre fanno a gara per accaparrarselo, intanto lo ha fatto la Colpack che lo ha inserito nel suo team al primo anno da under 23.

Rispetto alla stagione scorsa è evidente che molto sia cambiato. Il salto c’è stato ed è stato profondo, non solo se si guarda la cosa dal punto di vista dei risultati. Il giovanissimo marchigiano, appena maggiorenne, si è accorto subito che le cose sono mutate, soprattutto per come il ciclismo viene ora vissuto in maniera molto professionale.

«Il team non fa davvero mancare nulla – esordisce il talento di Sant’Elpidio a Mare – siamo seguiti in tutto, dagli allenamenti all’alimentazione, i meccanici sono il massimo della disponibilità, soprattutto per me che sono ancora lontano dai ritmi stretti del team».

Finora il marchigiano al suo primo anno in Colpack ha centrato tre Top 10
Finora il marchigiano al suo primo anno in Colpack ha centrato tre Top 10
In che senso?

I miei allenamenti li faccio a casa perché ho la scuola che mi impegna molto, quando a fine giugno sarà finito l’anno di studi, sarò più libero soprattutto mentalmente. Mi accorgo che è comunque un fardello che mi porto addosso, ma è giusto che sia così. Con il team sono comunque a stretto contatto.

Ti sei già accorto di quanto cambiano le gare?

Altroché… La differenza è enorme, c’è un controllo molto più assiduo e mirato su tutto, la concorrenza è agguerritissima in qualsiasi evento. Poi non va dimenticato che bisogna fare i conti con i chilometraggi aumentati. Ma ci sto facendo l’abitudine e i risultati lo dimostrano.

Il Team Colpack al Recioto, con Bracalente anche Masciarelli, Meris e Nespoli
Il Team Colpack al Recioto, con Bracalente anche Masciarelli, Meris e Nespoli
Tu poi sei guardato a vista, vista la nomea di scalatore puro…

Il vero test sarà quando ci confronteremo con i migliori esponenti stranieri sulle salite vere, quelle lunghe e con pendenze pronunciate. In Italia se guardo a quanto avvenuto mi accorgo che non c’è maggiore concorrenza rispetto a prima, in salita emerge sempre una decina di nomi. Si vede facilmente quali sono quelli che vanno meglio. Sono curioso di vedere quel che succederà affrontando i campioni d’Oltralpe, si dice sempre che il livello è più alto ma voglio constatarlo di persona.

Riferendoti specificamente alle tue prestazioni, noti dei miglioramenti?

Ho un anno in più è la differenza si nota dal punto di vista fisico, le prestazioni sono una diretta conseguenza. Ma so che c’è moltissimo da lavorare, molto più di prima, per questo aspetto con ansia di finire la scuola per potermi concentrare di più. Il problema sono le date…

Bracalente con Meris. Tra i ragazzi del Team Colpack c’è molta collaborazione
Bracalente con Meris. Tra i ragazzi del Team Colpack c’è molta collaborazione
A che cosa ti riferisci?

Mi sarebbe piaciuto correre il Giro d’Italia Under 23, ma la settimana dopo ci sono gli esami di maturità, non so quindi se il team mi selezionerà, tengono molto al rendimento scolastico e considerando che sono un primo anno possono anche valutare di farmi saltare questa edizione. Mi spiacerebbe perché sarebbe quello un vero test.

Finora qual è stata la gara che ti è piaciuta di più?

Devo dire il Palio del Recioto, anche se l’ottavo posto finale mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Si poteva fare di più, penso di aver sprecato troppe energie nella fase iniziale andando all’attacco, energie che mi sarebbero state utili nella fase decisiva.

Per il marchigiano l’obiettivo ora è puntare alla miglior forma per il Giro della Val d’Aosta
Per il marchigiano l’obiettivo ora è puntare alla miglior forma per il Giro della Val d’Aosta
Lì come al Piva hai avuto occasione di vedere all’opera un bel po’ di pari età stranieri…

Il livello è alto, si vede che quelle squadre, soprattutto quelle legate ai team del WorldTour vengono sempre per vincere. Io sono convinto che di per sé non siano assolutamente imbattibili, il fatto è che corrono da veri professionisti, sanno come interpretare ogni corsa. Io però resto ottimista.

Che cosa vorresti per quest’anno?

E’ una stagione di apprendimento, ma vorrei almeno condirla e contrassegnarla con una vittoria. Un obiettivo me lo sono dato, considerando anche l’impegno scolastico: il Giro della Val d’Aosta, potrebbe essere il giusto terreno per mettermi in mostra, credo sia una corsa a adatta a me. Io comunque non parto mai battuto, anche sui percorsi dove non ho apparentemente le caratteristiche per emergere. Sto imparando che bisogna sempre essere pronti a provarci, all’estero fanno così.

Laura Martinelli: «Una crono da fare… a secco»

14.05.2023
4 min
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E’ oggi il grande giorno della crono di Cesena che potrebbe essere addirittura decisiva per il Giro d’Italia. Di certo dopo questa tappa avremmo la classifica con la quale si determinerà l’andamento tattico del resto della corsa rosa. E una tappa così importante va preparata al meglio in ogni suo aspetto, tra questi l’alimentazione.

Laura Martinelli, nutrizionista della Jayco-AlUla, lo scorso hanno ci ha spiegato nel dettaglio il pre-crono. Come ci si alimenta, quanto, quando… E abbiamo imparato l’importanza di tenere a bada il peso soprattutto con la gestione di carboidrati e fibre. Va tenuta sotto controllo la ritenzione idrica. Pertanto poche verdure e i carboidrati quelli giusti al momento più opportuno. Ma nel durante? Cosa mangia un corridore in quei circa 40′ di sforzo?

Per darvi una piccola anticipazione vi consigliamo di notare la foto di apertura. Nell’immagine Eddie Dunbar, uomo di classifica della Jayco, è senza borraccia nella crono dei Trabocchi.

Una crono da fare “a secco”. Oggi pomeriggio probabilmente non vedremo le borracce per De Marchi e compagni
Una crono da fare “a secco”. Oggi pomeriggio probabilmente non vedremo le borracce per De Marchi e compagni
Laura, la crono da Savignano sul Rubicone a Cesena è tutta piatta e misura 35 chilometri. Come si alimenteranno i tuoi atleti?

Ci sono diverse scuole di pensiero per una crono di questa durata: alimentarsi o non farlo. Io ovviamente riporto quanto facciamo noi in Jayco-AlUla. E i nostri atleti per una crono così non mangeranno, né berranno nulla. In teoria la durata, sulla carta, potrebbe prevedere un’idratazione ma le temperature non sono così elevate, quindi si può fare anche senza.

Addirittura una crono così senza bere…

Può capitare di doverlo fare, ma in una crono più calda. Ed è già capitato in prove di simile lunghezza, ma con altre temperature. Però non è questo il caso di oggi (tra l’altro dovrebbe piovere, ndr). Il progetto è quello di non assumere nulla e massimizzare al massimo la prestazione (sia aero che metabolica, ndr). E si può fare perché se anche il corridore arrivasse in uno stato di lieve disidratazione, avremmo comunque tantissimo tempo per recuperare in vista della tappa successiva.

Tanto più che subito dopo c’è il giorno di riposo…

Esatto. Ma comunque in 40 minuti di sforzo il corridore non potrà mai disidratarsi così tanto, soprattutto se l’avvicinamento è stato fatto bene.

La crono Savignano sul Rubicone-Cesena (Technogym Village) misura 35 km
La crono Savignano sul Rubicone-Cesena (Technogym Village) misura 35 km
Immaginiamo che a questo punto il pre-crono assuma maggior importanza…

Esatto, bisogna impostare un pre-gara sapendo che in corsa non si dovrà né bere, né mangiare.

E quindi come ci si comporta?

Il pre-crono alimentare varia ed è più rinforzato: sia sotto l’aspetto dei carboidrati che dei liquidi – sali minerali e acqua – mentre il timing è sempre lo stesso. Di fatto aumentano le porzioni.

E di quanto aumentano queste quantità?

Del 20-30 per cento, un bel po’.

Come mai così tanto visto che comunque parliamo di uno sforzo di 40′-45′?

Proprio perché ce la giochiamo al limite. Andiamo senza mangiare e senza bere, dobbiamo essere pronti fisicamente. Ma in qualche modo andiamo ad “ingannare “ anche il cervello: lo possiamo fare perché si ha la certezza di non raschiare il barile in quanto la durata dello sforzo è limitata. Quando c’è una rapida diminuzione delle scorte di glicogeno il cervello invia un segnale di allarme al corpo, come se gli dicesse: “Vai più piano, perché l’energia non basta”. Pertanto l’obiettivo è proprio quello di partire con la gamba pienissima.

Alla Vuelta 2022 la crono di Alicante era di 31 km, con temperature più alte. I corridori (qui Sivakov) utilizzavano le borracce e le malto
Alla Vuelta 2022 la crono di Alicante era di 31 km, con temperature più alte. I corridori (qui Sivakov) utilizzavano borracce e malto
Chiaro…

In questo modo anche se c’è una riduzione rapida delle scorte di carboidrati a livello cerebrale, non arriva questo segnale di allarme, che inconsciamente farebbe rallentare il corridore, perché c’è molta più scorta. Sia chiaro: non è una teoria scientifica, ma si tratta di tante esperienze raccolte sul campo nel corso degli anni.

E chi invece appartiene all’altra scuola? Quella dell’alimentazione durante questa crono?

E’ presumibile che metta delle maltodestrine da sorseggiare nella borraccia o possa prendere anche un gel. Di certo non c’è bisogno, né spazio per un’alimentazione solida. 

E in questo caso l’alimentazione pre-crono com’è?

Più lineare. Il corridore resterà più leggero nel suo avvicinamento. Farà un avvicinamento standard perché compenserà il dispendio energetico e idrico durante prova.

L’assolo di Healy, il graffio di Roglic e il Giro decolla

13.05.2023
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FOSSOMBRONE – Benvenuto Giro d’Italia? Che dite, sarà la volta buona? A Fossombrone la corsa rosa sembra essersi accesa definitivamente. Un corridore, Healy, che vince con una grande azione. La lotta tra gli uomini di classifica. La bagarre per andare in fuga… per di più con tanti atleti di spessore.

Andiamoli a sviscerare i temi di questa ottava tappa. Una frazione bellissima, ancora nel cuore di quella spina dorsale d’Italia che è l’Appennino. Per due ore e passa la fuga non prende quota. La media è altissima e sembra di rivivere le fasi iniziali della quarta frazione, quella di Lago Laceno.

Ben Healy (classe 2000) vince a Fossombrone e coglie il suo primo successo nel WorldTour
Ben Healy (classe 2000) vince a Fossombrone e coglie il suo primo successo nel WorldTour

Healy a mani basse

Fasi che a quanto pare sono state un mezzo incubo per Ben Healy. Il corridore della  EF Education-EasyPost è stato il dominatore di questa tappa e molto lo deve proprio a quanto accaduto quel giorno in Irpinia.

«E’ stata una buona esperienza col senno del poi – ha detto Healy – quel giorno ho speso e sprecato tantissimo. E non sono riuscito ad entrare in fuga. Oggi invece mi sono gestito diversamente. Io sono sempre nervoso quando non colgo l’attimo. E dopo che la fuga è partita, mi sono tranquillizzato e ho pensato a salvare la gamba».

Charly Wegelius, il suo diesse, alla Liegi ci disse che avevano un piano ben specifico per Healy al Giro. Ebbene era questo?

«In realtà – spiega Healy – il piano era prendere la maglia rosa nella prima settimana, ma appunto nella quarta tappa ho sbagliato tutto. Però avevo studiato il Garibaldi e questa era una delle frazioni che avevo cerchiato in rosso».

Le bellezze e il verde dell’Appennino tra Umbria e Marche. Curve tantissime, pianura pochissima
Le bellezze e il verde dell’Appennino tra Umbria e Marche. Curve tantissime, pianura pochissima

Come una classica

Healy quest’anno è stato uno degli atleti più performanti nelle corse di un giorno. Alla Liegi dopo la caduta di Pogacar era il più temuto da Evenepoel, tanto per dire. Ha vinto a Larciano e alla Coppi e Bartali.

Oggi il percorso poteva tranquillamente essere paragonato ad una Liegi. E come una classica Healy lo ha interpretato. Una volta in fuga non ha esagerato e al primo passaggio sullo strappo dei Cappuccini, a 50 chilometri dall’arrivo, ha nettamente cambiato passo. Ha innestato quella marcia in più che appartiene alla nuova generazione dei vincenti. La sua vittoria, almeno per noi che in un paio di occasioni lo abbiamo anche visto da bordo strada, non è mai sembrata in bilico.

«In effetti – dice l’irlandese – stavo bene. Però ho capito che avrei vinto solo quando durante l’ultimo passaggio sui Cappuccini avevo ancora più di due minuti. Perché sì, sono veloce, ma arrivare da solo è più bello e soprattutto perché sei sicuro di vincere!

«Grandi Giri? Non so ancora. Dovrei misurarmi con le lunghe salite e con i tanti giorni di gara. Io al massimo ne ho fatti dieci (al Giro U23, ndr). Per ora questo tipo di percorsi e gli strappi mi piacciono molto. Quindi preferisco puntare su questo tipo di gare».

Nella scalata dei Cappuccini, Evenepoel non era davanti come sempre. Piccoli segnali che non fosse al meglio
Nella scalata dei Cappuccini, Evenepoel non era davanti come sempre. Piccoli segnali che non fosse al meglio

Remco scricchiola

Ma se questa è stata la “foto” di giornata, l’altro piatto forte è stato il primo scontro tra gli uomini di classifica. Uno scontro acceso inaspettatamente da Primoz Roglic e dalla sua Jumbo-Visma, proprio lungo l’ultimo strappo di giornata. 

Il bottino dello sloveno, ma anche dei due Ineos-Grenadiers, Geogehgan Hart e Thomas, è di 14”. Tanti? Pochi? La questione, almeno per ora, non è questa, quanto piuttosto che lo scontro c’è stato e anche un esito. E ha vinto Roglic.

Sono secondi che fanno bene alla mente, che cementano certezze da una parte e ne destabilizzano da un’altra. Sì, Remco ha controllato, ma ho oggi ha perso. E lui non ama perdere.

«Conoscevo questa discesa già affrontata dalla Tirreno – ha detto Evenepoel alla tv belga – e Lutsenko ci era caduto, quindi non volevo rischiare. Li ho sempre avuti in vista sui rettilinei quindi nessun problema. Semplicemente non è stata la mia giornata migliore. Ho detto a Cattaneo che avevo mal di gambe e non volevo aggiungere acido lattico in vista della crono di domani».

Roglic in fiducia

«Più fiducia per domani? No, quella già c’era – dice un Roglic sorridente – oggi era dura, ma domani è più facile no? E’ tutta piatta, non c’è la salita dei Cappuccini!

«Ho visto che eravamo più uomini noi della Jumbo fino alla penultima salita e così ho detto: “Imponiamo un ritmo un po’ più duro nel finale”. L’ultimo chilometro della salita era davvero tosto, ma le gambe erano buone. Provarci mi è sembrata una buona idea. E poi fondamentalmente, se non ci provi non sai mai veramente come stanno le cose. Io ci ho provato… ed è andata bene. Quindi sì, siamo (usa il plurale, ndr) soddisfatti».

Ma quel che più ci ha colpito di Primoz è stata la sua disponibilità. Il suo buon umore. Ha detto qualche battuta tra l’arrivo e il bus. Ha parlato mentre era sui rulli a sciogliersi facendo anche delle battute scherzose. Chi passava gli dava pacche sulle spalle e lui a sua volta ne dava ad altri corridori. Davvero un Roglic nuovo.

«Domani? Beh, sto già facendo il riscaldamento per la crono…  Spero solo di non essermi surriscaldato!».

Arteria iliaca, l’incubo del ciclista? Chiediamo al dottore

13.05.2023
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Stybar ha dichiarato pochi giorni fa di essersi sottoposto all’intervento chirurgico per risolvere la patologia dell’endofibrosi dell’arteria iliaca. Un’operazione che come le pedine di “indovina chi” coinvolge gli atleti del gruppo. Negli ultimi anni ha coinvolto, restando in Italia, Erica Magnaldi, Nicola Conci, Luca Chirico, Eugenio Alafaci, Fabio Aru e Alessandro Monaco. Vista la sua natura, legata perlopiù allo sport, agli occhi ignoranti di chi osserva viene vista come un’ultima spiaggia. 

Risponde Guardascione

Nulla di tutto questo. Carlo Guardascione, medico del Team Jayco-AlUla, ci ha infatti spiegato cosa porta alla diagnosi ma sopratutto chi e perché si decide di operare questa parte del corpo ai più sconosciuta. E forse di incubo non si deve parlare…

«Devo premettere due cose – chiarisce Guardascione – perché sono fondamentali. Esiste una predisposizione anatomica, perché non tutti hanno l’arteria iliaca che fa un’ansa, che fa una specie di curva o di ginocchio a livello inguinale. Il secondo fattore predisponente è proprio l’attività ciclistica intensiva. Quindi riguarda i ciclisti, dilettanti, professionisti e quant’altro che praticano da parecchi anni l’attività di endurance».

Il dottor Carlo Guardascione in carriera ha avuto a che fare molte volte con questa patologia
Il dottor Carlo Guardascione in carriera ha avuto a che fare molte volte con questa patologia
Che patologia è?

La patologia si chiama endofibrosi dell’arteria iliaca. Ed è una patologia vascolare ovviamente dovuta all’ispessimento e al restringimento di alcune zone dell’arteria Iliaca, che però sono già anatomicamente anomale. Nel senso che si inspessisce la parete arteriosa nella zona inguinale in soggetti che fanno questo tipo di sport di endurance da parecchi anni (nei giovani, a parte qualche caso eccezionale, non si vede). Hanno quindi un’arteria che fa una specie di ansa, una specie di curva, fisiologicamente. Per cui inspessendo la parete sotto sforzo, si ha un restringimento del flusso sanguigno. Durante lo sforzo fisico deve aumentare il flusso sanguigno agli arti inferiori, se questo flusso sanguigno deve passare in una zona che è stenotica, perché l’inspessimeto restringe il lume, è ovvio, il sangue non arriva e come conseguenza come sintomo prioritario si ha la difficoltà a mantenere lo sforzo e una sofferenza vascolare.

L’arteria iliaca è un vaso sanguigno di grandi dimensioni che si trova nella regione pelvica del corpo umano
L’arteria iliaca è un vaso sanguigno di grandi dimensioni che si trova nella regione pelvica del corpo umano
Qual’è il principale sintomo?

Dolore alle gambe e la mancanza di forza, la perdita di potenza a livello di gamba perché c’è uno strozzamento del flusso di sangue che deve arrivare agli arti inferiori.

Quindi la la diagnosi non è così difficile…

La diagnosi è duplice. Innanzitutto è clinica, nel senso che l’atleta racconta i suoi problemi che hanno tutti una caratteristica comune: il fatto di manifestarsi solo sotto sforzo intensivo. Non avviene a riposo. Poi la diagnosi viene confermata da un esame diagnostico che è un angiografia, quindi un esame con un mezzo di contrasto in cui praticamente viene verificato e visualizzato com’è il decorso dell’arteria iliaca. Generalmente si scopre appunto che a livello inguinale l’arteria ha una malformazione anatomica. Può presentare un’eccessiva lunghezza o una specie di curva che ovviamente, stando seduti sulla bicicletta, quando la posizione di flessione forzata della schiena comprime la zona, dà origine al problema. 

L’intervento chirurgico in cosa consiste?

Consiste nel togliere quest’ansa mettendo uno stent, generalmente in materiale sintetico, con cui si elimina questo strozzamento dell’arteria e il sangue ritorna a fluire normalmente. 

Monaco ha subito la stessa operazione l’estate scorsa, ora è in mezzo al gruppo in forza al team Technipes
Monaco ha subito la stessa operazione l’estate scorsa, ora è in mezzo al gruppo in forza al team Technipes
Con l’operazione si ha la certezza di risolvere il problema al cento per cento?

In grandissima percentuale l’operazione risolve. Nella mia carriera ricordo soltanto di un caso che ha dovuto essere operato due volte, a causa dello scollamento post operatorio nel punto in cui era stata messa la protesi biologica, che ha richiesto un secondo intervento. Però questo fa parte della casistica operatoria di questo tipo di interventi.

Che tempi di recupero si hanno?

Non brevi, perché ci vuole almeno un mese di immobilità assoluta per consentire alle strutture anatomiche di adattarsi al nuovo stent, a questa nuova protesi che è stata inserita e poi una riabilitazione. Per cui, chi va veloce impiega tre mesi. Poi da tre a sei mesi per la guarigione completa.

Lei ha avuto molti casi di atleti con questo tipo di problema?

Certamente sì. Le caratteristiche sono proprio queste, una malformazione anatomica congenita e un’attività ciclistica o di endurance che può capitare anche ai triatleti. Ma anche sciatori di fondo, podisti. Si parla sempre di un’attività prolungata per tanti anni. Due anni fa abbiamo avuto Amanda Spratt che è una donna. La Van Vleuten è stata operata anche lei, che non era una mia atleta, però questo si sa. Così come Aru.

La posizione in sella non è la causa ma è un fattore che può favorire la patologia
La posizione in sella non è la causa ma è un fattore che può favorire la patologia
Quanto passa dai primi sintomi/sospetti alla effettiva diagnosi e decisione di operarsi?

Inizialmente è una cosa che viene piano piano, perché l’endometriosi è il restringimento dell’arteria e non è repentino, ma lento e progressivo. Quindi si parla di settimane e mesi. L’atleta sente un qualcosa di strano poi, magari per un mese non sente più niente. Poi gli ricapita di nuovo… Quindi arrivare alla diagnosi non è mai repentino. Un’angiografia con mezzo di contrasto non è un esame di routine, per cui bisogna farla con una certa cognizione di causa. Quindi la diagnosi non è immediata perché la malattia è progressiva e molto lenta anche nel progredire. Diciamo che ci sono dei fattori predisponenti e anatomici, anche di viscosità, nel senso che se si ha il sangue molto denso si può avere uno stimolo a l’irrigidimento dell’arteria. Un po’ come capita con l’arteriosclerosi coronarica o l’arteriosclerosi cerebrale nelle persone normali. 

In futuro l’atleta può riprendere al cento per cento la sua carriera al massimo livello?

Diciamo che la prognosi è sempre molto buona. Al 100% no, ma almeno un 90% dei ritorno alle prestazioni precedenti alla patologia ci si arriva. Perché è un problema praticamente meccanico, una volta risolto il problema del sangue, in base alle sue qualità ritorna a essere quello che era prima.

Gruppo (per ora) rassegnato, non solo vento: parla Pinot

13.05.2023
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CAMPO IMPERATORE – Dopo l’arrivo sul Gran Sasso, persa per mano di Bais la maglia blu della montagna, Thibaut Pinot si è infagottato nel giubbino più pesante ed è disceso dalla montagna in bicicletta. Un’immagine nostalgica e romantica, per l’uomo che sta correndo l’ultimo Giro nella sua ultima stagione, anche se di ritiro Pinot non vuole sentir parlare. Un ritorno al bus di quasi 30 chilometri, a capo di una tappa di 218. Lassù il francese era già arrivato secondo nel 2018, battuto dall’imbattibile Simon Yates. Questa volta è arrivato sesto, terzo nella volata del gruppo, dietro Evenepoel e Roglic. Due scenari completamente differenti. Allora lottarono i migliori, questa volta la tappa se la sono giocata tre uomini coraggiosi mentre dietro si limava.

«E’ andata totalmente all’opposto di quello che è successo cinque anni fa – ha raccontato Pinot a L’Equipe una volta raggiunto il parcheggio di Fonte Cerreto – soprattutto a causa del vento. Ce l’avevamo in faccia e nessuno tra i leader oggi voleva bruciare la sua squadra. Più in generale, nessuno oserà prendere in mano la situazione, a parte la Soudal-Quick Step e la Jumbo di Roglic. A parte loro, nessuno avrà il coraggio di attaccare se alla fine sarà comunque battuto dai due. Del resto c’è Remco che controlla da solo la corsa. E se decide di non correre per la tappa, le fughe vanno fino in fondo».

Il passivo della crono

E mentre Leknessund oggi è ripartito con la maglia rosa, sapendo che molto probabilmente si tratterà dell’ultimo viaggio di questo Giro con le insegne del primato, Pinot guarda più lontano, cercando di capire che piega prenderà per lui la corsa.

«Per fare un primo punto – ha detto ieri Thibaut – bisognerà aspettare la cronometro. Domani (oggi) la tappa è dura, potrebbe essere favorevole per un velocista che riesce a superare le salite, ma domenica di sicuro perderò molto tempo. Nella prima crono, Remco mi ha rifilato 1’43” in meno di 20 chilometri, non mi faccio troppe illusioni su quello che potrò fare domenica. Il Giro è ancora molto lungo, bisognerà aspettare anche la prima tappa di alta montagna a Crans Montana. Fino ad allora, nulla sarà molto preciso nella classifica generale, soprattutto perché nella seconda settimana è prevista molta pioggia».

La pressione non fa crescere

Al di là di quello che potrà fare, del piazzamento finale o dell’eventuale vittoria di tappa, sorprende vedere Pinot che corre in modo rilassato, rincorrendo i gran premi della montagna e mostrandosi molto disteso alle partenze.

«Conosco il Giro d’Italia – ha detto – ad ora la mia preoccupazione principale è salvarmi dal freddo e dalle cadute. Non penso mai che sia l’ultimo anno, sono in corsa e voglio arrivare a Roma senza rimpianti. Faccio davvero fatica quando sono in bici a realizzare che questa è l’ultima volta che corro qui, anche se ho ancora molta meno pressione rispetto al 2018. E questo forse è il più grande rimpianto della mia carriera. Mi rendo conto che non è la pressione che accelera i progressi, invece ho sempre voluto fare troppo bene, essere all’altezza delle aspettative e alla fine ho corso più per gli altri che per me stesso».