Paladin, tanti piazzamenti e quel successo che manca

20.05.2023
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Sempre vicina, sempre lì a far capolino nella Top 10, ma la vittoria sembra non voler arrivare mai. Soraya Paladin prosegue la sua caccia nel dedalo delle corse spagnole del WorldTour, ora è alla Vuelta a Burgos e anche ieri ha centrato il piazzamento, ottava a 12” dalla Vollering che continua a collezionare successi in questa stagione magica. La veneta della Canyon Sram non si lamenta, cerca di portare pazienza, sicura che prima o poi verrà anche il suo turno.

In attesa della seduta di massaggio per preparare il weekend finale, l’atleta di Treviso fa un po’ il punto della situazione dopo una primavera intensa, considerando che ha collezionato 17 giorni di gara con oltre la metà conclusi entro le prime 10.

«Mi dispiace soprattutto per la tappa dell’Iztulia Women, la seconda dove ho chiuso alle spalle della Vollering, perché credo che con un po’ di fortuna in più si poteva anche centrare il risultato pieno. Mi ha tratto in inganno l’errore di percorso della Reusser che mi ha portato a partire troppo presto, se avessi lanciato la volata 100 metri più avanti forse l’olandese non mi riprendeva».

La volata persa contro la Vollering all’Itzulia. La veneta è stata tratta in inganno dalla Reusser, terza
La volata persa contro la Vollering all’Itzulia. La veneta è stata tratta in inganno dalla Reusser, terza
Avrebbe dato un senso maggiore a questa prima parte di stagione…

Sicuramente, anche se non è che possa lamentarmi vista la messe di risultati che sto portando a casa. Dimostro di esserci sempre. La campagna delle Ardenne era stata impegnativa, ma mi ha lasciato con le pile un po’ scariche, ho avuto bisogno di due settimane per ricaricarmi, per fortuna aver saltato la Vuelta è stata un aiuto.

In squadra ti danno fiducia?

Sì, anche se normalmente viene considerata la Niewiadoma come punta del team e io cerco di starle vicino e darle una mano, ma senza mettere da parte le mie ambizioni. In squadra il clima è abbastanza alto, anche se sappiamo di confrontarci con uno squadrone come quello della Sd Worx.

Al Nord la Paladin ha dato buoni segnali: quinta all’Amstel, nona a Liegi e alla Freccia del Brabante
Al Nord la Paladin ha dato buoni segnali: quinta all’Amstel, nona a Liegi e alla Freccia del Brabante
In carriera hai finora vinto 7 gare, ma il successo pieno manca dal Giro delle Marche 2019. Ti manca la vittoria?

Ci penso spesso, ma ci sono alcuni aspetti da considerare. Innanzitutto il livello medio si è alzato tantissimo da allora e essere sempre protagonista, essere lì a lottare nei finali di gara significa che comunque anche il mio livello è salito. E’ chiaro che vincere piacerebbe e ci spero tanto, ma contro gli squadroni di oggi non è semplice.

Accennavi alla Sd Worx. Non pensi che stia un po’ ammazzando le corse?

E’ una squadra costruita con tante campionesse, che rendono sempre la gara dura. Questo consente loro di scegliere sempre una tattica diversa, poter lanciare un attacco da lontano oppure aspettare. C’è molto tatticismo nelle corse, bisogna essere attente nello scegliere le mosse giuste da fare. Sono le più forti, ma non sono certo imbattibili, nel gruppo ci sono tante squadre forti e la nostra non è seconda a nessuna.

La Paladin a Burgos si sta ben disimpegnando, indossando la maglia roja di leader dei GPM
La Paladin a Burgos si sta ben disimpegnando, indossando la maglia roja di leader dei GPM
Ma tanti successi non vanno poi a scuotere gli equilibri e generare invidie?

Io non credo. C’è molto rispetto, quando hai a che fare con campionesse del genere. Noi pensiamo a fare la nostra parte sapendo che possiamo giocarcela con tutti. Bisogna correre in base ai propri punti di forza, non piegarsi a quel che fanno loro…

Nell’ambiente molti si lamentano della serie infinita di corse a tappe in Spagna, senza soluzione di continuità…

Sarebbe stato meglio un calendario più diluito, ma gli organizzatori scelgono in base alle proprie esigenze. Il problema è che attualmente i team sono ancora abbastanza stringati per tenere dietro a tutto, basta qualche infortunio che costringe le altre a veri tour de force. E’ un problema contemporaneo, io sono convinta che con il tempo si risolverà, per ora i roster sono ancora ridotti e nel compilare i calendari bisognerebbe tenerne conto.

La veneta è da anni un punto fermo della nazionale e punta a esserci anche a Glasgow
La veneta è da anni un punto fermo della nazionale e punta a esserci anche a Glasgow
Dopo Burgos che cosa ti aspetta?

Ci sarà la RideLondon e poi andrò in altura per preparare i Campionati Italiani e il Giro. Quelli sono passaggi obbligati, soprattutto se si vuole pensare a un’estate importante che possa valere anche una presenza ai mondiali. A dir la verità non mi pongo il problema della maglia azzurra sì o no: io faccio il mio e se i risultati arriveranno, la convocazione sarà una diretta conseguenza.

Il Tour è in programma?

Per ora non si sa, ci hanno detto che in Francia andrà chi è più in forma, per questo le prossime settimane saranno importanti e io voglio farmi trovare pronta.

Il pro’ e il Garmin Edge 840: Battistella ha qualcosa da dirci

20.05.2023
4 min
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REGGIO EMILIA – Garmin è in continuo fermento. Evoluzione segue evoluzione e l’ultimo gioiellino del brand tecnologico è il Garmin Egde 840, che punta molto sulla grafica e le info relative al percorso.

Peculiarità di questo ciclocomputer sono la versione Solar e la funzione ClimbPro. La versione Solar è una ricarica ad energia solare che aumenta la capacità della batteria fino a 25′ in più per ogni ora. Mentre la funzione ClimbPro visualizza le salite (planimetria e profilo) su ogni percorso che si sta affrontando e non bisogna precaricarle.

Il Garmin Edge 840 ha uno schermo di 2,6”, pesa meno di 89 grammi e la sua batteria arriva fino a 32 ore di uso consecutivo. Ma se queste sono (brevemente) le sue caratteristiche, come può essere ottimizzato nel suo uso?

A questa domanda può rispondere Samuele Battistella che lo sta utilizzando già in questo Giro d’Italia. Nelle prime frazioni glielo avevano fornito e il corridore dell’Astana-Qazaqstan ne ha subito approfittato. A lui abbiamo chiesto alcune info su questo strumento e in particolare come se ne serve un professionista.

Il corridore dell’Astana sta utilizzando l’Edge 840 al Giro
Il corridore dell’Astana sta utilizzando l’Edge 840 al Giro
Samuele, come utilizza il Garmin un corridore professionista?

Parlo per me, ma credo che valga per molti altri colleghi, ho due schermate principali, una per gli allenamenti e una per la gara. Nella prima metto tutte le informazioni per allenarsi, quindi velocità, velocità media, distanza, elevazione… In più ho una pagina dedicata ai lavori. Quando “faccio il lap” ho i watt medi di quel giro appunto, la frequenza cardiaca… in modo da capire bene come sto facendo i lavori.

E poi c’è quella dedicata alla gara…

In gara voglio vedere la mappa, la distanza e il tempo, perché comunque in gara non guardo i battiti o la velocità media.

La mappa?

Esatto, la mappa la guardo e anche spesso perché tante volte affrontiamo percorsi che non conosciamo. Soprattutto discese che non conosciamo. Con la planimetria sul display riesco a capire come impostare le curve. Riesco a vedere se stringono, se ci sono tornanti… Questo magari non molti lo fanno, però secondo me aiuta. Se devo decidere di spingere in discesa almeno sono abbastanza sicuro di com’è. Anche perché non abbiamo tanto margine di errore, appena sbagliamo una curva c’è il guardrail o qualcos’altro. Meglio affrontarle in sicurezza.

Per Battistella due grandi schermate: una per gli allenamenti e una per le corse
Per Battistella due grandi schermate: una per gli allenamenti e una per le corse
Questo nuovo Garmin Edge 840 ha anche delle funzioni specifiche per la salita, come la ClimbPro…

Esatto e sono molto utili perché tra le altre cose c’è l’indicazione della pendenza. Tu sai quando spiana, quanti chilometri mancano alla fine e ti aiuta anche di testa. Quando sei al limite sai quanto devi tener duro, quanto devi andare oltre il limite per scollinare la salita. Oppure in certi punti vedi che la pendenza molla un po’ e recuperi un attimo.

E lo hai usato per esempio verso Fossombrone quando eri in fuga?

Ammetto che uno sguardo l’ho buttato, però avevo studiato bene la tappa, anche perché era molto semplice, c’erano solo 3-4 salite nel finale. Poi lì poi dipende sempre dalle gambe, anche se hai uno strumento che ti permette di conoscere la salita!

A livello di touch come ti trovi?

Molto bene, secondo me questa è la misura migliore perché non è troppo grande, né troppo piccola. Quindi si riesce a vedere bene la schermata, ma allo stesso tempo il ciclocomputer è leggero. Il giusto compromesso insomma.

E invece la funzione ClimbPro, appunto con tutte queste info sulla scalata, quando si guarda di più in corsa?

Quando ci sono le salite lunghe, specie se sono davanti. Mi aiuta a gestirmi bene. In una salita di 30′-40′ non puoi andare a tutta dall’inizio alla fine. Devi rispettare i tuoi watt perché magari la prima la tieni, ma poi nelle altre salti. Mentre non uso questa funzione nelle tappe nervose o nelle salite corte.

La schermata della funzione ClimbPro
La schermata della funzione ClimbpPro
Perché?

Perché essendo “velocino” devo cercare di restare lì per poi fare la volata.

Passo indietro, Samuele, oltre alla schermata, cosa controlli principalmente quando ti alleni?

Chiaramente i watt, ma dipende sempre dal tipo di allenamento che devo fare. Se devo fare un segmento in un certo modo, spingo il lap e osservo: potenza, il tempo del lap stesso, la potenza media, la cadenza, la frequenza cardiaca istantanea e quella media, la distanza e la velocità. Tanto più se devo fare 2-3 minuti a un determinato wattaggio, per poi aumentare ancora. Così ho sempre tutto sotto controllo e riesco a vedere bene cosa faccio.

Quando invece devi andare via regolare?

In quel caso ho la schermata generale, quindi il tempo, la pendenza, l’ora del giorno, la velocità. Però sinceramente quando ho questa schermata vuol dire che non ho lavori e non guardo molto il ciclocomputer.

Spunta Rubio. Ma che confusione a Crans Montana

19.05.2023
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Magicamente i chilometri da Borgofranco d’Ivrea a Crans Montana sono diventati meno di 75. Magicamente si fa per dire, perché si levano le polemiche, si abbassa lo spettacolo e alla fine chi ci rimette è il Giro d’Italia. Una frazione che potenzialmente poteva essere la più dura della corsa rosa si è ridotta in una lunga volata.

Una volata che ha visto primeggiare Einer Rubio, colombiano della Movistar, ma ciclisticamente italiano. Rubio è “fratello” di Jai Hindley, nel senso che anche lui viene dalla scuola di Umberto “Umbertone” Di Giuseppe e Donato Polvere.

E nella sua vittoria è racchiuso il famoso proverbio: tra i due litiganti il terzo gode. Pinot faceva le scaramucce con Cepeda e Rubio, zitto zitto, faceva la formichina mettendo nel taschino energie preziose buone per la volata.

Certo dispiace non raccontare a fondo la storia di questo ragazzo, tanto più che i big non si sono attaccati, ma oggi la notizia è tutta sulla riduzione della tappa e soprattutto sul suo perché. Sulla sua genesi.

La giornata

Proviamo a ricostruire questa giornata, che parte dalla serata di ieri. Tra i corridori si diffonde la notizia dell’invocazione del protocollo sulle condizioni meteo estreme. Si è fatto un sondaggio. Un sondaggio, in forma anonima, che voleva l’annullamento della Croix de Coeur in quanto le previsioni davano il peggioramento meteo su quel colle proprio al momento del passaggio del Giro.

Questa mattina i gruppi sportivi hanno chiesto una riunione con il direttore del Giro, Mauro Vegni. Una riunione avallata anche dal CPA il cui presidente è Adam Hansen, con Cristian Salvato come rappresentante in corsa. In questo incontro i gruppi sportivi e i corridori hanno chiesto l’accorciamento della frazione. 

E qui ecco un primo punto. Corridori e squadre non volevano fare la Croix de Coeur, ma poi hanno trovato una mediazione con Vegni. Per cui hanno accettato di salire su questo colle e di tirare dritti fino all’arrivo, ma partendo da Le Chable ai piedi della stessa salita. 

Alla fine è andata così: alle 11, a Borgofranco d’Ivrea, il gruppo si è messo in marcia. Pioveva e c’erano 13 gradi. I corridori hanno percorso qualche decina di metri per sponsor e tifosi e poi… tutti sui bus per raggiungere La Chable tra i pollici in giù dei tifosi a bordo strada che li aspettavano sul Gran San Bernardo. 

Gran San Bernardo, a sua volta mutilato qualche giorno prima. Poi alle 15 il via da Le Chable, sotto un timido sole e 15 gradi. Il resto è cronaca.

Che confusione

Ma urge porsi delle domande. Perché l’organizzazione ha accettato di affrontare il punto a loro avviso più rischioso, sia per il meteo che per la conseguente discesa?

Ci si è appellati al protocollo per le condizioni meteo estreme, ma queste condizioni non c’erano: né per le temperature, né per il vento, né per le precipitazioni. Allora cosa è successo? Su che base è stata accorciata la tappa? Qual è il nesso tra protocollo meteo e discesa pericolosa? Come se poi lo avessero scoperto adesso che i primi chilometri di quella planata erano pericolosi. Le domande sono molte, i dubbi ancora di più.

«Dobbiamo chiedere scusa ai tifosi e agli organizzatori – ha detto Cristian Salvato, presidente dell’Accpi (associazione corridori ciclisti professionisti italiani) al Processo alla Tappa – le squadre si sono basate sulle loro App meteo, che di solito sono molto precise, ma questa volta hanno sbagliato. A volte il tempo in montagna cambia repentinamente. Questa volta è cambiato in meglio, ma se fosse stato tempo brutto?». Un po’ poco…

Mauro Vegni, direttore del Giro d’Italia
Mauro Vegni, direttore del Giro d’Italia

Vegni, spalle al muro

C’è poi la campana ufficiale, quella di Rcs Sport, società organizzatrice della corsa rosa. Questa mattina Mauro Vegni ha parlato anche con noi, dando una botta al cerchio e una alla botte.

«Le condizioni climatiche non sono le più favorevoli – ci aveva detto Vegni – non tanto per la pioggia ma per il freddo in discesa. Dobbiamo preservare gli atleti per arrivare a Roma. E così sono andato incontro alle loro richieste. Ma siamo riusciti a mantenere una tappa con caratteristiche sportive concrete.

«Come la tappa sprint del Tour? No, è diverso. Lì si partiva con l’idea di una tappa particolare appunto, qui con l’idea di salvare una corsa. Lì con il sole, qui con la pioggia».

E ancora: «C’è stata una trattativa e qualcosa bisognava cedere», aveva detto poco prima lo stesso Vegni ai microfoni della Rai.

Quest’ultima frase è importante. «Bisogna cedere». Alla fine si è trovato un accordo, ma più che un accordo legato alle condizioni specifiche della tappa, è sembrato un accordo d’insieme. Un accordo su quanto accaduto sin qui al Giro fra i tanti ritiri e la tanta pioggia presa.

Come a dire: “Caro Vegni visto che abbiamo preso tanta acqua o tu ci accorci la tappa o noi scioperiamo”. Un ricatto in pratica. A questo punto è stato sin troppo bravo il direttore del Giro a salvare la situazione e a collegare almeno le ultime due salite.

La discesa della Croix de Coeur, era tecnica nella prima parte. Ma il ghiaccio non c’era. In cima temperatura ben al di sopra dello zero
La discesa della Croix de Coeur, era tecnica nella prima parte. Ma il ghiaccio non c’era. In cima temperatura ben al di sopra dello zero

Guardando avanti

Però questa giornata e la sua gestione parlano di un Giro che ha scarso peso politico. Scarsa forza. Si è verificato qualcosa di molto simile a quanto accaduto a Morbegno nel Giro 2020.

Il Giro d’Italia non merita tutto ciò. I tifosi non meritano tutto ciò. Il ciclismo non merita tutto ciò. Siamo sicuri che gli stessi corridori con i 40 e passa gradi della “chaleur” francese, e quindi con gli estremi per attuare il protocollo, chiederebbero a Prudhomme di annullare la tappa?

C’è molto da lavorare. Sia da parte del Giro, che deve assolutamente rilanciarsi. Sia da parte dell’UCI che del CPA. Bisogna trovare regole univoche. Regole basate su numeri certi, su ispettori di percorso capaci di valutare la situazione in tempo reale e non su valutazioni soggettive.

E poi bisogna iniziare a prendere coscienza concretamente dei cambiamenti climatici. I dati di molti siti meteo dicono come negli ultimi anni nel bacino centrale del Mediterraneo aprile e soprattutto maggio siano gli unici mesi in controtendenza per quanto riguarda le temperature. In pratica fa sempre più caldo, tranne che in questi due mesi. Magari bisognerà valutare di spostare la corsa rosa, cosa che Vegni ha già detto in passato, e di scegliere percorsi differenti con le salite più alte magari solo nel finale.

Tante parole. Speriamo che non cadano nel vuoto. O forse sì. Se domani i corridori regaleranno tanto spettacolo saranno già un lontano ricordo.

Quagliotto, cosa significa correre in un team basco?

19.05.2023
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In questi giorni l’attività di Nadia Quagliotto è frenetica, come per tutte le cicliste coinvolte nella lunga serie di corse spagnole. Tanti impegni ravvicinati, soprattutto con l’immissione quasi forzata della Vuelta spostata da settembre e portata da 3 a 7 tappe. La veneta di Montebelluna però ha fatto buon viso a cattivo gioco: per lei d’altronde è quasi come correre in casa, ora che fa parte della Laboral Kutxa Fundacion Euskadi.

La scelta fatta lo scorso anno di trasferirsi in un team basco aveva stupito molti. Un vero salto per lei dalla Bepink, anche se un assaggio di ciclismo spagnolo lo aveva vissuto nel 2020, quando aveva militato nella Cronos Casa Dorada, ma quella era stata una stagione strana, praticamente aveva potuto disputare solo il Giro d’Italia.

«Quando sanno che corro in un team basco – racconta la ventiseienne veneta – molti rimangono stupiti, eppure per me non è stato un salto nel vuoto. E’ un ottimo team, sono molto professionali e mi hanno accolto bene, sono quasi coccolata in questo gruppo».

Nadia ha un contratto di due anni con il team basco, dove le straniere sono 4
Nadia ha un contratto di due anni con il team basco, dove le straniere sono 4
Correre in un team basco non è la stessa cosa di una squadra spagnola, c’è una forte componente identitaria…

La squadra femminile è un po’ diversa dall’Euskaltel, lì ci sono solamente 3-4 corridori non baschi e l’apertura è anche abbastanza recente. Nel team femminile si è invece sempre cercato di avere porte più larghe, anche se il nocciolo del gruppo resta basco. Ora è arrivata a farmi compagnia anche Debora Silvestri, proveniente dalla Zaaf. Poi ci sono anche una ciclista tedesca e una lettone.

Si sente il fatto che dietro c’è un popolo che cerca fortemente di difendere la propria identità e cultura?

Sì, per i Paesi Baschi è molto importante l’attività che facciamo. Nel team si parla comunque spagnolo, anche perché quando parlano l’euskadi non si capisce nulla… Chi non è di qui è comunque perfettamente integrato e questa è una cosa che mi piace e aiuta nelle prestazioni.

Alla Vuelta la veneta ha finito in crescendo, risultando la migliore del suo team
Alla Vuelta la veneta ha finito in crescendo, risultando la migliore del suo team
In squadra hai un ruolo di leader?

Diciamo che sono una di quelle deputata a portare a casa il risultato, siamo 2-3 le capitane della squadra, che ha al suo attivo 18 atlete. Per noi la Vuelta è stata molto importante, anche se non è finita come volevamo: puntavamo alla top 10 della classifica a squadre, ma abbiamo chiuso al 12° posto: prime fra quelle non appartenenti al WorldTour.

Con il tuo 30° posto finale sei stata comunque la migliore del team. E’ davvero così difficile correre contro le formazioni della massima serie?

La differenza c’è, è indubbio. Corrono più amalgamate e unite, ogni mossa anche delle capitane è studiata a tavolino, si lavora molto per arrivare a quel punto. Noi cerchiamo di migliorare proprio su questo aspetto. Alla Vuelta avevamo iniziato bene, anche se il ritardo accumulato nella cronosquadre del primo giorno era stato pesante. Le ultime tappe erano le più difficili, ci siamo difese, ma probabilmente riuscire a fare meglio non era possibile.

Alla Durango-Durango Emakumeen di partedì, la veneta è stata la migliore con un 25° posto
Alla Durango-Durango Emakumeen di partedì, la veneta è stata la migliore con un 25° posto
Sei soddisfatta finora della tua stagione?

Sì, anche perché non era iniziata nel migliore dei modi. Ho sofferto per una gastroenterite, fino al Trofeo Binda avevo fatto tutto per bene e la condizione era in crescendo, poi non ho più potuto gareggiare per un mese.

Il tuo miglior risultato è stato il 4° posto alla ReVolta, sempre in Spagna…

Sì, anche se il podio mancato è stata una sorta di rivincita. Prima avevo sfiorato per tre volte la top 10 e a un certo punto cominciavo a pensare che la stagione fosse stregata… E’ vero che tra un 10° e un 11° posto non c’è grande differenza, neanche a livello di punteggi Uci, ma per me contava molto. Un po’ mi rodeva anche se dimostravo di esserci…

Seconda in una tappa del Giro nel 2019, la Quagliotto è ancora alla ricerca della sua prima vittoria
Seconda in una tappa del Giro nel 2019, la Quagliotto è ancora alla ricerca della sua prima vittoria
Che differenze hai trovato rispetto al ciclismo italiano?

Sul piano generale il livello italiano è superiore, come qualità e attività. Qui al di là della Garcia non ci sono altre grandi campionesse, in Italia di atlete al top ce ne sono tantissime e questo è un fattore importante anche per chi arriva dopo, per le più giovani, c’è maggior spirito di emulazione. In Spagna poi c’è il problema del calendario troppo concentrato. I team si sono lamentati soprattutto dopo lo spostamento della Vuelta, perché si è realizzato un tour de force quando poi l’attività negli altri mesi è molto diradata. Chi non è nel WorldTour non può girare così tanto per l’Europa…

Quali sono i prossimi obiettivi?

Vedremo che cosa proporrà il nostro calendario, dopo la lunga parentesi spagnola. Io vorrei sfruttare al meglio la condizione trovata alla Vuelta e magari essere davanti a cercare il risultato pieno. Credo che me lo merito io e ce lo meritiamo come squadra.

Turconi impara, vince e si diverte in casa Bustese Olonia

19.05.2023
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Filippo Turconi è uno dei volti giovani di un ciclismo italiano che cresce e matura sulle nostre strade. Il corridore lombardo, 18 anni ancora da compiere, in forza alla Bustese Olonia, ha raccolto nell’ultimo periodo degli ottimi risultati. Tre successi stagionali, tutti di peso: GP Città di Cantù e Gp Liberazione di Massa, entrambi ad aprile. Nel mese di maggio, invece, è arrivata la Piccola Tre Valli Varesine. 

Filippo Turconi corre nella Bustese Olonia da quando era esordiente primo anno
Filippo Turconi corre nella Bustese Olonia da quando era esordiente primo anno

Percorsi duri

Turconi risponde al telefono mentre sta studiando italiano, alla fine della scuola manca sempre meno. In più, come ci racconta, tra qualche giorno inizierà l’alternanza scuola-lavoro e il tempo a disposizione per le ultime interrogazioni sarà ancora meno. Filippo è al quarto anno di Ambiente, Costruzione e Territorio (ex geometri).

«Alla fine della scuola – racconta – manca una settimana praticamente. Dovremmo finire l’8 giugno, ma le ultime tre settimane sarò a fare il progetto di alternanza scuola-lavoro. Le prime due settimane le farò in un ufficio a Gallarate, mentre l’ultima in una scuola edile a Varese. Tra tutte le materie, le mie preferite sono quelle di indirizzo: mi piacciono progettazione e topografia. Nell’ultima andiamo spesso a fare dei rilevamenti in un parco vicino alla scuola, è molto interessante. Se non dovesse andare bene con il ciclismo, mi piacerebbe lavorare in questo campo».

La seconda vittoria stagionale è stata al GP Liberazione di Massa
La seconda vittoria stagionale è arrivata al GP Liberazione di Massa

Tre successi

Il ciclismo invece per il momento va bene e non poco. Il corridore della Bustese Olonia vince e impara, ma senza stress. Vive la bici ancora come una passione e non come qualcosa di più, anche se intorno a lui si è già acceso l’interesse di alcune squadre professionistiche. L’amore verso le due ruote nelle sue parole è evidente…

«La stagione è iniziata bene – dice con voce allegra – nei primi mesi ho ottenuto dei buoni piazzamenti che mi hanno dato fiducia. La prima vittoria è stata quella di Cantù, vicino all’arrivo c’era uno strappo ed ho giocato d’anticipo. Al GP Liberazione di Massa ci tenevo a far bene, la gara mi era piaciuta anche lo scorso anno. Il percorso è uno dei miei preferiti: duro e selettivo. Nel finale siamo arrivati in un gruppetto di tre, nel quale c’eravamo io ed un mio compagno di squadra. Ho attaccato ed abbiamo fatto il buco, così sono riuscito a vincere. L’ultimo successo è quello della Piccola Tre Valli Varesine, gara importante perché è quella di casa, correvo per vincere. Sulla salita finale mi sono buttato sui fuggitivi e li ho raggiunti, a 300 metri dall’arrivo ho lanciato la volata ed ho anticipato il gruppo di un soffio».

La Bustese Olonia

Turconi è cresciuto nella Bustese Olonia, sia ciclisticamente che umanamente, una certezza per lui. I rapporti umani valgono tanto, soprattutto quando si deve crescere e maturare, in bici come nella vita. 

«Sono alla Bustese Olonia da quando corro negli esordienti – spiega Turconi – mi trovo benissimo. E’ la squadra della mia città, da quando sono qui non sono mai andato via e non mi è passato nemmeno per la mente. Le persone che ci seguono, come Della Vedova, lo fanno con passione. Il rapporto con lui è bellissimo, ci sentiamo spesso, anche al di fuori dell’ambito ciclistico. Quello che c’è alla Bustese è un modo davvero bello di vivere il ciclismo, spesso capita che dopo la gara ci troviamo a mangiare una torta tutti insieme. Anche le trasferte hanno un sapore diverso, quando dormiamo fuori capita di stare tutto il tempo nella camera di qualcuno a parlare per ore. E’ anche il vantaggio di avere compagni che conosco da tantissimo tempo, alcuni di loro li ho accanto da quando ero G4».

«Il giorno che ci alleniamo insieme – continua – è il mercoledì, tra i vari impegni scolastici è quello più comodo per tutti. Ci troviamo ad una ventina di chilometri da casa mia e facciamo distanza, solitamente ci segue anche l’ammiraglia». 

Prima di vincere, il lombardo ha ottenuto tanti piazzamenti, tra cui un secondo posto a San Vendemiano
Prima di vincere, il lombardo ha ottenuto tanti piazzamenti, tra cui un secondo posto a San Vendemiano

Nazionale e tempo libero

Il classe 2005 ha già avuto modo di indossare i colori azzurri, assaporando l’emozione di vestire la maglia della propria Nazione. 

«Ho gareggiato alla Corsa della Pace – dice – una decina di giorni fa. Erano cinque tappe e a me le gare di più giorni piacciono, peccato che in Italia non ce ne siano molte però. Correre all’estero ti mette alla prova, ti confronti con ragazzi davvero forti dei quali hai già sentito parlare. In queste corse si parte forte fin da subito, i corridori non hanno paura di attaccare e si vede che alcuni di loro sono abituati a fare sforzi prolungati e ravvicinati. Cosa che puoi imparare a fare solo nelle gare a tappe. Vestire la maglia della nazionale è una cosa bellissima, è diverso dalle gare normali. Guardarsi allo specchio con la divisa azzurra fa strano, di solito indossi quella della società di appartenenza, è una bella soddisfazione».

Filippo ha ancora 17 anni, la maggiore età arriverà ad ottobre, il lombardo si gode ancora la gioventù. E come ogni coetaneo cerca di fare nel tempo libero ciò che lo appassiona. 

«Devo ammettere – replica – che durante la stagione non ho molto tempo libero. Tra scuola, allenamenti e gare, fatico a trovare dei momenti in cui non ho nulla fare. Però d’estate, con lo studio alle spalle, mi piace godermi la bici per quello che è. Spesso faccio dei giri con la mountain bike, vado a salutare i nonni oppure pedalo con mio fratello o mio cugino. Entrambi hanno un paio d’anni in meno di me. Mio fratello va anche lui in bici, sempre alla Bustese Olonia: è la squadra di famiglia (conclude con una risata, ndr)».

Quel gran via vai di rulli nei giorni del Giro

19.05.2023
6 min
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CESENA – Rulli di qua e rulli di là. Davanti al bus, negli hotel, all’arrivo e prima della partenza di una crono. Alla fine lo strumento che dovrebbe rendere immobile la bici è quello più ballerino! Scherzi a parte, durante un Giro d’Italia o comunque nelle corse più importanti, i rulli vengono usati parecchio e in più situazioni.

E visto quel che ci ha detto Ronny Baron (nella foto di apertura), probabilmente li vedremo anche dietro al palco di Crans Montana questo pomeriggio.

Ed è proprio il meccanico della Bahrain-Victorious che ci racconta di questo via vai dei rulli. Abbiamo scoperto che c’è un approccio spesso soggettivo da parte degli atleti nei confronti di questo strumento. C’è chi ama farli e chi invece cerca di limitarne l’uso allo stretto necessario. Nel giorno di riposo, per esempio, Intermarché-Wanty Gobert e Soudal-Quick Step erano nello stesso hotel. Nel piazzale, quando tutti i corridori delle due squadre stavano partendo, Niccolò Bonifazio sgambettava sui rulli. E Davide Ballerini gli diceva: «Ma come è l’unico giorno di sole e stai lì sopra?!».

Protagonisti a crono 

I rulli diventano protagonisti nel giorno della crono. Sono fondamentali per il riscaldamento.
«Certamente in quel caso – spiega Baron – recitano un ruolo importante. In base alle posizioni in classifica, quindi degli orari di partenza dei nostri atleti, cerco di capire quanti ne devo preparare. Non ne tiro fuori otto, come i componenti del team, ma solo quelli che servono affinché i corridori non si accavallino. Nella crono di Cesena per esempio ne ho preparati solo tre. Va tutto in base alle tempistiche».

Quando si deve preparare un rullo, almeno per la crono, non ci si limita a mettere lo strumento a terra. Si tratta di preparare il tappetino, il ventilatore, un appoggio per asciugamano e borraccia, integratori… In qualche caso, come alla Bahrain, si usa un leggìo sul quale viene posta la tabella del riscaldamento.
«Se i ragazzi partono troppo ravvicinati tra loro – aggiunge Baron – devi tirarne fuori di più. Il riscaldamento gli porta via minimo 30′-40′ e quindi devi fare un po di calcoli».

Nel riscaldamento prima delle tappe, l’allestimento dei rulli è molto più scarno rispetto a quello di una crono (in foto, Luca Covili ieri a Bra)
Nel riscaldamento prima delle tappe, l’allestimento dei rulli è molto più scarno rispetto a quello di una crono (in foto, Luca Covili ieri a Bra)

Per il riscaldamento

Mentre un tempo prima del via di una tappa particolarmente insidiosa ci si scaldava su strada, oggi sempre più spesso si tende a fare i rulli: pratica messa in atto soprattutto da chi deve andare in fuga (come Covili ieri a Bra) o se c’è una partenza complicata, magari con degli strappi o una salita. E’ necessario essere caldi, almeno quel tanto, per non accumulare una grande dose di acido lattico che poi sarebbe difficile da smaltire. Le “botte” di acido al via e “a freddo” sono quelle che presentano il conto più salato.

«In questo caso – riprende Baron – la procedura è un po’ più snella rispetto alla crono. Basta mettere il rullo a terra e il corridore inizia a scaldarsi».

Ma chi decide se fare i rulli o meno? E’ una scelta a totale discrezione dell’atleta? Replica Baron: «E’ una scelta tra direttore sportivo e corridore. Solitamente ce li chiedono in caso di una partenza in salita o comunque condizioni difficili o semplicemente se fa freddo. In questo caso il riscaldamento è più breve rispetto alla crono. Dura 15′-20′ e i ragazzi pedalano abbastanza tranquillamente».

«Ma non sempre è il capitano a farli. Anzi… Di solito tocca a qualche corridore che deve fare un lavoro per il leader, come tenere chiusa la corsa o, al contrario, che deve prendere la fuga. Comunque non li preparo tutti a prescindere, ma in base a ciò che mi dicono i diesse».

E per il defaticamento

Se i gregari usano i rulli spesso alla partenza, il capitano invece entra in scena nel dopogara. Soprattutto oggi si fanno (quasi) sempre. Le tappe finiscono a pomeriggio inoltrato, ci sono poi i trasferimenti e si arriva in hotel piuttosto tardi. Passa un bel po’ prima del massaggio. Si è visto che una blanda attività di scarico, il defaticamento, in tempi ristretti agevola il recupero.

«In questo caso – riprende Baron – dobbiamo portare i rulli in zona premiazione se il capitano è chiamato per esempio a indossare una maglia o comunque a salire sul palco, oppure glieli prepariamo al bus.

«Solitamente, sia per il riscaldamento che per il defaticamento dopo le tappe in linea, mi viene detto un’oretta prima quanti ne devo preparare. Li fanno soprattutto se hanno terminato la tappa facendo un grande sforzo. Questo defaticamento consiste nel pedalare quasi “a vuoto” per creare un rilassamento muscolare alle gambe, togliere un po’ di tensione senza dover spegnere immediatamente il motore dopo il massimo sforzo».

E lo sforzo massimo nel finale è una discriminante non da poco. Dopo la frazione di San Salvo, per esempio, il cui arrivo era in volata e dopo tanta pianura, nessuno, neanche gli uomini di classica, è salito sui rulli.

«A volte, soprattutto in fase di arrivo – conclude Baron – è veramente complicato sistemarli. Magari devo portare i rulli su un arrivo in cima, sistemarli in pendenza.

«Ma anche al via di una crono non sempre è facile. A Fossacesia, per esempio, tra i bus e la partenza c’erano un paio di chilometri. In quel caso sono serviti un doppio rullo e una doppia bici. Una al bus e una a ridosso del via. I ragazzi pedalavano fino a pochi istanti prima di salire sulla rampa. Insomma, una bella logistica».

Cavalli, il peggio è passato. Ora in fondo c’è la luce

19.05.2023
6 min
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Che fine ha fatto la Marta Cavalli del 2022? Nelle interviste lette finora, ha sempre parlato di risalita e della necessità di sbloccarsi. Però a un certo punto le domande sono state più delle risposte e così siamo tornati da lei con tutti i nostri dubbi, anche per capire in che modo la stia vivendo. Perché alle gambe magari basta girare, ma la testa come la tieni a bada quando di colpo fai fatica a riconoscerti nelle foto che ti ritraggono?

Il ritorno alla Freccia Vallone, dopo la vittoria 2022, ha visto Cavalli chiudere a 5’02” da Demi Vollering
Il ritorno alla Freccia Vallone, dopo la vittoria 2022, ha visto Cavalli chiudere a 5’02” da Demi Vollering
Cara Marta, abbiamo perso il filo della tua stagione. Quando siamo venuti da te all’inizio dell’anno sembrava che andasse tutto bene e poi di colpo c’è stata questa frenata. Come va adesso?

Va meglio, diciamo. Di preciso, non so neanch’io spiegare cosa sia successo. Sicuramente quest’inverno abbiamo fatto il massimo per recuperare e prepararsi al massimo. Invece in UAE non ho avuto grandi sensazioni e all’Het Nieuwsblad si è confermato quello che avevamo già visto. Così abbiamo deciso di fare il punto della situazione a casa, di recuperare, riprendere una preparazione leggermente diversa. Non tutti gli anni sono uguali, quindi non si può riproporre sempre lo stesso schema, così abbiamo detto: «Okay, vediamo di aggiustare i punti che in questo momento ci sembrano carenti». E da lì abbiamo ripreso a costruire nuovamente dalle basi.

Che cosa ha comportato?

Ho perso il lavoro specifico e il ritmo di gara. E ovviamente, avendo saltato una grande fetta della prima parte di stagione, non ho avuto l’occasione di rientrare in forma grazie alle gare. Sono stata catapultata in una stagione già iniziata, con atlete in forma che avevano una forza clamorosa e l’abitudine a quel tipo di sforzi. Mi sono ritrovata indietro e si è trattato di accettare la situazione, considerandola parte di un processo di recupero che sta richiedendo più tempo.

Perché?

Non so bene perché questa grande botte perda acqua. Sono andata a correre la Vuelta, perché un grande Giro è l’occasione per mettere fatica nelle gambe e migliorare giorno dopo giorno. Mi sono trovata abbastanza bene. Non posso dire di aver avuto le sensazioni dell’anno scorso, ma allo stesso tempo neanche le peggiori di inizio stagione.

Alla Itzulia Women, 53 chilometri di fuga e settimo posto nella terza tappa: il primo bel segnale
Alla Itzulia Women, 53 chilometri di fuga e settimo posto nella terza tappa: il primo bel segnale
Come convivi con questa situazione?

Sto cercando di accettarla. Non tutte le annate sono uguali e spero che questa diventi una buona lezione per me e per il mio preparatore, in modo da creare uno storico di quello che sto facendo, con cui capire ancora meglio come rispondo agli stimoli e a determinati allenamenti. Quindi, anche se i risultati non arrivano, cerco di mantenere una mentalità positiva

Si è capito se tutto questo dipenda dalla caduta del Tour o da un difetto di preparazione?

Sicuramente non aver corso da luglio a febbraio ha influito, potrei essere arrivata con una preparazione incompleta. Non so se la caduta abbia cambiato qualcosa. Il corpo si assesta in base ai colpi, attua degli adattamenti che magari non percepiamo, ma si fanno sentire a livello biomeccanico o fisiologico. Io credo sia questione di tempo. Dopo una prima parte in cui è stato abbastanza difficile per me accettarlo, adesso corro con più serenità, rincorrendo il livello dell’anno scorso.

Andavi davvero forte…

Dopo la primavera, avevo grande fiducia in me. Sapevo qual era il mio livello, quanto e cosa potevo fare. Magari c’era la giornata che stavo bene e quella un po’ meno, per cui potevo fare il numero oppure essere comunque competitiva, invece mi sono ritrovata a vagare nel limbo di chi si stacca dopo un paio di salite e a livello motivazionale non è stato facile. Però, grazie alla Vuelta e alle tappe più impegnative, sto tornando a costruire questa fiducia in me stessa.

I tifosi la cercano per le vittorie 2022: non è stato sempre facile gestire le attese (foto FDJ-Suez)
I tifosi la cercano per le vittorie 2022: non è stato sempre facile gestire le attese (foto FDJ-Suez)
A un certo punto ci è venuto il sospetto che, volendo puntare tutto su Giro e Tour, tu abbia scelto volutamente una prima parte più lenta…

No, il ragionamento non è mai stato questo. Volevo partire subito forte e riconfermare la scorsa stagione. A questo punto però, visto che la partenza è andata male, è meglio gestirsi e poi esplodere nella seconda parte dell’anno. I grandi obiettivi ora sono due: i campionati italiani su un percorso che mi piace molto, poi il Giro. Successivamente dovrei far rotta sul Tour de France.

Le sensazioni in corsa sono migliorate? 

Sì, in modo sensibile. In corsa sono un’altra persona. La squadra ha aiutato tanto. Hanno messo le mani in avanti per tener lontani tutti i malcontenti, i giornalisti troppo invadenti, le televisioni. Il loro interesse principale è che io recuperi in serenità con i miei tempi e il mio staff. Hanno creato una bolla di sicurezza intorno a me, in cui non abbia la tensione di dovermi ripetere. L’hanno accettato prima di me. E infatti sono stata molto contenta di essere andata in Spagna, perché abbiamo creato veramente un grande gruppo di lavoro.

Cos’aveva di speciale?

Ho potuto aiutare la mia compagna Evita Muzic, che è giovane ed ha avuto per la prima volta la squadra a disposizione. Per me è stato veramente appagante esserci, anche non al 100 per cento, perché io sento che non sono al massimo. Potrei fare di più, essere più competitiva, però in questo momento qualcosa me lo impedisce.

Marta ha corso la Vuelta in supporto alla compagna Evita Muzic, che ha chiuso al 6° posto (foto FDJ-Suez)
Marta ha corso la Vuelta in supporto alla compagna Evita Muzic, che ha chiuso al 6° posto (foto FDJ-Suez)
Cos’hai nella testa quando sei da sola e pensi a Vollering, Realini e le ragazze che stanno uscendo?

Mi fa rabbia perché l’anno scorso ero lì a giocarmela, invece quest’anno devo stare riguardata e calibrare le mie cartucce col contagocce. Si tratta di aspettare. Per ora vado al massimo con quello che ho, sperando di arrivare più in alto col lavoro.

Si corre per trovare la gamba?

E per rimanere sempre sul pezzo e motivati, anche se non si è al top. Mastico questo mondo perché si percepiscono aspetti che perderei di vista se dovessi allontanarmi per fare una preparazione troppo lunga. E’ importante andare a correre, perché vedo come si muovono gli altri tatticamente e sono lezioni che entrano in testa. Faccio una salita a tutta e non sono tra le prime, però intanto mi riabituo a soffrire. Così il giorno che avrò la gamba, soffrirò allo stesso modo, ma sarò là davanti a giocarmela.

Cosa farai da qui al campionato italiano?

Andrò in ritiro, ma sarà un lungo ritiro “home made”. Non ho intenzione di fare altura e nessun tipo di ritiro specifico, perché sono stata via già parecchio. Preferisco non allontanarmi ancora, farò un ritiro a casa Cavalli, grazie a mia sorella e al mio fidanzato che sono fisioterapisti. Ho il cuoco che è mia mamma, l’autista per il dietro motore che è mio papà. Ho tutto il supporto che mi serve. Ho la mia palestra di fiducia, quindi l’avvicinamento sarà molto tranquillo. Mi concentrerò su me stessa, senza avere distrazioni dall’esterno. Sarà un percorso interessante, una riscoperta, sperando di avere finalmente dei buoni riscontri.

Denz, la sfortuna è alle spalle (e anche Skujins!)

18.05.2023
6 min
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La vigilia del tappone forse faceva paura ed è stato così che il gruppo ha lasciato sganciare una fuga super numerosa, da cui a sua volta si sono avvantaggiati i cinque che si sono giocati la tappa. Che poi l’azione sia sembrata una svista più che un attacco non cambia il fatto che a Rivoli si siano trovati testa a testa Denz, Skujins e Berwick, mentre il tenace Tonelli è arrivato a 58 secondi, dopo aver chiesto al suo corpo più di quello che aveva sulla salita di Colle Braida.

Fra Denz e Gasparotto

Dopo aver vinto, Denz strillava come un bambino felice nel giorno della sua vittoria più bella. Il tedesco di Waldshut ha 29 anni, è professionista dal 2015 e prima di oggi aveva vinto soltanto tre corse. A Cesena aveva chiesto a Gasparotto di fare la crono a tutta, sentendo di avere le gambe giuste, ma il friulano gli aveva detto di no, immaginando le grandi fatiche che lo attendevano in aiuto di Vlasov e Kamna. Poi Vlasov si è fermato e chissà se il tecnico della Bora-Hansgrohe, ripensandoci, abbia vissuto quel «no» come un senso di colpa. Sta di fatto che la vittoria di Rivoli ha pareggiato il conto, ha dato ragione a Gasparotto e reso felice il tedescone.

«Non so cosa dire – ha detto Denz, che nel finale ha animato la fuga più degli altri – tutto questo è troppo grande per me e ne sono molto orgoglioso. Ho sempre avuto sfortuna, oggi è andata bene. Non dovevo esserci io nella fuga, sarebbe toccato a Konrad e Jungels, ma Bob ha detto che non si sentiva tanto bene e voleva salvarsi per domani. Quindi ho avuto il via libera.

«Sapevo che sarebbe stato difficile, perché la prima fuga era numerosa e la collaborazione era  pessima. Ma improvvisamente si è creato un buco e ho tirato dritto. Sull’ultima salita ero al limite, ce l’ho fatta giusto ad arrivare in cima. Poi ogni cosa è andata al suo posto. Questa tappa rimarrà a lungo nella mia mente».

La sorpresa di Tonelli

Già, la fuga dei trenta da cui si sono sganciati i cinque… Stasera, fra gli altri, Bettiol, Formolo, Velasco e Oldani si mangeranno le mani per averli visti partire e aver litigato invece di unirsi e inseguirli. Non ha invece perso il treno Alessandro Tonelli, che quei 166 chilometri di fuga se li è sorseggiati fino all’ultima goccia.

«Mi sono staccato alla fine dell’ultima salita – ammette sfinito – purtroppo ho speso un po’ troppo nelle prime ore di gara, per entrare nella prima fuga numerosa e poi nel tratto in piana che abbiamo fatto veramente forte. Come sia nata la fuga dei cinque non l’ho capito bene neanche io. So solo che a un certo punto alla radio mi hanno detto di andare, perché si vede che c’era poca collaborazione davanti e nessuno voleva tirare. Si sono aperti, mi sembra che proprio Denz si è accorto di questo buco e ha fatto una tirata forte. A ruota c’era Skujins e poi io. Di colpo abbiamo accelerato a tutta e ci siamo sganciati in cinque, all’inizio c’era anche Battistella. E da lì abbiamo cominciato a guadagnare, grazie anche al lavoro dei miei compagni dietro e del compagno di Skujins che rompevano i cambi

«In salita ho provato ad andare col mio passo fino all’ultimo chilometro, poi gli altri hanno accelerato e non ho più avuto gambe per tenerli. Stasera l’imperativo è recuperare il più possibile, anche oggi abbiamo preso la nostra spruzzata di acqua e domani il meteo non sarà dei migliori…».

La neve in Svizzera

Domani è il giorno del Gran San Bernardo, che sarebbe stato la Cima Coppi qualora si fosse scalato fino in cima. Ma così non sarà a causa della neve che gli svizzeri non hanno pulito del tutto.

«Sarà comunque fantastico – dice Steve Morabito, ex pro’ e direttore generale dell’organizzazione – avremmo sognato di fare il San Bernardo, con i corridori davanti ai muri di neve, ma la sicurezza viene prima di tutto e, sul versante svizzero la strada è ancora in parte innevata. E’ stato meglio non correre rischi. Vista la situazione, tutto quello che dovevamo fare era ufficializzare il Piano B, era già tutto pronto».

Così, invece di salire fino alla cima del passo a circa 2.500 metri, il gruppo salirà fino a quota 1.900 metri e da lì entrerà in Svizzera attraverso il tunnel.

L’ironia di Thomas

Thomas in maglia rosa si guarda intorno e non si capisce se stia pedalando con la sensazione di potersela giocare o con la maglia rosa a orologeria. Il morale è buono, il tweet sul bagno dell’hotel della notte scorsa ha strappato il sorriso, ma in fondo parla di buon umore.

«La fuga di oggi – dice la maglia rosa – ci stava bene perché non comprendeva corridori con una grande classifica. Per noi è stata una buona giornata. Vedremo cosa accadrà domani, sarà il primo tappone alpino e il secondo giorno con delle salite lunghe dopo quello del Gran Sasso. Sarà un bel test. E’ una delle tre tappe più dure del Giro d’Italia, i ragazzi stanno bene. Il morale è alto. Sarebbe stato anche meglio se Tao non fosse caduto».

Verso il 2024: date un Morkov al soldato Jonathan

18.05.2023
5 min
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Avevamo parlato con Martinello a proposito di Milan dopo la vittoria di San Salvo, prima che di volate ce ne fossero altre e avessimo la possibilità di osservare più da vicino come si muove Johnny nelle mischie del Giro. Dal suo stile, i rapporti, le distanze e le traiettorie, è evidente che il friulano stia scoprendo se stesso. Così siamo tornati da Silvio per riprendere il discorso. Nel commento alla tappa di ieri, nel Giro che sta seguendo ancora per Radio Uno, è venuto fuori che Jonathan deve tanto alla pista, ma non ha fatto le varie specialità di situazione, quindi è inesperto nel prendere posizione e trovare la linea.

«L’inesperienza a questi livelli certamente c’è – spiega Martinello – ma ha tutto il tempo per farsela. E’ vero anche che il suo bagaglio, per quanto riguarda la pista, non includa specialità di situazione, che diventano fondamentali quando non hai un compagno che ti supporti. Ieri da quella curva ai 450 metri è uscito dodicesimo e in frenata, perché si vede dell’elicottero che qualcuno gli è passato all’interno, lui si è impaurito e lo ha lasciato passare. Può capitare anche al più esperto di ritrovarsi chiuso, ma sono convinto che se Milan avesse a disposizione un treno, ne perderebbe poche. Tra quelli che vediamo qui al Giro, non ce ne sono in grado di rimontarlo…».

Il problema forse è proprio il treno?

Ora è difficile trovare formazioni che investano sul velocista, come tanti anni fa ha fatto la Saeco con Cipollini e la Fassa Bortolo con Petacchi. Nei Giri si corre con meno uomini e poi i percorsi sono sempre più duri, quindi diventa complicato portare il velocista se hai uno di classifica.

E’ possibile che gli errori nel calcolare le distanze o scegliere il rapporto dipendano dal fatto che a sua volta si sta scoprendo?

Sta prendendo le misure, certo. Sta cercando di capirsi e di conoscersi. E’ molto giovane, in certe situazioni sembra ingenuo. Nella volata di Napoli aveva il 54×13, ma ragazzi… Sei al Giro d’Italia, non è una corsetta. Ed era là che ballava su quel rapportino, invece di spingere. Quella tappa poteva vincerla tranquillamente. Per cui, nel momento in cui avrà inquadrato se stesso, un po’ alla volta limerà questi limiti e diventerà più performante.

Milan fa tutte le volate in piedi, ci sta che arrivi stanco agli ultimi 50 metri?

No, a maggior ragione quando hai certi rapporti. Spingere il 55 non è una passeggiata, quindi devi alzarti sui pedali. Può anche capitare di scomporsi, perché in certi momenti spingi con parti muscolari che normalmente non utilizzeresti. Quello che conta è il risultato, non i fattori con cui ci arrivi. E quando si conoscerà meglio, sarà anche in grado di ricercare la posizione più redditizia.

A Napoli, Jonathan ha sprintato con il 54×13, girando le gambe a una cadenza pazzesca e poco produttiva
A Napoli, Jonathan ha sprintato con il 54×13, girando le gambe a una cadenza pazzesca e poco produttiva
Roberto Bressan, che l’ha lanciato al CT Friuli, dice che certe cose avrebbe potuto impararle restando fra gli U23 anche nel 2021…

A Roberto la cosa non è andata mai giù, ma comunque mi sembra abbastanza obiettivo e anche io credo che un anno in più certamente gli sarebbe servito. Però ormai è qua in mezzo a velocisti fortissimi, quella è una pagina chiusa e l’esperienza se la farà tra i professionisti.

L’anno prossimo cambierà squadra.

E io mi auguro, visto che è diventato un pezzo pregiato del mercato, che si facciano per lui le scelte più giuste. Alla sua età guardare il soldo è importante, perché è un professionista, ma sarà importante anche valutare l’ambiente e che abbia a disposizione tutto quello di cui ha bisogno per crescere e vincere.

Quindi inizieresti sin d’ora a cercare il suo ultimo uomo?

L’ultimo uomo e anche il penultimo. Se deve lottare per la posizione, a parte l’episodio di ieri che può capitare a chiunque, spreca energie nervose e fisiche. Insomma, se io gestissi un corridore come Milan e puntassi a fargli avere un discreto ingaggio, lavorerei anche per garantirgli almeno due uomini di una certa levatura. Chiaramente anche quello è un investimento, però magari rinuncio a qualcosa di tasca mia affinché siano contenti loro.

Morkov è l’ultimo uomo di Jakobsen (nella foto) e Merlier: il suo contratto è in scadenza
Morkov è l’ultimo uomo di Jakobsen (nella foto) e Merlier: il suo contratto è in scadenza
Un nome?

Ne butto là uno: Morkov. Se Milan avesse uno come Morkov di volate ne perderebbe poche. Questi sono i ragionamenti che lui magari ancora non può fare e toccano a chi lo gestisce, a Quinziato che mi sembra tutt’altro che sprovveduto. La carriera dura il giusto, gli anni buoni vanno sfruttati a dovere.

Cosa ti pare del Giro finora?

Purtroppo sta pagando le varie infezioni. E’ chiaro che senza Evenepoel e Geoghegan Hart che era in forma strepitosa e molto motivato, perde molto. Vediamo se quelli che sono rimasti possono arrivare integri sino alla fine. Se così sarà, avremo una corsa interessante, perché sia Thomas che Roglic, Almeida e anche il nostro Caruso hanno la possibilità di rendere la corsa interessante e spettacolare