Piganzoli in Ungheria: una top 10 tra i campioni

18.05.2023
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Davide Piganzoli rientra dal Giro di Ungheria con una top 10 in classifica generale. Un risultato che arriva in una corsa da tempo molto gettonata tra i giovani corridori. Non dimenticando, tuttavia, che il livello in corsa è davvero molto alto, tra i partecipanti quest’anno c’era anche Bernal. Il corridore della Eolo-Kometa, classe 2002, è alla prima stagione tra i grandi. 

«Sto bene – attacca Piganzoli – sono tornato dall’Ungheria da qualche giorno e mi sto godendo il Giro. Ora mi alleno per qualche giorno a casa e poi partirò insieme a Marino (Amadori, ndr) per l’Orlen Nation Grand Prix in Polonia».

Durante l’inverno Piganzoli non ha modificato la sua preparazione rispetto allo scorso anno (foto Instagram)
Durante l’inverno Piganzoli non ha modificato la sua preparazione rispetto allo scorso anno (foto Instagram)

Un piccolo stop

Il valtellinese non correva da un mese, dal GP Indurain, una caduta lo aveva messo fuori gioco. Il Giro di Ungheria era la sua prima gara dopo un periodo di recupero, il risultato è positivo, ed ha lasciato nell’animo di Piganzoli tanto buon umore. 

«Dopo la caduta in Spagna – riprende – mi sono allenato poco, ma quando mi sono ripreso sono riuscito a farlo nel migliore dei modi. Avevo qualche dubbio sulla mia condizione prima di correre, d’altronde mancavo dalle gare da un mese. I primi due giorni ho pensato a salvare la pelle, le squadre dei velocisti la facevano da padrone. I corridori presenti erano tutti di primo livello, basti pensare che degli sprinter presenti molti faranno il Tour de France. Nella seconda tappa sono finito a terra, per fortuna non ho subito infortuni particolari e mi sono rimesso in bici subito. Rientrando anche in gruppo prima dell’arrivo, così da non perdere secondi preziosi». 

Per Piganzoli anche qualche battuta con Bernal riguardo le cadute di entrambi, il colombiano è andato a terra durante la prima tappa
Per Piganzoli anche qualche battuta con Bernal riguardo le cadute di entrambi

Accanto ai campioni

Il Giro di Ungheria rappresentava per Piganzoli la terza corsa a tappe della stagione. La prima è stata l’Istrian Spring Trophy, poi è arrivata la Settimana Internazionale Coppi e Bartali e infine l’Ungheria. Un crescendo di difficoltà, sia di percorsi che di avversari. 

«Effettivamente – racconta – trovarsi a correre accanto a Hirschi e Bernal fa uno strano effetto. Soprattutto se considerate che Egan lo guardavo vincere il Giro ed il Tour, nelle tappe ungheresi, invece, ero pronto a stargli a ruota. Ho avuto anche modo di parlare con lui, prima del via della terza tappa. Nelle due frazioni precedenti siamo caduti entrambi e scherzavamo sui vari bendaggi.

«Nella terza e quarta tappa i ritmi si sono alzati – dice Piganzoli – complice il percorso più duro. Devo ammettere che mi sono sentito bene, anche se quando i pezzi forti scattavano un po’ ne risentivo. Ma stiamo lavorando per migliorare anche questo aspetto, d’altronde sono solamente pochi mesi che sono professionista».

Anche Piganzoli è caduto, nella seconda tappa, ma non ha perso tempo dai primi
Anche Piganzoli è caduto, nella seconda tappa, ma non ha perso tempo dai primi

La top 10 finale

La classifica generale del Giro di Ungheria si è disegnata nella quarta frazione. Che si è rivelata anche l’ultima vista la neutralizzazione della quinta a causa del maltempo. L’arrivo di Dobogoko era in salita e per di più dopo 200 chilometri. Un ulteriore banco di prova per Piganzoli, che però ha risposto bene. 

«Quella tappa mi ha fatto entrare nella top 10 finale – racconta soddisfatto – visto che mi sono piazzato nono sull’arrivo. E’ stata una frazione davvero difficile, sia per la distanza (206 chilometri, ndr) sia per l’arrivo in salita. Un’ascesa non difficile ma di una decina di chilometri alla quale si arrivava dopo uno strappo di cinque minuti fatto a tutta. Una grande differenza rispetto allo scorso anno è il fatto che anche ai piedi della salita si arriva a cannone. La lotta per le migliori posizioni è serratissima.

«Il gruppo – ricorda – si è ridotto fino a venticinque corridori ed io sono riuscito a rimanere sempre tra i primi. Mi è capitato più volte di sentire mal di gambe, l’anno scorso forse avrei mollato, ma quest’anno no. Fa tutto parte dell’apprendimento, diciamo che c’è uno stimolo particolare nel fare sempre di più. Un’altra cosa che posso dire è che la distanza si fa sentire, un conto è fare una salita dopo tre ore di corsa, un altro è farla dopo quattro ore e mezza».

Il classe 2002 è stato uno dei primi a credere nel progetto Eolo-Kometa (foto Instagram)
Il classe 2002 è stato uno dei primi a credere nel progetto Eolo-Kometa (foto Instagram)

Prossimi impegni

Piganzoli, come detto all’inizio, ora si prepara per correre con la nazionale under 23 in Polonia. Ma quali saranno i suoi prossimi impegni con i professionisti, e come si preparerà? Il valtellinese, come raccontato dallo stesso Ivan Basso, non ha mai fatto ritiri in altura da under 23, quest’anno sono in programma?

«A livello di preparazione – chiude – rispetto allo scorso anno non è cambiato molto, il metodo usato ha funzionato prima e va bene anche ora. I ritiri in altura non li ho ancora inseriti, complice anche la caduta che mi ha fatto rimanere fermo per un po’. Ora correrò in Polonia, poi dovrei fare il Giro di Slovenia e quello d’Austria. A luglio, probabilmente, inserirò il primo ritiro in altura, in quel mese dovrei essere più tranquillo a livello di calendario».

Giro Next Gen: la Circus-ReUz prepara l’assalto

18.05.2023
4 min
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LE CATEAU-CAMBRESIS (Francia) – Assieme alla Colpack-Ballan abbiamo vissuto da dentro le emozioni della Paris-Roubaix Espoirs. Alla vigilia della corsa però, poco prima della riunione tecnica, abbiamo avuto modo di incontrare i vari staff tecnici della squadre. Con il team manager della Circus-ReUz guardiamo al Giro d’Italia under 23. Le tappe infatti sono state rese note all’inizio di maggio e a quel punto la rincorsa alla maglia rosa dei giovani ha avuto inizio.

La 4ª tappa del Giro under 23 arriva in cima allo Stelvio, sarà lo spartiacque della corsa?
La 4ª tappa del Giro under 23 arriva in cima allo Stelvio, sarà lo spartiacque della corsa?

Il percorso

Saranno otto tappe tutte con caratteristiche diverse, dure ed affascinanti. Il profilo tra le varie frazioni cambia molto, rendendo così difficile la lettura e l’interpretazione. 

«E’ davvero bello come percorso – racconta Dimitri Claeys diesse del team, pro’ dal 2011 al 2022 – come il Giro riesce ad esserlo ogni volta. La tappa più affascinante è la quarta, quella con arrivo sullo Stelvio. Si tratta della frazione intermedia, che potrà essere già un punto chiave per la corsa, soprattutto per i giorni successivi. Ci sono tre giornate dedicate agli sprinter, di non facile lettura, a parte una completamente piatta (la terza, che porta da Priocca a Magenta, ndr). Si tratta di un percorso interessante perché ci saranno occasioni per tutti i corridori. Il Giro d’Italia è la corsa più importante del calendario, certo c’è anche il Tour de l’Avenir, ma quello è dedicato alla nazionali».

La Circus-ReUz può contare su due italiani: uno è Delle Vedove (a sinistra) che sta crescendo molto, parteciperà al Giro?
La Circus-ReUz può contare su due italiani: uno è Delle Vedove (a sinistra) che sta crescendo molto, parteciperà al Giro?

Solo cinque corridori

Le squadre invitate sono 35, di cui 17 italiane e 18 team internazionali, un numero elevato di squadre che ha portato ad avere solo cinque corridori per team. Una corsa così dura non sarà facile da gestire e aver pochi corridori vuol dire centellinare le energie. 

«Non sarà facile decidere quali corridori portare o escludere – riprende – noi abbiamo Busatto, che in questo momento è in ottima forma. Tuttavia lui è un corridore adatto a gare dure, come la Liegi, ma non è uno scalatore. Per la classifica abbiamo un giovane talento francese: Alexy Faure Prost (a sinistra nella foto Instagram di apertura, insieme a Busatto). Lui è uno dei corridori che potranno puntare alla classifica generale. Tra i nostri ragazzi c’è anche Alessio Delle Vedove, ma per lui il discorso è diverso, è al primo anno con noi ed ha solamente 19 anni. Dovremo vedere come performerà durante il resto della stagione. Di certo avere solamente cinque corridori in squadra renderà le scelte ancora più difficili. Il Giro, come detto, è la corsa per team più importante della stagione, è giusto che la maggior parte delle squadre possa partecipare. Siamo felici di esserci però e di lottare per questa grande corsa».

Corsa “pazza”

Il binomio percorso duro e squadre “ridotte” potrebbe creare molti colpi di scena, probabilmente non ci sarà una squadra in grado di controllare la corsa dalla prima all’ultima tappa. 

«E’ chiaro che non si potrà controllare la corsa tutto il tempo con solamente cinque corridori – spiega ancora – considerando che se uno dei ragazzi ha la maglia, tendi a preservarlo. Di conseguenza il team del leader potrebbe trovarsi con quattro uomini. Si dovrà fare il punto della situazione negli ultimi due o tre giorni di corsa. Soprattutto nella settima frazione, dove di pianura ce n’è ben poca e la fatica nelle gambe sarà elevata. Potrebbe diventare una corsa da “uno contro uno” dove ogni corridore cercherà di cogliere ogni occasione. Che si tratti di migliorare la propria posizione in classifica oppure di vincere una tappa.

«I team importanti non mancheranno, come detto prima, dovremo stare attenti a tutti: a partire dai Jumbo-Visma fino alla FDJ. Anche se questi ultimi hanno cambiato molto dall’anno scorso, il ricambio però c’è stato e sono presenti molti nuovi talenti. Tra le squadre italiane non bisognerà sottovalutare la Colpack e la Green-Project (con un Pellizzari super agguerrito, ndr) che correndo in casa vorranno mettersi in mostra».

Milan e la Reacto: assetto e dotazioni da sprinter

18.05.2023
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VIGNOLA – Il primo riposo di questo Giro d’Italia è stato in maniera anomala un giorno soleggiato con temperature decisamente primaverili. Non siamo distanti da Maranello, dove i cavalli nascosti da carbonio e uno strato di vernice rossa ogni giorno ringhiano e urlano sulle strade modenesi. Arrivati all’albergo di Vignola dove alloggia la Bahrain Victorious, all’ombra dei bus, abbiamo incontrato la giovane maglia ciclamino Jonathan Milan.

Nonostante i suoi 22 anni e un’indole degna dei motori ruggenti di queste parti, il friulano a questo Giro ci ha fatto già saltare sulla sedia con le sue volate rigogliose di watt e strattoni alla bici. Ed è proprio della sua Merida Reacto che ci siamo fatti raccontare, tra aneddoti, posizioni e accorgimenti. 

La più grande

A vedere le sue volate, la potenza è uno degli elementi che più si notano in ogni pedalata. Per questo approfondimento abbiamo chiesto a Jonathan ogni dettaglio. A partire dalla taglia: quale utilizza?

«La più grande – dice Milan – una L, non ho mai provato telai più piccoli. Anche se qualche velocista preferisce usare una misura più piccola per essere più aerodinamico, per avere il telaio più reattivo e disperdere meno energia. Però io questa necessità con questa bici non l’ho mai avuta. Sono tre anni che ho le stesse misure, magari c’è stata qualche piccola variazione su manubrio, posizione, levette alzate o abbassate, sella avanti e indietro, però il telaio è sempre rimasto lo stesso. 

«Ho sempre avuto un manubrio da 40 centimetri – spiega – alla fine per fare le volate, penso che sia l’ideale. Se è troppo stretto, i gomiti si allargano e si vanno a sbilanciare le cose. Poi vabbè l’aerodinamica mia personale è un’altra cosa che bisogna rivedere sicuramente (ride, ndr). Non ne userò uno più stretto. Avevo pensato addirittura di allargarlo per aprire la gabbia toracica quando sono giù, però alla fine ho deciso di restare così, perché mi trovo bene. A inizio anno volevo fare un paio di modifiche, almeno provarci, però mi sono detto: perché farlo? Se mi trovo bene, meglio mantenere questo assetto».

Posizione e aerodinamica

Un altro aspetto che in queste volate fatte con la maglia ciclamino indosso non è passato inosservato è la sua posizione “anomala“. Quando tutti i velocisti tendono a portare il naso più vicino alla ruota anteriore, per Jonny l’unica priorità è sembrata quella di erogare più potenza possibile. 

«Il primo anno – ricorda Milan – ero di mezzo centimetro più alto e poi piano piano sono andato un po’ più in giù per cercare di essere più aerodinamico. Le modifiche non sono state tante. L’anno scorso sono stato un sacco fermo. Ho finito l’annata che mi sentivo veramente bene e ho detto: “Bene adesso possiamo fare qualche prova, è il momento giusto“.  Perché se si aspettava magari l’inizio di quest’anno con un qualche chiletto in più e magari un po’ più di rigidità, non mi sarei sentito tanto bene e avrei messo mano alla bicicletta non essendo al top. Quindi l’anno scorso ho alzato di pochissimo la sella, è stata tirata un po’ più avanti per far sì che la pedalata traesse più spinta dal pedale. 

«Avevo fatto – dice – delle piccole modifiche, millimetriche, sui pedali e sulle tacchette, con cui mi sono veramente trovato bene. Ho cambiato anche scarpe. Sono uno molto precisino. Sono bello delicato, queste cose qua riesco a sentirle subito: sella avanti, indietro, alta, bassa, manubrio, leve…».

Una linea aero per questa Merida Reacto
Una linea aero per questa Merida Reacto

Comfort, rigidità e peso

La Merida Reacto ha un telaio aero che però riesce ad accomunare varie caratteristiche. Così siamo partiti da una domanda base per farci raccontare questo telaio. In che ordine metteresti, comfort, rigidità e peso?

«Essendo un sprinter – spiega – ed essendo fisicamente grande, la rigidità deve essere al top. Poi ci metto il comfort perché noi stiamo molte ore in sella. Infine il peso perché magari è una caratteristica su cui si può chiudere un occhio. Avendo una bici grande, sono sempre stato abituato a non farci troppo caso. In questa Reacto trovo assolutamente queste tre caratteristiche. Però dico che, nonostante le dimensioni e la sua grandezza, il peso è anche molto basso. 

«Sono io che che devo costruirmi meglio fisicamente, perché più dritta è la bici, meno disperdi e più scarichi potenza sui pedali. Di solito punto sempre a cercare di tenerla più ferma possibile, perché tagli meglio l’aria».

Ruote e rapporti

La qualità costruttiva di Merida è fuori discussione, perciò con Milan abbiamo approfondito anche gli allestimenti, a partire dalle ruote Vision 60 SL, i copertoncini Continental Gran Prix 5000s Tr e i rapporti del suo Shimano Dura Ace Di2 disc.

«Le ruote da 45 millimetri che vedete – dice Jonathan – le abbiamo montate nelle ultime tappe per alleggerirla. Di solito uso le 60, mentre le pressioni andiamo a concordarle di volta in volta. A me piace tenerle un po’ più altine. Non mi piace più di tanto guidare col bagnato, ma siamo fortunati perché con Continental siamo molto ben attrezzati. Abbiamo i 28, però al Giro di Croazia lo scorso anno ho provato anche i 30 e i 32 e devo dire che non si hanno problemi a guidare in condizioni anche stressanti. Nella prima tappa che ho vinto c’era una discesa molto tecnica e insidiosa, bagnata e con le foglie per terra. Ero dietro a Matej (Mohoric, ndr) ed era la prima volta che provavo a seguirlo. Mi sono detto: “O mi fido e vado con lui, oppure tiro i freni e vado giù alla Jonny”. Alla fine ci ho provato, mi sono fidato e sono rimasto stupito per la tenuta. 

«Per quanto riguarda i rapporti – conclude – nelle prime tappe in volata ho sempre usato il 55. Nella prima penso di essere riuscito a tirare il 12 e montavo una cassetta con il 30. Invece, per le ultime tappe con più salita ho montato il 34, con il 54 davanti. Preferisco andare su un po’ più agilino che impallarmi la gamba, ma di solito lascio che a comandare siano le sensazioni. Se per caso non mi sento molto bene fisicamente, faccio le volate con un rapporto più agile. Quando a Napoli ha vinto Pedersen credo di aver sprintato con il 54×13, sicuramente troppo agile».

Ackermann urla di gioia, Tao di dolore. Addio Giro

17.05.2023
6 min
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E’ il chilometro 151 della Camaiore-Tortona quando dalla barella che sta per essere infilata in un’ambulanza si sente un urlo. Un urlo di rabbia, di dolore, di delusione. E’ quello di Tao Geoghegan Hart che sta per essere portato in ospedale. Il terzo in classifica lascia così il Giro d’Italia.

La tappa invece va, per un copertone, a Pascal Ackermann. Lui urla la sua potenza al cielo. Il tedesco precede al colpo di reni Jonathan Milan, piombato a velocità doppia sull’arrivo ma con un filo di ritardo rispetto al tedesco. Con qualche aggiustamento tattico, il friulano sarà un velocista superbo e in questa corsa sta imparando tantissimo.

Un attimo

La discesa da Colla di Boasi non è impossibile. Sì, ci sono delle curve, ma l’asfalto è buono, la pendenza non è eccessiva e il ritmo non è forsennato. Il problema è che sul Giro piove. In ogni senso… Anche oggi tanti ritiri, pensate che sono arrivati a Tortona solo 139 corridori dei 176 partiti da Fossacesia.

La prima pioggerellina rende l’asfalto sulla discesa verso il Piemonte una saponetta. Alessandro Covi scivola e tira giù tutta la Ineos-Grenadiers, giustamente schierata nelle prime posizioni a guardia di Geraint Thomas e Tao Geoghegan Hart.

E’ un attimo. In un secondo sfumano mesi di lavoro. L’inglese resta piegato su un fianco. Mentre tutti si rialzano, lui non si muove dall’asfalto.

Matteo Tosatto, diesse della Ineos, arriva poco dopo e si rende subito conto che la situazione non è banale.

«Quando sono arrivato – racconta il veneto – ho capito subito che Tao stava male per davvero. L’ho visto dalla sua faccia. Si lamentava. Io in venti anni di carriera non ho mai avuto un incidente simile da farmi male in questo modo, ma non serviva esserci passati in prima persona per intuire che non sarebbe ripartito. Non si muoveva».

Passano quegli istanti che non sono quantificabili. A volte sembrano eterni altri volano.

«Radiocorsa ha annunciato una caduta in gruppo, ma non aveva detto chi era finito in terra. Essendo noi la prima ammiraglia (l’ordine va in base alla classifica generale, ndr) siamo arrivati lì poco dopo e li ho visti tutti giù».

Il momento in cui Tao Geoghegan Hart lascia il Giro (immagine tv)
Il momento in cui Tao Geoghegan Hart lascia il Giro (immagine tv)

La giostra non si ferma

Il gruppo va avanti. Alcuni risalgono in sella subito. Altri no. Roglic scappa via con la bici di Bouwman, Thomas con la sua. Alla fine Geraint è caduto su Covi stesso e non ha picchiato forte.

Qualche chilometro dopo, quando si riordinano le idee, i ragazzi chiedono lumi al diesse.

«Una volta in fondo alla discesa – dice Salvatore Puccio – abbiamo chiesto per radio se Tao stesse rientrando, ma dalla macchina ci hanno risposto che aveva abbandonato. E’ stato un bel colpo».

«Adesso – riprende Tosatto – non sappiamo ancora cosa abbia di preciso Tao (la diagnosi, arrivata intorno alle 21, parla di frattura dell’anca sinistra che richiederà un intervento, ndr). Il dottor Branca lo ha mandato ad un ospedale ad una cinquantina di chilometri da Tortona. In corsa mi ha detto che è anche un buon ospedale. Sta facendo le lastre. Con Tao ci sono il dottore della squadra e il suo massaggiatore. E’ lui che ha la sua borsa, con i suoi telefoni e le sue cose».

Puccio è il capitano in corsa della Ineos-Grenadiers, anche oggi aveva diretto magistralmente le operazioni
Puccio è il capitano in corsa della Ineos-Grenadiers, anche oggi aveva diretto magistralmente le operazioni

Solo sfortuna

Da questa sera inizia un’altra corsa per la Ineos-Grenadiers. Avere due punte contro un “cagnaccio come Roglic e la sua Jumbo-Visma sarebbe stata un’arma preziosa. Cambieranno le tattiche e la squadra di sir Brailsford è pronta a tenere duro. Prima però c’è da tenere su il morale.

«Perché – conclude Tosatto – ora è bassino. Cosa dirò questa sera ai ragazzi? Di stare attenti, che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Purtroppo questa è la dura realtà del nostro sport».

«Io non sono caduto – racconta invece Salvatore Puccio – e già questa è stata una fortuna. La discesa era bagnata ed è stato un attimo. Cosa potevamo fare? Eravamo nelle prime 10-15 posizioni, avevamo fatto il nostro. E’ stata solo sfortuna. Sai, fossimo stati nella pancia del gruppo o in coda okay, qualche colpa ce l’avremmo avuta. Ma così…».

«Questa mattina eravamo partiti proprio con l’obiettivo di stare davanti e attenti. E lo stavamo facendo. Ed è un peccato perché tutto sommato sembrava essere una tappa abbastanza tranquilla, senza troppo stress, tipo ieri per dire. C’era la fuga, all’inizio non pioveva, stavamo comodi davanti e poco dopo sarebbe finita la discesa».

Roglic a tenaglia fra Tao (in testa) e Thomas (in coda). A Fossombrone un anticipo di quel che avremmo visto sulle Alpi. Ora cambia il piano tattico
Roglic a tenaglia fra Tao (in testa) e Thomas (in coda). A Fossombrone un anticipo di quel che avremmo visto sulle Alpi

Cambiano i piani

Anche Puccio come un po’ Tosatto ci dice che ora cambieranno le cose. Tutti per “G”, come loro chiamano Thomas. E in questo la Ineos-Grandiers è maestra. Non deve certo imparare da nessuno. 

«Non dobbiamo imparare da nessuno – va avanti Puccio – ma avere un Tao in classifica sarebbe stato ideale per qualche attacco in salita, per qualche uno contro uno. E’ un peccato perché stava veramente bene. Adesso invece saremo al mille per mille tutti per Geraint, per difendere questa maglia. Lui non è certo l’ultimo arrivato».

Con Geoghegan Hart la tattica poteva essere differente. Roglic poteva essere sfidato. Ora invece si tratterà di correre soprattutto di rimessa. Anche se difendere 2” è praticamente impossibile. Bisognerà impostare i ritmi, ma ripetiamo, in questo gli Ineos sono maestri e proprio Puccio è una certezza.

«Ma avere due leader – dice Salvatore – era meglio. Questo episodio mi ricorda un po’ quello della Vuelta del 2015 quando Froome era in testa. Chris cadde. Finì la tappa con una microfrattura ad un piede e la mattina dopo non partì. Succede, fa parte del nostro sport. Noi dobbiamo solo continuare così».

Quartetto, l’equilibrio perfetto tra profili diversi

17.05.2023
5 min
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Milan, Ganna, Lamon, Consonni, Viviani… e poi le nuove leve come come Moro: ma quanti profili differenti ci sono nel quartetto italiano? E per profili non intendiamo solo i nomi, ma le caratteristiche tecniche. Ganna è un cronoman e tiene bene anche in salita. Milan è un velocista, ma può andare forte anche a crono e nelle classiche. Viviani è uno sprinter, ma fino a qualche anno fa se la cavava sugli strappi. Lamon è un velocista della pista. Un assortimento variegato dunque.

Tutti questi ragazzi sono dei “figliocci” per Diego Bragato. Se Marco Villa ne è il tecnico, Bragato è il coach della Federciclismo, colui che ne cura e ne osserva gli aspetti tecnico-fisici. E con lui analizziamo questa curiosa formazione che, ricordiamo, ha conquistato l’oro olimpico di Tokyo.

Bragato, responsabile del gruppo performance della Fci, con Viviani
Bragato, responsabile del gruppo performance della Fci, con Viviani
Diego, nomi e profili differenti dicevamo: si va da chi vince le crono lunghe a chi quasi su strada non mette piede: il quartetto è dunque un punto d’incontro?

Se rispondo svelo il nostro segreto! A parte gli scherzi, nel quartetto ognuno ha il suo ruolo e noi abbiamo avuto la fortuna, e probabilmente anche la bravura, di tenerlo unito e sul pezzo. Ma ancora di più abbiamo avuto la fortuna di trovare dei ragazzi molto forti sia per caratteristiche fisiche che personali. Abbiamo vinto un’Olimpiade con un livello generale della competizione stratosferico sia come tempi che come rendimento.

Appunto, avete messo insieme profili differenti…

Insieme creano un profilo unico perfetto per un inseguimento a squadre. Lamon, per esempio, è in grado di partire così forte da fermo, cosa che gli altri non sanno fare. Ma la sfida qual è stata? Non farlo partire forte fine a sé, ma pensando di lanciare gli altri ragazzi. 

Cosa significa “pensando di lanciare gli altri ragazzi”?

Diciamo che ci sono determinati accorgimenti da tenere presenti, perché un conto è partire per fare il chilometro da fermo e un conto per lanciare un quartetto. Un Milan o un Consonni in seconda posizione che sanno resistere ad una partenza così forte, devono fare poi da collante per Milan (se non è il secondo chiaramente, ndr) e Ganna che hanno ancora caratteristiche diverse e sono le locomotive di questo team. La somma di tutto ciò sono stati il record del mondo, le Olimpiadi, i mondiali…

Durante il Giro, ancora di più, emergono le differenze tecniche tra i vari componenti del quartetto. Qui Consonni e Ganna
Durante il Giro, ancora di più, emergono le differenze tecniche tra i vari componenti del quartetto. Qui Consonni e Ganna
Nell’insieme c’è anche un bel ventaglio di età: anche questa è varietà da mettere insieme. Tra l’altro la base si è allargata, si va dai più esperti come Scartezzini ai più giovani come Moro…

Esatto. Segno che il nostro movimento è in salute. Io lo dico ormai da tempo: questo dimostra come la pista esalti la qualità, in quanto sono tutte discipline brevi ma intense. E se hai la qualità su pista puoi diventare forte anche su strada, anche se servono tempo e maturità per poter distribuire queste qualità, scusate la ripetizione, anche in prestazioni di durata come quelle della strada. Ci vuole pazienza, quello che ci era mancato negli anni passati. Ne siamo sempre stati convinti.

Chiaro…

Magari questo discorso vale un po’ meno per Lamon, in quanto il suo è un ruolo altamente specializzato… che ha molto meno a che fare con la strada.

Guardando invece in casa degli altri quartetti più forti, riscontri questa varietà?

Prima no, ora sì. I francesi ci hanno copiato mettendo un chilometrista in prima posizione e inserendo altri corridori come Thomas. E hanno anche copiato la formazione, cioè le posizioni. D’altronde è normale che sia così: siamo una Nazione di riferimento, pertanto ci studiano. Gli inglesi invece sono quelli che fanno più paura perché loro hanno degli atleti completamente dedicati al quartetto e alle partenze, seguiti da atleti, vedi Ethan Hayter, come i nostri. Stanno costruendo un quartetto leggermente diverso, ma molto ben assortito. E questo mi preoccupa parecchio.

Bragato teme non poco gli inglesi che lavorano molto con pistard e possono vantare inserimenti importanti dalla strada
Bragato teme non poco gli inglesi che lavorano molto con pistard e possono vantare inserimenti importanti dalla strada
Quando c’è stato secondo te il cambiamento verso il quartetto variegato, chiamiamolo così? Prima, era composto solo da inseguitori…

Questa svolta c’è stata dopo le Olimpiadi di Londra, quando gli inglesi misero dentro un chilometrista in grado di spingere molto forte nelle prime posizioni e di tirare dei rapporti molto duri, mai visti prima in questa specialità. Pertanto hanno aperto la strada. Ma noi siamo stati i primi, probabilmente, a mettere su un quartetto con elementi così diversi, ma tutti amalgamati ed efficienti.

Hai detto una cosa molto importante: atleti diversi ma amalgamati ed efficienti. E allora come si fa a rendere efficiente un cronoman di durata e un chilometrista nello stesso momento?

Si prova e si riprova, si smussano gli angoli perché non è facile incastrare i mattoncini tra di loro. E oltre al grande lavoro fisico e fisiologico, c’è anche tanto lavoro psicologico. E qui bisogna essere squadra, altrimenti non metti insieme profili così diversi. Lamon può fare un chilometro da fermo in un minuto, ma nel quartetto non può. Deve farlo forte, ma pensando a salvare le gambe di chi gli è dietro. Consonni in seconda posizione uguale: potrebbe fare una volata perché è stato lanciato a 60 all’ora, ma sa che deve portare e poi tenere la velocità di crociera. Potrebbe strappare per arrivare ai 70, ma manderebbe fuori ritmo gara tutti gli altri. Sono tutte cose che costruisci con il gruppo, con la squadra. E su questo Marco (Villa, ndr)  è stato veramente eccezionale. Ha creato un gruppo affiatato.

Peiper e Dunbar, le nuove armi del team Jayco

17.05.2023
5 min
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L’approdo di Allan Peiper al Team Jayco AlUla non è una notizia di poco conto. Professionista dal 1983 al 1993 con ben 22 successi in carriera, l’australiano ha poi intrapreso con profitto la carriera di dirigente, passando per molti team fino ad approdare nel 2019 alla Uae, dov’è stato uno degli artefici non solo dei successi di Pogacar, ma della costruzione di tutta l’intelaiatura tecnica intorno allo sloveno. Per molto tempo Peiper è stato lontano dalle corse per curare un tumore alla prostata, con il team c’era da rinnovare il contratto, le cose sono andate per le lunghe e Brent Copeland ha approfittato dell’opportunità portandolo al Team Jayco. A casa.

Non è infatti trascurabile il fatto che il Team Jayco abbia una profonda radice “aussie”, lo sottolineava anche Kaden Groves parlando delle sue radici e di come sia importante per i ragazzi oceanici avere un riferimento nel WorldTour, ma Copeland, impegnato in questi giorni al Giro d’Italia, tende a dare il giusto peso alla cosa.

Peiper ha avuto una bella carriera pro, vincendo anche una tappa al Giro 1990
Peiper ha avuto una bella carriera pro, vincendo anche una tappa al Giro 1990

«Due mesi fa sono nati i primi contatti con Allan – racconta il cinquantunenne manager sudafricano – c’era la possibilità di portarlo nel nostro team, ne ho parlato con il titolare e abbiamo subito trovato un’intesa non tanto economica, quanto sul nostro progetto che Peiper intende fare suo e portare avanti».

Che può dare Peiper alla squadra?

Allan è un australiano che nel tempo è diventato molto europeo, vive da quando era professionista in Belgio, conosce nelle più intime pieghe il ciclismo professionistico che per la sua gran parte si svolge nel Vecchio Continente. E’ entrato nel team nelle vesti di consigliere perché a noi serve qualcuno che veda il funzionamento di tutta la macchina organizzativa dall’esterno, con un occhio esperto. Sono convinto che possa migliorate il team in molte aree di azione e possa coadiuvare l’impegno di Marco Pinotti per far crescere il team ancora di più.

Brent Copeland, manager del Team Jayco, ha fortemente voluto Peiper nel team come Advisor
Brent Copeland, manager del Team Jayco, ha fortemente voluto Peiper nel team come Advisor
Si sottolineava il fatto che Peiper torna a casa, approdando in un team australiano.

Anche questo ha avuto il suo peso, non lo nego. Il Team Jayco ha un cuore fortemente australiano, ma resta multinazionale: qui ci sono, fra atleti e staff, persone appartenenti a una ventina di Paesi differenti. Certo, Allan è australiano, ma come detto ha ormai radici profondamente europee e questo alla fine conta parecchio. La cosa che mi piace di più del suo ingresso è poter approfittare della sua meticolosità e del suo perfezionismo: sono caratteristiche che possono dare alla squadra quel salto di qualità di cui c’è bisogno.

La sua età dice che è un appartenente alla vecchia guardia. Come si adatta a un ciclismo che è profondamente cambiato nel corso degli anni rispetto a quando correva lui?

E’ questione di mentalità. Anche Allan, come me e come tanti altri che gravitano in questo mondo, ha vissuto questi cambiamenti sulla propria pelle, ha assommato esperienze anno dopo anno e il ciclismo come lo intendiamo oggi, quello spettacolare legato a un numero incredibile di fuoriclasse lo ha visto nascere e crescere. Lui può trasmettere questa esperienza.

Dunbar è l’uomo di punta per le corse a tappe. Al Giro è 9° a 2’32” dal vertice
Dunbar è l’uomo di punta per le corse a tappe. Al Giro è 9° a 2’32” dal vertice
Allarghiamo un po’ il discorso, Allan arriva in quale momento del team?

Devo dire la verità, per come sono andate le cose nella prima parte dell’anno non posso essere del tutto soddisfatto. Abbiamo ottenuto finora 6 vittorie, molti piazzamenti ma siamo in fondo al ranking Uci e questo non può far piacere. La causa? Se ripercorro questi ultimi mesi, non posso non notare che abbiamo avuto un carico di sfortuna non irrilevante: Matthews ha preso il Covid prima della Sanremo; Dunbar si è infortunato alla mano alla Volta Valenciana rimanendo fuori dalle gare per due mesi; Hamilton ha perso il padre e così via. Non c’è molto da recriminare, ci sono stagioni dove devi superare molti ostacoli e questa è una di quelle.

Il Giro come sta andando?

E’ un po’ lo specchio della stagione: con Matthews abbiamo ottenuto una vittoria importante, ma il Covid ha messo fuori gioco Scotson e un altro corridore ieri è stato male. Siamo un po’ sul chi vive, la corsa la stiamo affrontando bene e con buone prospettive, cambiando anche le tattiche di gara quando serve. Diciamo che sarebbe importante riscuotere un po’ di quel credito con la fortuna di cui si parlava prima…

Il ritiro di Scotson per Covid è una perdita pesante, era l’aiutante di Dunbar in salita
Il ritiro di Scotson per Covid è una perdita pesante, era l’aiutante di Dunbar in salita
Accennavi a Dunbar, del quale si dice un gran bene come interprete delle corse a tappe. Secondo te può essere un leader per i grandi giri?

Lo abbiamo preso dalla Ineos Grenadiers proprio con questa idea, per me ha un grande potenziale ma ha bisogno di fare esperienza, soprattutto in un grande giro da affrontare con la responsabilità di fare classifica. Si sta comportando bene, ma siamo ancora a metà del cammino e tutte le difficoltà maggiori devono ancora arrivare. E’ un ragazzo d’oro con tantissime prospettive, ma non dobbiamo mettergli pressione perché non ha mai corso con una responsabilità così grande addosso. Vedremo come si muoverà nelle tappe che verranno e come ci muoveremo noi di conseguenza.

La passione per la bici di Ilaria Sanguineti

17.05.2023
5 min
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CATTOLICA (RN), Ilaria Sanguineti non è solo un’atleta che molti team vorrebbero nel proprio organico, ma è anche un’appassionata di bici e della sua tecnica, competente e preparata, coinvolgente con la sua simpatia e disponibilità.

Con lei abbiamo fatto una chiacchierata in occasione della Granfondo Squali Trek di Cattolica, dove è stata ospite e ha pedalato con il gruppo sotto il diluvio.

La “home bike” di Sanguineti, la sua bici da allenamento
La “home bike” di Sanguineti, la sua bici da allenamento
Quale è la bici di Ilaria Sanguineti?

Principalmente la Madone, ma il team ci ha messo a disposizione anche la Emonda. Per le mie caratteristiche e per i compiti che devo svolgere, la Madone è più adatta, la sento più mia. Ad esempio alla Vuelta ho usato la Emonda in diverse tappe, visto la tanta salita che abbiamo affrontato.

Come è montata?

La trasmissione ed i freni sono Sram Red. Davanti uso sempre la combinazione 52-39 con il misuratore di potenza. La scelta dei pignoni invece dipende dai percorsi. Di solito chiedo la scala 10-28 oppure 10-33. Quest’ultima soluzione è quella che uso nella bici da allenamento che tengo a casa. Le ruote sono Bontrager e le più utilizzate sono quelle con il profilo da 51, ma onestamente le 62 sono quelle che preferisco. Bello vederle montate, sono un vestito perfetto per la Madone. I tubeless da 28 sono quelli più utilizzati, oppure i copertoncini sulla bici da allenamento.

Yaya Sanguineti è approdata quest’anno alla Trek-Segafredo, ritrovando Elisa Balsamo
Yaya Sanguineti è approdata quest’anno alla Trek-Segafredo, ritrovando Elisa Balsamo
La home bike, come la chiami tu, è uguale a quella da gara?

Il telaio è lo stesso, non cambia nulla. E’ diverso invece il manubrio. Su quella da gara uso la versione integrata, bellissima anche da vedere, invece su quella da allenamento l’attacco e la piega non sono un blocco unico, ma le misure restano ovviamente invariate.

Un confronto con la bici che usavi in precedenza, cosa è cambiato?

La reattività della Madone mi ha lasciato di stucco fin dalla prima volta che l’ho utilizzata. Sempre pronta a cambiare passo, rigida e agile al tempo stesso, molto veloce e gratificante da spingere al limite anche in discesa. A me piace andare forte in discesa. Ovviamente non è la bicicletta delle grandi e interminabili salite, ma è perfetta per buona parte delle situazioni che incontriamo in gara e per i compiti che devo assolvere.

52-39, le corone sempre utilizzate da Ilaria Sanguineti
52-39, le corone sempre utilizzate da Ilaria Sanguineti
Invece per quanto concerne i rapporti?

E’ cambiato molto anche in questo senso, ma onestamente, avendo sempre utilizzato le corone 53-39 davanti, per me il cambio non è stato così invasivo. La grossa differenza è il pignone da 10, che non viene quasi mai utilizzato, neppure durante gli sprint più veloci. Viene ingaggiato qualche volta nelle discese quando è fondamentale spingere a fuoco, magari per rientrare sul gruppo davanti, oppure per allungare e cercare di spezzare il gruppo.

Ti piace smanettare sulla bici?

Mi piace tantissimo, è una cosa che ho sempre fatto in passato. Ora in misura minore, ma è per vero che anche le biciclette sono cambiate molto. C’è tanta integrazione che rende più complicate le operazioni meccaniche fatte in casa e poi c’è l’elettronica. Adesso, con il telefonino è possibile regolare il cambio, solo per fare un esempio.

Con Rudy Pesenti di Trek Italia
Con Rudy Pesenti di Trek Italia
Torneresti ai freni normali?

Direi proprio di no, la differenza con le bici a disco è abissale. Riuserei una bici con i freni caliper solo per curiosità e ripercorrere un po’ il passato.

Invece per quanto riguarda le gomme tubeless, cosa sì e cosa no?

Cosa no, non saprei dire. Da quando utilizzo stabilmente i tubeless non ricordo di aver più forato, neppure sul pavé del Belgio.

Assieme a Gaia Realini: le due sono arrivate quest’anno alla Trek-Segafredo scoprendo le nuove dotazioni tecniche
Assieme a Gaia Realini: le due sono arrivate quest’anno alla Trek-Segafredo
Quanti chilometri fai in un anno e quale è la media dell’uscita quotidiana?

Sempre a ridosso dei 30.000 chilometri all’anno, poco più o poco meno. Ogni giorno sono almeno 3 ore di bicicletta, ma ci sono giornate dove starei in bici tutto il giorno, magari senza guardare il misuratore e senza fare tabelle. Sono le giornate in cui la bicicletta diventa un vero e proprio godimento.

Esiste un aspetto noioso del ciclismo?

Noioso è una parola che non mi appartiene e credo che se ami la bicicletta, il ciclismo in genere, la noia non sia un fattore da considerare. Neppure i ritiri sono noiosi, soprattutto quando c’è un bel gruppo.

Un aspetto che, al contrario, reputi particolarmente stimolante?

Mi piace diventare un riferimento quando siamo in gara e diventa palese il fatto che gli altri team stanno a guardare come ci muoviamo noi Trek-Segafredo. Adoro fornire il mio contributo alla vittoria del mio capitano, che in buona parte delle occasioni è Elisa Balsamo: vederla alzare le braccia mi fa stare bene. Così come lavorare a fondo anche per Longo Borghini. Alla Vuelta ho tirato tanto per Gaia Realini e il lavoro ha pagato. Mi piace fare fatica per gli altri.

L’incontro con Ilaria Sanguineti si è svolto alla Gran Fondo Squali-Trek
L’incontro con Ilaria Sanguineti si è svolto alla Gran Fondo Squali-Trek
Qual è l’atleta che ti ha colpito di più?

Ce ne sono due che mi hanno colpito e ogni volta, ancora adesso, mi trasmettono qualcosa. Marianne Vos senza dubbio, ma anche Lizzie Deignan. Marianne Vos era una leader da giovane, un’atleta completa sotto ogni aspetto, dalla guida della bici, fino ad arrivare al carisma ed è così anche oggi che non è più una ragazzina. Lizzie Deignan ha uno stile in bici che non ha nessun’altra, è forte e si percepisce la sua leadership dal solo sguardo. Quando sei sulla bici devi essere anche bella da guardare, non solo forte e lei ha fascino. Ha una personalità esagerata e coinvolgente, senza dimenticare che ha avuto due bambini: una grandissima.

La spalla slogata, poi il Covid: Vendrame si arrende

17.05.2023
5 min
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La tappa di Salerno ha fatto cadere tutti, una frazione corsa in condizioni meteo difficili che hanno complicato ancora di più il percorso. Le insidie sono arrivate fino alla linea dell’arrivo, considerando che Cavendish l’ha attraversata scivolando sull’asfalto. Tra gli atleti coinvolti nella caduta finale c’era anche Andrea Vendrame (nella foto Instagram di apertura mentre viene medicato). Il corridore della AG2R Citroen ha riportato una disgiunzione acromioclavicolare di primo grado, con vari punti di sutura sulla spalla. 

Nella volata di Salerno, Vendrame è stato coinvolto nella caduta finale, insieme anche a Mirco Maestri
Nella volata di Salerno, Vendrame è stato coinvolto nella caduta finale, insieme anche a Mirco Maestri

La caduta

Vendrame si è ritrovato a terra non capendo bene come, la volata era praticamente finita, infatti è caduto dopo aver tagliato la linea del traguardo. Le barriere in quel punto non avevano più la protezione e Vendrame ci è franato sopra. L’arrivo non era dei migliori, più volte si è visto pattinare la ruota posteriore di qualche sprinter sulle strisce pedonali poste poco prima dell’arrivo.

«Fiorelli – dice il veneto – è rimasto in piedi appoggiandosi alle barriere, io non ho avuto modo di farlo. La tappa è stata caotica per tutti i 170 chilometri, c’è stata la caduta di Evenepoel all’inizio. Poi ne sono arrivate tante altre, soprattutto negli ultimi chilometri, quando la tensione è salita maggiormente. Al Giro d’Italia è così, tutti vogliono fare del proprio meglio e mettersi in mostra, i finali diventano sempre molto caotici. D’altronde è una grande corsa a tappe».

Il veneto ha lasciato in barella l’arrivo, ma il giorno dopo è tornato in sella nella sesta frazione: la Napoli-Napoli
Il veneto ha lasciato in barella l’arrivo, ma il giorno dopo è tornato in sella nella sesta frazione: la Napoli-Napoli

Il recupero

Andrea Vendrame ci risponde durante il giorno di riposo, dopo che ha finito i massaggi e la seduta di fisioterapia. La caduta non lo ha fermato, e “Vendramix” il giorno dopo si è presentato alla partenza di Napoli

«Insieme alla squadra – continua – ho scelto di dormirci sopra e vedere come sarei stato il giorno dopo. Sono andato avanti momento per momento: come detto, siamo al Giro e la corsa va onorata fino in fondo. Non tutti possono partecipare, noi che abbiamo il privilegio di esserci dobbiamo fare di tutto per correre.

«Grazie allo staff medico del team – dice Vendrame – in questi giorni mi sono sentito sempre meglio. La cosa importante è togliere il dolore dalla parte coinvolta e guarire. La lesione è seria, una persona normale dovrebbe passare quindici giorni con il braccio appeso al collo. La cura che faccio tutti i giorni prevede osteopatia, Tecar e massaggi. Nel giorno di riposo abbiamo lavorato più a fondo a livello intercostale, si è fatta qualche Tecar in più per entrare più profondamente e recuperare il funzionamento della spalla».

Soltanto nella frazione di Fossombrone, Andrea ha provato ad alzarsi nuovamente sui pedali, nonostante il dolore alla spalla
Soltanto nella frazione di Fossombrone ha provato ad alzarsi nuovamente sui pedali, nonostante il dolore alla spalla

Napoli, il giorno più duro

Il giorno dopo le cadute fanno più male, rimettersi in bici non è semplice, soprattutto ai ritmi di un Giro d’Italia che non lascia molto respiro. 

«Il primo obiettivo – ammette Vendrame – era risalire in bici il giorno dopo e finire la tappa. Non è stato affatto semplice, a causa dell’infortunio non potevo alzarmi in piedi sui pedali. Quel movimento di braccia mi causava troppo dolore. Durante la tappa di Napoli dovevo rilanciare la bici da seduto e non è facile, soprattutto quando prendi le “frustate” a fine discesa. In più erano presenti dei tratti di pavé sui quali la spalla mi faceva davvero male.

«La frazione con arrivo a Campo Imperatore è stata più semplice, la parte finale in salita mi permetteva di fare il mio ritmo e non rendeva più semplice il fatto di non alzarsi sui pedali. La cronometro non ha portato ulteriori difficoltà. Dal punto di vista della posizione non ho portato modifiche alla bici, si è trattato quasi di un giorno di recupero: quasi».

Nella cronometro di domenica ci sono stati meno problemi, le basse velocità e la posizione lo hanno aiutato
Nella cronometro di domenica ci sono stati meno problemi, le basse velocità e la posizione lo hanno aiutato

Il morale tornerà

La motivazione Vendrame l’ha trovata dentro di sé ed al proprio animo di ciclista professionista. Il morale, invece, un po’ latita, d’altronde il veneto era partito per fare bene a questo Giro. E proprio mentre i suoi obiettivi erano stati rivalutati, è arrivata la tegola del Covid.

«Piano piano – aveva detto giusto ieri prima del tampone fatale – il morale torna. Un grazie va alla mia ragazza e al mio preparatore che mi sono stati vicini in questi giorni. Vedere gli appassionati alla partenza di ogni tappa mi rende felice, c’è un grande amore intorno al Giro, che è quello che mi ha spinto a continuare».

P.S. Purtroppo per Vendrame e i suoi tifosi, quel che non ha fatto la caduta di Salerno è riuscito al Covid. E’ proprio di stamattina la notizia che il veneto è risultato positivo a un tampone ed è stato costretto alla resa. Con lui sono sette i corridori che oggi lasciano la corsa rosa. Si annotano infatti le defezioni di Gandin, Hirt, Cattaneo, Cerny e Vervaeke (questi ultimi tutti compagni di Evenepoel alla Soudal-Quick Step).

Viareggio a Cort, ma tiene banco lo sgarbo di Remco

16.05.2023
6 min
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«Era la tappa perfetta – dice De Marchi, meno afflitto di qualche giorno fa – il finale verso Viareggio era un po’ troppo pianeggiante, ma io volevo provarci e siamo riusciti a mettere in fila tutte le cose. Sapevo che rispetto a Napoli potevamo essere più tranquilli, perché avevo due ottimi compagni di viaggio. Eravamo forti e uniti, ma purtroppo quando siamo arrivati alla fine, sapevo che ero il più lento. Quindi se non si fosse creata la situazione per anticiparli, sarei stato perdente e così è stato. Ma ci riprovo. E’ solo la decima tappa, quindi ce n’è di strada, prima o poi dovrò provarci ancora».

Bordate dal Belgio

Oggi il Giro d’Italia ha la faccia annerita e sfinita di Alessandro De Marchi, Magnus Cort Nielsen e Derek Gee, usciti dal gruppo quando mancavano 170 chilometri all’arrivo, in una tappa che in tutto ne misurava 196 e varcava l’Appennino dalla provincia di Reggio Emilia al Tirreno. E’ il giorno della ripartenza dopo l’addio scombinato di Evenepoel, che per la forma scelta ha reso tutto più caotico e incomprensibile. Il più delle volte per fare la differenza basta avere i modi giusti, invece la fuga del campione del mondo ha offeso il pubblico e ferito la lunga storia del Giro.

Quel che ha reso tutto ancor più sgradevole è stata la serie dei commenti arrivati dal Belgio. Dalla madre che si chiede se suo figlio correrà mai più in Italia, agli attacchi di Yvan Van Mol, storico medico della Soudal-Quick Step, che ha parlato di una morte annunciata, a causa dell’incompetenza degli organizzatori del Giro.

Intendiamoci, tutti i presenti alla conferenza stampa della presentazione delle squadre a Pescara sono rimasti perplessi per il piccolo locale dove hanno sfilato i corridori davanti ai giornalisti ammassati. Ma fatto salvo quel caso, la corsa stava andando avanti secondo un copione ben collaudato, in Italia, come all’estero. Semmai alcune squadre farebbero meglio a vigilare sul proprio personale che la sera, finite le tappe, va a fare baldoria alle feste della carovana pubblicitaria.

Mentre in testa Cort si giocava la tappa, Bettiol è finito per terra dopo lo scontro con un autista che stava soccorrendo un altro corridore caduto
Mentre in testa Cort si giocava la tappa, Bettiol cade dopo lo scontro con un autista

La scelta giusta

Ma Remco doveva andare a casa: i medici sono tutti concordi. Con due settimane di Giro ancora da affrontare, nessuno avrebbe autorizzato la sua permanenza. Non in osservanza a protocolli Covid vecchi di almeno 15 mesi, ma nel rispetto della sua salute e per i danni che correre in quello stato avrebbe potuto creare nell’atleta.

Toon Cruyt è il medico della Soudal-Quick Step al Giro: lo conosciamo da anni e sappiamo che ne ha viste di tutti i colori.

«Per me – racconta a Het Nieuwsblad – è stato un momento difficile, molto stressante. Ci sono volute due ore per avere un quadro chiaro della situazione. Fortunatamente il solo positivo era Remco, che sabato mattina si era già alzato con delle brutte sensazioni. All’inizio abbiamo creduto che fossero ancora le conseguenze delle cadute, quindi non ho pensato di fare un tampone, perché erano previsti nel giorno di riposo. Ma dopo la cronometro in calando e i sintomi che manifestava, ho deciso di provare domenica sera e la riga “positiva” è stata visibile dopo tre secondi.

«Non ho esitato – prosegue Cruytho chiamato prima Lefevere, che è stato subito d’accordo. Poi mi sono consultato con Philip Jansen, capo della nostra struttura medica, ma la decisione finale spettava a me. E non ho pensato neanche per un secondo di lasciarlo continuare. Non voglio rischiare la salute di nessuno, altrimenti non vale la pena fare il medico. Ho già avuto l’esperienza di Tim Declercq che ha contratto la pericardite poco dopo un’infezione da Covid. Ho sentito abbastanza storie di persone che hanno fibrosi polmonare o problemi cardiaci. Quindi ho deciso: Remco doveva tornare a casa».

Verso Viareggio, primo giorno in rosa per Thomas, emozionato e determinato a tenere duro
Primo giorno in rosa per Thomas, emozionato e determinato a tenere duro

Se solo l’avessero spiegata così prima di mandarlo a casa, forse tanto baccano non ci sarebbe stato. Resta intanto l’anomalia del Giro che richiede le mascherine per gli addetti ai lavori, in controtendenza rispetto al vivere quotidiano. Ma il Covid non è scomparso e se è agevole conviverci nella vita di tutti i giorni, non così è per atleti che devono sfidare montagne alte fino al cielo.

Primo giorno in rosa

Intanto Viareggio ha salutato il primo giorno in maglia rosa di Geraint Thomas, che da queste parti ha vissuto prima assieme a Max Sciandri, quando il toscano gestiva la nazionale U23 della Gran Bretagna, e poi da professionista, una volta passato con la Barloworld.

«Sono successe tante cose fra ieri e oggi – ha detto il gallese dopo le premiazioni – dall’addio di Remco alla grande lotta per far partire la fuga. Eppure, nonostante la pioggia, sono riuscito a godermi questa maglia. Ho vissuto da queste parti, per me significa molto aver attraversato queste zone in testa al Giro d’Italia. La tattica del gruppo inevitabilmente senza Evenepoel cambierà, ma ciò non toglie che io voglia tenere la maglia rosa il più a lungo possibile. So che non tutti ci credono, ma in tutta la mia carriera ho sempre convissuto con un certo scetticismo, non mi fa paura».

Nella volata per il quarto posto a Viareggio, Milan parte ai 400 metri e viene rimontato da Pedersen: c’è da lavorare sui tempi
Nella volata per il quarto posto, Milan parte ai 400 metri e viene rimontato da Pedersen: c’è da lavorare sui tempi

«Spero che il tempo migliori – ha chiuso Thomas – ma è davvero un onore indossarla, a prescindere da tutto il resto. Quando ero un ragazzino e poi da più grande quando sono venuto a vivere in Toscana, l’idea di vestire la maglia rosa era un sogno molto lontano…».

Domani la tappa più lunga porterà il Giro a Tortona, sulle strade dei Campionissimi: Girardengo e Fausto Coppi. Venerdì la neve renderà impossibile il transito sul Gran San Bernardo, per cui il gruppo passerà in Svizzera attraverso il tunnel. Ciò fa sì che la Cima Coppi saranno le Tre Cime di Lavaredo. Il Giro in qualche misura è appena iniziato, immaginando tutto quello che potrà accadere, abbiamo la sensazione che sarà una corsa pazzesca.