A Bionaz Vince Tjotta, ma De Cassan ruggisce e riapre i giochi

14.07.2023
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BIONAZ – «Ve lo avevo detto stamattina. Il Giro della Valle d’Aosta non è finito». Davide De Cassan è sorridente ai 1.979 metri della diga di Place Moulin, sopra Bionaz, nella splendida e selvaggia Valpelline. Okay, Davide non ha vinto, il trionfo è andato al norvegese Martin Tjotta, ma quel che conta è che il corridore del Cycling Team Friuli c’è.

La terza tappa del Valle d’Aosta propone salite lunghe, ma pedalabili. Oggi fa anche più caldo di ieri. La squadra friulana inserisce un uomo nella fuga. Un chiaro segno che si volevano smuovere le acque.

Il norvegese Tjotta conquista la terza tappa (foto Alexis Courthoud)
Il norvegese Tjotta conquista la terza tappa (foto Alexis Courthoud)
Il norvegese Tjotta conquista la terza tappa (foto Alexis Courthoud)

De Cassan leader vero

E le acque le hanno smosse eccome. Uno scatto in un tratto intermedio, se vogliamo un po’ come Golliker ieri, ha lanciato Tjotta alla vittoria e ha tolto questa gioia a De Cassan ma il gioco del CTF è stato ottimo.

De Cassan si comporta e parla da leader. Sguardo fisso negli occhi, petto in fuori, testa alta. Davvero quando ci vede arrivare ci punta il dito e ci dice quella frase scritta all’inizio.

Quando arriva Roman Ermakov lo ringrazia. Lo abbraccia. Gli dice – in inglese – che non è riuscito a vincere, ma anche di stare tranquillo, che il Valle d’Aosta non è finito.

De Cassan "consola" Ermakov, il compagno che lo ha aiutato fino allo sfinimento
De Cassan “consola” Ermakov, il compagno che lo ha aiutato fino allo sfinimento
De Cassan “consola” Ermakov, il compagno che lo ha aiutato fino allo sfinimento
E’ vero, ce lo avevi detto: non era finita ieri a Pré de Pascal…

Volevo rifarmi della tappa di ieri. La mia squadra mi ha supportato al massimo. Questo attacco era abbastanza programmato, ma tra il dire e il fare ci sono sempre tante cose. Sono mancati 12”, tanto mi ha dato Tjotta, però il morale è alto. Vediamo domani.

Una reazione da campione Davide. Un po’ come Pogacar dopo la prima tappa pirenaica di questo Tour de France…

Eh – ride – ma lui ha vinto, io ho fatto secondo.

Però hai ancora altre tappe. E anche Pogacar non è ancora in giallo.

Vero, non è finita e io ci proverò ancora. Poi se arriverà bene, sennò pazienza. 

Cosa scatta nella testa per fare una tappa così coraggiosa? Ieri sera eri andato a letto con la rabbia, con la delusione…

No, rabbia direi di no. C’è tanta gente che mi supporta e che supporta noi del CTF, quindi volevo semplicemente dare tutto per non avere rimpianti.

Ieri avete montato rapporti piuttosto corti viste le pendenze estreme del finale, oggi qual era il tuo setup?

Ho mantenuto gli stessi rapporti: 53-36 davanti e 11-30 dietro.

Il ragazzo della Alpecin-Deceuninck, Alex Bogna, non ti dava un cambio: questa cosa ti innervosiva?

Sì, mi ha innervosito parecchio. Però il ciclismo ormai un po’ lo capisco e lui aveva il suo leader dietro di noi. Certo, avesse collaborato probabilmente quei 12” sarebbero diventati qualcosa in meno e ci sarebbe stato un altro finale di tappa, ma questo non lo saprò mai. Pazienza.

Golliker ha mantenuto la maglia gialla e Faure Prost è stato autore di un finale importante, tu però sei rientrato in classifica (12⁰ a 2’23”). Cosa cambia?

Stasera guarderò bene l’ordine d’arrivo e i distacchi. E a mente fredda decideremo cosa fare da domani.

Colpaccio Mattiussi

Sull’arrivo di Bionaz ci sono diversi personaggi della Valle d’Aosta, su tutti Federico Pellegrino, mito dello sci di fondo e medaglia olimpica, che dall’alto del palco si gode la sfida e guarda con ammirazione i ragazzi. Il gioco di squadra del Cycling Team Friuli non è passato inosservato neanche a lui. 

Autore di questa azione è Alessio Mattiussi, il direttore sportivo del team di Roberto Bressan.

Alessio, anche con te partiamo dalla reazione di De Cassan…

Ieri ci aspettavamo qualcosa di più da Davide, ma sapevamo che era in condizione. Volevamo però riprovarci, dare un segnale e far vedere chi è il CTF. L’idea appunto era quella di piazzare un ragazzo all’attacco e avere un ponte per il finale. Davide doveva attaccare da lontano e guadagnare sul gruppo, se non altro per conquistare la vittoria di tappa… che ci è sfuggita di poco.

Ieri abbiamo visto una salita ripida, oggi scalate più pedalabili: sono questi i suoi percorsi?

Secondo me, visto anche come è andato Davide lo scorso anno proprio qui al Valle d’Aosta, lui preferisce salite più lunghe con pendenze un po’ più dolci. Quindi sì: oggi era la sua tappa. Ma non finisce qui perché da domani le scalate cambiano di nuovo. La particolarità di questa corsa è che è lunga, dura e le crisi, per tutti, sono dietro l’angolo.

Ama le salite pedalabili però abbiamo visto che era molto agile, in certi frangenti quasi troppo. E’ una sua caratteristica o magari si potevano scegliere altri rapporti?

Tendenzialmente è un ragazzo che ama alzarsi poco sui pedali, sta seduto e quindi cerca di fare girare molto la gamba. E’ una sua attitudine e noi l’assecondiamo.

Come mai ieri era un po’ imballato? Stamattina dopo l’intervista video Davide ci ha detto che ieri gli altri avevano messo la sesta e lui era rimasto in quinta…

In realtà ha fatto un buon avvicinamento e una buonissima prima tappa, comunque all’imbocco della scalata finale era con i migliori. Resterà un’incognita credo, tanto più dopo aver visto come è andata questa seconda tappa. Davide però è un uomo parecchio di endurance, esce alla distanza e più il Giro è duro e più può far vedere di che pasta è fatto.

Grazie mille…

Se posso aggiungere una nota, vorrei dire un grazie ad Ermakov. Oggi ha svolto un lavoro eccezionale. Questo significa essere corridore e aver capito cos’è una squadra.

Pellizzari e il gusto della fatica: così ha conquistato Piepoli

14.07.2023
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Quando è arrivato il momento di passare dagli juniores alla Green Project-Bardiani, Pellizzari e Massimiliano “Max” Gentili che lo consiglia hanno pensato che fosse arrivato il momento di cambiare l’allenatore. Non più l’ex professionista umbro che l’ha portato in modo splendido fino alla maggiore età, ma qualcuno più esperto. Così la scelta è caduta su Leonardo Piepoli, la cui amicizia con Gentili nacque ben prima che Pellizzari venisse al mondo. Il pugliese è uno dei preparatori del Movistar Team, ma ha la facoltà di seguire altri atleti se non in conflitto col team spagnolo.

«Con Max – racconta Piepoli – ci conosciamo dal Giro della Luigiana quando eravamo juniores. Correvamo in due regioni diverse e ci siamo conosciuti mentre eravamo seduti sul marciapiede prima del prologo di Sarzana. Poi abbiamo continuato a parlare in gruppo. Da juniores ci si incrociava due volte all’anno, poi da dilettanti in poi, ci si vedeva più spesso. Max con Pellizzari è stato di una correttezza rara a vedersi. E quando è arrivato il cambio di categoria, ha deciso che Giulio avesse bisogno di un altro allenatore, sottovalutandosi. Anche lui ha abbondanti conoscenze e la giusta sensibilità, però il principio era giusto. E cercando me, disse che il ragazzo aveva bisogno di qualcuno di cui fidarsi, fermo restando che Massimiliano Gentili, con la sua umanità e la sua coscienza, resterà per sempre la persona di fiducia di Pellizzari».

Che idea ti sei fatto di Giulio?

Come ragazzo, a livello mentale ha le qualità giuste per fare il ciclista. Perché è sognatore. Gli piace quello che fa. Gli piace il ciclismo. E’ cattivo e soffre quando perde. Ha fretta di partire. Ci sono corridori che tentennano, cui pesa tutto quello che c’è dietro il loro lavoro. Giulio sa che fa tutto parte del pacchetto e lo prende senza troppe storie. Secondo me bisogna essere così, un corridore si deve allenare con il gusto di farlo.

Pellizzari la vive così?

Già dal principio ha capito quello che deve fare. A volte gli piacerà di più, a volte di meno, però sogna di vincere e lo dice. Negli ultimi anni invece hanno paura di esporsi. Il talento ci vuole, la voglia anche. E’ fondamentale per fare una bella carriera.

Quanto è stato impegnativo il passaggio da juniores a professionista?

Max lo ha rispettato moltissimo. Il bello di Giulio è che lui era uno junior assolutamente non spremuto, né mentalmente né fisicamente. Era ben lontano dai propri limiti. Lui ha allevato un ragazzo, non lo ha preparato. Poi certo, quando passi professionista, ti trovi a fare un salto importante. Ma la bravura di Gentili è la mentalità che gli ha passato. Lo preparava dicendogli che un giorno sarebbe arrivato il momento di salire quello scalino e quando è arrivato, Giulio se lo era immaginato così tante volte, che non gli è parso neppure tanto alto.

Campionati europei juniores, Trento 2021: il periodo di Pellizzari negli juniores è stato privo di stress
Campionati europei juniores, Trento 2021: il periodo di Pellizzari negli juniores è stato privo di stress
Il primo anno, il 2022, è stato dedicato all’adattamento alla nuova categoria?

Diciamo anche che l’anno scorso ha avuto qualche contrattempo di troppo, non è che il ragazzo sia fortunato. A volte ha degli intoppi che l’hanno un po’ bloccato. Sta male al momento sbagliato. Oddio, quando uno sta male è sempre il momento sbagliato, però a lui capita qualche intoppo di troppo. L’anno prima di passare, ha avuto problemi a un ginocchio che l’ha fermato e da junior ad esempio ha ottenuto risultati non coerenti con le sue qualità. E’ stato un po’ sfortunato, non è il tipo che va in giro d’inverno senza maglia oppure esca dalla discoteca sudato, voglio dire, capito? Da un certo punto di vista, va bene: è tutto un crescere…

Giulio dice di aver capito di essere cresciuto quando è riuscito a seguire gli U23 dei vari devo team…

Non voglio dire cose negative sul loro conto, ma per loro non è così difficile prendersi tutti i migliori. Guardano il mondiale e l’europeo e fanno firmare i primi tre. Un po’ come Locatelli o la Zalf ai nostri tempi. Non che voglio togliere meriti alle squadre, per carità, però le loro prestazioni vanno filtrate dalla qualità che sanno di avere.

E se non pescano gli squadroni, una mano gliela danno i procuratori…

E’ giusto, tra virgolette, è un gioco che crea vantaggi a catena. La Green Project ha cambiato politica, ha fatto arrivare questi giovani, alcuni molto forti, e i risultati vengono.

Si riesce a capire che tipo di corridore diventerà oppure è presto per mettergli un’etichetta?

E’ prestissimo, anche solo per un fatto di sviluppo fisico. In un anno, è già cresciuto abbastanza, ma è ancora molto piccolo. Recupera sicuramente bene, in più è un duraccio fisicamente e mentalmente. Se prendiamo due atleti con le stesse caratteristiche, quel che fa la differenza è avere o meno un buon feeling con la sofferenza. C’è chi è stanco e si siede e chi, come lui, insiste.

Peccato che non abbia finito il Giro d’Italia, sarebbe stato un’utile verifica…

Infatti. Quello di Cansiglio era tappone a tutti gli effetti e poi lo Stelvio, sarebbe stato bello vedere come andava. Sono curioso di vedere se andrà al Tour de l’Avenir e come andrà. Quando lavora a Livigno, c’è chi si lamenta perché le salite sono lunghe, lui no. Io sono convinto che al Giro d’Italia sarebbe stato forte, però è una mia convinzione e, tra virgolette, la tengo per me. 

Niente Grande Boucle? La Eolo-Kometa fa così…

14.07.2023
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Luglio senza Tour: va avanti il nostro viaggio tra le squadre che non sono in Francia. Dopo aver ascoltato la Corratec-Selle Italia e la Green Project-Bardiani ecco la Eolo-Kometa. A fare gli onori di casa è ancora una volta un direttore sportivo, Giovanni Ellena.

Il tecnico piemontese era uno dei pezzi storici della compagine di Gianni Savio ed è arrivato quest’anno alla corte di Basso e Contador. L’esperienza però di certo non gli manca e ci illustra come stanno affrontando questo mese.

La Eolo-Kometa in ritiro sulle strade della Valtellina (foto Instagram)
La Eolo-Kometa in ritiro sulle strade della Valtellina (foto Instagram)

Più ritiri meno gare

Rispetto alle due precedenti formazioni, la sensazione è che in casa Eolo si punti più sulla preparazione in generale che non sulle corse. Corse che comunque non mancano, sia chiaro. Dopo il Giro d’Austria i ragazzi di Ellena torneranno a mettersi il numero sulla schiena il 25 luglio alla Prueba Villafranca.

«Nella parte centrale di questo mese – dice Ellena – sono andato a Bormio a seguire i ragazzi in ritiro. C’erano Stefano Zanatta e Biagio Conte, quest’ultimo è fisso lassù, ma volevo fare un salto anche io. Poi mi sposto proprio in questi giorni al Giro della Valle d’Aosta, corsa alla quale sono legato e che mi piace seguire».

E al Valle d’Aosta Ellena troverà anche i suoi ragazzi: c’è infatti la continental della Eolo-Kometa impegnata in questa dura corsa internazionale.

«Vado a Bormio e al Valle d’Aosta anche perché quest’anno alla fine li ho vissuti poco i ragazzi. Quando sono andato a firmare il contratto in Spagna il primo ritiro era già finito praticamente, quindi questo è il primo training camp che vivo con loro.

«E poi credo che stare sul campo, a contatto con i ragazzi sia fondamentale. Ci sono cose che non emergono in una telefonata. Non li vedo in faccia. E’ vero, ci sono le videochiamate, ma non è la stessa cosa. Invece dal vivo, magari dopo tre caffè, oppure una birra, esce qualcosina di più. Si ha qualche percezione di qualcosa che magari ti sei perso per strada».

Giovanni Ellena è da questo inverno un direttore sportivo della Eolo-Kometa
Giovanni Ellena è da questo inverno un direttore sportivo della Eolo-Kometa

A tutta Europa

E poi ci sono le gare. Gli Eolo correranno praticamente in tutta Europa: dalla Spagna alla Repubblica Ceca. Però nel complesso fanno qualche giorno di gara in meno rispetto alle altre due professional italiane. Per esempio non sono in Cina.

«Il discorso – riprende Ellena – è che abbiamo corso fino a fine giugno. Una stagione già molto intensa e nella quale siamo anche riusciti a portare a casa discreti risultati. C’è dunque bisogno di uno distacco, un punto morto in cui recuperare e “fare il punto” in vista del resto della stagione. Ed è giusto farlo nel mese di luglio, in cui c’era il giusto numero di corse».

«Si tirano un po’ le somme tra chi ha corso di più, chi è stato male, chi sta bene. Si mettono sul piatto tutte le problematiche».

La Eolo in questo luglio ha corso solo al Giro d’Austria
La Eolo in questo luglio ha corso solo al Giro d’Austria

Oltre il Tour

Recupero, lavoro e qualche corsa: è questa dunque la ricetta di luglio in casa Eolo-Kometa. Alla fine il Tour sta lì e per molte squadre è quasi un bene che ci sia questo evento “spacca-stagione”. Si ha davvero modo di ripartire e preparare al meglio gli obiettivi che sono concretamente raggiungibili.

«Alla fine – conclude Ellena – a noi il Tour non toglie nulla. O sei una professional di alto livello, strutturata in un certo modo, e ce ne sono due o tre al mondo, vedi Israel-Premier Tech, Lotto-Dstiny o Total Energies, o altrimenti è inutile andarsi a cercare delle grane.

«Già riuscire a fare bene il Giro d’Italia con otto uomini non è facile, figuriamoci ad un Tour de France. È impensabile. A meno che all’improvviso non cambi qualcosa, hai tanti soldi in più e lavori bene… Penso alla Uno-X, che adesso è ad un buon livello».

Baroncini, un weekend di beneficenza dai profumi iridati

14.07.2023
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IMOLA – Siamo stati al Suzuki Bike Day, un evento benefico dove si è pedalato per sostenere il Dynamo Camp e la popolazione colpita dall’alluvione in Emilia Romagna. Filippo Baroncini era in prima fila, letteralmente con Cassani, a guidare i 2700 partecipanti sulle strade del mondiale 1968 e 2020 di Imola. 

Sulla griglia di partenza dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari, luogo di partenza dell’evento, erano presenti molti campioni iridati sostenuti da Suzuki. Ai microfoni degli speaker che hanno animato la festa organizzata dalla casa nipponica, ogni volta che si nominava il nome del giovane romagnolo veniva sempre annunciato come  “il campione del mondo U23 del 2021”. Questa definizione è stata data più volte durante la giornata. 

Quando gli chiediamo due battute, Filippo è insieme a Moreno Argentin campione del mondo 1986. Se ci si lasciasse andare a deduzioni da oroscopo verrebbe da dire che i segnali per Glasgow sono lì. Ma riavvolgiamo il nastro e chiediamo al “Baro“.

Per Filippo la condizione è in continua crescita
Per Filippo la condizione è in continua crescita

Post infortunio

Delle tre fratture al radio in due anni di Baroncini si é parlato in lungo e in largo. Filippo alla pedalata non aveva il tutore. Un primo segnale che la via per il recupero totale sembra segnata e gli obiettivi più importanti della stagione si fanno sempre più grandi. Da quella Kuurne-Bruxelles-Kuurne del 26 febbraio il ritorno alle corse è avvenuto il 10 maggio. Una lunga e lenta ripresa percorsa su terapie già rodate nei due precedenti infortuni.

La ripresa non é stata facile ma Baro ha dimostrato di essere pronto. Mazzanti ce lo ha detto: «Filippo si è preparato molto bene per l’italiano, ha fatto un buon Tour de Suisse proprio per preparare l’appuntamento tricolore». Così unendo i puntini si può a pensare che al campionato italiano il classe 2000 non fosse ancora al 100 per cento. 

«Io mi sento più che altro in crescita, ancora non mi sento al top, quindi se è come penso io i margini di miglioramento ci sono ancora. Adesso vengono i veri obiettivi. Ho avuto uno stop a inizio stagione, però penso di essermi fatto trovare subito pronto. Il campionato ne è stata un po’ la dimostrazione, adesso sotto a testa bassa cercherò di raccogliere il più possibile fino a fine stagione».

Filippo Baroncini dopo l’arrivo del campionato italiano 2023 a Comano Terme
Filippo Baroncini dopo l’arrivo del campionato italiano 2023 a Comano Terme

250 km per dimenticare

Capitolo campionato italiano: chiuso. Sì, ma come? Una foratura lo ha estromesso dal finale che si era guadagnato. Dopo l’arrivo lo abbiamo visto in uno sfogo misto tra lacrime e ira. «Era tanta rabbia, un grande rammarico. Non sono uno che dice “la vincevo sicuro“. Il fatto è che mi rode di più non essermela giocata. Alla fine l’unica è quella la pecca che ho smaltito nei giorni successivi.

«Per sfogarmi mi son fatto 250 chilometri in compagnia di due miei amici e ci siamo divertiti. Siamo andati da casa fino a Firenze con Manuele Tarozzi e Matteo Montefiori. Mi hanno aiutato a sbollirla. Dopodiché ho avuto una settimana di riposo in cui non ho pensato alla bici, ma a stare in famiglia, stare un po’ al mare. Mi sono preso pochi giorni visto che siamo sempre sotto allenamento e sotto preparazione. Però mi sono goduto un po’ di più la vita “normale” insieme alla mia ragazza e alla mia famiglia».

Baroncini e Cassani hanno fatto gli onori di casa per i 2700 partecipanti
Baroncini e Cassani hanno fatto gli onori di casa per i 2700 partecipanti

Voglia mondiale

Chi l’ha già indossata quella maglia, sa cosa significa essere sul tetto del mondo. Nel 2021 Baroncini  si è laureato campione del mondo U23 battendo Girmay sulle strade di Leuven. A distanza di due anni pur non avendo ancora 23 anni Filippo è tra i papabili per far parte della spedizione azzurra in terra scozzese.

Cosa prevede il tuo programma ora?

Adesso correrò il Tour de Wallonie dal 22 al 26 luglio e poi dovrei essere nella lista dei papabili dei mondiali. Sarà il Benna (Daniele Bennati, ndr) a decidere se farò per lui oppure no.

Ti piacerebbe vincerlo?

Ovviamente sì, però ci vado, diciamo con le orecchie basse come quando l’ho vinto. Sono andato là per divertirmi e alla fine sono tornato a casa con una maglia. Partirò sempre con l’idea di fare il massimo, motivato al 101 per cento.

L’Italia ha vinto gli ultimi mondiali U23 nel 2021 con Baroncini
L’Italia ha vinto gli ultimi mondiali U23 nel 2021 con Baroncini
Hai già sbirciato il percorso? Ti piace?

Ho dato un’occhiata più che altro all’altimetria. Non ho ancora guardato video, dico la verità. Penso che che sulla carta non sia un mondiale duro, ma sicuramente lo diventerà per come sarà interpretato. Ci sono tanti rilanci che faranno selezione e soprattutto il chilometraggio sarà come al solito da mondiale. 

Il tuo arrivo ideale è un gruppo ristretto…

Bisogna avere ovviamente fortuna, deve girare. Alla fine son quelli i fattori chiave per fare bene.

Cosa dici di questo passaggio a Lidl, hai notato differenze?

Per adesso non si sono viste grosse differenze, anche perché devo ancora fare la prima corsa con la nuova maglia, quindi è un po’ una novità per tutti noi. Vedremo nei prossimi giorni come sarà.

Izagirre riapre una vecchia ferita, Vasseur piange. Domani le Alpi

13.07.2023
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Un giorno di ordinaria follia al Tour de France e vittoria di quel Ion Izagirre che sette anni fa ci fece quasi piangere, sfilando una vittoria quasi sicura dalle mani di Vincenzo Nibali. Lo Squalo aveva vinto il Giro, ma in Francia faticava a collegare i puntini, sulla strada delle Olimpiadi di Rio. Erano giorni pesanti e duri, fra attacchi sui giornali e colpi bassi.

Nel giorno di Morzine, con il Col de Joux Plane e la conseguente discesa, Nibali era riuscito a scollinare davanti e tuffarsi nella picchiata con la solita verve. Poi la pioggia e la voglia di non rischiare gli suggerirono di tirare i freni e sul traguardo alpino fu passato da Pantano e Izagirre, che vinse. Ironia del destino, a Rio Nibali cadde proprio in discesa, rimpiangendo forse quella tappa sfumata. Alla fine della stagione, chissà se dopo averlo visto in azione al Tour, Nibali portò con sé Ion e suo fratello Gorka nella neonata Bahrain-Merida.

«Gli ultimi chilometri sono stati emozionanti – racconta Izagirre – volevamo continuare la linea dopo la vittoria di tappa di Lafay. Eravamo venuti al Tour per vincere una tappa, ma averne già vinte due è fantastico. Ero felice di essere nella fuga giusta. La collaborazione è stata buona fino all’ultima salita, così ho deciso di attaccare. Avevo molta fiducia nelle mie gambe. Negli ultimi chilometri mi sono passate per la testa un sacco di cose. E’ stato un giorno emozionante».

Dopo il traguardo il team manager Cedric Vasseur (foto di apertura) non ha fatto nulla per trattenere le lacrime. Per la squadra che lo scorso anno lottò per non retrocedere, due vittorie di tappa sono più dell’ossigeno.

Jakobsen a casa

Già, la fuga giusta. Nel giorno in cui l’invisibile Jakobsen ha lasciato il Tour (l’olandese accusa i postumi di una caduta), la corsa è stata a dire poco esplosiva. Verrebbe da appuntare la vena di ironia che popola le vicende più recenti dei velocisti di casa Soudal-Quick Step. Lasciato andare Cavendish per puntare su Jakobsen, le prestazioni dell’olandese al Tour si sono limitate alla tappa di Nyborg dello scorso anno, antipasto del titolo europeo di Monaco. Per lasciargli spazio, la squadra ha lasciato partire anche Merlier, salvo scoprire che dal 2024 Jakobsen se ne andrà, probabilmente al Team DSM.

Comunque stamattina c’è stato appena il tempo perché Prudhomme abbassasse la bandierina di partenza e Mads Pedersen ha attaccato.

Ha continuato a insistere per tutta l’ora successiva, mentre Van Aert sembrava iperattivo in testa al gruppo, senza tuttavia riuscire a guadagnare metri. La fuga giusta è partita dopo 70 chilometri da mal di testa e ha visto a fasi alterne gli attacchi di Van der Poel e Amador, mentre dietro il gruppo esplodeva. Poi Van der Poel ha deciso di fare da sé, ma ha pagato l’assolo, staccandosi dopo aver iniziato con un piccolo vantaggio anche l’ultima salita.

Un circolo virtuoso

Izagirre è partito con un vantaggio di 25 secondi proprio sulla cima della rampa finale, mentre dietro Guillaume Martin faceva la guardia con astuzia e grande tempismo.

«E’ stata molto dura dall’inizio alla fine – racconta il filosofo della Cofidis, venuto al Tour per fare classifica – e davanti tutti hanno finito la tappa con l’energia che gli era rimasta. Il gruppo in fuga alla fine si è sbriciolaro. Abbiamo pedalato anche con le orecchie – ha riso – come si suol dire in questi casi, ma questi sono giorni belli e bei ricordi. 

«Ho provato a controllare, non è stato facile perché alla fine attaccavano a turno e sono contento di avere di nuovo gambe che rispondono bene. Ion (Izagirre, ndr) prima ha chiuso su Thibaut Pinot e poi ha attaccato ed è riuscito a vincere. E’ un circolo virtuoso, la vittoria chiama vittoria e noi della Cofidis potremmo non fermarci qui».

Van der Poel è stato anche da solo al comando, ma ha dovuto arrendersi alla gamba che ancora non c’è
Van der Poel è stato anche da solo al comando, ma ha dovuto arrendersi alla gamba che ancora non c’è

La resa di Van der Poel

Secondo Sonny Colbrelli, che oggi a Reggio Emilia ha presentato la Merida prodotta col suo nome in edizione limitata, Van der Poel ha fatto ancora un po’ di prove per il suo vero obiettivo: il campionato del mondo.

«Mi sono sentito meglio oggi – ha detto Mathieu, ancora rauco – ma il mio corpo non è ancora pronto per una prestazione vincente. Sono tre giorni che mi sento male. Ricevere il numero rosso è un bel premio, ma avrei preferito vincere. Oggi potrebbe essere stata la mia ultima possibilità di fare qualcosa, ma non ho avuto abbastanza vantaggio per passare l’ultima salita. Nei prossimi tre giorni il percorso non fa per me. Se non altro, sono contento di essermi sentito meglio rispetto agli ultimi tre giorni».

Largo ai giganti

Da domani infatti il gruppo attaccherà le Alpi, con l’arrivo in salita a Grand Colombier, in una tappa breve di 138 chilometri.

Sabato giornata più lunga, con 152 chilometri e l’arrivo a Morzine con lo stesso finale di quella volta nel 2016.

Infine domenica, altri 179 chilometri fino a Saint Gervais Mont Blanc. Le tappe interlocutorie sono finite, da domani riprenderanno in mano le operazioni le squadre dei giganti. E Pogacar, tanto per scaldare la gamba, come risposta implicita agli scatti del mattino di Vingegaard, ha fatto la volata di gruppo.

Un inglese sul Bianco. Impresa di Golliker a Pré de Pascal

13.07.2023
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COURMAYEUR – Il Monte Bianco si può toccare con un dito dalla radura di Pré de Pascal. Il ghiacciaio del Miage ogni tanto – sin troppo spesso ahinoi – scarica blocchi di ghiaccio. Il boato rimbomba per tutta la Val Veny rompendone il tipico silenzio della montagna. Poco dopo a rompere questo silenzio è il fiatone di Joshua David Golliker che, ciondolante, si arrampica sino a quota 1.912 metri di questo spettacolare arrivo del Giro della Valle d’Aosta. Un inglese sul Bianco, un po’ come i pionieri dell’alpinismo. Tra l’altro oggi la tappa è partita proprio davanti la casa delle guide alpine di Courmayeur.

Se ieri l’antipasto era stato leggero, oggi ecco una prima tappa cattiva, durissima. Al via ci si chiedeva perché ci fossero poche squadre italiane presenti a questa gara. Una delle motivazioni addotte da più direttori sportivi è che la corsa è troppo dura e pochissimi team nostrani hanno l’uomo adatto per un tracciato tanto esigente. Forse è così, forse no, ma di certo il Valle d’Aosta non è mai stato troppo morbido.

Non solo salite, il Valle d’Aosta si conferma corsa dura sotto ogni aspetto (foto Alexis Courthoud)
Non solo salite, il Valle d’Aosta si conferma corsa dura sotto ogni aspetto (foto Alexis Courthoud)

E’ sempre Fdj

Chi invece l’uomo ce lo aveva (e chissà se lo sapeva) era la continental della Groupama-Fdj. Negli ultimi due anni i ragazzi di Jerome Gannat, il diesse, avevano dominato. Ma era un’altra squadra. Una squadra piena zeppa di campioni: da Germani a Martinez, da Gregoire a Thompson…

«Non è quella squadra – ci aveva detto stamattina Gannat – però Rolland Brieuc può far bene e forse anche un altro ragazzino». E l’altro ragazzino non ha fatto bene: ha fatto benissimo.

Joshua Golliker si è reso protagonista di un finale strepitoso. E non solo lungo la scalata finale. L’inglese è scattato quando stavano per riprendere la fuga, ad una decina di chilometri dall’imbocco della salita. Si pensava lavorasse per gli altri visto quanto spingeva forte nel fondovalle.

«Mi è sembrato un buon punto per scattare – racconta Golliker mentre aspetta di andare sul podio – c’era qualcuno della vecchia fuga e ho deciso di spingere forte. In questo modo potevo andare del mio passo e così attaccare la salita con un po’ di margine».

«Cosa pensavo durante la scalata? A niente. Ho spento il cervello e mi concentravo solo sulla cadenza». Una cadenza alta, sempre sulle 80 rpm con il 36×34 come rapporto più leggero sulla sua Lapierre. Una cadenza ottima considerando che spesso si pedalava al 13 per cento con una punta del 20.

Ragazzino terribile

Golliker è un primo anno, è del 2004, così come i primi tre di oggi. E certe prestazioni a questo livello assumono ancora più valore. 

«Joshua ha corso in Francia lo scorso anno – racconta Gannat – con una squadra di Tolosa (Team 31 Jolly Cycles, ndr) ed ha anche vinto. Lo abbiamo adocchiato e alla fine lo abbiamo preso».

«Sì, un po’ sono stupito anche io che sia riuscito a vincere, ma poco. Questa mattina vi avevo detto che avevamo due ragazzi, ebbene l’altro era lui. La scorsa settimana eravamo in ritiro da queste parti e abbiamo provato le tappe di questo Valle d’Aosta. Ho visto che pedalava bene, che stava crescendo molto di condizione. Questo poteva essere un arrivo adatto a lui».

«E poi ha giocato bene le sue carte. Lo scatto in quel punto intermedio nel fondovalle non è stato casuale. David è molto forte, ma non ha la botta secca, non ha il cambio di ritmo. In questo modo è potuto andare via di passo».

Certo che se va così, potrebbe anche tenere la maglia gialla. Ma tutto è da scoprire e lo stesso diesse francese sembra “viverla alla giornata”.

Ultimo chilometro. Faure Prost scatta e guadagna qualche secondo sui diretti avversari. Da segnalare il ritiro di uno dei favoriti: Finlay Pickering
Ultimo chilometro. Faure Prost scatta e guadagna qualche secondo sui diretti avversari. Da segnalare il ritiro di uno dei favoriti: Finlay Pickering

Faure Prost scalpita

Ma dietro i big hanno lasciato fare solo in parte. Va detto che le squadre dei favoriti hanno corso come i pro’. Un grande controllo, ranghi compatti e sgasate potenti nel finale.

E tra i favoriti c’è senz’altro Alexy Faure Prost, francese della Circus-ReUz. Nei 1.500 metri finali ha mangiato oltre 30” a Golliker.

«Oggi sono arrivato secondo dietro a un corridore che ha fatto una buona azione – ha detto Faure Prost – Per me lui non è una novità. L’anno scorso ha corso in Francia, quindi lo conoscevo e so che quando sta bene può fare grandi numeri. Magari non mi aspettavo li facesse a questo livello. Ma è anche vero che ai piedi della salita aveva già un buon vantaggio e ormai era tardi per noi».

Per molti Faure Prost è tra i favoriti, se non il favorito. Lui accetta questa affermazione, ma dice anche che ci sono altri atleti che possono fare bene e poi sono talmente giovani e il percorso è talmente duro, che è difficile fare previsioni. Però…

«Però le gambe stavano bene. Credo di averle sbloccate del tutto nell’ultima salita. Sono fiducioso per i prossimi giorni».

La sfida è appena iniziata, ci aspettano ancora tre giorni di fuoco. Durissimi, affascinanti. E la sensazione è che la Groupama-Fdj venderà cara la pelle. 

“Benjo” Thomas, fari puntati su mondiali, Vuelta e Parigi

13.07.2023
6 min
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FIORENZUOLA – Lo stiamo ripetendo da tempo, quasi allo sfinimento. Per tanti motivi quelli di Glasgow non saranno mondiali qualunque. Inizieranno il 3 agosto e saranno un’anticipazione di Parigi 2024. Su pista vincere in Scozia significherà garantirsi l’accesso alle olimpiadi. Fra i tanti in cerca del pass c’è Benjamin Thomas con la sua Francia.

Il bresciano d’adozione della Cofidis guiderà la sua nazionale nella rassegna iridata verso quella a cinque cerchi. Un compito difficile non tanto perché la Francia sia a rischio partecipazione, quanto perché sappiamo quanto i nostri cugini d’Oltralpe sentano il peso dell’evento in casa propria. Thomas lo abbiamo visto “in borghese” durante i campionati italiani su pista a Fiorenzuola in qualità di accompagnatore-allenatore non solo della fidanzata Martina Alzini. Per “Benjo” è stato un momento di stacco psico-fisico prima di rituffarsi in ottica mondiale. Sarà il solito cliente scomodo per tutti, Italia compresa, e così con lui abbiamo approfondito il discorso.

Su strada Thomas punta a correre la Vuelta ed in generale trovare un risultato importante per rilanciarsi
Su strada Thomas punta a correre la Vuelta ed in generale trovare un risultato importante per rilanciarsi

“Benjo” coach

Dall’altra parte del rettinilineo d’arrivo dell’anello di Fiorenzuola c’è Thomas tutto solo in bermuda e t-shirt neutri. Quella è la sua mattonella in cui incita non solo Alzini ma anche Alessio Delle Vedove. E dopo il briefing pre-gara c’è pure quello alla fine.

«Sono diventato tanto amico con Benjo – spiega il classe 2004 della Circus Reuz – ci alleniamo spesso attorno a casa nostra (zona Lago di Garda, ndr) quando entrambi non siamo via per le corse. E’ tanta roba averlo avuto come coach durante i campionati italiani in pista. E’ un onore avere una persona come lui che ti dà anche un piccolo suggerimento. Sono ancora molto giovane e accetto qualsiasi consiglio da lui. Onestamente (sorride, ndr) mi faceva davvero uno strano effetto vederlo e sentirlo a bordo pista che mi incitava ad ogni giro nella corsa a punti. Che emozione!».

Benjamin che bilancio possiamo fare sulla tua stagione finora?

Siamo a metà e la prima parte purtroppo non è andata tanto bene. Colpa di qualche problema fisico e della sfortuna per alcune cadute proprio in gare a cui puntavo. Ho perso un po’ di tempo. Mi sono concentrato sulle corse in cui riuscivo a centrare risultati. L’anno scorso a fine maggio avevo già quattro vittorie e quest’anno invece ne ho solo una in una crono in Francia (terza tappa della 4 Giorni di Dunquerke, ndr). Le piccole soddisfazioni sono che proprio nelle crono sto ritrovando le sensazioni di livello. Mi sono adattato bene anche ai nuovi materiali. Su strada sento che sto crescendo. La qualità si alza tanto ogni anno. Mi manca ancora un po’ di fortuna per centrare quel risultato che mi possa sbloccare. Speriamo avvenga entro fine stagione (sorride, ndr).

Inevitabile constatare che anche Martina stia vivendo un periodo simile.

Anche lei è in crescita. Su strada siamo due atleti ancora giovani. Non abbiamo dato fondo a tutte le nostre potenzialità, soprattutto Martina. Ha delle caratteristiche fisiche davvero ottime. Quest’anno ha ottenuto diversi podi in gare dove poteva centrare una vittoria. Anche lei sta cercando il grande risultato ma ci è sempre più vicina. I campionati italiani in pista sono stati un punto di rilancio per la stagione e prendere fiducia.

Proprio ai tricolori in pista abbiamo notato quanto tu fossi tranquillo.

Due giorni prima degli italiani su pista ho saputo che non sarei andato al Tour de France. Passi da prepararti per andare via un mese da casa per la più grande gara del mondo a… niente (sorride, ndr). Il mio coach mi ha detto di fare riposo per diversi giorni. Quindi ho accompagnato Martina agli italiani così penso ad altro. Mi ha fatto bene ritrovare l’ambiente della pista. In quei giorni sono uscito in bici senza alcun assillo. Pedalate tranquille per prendere il caffè. Sono quelle cose semplici che ami rifare. Da inizio luglio però ho ricominciato con un programma più intenso. Ci sono tanti obiettivi. Mi sono messo in testa di correre la Vuelta. Piano piano mi ricostruisco una preparazione.

Prima però ci sono i mondiali su pista…

Esatto. Ho fatto dieci giorni di altura a Tignes con la nazionale della pista ed ora sono a Livigno. Poi faremo una preparazione a fine luglio a Parigi per assimilare il lavoro in pista e ritrovare quelle giuste sensazioni. Non corro su pista dalla prova di Nations Cup in Canada (20-23 aprile, ndr).

Thomas ha vinto la crono della 4 Giorni di Dunquerke disputando un prova convincente
Thomas ha vinto la crono della 4 Giorni di Dunquerke disputando un prova convincente
Come ci arriva Benjamin Thomas?

Adesso noi come Francia stiamo puntando tutto su Parigi 2024. I mondiali di quest’anno sono una prova generale. Stiamo facendo cose che rifaremo l’anno prossimo. Quest’anno ho fatto pochi ritiri perché ho corso molto su strada ma i miei compagni di nazionale hanno fatto un bel blocco di lavoro, specie i ragazzi del quartetto. A Glasgow farò quello che sarà il programma olimpico. Inseguimento a squadre, omnium e americana, sempre che tutto vada bene.

Com’è il clima in squadra?

Buono. Lavoreremo una decina di giorni sul quartetto prima dei mondiali. Il nostro gruppo si compone di sette corridori. Valentin Tabellion, atleta esperto per la partenza, Thomas Denis, Quentin Lafargue e Corentin Ermenault. Poi ci sono i miei compagni di americana Thomas Boudat e Donavan Grondin che anche loro spesso fanno il quartetto. Anche noi dobbiamo guadagnarci la qualificazione per le olimpiadi attraverso i mondiali. Siamo partiti bene con il bronzo europeo e altri podi in Nations Cup. Noi punteremo a fare i migliori tempi possibili senza fare gara su nessun’altra nazionale. Cercheremo di avvicinarci il più possibile alla vittoria. Ovvio che vedremo a Glasgow come staremo tutti. In Europa bene o male riusciamo tutti a farci un’idea ma mi riferisco soprattutto australiani o neozelandesi che per buona parte della stagione tendono a nascondersi. Ti accorgi della loro condizione quando li vedi girare in pista poco prima delle gare.

Che cosa rappresenta per un francese l’olimpiade di Parigi?

Gli italiani mi dicono sempre che non sembro un francese (sorride, ndr). Ovvio che sono orgoglioso di rappresentare il mio Paese fin dalla prima convocazione da junior. Però se c’è una cosa che non voglio è avere pressioni in più. Ho già vissuto quella situazione a Tokyo e non mi andava bene. Ero arrivato da favorito numero uno perché avevo una grande condizione già da luglio. Nell’americana avevamo preso il bronzo ma nell’omnium non è andata bene per niente (quarto posto, ndr). La mattina della gara non ero riuscito nemmeno a mangiare. Ero troppo stressato. Se arriveremo a Parigi la prenderò con più serenità. Mi dirò “Hai già toccato il fondo a Tokyo da favorito e hai deluso tutti. Cosa vuoi che ti capiti di peggio?” (ride, ndr). Correrò concentrato ma senza pensieri.

Per Biagini un contratto da pro’ dopo l’annus horribilis

13.07.2023
5 min
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Nei giorni scorsi molti sono rimasti stupiti dalla notizia del futuro passaggio di Federico Biagini alla Green Project Bardiani CSF Faizané, ennesimo giovane che approda alla corte di Reverberi. Stupiti perché il corridore emiliano sembra arrivato quasi dal nulla: nella passata stagione era stato pressoché assente dai principali ordini di arrivo under 23, quest’anno invece è uno dei più costanti, con perle come le vittorie alla Fiorano-Fiorano e al Giro del Montalbano (foto Instagram in apertura), podi al GP Santa Rita e Giro del Piave (tutte gare nazionali) e nel complesso una decina di piazzamenti nella top 10.

Prima della Zalf, Biagini è stato nel 2022 alla Carnovali Rime Sias, senza avere tempo per emergere
Prima della Zalf, Biagini è stato nel 2022 alla Carnovali Rime Sias, senza avere tempo per emergere

Tre virus e due incidenti

A che cosa si deve una simile trasformazione? La naturale maturazione di un ragazzo di vent’anni c’entra fino a un certo punto. Chi ha buona memoria ricorderà come un paio d’anni fa l’ex iridato Luca Colombo, che ha curato la sua crescita giovanile, fosse pronto a giurare sulle sue qualità. E allora?

«Allora è successo che ho vissuto un 2022 davvero drammatico – spiega Biagini – iniziando già da gennaio con il Covid, a cui a febbraio si sono aggiunti in rapida successione mononucleosi e toxoplasmosi. Sono stato fermo due mesi. Quando gli altri iniziavano a gareggiare, io dovevo ancora fare tutta la preparazione. Avevo gareggiato alla San Geo, poi sono stato assente dalle gare fino all’8 giugno. A quel punto avevo la maturità da sostenere, altro stop, ripresa a fine luglio e qualche risultato arrivato solo a fine stagione, giusto per farmi riassaporare il gusto della sfida».

Armofer 2021
Biagini al centro con i compagni dell’Armofer: una scuola prima ancora che un team juniores
Armofer 2021
Biagini al centro con i compagni dell’Armofer: una scuola prima ancora che un team juniores
Eppure nell’ambiente il tuo nome non era passato inosservato, tanto è vero che la Zalf decise d’ingaggiarti…

Ed è stata la mia fortuna. Anche altre squadre mi avevano contattato, memori di quanto avevo fatto da junior, ma quando è arrivata la proposta della Zalf non ho avuto dubbi. Oltretutto è arrivata in un momento psicologicamente molto difficile, considerato quello che avevo passato, quindi mi ha dato nuova spinta.

Finora sei soddisfatto di quel che hai fatto?

Molto, anche perché assume più valore considerando gli incidenti avuti. Già, non mi sono fatto mancare neanche quelli. Dopo una buona preparazione invernale, a gennaio ho avuto il primo investimento e il 20 febbraio un secondo, con frattura a un polso. Dopo una settimana c’era la prima gara e volevo assolutamente essere presente, così sono tornato subito in sella, ho perso solo un giorno di allenamento. Il 26 marzo altra caduta causata da un’auto, con lussazione di un gomito.

Biagini raggiunge per quattro anni la Green Project-Bardiani dei Reverberi: squadra reggiana come lui
Il reggiano con la nuova maglia, per l’approdo a “casa Reverberi”
Dove ti alleni il traffico è davvero un così grande problema?

Io abito in centro a Reggio Emilia, ma sono abbastanza vicino alle colline e cerco sempre di allenarmi su strade poco trafficate. E’ chiaro che con le auto devi sempre avere a che fare e sinceramente ogni uscita rappresenta un rischio, bisogna sempre essere vigili. Devo però dire, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, che sto notando come da parte degli automobilisti inizi a fare capolino maggiore sensibilità verso i ciclisti, un po’ più di attenzione, spero che si continui su questa strada.

Secondo te questa costanza di rendimento da che cosa scaturisce?

Io interpreto ogni gara come se fosse un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Penso a me, ma anche alla squadra, se quel giorno non ho grandi gambe o la corsa non si addice a me, mi metto a disposizione. Non mi piace correre su un piano attendistico, preferisco prendere l’iniziativa, attaccare, fa un po’ parte della mia natura.

Il trionfo a Fiorano battendo Federico Manenti nello sprint a due (foto Scanferla)
Il trionfo a Fiorano battendo Federico Manenti nello sprint a due (foto Scanferla)
Qual è stata la vittoria più importante?

Sicuramente quella di Fiorano, proprio per tutto quello che avevo passato nei due anni dall’ultimo successo. Sapevo di essere in forma, ma finché il successo non arriva senti sempre qualcosa che ti blocca. Diciamo che da allora cerco di correre per il risultato pieno, senza accontentarmi del piazzamento com’ero un po’ portato a fare.

Ora che il tuo futuro è segnato, non temi, anche inconsciamente, di veder calare la tensione in ogni corsa?

Affronterò la seconda parte di stagione con più tranquillità, sicuramente sapere di avere in tasca un contratto quadriennale mi evita lo stress di correre pensando a trovare un approdo per il futuro, ma non voglio certo adagiarmi. Anzi mi sono accorto che ora ho anche più concentrazione e determinazione in allenamento e sarà così anche in gara.

Alla cronosquadre del Giro del Veneto il reggiano è stato decisivo, tanto da vestire la maglia di leader (photors.it)
Alla cronosquadre del Giro del Veneto il reggiano è stato decisivo, tanto da vestire la maglia di leader (photors.it)
Hai scelto un progetto italiano quando molti tuoi coetanei vanno all’estero. Non hai paura che il calendario che ti troverai ad affrontare non sarà all’altezza di quello delle squadre Devo del WorldTour?

Qualche squadra WT mi aveva anche cercato, ma quando è arrivata la proposta di Reverberi non ci ho pensato due volte, non solo perché per me è la squadra di casa, ma perché mi sembra il team ideale per crescere senza fretta e proprio il calendario di gare è quello ideale per fare i giusti passi avanti. Ci sarà occasione per confrontarsi con i grandi, per imparare e cercare di farsi sempre più vedere, salire di livello.

Considerando che nell’ambiente sei considerato uno scalatore con una buona base di velocità e buone esperienze sul passo (visto ad esempio il contributo nella vittoriosa cronosquadre del Giro del Veneto), come ti trovi nelle corse a tappe?

Non ne ho mai fatte molte, dovrei testarmi per capire che cosa potrei ottenere, al Veneto ad esempio ho centrato un ottavo posto. Diciamo che questa è una delle principali sfide a cui vado incontro.

Bagioli e Sobrero, niente Tour. Ricordate le parole di Amadio?

13.07.2023
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L’Italia in questo Tour de France ha il record non proprio bello di annoverare al via soltanto sette atleti, che sono diventati sei dopo il ritiro di Jacopo Guarnieri. Riallacciandoci al discorso fatto qualche giorno fa con Roberto Amadio sul fatto della mancanza di una squadra italiana e dei pochi corridori nostrani nelle grandi gare, ci sono due casi emblematici. Stiamo parlando di Matteo Sobrero e Andrea Bagioli.

La squadra che non c’è

I due ragazzi erano stati entrambi precettati per la Grande Boucle dai rispettivi team. Si erano ben preparati, ci credevano e soprattutto per questo obiettivo che era stato loro “promesso” o quantomeno inserito nei programmi, avevano anche sacrificato il Giro d’Italia.

Invece sono rimasti a casa con il classico pugno di mosche in mano. 

Stiamo parlando di due buoni atleti, che senza una tutela, un’attenzione che può avere nei loro riguardi una dirigenza italiana rischiano di perdere mesi preziosi. E quando diciamo tutela, non intendiamo favoritismi, ma un modo diverso di lavorarci, nell’approcciare la loro professione.  

E parliamo di team, che in fatto di lavoro e programmazione sono tra i migliori in assoluto. Due come loro magari potrebbero fare il salto di qualità definitivo.

Sobrero (classe 1997) ha vinto la 4ª frazione del Giro d’Austria. Non ha mai disputato il Tour
Sobrero (classe 1997) ha vinto la 4ª frazione del Giro d’Austria. Non ha mai disputato il Tour

Sobrero, rabbia austriaca

Matteo Sobrero, in questo suo “non Tour” è persino riuscito a tirare fuori una vittoria. Il piemontese della Jayco-AlUla (che l’anno prossimo è indiziato di cambiare squadra) ha infatti conquistato la quarta frazione del Giro d’Austria, con uno sprint a ranghi ridotti in cui c’era tanta cattiveria agonistica.

Matteo, eri uno dei forti indiziati per il Tour della tua squadra. Poi cosa è successo?

Dovreste fare questa domanda allo staff o alla squadra! Diciamo che mi è dispiaciuto particolarmente non fare il Tour… però alla fine penso sia stata più una scelta legata al fatto che probabilmente andrò via e quindi hanno preferito puntare su altri che una scelta tecnica.

Una decisione tra virgolette politica. Anche perché poi hai dimostrato di andare forte, grazie alla vittoria in Austria.

Sì, esatto. Avevo comunque preparato il Tour quindi la condizione era buona per quella corsa. E’ logico che mentalmente e moralmente dopo una notizia così, dopo aver perso l’obiettivo per cui ti stavi allenando, ti rilassi un po’. Dici: e ora cosa faccio? Mi hanno proposto il Giro d’Austria e ho accettato. Ho preferito correre piuttosto che stare a casa. E ho fatto bene: alla fine la vittoria fa molto piacere e anche come squadra siamo andati bene nella generale.

A conferma che la preparazione per il Tour l’avevi fatta bene…

Ero in crescendo. Magari al Giro di Svizzera non ero ancora del tutto pronto, come agli italiani d’altronde. Ma stavo migliorando dopo il tanto lavoro accumulato.

Quando ti hanno detto che non saresti andato in Francia? L’hai capito strada facendo o c’è stata una comunicazione precisa?

Una comunicazione specifica, poco prima dell’italiano, che credo non sia stato il massimo anche per quello. 

Guardiamo avanti: adesso il programma cosa prevede?

Farò il Polonia e quindi la Vuelta.

E come ci arrivi alla Vuelta se stavi preparando il Tour?

Dopo l’italiano ho fatto quattro giorni di riposo totale, poi ho ripreso gradualmente. Da ieri sera sono a Macugnaga, in altura, dove vado sempre con Pippo (Ganna, ndr). Ci resterò una dozzina di giorni e poi appunto farò il Polonia e la Vuelta.

Andrea Bagioli (classe 1999) si era ben comportato al Delfinato. Tra l’altro è un ottimo supporto per Alaphilippe
Andrea Bagioli (classe 1999) si era ben comportato al Delfinato

Bagioli sogna l’azzurro

Molto simili a quelle di Sobrero, sono le parole di Andrea Bagioli. Il corridore della Soudal-Quick Step (in scadenza di contratto) credeva fermamente nel progetto Tour e tanto si era impegnato. Ma anche per lui a giugno, una decina di giorni prima del tricolore è arrivata la doccia gelata. E anche per lui la delusione c’è stata.

Andrea, come si fa con gli stimoli?

Ti crolla un po’ il mondo addosso dopo che ci avevi lavorato tanto. Dopo la Liegi avevo fatto una settimana di stop per riposare bene. Avevo ripreso ad allenarmi ed ero andato a Sierra Nevada, in altura (col gruppo del Tour, ndr). Al Delfinato ero in crescita secondo me, infatti sono uscito da quella corsa che stavo molto bene. Poi è arrivata la notizia e tutto si un po’ fermato.

Come te l’hanno giustificata?

Mi hanno detto che volevano portare una squadra tutta (o quasi) per Fabio Jakobsen, il velocista. E io non facevo parte di quel gruppo, di quella formazione.

Andiamo avanti Andrea. Stesse domanda fatta a Sobrero: adesso qual è il tuo programma?

Ma sì dai, ormai è tutto passato, anche la delusione. Sto già pensando ai prossimi obiettivi. Dal 22 al 26 luglio disputerò il Tour de Wallonie e poi andrò alla Clasica de San Sebastian. E poi ancora spero che le cose vadano bene per ottenere una convocazione per i mondiali.

Al Wallonie avrai un po’ di spazio per te?

In teoria sì, dovrei avere un po’ di carta bianca. Anche perché il percorso è mosso, con salite brevi, dunque è adatto alle mie caratteristiche. Mentre a San Sebastian no. Lì ci sarà Remco e si lavorerà per lui. Il che, per uno così, fa anche piacere. Sai chi è, cosa può fare e lavori con un certo stimolo.

Come hai rivisto la programmazione atletica?

Dopo il campionato italiano mi sono fermato giusto quattro giorni per riposare, soprattutto mentalmente. All’improvviso, dopo l’obiettivo saltato, ero stanco. Ho ripreso gradualmente facendo principalmente ore di sella, in quattro giorni non perdi moltissimo la condizione. Non sono andato in altura ma mi sto allenando a casa.