Bennati “legge” da dentro il poker di Philipsen

12.07.2023
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«L’anno scorso – dice Bennati – l’ho visto vincere a Parigi veramente alla grande. Quest’anno ha vinto l’ultima tappa alla Tirreno, sta crescendo veramente forte. Poi è arrivato secondo alla Roubaix. Questo secondo me è un cagnaccio anche al mondiale».

L’analisi di Bennati

Jasper Philipsen ha appena vinto la quarta tappa su cinque volate disputate e il commissario tecnico della nazionale, che di tappe al Tour se ne intende, lo ha seguito con grande attenzione, visto l’appuntamento di Glasgow che ormai si intravede in fondo al rettilineo. Nella giornata in cui Daniel Oss ha conquistato il numero rosso, le parole di Bennati sono molto interessanti.

«Con le dovute proporzioni – sorride Bennati, mettendo le mani avanti – mi sono rivisto in una volata che ho vinto alla Vuelta nel 2012. La riguardo spesso, perché è uno di quei casi in cui, come si dice fra corridori, non sentivo la catena. A un certo momento a 300 metri dall’arrivo, Philipsen ha smesso di pedalare per due volte, però è rimasto sempre lì. Poi col colpo d’occhio, è riuscito a capire tutte le situazioni. Quando un velocista è al top della condizione, gli va tutto bene. Si ritrova con una grande consapevolezza di se stesso ed è quello che sta capitando anche a lui. E’ nettamente più forte…».

La tappa di Valladolid alla Vuelta del 2012: Bennati ha rivisto le stesse dinamiche in questo finale
La tappa di Valladolid alla Vuelta del 2012: Bennati ha rivisto le stesse dinamiche in questo finale
Ha anche capito dove si apriva la volata, non ha rischiato di rimanere chiuso…

Ha preso la ruota di Van Aert e poi in un attimo ha capito che quella non era la ruota giusta. Quelli sono sforzi che se non hai la gamba, non fai più la volata. Invece lui ha lasciato Van Aert e ha fatto una prima volata per andare nella scia di Groenewegen. E quando è arrivato alla sua ruota, Groenewegen è partito. Lui è stato lì. E quando ha visto il momento giusto, ha accelerato e gli ha pure dato tre bici.

Al Giro dicemmo che Cavendish aveva vinto la volata di Roma, perché non c’erano grossi rivali. Qui ad esempio Jakobsen non è neppure l’ombra di se stesso…

Qui però ci sono tutti gli altri. E’ vero che Jakobsen non va, però io ho guardato le gare che hanno fatto insieme, dal Giro del Belgio e anche qualche classica di lassù, e negli scontri diretti ha vinto quasi sempre lui. Poi c’è Van Aert, che a volte mi fa venire il nervoso…

In che senso?

Va veramente forte, attualmente è il più forte, non si discute. Mi fa venire il nervoso perché non si risparmia mai e non riesce a concludere quello che potrebbe. Forse sono umani anche loro. Se anche sei un fuoriclasse e spendi più del normale, prima o poi la paghi. Secondo me sta succedendo questo. La settimana scorsa ha fatto quella tappa clamorosa il giorno del Tourmalet e poi l’ha pagata. Secondo me non sarebbe normale se lui facesse quegli sforzi e il giorno dopo vincesse anche le tappe.

Quarta vittoria per Philipsen su cinque volate. Per lui anche un secondo posto
Quarta vittoria per Philipsen su cinque volate. Per lui anche un secondo posto
Cosa ti ricordi di quella tappa di Valladolid?

Avevo l’impressione che la bici andasse dove volevo io, quasi la telecomandassi. Non è solamente un fatto di condizione fisica, ma anche di una consapevolezza superiore. Di conseguenza, se sbagli hai la capacità di recuperare lo sbaglio e di anticipare quello che agli altri richiede più tempo.

Lucidità che deriva dalla condizione?

Oggi Philipsen ha dato la dimostrazione di essere il più in forma. E’ chiaro che stamattina, dopo tre tappe vinte, aveva appetito e la consapevolezza di quando sei forte e sai anche che puoi permetterti qualcosa in più. Quindi, dal punto di vista psicologico, lui approccia la volata in modo molto più tranquillo, molto più sereno. Gli altri invece hanno l’ossessione di vincere e di non sbagliare. E quando hai l’ossessione di non sbagliare è la volta che sbagli. E se sbagli una, due o tre volte, la volata non la fai più.

Oss è stato l’ultimo ad arrendersi nella fuga, ma lamenta la poca convinzione dei compagni d’avventura
Oss è stato l’ultimo ad arrendersi nella fuga, ma lamenta la poca convinzione dei compagni d’avventura

La fuga di Oss

Discorsi da velocisti e non da attaccanti. Quante forze ha buttato via oggi Daniel Oss nella fuga? E quanto è diverso correre spargendo energie con il secchio, anziché centellinarle come fanno i velocisti? Il trentino è sul pullman e sotto si sente la voce di Sagan (all’ultimo Tour) che lo prende in giro, perché avrebbe sfruttato la scia di una moto. Ma Daniel nega e l’altro sotto si mette a ridere, dicendo che una moto a lui servirebbe per tirargli le volate.

«Adesso hanno visto che al Tour – ride Oss – ci sono anche io. L’idea era quella di prendere una fuga un po’ più numerosa, perché era chiaro che si volesse arrivare in volata. Ci sono stati un po’ di scatti, sembrava che andassero via quattro o cinque, invece ci siamo ritrovati solo in tre. Siamo andati via pianissimo, perché il gruppo non ci lasciava. E quando ci hanno messo sotto il minuto, il morale è andato sotto zero. Non è che avessi grandi piani, però sapevo che la strada girava verso destra e il vento sarebbe stato favorevole.

Per il trentino arriva il numero rosso: non era una fuga che potesse arrivare, ma si è goduto la giornata
Per il trentino arriva il numero rosso: non era una fuga che potesse arrivare, ma si è goduto la giornata

«Metti che sei anche abbastanza veloce – prosegue Oss – che puoi tenere un’andatura bella alta, tieni duro, no? Da solo riuscivo ad andare davvero forte. Invece si sono rialzati e mi hanno proprio lasciato lì. Si sono staccati perché non volevano e quello un po’ mi ha infastidito. Però alla fine quei chilometri me li sono goduti. C’era tanta gente, è sempre figo, è bellissimo davanti con il pubblico e quel po’ di pioggia che poteva rallentare il gruppo per paura di scivolate. Potevo pensare che sarei arrivato se fossi stato solo negli ultimi 2 chilometri, però mancava ancora tanto, era tutto un work in progress. Se ci riprovo? Non dipende tanto dalla volontà, ma dalle gambe. Il gruppo ha un livello pazzesco, vanno fortissimo, c’è una concorrenza davvero incredibile».

Tempesta su Arvier, che potenza Vandenstorme

12.07.2023
4 min
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ARVIER – Un ciclone su Arvier è Dylan Vandenstorme (in apertura foto Alexis Courthoud). Giocando col suo cognome, si potrebbe dire che sulla Valle si sia abbattuta una tempesta, tanto è stato potente il corridore della Circus-ReUz.

Questa volta il Giro della Valle d’Aosta è iniziato con una tappa insolita per le sue caratteristiche: 80 chilometri con poco più di 1.500 metri di dislivello che i 120 ragazzi in corsa hanno letteralmente divorato: media oraria superiore ai 43,3. Una sorta di prologo lungo.

Ma la tappa si prestava ad essere veloce. «Quest’anno – ci ha detto patron Riccardo Moret – abbiamo deciso per un inizio diverso. Volevamo che tutti i ragazzi arrivassero all’arrivo, così da non “spalmare” subito la classifica. E credo che ci siamo riusciti. E nonostante tutto qualche ritardatario c’è stato. Ma tranquilli da domani vedrete che salite!».

Lorenzo Galimberti, ripreso nel finale, ha chiuso a 6″. Aveva azzeccato la fuga buona ed era il solo italiano presente
Lorenzo Galimberti, ripreso nel finale, ha chiuso a 6″. Aveva azzeccato la fuga buona ed era il solo italiano presente

Bravo Galimberti

La corsa è un saliscendi continuo. Nei vari scatti esce una fuga interessante di quattordici atleti, tra cui gli italiani De Cassan, Bracalente e Lorenzo Galimberti della Biesse-Carrera.

«Ci credevo sin dal via – ha detto a fine tappa il lombardo – immaginavo una corsa così e mi piaceva il percorso: così esplosivo, così veloce. Poteva andare via una fuga più numerosa, ma anche ridotta come di fatto è stato perché il percorso era ricco di strappi, c’era più di qualche curva e nel ritorno del circuito il vento era a favore».

Galimberti racconta di due ore parecchio intense. Sono andati fortissimo e hanno preceduto ogni tabella oraria prevista. «Sempre con il 54 in canna, anche se su qualche strappetto cercavo di limare un po’ con il 39».

Lorenzo è al quarto anno. Qui in gara c’è anche il suo gemello Francesco. «So di non essere un fenomeno. Sono al quarto anno e al quarto anno si fa dura, ma io continuerò a dare il massimo e a divertirmi. Non sono uno scalatore puro, ma in salita tengo bene». Ma se Marco Milesi lo ha portato al Valle d’Aosta tanto piano in montagna non deve andare.

Temperature gradevoli. Al via 120 atleti (foto Alexis Courthoud)
Vandenstorme (classe 2002) è al primo grande successo. Ha battuto il connazionale Witse Meeussen e il francese Brieuc Rolland

Il calore della Valle

Il Valle d’Aosta è la corsa delle tradizioni, poche gare sono legate a doppia mandata al proprio territorio. La gente non manca e in questo minuscolo paesino all’ombra del Rutor alla fine la gente è spuntata fuori da ogni viuzza e ogni balcone… di legno.

Un bel colpo d’occhio per Dylan Vandenstorme. Alla fine lui è stato uno dei “superstiti” della fuga, sulla quale è piombato il gruppo proprio sull’arrivo.

Fisico possente, il corridore belga è un altro gioiello della Circus – ReUz, segno che stanno lavorando bene con molti atleti, non si tratta del talento del singolo. In questo 2023 hanno ottenuto otto vittorie (tutte di peso) con sei atleti differenti. Discorso che avevamo fatto anche parlando di Francesco Busatto.

«La gara è andata come mi aspettavo – ha detto Vandenstrome – mentre dietro al palco prova le taglie della maglia gialla che dovrà indossare domani – Una corsa perfetta per me, anche tatticamente. Mi piacciono queste gare intense.

«Dovevamo stare attenti, correre davanti e in caso di una fuga cercare di entrarci. E così è andata. Non dico che mi aspettassi di vincere, è una sorpresa, ma abbiamo corso con questo obiettivo».

Vandenstorme (classe 2002) è al primo grande successo internazionale. Ha battuto il connazionale Witse Meeussen e il francese Brieuc Rolland
Vandenstorme (classe 2002) è al primo grande successo internazionale. Ha battuto il connazionale Witse Meeussen e il francese Brieuc Rolland

Classiche nel Dna

Il belga si racconta un po’. Ci dice – e lo si vede anche dal suo fisico potente – di essere un corridore da Ardenne, ma anche da Giro delle Fiandre, tanto per farci capire. E quando nomina quelle gare, le “sue” gare, si accende.

«Sono un corridore potente, mi piacciono le piccole salite e sono abbastanza veloce. Domani forse è un po’ dura per me, ma cercherò di difendere questa maglia».

«Se Francesco Busatto mi ha dato qualche consiglio? Francesco è un bravissimo ragazzo ed è un corridore fortissimo. Parliamo spesso io e lui, è un buon amico per me, ma per le tattiche ho parlato con il nostro diesse, Kevin Van Melsen».

Teutenberg, il suo credo e un’idea precisa su Realini

12.07.2023
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Da atleta è stata una delle velociste più forti in assoluto. Un osso duro per tutte le sue avversarie fino al ritiro a trentotto anni. Anche una volta salita in ammiraglia Ina-Yoko Teutenberg ha mantenuto il proprio carattere deciso. La diesse della Lidl-Trek viene considerata un sergente di ferro, ma in realtà ha quella giusta dose di sensibilità per ottenere il massimo dalle sue ragazze.

Al Giro Donne l’abbiamo sempre vista contemporaneamente concentrata e serena a cavallo della riunione pre-gara, così come nei momenti più concitati delle tappe. Un esempio ce lo ha fornito Gaia Realini il giorno di Ceres in cui è caduta in discesa Longo Borghini.

«Non vedo Elisa, cosa faccio?» domanda con apprensione la pescarese alla sua diesse.

«Tu vai avanti e non preoccuparti, sto arrivando io da lei» la risposta di Teutenberg.

In quell’attimo preciso la diesse tedesca sapeva di non poter più vincere il Giro, ma era altrettanto consapevole di poter arrivare al podio finale con la giovane italiana. Abbiamo quindi avvicinato Teutenberg per capire il suo modo di dirigere la Lidl-Trek anche in vista del Tour Femmes.

Teutenberg in carriera ha ottenuto 123 vittorie. Qui bronzo mondiale nel 2011 dietro Bronzini e Vos
Teutenberg in carriera ha ottenuto 123 vittorie. Qui bronzo mondiale nel 2011 dietro Bronzini e Vos
Ina hai adottato spesso tattiche diverse dal solito per il ciclismo femminile. Come nascono?

La mia filosofia è quella di cercare sempre di imparare qualcosa. E’ per questo che spesso faccio in ammiraglia le gare degli uomini. E’ bello ed interessante vedere come loro si avvicinano alla corsa e seguire quindi tutto il resto. Tuttavia penso che molti aspetti tecnici siano differenti. Il ciclismo maschile potrebbe prendere qualcosa dal femminile, ma si applicano più situazioni nel senso inverso. Sapete, alla fine se si vogliono vincere gare in bici, penso che si debba andare avanti con questa soluzione.

A proposito di filosofia, quali sono le tue convinzioni da diesse?

Non ne ho tante a dire il vero. Parto dal presupposto che ogni corridore può vincere una gara, però la vittoria è molto difficile da ottenere come risultato finale. Penso che molte volte tanti atleti non vedono veramente le proprie potenzialità. Spesso capita che facciano fatica a tirarle fuori. A quel punto bisogna provare a farli correre il più possibile per far prendere loro una maggior confidenza e consapevolezza di se stessi. Ecco, se i corridori iniziano a trovare questa condizione mentale, allora si può lavorare meglio in senso assoluto o comunque più facilmente nel mettere in pratica alcune tattiche.

Teutenberg (qui a Le Samyn) spesso fa le gare maschili. Un buon modo per imparare nuove tattiche
Teutenberg (qui a Le Samyn) spesso fa le gare maschili. Un buon modo per imparare nuove tattiche
Come siete arrivate al periodo ravvicinato Giro Donne-Tour Femmes?

E’ stato un po’ particolare quest’anno. Il Giro Donne lo abbiamo preparato il più in fretta possibile. Le tracce gpx delle tappe le abbiamo ricevute solo due settimane prima del via e non potevamo fare più di tanto. Solitamente cerchiamo di vedere cosa ha senso o chi portare ad una corsa. Ad esempio alla Vuelta non avevamo Gaia (Realini, ndr) che partiva per fare la gara. Conoscevamo però come fosse il suo stato di forma e quello delle compagne. Alla fine abbiamo cambiato il modo di correre e fortunatamente lei ha vinto una tappa e conquistato il podio (terzo posto finale, ndr). Così abbiamo fatto per il Giro stesso. Abbiamo dato un’occhiata ai percorsi e abbiamo deciso di portare chi era in condizione, parlando con le atlete e con Paolo (Slongo, l’altro diesse, ndr).

Il 23 luglio inizia il Tour Femmes. Come ci arriva la Lidl-Trek?

Il Tour è la più grande corsa che c’è, proprio come per gli uomini. Noi proveremo a vincerlo, naturalmente. La lotta per il podio sarà tosta perché tutte le migliori atlete puntano forte al nostro stesso obiettivo. Tuttavia noi saremo al via con un team competitivo, come sempre. Le ragazze si stanno preparando bene, comprese Balsamo e Longo Borghini che stanno recuperando dai relativi infortuni. Ci auguriamo di poter fare una grande corsa, tra generale e tappe.

La Lidl-Trek ha dovuto rivedere i propri piani dopo il ritiro di Longo Borghini, centrando poi il podio con Realini
La Lidl-Trek ha dovuto rivedere i propri piani dopo il ritiro di Longo Borghini, centrando poi il podio con Realini
Al Giro Donne dopo il ritiro di Longo Borghini, Ina-Yoko Teutenberg temeva che Realini non potesse più arrivare al podio?

Gaia ha bisogno ancora di un riferimento. Elisa in questo senso è una delle sue idole. Lei sa guidarla, è un’ottima insegnante in gara e fuori. Ma anche Spratt è stata molto importante per Gaia alla stessa maniera. Realini l’anno scorso era già molto forte, però adesso ha attorno a sé una squadra che crede molto in lei. E’ per questo che in questa stagione ha conquistato risultati sorprendenti. Sta continuando ad imparare dalle più esperte, ma è anche vero che per Realini correre con Longo Borghini è importante perché le toglie parecchio pressione. Ecco, per Gaia finire il Giro e con quel risultato, senza Elisa, è stato un importante step per la sua crescita. Quando c’è stato il ritiro, Gaia era quinta ad un minuto dal terzo posto. E personalmente ero convinta potesse centrare quell’obiettivo, anche se stava già andando bene così il suo Giro.

Dalle corse all’atelier, come nasce la moda di Santini?

12.07.2023
7 min
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BERGAMO – Quanto è lungo il passo dalla moda allo sport? Raffaella Marini, modellista di Lecco che da 12 anni lavora presso il Maglificio Santini, ha imparato a misurarlo. Il ciclismo non sapeva quasi cosa fosse, invece nel giro di pochi anni si è trovata proiettata fra lycra, fondelli, grafiche e tagli a metà fra campioni e ciclisti e cicliste di tutti i giorni, bisognosi di essere performanti, ma anche eleganti e comodi.

In questi giorni, “Rafi” si prepara per il viaggio al Tour de France con l’amica Rosita Zanchi e Monica Santini, per adattare il body da crono sulle spalle e le gambe dei vari leader. La cronometro si correrà martedì, all’indomani del secondo giorno riposo, da Passy a Combloux: 22,4 chilometri con l’arrivo in salita. Quale momento migliore per raccontare cosa fa una modellista nel ciclismo di oggi?

«Siamo pronte per la crono – sorride – una delle poche attività veramente artigianali rimaste nel mio mestiere, perché per il resto passa tutto per il computer. Devi prendere il tuo body, farglielo indossare e guardare tutto nei minimi dettagli. La larghezza del collo, la manica, le spalle, il torace, la vita. Lavoriamo in squadra. Io faccio la prima parte e verifico dove ritoccare o modificare il modello indossato. A quel punto interviene Rosita per la parte del cucito. Per fortuna non si tratta mai di stravolgimenti. L’anno scorso Vingegaard ha indossato per la prima volta una nostra XS e sembrava costruita per lui. Van Aert ha tutt’altra struttura, per l’altezza e le spalle abbastanza strette, per cui gli abbiamo fatto indossare una taglia superiore e poi siamo intervenuti su spalle e schiena».

Cosa c’è prima dell’atleta che indossa il body?

La parte più faticosa dello sviluppo, la cura dei dettagli, la personalizzazione, anche se dà soddisfazione vederli poi correre. Nessuno sa chi sia Raffaella Marino, ma io li guardo e sono orgogliosa se il body o le maglie dei leader vestono bene. Le maglie ad esempio devono essere adattabili un po’ a tutti, perché non puoi sapere a chi andranno e di certo non possono svolazzare. Tutt’altra storia se parliamo della Lidl-Trek, perché in quel caso il lavoro è ben più capillare e personalizzato.

Il body da crono è anche un bel concentrato di tecnologia…

La scelta dei materiali non è casuale oppure estetica. Sappiamo che per le maniche si usa un tessuto, per la schiena un altro e questa è una parte che si fa di gruppo. Partiamo dalla scheda tecnica del fornitore, guardando quali siano le caratteristiche del tessuto. Se ci dice che è traspirabile, inutile che lo mettiamo sul polso, ad esempio.

Aver già vestito Vingegaard, Pogacar e Van Aert nel 2022 aiuta quest’anno?

Quando ho visto dal vivo Vingegaard, ero perplessa: sembrava un bimbo. Invece le caratteristiche tecniche del tessuto hanno fatto sì che il body gli calzasse a pennello. Detto questo e parlando anche degli altri, se i body andranno ancora bene dipenderà dal loro fisico, da quanto sono cambiati nel frattempo, se sono dimagriti, ad esempio. Però certo abbiamo una bella base di partenza.

Quest’anno andrete anche al Tour Femmes?

Sì, ci saremo. Il body da crono deve vestire l’atleta come una seconda pelle, non sarebbe la stessa cosa provarlo su una persona standard oppure un manichino. Per questo andremo al Tour Femmes e dedicheremo alle ragazze le stesse attenzioni.

Le atlete della Lidl-Trek vestono su misura come i colleghi uomini?

Siamo a pari passo, perché ad esempio una taglia S può indossarla una ragazza alta 1,60 e una alta 1,75. Quindi la parte sotto si allunga o si accorcia, idem per la lunghezza delle maniche e la larghezza le spalle. L’immagine finale della maglia è quella, però viene adattata in base alle misure delle singole atlete.

Il passaggio da Trek-Segafredo a Lidl-Trek ha richiesto che semplicemente si ristampassero le maglie oppure è cambiato qualcosa?

Le forme degli atleti sono sempre le stesse, anche i modelli dei vari capi, ma abbiamo dovuto dedicarci al posizionamento degli sponsor, che è cambiato completamente. Anche questo fa parte del mio lavoro.

Parliamo ancora di donne: il tempo in cui le ragazze erano costrette a vestirsi come uomini sembra lontano, giusto?

Sicuramente sono aumentate le attenzioni. Si lavora a una vestibilità più a misura della donna, quindi le maglie sono più sciancrate e strette, dalle spalle al punto vita, passando per la lunghezza. Oramai hanno linee solo per loro, che non derivano da quelle maschili, ma vengono sviluppate da zero.

Niente in comune?

A parte gli stessi materiali e dettagli tecnici, cambia tutto. Parlo del disegno dei capi e del fondello, che deve essere specifico e che usiamo da anni nelle nostre collezioni e anche nelle linee custom. Di regola, vengono fatti internamente dei prototipi, che poi vengono testati da atlete professioniste, prima che si possano utilizzare per andare in gara o sul mercato.

Quello che viene dato alle professioniste finisce anche nel catalogo?

Ci sono capi che passano nella collezione e altri così particolari che non avrebbe senso metterli in vendita. In questo c’è un parallelismo con gli uomini.

Come nasce la linea da donna?

C’è uno studio per colori e materiali che viene eseguito molto prima. Alle collezioni si lavora con un anno di anticipo. Ad esempio abbiamo presentato da poco la collezione 2024, ma era stata definita a fine 2022, con tutto il lavoro interno per studiare grafiche, colori e materiali. 

Durante un Tour si può dimagrire e cambiare di taglia: nei body da crono questo è più visibile (foto Lidl-Trek)
Durante un Tour si può dimagrire e cambiare di taglia: nei body da crono questo è più visibile (foto Lidl-Trek)
E’ più facile vestire l’uomo o la donna?

Forse per la parte fashion, la donna è più attenta. Ma se parliamo di attenzione per i dettagli e voler mettere i puntini sulle “i”, allora l’uomo è più difficile da gestire. Non per un’attenzione tecnica, badate bene, più per un fatto estetico: come se fosse uno sposo (ride, ndr).

C’è tanto sviluppo nel ciclismo?

A ogni collezione si scopre qualcosa di nuovo. La ricerca dei tessuti e dei materiali è sempre più all’avanguardia rispetto all’abbigliamento classico da esterno. Semmai si fa più fatica a scardinare certi canoni estetici. Così anche nelle nostre ultime collezioni, esiste ancora la tinta unita, perché la chiedono e va mantenuta. Però sono stati introdotti colori e grafiche nuove. Insomma, facevo abbigliamento da donna per l’esterno, ma ho dovuto rivoluzionare tutti i canoni di partenza del modellismo. Il ciclismo è proprio un mondo a sé.

Sotto lo sguardo di Borgato: tre top e tre flop del Giro Donne

12.07.2023
6 min
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Lo ha seguito, lo ha commentato, lo ha vissuto: con Giada Borgato (nella foto di apertura) torniamo sul Giro d’Italia Donne. Una sorta di resoconto che ci porta ad analizzare i tre top e i tre flop della corsa rosa al femminile.

Grosse sorprese non ce ne sono, ma è interessante conoscere il perché dei giudizi elargiti dalla padovana. Giudizi sempre tecnici e mai banali, tipici di chi ha corso fino a pochi anni fa.

Van Vleuten versione Cannibale: tre tappe, maglia rosa, maglia della classifica a punti e quella dei Gpm
Van Vleuten versione Cannibale: tre tappe, maglia rosa, maglia della classifica a punti e quella dei Gpm

Van Vleuten famelica

Partiamo dai top, dalle ragazze che si sono ben distinte. E in pole position Borgato mette Annemiek Van Vleuten. 

«Una Annemiek prendi-tutto, una cannibale – spiega Giada – si è dimostrata di un altro livello con prestazioni top grazie alle quali lasciava sul posto tutte le altre. Lo ha mostrato sin dalla seconda tappa. Ha preso la maglia rosa, non l’ha più mollata e ogni volta che ha avuto la possibilità di dimostrare di essere la più forte lo ha fatto: nessun regalo a nessuna».

Il cannibalismo dell’atleta della Movistar è per Borgato forse l’unico aspetto negativo di questa formidabile atleta. Giada sostiene che almeno nella tappa di Alassio, Annemiek poteva lasciare andare.

«Aveva già un grande margine sulla seconda, poteva restare con le altre – magari riaccendendo un filo di souspence, aggiungiamo noi – e lasciare quel traguardo parziale. Poteva far vedere che stava facendo un pizzico di fatica anche lei.

«Okay che decide di vincere in maglia rosa sul Santuario di Madonna della Guardia, ma per il resto… Ma lei è sempre stata così, per di più è all’ultimo anno di carriera e voleva lasciare un segno forte. Di un’altra categoria».

Gaia Realini ha mostrato sangue freddo quando si è ritrovata leader
Gaia Realini ha mostrato sangue freddo quando si è ritrovata leader

Brava Gaia

L’altra promossa, e non poteva non essere così, è Gaia Realini. Borgato non si limita ad inquadrarla in questo Giro Donne. La sua escalation l’abruzzese l’ha mostrata sin dall’inizio della stagione.

«Ha vinto quest’inverno all’UAE Tour, si è ripetuta alla Vuelta. Oltre al podio, mi è piaciuto il suo atteggiamento: sempre propositiva, sempre attiva… anche per la squadra. Un podio al Giro Donne a 22 anni è un successo. In più ha conquistato la maglia di miglior giovane e quella di migliore italiana. Credo che neanche lei se lo immaginava prima di partire».

Borgato esalta anche un altro aspetto di Realini, vale a dire la tenuta psicologica. Di fatto Gaia si è trovata ad essere leader, ma ha tenuto bene.

«Si è ben comportata in questo ruolo, doveva lavorare per Elisa Longo Borghini e si è ritrovata capitana, che è tutt’altra cosa. Altre pressioni e non era in una squadretta.

«E’ anche vero che le ragazze sono state compatte. La Deignan, esperta, era la sua ombra. Nella Lidl-Trek, mi diceva anche Slongo, c’era tanto affiatamento, ma si vedeva anche da fuori, si percepiva. Davvero un bel salto di qualità per questa ragazza, che ha ancora grandi margini di crescita».

Borgato ha esaltato la crescita del movimento. Una crescita che si riscontra nelle prestazioni e anche fisicamente con strutture più corpose
Borgato ha esaltato la crescita del movimento. Una crescita che si riscontra nelle prestazioni e anche fisicamente con strutture più corpose

Ciclismo femminile: si vola

Il terzo top Borgato lo assegna, con un certo piacere, non ad un’atleta ma… al movimento ciclistico femminile. 

«Ogni volta – dice Borgato – resto stupita di quanto sia cresciuto. Cammino nelle aree dei parcheggi e vedo bus, ammiraglie, motorhome dei meccanici. Oggi gli organizzatori quando devono preparare un evento devono sedersi bene ad un tavolo. Una volta bastava un piccolo parcheggio, arrivavano qualche auto e qualche furgone ed era fatta. Ora servono spazi ampi davvero».

«Anche gli staff sono cresciuti. Alcune squadre arrivavano a venti persone fra diesse, massaggiatori, meccanici… Venti persone per sette ragazze. E tutto questo porta ad un incremento delle prestazioni. Adesso per le cicliste è un lavoro vero. Tutte hanno fatto dalle due alle tre settimane di altura prima del Giro Donne. Ai miei tempi se ci andavi, salivi una settimana l’anno e a tue spese.

«Sono felicissima di questo aspetto e ammetto che provo anche un pizzico d’invidia! Ma ben venga questo livello».

Marta Cavalli ha chiuso il Giro Donne in 14ª piazza. «Eppure – ha detto Borgato – a giugno aveva dato segnali di ripresa»
Marta Cavalli ha chiuso il Giro Donne in 14ª piazza. «Eppure – ha detto Borgato – a giugno aveva dato segnali di ripresa»

Forza Marta

Passiamo invece a chi in questo Giro Donne è stato “bocciato”. Tra i flop, Giada parte da Marta Cavalli… Tutti ci aspettavamo tanto dalla “Marta nazionale”, ma sappiamo le difficoltà che sta vivendo in questa stagione.

«Marta è la prima che mi viene in mente – dice Borgato – Nulla di preoccupante, ci siamo anche parlate. Veniva da un super 2022: una campagna del Nord ottima, il Giro Donne… Però questa stagione non è partita con il piede giusto per lei. Ha sempre avuto qualche problema e non è mai riuscita a prendere un buon ritmo, anche se dopo i risultati di giugno un po’ ci ha fatto sperare che la rotta fosse cambiata. E’ stata una delusione per lei stessa, in primis, e poi anche per i suoi tifosi».

«In questo Giro è anche caduta e avvertiva dei dolori al bacino. Mi ha raccontato che anche in virtù di questa caduta, per restare attaccata al gruppo in certi frangenti ha dovuto fare dei fuorigiri che poi ha pagato. Di fatto, poverina, non si è mai vista».

La grinta non manca a Mavi Garcia, ma tatticamente sono riemerse le solite lacune
La grinta non manca a Mavi Garcia, ma tatticamente sono riemerse le solite lacune

Garcia indomabile

Bollino rosso anche per Mavi Garcia. Passano le stagioni ma certi errori, a quanto pare, sono gli stessi.

«Attacca e si stacca. Lo scorso anno è stata terza, quest’anno settima: c’è qualcosa da rivedere. Per Garcia il discorso va oltre la “giornata no”, per me si è gestita male. Se non sei super è inutile che attacchi. A quel punto meglio stare tranquilla, non saltare e magari riuscire a fare quinta».

«In una tappa ha provato a rientrare su Van Vleuten e Longo Borghini, ha speso l’ira di Dio, gli è arrivata a 100 metri, non ha chiuso e si è piantata. Idem verso il Santuario di Madonna della Guardia, quando ha attaccato sulla salita (velocissima, ndr) precedente. Okay che è arrivata tardi al ciclismo, ma ormai è esperta. Mi dicevano i suoi tecnici che lei è così. Anche Giorgia (Bronzini, la sua diesse, ndr) mi ha detto che non è facile da gestire».

Marianne Vos (a destra) e Fem Van Empel… in questo Giro non hanno reso come ci si aspettava
Marianne Vos in questo Giro non ha reso come ci si aspettava da una leonessa qual è

Vos e Jumbo, pollice verso

L’ultimo pollice verso Giada lo indirizza a Marianne Vos e alla sua Jumbo-Visma.

«Partiamo da Marianne. Ha commesso degli errori quasi da principiante. Okay, nella prima volata Wiebes l’ha battuta, ha trovato chi era più forte, ma nella seconda su un arrivo che tirava e quindi perfetto per lei, è partita lunghissima e alla fine si è letteralmente piantata. Ha fatto un gestaccio, ma se la doveva prendere solo con sé stessa. O al massimo con la sua squadra che l’ha lasciata sola. Si è dovuta arrangiare, cosa che sa anche fare bene, ma ha sprecato energie e forse non era lucida. E poi oggi conoscono gli arrivi per filo e per segno. Fanno le riunioni, hanno strumentazioni specifiche… non è come una volta che lo scoprivi quando ci arrivavi».

«Parlando della Jumbo-Visma invece è mancata nella generale. Qualcosa dovranno analizzare. Hanno ottenuto un piazzamento (undicesima, ndr) con Fem Van Empel, ma in generale per uno squadrone come il loro c’è da rivedere la campagna acquisti. Puntavano su Marianne okay, ma anche Vos non può portare sempre tutto il peso del team».

Un terzo incomodo per il Tour? «Servirebbe un miracolo»

12.07.2023
6 min
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Quando c’era solo Pogacar e gli altri inseguivano, si parlava di Tour noioso. Poi è arrivato Vingegaard, ma l’entusiasmo è durato solo per poche settimane. Qualcuno infatti parla nuovamente di Tour noioso, perché ci sono soltanto loro due e dietro il vuoto. Il tifoso è incontentabile, ma è un fatto che a metà della seconda settimana, fra il tandem di testa e il terzo in classifica – Jai Hindley, in apertura – ci siano due minuti e mezzo. Pogacar e Vingegaard finora se le sono date senza risparmiarsi, c’è il rischio che di questo passo possano pagare il conto nella terza settimana, consentendo a qualcun altro di rifarsi sotto?

Se c’è qualcuno in grado di rispondere e immaginare l’eventuale scenario, quello è Giuseppe Martinelli: il direttore sportivo con il più alto numero di successi nei grandi Giri, che all’Astana ricopre ormai ruoli che non gli appartengono. L’ultima volta che è salito in ammiraglia, al campionato italiano, l’ha portato a casa con Velasco.

Martinelli è l’ultimo diesse italiano ad aver vinto il Tour con un italiano: Nibali nel 2014
Martinelli è l’ultimo diesse italiano ad aver vinto il Tour con un italiano: Nibali nel 2014
Martino, il Tour resterà un affare a due?

C’è veramente troppa differenza sugli altri. Uno dei due sicuramente riuscirà a vincere la battaglia. Pensavo che Vingegaard avesse più margine nei confronti di Pogacar, considerato che Tadej ha corso poco e tutto il resto. Invece a distanza di tre tappe, dove veramente se le sono date, vedo lo sloveno veramente in ripresa. Le due volte in cui l’ha preso in castagna secondo me calmeranno un po’ la maglia gialla, lo faranno rientrare nei ranghi. Però credo sia impossibile che alla fine facciano avvicinare qualcun altro.

Non si rischia che a spendere così tanto tutti i giorni alla fine paghino il conto?

No, perché sono veramente troppo forti, sono superiori. E gli altri hanno già in testa il piazzamento. Hindley e Rodriguez lottano per il terzo posto.

Vuol dire che se tu fossi al Tour con un uomo di classifica, dopo una sola settimana saresti comunque a ragionare sul terzo posto o qualcosa proveresti a inventare?

Si può provare a inventare qualcosa in una tappa un po’… stupida, di quelle che non se l’aspettano. Magari provare sulla penultima salita, hai capito? Ci sono due o tre giornate dove non c’è l’arrivo in salita e quelle sarebbero buone. Ma l’unica condizione è che i due si ritrovino senza squadra.

Difficile isolarli a tal punto…

Perché sono forti e hanno squadre forti, è difficile prenderli in castagna, a meno che si ritrovino soli e fra loro ci sia battaglia psicologica. Devono fare tutto loro, insomma. A quel punto potrebbe succedere di tutto. Altrimenti uno o l’altro mette la squadra a tirare e hanno sempre quel paio di corridori accanto che possono tenere nel mirino l’eventuale attacco.

E’ stato chiesto a Pogacar come mai corra in modo più cauto e lui, ridendo, ha risposto di essere diventato più vecchio e più saggio.

Secondo me ha preso le misure dopo l’anno scorso, quando ha proprio peccato. Non dico di ingenuità, però ha avuto la sensazione di essere più forte e di potere spendere energie in volata, per gli abbuoni, su tutti i traguardi. Quest’anno sembra più prudente, anche se nelle prime due tappe poteva stare un pochino più sereno. A Bilbao poteva spendere un po’ meno, visto quello che ha ottenuto. Però una cosa…

Cosa?

Ma quanto è bello in questo momento il ciclismo? Non dico che tifo per questo o quell’altro e neanche che mi siano simpatici, però quando vedo Van Aert fare un’azione da lontano, mi dico: «Porca vacca, ragazzi, che corridore!». Oppure Van der Poel che tira la volata a Philipsen. E’ un bel ciclismo, si gode a vedere queste cose. Prima mi piaceva lo stesso, però non era stimolante come in questo momento.

Sul Puy de Dome, secondo Martinelli, Pogacar ha voluto staccare Vingegaard in una prova di forza
Sul Puy de Dome, secondo Martinelli, Pogacar ha voluto staccare Vingegaard in una prova di forza
Secondo te Vingegaard ha accusato il colpo delle due tappe in cui è stato staccato?

Ha preso una bella botta, nella testa e nelle gambe. La prima volta, secondo me, c’era di mezzo la vittoria di tappa e allora ci sta che Pogacar abbia potuto avere qualcosa di più. Ma la seconda per me gli è rimasta addosso. L’altro l’ha voluto proprio staccare e non c’era di mezzo neanche la vittoria. C’era il ballo il 13° posto, però è come se gli avesse detto: «Adesso ti metto lì e ti stacco!».

La sensazione è che Vingegaard sia arrivato convinto di avere vita facile…

Sì, secondo me sì. E anche la squadra. Hanno guardato quanto è andato forte al Delfinato, senza neanche fare tanta fatica, e sono arrivati convinti di avere già un pezzo di Tour in tasca, con la convinzione che Pogacar non fosse super e non potesse crescere. Alla prima occasione Vingegaard gli ha dato subito una botta proprio per questo.

Quanto sono diversi quei due?

Pogacar corre in bici e si diverte, è diverso dal classico ciclista, basta guardarlo in faccia. L’altro è più corridore, più costruito, frutto del lavoro. Pogacar, anche se lo staccano, il giorno dopo riparte da zero ed è come se nulla sia successo. Vingegaard è il classico corridore che corre per vincere, ha una squadra importante costruita per questo. Anche l’altro è forte, ma va al campionato nazionale e non aspetta il finale, sapendo che vincerà di certo. Se ne va in fuga a 100 chilometri dall’arrivo e secondo me si diverte anche un mondo e fa divertire la gente. Non sono cose facili, ma che riescono ai corridori che ci sono adesso.

Fra Pogacar e Vingegaard le stesse differenze che c’erano fra Pantani e Tonkov: l’estro contro la rigida disciplina
Fra Pogacar e Vingegaard le stesse differenze che c’erano fra Pantani e Tonkov: l’estro contro la rigida disciplina
Peccato che non siano italiani, verrebbe da dire…

Purtroppo quello ve l’ho detto più di una volta. Finché qualcuno non costruisce qualcosa di buono, la situazione non si smuove. Ne parlavo che stamattina coi miei, visto che anche noi abbiamo una squadra continental. Vedere che i migliori giovani vanno in Belgio, oppure in Francia e in Olanda, mi fa imbestialire. D’accordo, noi abbiamo Garofoli, ma uno non basta. E quando vedo Busatto e i migliori dilettanti che se ne vanno, io proprio mi infurio. Sono stato al campionato italiano allievi per andare a vedere un ragazzino, adesso la situazione è questa…   

Il giorno di Pello e una dedica speciale per Gino

11.07.2023
5 min
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«E’ stato molto difficile – dice Pello Bilbao e si commuove – soprattutto con il Tour così vicino. Ci sono stati momenti in cui non volevo davvero più correre. Soprattutto i tre o quattro giorni successivi alla disgrazia…».

Una pausa, gli occhi lucidi a metà fra il dolore e la gioia per vittoria. Il caldo umido di Issoire fa sì che tutti continuino a grondare di sudore e trovarsi accerchiati da così tanti giornalisti non è certo il modo migliore per prender fiato. Ma ci sono cose da dire, per questo Pello guarda dritto e parla piano.

Dopo l’arrivo, assalito da microfoni e telecamere, Pello ha raccontato la vittoria e si è commosso ancora per Mader
Dopo l’arrivo, assalito da microfoni e telecamere, Pello ha raccontato la vittoria e si è commosso ancora per Mader

L’eredità di Mader

Quando si è tolto il casco, subito prima di consegnarlo al massaggiatore, ha indicato l’hashtag che è diventato la sua regola: #rideforGino (foto di apertura). Fra tutti i corridori al Giro di Svizzera, Pello è quello che ha sofferto di più per la morte del compagno. E’ stato lui uno dei primi a non voler andare avanti e sempre lui si è fatto carico di raccogliere la campagna ambientalista già lanciata da Mader. Donerà un euro per ciascun corridore che si lascerà alle spalle a un’associazione basca, Basoak SOS, che acquista terreni per piantarci alberi.

«Solo a casa ho ribaltato la situazione – prosegue nel racconto – più serenamente con la compagnia della famiglia e di mia figlia. Mi sentivo molto, molto bene sulla bici e ho cercato di convincermi che un’opportunità come questa non si sarebbe presentata mai più, che avrei dovuto sfruttarla al massimo. E ho avuto ragione. E’ stata l’occasione migliore per potergli dedicare la più grande vittoria possibile».

Il Tour ha attraversaro un altopiano verde intorno ai 1.000 metri di quota, dal Puy de Dome a Issoire
Il Tour ha attraversaro un altopiano verde intorno ai 1.000 metri di quota, dal Puy de Dome a Issoire

Un vortice di emozioni

Gli ultimi venti giorni sono stati per il basco un vortice di emozioni pazzesche. La morte di Mader, ma anche il Tour che partiva dalle strade di casa, sulle salite dei Paesi Baschi su cui è diventato corridore assieme all’amico Landa e su cui continua ad allenarsi.

«E’ chiaro che è stato un evento speciale – dice – il più speciale della mia carriera sportiva. Il calore del pubblico si è fatto sentire, la presentazione è stata speciale. La gente parlava del Tour da molto tempo e l’atmosfera era accesa. Per i Paesi Baschi è stato un grande impulso. Soprattutto perché può servire da ispirazione per i ragazzi che possono iniziare a divertirsi con il ciclismo. E’ triste sfogliare i calendari e vedere gare che stanno scomparendo, speriamo che il Tour porti un po’ di forza e capacità per sostenere le corse più piccole e il calendario giovanile di cui spesso ci dimentichiamo, che invece è il modo perché nascano i nuovi corridori».

Krists Neilands ha sferrato due attacchi molto potenti, che alla fine ha pagato. Ma il corridore c’è ed è forte
Krists Neilands ha sferrato due attacchi molto potenti, che alla fine ha pagato. Ma il corridore c’è ed è forte

Sempre a tutto gas

La giornata è stata veloce, torrida e folle. La fuga ha fatto una discreta fatica per partire e dietro la condotta degli squadroni ha abbandonato la logica. Quale il senso del tirare della Alpecin-Deceuninck, quando il vantaggio era già intorno ai tre minuti e si capiva che non sarebbero mai rientrati? E quale il senso dell’allungo in discesa di Van Aert e Van der Poel? La sensazione è che l’autonomia dei supereroi si vada normalizzando col tempo e anche loro se ne stiano rendendo conto.

«Con la squadra – prosegue Pello – abbiamo provato a fare di tutto nei 40 chilometri iniziali. Per un’ora siamo stati in cinque fra i primi venti. Tutti abbiamo provato a evadere. Matej Mohoric, Fred Wright, Mikel Landa e io stesso. Non c’era tanto da ragionare, solo andare ogni volta a tutto gas, finché all’improvviso ho visto che i Jumbo volevano lasciare andare un gruppo e quello era il momento giusto. Tutti erano al limite e io sono andato via con la fuga».

Pello Bilbao non aveva mai vinto al Tour. Ora risale anche in classifica: 5° a 4’34”
Pello Bilbao non aveva mai vinto al Tour. Ora risale anche in classifica: 5° a 4’34”

Il finale perfetto

Hanno dato tutto per restare davanti. Krists Neilands ha dimostrato di essere il più forte di tutti in salita, ma ha consumato molta energia con il suo duplice attacco e alla fine lo hanno ripreso. Il vento soffiava contro e i primi inseguitori dietro hanno capito che la cosa migliore fosse girare regolari. E quando lo hanno preso e sono entrati negli ultimi 3 chilometri, il piano di Pello è scattato alla perfezione.

«Sapevo di essere il più veloce di noi cinque – dice – dovevo solo mantenere la calma e controllare gli altri. Ho chiuso O’Connor e ho inseguito Zimmermann mentre iniziava lo sprint. Negli ultimi 200 metri non ho pensato più a niente e ho dato quel che mi restava. Quando ho tagliato il traguardo, ho buttato via tutto. Tutti sanno perché volevo vincere questa tappa. Per Gino, che era ed è sempre nella mia mente, e alla fine è arrivato il mio momento. Pensavo che non mi avrebbero lasciato andare, perché sono ancora abbastanza vicino in classifica, ma ho colto l’occasione e sono andato davvero a tutta. Sono professionista da 13 anni e finalmente sono riuscito a vincere una tappa del Tour. Questo è incredibilmente speciale. Anche perché l’avevo promesso a un amico che non c’è più».

Il riposo di Vingegaard e l’analisi di Gilbert

11.07.2023
5 min
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Philippe Gilbert ha lasciato il Tour, cedendo a Jens Voigt la moto di Eurosport da cui ha raccontato la prima settimana di corsa. Tuttavia, prima che partisse, L’Equipe lo ha intervistato e le sue parole sono diventate lo spunto per un interessante approfondimento.

Quel che colpisce dalle sue parole è innanzitutto lo stupore. Vivere il Tour da atleta è sicuramente qualcosa di inimmaginabile anche per chi ha vissuto per così tanti anni la carovana francese. Gilbert ha partecipato a 12 edizioni della Grande Boucle, ma non ne avrebbe mai immaginato la grandezza, per come viene percepita guardando ciò che c’è fuori dalle transenne. Sono gli atleti a fare la corsa, ma rendersi conto di quello che gli è stato costruito attorno e dell’attesa della gente lungo le strade è stato per il belga uno shock positivo.

Gilbert ha seguito la prima settimana del Tour per Eurosport. Al suo posto c’è ora Voigt (foto Instagram)
Gilbert ha seguito la prima settimana del Tour per Eurosport. Al suo posto c’è ora Voigt (foto Instagram)

La spontaneità e gli schemi

Ciò che ha colpito Gilbert, che dalla moto ha seguito i due di testa osservandoli in ogni dettaglio, sono state le profonde differenze fra loro. Fra la naturalezza spigliata di Pogacar e l’essere quasi schematico di Vingegaard, che a ben vedere sono le differenze che negli anni hanno animato i duelli fra Pantani e Ullrich e ancor prima fra Indurain e Chiappucci.

«Ho potuto vedere da vicino i due fantastici Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar – dice Gilbert – è stata la prima volta che ho seguito i migliori scalatori su passi mitici come il Tourmalet… però in moto! La facilità e l’efficienza dei loro colpi di pedale sono stati sconcertanti, ma quello che ho potuto vedere è stata la netta differenza nel loro atteggiamento. Vingegaard ha un approccio più strutturato, basato su un forte lavoro della squadra e su tattiche decise in anticipo ed eseguite alla lettera. Con Pogacar, c’è uno stile completamente opposto, con una spontaneità impressionante. Che sia di fronte ai microfoni in zona mista o in bici, è sorprendente. Con lui non sai mai quando attaccherà, il che dà molto stress ai Jumbo-Visma, che hanno difficoltà a leggere le carte di Tadej».

Vingegaard ha provato a dare il colpo del KO a Pogacar sul Tourmalet, ma Tadej si è ben difeso
Vingegaard ha provato a dare il colpo del KO a Pogacar sul Tourmalet, ma Tadej si è ben difeso

Sul filo dei nervi

A ben vedere, la resurrezione di Pogacar sull’arrivo di Cauterets e poi la stilettata del Puy de Dome hanno prodotto proprio questa destabilizzazione, alimentata con le dichiarazioni del giorno di riposo. E se in un primo momento Vingegaard può aver pensato che avrebbe avuto vita facile, ritrovarsi davanti un Tadej nuovamente cattivo e forte, lo ha convinto a tenersi buono Van Aert, nei confronti del quale aveva già mostrato qualche segno di insofferenza.

«Con 17 secondi di ritardo e un vantaggio psicologico su Vingegaard – dice ancora Gilbert – Pogacar è in una posizione ideale, attento al minimo segno di debolezza del suo diretto avversario. Lo spingerà al limite e, come ha dimostrato lo scorso anno nella tappa di Cahors, è capace di attaccare anche nelle cosiddette tappe di trasferimento. Ogni secondo conterà e Tadej avrà comunque il vantaggio degli abbuoni».

Due modi di andare in salita molto diversi: col rapporto il danese, più scalatore. Più agile lo sloveno
Due modi di andare in salita molto diversi: col rapporto il danese, più scalatore. Più agile lo sloveno

Condizioni a confronto

Non certo un messaggio tranquillizzante per Vingegaard. Il danese ha vinto il Tour del 2022 grazie alla superiore condizione fisica e per la crisi indotta nel rivale sul Granon, ma non ha mai dovuto combattere con lui la guerra dei nervi. La Jumbo-Visma avrà la compattezza che serve per fronteggiare… l’anarchia di Pogacar?

«Secondo me – chiude Gilbert – la forma di Pogacar non era ottimale all’inizio del Tour a causa della sua frattura alla Liegi Bastogne-Liegi. Ora salirà di livello. Quell’incidente potrebbe diventare la chiave del suo successo? Non si sa. Dopo un inizio di stagione alla grande, forse al Tour gli sarebbe mancata la freschezza. Mentre così ci è arrivato motivato e fresco».

Per contro, come ha fatto rimarcare Stefano Garzelli durante la diretta della tappa di domenica, Vingegaard è al top dal Delfinato: è possibile che possa crescere ancora?

Negli ultimi giorni con Vingegaard ci sono anche la moglie Trine e la figlia Frida
Negli ultimi giorni con Vingegaard ci sono anche la moglie Trine e la figlia Frida

A porte chiuse

Il danese frattanto ha trascorso il giorno di riposo nel modo più tranquillo possibile, con una sola intervista rilasciata alla televisione danese e la famiglia intorno. Si è allenato, ha firmato autografi, poi ha passato il resto della giornata con la moglie Trine e la figlia Frida. 

«Mi sento di nuovo pieno di energia – ha detto a TV2 Danimarca – e pronto per la prossima settimana. E’ andata bene, perché mi aspettavo di essere dietro. Le tappe che arrivano mi si addicono molto di più, con intere giornate di salite e discese piuttosto che un’unica salita finale. Finora l’unica giornata in cui abbiamo accumulato fatica è stata la tappa del Marie Blanque. Crediamo molto in quello che stiamo facendo e siamo certi di poter vincere il Tour anche quest’anno».

Il riposo a porte chiuse conferma che la pressione di dover difendere la maglia gialla è un peso aggiuntivo al Tour de France, come ha ben spiegato Pogacar durante la sua intervista. Aver ribadito di essere il vincitore uscente è il modo per Vingegaard di demarcare il territorio? Può darsi, di sicuro i due non si faranno sconti.

GPS: cos’è? Come funziona? Ce lo dice Garmin

11.07.2023
5 min
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COURMAYEUR – La tecnologia GPS (Global Positioning System) ci accompagna in ogni momento della nostra vita. Soprattutto quando siamo in bici, è quella che permette al nostro ciclocomputer di guidarci su strade a noi ignote. A volte, forse, sottovalutiamo la sua importanza e come è stata inserita nei vari dispositivi via via sempre più piccoli e compatti. Grazie a Garmin abbiamo avuto modo di immergerci in questo mondo e di scoprirne tanti dettagli e sfumature

I dispositivi per la navigazione hanno implementata una cartografia vettoriale
I dispositivi per la navigazione hanno implementata una cartografia vettoriale

L’evoluzione del GPS

La capacità dei dispositivi di individuare e rintracciare la nostra posizione in ogni angolo del mondo è sempre più precisa. Nel corso degli anni si è vista un’evoluzione tecnologica che permette non solo una maggiore precisione di navigazione, ma anche una migliorata capacità di assistenza. Cristian Longoni, communication specialist del comparto outdoor in Garmin ci aiuta a fare un viaggio a ritroso e comprendere meglio questa tecnologia. 

«Il sistema GPS – racconta – è stato messo in piedi dal governo americano per uso militare a inizio anni ‘70. Veniva utilizzato per la localizzazione delle truppe e per le ogive degli stessi missili. All’inizio degli anni ‘90 l’utilizzo del sistema è stato sdoganato ad uso civile, con dei veti. Questi erano legati alla precisione di localizzazione, che all’inizio non poteva andare sotto i 15-20 metri. Due ingegneri: Gary Burrel e Min Kao, i due fondatori di Garmin, dai quali deriva anche il nome dell’azienda, hanno sviluppato dei dispositivi che permettessero di localizzarsi grazie all’uso del sistema GPS».

Oltre al profilo planimetrico c’è anche quello altimetrico
Oltre al profilo planimetrico c’è anche quello altimetrico

I satelliti

La parte fondamentale che ha permesso a questa tecnologia di svilupparsi è quella dei satelliti. 

«Questi satelliti – continua Longoni – hanno un’orbita costante intorno alla terra e lanciano dei messaggi verso di essa. Servono tre satelliti per ottenere la posizione, attraverso la famosa “triangolazione” che viene letta in coordinate geografiche. I primi ambienti ai quali ci si è dedicati sono stati quelli dove era davvero necessario geolocalizzarsi, quindi il settore nautico e aeronautico. Ambienti senza alcun punto di riferimento. A metà anni ‘90 nascono i primi dispositivi ad uso terreno, sempre con precisione di 15-20 metri e con 8 canali».

La geolocalizzazione funziona grazie alla triangolazione del segnali da parte dei satelliti (foto scienza per tutti)
La geolocalizzazione funziona grazie alla triangolazione del segnali da parte dei satelliti (foto scienza per tutti)

Posizione

Il sistema che viene utilizzato per calcolare la posizione è estremamente semplice e nel tempo è diventato sempre più preciso.

«Ora i sistemi di geolocalizzazione – spiega – sono quattro: GPS, Galileo, Glonass e BeiDou. Ogni dispositivo è in grado di allacciarsi con uno di questi sistemi di satelliti, chiamate costellazioni. Ognuna di esse è composta da 24 satelliti l’una, i quali sono settati con degli orologi atomici. Calcolare la posizione è estremamente semplice: orario di partenza, orario di arrivo, velocità del segnale e si ha la distanza del dispositivo dai tre satelliti con i quali sta comunicando. Il tutto viene tradotto, come detto prima, in coordinate geografiche».

«Quello che dà la precisione è il numero di satelliti: più sono vicini e in grado di comunicare, più la mia posizione sarà esatta. In questi anni di primi dispositivi la tecnologia era diversa, c’erano molti meno satelliti e, cosa più importante, c’erano delle finestre di tempo nelle quali potevano agire. Per essere precisi il numero dei canali, quindi 8 oppure 12, indica quanti satelliti il segnale riesce a prendere il sistema nello stesso momento».

Le costellazioni di satelliti in orbita sono 24 per ognuno dei quattro sistemi di geolocalizzazione (foto La Repubblica)
Le costellazioni di satelliti in orbita sono 24 per ognuno dei quattro sistemi di geolocalizzazione (foto La Repubblica)

Le mappe cartografiche

I sistemi fino alla metà degli anni ‘90 prevedevano la navigazione in linea retta da un punto A ad un punto B. La necessità di seguire degli itinerari, quindi delle strade, è arrivata successivamente. 

«Se si aggiunge una cartografia vettoriale – dice ancora Longoni – lo strumento è in grado di calcolare i percorsi. Questa è la differenza tra traccia e rotta: la prima è la scia elettronica che sviluppo mentre mi muovo. La rotta, invece, è lo strumento che mi permette di raggiungere la posizione voluta. Le prime cartografie nel mondo del ciclismo le abbiamo implementate nel 2006. Si trattavano di quelle stradali che venivano inserite nei dispositivi per il ciclismo. Il passo in avanti dal punto di vista della navigazione lo abbiamo fatto quando abbiamo integrato la possibilità di ricevere altri segnali satellitari, non solo GPS quindi. Questo ha permesso un grande sviluppo, sia a livello di precisione che a livello di ricalcolo dei percorsi. Ora con uno dei dispositivi più moderni, come può essere l’Edge840 Solar, la navigazione è estremamente semplice. 

La geolocalizzazione ha aperto sviluppi importantissimi anche sul fronte della sicurezza
La geolocalizzazione ha aperto sviluppi importantissimi anche sul fronte della sicurezza

La sicurezza

I dispositivi Garmin hanno al loro interno anche quella che è la funzione Incident Detection, che permette di lanciare un messaggio di allarme in caso di emergenza. 

«Questa si attiva automaticamente – dice Longoni – con un giroscopio posizionato all’interno del dispositivo. In caso di impatto o di caduta il ciclomputer è pronto a far partire il messaggio di emergenza, il quale però funziona solo se si ha un telefono dietro e si è agganciati ad una rete. Abbiamo altri sistemi che non sono legati a sistemi telefonici, per esempio: il nostro dispositivo InReach. Questo non è collegato ad un sistema telefonico ma utilizza Iridium, un sistema satellitare utile per essere rintracciati in ogni parte del mondo».

Garmin