Le difficoltà degli juniores e tanto altro: Bardelli tuona

24.08.2023
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«Non c’è una programmazione, così è difficile rispondere alle aspettative dei ragazzi. Perché poi tutti noi, tecnici, i ragazzi stessi, chi gestisce i ciclismo… vive sui loro sogni. Così li illudiamo». Andrea Bardelli, direttore sportivo della squadra juniores CPS Professional Team è un fiume in piena.

CPS Professional Team, Bardelli è il secondo da destra
CPS Professional Team, Bardelli è il secondo da destra

Secondo anno a rischio

Questa situazione d’incertezza sta facendo riflettere il tecnico toscano anche sul fare un personale passo indietro. Tante cose non sono più chiare secondo lui e per i ragazzi non c’è più prospettiva.

«Tolta quella manciata di talentini – dice Bardelli – per gli altri si fa dura… E si fa dura per ragazzi validi, che hanno vinto, che sono costanti nelle prime posizioni. Che hanno potenziale.

«Faccio un esempio, nella mia squadra ci sono tre atleti di secondo anno che sono tra i primi 20 in Italia. Sono tutti e tre bravi, hanno vinto (anche più di una gara ciascuno), hanno fatto diversi podi, sono costanti, abili in corsa… Insomma hanno del potenziale. Avrebbero persino i punteggi per approdare in una continental… eppure nulla. Tante promesse, test fatti ad aprile e ad agosto inoltrato ancora sento dirmi: “Vediamo, se parte quello forse te lo prendo”».

Spesso si guarda ancora solo l’ordine d’arrivo, ma per valutare un ragazzo alle corse bisogna andarci. Lo stesso Bardelli riporta il caso del suo Lorenzo Mark Finn. Quante telefonate da Ferragosto in poi a seguito delle sue vittorie, ma lui questo ragazzo lo aveva scoperto ben prima, quando addirittura neanche era ancora mai arrivato davanti. 

Bardelli invoca un cambiamento pertanto. E anche rapido. Ogni anno il cerchio si stringe. Qualcosa non va in questo sistema.

«Credo che in Italia tra gli juniores di secondo anno ci saranno appena dieci ragazzi che hanno trovato la squadra per l’anno prossimo. Qui diciamo che non ci sono le squadre italiane dei pro’, io dico che non ci sono proprio le squadre».

E su questo ultimo punto bisogna riflettere però. Quando andiamo alle corse, le stesse squadre U23, ci dicono delle difficoltà nel trovare i corridori di primo anno. Poi magari li prendono, ma all’ultimo. Fino alla fine tutti i ragazzi – influenzati da chissà chi – aspettano il colpo grosso, che nella maggior parti dei casi è un sogno.

Una dicotomia non facile: gli juniores passano sempre più spesso pro’, ma hanno le difficoltà di sempre
Una dicotomia non facile: gli juniores passano sempre più spesso pro’, ma hanno le difficoltà di sempre

Regole nuove

E allora come fare? Perché parlare va bene, ma poi serve anche una possibile soluzione. In questo caso molto deve fare il governo del ciclismo. UCI e soprattutto la FCI. Bisogna trovare più spazio per chi approccia la categoria U23.

«Per esempio – prosegue Bardelli – si potrebbe imporre ai team under 23 di prendere un numero minimo di primi anni, cioè di juniores che passano e con un vincolo di punti massimo. Un po’ come noi juniores non possiamo prendere più di quattro allievi di secondo anno con più di 20 punti. E se non c’è spazio, limitare il numero degli elite. Anche perché per loro diventa praticamente impossibile andare avanti».

In questo modo si darebbe a tutti i ragazzi, non solo a quella manciata di campioncini, la possibilità di crescere. Perché a 18-19 anni è diverso che a 24, visto che di spazio ce n’è sempre meno. E magari allo stesso tempo per stare nelle regole si eviterebbero tesseramenti fittizi, dalle Regioni meno battute».

«A 19 anni c’è ancora la crescita di mezzo, ci sono cose da imparare… Quando si fa questo discorso penso a Nicolò Buratti. Da juniores non entrava nei dieci, poi è cresciuto. Uno come lui oggi non sarebbe andato avanti. O lo avrebbe fatto con mille difficoltà».

Nell’assenza di programmazione, Bardelli imputa anche l’assenza di crono. Sempre rarissime in Italia (qui Giaimi – foto tornanti_cc)
Nell’assenza di programmazione, Bardelli imputa anche l’assenza di crono. Sempre rarissime in Italia (qui Giaimi – foto tornanti_cc)

Fci dove sei?

Bardelli mette sul piatto un discorso concreto. Un discorso di chi vive il ciclismo sul campo. Serve una svolta e come detto prima anche la FCI secondo lui deve fare qualcosa. Troppo spesso le cose sono lasciate al caso, si aspetta “fin che la barca va”…

Manca, per esempio, ancora un regolamento 2024: chi deve organizzare i team come e quando si muove? I dirigenti, i tecnici spesso si ritrovano “soli”.

«Ho dovuto chiamare io chi di dovere per sapere qualcosa sulle regole 2024 – spiega Bardelli – Ma nulla. Noi dobbiamo fare tutto, ma non abbiamo niente: regolamento, un calendario omogeneo (a volte due corse in tutta Italia, altre volte sette solo al Nord), procuratori di mezzo che ti tolgono il controllo dei ragazzi…. Spesso dobbiamo affidarci all’aiuto dei genitori, per andare alle corse. Muoversi e programmare così è difficile, credetemi».

La categoria juniores è (ed appare) sempre più importante negli eventi internazionali
La categoria juniores è (ed appare) sempre più importante negli eventi internazionali

Categoria fondamentale

Che ci sia in atto un rivoluzione di questa categoria è ormai noto. Addirittura si vocifera che presto potrebbe essere allungata di un anno, eliminando gli U23. Quella degli juniores è dunque una categoria fondamentale: si va da qui ai pro’ o nelle squadre development. A quel punto è normale che tra le categorie giovanili diventi quella più importante.

Anche in questo caso si punta il dito sui procuratori e sulla fame dei team WT di reperire talenti, ma il discorso non si può limitare a questo. Semmai quella è una conseguenza. Il quadro tecnico, organizzativo e prestativo si è rivoluzionato in pochissimi anni. E tante cose andrebbero riviste, se non altro per adattarsi.

«Se questa categoria è così importante, se è il “muro” di crescita e del futuro per i corridori, allora non voglio più sentire certe critiche: che spremiamo i ragazzi, che li portiamo a correre all’estero – perché mi sono sorbito anche questo – che fanno allenamenti eccessivi… Se poi il sistema porta avanti solo quei top dieci, va da sé che la sfida è tutta qui».

Sotto le spinte di De Fabritiis e di Simone De Zio soprattutto, i CPS lavorano da squadra
Sotto le spinte di De Fabritiis e di Simone De Zio soprattutto, i CPS lavorano da squadra

Serve unità

Se questa categoria è sempre più importante, allora serve un’azione corale. Bisogna fare sistema, tanto più in tempi di “vacche magre”: tra giovani sempre meno per numero, squadre che fanno fatica ad andare avanti, mancanza sempre più evidente di un team WorldTour nostrano…

«Ci vorrebbe anche un cambio di tecnici – conclude Bardelli – e mi ci metto anche io. Dobbiamo riflettere, porci delle domande… Mi rendo conto che alle corse vedo la stessa gente da 50 anni. Perché la Fci non è in grado di tenere quei ragazzi che ad una certa età non possono passare ma possono dare qualcosa ai più giovani? Perché non facciamo un’associazione dei direttori sportivi juniores? C’è Luca Colombo per esempio che sarebbe in grado di rappresentarla».

«La Federazione mi sembra più interessata ad esaltare questa o quella medaglia, che non ad agire su altri fronti: giovani, regole, tesserati… Io non sono un manager, ma metto sul piatto i problemi che vedo: magari insieme si può trovare una soluzione.

«E per fortuna che il cittì Salvoldi è bravo: è presente, si fa sentire… Ma poi il resto? Per fare un esempio, tra qualche giorno scatta il Giro della Lunigiana e ancora non si sa chi porterà il Comitato Toscano. Serve progettualità o presto correranno in dieci».

Gazzoli torna, vince e racconta la rinascita

24.08.2023
6 min
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Dal freddo del Circolo Polare Artico a Caligola, che ti impedisce di respirare riempiendoti i polmoni di aria calda, il passo è breve. Michele Gazzoli è tornato dalla Norvegia lunedì, ora si allena a casa (Brescia) e fa i conti con il grande caldo. «Tra ieri e oggi (martedì e mercoledì, ndr) mi sono allenato poco, un po’ per recuperare e un po’ per il troppo caldo. Il termometro tocca i 39 gradi, non è proprio semplicissimo uscire. Giovedì che ho un lungo da fare uscirò presto, verso le 7, giusto per avere qualche ora di tregua».

Per Gazzoli è arrivata la prima vittoria da professionista, nella seconda tappa dell’Arctic Race of Norway
Per Gazzoli è arrivata la prima vittoria da professionista, nella seconda tappa dell’Arctic Race of Norway

Un cammino lungo 9 mesi

Il ritorno alle corse, nello specifico all’Arctic Race of Norway, è solo la punta dell’iceberg (perdonate il gioco di parole) di un 2023 che per Michele Gazzoli ha significato molto. 

«Devo ringraziare l’Astana all’infinito – dice subito – per aver lasciato accesa questa speranza di poter tornare con loro. Da “Vino” (Vinokurov, ndr) a Martinelli, ma non solo loro, tutta la squadra. Si era parlato di un mio ritorno in squadra già nei mesi precedenti al Giro d’Italia, ma durante la corsa rosa ho avuto la conferma che sarei tornato da loro».

Nei mesi invernali ha curato particolarmente la sessione in palestra, con lavori specifici
Nei mesi invernali ha curato particolarmente la sessione in palestra, con lavori specifici
Da quel momento hai iniziato la tua preparazione?

In realtà è da ottobre dello scorso anno che lavoravo e mi allenavo con l’intenzione di tornare a correre. Ho fatto quella che sarebbe stata una stagione normale, per fortuna, da un lato, senza la fretta di dover tornare competitivo fin da subito. 

Allora come è partita questa tua stagione?

Mi sono concentrato molto sulla palestra, facendo molti più lavori, ma dilatati nel tempo. Mi allenavo per due o tre volte a settimana, da metà ottobre a inizio gennaio. Ho lavorato molto con i pesi andando a curare quelle che potevano essere le mie lacune: principalmente forza ed esplosività. A gennaio mi è uscita una piccola ernia e mi sono dovuto fermare. La fortuna è stata che non dovendo correre da subito ho potuto aspettare e fare rientrare con calma questo piccolo problema. Se avessi avuto il panico e la fretta di tornare ad oggi, probabilmente, mi sarei portato dietro questo dolore. 

Con la bici quando hai iniziato ad allenarti?

Principalmente a febbraio e marzo, in quei mesi ho curato molto il fondo ed il volume, facendo tante uscite in Z2. Mi sono concentrato tanto su questa parte, allenandomi con continuità ed esclusivamente su strada, con qualche richiamo in palestra. 

Gli allenamenti non sono mancati, qui in un’uscita su strada con la nipote
Gli allenamenti non sono mancati, qui in un’uscita su strada con la nipote
Poi hai alzato il ritmo?

Ad aprile. Con l’inserimento di lavori specifici: soglia, fuori soglia, 20/20, forza. Questo fino a maggio, quando sono andato in ritiro a Livigno per 21 giorni. 

Come hai usato i giorni di ritiro?

In maniera un po’ diversa, siccome non avevo corse alle porte potevo osare di più. Ho usato quei 21 giorni per fare tanta fatica ed intensità. Durante la giornata uscivo con altri atleti, mi mettevo alla loro ruota e facevo fatica. 

Con chi ti sei allenato principalmente?

In ritiro ero con “Baro” (Filippo Baroncini, ndr). E’ un mio grande amico, anche e soprattutto al di fuori della bici. Siamo davvero molto legati. 

Il primo ritiro a Livigno lo ha fatto insieme all’amico Baroncini, i due hanno condiviso tante esperienze tra cui il mondiale di Leuven vinto da “Baro”
Il primo ritiro a Livigno lo ha fatto insieme all’amico Baroncini, i due hanno condiviso tante esperienze tra cui il mondiale di Leuven vinto da “Baro”
Il tuo livello in quel periodo com’era?

Secondo me buono, sarei stato quasi pronto per gareggiare. Alla fine nei mesi precedenti ho lavorato tanto e bene, la classica fase di “costruzione” è stata soddisfacente. 

Una volta tornato giù?

Mi sono allenato ancora per una settimana, qualcosa meno e poi ho staccato per qualche giorno. Nel periodo in cui sono tornato a casa faceva un caldo tremendo, quindi ho preferito ridurre le ore di allenamento. Meno volume e più intensità, con qualche doppietta. 

Quando hai saputo che saresti tornato a correre alla Arctic Race?

Un mese prima dell’inizio della gara. In realtà non ero sicuro sarei andato a correre lì, il dubbio era tra Norvegia e Burgos. 

Gazzoli ha condiviso il ritorno in corsa con il suo compagno di squadra e amico Scaroni, aiutandolo a conquistare il podio finale
Gazzoli ha condiviso il ritorno in corsa con il suo compagno di squadra e amico Scaroni, aiutandolo a conquistare il podio finale
Come ti sei preparato per il ritorno in corsa?

Con un secondo ritiro in altura, dal 25 luglio all’8 agosto, una quindicina di giorni. Anche perché trovare un buco a Livigno in quel periodo era praticamente impossibile. Gli allenamenti non sono stati tanti diversi da quelli del primo ritiro. Sono rimasto sui miei valori, senza esagerare, e le sensazioni erano davvero ottime. 

Che sensazioni hai provato al ritorno alle gare?

Quando mi hanno detto che avrei corso è stato gratificante. Ma la cosa migliore è stata riattaccare il numero, andare al foglio firma… Insomma rivivere tutta la routine delle gare. Ho avuto anche la fortuna di aver condiviso questo momento con molti amici: Colleoni, Baroncini, Scaroni. Tutti ragazzi che conosco bene e che sono dei grandi amici

Ed è arrivata anche la prima vittoria da professionista…

Avere questo anno “sabbatico” obbligato mi ha aiutato a estraniarmi da quella sensazione di rincorsa che avevo. Mi trovavo ad essere frenetico e poco sereno, ma non mi accorgevo. Ripartire da zero mi ha permesso di cogliere quello che mi mancava. La vittoria è quella cosa che sai può arrivare, ma quando arriva poi ti sorprende sempre. 

A Gazzoli sono mancati i piccoli momenti della corsa: come il foglio firma e attaccare il numero sulla maglia
A Gazzoli sono mancati i piccoli momenti della corsa: come il foglio firma e attaccare il numero sulla maglia
E cosa ti mancava?

A questa domanda posso rispondere con una frase del film di Arnold Schwarzenegger: “un lupo che scala una collina ha molta più fame del lupo che sta sopra la collina”. Io scalando quella collina mi sono reso conto di avere una fame che mi faceva vedere solo un obiettivo: quel 10 di agosto. 

Quanto ti mancava correre?

Tantissimo, sono un animale da competizione. E’ stato bello ritornare e farlo con l’Astana. Con loro ho un ottimo rapporto e se sono qui è merito di tutta la squadra, non smetterò mai di ringraziarli e farò di tutto per ripagarli. Scusate se sono stato lungo, ma dopo un anno avevo tante cose da dire…

E’ stato un piacere ascoltarti, ci vediamo alle corse.

A presto!

Cattaneo corridore top, con la benedizione di Remco

24.08.2023
5 min
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«Landa sa vincere grandi Giri con la sua squadra. Adesso ha 33 anni, penso che non sia troppo vecchio. E’ un buon acquisto che porta molta esperienza in una squadra giovane. Penso che sia stato la mossa migliore che Lefevere potesse fare quest’anno, ma mentirei se dicessi che non mi aspettavo un corridore in più, appena sotto il livello di Landa. Un corridore tra il livello di Van Wilder, Vervaecke e Cattaneo, ma è difficile trovare uomini in quella categoria, perché costano».

Commentando in un’intervista con Lanterne Rouge l’arrivo del corridore basco alla Soudal-Quick Step, Evenepoel ha messo Mattia Cattaneo sul piatto dei suoi corridori più fedeli e affidabili. Un’investitura importante per il bergamasco, che ha la stessa età di Landa, ma che ha passato gli ultimi quattro anni a costruirsi in una direzione ben precisa. Fortissimo a crono, finalmente sicuro di sé, con l’esperienza di undici anni di professionismo, il Cattaneo di oggi non ha niente a che vedere con il ragazzino intimidito dei primi tempi alla Lampre. Però le parole di Remco ci hanno incuriosito e abbiamo voluto commentarle con lo stesso Mattia, mentre chiudeva le valige per la Vuelta, che scatterà sabato da Barcellona con una cronometro a squadre.

In questi 4 anni con Lefevere, Cattaneo si è ricostruito e consolidato e ora è fra i migliori cronoman al mondo
In questi 4 anni con Lefevere, Cattaneo si è ricostruito e consolidato e ora è fra i migliori cronoman al mondo
Ti aspettavi certe parole da Evenepoel?

Credo c’entri il fatto di aver corso parecchio con lui nell’ultimo anno. So che si è trovato bene, nel senso che ha visto che mi muovo senza prendere troppi rischi. Mi ha aiutato l’esperienza. In più, aver fatto tante corse importanti con lui, restando sempre ad alto livello per il tipo di lavoro che serviva, mi ha portato a consolidarmi. Era quello che cercavo da tempo, il lavoro giusto per un corridore come me.

La prima svolta c’è stata quando passasti alla Androni, ma certo con la Quick Step c’è stato il vero salto di qualità, dalla crono alla salita. Si può parlare della vera maturazione?

Credo sia dovuto a come sono seguito, sia dal punto di vista della preparazione sia dal punto di vista dello studio di materiali. Parlo di cronometro e tutta una serie di cose che una squadra di livello top come questa può darti più dell’Androni. Attenzione, per me l’Androni è stata tutto, sarò per sempre grato. Però ci sono delle lacune tecniche e di budget impossibili da colmare rispetto a una squadra che ha 10 volte il budget. Preparazione, a seguire l’alimentazione, l’idratazione. Adesso il ciclismo è molto specifico e hai bisogno di una squadra che ti dia supporto da tutti i punti di vista.

Mattia Cattaneo, Gianni Savio, Mario Androni, Fausto Masnada
Per Cattaneo e Masnada, come per Scarponi prima di loro, l’Androni è stata il team del rilancio
Mattia Cattaneo, Gianni Savio, Mario Androni, Fausto Masnada
Per Cattaneo e Masnada, come per Scarponi prima di loro, l’Androni è stata il team del rilancio
Sei il Mattia che cercavi quando passasti professionista oppure hai cambiato strada? Passasti da vincente, cosa pensi guardando a quel ragazzo?

Onestamente, nonostante quando passai tutti pensassero che fossi il nuovo Nibali, io non ho mai pensato di poter arrivare a quel livello. Ho sempre pensato di essere un corridore come quello che sono per un capitano, in questo caso per Remco. Un compagno super importante fino a un determinato punto della corsa, perché madre natura mi ha fatto forte, non posso dire che sono scarso, però non sono al livello dei top 10 al mondo.

Quindi?

Se quando sono passato, mi aveste detto che sarei arrivato qui a fare questo tipo di lavoro, con questa costanza e comunque sempre ad alti livelli, avrei firmato subito. Lo sapete meglio di me quanto ci ho messo per riuscire a raggiungere questo equilibrio…

Per Cattaneo, la sicurezza di Remco alla sua ruota è data dalla capacità di muoversi senza troppi rischi
Per Cattaneo, la sicurezza di Remco alla sua ruota è data dalla capacità di muoversi senza troppi rischi
E’ difficile mantenerlo oppure adesso sai come si fa?

Secondo me, più che facile o difficile, adesso c’è il fatto di essere consapevole che una determinata cosa la posso fare. Quindi vado alla Vuelta, al Giro o in qualsiasi corsa, sapendo che quel tipo di lavoro lo posso fare tranquillamente. Logicamente devo stare bene, una volta potrà venire meglio e una volta meno bene a seconda della condizione, ma so quello che posso fare e il modo per farlo.

In che modo avere un capitano che a sua volta è capace di grandi risultati riesce a compattare la squadra attorno? Questa faccenda del Wolfpack fino a che punto è una cosa che esiste?

Io non sono uno che guarda tanto i social, però nei vari gruppi gli amici mi mandano quello che viene scritto su noi e la nostra squadra. Si dice che siamo una squadra scarsa, con corridori scarsi. “Dove volete andare con quella squadra? Remco si troverà da solo quando ci saranno trenta corridori…”. Eppure secondo me è in questi frangenti che si vede il famoso Wolfpack, che poi siamo noi. E’ vero, bisogna essere oggettivi, sulla carta siamo più deboli di altre squadre. Però credo che questa cosa del gruppo possa colmare il gap e noi ci puntiamo tanto, anche se dall’esterno può sembrare che non conti tanto.

Ai mondiali di Glasgow, Cattaneo ha corso il Team Mixed Relay e ha poi centrato l’8° posto nella crono
Ai mondiali di Glasgow, Cattaneo ha corso il Team Mixed Relay e ha poi centrato l’8° posto nella crono
In cosa può incidere?

Sul non doversi neanche voltare, perché sai chi c’è con te e che lavoro può fare. Magari ha un po’ meno gambe, però sei tranquillo e non diventi matto per cercarlo e alla fine ti ritrovi con più energie per quando serviranno davvero. Tante situazioni, frazioni di secondo che sono decisive non tanto sulle salite lunghe, ma per andarle a prendere in testa o nei finali della Vuelta che spesso sono nervosi e possono costare 15-20 secondi ogni volta senza che neanche te ne accorgi. Non c’è tanto da inventare. Stare davanti e avere le gambe per farlo. E noi questo sappiamo farlo bene.

A forza di salite, Cavallo ha trovato il contratto giusto

23.08.2023
5 min
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Nel variegato mondo degli Under 23 era emersa nella scorsa primavera una particolare rivalità. Nella Sulle Strade di Marco Pantani e al successivo Giro di Franciacorta, su tutte le salite Thomas Pesenti si era ritrovato a battagliare testa a testa con Luca Cavallo. Parliamo di due scalatori puri, una razza da più parti ritenuta in estinzione nel ciclismo italiano e non solo.

Tanta acqua è passata sotto i ponti da allora, ma Cavallo non si è fermato, anzi. Ha continuato a macinare risultati tanto da essere ai vertici del ranking nazionale di categoria, si è presentato anche al Valico del San Gottardo per gli europei per scalatori andando a sfiorare un podio assoluto che avrebbe potuto significare molto per il suo futuro, poi è andato a prendersi una classica del calendario come la Zané-Monte Cengio.

Il corridore di Dronero, nelle valli cuneesi, ama davvero la salita, l’ha sempre amata: «Fin da piccolino, anche se allora avevo un fisico diverso, un po’ più grosso ma esplosivo. Ora sono alto 1,82 per un peso forma di 59 chili, il classico fisico da scalatore».

La vittoria di Cavallo a Monte Cengio. I suoi successi nascono spesso da fughe solitarie
La vittoria di Cavallo a Monte Cengio. I suoi successi nascono spesso da fughe solitarie
Ma quali tipi di salite prediligi?

Preferisco quelle lunghe, dove si fatica tanto, ma nel nostro calendario non ce ne sono molte. Quindi mi sono abituato anche a sfruttare gli strappi brevi, a guardare alle pendenze per cercare di fare la differenza.

Che tipo di scalatore sei, uno che scatta o vai su regolare?

Sicuramente questa seconda opzione. Prendo il mio ritmo già alla base e vado su con i miei valori, tenendo anche 60-90 minuti. Le mie salite preferite sono quelle intorno al 7-9 per cento di pendenza media. Patisco un po’ le salite a gradoni, con continui cambi di pendenza.

Per completare il discorso, che wattaggi riesci a tenere?

Io sono un corridore magro e per sua natura molto esplosivo. Su salite fino a 20, anche 25 minuti ho 7 watt l’ora, intorno ai 6 quando c’è una durata che arriva all’ora.

Cavallo ama le salite lunghe, tenendo un ritmo molto alto per lunghi tratti
Cavallo ama le salite lunghe, tenendo un ritmo molto alto per lunghi tratti
Rispetto alla primavera c’è stato un cambio di rendimento?

Direi proprio di sì. Quando ho raccolto i posti d’onore a Mercatale o alla Sulle Strade di Marco Pantani ero ancora un po’ sopra il mio peso forma, con della massa grassa. D’altronde sapevo che con l’arrivo del caldo sarebbero arrivate anche le corse a me più congeniali, quelle con arrivo in salita e volevo farmi trovare pronto.

Proviamo un po’ a completare il tuo identikit tecnico…

Veloce non sono, questo è certo. Sono invece abbastanza bravo in discesa e infatti cerco spesso di approfittare della situazione per allungare ulteriormente. Mi resta un punto sconosciuto, conoscere il mio rendimento a cronometro.

Un dato importante, anche per capire un tuo eventuale impiego nelle corse a tappe…

Quest’anno ho fatto il Giro del Veneto finendo sul podio, poi ho vinto il Giro delle Valli Aretine il giorno dopo la sua conclusione e poi sono stato a riposo per tutto luglio. Ho ripreso proprio con la gara del San Gottardo.

Il cuneese ha provato gli europei per scalatori, mancando il podio per 8″
Il cuneese ha provato gli europei per scalatori, mancando il podio per 8″
Ti aspettavi una simile prestazione?

No, proprio perché non avevo più gareggiato. Non era un percorso del tutto favorevole, c’erano 6 chilometri di pavé, anche se diverso da quello belga e su quei tratti ho faticato. Infatti nella seconda parte ho perso parecchio, il podio è sfumato lì. Ma nel complesso posso dire di essermela cavata bene considerando chi c’era.

Quando hai iniziato?

Da G4, seguendo le orme di mio fratello, che è arrivato a correre fino agli juniores. Mio padre lo seguiva e io mi aggregavo, anche perché andavamo col camper ed era molto divertente per un bambino come me. Poi lui ha smesso per dedicarsi agli studi di medicina e io ho preso il suo posto…

Da settembre Cavallo sarà stagista alla Green Project, dal 2024 diventerà effettivo
Da settembre Cavallo sarà stagista alla Green Project, dal 2024 diventerà effettivo
Oltre ai risultati, nelle ultime settimane è arrivata anche la chiamata della Green Project Bardiani CSF Faizané

Da settembre sarò stagista con loro per poi approdare alla prima squadra nel 2024. Sapevo sin da inizio stagione dell’interesse di Reverberi, mi aveva anche chiamato per fare dei test, poi mi hanno proposto di non aspettare la fine della stagione, ma di fare già qualche gara da quest’anno. Chiaramente ho detto di sì, saranno esperienze utilissime.

Ti sei più ritrovato a battagliare con Pesenti?

Con Thomas quelle sfide non sono una novità, ci conosciamo bene, sin da quando eravamo juniores. Anche lui ha faticato come me nella sua evoluzione ciclistica e per questo lo rispetto molto. Sul Carpegna è stata dura, aveva 11” di vantaggio e su quelle rampe siamo andati alla stessa identica velocità. Poi al Giro della Franciacorta sapevamo di essere più forti in salita e ci siamo messi d’accordo a portare avanti la fuga fino alla fine per poi giocarcela. Comunque sì, ce le siamo date di santa ragione…

Vento, condizioni fisiche e radio: quei 12″ tra Ganna e Remco

23.08.2023
5 min
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Filippo Ganna non ha conquistato la maglia iridata della cronometro per 12” dopo una sfida lunga 47,8 chilometri. Remco Evenepoel, il vincitore, in pratica gli ha rifilato 0,25” al chilometro. Un quarto di secondo ogni mille metri. Un’inezia.

Un distacco così fa pensare e ripensare: dove ha perso quei pochi secondi Ganna? Una domanda che si è posto lo stesso piemontese dopo la gara.

Noi invece lo abbiamo chiesto a tre esperti di crono: Adriano Malori, Edoardo Affini e Marco Pinotti. Un’inchiesta, una riflessione tecnica, che resta comunque molto complicata. Ricordiamoci che parliamo di distacchi piccoli, che siamo nell’era dei marginal gain in cui ogni dettaglio incide, ma che di contro (e paradossalmente) 12” potrebbero non essere neanche pochi. Sul banco degli “imputati” finiscono: materiali, tattiche, condizione, riscaldamento, guida, regole… Un bell’intrigo insomma!

Ganna in lotta col vento (notate l’erba). Il cx migliore di Remco ha fatto la differenza?
Ganna in lotta col vento (notate l’erba). Il cx migliore di Remco ha fatto la differenza?

Malori insiste sul vento

Adriano Malori già ci aveva accompagnato nel post di quella crono. Il “Malo” aveva indicato il vento come il rivale numero uno di Ganna, almeno tra i fattori esterni. E in particolare il vento laterale. E resta su quella linea.

«Anche se dalla tv non si è visto molto – dice Malori – nel tratto più lungo, quello in cui si andava nel doppio senso di marcia, si notava come Evenepoel, piccolino, “sbacchettasse” parecchio. In quel punto uno grande come Pippo faceva più resistenza. Se dondolava Remco figuriamoci Pippo.

«Per il resto, sui materiali non credo che abbia perso terreno perché comunque Ganna è alla Ineos-Grenadiers e lì ci lavorano bene e costantemente. Semmai, visto lo strappo finale, con la doppia corona al posto della mono Ganna sarebbe potuto andare un po’ più forte. Ma anche nel chilometro finale è stato comunque più veloce di Remco di 3”. In ogni caso non sarebbe bastato a colmare il gap dei 12″.

«Riguardo alla guida, tanto più che la regìa tv non è stata il massimo, è difficile giudicare. Bisognava stare in ammiraglia dietro a Pippo. In generale ci può stare perdere quei 12″ lì: bastano un paio di curve fatte male che all’uscita devi rilanciare e la frittata è fatta. Ma, ripeto, questo aspetto non siamo in grado di poterlo analizzare».

Prima di chiudere Malori getta sul piatto un argomento molto interessante: secondo lui le nuove regole UCI penalizzano Ganna nella posizione: «Filippo è troppo schiacciato e meno allungato di altri sulla bici».

A Glasgow Ganna ha usato la nuova Bolide: tra le novità la monocorona di Shimano e una versione aggiornata del manubrio 3D
A Glasgow Ganna ha usato la nuova Bolide: tra le novità la monocorona di Shimano e una versione aggiornata del manubrio 3D

Affini, Remco e il suo cx

Edoardo Affini, che torna in gara oggi al Benelux (Renewi Tour) è quello più dubbioso circa il recuperare questo gap. E lui le crono attuali le fa… e anche forte.

«La differenza con Remco la fa la “pagliuzza” – dice il corridore della Jumbo-Vismanon è facile capire dove recuperare 12”. Io partirei dalla prestazione, ma bisognerebbe conoscere i reali valori dei ragazzi. Da quel che so io, hanno detto che Pippo ha fatto una delle sue migliori prestazioni in assoluto, quindi non credo si possa battere su questo tema. E anche la gestione tattica di Pippo è stata buona, visto che sul muro finale è andato fortissimo.

«Idem sui materiali: addirittura so che in Ineos-Grenadiers gli avevano dato un manubrio nuovo che lo rendesse ancora un pelo più aerodinamico così da limare ancora qualcosa».

Anche Affini insiste sul discorso del vento e dell’aerodinamica. Ma più che sottolineare lo svantaggio di Ganna, esalta il vantaggio di Remco.

«Evenepoel è molto potente, anche se meno di Ganna, ma più piccolo. Non è grosso come me e Pippo, quindi è più aerodinamico. Gente come noi si può abbassare sul manubrio quanto vuole, ma l’impatto frontale e con il vento laterale sempre grande resta.

«Penso anche che il vento sia una variabile che non puoi controllare, pertanto farei davvero difficoltà a capire dove limare quei 12 secondi».

La radio che si nota sporgere sul petto di Evenepoel, aveva una valenza aerodinamica ed era ai limiti del regolamento
La radio che si nota sporgere sul petto di Evenepoel, aveva una valenza aerodinamica ed era ai limiti del regolamento

Pinotti: prestazioni e regole

Marco Pinotti, tecnico della Jayco-AlUla, ma al tempo stesso ex cronoman ed ingegnere, ha invece qualche ipotesi in più da vagliare per recuperare quei 12 secondi.

«Io – spiega Pinotti – anche se in casa Ineos hanno parlato di grande prestazione, ho qualche dubbio in merito. Intendiamoci, non dico che Ganna non sia andato forte, ma non è stato super come altre volte. Magari anche perché aveva lavorato molto per la pista e non aveva fatto un lavoro specifico per la crono. Io so che hanno spinto molto sull’aerodinamica (e il manubrio nuovo lo confermerebbe, ndr), sui materiali e hanno perso un po’ di focus sull’allenamento.

«Ripenso alla crono che Filippo ha vinto al Wallonie pochi giorni prima. Era andato forte, ma aveva rifilato distacchi minimi a Tarling e agli altri, nonostante la crono misurasse 32 chilometri. Questo mi ha fatto riflettere. Si può mettere così: Ganna non è andato piano, ma per una serie di motivi non è cresciuto ulteriormente come può ancora fare alla sua età».

Pinotti poi insiste anche su un altro aspetto, un dettaglio che tutti abbiamo notato, ma che nessuno ha approfondito: la radio che Evenepoel aveva sul petto. Quella “radiolona” ha certamente avuto delle influenze aerodinamiche. Di fatto, inserita in quel body aero e aderente era un profilo. Anche Ganna ce l’aveva, ma la sua era ben più piccola: era la radio e basta. Ganna non aveva la radio avvolta nel pluriball come già qualcuno ha utilizzato in questa stagione.

«In questo senso servirebbero delle regole chiare – dice Pinotti – da parte dell’UCI. E’ noto che un riempitivo in quel punto dà dei vantaggi. Nel triathlon, che è libero, lo usano ma qui va chiarito una volta per tutte come fare. Una superficie simile, nell’arco di quasi 50 chilometri potrebbe anche essere stata decisiva, visto che parliamo di 12 secondi».

Sfilata iridata a Etten-Leur, il mondiale dei criterium

23.08.2023
5 min
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Quello di Etten-Leur lo chiamano “il campionato del mondo dei criterium”, forse anche per la ricchezza che viene messa ogni anno sul piatto e che permette di attirare anche i campioni più ritrosi. L’anno scorso ad esempio, nessuno riuscì ad attirare il vincitore del Tour Jonas Vingegaard, tranne loro. Tutto grazie a una serie di generosi sponsor olandesi e ai 280 euro con cui migliaia di vip pagano il loro posto nell’area riservata.

La Canyon Aeroad di Van der Poel s’è vestita dell’iride, come la sua “sorellina” nel ciclocross
La Canyon Aeroad di Van der Poel s’è vestita dell’iride, come la sua “sorellina” nel ciclocross

Il jet per Van der Poel

Per il Criterium di Etten-Leur, cittadina del Brabante Settentrionale al confine con il Belgio, si fanno delle vere e proprie follie, come ad esempio andare in Spagna con un volo privato per prelevare il campione del mondo Mathieu Van der Poel e portarlo a correre. Sono partiti sabato sera, sono riusciti ad atterrare all’aeroporto di Malaga e da lì, con il prezioso passeggero iridato a bordo, sono atterrati a Breda. Dall’aeroporto, sono bastati quindici minuti per arrivare nel centro della festa.

«Avevano già insistito dopo il Tour – ha ammesso Van der Poel, stupito – ma io avevo declinato l’invito. Però dopo il mondiale ho pensato che avrei dovuto mostrare la maglia da qualche parte e tutto sommato Etten-Leur non è molto lontano da dove vivo. Così ho potuto indossare per la prima volta la maglia iridata. Avevo già la valigia pronta, si è trattato solo di tornare a casa un giorno prima del previsto».

Van der Poel ha anticipato di un giorno il rientro dalle vacanze a bordo di un jet privato
Van der Poel ha anticipato di un giorno il rientro dalle vacanze a bordo di un jet privato

Tre giorni a Marbella

Chi magari pensava che l’olandese fosse in Spagna per il solito ritiro, prenderebbe una cantonata. Van der Poel infatti si è concesso una meritatissima vacanza dopo il Tour, il mondiale strada di Glasgow e quello finito troppo presto sulla mountain bike.

«Dopo quella caduta – ha raccontato a Het Nieuwsbladero così rigido che ho passato comunque due giorni sulla bici per recuperare un po’ di elasticità. Poi ho trascorso tre giorni a Marbella con un gruppo di amici e diciamo solo che ci sono state delle belle serate molto intense. Avevo bisogno di decompressione. Il mondiale è stato l’ultimo grande obiettivo della stagione, anche se forse non mi rendo ancora bene conto di quello che ho fatto. Forse ci riuscirò una volta che la stagione sarà davvero finita».

L’intrusa iridata: la belga Kopecky in Olanda fra le olandesi Vollering e Wiebes. Tutte di casa SD Worx
L’intrusa iridata: la belga Kopecky in Olanda fra le olandesi Vollering e Wiebes. Tutte di casa SD Worx

Un salto a Parigi

Però quella caduta brucia, soprattutto considerando il suo orgoglio sconfinato. Per cui la sua vacanza e la successiva partecipazione al criterium olandese sono serviti per sentirgli ammettere qualcosa di più.

«Sto accarezzando l’idea – ha detto – di partecipare al test event di mountain bike a Parigi a fine settembre. Quindi dovrei continuare ad allenarmi e nel frattempo voglio anche correre qualche gara su strada. Non so ancora quale sarà il programma, molto dipenderà da come mi sentirò in allenamento. La voglia di mostrare la maglia c’è, ma se potessi scegliere, mi piacerebbe davvero tanto vincere il Fiandre con questo simbolo addosso».

Vollering a braccia alzate, come sul Tourmalet, come alla fine del Tour che ha vinto
Vollering a braccia alzate, come sul Tourmalet, come alla fine del Tour che ha vinto

Kopecky e il surf

A Etten-Leur c’era anche una ricca partecipazione femminile. Lotte Kopecky, chiaramente, ma anche Demi Vollering, con la sua maglia gialla del Tour e anche Annemiek Van Vleuten, olandese che a fine anno si ritirerà ma per i tifosi olandesi è ormai una leggenda.

Raccontano gli organizzatori (che per l’iridata della SD Worx non hanno dovuto mandare un aereo), che quando si è sparsa la voce della sua partecipazione, il sito internet del criterium è andato in crash, tanta è la sua popolarità anche in Olanda.

Anche Kopecky ha raccontato qualcosa di sé e dell’emozione iridata, ma anche lei forse non è ancora pienamente consapevole della portata del trionfo.

«E’ la prima volta che indosso questa maglia su una bicicletta – ha ammesso – non ho pedalato molto negli ultimi giorni. Una volta l’ho messa sulla tavola da surf (ridendo, ndr). L’ho trovato divertente, ma ho ancora bisogno di qualche lezione. Finalmente ho avuto una vacanza, cosa che non accade spesso. Mi sono davvero goduta quella settimana senza obblighi, ma per capire se adesso nella mia carriera cambierà qualcosa, dovremo aspettare le prossime settimane».

Anche per Kopecky una bici iridata, ma pantaloncino nero che incontra di più il suo gusto
Anche per Kopecky una bici iridata, ma pantaloncino nero che incontra di più il suo gusto

Domenica Kopecky correrà la Schaal Sels a Merksem e forse sarà alla partenza della Classic Lorient a Plouay: «Ma soprattutto voglio divertirmi – ha detto a Het Nieuwsblad prima di lasciare Etten-Leur – senza alcun obiettivo. Voglio capire se c’è ancora grinta, voglio rilassarmi e quando posso, voglio dormire un’oretta di più. Diciamo che negli ultimi giorni non sono mancate le feste».

L’incidente è passato, Cataldo ha rimesso il numero

23.08.2023
5 min
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Cinque mesi sono lunghi da passare, soprattutto quando sai di aver davvero guardato la morte in faccia. In cinque mesi Dario Cataldo è tornato piano piano ad assaporare il gusto di rimettersi il numero sulla schiena, salire in bici e presentarsi alla partenza. E’ successo alla Bemer Cyclassics di domenica e per chi ricorda bene la sua storia, si è trattato di un successo pienamente all’altezza di quello, effettivo, di Mads Pedersen per il quale Cataldo ha lavorato finché ne ha avuto la forza.

Quella caduta alla Volta a Catalunya, per chi c’era e per chi ha visto le immagini, poteva essere il momento finale della carriera del lancianese, ma Cataldo non lo ha mai voluto, ha sempre scacciato via i dubbi.

«Ho lottato con questo pensiero con tutto il mio orgoglio – racconta – perché ogni corridore, ma direi ogni sportivo vuole essere padrone del proprio destino e decidere autonomamente quand’è il momento di chiudere, di voltare pagina e non farlo per colpa di un incidente. Tanti ci sono passati, da Malori a Pozzovivo per fare due nomi, poi con il tempo hanno preso strade diverse. Ma sono sempre scelte che si fanno a mente fredda e non per forza di cose. Io non volevo che fosse così».

Le immagini dell’incidente in Catalogna. Frattura di vertebra, costole, clavicola e acetabolo
Le immagini dell’incidente in Catalogna. Frattura di vertebra, costole, clavicola e acetabolo
Che sensazioni hai provato ad Amburgo?

E’ stato bello, un debutto col piede giusto nella gara giusta, dove non c’era una partenza infuocata per cercare la fuga. Ho lavorato oltre 130 chilometri per la squadra, mi sono messo spesso a tirare (foto di apertura), avrei anche potuto finirla, ma con l’ammiraglia abbiamo deciso che era meglio assimilare il lavoro fatto per il primo giorno di gara.

A che punto sei dopo 5 mesi senza gare e tanto lavoro di riabilitazione?

Sono contento pur sapendo che è dura. Dal punto di vista aerobico sono a posto, ma un po’ di forza manca, devo recuperare il giusto tono muscolare dalla parte dell’anca fratturata. Soffro gli sforzi corti e intensi, ma sono tutte cose che avevo messo in preventivo.

Com’è stato rientrare in carovana, alla vigilia avevi paura?

Un pochino sì, stranamente mi spaventava il rientro in gruppo, quei piccoli o grandi rituali che si fanno prima di ogni gara, invece mi sono accorto che è stato tutto naturale, come se quei 5 mesi fossero passati via. E’ stato molto semplice a dir la verità e questo mi ha dato coraggio.

Cataldo all’ultimo Giro d’Italia, è ancora evidente il busto che doveva portare dopo l’incidente
Cataldo all’ultimo Giro d’Italia, è ancora evidente il busto che doveva portare dopo l’incidente
In questi 5 mesi che cosa c’è stato di bello e di brutto?

Di bello sicuramente vedere tutti, ma dico tutti dalla famiglia agli amici, dalla squadra ai tifosi starmi vicini giorno dopo giorno nel mio cammino di ripresa, accompagnare ogni passo avanti verso il ritorno. Sentivo tanta forza arrivarmi da fuori e questo è stato importante. Di brutto paradossalmente proprio il fatto che ogni piccolo progresso sia sembrato infinitesimale rispetto alla “montagna” che dovevo scalare. Ogni tanto arrivava qualche incertezza, ma non volevo assolutamente mollare.

Il team quindi ti ha supportato al meglio?

Sempre. Il rapporto in seno alla squadra era già molto buono prima, ma devo dire che sin dall’inizio tutto lo staff medico ha preso a cuore la mia situazione e quando ho comunicato ai dirigenti che avevo ripreso ad allenarmi, mi hanno subito fatto avere una serie di proposte per programmare il mio ritorno alle gare. Ci tenevano a farmi rientrare bene e a farmi sentire parte dell’ingranaggio anche da fuori. Il lato professionale si è fuso con quello umano in una maniera che mi ha lasciato di stucco.

L’ultima vittoria di Cataldo, la più bella, al Giro d’Italia del 2019 battendo Cattaneo
L’ultima vittoria di Cataldo, la più bella, al Giro d’Italia del 2019 battendo Cattaneo
Ora si fa sul serio, visto che sei rimasto in Germania…

Sì, affronto il Giro di Germania da oggi fino a domenica, sapendo che sarà naturalmente più dura per me, in una corsa a tappe ci sono sempre la caccia alla fuga, i cambi di ritmo… Insomma diventa tutto più intenso e quindi so che ci sarà da soffrire, ma fa parte del gioco. Non so come il mio fisico reagirà, non nascondo che nella mente c’è sempre qualche piccolo dubbio e solo la strada potrà dissiparlo.

Ha un percorso che può andar bene per le tue condizioni, essendo appena rientrato?

Sono tracciati nervosi, che possono mettermi in difficoltà ma servono. Spero di andare il più avanti possibile, arrivare al traguardo finale sarebbe un altro grande passo avanti.

Il corridore abruzzese, qui con Pedersen, ha già il contratto per il 2024. Ora vuole sfruttare al meglio le gare di fine stagione
Il corridore abruzzese, qui con Pedersen, ha già il contratto per il 2024. Ora vuole sfruttare al meglio le gare di fine stagione
Dopo che cosa ti aspetta?

Farò il Giro del Lussemburgo, Plouay e poi la stagione italiana, andando avanti fino a fine stagione. La cosa importante è poter affrontare tutto questo con calma, avendo già il contratto per la prossima stagione. Questo mi consente di lavorare con tranquillità pensando alla piena ripresa.

Sinceramente, in questi mesi hai mai ripensato all’incidente, a come avresti potuto evitarlo?

Sapete, tante volte in 17 anni di carriera sono arrivati momenti in cui pensavi che bastava un metro avanti o uno indietro e saresti finito sull’asfalto rischiando la vita. Sono fatalista, tante volte l’ho scampata, ma quel giorno, a quell’ora toccava a me essere lì. Speri sempre che non accada, ma devi accettarlo se fai questo mestiere.

Il ritorno di Zana. Per la prima volta due grandi Giri in stagione

23.08.2023
4 min
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Filippo Zana è pronto a rimettere il numero sulla schiena dopo l’incidente – frattura della clavicola – che gli aveva impedito di difendere il titolo nazionale a giugno. L’atleta della Jayco-AlUla non corre in pratica dal Giro di Slovenia, gara che aveva vinto.

Zana torna in corsa alla Vuelta. La sua prima Vuelta. C’è emozione, voglia di tornare a fare bene e continuare a crescere, perché questa per lui è una stagione probabilmente cruciale per la sua carriera, tanto più con il secondo grande Giro nello stesso anno.

E’ il 18 giugno e Zana conclude, vittorioso, il Giro di Slovenia. Da allora non ha più corso
E’ il 18 giugno e Zana conclude, vittorioso, il Giro di Slovenia. Da allora non ha più corso
Filippo, come stai?

Abbastanza bene ora. La spalla non mi dà più troppo fastidio, quindi si può partire per la Vuelta con serenità.

Non corri da un bel po’ però…

Da qualche giorno prima del campionato italiano. Mi sono fratturato due giorni prima. Ma mi hanno operato subito. Avrei comunque dovuto osservare un periodo di stacco e tutto sommato è capitato nel momento giusto. Infatti il mio calendario non ha subito chissà quali modifiche. Quindi dopo dieci giorni di stop ho ripreso con i rulli e dopo una settimana ancora ero in bici. All’inizio a casa e poi sono salito in quota a Livigno per tre settimane di altura. Ci sono stato con il mio ex compagno di squadra, Alessandro Tonelli. Abbiamo preso una casa. Cercavamo di coordinarci con le uscite, ma poi ognuno faceva i suoi lavori.

Senza quell’intoppo avresti dovuto fare qualche gara prima della Vuelta?

Semmai avrei fatto Burgos, ma abbiamo preferito fare le cose per bene e con calma per recuperare al meglio. Magari alla Vuelta, senza ritmo gara, faticherò un bel po’ nella prima settimana, ma spero di stare meglio dalla seconda in poi.

Giro 2023: Zana lavora per Dunbar. Rivedremo queste scene anche alla Vuelta?
Giro 2023: Zana lavora per Dunbar. Rivedremo queste scene anche alla Vuelta?
Hai dovuto fare delle fisioterapie?

Soprattutto la magnetoterapia (che agevola il recupero delle fratture, ndr) durante la notte e poi gli esercizi per la mobilità del braccio. Fisioterapia per la mobilità e bici sono iniziate insieme.

Filippo, è un anno importante per te. Esci da un gran bel Giro d’Italia: quanto sei cresciuto rispetto all’estate scorsa?

Io sto bene e in generale credo di essere cresciuto molto. Non mi ero mai sentito così bene, almeno fino al Giro d’Italia. Anche per questo ho cercato di non buttare via tutto, ma ho puntato a riprendere il fondo, la base… e poi nell’ultima settimana dell’altura ho aumentato l’intensità. Ed è qui che mi sono reso conto che rispetto ad un anno fa spingo un po’ di più. Ora che sono tornato a casa sto facendo anche dietro motore, qualche lavoretto più esplosivo… per trovare un po’ di ritmo gara.

Si va alla Vuelta per…

Cercheremo di fare classifica con Dunbar come al Giro d’Italia e io cercherò di supportarlo al meglio. Poi vediamo di avere un po’ di spazio per me. Magari cercherò di tenere duro anche io pensando alla classifica.

Filippo spera di portare via dalla Vuelta una buona gamba per fare bene al Lombardia. Eccolo sul Ghisallo l’anno scorso
Filippo spera di portare via dalla Vuelta una buona gamba per fare bene al Lombardia. Eccolo sul Ghisallo l’anno scorso
Ti appresti ad affrontare per la prima volta la seconda grande corsa a tappe in stagione: che ne pensi?

Che sono curioso! Ho chiesto io alla squadra di poter fare la Vuelta o comunque due grandi Giri nello stesso anno. C’è stata la possibilità ed eccomi qui. Vediamo come andranno le cose. E’ qualcosa che si fa anche in ottica futura, credo serva per crescere ancora.

In questa estate in cui non hai corso, un po’ di ciclismo in tv lo hai guardato?

Ho guardato il Tour, che era nel periodo di recupero post incidente e anche l’italiano…. ma quella corsa, a cui tenevo moltissimo, ho cercato di prenderla nel modo migliore possibile. E poi ho visto il mondiale. Direi che Van der Poel se l’è meritato, no? Sinceramente non pensavo venisse una corsa tanto dura. E’ stato spettacolare. 

Portogallo per allievi, con Garzelli e i suoi ragazzi

22.08.2023
8 min
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Uno scambio di messaggi con Garzelli nell’ultimo sabato di Glasgow, quando ormai non si vedeva l’ora di rientrare a casa, ci ha permesso di scoprire che appena dopo il ritorno a casa, Stefano si sarebbe imbarcato in una nuova avventura.

«Domani finisco – ha scritto – lunedì riparto, poi il bello sai qual è? Che giovedì parto io con la mia ammiraglia e vado al Giro di Portogallo con cinque allievi, tra cui mio figlio (in apertura il varesino con i due figli, Marco e Luca), a fare il direttore sportivo. Mille chilometri per arrivare alla partenza, tre tappe, poi domenica ritorno e finalmente muoio».

Quanti spunti in tre righe? Una corsa a tappe per allievi e un direttore sportivo che guiderà suo figlio dall’ammiraglia. Per questo gli abbiamo chiesto di prendere nota di tutto e fare foto, che di certo lo avremmo richiamato. Siamo stati di parola.

Tre tappe, dal 18 al 20 agosto: dopo i mondiali, per Garzelli un altro bell’impegno (foto UVP)
Tre tappe, dal 18 al 20 agosto: dopo i mondiali, per Garzelli un altro bell’impegno (foto UVP)
Com’è andata questa trasferta?

E’ andata bene. E’ la terza volta che vado in Portogallo con gli allievi, tramite un aggancio avuto tre anni fa con l’organizzatore Sergio Sousa, grazie a Joao Correia, il manager di Almeida e Geoghegan Hart. Era stata ed è stata ancora una bella esperienza, perché hanno un modo differente di correre rispetto agli allievi qui in Spagna. Anche più chilometri e dinamiche simili a quelle dei professionisti.

In che senso?

C’è un bel tempo massimo, quindi anche se vai in crisi può raggiungere il traguardo. Però le tappe sono più lunghe. In Portogallo li fanno crescere più rapidamente, vogliono il risultato prima.

Luca Garzelli, Javier Martínez, Oscar Vila, Ander Almajano, Javier Cubilla: al via col sorriso sulle labbra (foto UVP)
Garzelli, Martínez, Vila, Almajano, Cubilla: al via col sorriso sulle labbra (foto UVP)
E’ già abbastanza interessante che si faccia una corsa a tappe per allievi, no?

Ce ne sono tante anche in Spagna, di due-tre giorni, anche quattro. Una cosa che in Italia non c’è, anche se in certi momenti forse è troppo. La prima tappa era di 80 chilometri, ma facile. La seconda erano 78, ancora facile. La terza tappa era di 80 chilometri, con arrivo duro in salita. Non l’avevano mai fatto. La prima volta che sono andato, vincemmo la prima tappa perché avevamo una squadra molto forte. Poi piazzati nella seconda. Invece saltammo nella terza.

Andiamo con ordine, cosa hai fatto dopo i mondiali?

Lunedì sono andato a Milano, mercoledì sono arrivato a Valencia e il giovedì sono partito in macchina con i miei due figli: Luca il corridore, e Marco il più grande, che mi ha fatto da assistente. Il venerdì è arrivata un’altra persona che mi aiuta e poi sono venuti anche i genitori degli altri corridori, che l’hanno presa come una piccola vacanza.

Quanto è durato il viaggio? 

Dieci ore. Siamo partiti giovedì mattina alle 6,30 perché alle 15,30 c’era la punzonatura e dovevo esserci. Quindi ho dovuto fare una tirata unica. 

Che cosa rappresenta un viaggio così per una squadra di allievi?

Un regalo che gli faccio. Vai a correre in un Paese diverso, è stimolante. Dormivamo quasi tutti in grandi camerate, i corridori mangiavano tutti insieme, è qualcosa di nuovo. Per me è stato impegnativo, però penso che come esperienza sportiva sia molto utile per crescere.

E come è andata?

Abbiamo fatto quinti nella generale e per due giorni abbiamo avuto il leader del GPM, poi abbiamo fatto un altro quinto posto. Purtroppo alla fine c’era via una fuga di 15 con tre minuti e sull’ultima salita ha attaccato Goncalo Rodriguez, che è arrivato con 40 secondi, staccando tutto il gruppo. Così noi per 20 secondi non siamo arrivati sul podio e per 40 non abbiamo vinto la corsa.

Si corre con un andamento simile a quello dei pro’ e non nell’anarchia della categoria allievi (foto UVP)
Si corre con un andamento simile a quello dei pro’ e non nell’anarchia della categoria allievi (foto UVP)
Com’è la gestione del gruppo?

In Portogallo le radioline non ci sono, ma radio corsa ha lavorato molto bene, perché cadute ce ne sono state e non poche, idem le forature. Ne ho approfittato per insegnare ai miei ragazzi dove andare per il rifornimento, il fatto di alzare la mano quando fori, restando in coda al gruppo e segnalando a radio corsa se è la ruota anteriore o la posteriore. Stare dietro è un bello stress, però se imparano la gestione di questi momenti delicati, ne escono più maturi.

In Spagna si usano le radio anche fra gli allievi?

Sono l’unico che negli ultimi tre anni ha continuato a fare senza, ma in Spagna è così. Io ho detto di no, perché voglio che imparino a correre. Se gli dico ogni cosa, non impareranno mai a parlare tra loro, a capire come gestire le situazioni.

A che ora partivano le tappe?

Eravamo in una zona del Portogallo dove di mattina fa anche fresco, invece nel pomeriggio si arrivava a 35-38 gradi. Si partiva alle 10 e si correva fino alle 12,30-13. Quindi sveglia per lo staff alle 6 per preparare le macchine e per i corridori alle 7. Colazione e viaggio verso la partenza. Nel pomeriggio invece hanno corso le donne U19 e in questa settimana tocca agli juniores.

Colazione da corridori?

Mangiavano una via di mezzo, perché alla fine devono fare 80 chilometri. Cercavamo di impostarla come una buona colazione, magari se c’era anche con un po’ di riso, tanto per iniziare a prendere degli stimoli nuovi. E dopo ci trovavamo sotto, si caricavano le macchine, si andava alla partenza, presentazione delle squadre, firma, controllo rapporti e poi si correva.

Tanti misuratori di potenza?

Devo dire di sì. La categoria allievi è molto orientata sul professionismo. Io non sono d’accordo, stanno bruciando le tappe, però adesso funziona così e loro si adattano. Mio figlio è allievo di secondo anno e ancora non ce l’ha, ma l’anno prossimo passa nella squadra juniores della Electro Iper Europa, l’unica continental spagnola, quindi inizierà a lavorare per forza con il misuratore di potenza. Piuttosto, in Portogallo i rapporti erano ancora limitati.

In Spagna no?

No, da quest’anno in Spagna hanno i rapporti liberi, gli allievi usano il 53×11, come gli juniores. Prima c’era il 52×16, mentre in Portogallo abbiamo trovato il 52×14, quindi si vedeva gente cambiare i pignoni, bloccare i cambi, mettere il nastro isolante sul pacco pignoni. Abbiamo dovuto adattarci alle regole locali.

Interviste alla partenza. La squadra di Garzelli era qui per la terza volta (foto UVP)
Interviste alla partenza. La squadra di Garzelli era qui per la terza volta (foto UVP)
Sei riuscito a passare del buon tempo con i tuoi figli?

Abbastanza. Marco, il grande che aveva fatto questa corsa due anni fa, mi ha aiutato veramente tanto. Ha sofferto, ha vissuto per la prima volta una corsa della macchina, avendo in gruppo il fratello che tra l’altro è caduto. Era la seconda tappa, è andato giù a 60 all’ora a 4 chilometri dall’arrivo. Ha preso botte alle ginocchia, però non si è pelato per niente. Devo dire che è stato particolare anche per me…

Perché?

Quando sei dietro la corsa, ci sono tantissime cadute e tante problematiche. Io sono direttore sportivo, ma anche padre, quindi molte volte vado in conflitto con altri, perché vedo pericoli che altri non vedono. Perciò il giorno della caduta, Marco è sceso, ha aiutato suo fratello a cambiare la bicicletta, perché la sua era rotta. Sono stato momenti molto intensi.

Per i tre Garzelli, il viaggio ha permesso di passare insieme del bel tempo, parlando molto
Per i tre Garzelli, il viaggio ha permesso di passare insieme del bel tempo, parlando molto
Hai parlato delle famiglie dei corridori che sono venute con voi.

La nostra non è una mega squadra con chissà quali strutture. Abbiamo una macchina, un furgone e tanta voglia di andare a correre in bici. Vista la passione, i genitori vengono e aiutano. Li mando a fare rifornimento, ad altri passo le borracce per andare all’arrivo ad aspettare i corridori.  Alle mamme faccio mettere quattro sedie nella zona dove ci sono tutti i furgoni. Abbiamo sempre fatto così, è il modo che abbiamo avuto in questi anni io e mia moglie di gestire la squadra.

Più pesante il viaggio di andata o il ritorno?

Quello di andata, perché nel ritorno hai ancora l’adrenalina della corsa. Parli di come è andata, analizzi le cose. Il ritorno, devo dire, è stato proprio un bel viaggio. Sarà stato anche pesante, ma è la vita che mi piace. Adesso ho delle cose da fare a Valencia, tornerò in Italia per le corse in Lombardia…