Bertogliati fuori dal UAE Team Adq, ma ha qualcosa da dire

05.01.2024
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Rubens Bertogliati è in vacanza sulla neve di San Bernardino. Lo svizzero, che sino a fine stagione è stato il team manager del UAE Team Adq, ha preferito non affrontare il tema del rinnovo del contratto in scadenza. Che qualcosa non andasse si era capito osservando il gigantismo del team in trasferta, capire il perché dell’uscita è un alto affare. E la cosa migliore in questo caso è fare domande.

Per chi non lo conoscesse, Bertogliati è nato a Lugano 44 anni fa. E’ stato professionista dal 2000 al 2012, correndo anche con Lampre e Androni. Fra i trofei più cari, spicca la vittoria di tappa al Tour del 2002 che gli valse anche la maglia gialla per due giorni. Dopo aver smesso di correre, è stato direttore sportivo e allenatore alla IAM Cycling, poi alla Cervélo Bigla femminile, infine è passato alla UAE Emirates. Prima nel 2019 come allenatore degli uomini, poi dal 2022 come manager della neonata squadra femminile (in apertura, lo vediamo in una foto Instagram con Erica Magnaldi a fine Giro 2023).

Nel 2023, secondo anno della gestione Bertogliati, il UAE Team Adq ha chiuso al 4° posto mondiale, nel 2022 era 7°
Nel 2023, secondo anno della gestione Bertogliati, il UAE Team Adq ha chiuso al 4° posto mondiale, nel 2022 era 7°
Come mai hai preferito uscire?

Il contratto scadeva e ho preferito non rinnovarlo. Ho anticipato una decisione che secondo me sarebbe arrivata dall’alto. I motivi sono tanti, forse anche troppi da raccontare in pubblico. Si può dire che non avevo la stessa visione della proprietà del team. Il loro riferimento è sempre stata la squadra maschile, che in 4-5 anni è arrivata a vincere il Tour e ad essere la numero uno al mondo. Penso che con le donne si vogliano bruciare le tappe.

Perché lo pensi?

Per crescere in modo sano e duraturo, il ciclismo femminile ha bisogno di una costruzione più graduale. Okay, arrivi a essere primo, poi cosa fai? Deve rimanerci e per farlo devi avere una struttura che te lo consenta. E struttura non significa andare al Tour con 16 persone di staff, quelle sono esagerazioni. Sappiamo tutti che si tratta di sport, tra fare primo e secondo è spesso una questione di attimi che sono indipendenti dall’investimento finanziario. Io mi sono scontrato molto su questa visione, eravamo su posizioni differenti.

Ci sono state discussioni?

Se prendi Bertogliati, prendi il pacchetto completo. Quindi quello che va sul mercato e prende le ragazze, ma anche la persona che poi ti metti di fronte alle problematiche. Sarebbe bello che non ci fossero problemi, ma non è la realtà delle cose. Noi lavoriamo con tante variabili da gestire giorno per giorno. Magari ho due atlete che vanno bene e devo forzatamente decidere chi tira per l’altra: qualcuno si deve prendere la responsabilità e io me la prendevo. Però giustamente, devo avere la fiducia dall’alto e a un certo momento ho capito che non c’era più.

Arzeni è stato portato nel team da Bertogliati. Oggi è uno dei cinque diesse in ammiraglia
Arzeni è stato portato nel team da Bertogliati. Oggi è uno dei cinque diesse in ammiraglia
Perché dici che il ciclismo femminile sta crescendo troppo velocemente?

Faccio due numeri. Il Team Alé-Cipollini nel 2021 ha partecipato a 88 gare. E’ vero che si veniva dal Covid, alcune gare non erano ripartite e c’erano state sovrapposizioni e cambiamenti di date. Nel 2022, il UAE Team Adq ha fatto 110 giorni di gara. Nel 2023, abbiamo chiuso a 130 con 16 ragazze. Abbiamo corso tantissimo e anche il development team ha fatto un centinaio di giorni. Questo fa capire che il ciclismo femminile sta crescendo in maniera molto rapida, soprattutto come impegno atletico delle ragazze, ma non tutte sono pronte. E poi i percorsi…

Distanze più lunghe e dislivelli superiori.

Fino a 4-5 anni fa, certe strade non erano prese in considerazione, ad esempio l’arrivo sul Tourmalet. Adesso le ragazze fanno percorsi da uomo e questo richiede un repentino cambiamento della preparazione e della professionalità. Fino a 5 anni fa, molte andavano a scuola o avevano un lavoro accessorio, perché solo col ciclismo non potevano andare avanti. Oggi invece sono giustamente trattate come professioniste, che però non è solo uscire in bici e andare a correre. C’è anche come gestisci la corsa, la preparazione e lo stress, il recupero, la nutrizione. Siamo passati in due anni dal dilettantismo a questo nuovo mondo. La decisione di fare il team di sviluppo è stata una delle poche che ho condiviso, perché è la chiave per il futuro e Valentino Villa ha fatto un ottimo lavoro con Linda Zanetti, con Carbonari, Biriukova e Lara Gillespie. Eppure ad esempio ho notato che la proprietà del team storce il naso se le ragazze giovani devono prima finire la scuola.

Gianetti ha un ruolo in tutto questo?

No, non c’entra niente e forse sta volutamente alla larga. Avrei avuto piacere se fosse stato Mauro il mio referente, perché con lui si parla bene delle questioni e degli errori, si trova insieme la soluzione e il modo per non caderci nuovamente. Parliamo di atleti e anche di decisioni operative, come l’acquisto di un bus o prenderlo in affitto. L’acquisto del materiale fuori gara oppure la ricerca di uno sponsor che non è facilissima. Ho trovato nel team una visione diversa, che per me è totalmente sbagliata.

Silvia Persico stremata sul Tourmalet al Tour 2023: le ragazze sono tutte pronte per simili inasprimenti dei percorsi?
Silvia Persico stremata sul Tourmalet al Tour 2023: le ragazze sono tutte pronte per simili inasprimenti dei percorsi?
Parliamo di atleti: cosa intendi?

Linda Zanetti, svizzera di 21 anni. Ne avevo parlato con “Edi” Telser della nostra nazionale, che è un’eminenza del ciclismo femminile. Io la conoscevo, lui la raccomandava, abbiamo messo in due la mano sul fuoco. Aveva fatto dei buoni europei e dei buoni mondiali, così l’ho presa per il team WorldTour, dato che c’era un posto libero e all’inizio non avevamo ancora il devo team. La squadra era appena nata e la stavamo traghettando dalla realtà italana della Alé a quella più internazionale e Linda si sposava bene con il progetto. Veniva dalla mountain bike, le sue esperienze su strada le aveva fatte con la nazionale. Per cui l’abbiamo fatta passare e, a causa dell’indisponibilità di cinque ragazze, si è ritrovata a correre tantissimo anche in gare WorldTour, con le prevedibili difficoltà. Per cui nel 2023 abbiamo deciso di passarla nel team di sviluppo, che nel frattempo era nato. 

E come è andata?

Si è ritrovata in un ambiente più giovane in cui ha avuto più carte da giocare e ha fatto una grandissima stagione, con sei vittorie di peso. Al Tour de l’Avenir ha vinto una tappa e fatto meglio di ragazze come Eleonora Gasparrini e anche altre che uscivano dal Tour de France. A quel punto l’idea giusta era di riportarla nel team WorldTour, ma la proprietà ha bloccato l’operazione: volevano tenerla ancora nella development. Liberissimi di decidere, ma senza il mio nome. E alla fine è venuto fuori che Linda ha firmato con la Human Powered Health

Non le sarebbe servito crescere ancora?

Lo avrei capito se avessimo preso atlete di caratura gigante. Non so, si apre il mercato e prendo la Vollering. In quel caso dico a Linda Zanetti che è forte, la faccio firmare nel WorldTour, ma la tengo un anno ancora nella development. Ma non è stato questo il caso, sono state prese ragazze forti, ma del suo livello.

Linda Zanetti dal 2024 correrà alla Human Powered Health. Nel 2023 ha vinto 6 corse in maglia UAE Development
Linda Zanetti dal 2024 correrà alla Human Powered Health. Nel 2023 ha vinto 6 corse
Puoi fare un bilancio della tua esperienza?

Ho lavorato e fatto delle scelte. Sicuramente qualche errore c’è stato e me ne prendo la responsabilità, succede quando si prendono decisioni in tempi molto brevi. Sono contento dell’esperienza, perché mi ha fatto crescere come persona. E’ stata impegnativa, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche amministrativo, perché la firma era mia e avevo la responsabilità della gestione finanziaria della squadra. Comunque nel 2022 abbiamo chiuso al settimo posto mondiale, nel 2023 siamo stati quarti e secondo me, se avessi potuto fare come dicevo io, avremmo fatto anche meglio.

E adesso cosa farà Rubens Bertogliati?

Sei anni fa, mi sono laureato in Economia Aziendale e nel frattempo ho cominciato il master in Business Administration all’Università di Lugano, che concluderò a fine gennaio, devo solo consegnare la tesi. L’ho fatta sul confronto fra i modelli di business di calcio e ciclismo. Sono due mondi diversi e la ricchezza del calcio e la possibilità di dividere i diritti viene dall’unione di tutti gli attori in gioco. Nel ciclismo ogni componente tratta per sé, per quello non ci si arriva. Cosa farò? Mi guarderò intorno. Ho dei colloqui da fare, non escludo per un po’ un lavoro fuori dal ciclismo. Ma se dovessi rientrare, penso che lo farei nel femminile. Nonostante tutto, è un mondo ancora a misura umana e credo di aver accumulato l’esperienza per dare la mia impronta.

La seconda vita di Gazzoli, forgiato dall’anno più duro

05.01.2024
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ALTEA (Spagna) – Tre vittorie in 25 gare: la prima appena al secondo giorno in Norvegia. Il 2023 di Michele Gazzoli è iniziato al rientro dalla squalifica e si è concluso il 15 ottobre in Turchia, con l’indicazione di ciò che va migliorato e la conferma del buono che la pausa non è riuscita a spegnere. L’indole del vincente è tutta lì e sarà presto in viaggio verso l’Australia, dove troverà pane per i suoi denti e certo più di una volata. Il bresciano (foto Astana Qazaqstan Team in apertura) ha il tono pacato, ma una grande irrequietudine nel fondo degli occhi, probabilmente per la voglia di far sparire le ultime cicatrici di una storia difficile. Ritrovare la calma sarà la prima conquista.

Gazzoli è rientrato in corsa il 17 agosto in Norvegia. Il giorno dopo è arrivata la vittoria ad Hammerfest
Gazzoli è rientrato in corsa il 17 agosto in Norvegia. Il giorno dopo è arrivata la vittoria ad Hammerfest
L’anno scorso hai iniziato da metà stagione, senza ritiro né altro. E’ stato diverso quest’anno?

Finalmente, direi. Quando si è tutti insieme, si ha un feeling diverso. L’atmosfera del ritiro mi era mancata. Eppure su quel periodo lontano dal ciclismo faccio pensieri diversi rispetto a quello che la gente immagina. Mi hanno chiesto spesso che cosa abbia perso in quei mesi. Io dico che invece mi sono serviti per rinforzare me stesso.

Spiegati meglio.

Fare un anno fuori, dopo quella brutta cosa che è successa, mi ha insegnato a prendere i problemi come un’opportunità. Alla fine mi ha forgiato sotto tutti i punti di vista, quindi secondo me più che aver perso, ho guadagnato il qualcosa che mi serviva per salire lo scalino in più.

C’è stato il momento del clic oppure è venuto come somma di esperienze?

E’ difficile dirlo. E’ stato un percorso, l’ho seguito, sono maturato. Diciamo che subito qualcosa scatta, è inevitabile. Una cosa grossa come quella che ho vissuto influisce su se stessi, su tutto. Non tutti i mali vengono per nuocere e io l’ho capito veramente quest’anno.

Gazzoli è passato professionista nel 2022 con l’Astana ed è stato fermato per un anno fino al 9 agosto
Gazzoli è passato professionista nel 2022 con l’Astana ed è stato fermato per un anno fino al 9 agosto
Questo è Gazzoli uomo, invece Gazzoli corridore a che punto è?

Al momento sono all’80 per cento di quel che potrei essere, sono molto contento della mia condizione. Sono arrivato in ritiro abbastanza allenato, ma non troppo. In Spagna ho trovato subito un buon ambiente, un buon gruppo di allenamento e belle sensazioni. Anche i direttori si sono detti contenti della mia condizione. Sapevo di dovermi fare trovare pronto, perché l’Australia arriva subito.

Non sei un velocista, ma sei veloce. Cavendish è il più veloce di tutti, hai capito qualcosa allenandoti con lui?

Solo qualcosa? Bisognerebbe rubargli il modo in cui fa… tutto. Da quando si sveglia la mattina a quando va a dormire la sera. Cavendish è veramente un gran compagno, un grande amico che ho conosciuto in Turchia, quando in teoria per lui erano le ultime corse della carriera. C’è stato subito un buon feeling e sono ovviamente orgoglioso di correre con lui. Probabilmente sono le stesse parole dette anche dagli altri, comunque Mark è tutta un’altra cosa.

Da cosa si capisce che è un campione?

Dalla sua classe. Mark ha proprio il mood da supereroe: si può usare questo termine? Alla fine, quello che fa sembra tutto giusto, bisogna solo imparare.

Gazzoli racconta di aver stretto un buon rapporto con Cavendish lo scorso anno in Turchia
Gazzoli racconta di aver stretto un buon rapporto con Cavendish lo scorso anno in Turchia
Che cosa vuoi per Gazzoli da questa stagione?

Sicuramente ho obiettivi grandi, medi, piccoli, pur essendo consapevole che sono giovane e devo crescere (Gazzoli è del 1999, compirà 25 anni il 4 marzo, ndr). Sono in Astana da due anni e mezzo. Ho sbagliato tanto e ho imparato tanto, quindi ho davanti un buon percorso di crescita con obiettivi ben definiti. Uno di questi è partire forte dal Tour Down Under, sempre però restando con i piedi per terra. Non mi tirerò indietro se ci sarà la possibilità, questo è sicuro. La voglia di alzare le braccia c’è sempre stata e sempre ci sarà.

Con l’arrivo di Vasil Anastopoulos, l’allenatore greco, la tua preparazione è cambiata?

Ha portato un po’ di scuola Quick Step, chiamiamola così,  una metodologia di allenamento un po’ differente. Sulla carta sembra di fare meno, ma alla fine i lavori sono sempre quelli. Cambiano intensità e volume. Si lavora un po’ più sulla soglia e un po’ più in zona 2 sull’endurance. Mi sto allenando così da quest’anno e sembra davvero la risposta al nuovo modo di fare ciclismo.

Che cosa intendi?

Il ciclismo non è più quello di pochi anni fa, senza nulla togliere a quei corridori. L’approccio alla corsa è differente, lo si vede anche in televisione. La gara inizia a 100 chilometri dall’arrivo, mentre quando sono passato alla Kometa continental nel 2018 e ho partecipato alla Valenciana con i pro’, c’era un atteggiamento completamente diverso. Andavi regolare fino agli ultimi 20, 30 chilometri e lì iniziava la gara. Oggi invece a 100 chilometri può scattare il campione di turno e decidere la corsa.

La volata dell’ultima tappa alla Arctic Race dimostra che Gazzoli tiene in salita, ma è costata la vittoria finale a Scaroni
La volata dell’ultima tappa alla Arctic Race dimostra che Gazzoli tiene in salita, ma è costata la vittoria finale a Scaroni
Non sei un velocista, come ti vedresti nelle classiche del pavé?

Non sono un velocista e l’ultima tappa dell’Arctic Race of Norway, con una salita di 4-5 chilometri tutta a gradoni, lo ha dimostrato (a quanto abbiamo saputo, quel giorno la squadra avrebbe dovuto sostenere Scaroni perché con l’abbuono avrebbe vinto la classifica, invece la volata di Gazzoli avrebbe fatto saltare il piano, ndr). Al Nord mi vedo bene, tanto che quest’anno ho in programma di fare tutte le classiche principali, a partire da Gand, Fiandre e Roubaix. L’obiettivo è fare una buona campagna con tutta la squadra, perché con gli uomini che abbiamo, possiamo dire la nostra. Da Ballerini, che ha un’esperienza esagerata, ho solo da imparare. Ormai quelle strade le conosco e quest’anno avremo le nuove ruote Vision che mi hanno stupito. Anche lì, il mondo cambia in fretta. Da strette e larghe siamo passati ai cerchi più alti. Il ciclismo va veloce, si vede da ogni cosa…

Allenarsi a mangiare. L’esempio della VF Group Bardiani

05.01.2024
4 min
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BENIDORM (Spagna) – I sacchetti erano pieni. Pendolanti ai manubri delle De Rosa a loro volta pronte a partire per l’allenamento dei ragazzi della VF Group Bardiani – CSF. Ogni sacchetto conteneva un certo numero di barrette e di gel. I ragazzi di Roberto Reverberi dovevano seguire un preciso ordine: ingerire 90-100 grammi di carboidrati l’ora durante quella sessione.

E lo dovevano fare stando alle indicazioni di Luca Porfido, il nutrizionista salito “a bordo” del team proprio in questo inverno e già all’opera nel ritiro di Benidorm. Porfido ha un ambulatorio in quel di Reggio Emilia, quindi non troppo distante dalla sede della VF Group, da tempo collaborava con atleti di ogni calibro, persino nelle arti marziali, ma soprattutto di endurance. Eccolo dunque avvicinarsi a passi spediti e con approccio molto scientifico anche al ciclismo. 

Luca Porfido è il nutrizionista della VF Group Bardiani – CSF. Un altro tassello per la squadra di Reverberi
Luca Porfido è il nutrizionista della VF Group Bardiani – CSF. Un altro tassello per la squadra di Reverberi
Dottor Porfido, partiamo dal sacchetto…

Chiaramente dipende dal tipo di allenamento da svolgere e più l’intensità della seduta è alta, come quella a cui avete assistito voi, e più è ricco di gel e barrette con grande supporto di glucosio. Ma sempre entro quel limite da non avere problemi gastrointestinali, visto che i ragazzi dovevano assumere 90-100 grammi di carbo l’ora.

E li assumevano solo dal sacchetto?

No, anche dalle borracce. Ne avevano due: una di acqua e una con 80 grammi di carboidrati.

Mentre nel sacchetto cosa c’era di preciso?

Quattro gel da 40 grammi di carbo ciascuno e due caramelle da 46 grammi. Tutto era già ben bilanciato. Il rapporto glucosio/fruttosio era di 1/0,8. In questo modo quando si superano i 60 grammi, cioè una quantità che inizia ad essere importante, di carboidrati non si hanno problemi gastrointestinali, visto che glucosio e fruttosio hanno due trasportatori diversi e anche tempi di rilascio differenti.

Il contenuto dei sacchetti dei ragazzi per l’allenamento di oltre 5 ore in Spagna: per l’integrazione ci si affida quest’anno a Cetilar Nutrition
Il contenuto dei sacchetti dei ragazzi per l’allenamento di oltre 5 ore in Spagna: per l’integrazione ci si affida quest’anno a Cetilar Nutrition
Come venivano divisi i “pasti”, diciamo così?

Nel caso di questo allenamento intenso (riscaldamento, con qualche volata, una decina di ripetute a buon ritmo in salita, seguite da un medio e finale regolare, ndr) si è trattato quasi di una particolarità. Infatti hanno preso i gel nella prima parte e le barrette nel finale, nell’ultima ora, quando dovevano andare regolare. Di solito è il contrario. In certe situazioni che prevedono un finale tranquillo, si preferisce mangiare solido anche per una questione di gusto e non solo tecnica, quindi barrette o rice cake. Anche se queste ultime stanno ormai sparendo.

Perché?

Perché ormai l’alimentazione è sempre più liquida e perché le cose si fanno in modo sempre più preciso e con la rice cake non riesci ad essere super preciso nei calcoli di calorie e nutrienti specifici. Oggi anche pochi grammi di questo o quel cibo possono fare la differenza.

Più di altre volte i ragazzi della VF Group Bardiani – CSF hanno lavorato sull’intensità già a dicembre. Serviva un’alimentazione adeguata (foto Instagram)
Più di altre volte i ragazzi della VF Group Bardiani – CSF hanno lavorato sull’intensità già a dicembre. Serviva un’alimentazione adeguata (foto Instagram)
I ragazzi si sono sciroppati oltre 5 ore di sella con dei lavori in salita: quante calorie hanno bruciato in questa giornata?

Circa 5.000 in bici e 7.000 nell’arco della giornata. E questo apre un discorso ampio e delicato. Perché assumere 7.000 calorie non è facile e magari appesantirebbe anche troppo i ragazzi. Quel che è più importante della quantità delle calorie in totale è il loro timing di assunzione. Durante l’inverno e il ritiro in particolare è importante prestare attenzione al timing appunto e alla parte ossidante per recuperare al meglio.

E cosa si preferisce per questo?

Un’alimentazione molto semplice e bilanciata. Quindi riso o pasta a scelta, una fonte proteica con carne di pollo e poi della verdura cotta. I broccoli sono indicati in questo caso. E se ci sono da fare allenamenti più lunghi di tre ore magari aggiungere un po’ di sali minerali.

In generale come hai trovato i ragazzi?

Direi bene, sia i più esperti che gli under 23. La cosa che più mi ha colpito è che mi sembrano tutti piuttosto consapevoli. A gennaio (fra pochi giorni ormai, ndr) torneremo qui e mi aspetto giusto qualche ritocco di un chilo o due in meno. E neanche da parte di tutti.

In viaggio con Scandolara nel ricordo di Melissa Hoskins

04.01.2024
7 min
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«Quando l’ho saputo – dice Valentina Scandolara – ho inviato un messaggio ad Annette Edmonson e a Carlee Taylor. Ho chiesto loro: “Ditemi che non è vero!”. Invece mi hanno mandato un video, ma la mia prima reazione è stata comunque di non crederci. Non c’è niente da dire, la morte di una persona così giovane è una cosa che non ci si aspetta mai. E tutto il resto ancora meno, ma non sta a noi parlarne».

Il ritiro in Australia

La veronese si sta allenando per la ripresa della stagione su pista, la strada appartiene al suo passato. Nel 2014 e 2015, quando approdò in Australia alla Orica-AIS, trovò ad accoglierla anche Melissa Hoskins. Il suo nome è balzato drammaticamente alle cronache alla fine dell’anno: la sua morte a 32 anni è una notizia che non va giù. Forse per questo abbiamo chiesto a Valentina Scandolara di ricordarla per noi. Perché non l’abbiamo mai conosciuta e non ci sembrava giusto lasciarla andare così. Per lei non è facile parlarne e per questo la ringraziamo sin d’ora.

«Uno dei ricordi che mi fa più ridere – dice – è di quando l’ho incontrata al primo ritiro della squadra a Melbourne. Arrivai la sera tardi e la notte non dormii per il jet lag. Al mattino le trovai tutte a colazione e non capivo cosa dicessero. Un po’ perché ero intontita, un po’ perché la pronuncia australiana è molto dura. Melissa assieme a Carlee Taylor cercò invece di farmi sentire più a mio agio. E poi era una burlona. In quel ritiro ad esempio si mise a farmi vedere un video con i 42 modi per morire in Australia. C’erano gli squali, i ragni, gli scorpioni… Mi raccontava storie assurde, esagerate, tutte quelle che si raccontano agli stranieri che vanno in Australia. 

Nel 2015 Melissa Hoskins conquista il mondiale del quartetto a Parigi (foto Instagram)
Nel 2015 Melissa Hoskins conquista il mondiale del quartetto a Parigi (foto Instagram)

«Una sera – prosegue e ride – per farmi sentire a casa, andò con Annette a prendermi una pizza. Io ero super felice. Aprii questa scatola e vidi che me l’avevano presa all’ananas. E gli dissi: “Ragazze no, bisogna fare una lezione di cucina italiana!”. Ma loro sapevano benissimo che avrei reagito così, perché chiaramente avevano il ritiro in Italia…».

Foto e ricordi

Parlare costa, è trascorso troppo poco tempo e il rischio di passare per qualcuno che vuole metterci sopra il nome l’ha tenuta a freno dal pubblicare ricordi sui social.

«Ci ho pensato – ammette – perché all’inizio ero indecisa se postare e dire qualcosa. Col tempo i contatti si allentano, ci si sente solo per gli auguri e non ero certa di essere la persona più adatta per dire qualcosa. Però dopo un po’ hanno iniziato a mandarmi le foto che avevano di noi e mi sono ritornati in mente tanti ricordi a cui magari non pensavo più. In questi giorni ho pensato bene a cosa ricordo di lei ed è vero, come si dice, che i migliori partono sempre troppo presto».

Hoskins, Cure, Edmondson, Ankudinoff: il quartetto australiano iridato a Parigi 2015 (foto Instagram)
Hoskins, Cure, Edmondson, Ankudinoff: il quartetto australiano iridato a Parigi 2015 (foto Instagram)

Il Tour Down Under

Forse il ricordo più bello, lo si capisce dalla voce che trema, è quello legato alla vittoria del Tour Down Under nel 2015. Fu il successo di un’italiana di 25 anni, davanti a un’australiana già molto nota in patria per le sue vittorie su pista.

«Quella corsa – conferma Scandolara – fa capire veramente chi fosse Melissa. L’anno prima a Ponferrada eravamo arrivate seconde al mondiale della cronosquadre e lei al Down Under arrivava in preparazione ai mondiali su pista, il suo obiettivo a fine febbraio. Si correva ad Adelaide, la sua città adottiva, dato che si era stabilità lì per la pista. In quel periodo volava, io andavo forte, ma la corsa non era un mio obiettivo. Invece vinsi la prima tappa e lei fece seconda. Chiaramente i giochi erano ancora apertissimi, invece Melissa si mise a disposizione per tutta la settimana, perché io potessi tenere la maglia. La foto che dopo la sua morte ha pubblicato anche la GreenEdge (immagine di apertura di Nikki Pearson, ndr) è l’abbraccio fra noi due dopo l’ultima tappa che vinse lei. Ero felicissima. Infatti nella foto dell’arrivo alle sue spalle, esulto anche io. Melissa aveva un talento straordinario, era fortissima e super competitiva. Però quando si metteva a disposizione, rinunciava a tutte le sue possibilità di vittoria. Era una persona veramente rara e la ricordo con tantissimo affetto. E’ stata una tragedia incredibile».

Argento a Ponferrada

Nei mondiali 2015 su pista, che si svolsero nel velodromo parigino che ospiterà le prossime Olimpiadi, Melissa Hoskins conquistò la maglia iridata nel quartetto facendo anche il record del mondo. Il ricordo dell’argento nella cronosquadre di Ponferrada (vittoria alla Specialized Lululemon), che ha fatto capolino nelle parole di Scandolara, merita a sua volta un racconto. 

«Melissa e Annette Edmondson – ricorda – erano in prestito nella squadra della strada, perché la loro attività era prevalentemente su pista. Nel 2014 condividemmo tanti momenti, ritiri e corse, ma l’obiettivo finale della squadra era il campionato del mondo della cronosquadre. Io fisicamente non sono mai stata un corridore da crono, però Melissa mi incoraggiò per tutto l’anno. All’inizio non avevo nessuna prospettiva di far parte della squadra, invece in ogni ritiro lei, Annette ed Emma Johansson, che erano le più esperte, mi sostenevano con i loro consigli. E alla fine, miglioramento su miglioramento, entrai di diritto in squadra e fui addirittura una delle quattro che sarebbero passate per prime al traguardo e su cui sarebbe stato fermato il tempo».

Ritiro e famiglia

Le loro strade si separarono alla fine del 2015. Scandolara passò alla Cylance Pro Cycling, mentre Melissa lasciò la strada per concentrarsi sulla pista e di lì a poco lasciò la carriera per dedicarsi a quella di suo marito.

«Dopo allora – ricorda Scandolara – capitò di vedersi qualche volta in Australia, magari al Tour Down Under. Lei si stabilì fra Girona e Andorra e andava spesso vedere le gare maschili. Quando si è ritirata, mi è dispiaciuto molto, perché aveva ancora tantissimo da fare. Era giovanissima, aveva appena 25 anni. Però so che voleva una famiglia e supportare la carriera di suo marito. E così adesso di lei mi restano questi ricordi e una bandierina dell’Australia, di quelle di scarsissima qualità che ci diedero sul podio dei mondiali. Pensate che in questo momento sto vestendo una felpa dell’Orica. Mi ricordo anche del soprannome che mi diedero, forse perché Valentina Scandolara era troppo difficile da pronunciare senza storpiarlo. Mi chiamavano Brumby, come il cavallo selvaggio australiano…».

Melissa Hoskins ha partecipato alle Olimpiadi di Londra 2012 (4° posto), poi a Rio 2016 (5°), prima di ritirarsi
Melissa Hoskins ha partecipato alle Olimpiadi di Londra 2012 (4° posto), poi a Rio 2016 (5°), prima di ritirarsi

La morte e i giornali

Adesso Valentina sorride e prima di salutare ha un sassetto da togliere dalla scarpa, qualcosa che abbiamo pensato anche noi nei giorni immediatamente successivi alla tragedia di Adelaide.

«Mi è dispiaciuto – dice – vedere anche delle testate prettamente sportive che hanno dedicato i loro articoli a Rohan Dennis, il campione di ciclismo, accusato di aver ucciso la moglie. A Melissa invece hanno dedicato tre parole. Ebbene anche Melissa Hoskins era una campionessa di ciclismo ed è stata protagonista di questa brutta storia. E in ogni caso, anche se non fosse stata Melissa con i suoi risultati sportivi, penso che le parole vadano pesate bene. Capisco che il marito sia più conosciuto, ma sarebbe servito più rispetto anche per Melissa. L’ho detto a chi mi ha cercato per parlarne: se volete scrivere qualcosa, tenete conto anche di questo aspetto. Sarebbe assurdo fare il contrario».

Verso l’Australia: rulli al caldo per abituarsi prima

04.01.2024
4 min
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Otto giorni per le donne, dodici per gli uomini e dall’Australia scatterà la nuova stagione del WorldTour. E il tema caldo… è proprio il caldo. Si passa dall’inverno europeo all’estate australe. E’ vero che sin qui, da noi, non sono mai state affrontate temperature super rigide, ma è anche vero che il solleone aussie è feroce.

La parola adattamento è quindi fondamentale. Nel ciclismo che cura ogni “millimetro” ecco che si viene a sapere persino di gente che fa i rulli in sauna. E non sarebbe la prima volta. Tempo fa adottarono questo protocollo i corridori della Dsm. Ma anche della Alpecin-Deceuninck in vista del Tour e della Vuelta. Di recente ce ne ha parlato Manlio Moro.

Per l’heat adaptation i rulli sono fondamentali in questa fase dell’anno
Per l’heat adaptation i rulli sono fondamentali in questa fase dell’anno

Rulli al caldo

Giacomo Notari, che da qualche giorno è ufficialmente uno dei preparatori del gruppo giovani della UAE Emirates Gen Z e che prima era stato in casa Astana-Qazaqstan, ci aiuta a comprendere meglio certi aspetti di tale adattamento, comunque necessario.

«Solitamente – dice Notari – in Australia c’è un caldo incredibile. Forse questa volta paradossalmente la sua morsa dovrebbe essere leggermente meno dura, ma resta il fatto che le squadre vanno giù 8-10 giorni prima proprio per una questione di adattamento climatico. E chiaramente anche per questioni di fuso orario».

In effetti nella zona del Santos Tour Down Under si stanno accarezzando i 30 gradi centigradi, per di più con qualche piovasco. Ma proprio questi acquazzoni estivi fanno aumentare vertiginosamente l’umidità. E le temperature sono comunque previste in aumento per i giorni successivi.

Alberto Dainese, Felix Gall che si fasciava persino con dei sacchi di plastica e, come ricorda il dottore stesso, Tony Martin, sono o erano soliti eseguire la pratica dei rulli in condizioni di caldo.

«Oltre alla sauna – prosegue Notari – per eseguire una sessione di adattamento al grande sbalzo termico, e non solo al caldo estremo, è sufficiente già una stanza chiusa a 20-21 gradi. Se infatti non c’è ricircolo di aria la temperatura corporea sale molto di più rispetto ad una pedalata all’esterno o ventilata. Quindi bastano un termosifone acceso, una giacca invernale addosso e puoi iniziare la tua “heat adaptation”».

Una sauna finlandese come quelle utilizzate dalla Dsm tempo fa. Ma molti altri atleti, specie quando sono nei ritiri e ci sono le saune negli hotel, cercano di sfruttarle
Una sauna finlandese come quelle utilizzate dalla Dsm tempo fa.

Heat adaptation

S’inizia quindi questa sessione particolare. Secondo Notari, senza dover andare per forza in sauna, cosa che poi non è così facile da avere a portata di mano, si possono ricreare certe situazioni ambientali. Appunto con la stanza calda, l’abbigliamento invernale e la totale assenza di ricircolo d’aria. Muoversi in queste condizioni “crea” il caldo australiano.

«Solitamente – spiega Notari – il protocollo di heat adaptation si fa a fine allenamento. L’atleta rientra a casa e passa direttamente ai rulli. Trova la sua stanza già pronta e ci pedala per un tempo che va dai 30′ ai 50′.

«Sostanzialmente non si eseguono lavori. Basta pedalare in modo non troppo blando, ma si possono inserire delle sessioni di 3′-4′ al medio intervallate da brevi recuperi. Questo per aggiungere stress all’organismo e creare le condizioni di surriscaldamento».

Il sensore Core è uno dei sistemi per monitorare la temperatura corporea. E’ molto utile per l’heat adaptation (foto da web)
Il sensore Core è uno dei sistemi per monitorare la temperatura corporea. E’ molto utile per l’heat adaptation (foto da web)

Maneggiare con cura

Chiaramente sono pratiche particolari e da eseguire con criterio. Bisogna seguire le indicazioni sia del coach che del medico. I rischi sono dietro l’angolo.

«Questo protocollo – dice Notari – si fa per adattarsi al grande sbalzo termico. E per adattarsi ad un clima estremo bisogna mettere il corpo sotto stress, ricreargli situazioni simili. Con l’aumento della temperatura e la disidratazione si perde performance: riprodurre queste situazioni fa sì che una volta in Australia il gap di questa perdita di efficienza sia ridotto. Il corpo infatti ci è abituato o comunque riconosce meglio certe situazioni».

«Però bisogna stare attenti. Già quando si sale sui rulli in condizione di normalità i battiti aumentano, in super over heating questi aumentano ancora di più. E più si va avanti con la seduta e più aumentano, al pari della temperatura corporea. Anche per questo si utilizzano quei sensori grazie ai quali i corridori possono monitorare la temperatura sul computerino al pari di watt e frequenze cardiache».

«E’ poi chiaramente importante idratarsi, anzi è fondamentale. Si beve sia durante la sessione sui rulli che dopo. C’è un piano di reintegro che prevede anche l’assunzione di sali minerali. E questo aspetto è affidato al nutrizionista».

Insomma “maneggiare con cura”: rulli al caldo sì, ma con una grande attenzione ad ogni aspetto perché quella lama tra beneficio e danno è davvero sottile.

Arzuffi cerca su strada lo stesso percorso del cross

04.01.2024
6 min
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Il suo processo di trasformazione in stradista ha avuto una netta e decisiva impennata durante il 2023. Nella stagione alle porte, Alice Maria Arzuffi è pronta per fare uno step ulteriore in questa nuova parte di carriera (in apertura foto Arne Mill).

Un dato che aiuta meglio a capire la tendenza intrapresa dalla brianzola di Seregno sono i giorni di gara. Quest’anno sono stati 51 – il massimo per lei – con un podio di tappa al Baloise Ladies Tour e circa una decina di top 10, di cui una ottenuta nella quarta frazione del Tour de France Femmes. D’altronde, prima Baldinger la scorsa primavera e poi Lacquaniti pochi giorni fa ci avevano spiegato quanto credano nelle doti di Arzuffi, specialmente nelle corse a tappe. Così, tra un’uscita in bici e l’altra in Friuli a casa del suo fidanzato Luca Braidot, abbiamo voluto sentire l’ex tricolore di ciclocross per conoscere le sue mire con la Ceratizit-WNT.

Arzuffi al Tour Femmes 2023 ha conquistato un decimo posto di tappa al termine di una lunga fuga
Alice che stagione è stata quella passata?

E’ stato un anno buono. Anzi direi che il 2023 è stato un anno di rodaggio. Il primo in cui ho fatto praticamente solo strada, a parte tre gare di ciclocross lo scorso gennaio corse senza troppe tensioni. Ho capito quanto sia importante fare una sola attività per andare meglio. Attualmente è difficile essere competitive in entrambe le discipline. Quest’anno ho avuto la possibilità di restare ben concentrata sulle corse, sapendo che poi in questo periodo avrei avuto un break per rifiatare e riprendere con più calma.

Non sono mancati nemmeno i risultati.

E’ vero, sono soddisfatta di ciò che ho raccolto. Tuttavia il miglior risultato credo sia stato quello di aver trovato una maggiore consapevolezza. Certo quando arrivi davanti ne acquisisci molta di più, però le prestazioni sono state buone. Poi per me è stato un motivo di orgoglio e stimolo sapere che i miei diesse hanno fiducia in me.

Alla tua prima annata con la Ceratizit hai ritrovato Lacquaniti dopo dieci anni. Ha contribuito a farti ambientare meglio?

Sì, esatto, Fortunato è stato il mio primo diesse quando ero in Faren nel 2013, anche se abbiamo fatto pochissime corse assieme perché all’epoca avevo la maturità. L’ho trovato un po’ cambiato da allora, ma il mio rapporto con lui è molto positivo. Anzi mi piace molto lavorare con lui. In alcune corse in Spagna ha saputo farmi tirare fuori il massimo da me stessa. In generale però mi sono trovata benissimo con tutta la squadra, anche con i materiali. Dopo gli anni di ciclocross avevo bisogno di trovare un ambiente sereno, dove si puntano agli obiettivi con meno pressione, pur mantenendo molto alto il livello.

Che effetto fa quindi ad Alice Maria Arzuffi passare l’inverno senza ciclocross?

Sicuramente è tanto diverso, ma onestamente sto meglio adesso. Ero arrivata ad un punto, specie negli ultimi due anni, che non riuscivo più a sostenere quella vita né fisicamente né psicologicamente. Ho vissuto quattro anni da sola in una casa nelle campagne di Herentals, il paese di Van Aert. Mi passavano a prendere solo per le gare e lassù l’inverno è difficile lontano dalle corse. Tornavo a casa con una frequenza irregolare. Solo 2-3 giorni ogni due o tre settimane. Spesso ero l’unica italiana in corsa. Ho saputo adattarmi, ma iniziava a mancarmi la famiglia.

Nel ciclocross sei stata l’unica italiana a vincere nel Superprestige. Su strada vuoi ripetere lo stesso percorso?

Diciamo che l’intenzione è quella, anche se è passato del tempo e quest’anno compirò trent’anni (il 19 novembre, ndr). Nel ciclocross sono voluta andare in Belgio per crescere ancora e sono riuscita nel mio intento. Fare altrettanto su strada è difficile, ma ci sto lavorando. Vorrei avere più coraggio. Dovrei osare di più rispetto a quello che potevo fare già nel 2023, perché non ero sicura delle mie potenzialità. Vorrei fare un salto in più, visto che oltretutto sia per me che per la Ceratizit sarà il primo anno nel WorldTour.

Avete già stilato il tuo programma gare?

Indicativamente sì. La mia predisposizione fisica è quella per le gare a tappe, nelle quali ho sempre cercato di fare bene. Inizierò a Maiorca, poi Valenciana e classiche del Nord. Gand, Fiandre e Liegi su tutte. A maggio farò le gare in Spagna. Ai Paesi Baschi dovrei fare classifica come prova generale in vista del Giro d’Italia Women. Al Tour Femmes invece dovrei correre in appoggio alle compagne o giocare le mie carte per le tappe. La seconda parte di stagione la vedremo più avanti.

Come giudichi il percorso del Giro?

Sarà una gara in cui si dovrà centellinare le energie. Già la crono di Brescia non è così semplice come sembra. Bisognerà perdere pochi secondi sia lì che in tutte le tappe prima delle ultime tre. Personalmente il tracciato mi piace, si addice alle mie caratteristiche e alla mia buona capacità di recupero. In compenso non sono per niente veloce e mi sto allenando per colmare questa mia lacuna.

Obiettivo Giro Women. Arzuffi punta a fare classifica sfruttando le sue doti in salita e di recupero (foto Arne Mill)
Obiettivo Giro Women. Arzuffi punta a fare classifica sfruttando le sue doti in salita e di recupero (foto Arne Mill)
Nel ciclocross hai vestito l’azzurro tante volte. Ci fai un pensierino anche su strada?

Certo, perché no?! E’ sempre un onore indossare quella maglia. Nel cross ho il rammarico di non aver mai corso il mondiale al top della forma, su strada mi basterebbe guadagnarmi una convocazione. In realtà però penso che se metterò assieme prestazioni o risultati, la chiamata in nazionale potrebbe essere una conseguenza. Intanto un mio primo obiettivo sarà la Strade Bianche. Vorrei migliorare il piazzamento del 2023 (19° posto, ndr) e restare più a lungo e fino in fondo nel gruppo di testa.

Halilaj: il ds che ha scoperto (anche) il talento di Alari

04.01.2024
5 min
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Dietro l’approdo di Samuele Alari al Tudor Pro Cycling Team U23 c’è la mano del suo diesse alla S.C Romanese: Redi Halilaj. Albanese di origine ma trapiantato in Italia, in provincia di Bergamo, dal 1999. Come corridore è arrivato a gareggiare per tre stagioni nei professionisti, con la Amore & Vita-Selle SMP. 

Redi Halilaj da corridore ha conquistato diverse volte il titolo nazionale albanese
Redi Halilaj da corridore ha conquistato diverse volte il titolo nazionale albanese

Dalla bici all’ammiraglia

Una volta smesso con le gare, la passione ormai salda nel ciclismo ha fatto salire Redi in ammiraglia. «Appena finita la carriera, nel 2017 – racconta Halilaj – sono andato a dare una mano alla Ciclistica Trevigliese. Dopo un paio di stagioni mi hanno dato in mano la squadra, nel biennio tra il 2019 e il 2020 sono passati corridori come Piganzoli, Romele e Milesi».

«Nel 2021 – continua – ho preso un anno sabbatico, sono rimasto in famiglia. Poi è saltato fuori il progetto della Romanese, grazie allo sponsor principale che è gestito da Mauro Carminati. Si era deciso di inserire, tra le squadre già esistenti, la formazione juniores. Così nel 2022 è iniziato il progetto».

Due anni fa è nato il progetto juniores della Romanese, il primo corridore arrivato è stato Alari
Due anni fa è nato il progetto juniores della Romanese, il primo corridore arrivato è stato Alari
2022, primo anno di Alari tra gli juniores…

Samuele è stato il primo corridore che abbiamo preso. Avevo, ed ho tutt’ora, un buon rapporto con i diesse del Sarnico. Ho visto un video di Alari sui social e ho capito che avesse del potenziale, ricordo di aver pensato: «Ha una bella pedalata». Così una volta partito il progetto juniores con la Romanese, ho contattato i diesse del Sarnico e lo stesso Alari. 

Com’è stato scendere dalla bici e salire subito in macchina?

Difficile. Quello che so l’ho imparato anno dopo anno. Alla fine questa è la mia quinta stagione da diesse. Sono partito da zero e non è stato facile, perché ci sono tanti meccanismi da curare e coordinare. Ogni ragazzo ha un carattere diverso e devi trovare il modo di comunicare con tutti. La mia fortuna è che sono innamorato del ciclismo, mi diverto ad aiutare i ragazzi e realizzarli. 

Conoscono la tua storia di corridore? Sono curiosi?

Ho capito una cosa: più passano gli anni e più i ragazzi sono curiosi. Io non voglio mischiare quello fatto in bici con quello che faccio in ammiraglia. Dico loro di restare tranquilli e di non bruciare le tappe. Da junior non conta vincere, ma conta crescere e imparare. 

«Quello che mi ha sorpreso di Alari è la sua capacità di lavorare fuori soglia, cosa fondamentale per un cronoman»
«Quello che mi ha sorpreso di Alari è la sua capacità di lavorare fuori soglia, cosa fondamentale per un cronoman»
Che tipo di diesse sei?

Non sono uno facile. Per me l’allenamento è sacro. Pretendo tanta serietà e dedizione. Il ciclismo è cambiato, ci sono sempre meno squadre e sempre meno occasioni. Capita di dover dire dei no ad alcuni ragazzi. Quindi quello che dico ai miei corridori è questo: «Io ho scelto voi, e voi me. Pretendo impegno perché dovete valorizzare questa occasione, non tutti hanno avuto questa fortuna e bisogna impegnarsi al massimo». Sposo la filosofia che mi hanno insegnato i miei diesse: «Chi ha tempo non aspetti tempo». 

In cinque anni il ciclismo a livello juniores è completamente cambiato…

Dall’epoca di Milesi, da dopo il Covid, si c’è stata un’accelerata pazzesca. Tutto è finalizzato alla crescita ed i team vengono a prendere i ragazzi fin da giovani. 

Come è successo con la Tudor e Alari. Ma lui che ragazzo è?

E’ un ragazzo con cui si lavora bene. La famiglia è molto tranquilla ed è sempre rimasta distante dal ciclismo, lasciandoci lavorare in pace. Senti una fiducia che ti rende la vita semplice. Senza l’assillo della famiglia il ragazzo si emancipa ed il legame con il diesse diventa estremamente profondo. 

Sotto gli occhi di Halilaj sono passati tanti talenti: qui Milesi e Piganzoli ai tempi della Ciclistica Trevigliese
Sotto gli occhi di Halilaj sono passati tanti talenti: qui Milesi e Piganzoli ai tempi della Ciclistica Trevigliese
Samuele ha detto che avete un legame molto radicato. 

Abbiamo una grande sinergia e una bella intesa. A me come corridore piace tanto. Ha molti margini di miglioramento e la scelta dell’estero lo aiuterà. Il calendario sarà impegnativo, ma sono le esperienze giuste per crescere ancora. Il ciclismo è diventato ancora più globale. 

Che idea hai della sua crescita?

Ha tanto fisico e un enorme potenziale. Quando si hanno le giuste qualità non bisogna accelerare i tempi, ma fare le cose fatte bene. Se un corridore ha motore la cosa importante è arrivare ad utilizzarlo al 100 per cento. Molte volte i ragazzi si perdono proprio perché noi diesse non siamo in grado di inquadrarli nel modo giusto. 

Pochi giorni fa Halilaj ha seguito Alari in allenamento: che emozione vederlo con la nuova divisa
Pochi giorni fa Halilaj ha seguito Alari in allenamento: che emozione vederlo con la nuova divisa
La Tudor è stata la giusta scelta da questo punto di vista?

Sì, fin da dopo l’infortunio Samuele si è allenato con loro. La squadra ha gestito la sua ripresa ed è stato giusto così. Ci sentiamo ancora spesso, l’altro giorno l’ho visto in allenamento e l’8 gennaio partirà per il training camp.

Che effetto ti ha fatto vederlo con una divisa diversa?

E’ stata una bella sensazione. Correrà in un vivaio di un grande team e sarà guidato da gente di un certo livello. Spero possa ripercorrere la strada degli altri ragazzi passati da me (Piganzoli, Milesi e Romele, ndr).

Groupama-FDJ: budget dimezzato dalle tasse, si lavora di fantasia

04.01.2024
5 min
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Il tempo che il fratello Yvon decidesse di andare in pensione a 61 anni e Marc Madiot ha pensato di affidare il suo ruolo a Philippe Mauduit (foto Instagram/Groupama in apertura). Il direttore sportivo di Tours, approdato nel team dal 2019 dopo esperienze notevoli nelle principali squadre WorldTour, ne è così diventato responsabile del Settore Corse. Nel frattempo il team ha perso Thibaut Pinot e Arnaud Demare e, come ci ha raccontato Lorenzo Germani nei giorni scorsi, si affida a corridori ormai navigati come Gaudu e Kung e alla linea verde dei giovani saliti nel 2023 dalla Continental.

A 61 anni, Yvon Madiot ha deciso di andare in pensione. Al suo posto Mauduit (foto Groupama-FDJ)
A 61 anni, Yvon Madiot ha deciso di andare in pensione. Al suo posto Mauduit (foto Groupama-FDJ)
E’ cambiato tutto, insomma…

No, sembra che sia così. Alcune cose si sono mosse, ma la squadra c’è da quasi 30 anni e un po’ di aspetti si dovevano migliorare. Però non ci sono sconvolgimenti, perché alla fine la filosofia rimane la stessa. Sappiamo chiaramente che non abbiamo un budget che ci permette di giocare tra i grandi. Ci sono squadre che possono spendere 40 milioni, noi ne abbiamo 22-23, ma dopo che abbiamo pagato tutte le tasse in Francia, ne rimangono solo 12-13. Come fai? Dunque sappiamo dove siamo. L’unica cosa che abbiamo provato quest’inverno è stato di portare nella squadra uno spirito più giovane e dinamico, per offrire nuovi servizi e nuove opportunità ai corridori.

Il tuo ruolo cambierà, nel senso che farai più scrivania e meno ammiraglia?

L’obiettivo era di fare un po’ meno corse ed essere più disponibile per i colleghi, in una gestione amministrativa dello sport che ha bisogno di grande attenzione perché tutto funzioni nel modo migliore. Faccio questo lavoro da 25 anni, non sono stanco, però era il momento giusto per fare qualcosa di diverso. Sono ormai cinque stagioni che sono in squadra, ne conosco bene il funzionamento e ho qualche idea che vorrei portare. Prima non potevo, perché chi c’era sopra non era favorevole, invece adesso ci posso provare. Ripeto: non abbiamo un budget che ci permette di comprare corridori a 3-4-5 milioni, allora bisogna essere un po’ creativi per migliorare tutto il possibile e far crescere i ragazzi.

Nel 2023 avete fatto passare tutti i ragazzi della continental, mentre Pinot e Demare sono andati via. Come immagini il futuro della squadra?

In cima abbiamo sempre Gaudu, anche Madouas che ha vinto nuovamente il campionato nazionale e Stefan Kung, che è un ragazzo molto valido nelle classiche. E subito dietro di loro, quasi allo stesso livello, ci sono giovani come Gregoire, Martinez, Watson e anche Lorenzo Germani. Sono giovani che dimostreranno le loro qualità.

Martinez ha fatto un’annata notevole…

Se guardate bene, a parte la Vuelta, Martinez è arrivato davanti in tutte le gare a tappe del 2023. Ha vinto la Mont Ventoux Challenge e ha anche fatto un quarto alla Mercan’Tour Classic Alpes-Maritimes. Non dico che questi ragazzi ci abbiano sorpreso, perché l’anno prima si erano già affacciati nella squadra WorldTour e avevamo visto che avessero delle qualità. Però hanno dimostrato che sono cresciuti bene e ora speriamo che continuino a farlo.

Valentin Madouas ha conquistato nuovamente la maglia tricolore. Ha 27 anni (foto Groupama-FDJ)
Valentin Madouas ha conquistato nuovamente la maglia tricolore- Ha 27 anni (foto Groupama-FDJ)
Cosa possiamo aspettarci da Germani?

Per me Lorenzo è uno dei pochi ragazzi che sa fare tutto. Ha la capacità di vincere il giorno che gli dai libertà, secondo me diventerà un ottimo leader. Uno capace di organizzare la squadra in corsa, che prende la parola nella riunione sul pullman, ma anche nel debriefing. Lorenzo ha questa intelligenza, lui vede molto bene la corsa. Ha una grande capacità di analisi di quello che si fa in corsa, prima della corsa e anche dopo. E’ molto giovane, però è bravissimo e può crescere ancora.

Sarà dura senza Pinot e Demare?

Sicuramente, per tutto quello che portavano in termini di carisma. Pinot vinceva poche corse all’anno, l’anno che ne ha centrate di più saranno state 5-6, ma faceva sempre spettacolo: basta vedere quello che è successo al Lombardia. Un ragazzo così ci mancherà per forza. A livello di punti, l’anno scorso è quello che ne ha fatti di più, ma noi non siamo una squadra che guarda queste cose. Comunque Pinot si è sempre alternato con Demare. C’era l’anno che uno andava e l’altro no e viceversa. Per noi i punti non sono mai stati una grande preoccupazione e speriamo che non lo saranno. Quando non hai bisogno di contare i punti, vuole dire che va tutto bene. Le squadre che sono costrette a contarli per rimanere nel WorldTour sono in difficoltà e questo non lo vogliamo.

Dopo anni con Lapierre, dal 2024 la squadra francese correrà su bici Wilier Triestina (foto Groupama FDJ)
Dopo anni con Lapierre, dal 2024 la squadra francese correrà su bici Wilier Triestina (foto Groupama FDJ)
Il programma prevede la presentazione, poi Australia e insieme un nuovo ritiro in Spagna?

Esatto. Alla presentazione di Parigi non facciamo venire tutti i corridori, spesso vengono quelli che il giorno dopo partono per il ritiro e fanno scalo in città. Al massimo ne abbiamo 5-6. Poi inizieranno i ritiri, a gennaio ne abbiamo quattro diversi in base alle caratteristiche tecniche. C’è chi salirà sul Teide e chi starà a livello del mare, ma gennaio è un mese importante.

E tu quando sarai in gruppo? Quando ci vediamo?

Da programma, dovrei fare 3-4 giorni alla Parigi-Nizza e poi faccio un salto alla Tirreno-Adriatico. Perciò manca poco. Intanto vi auguro buon anno, vedo che il sito sta andando bene. Tanti auguri, buon lavoro.

Conci e il colpo di spugna al 2023: ora serve ripartire

03.01.2024
5 min
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L’inverno della Alpecin-Deceunink ha visto un fuggi fuggi generale da parte della compagine italiana. Sono partiti: Sbaragli, Mareczko e Oldani. Il solo rimasto è Nicola Conci, al quale si è aggiunto Luca Vergallito: promosso dal team continental al WorldTour. 

Conci con la fine del 2023 ha chiuso la sua prima stagione alla Alpecin, dopo la breve parentesi del 2022 nel team continental. Un’annata, quella appena conclusa, che non ha riservato particolari acuti. Il trentino ce la racconta e guarda al futuro, il tutto con estrema consapevolezza. 

La stagione di Conci ripartirà dalla Figueira Champions Classic, come nel 2023
La stagione di Conci ripartirà dalla Figueira Champions Classic, come nel 2023

Un problema dietro l’altro

Dall’inizio della stagione scorsa Conci ha subito una frenata dietro l’altra. Problemi che non gli hanno permesso di trovare il colpo di pedale giusto. Nel ciclismo moderno, dove la costanza è fondamentale, questo non gli ha permesso di essere al top.

«Mi sono fermato – dice Conci – a metà ottobre. Sono andato in vacanza per un mese circa. Il 2023 non è stato un granché, si è rivelata una stagione un po’ strana. Dopo i 4 anni in Trek e il problema all’arteria iliaca, risolto con l’operazione, ero pronto per ripartire, ma il 2022 sapete tutti com’è stato. Trovare la Alpecin, anche solo a metà stagione, mi ha ridato tanta forza. 

«Dal 2023 mi aspettavo una crescita definitiva – continua – ma così non è stato. Al Giro dei Paesi Baschi mi sono ammalato e al Giro d’Italia ho preso il Covid, tornando a casa dopo solo sei tappe. Anche con il riposo forzato mi sono portato dietro qualche strascico di malattia per mesi. Ho deciso di preparare al meglio la seconda metà di stagione. Una volta sceso dall’altura, dove mi sentivo bene, ho ripreso con Il Tour de Pologne ma mi sono accorto che qualcosa mancava».

Nella tappa che ha regalato la maglia rosa a Leknessund (maglia DSM) Conci è arrivato quinto
Nella tappa che ha regalato la maglia rosa a Leknessund (maglia DSM) Conci è arrivato quinto

Staccare e ripartire

Così le vacanze di fine stagione sono servite al trentino per rimettersi in sesto, tirare il fiato e resettare la mente. Ha chiuso un capitolo ed è pronto ad aprirne un altro.

«Più che di una pausa a livello fisico – racconta Conci – avevo bisogno di staccare la mente. Ma anche quando si è in spiaggia è normale che la mente, ogni tanto, torni sulla bici. Alla fine siamo ciclisti 365 giorni all’anno. Ci si chiede cosa non ha funzionato e ti trovi a rimuginare su ciò che hai fatto. Però sono contento di essermi riuscito a fermare senza aver la voglia o la fretta di ripartire per dimostrare quello che sono. La voglia c’è ma i tempi vanno sempre e comunque rispettati».

Tre in meno

Tornato alla vita da ciclista Conci si è ritrovato praticamente da solo. Del gruppo italiano della Alpecin-Deceuninck era rimasto solamente lui. Com’è stato riprendere con questa consapevolezza?

«In un mese ho perso la parte italiana – afferma – ma per il momento non me ne sono accorto, anche perché in ritiro ero in camera con Vergallito. Lui però partirà dall’Australia, mentre io aspetto febbraio per attaccare il numero alla schiena. Probabilmente mi renderò conto della loro assenza (Sbaragli, Oldani e Mareczko, ndr) più avanti nella stagione. Mi sono sempre trovato bene anche con i corridori stranieri, ma negli anni ho capito che certe barriere è difficile superarle. Puoi parlare inglese bene quanto vuoi, però non hai la stessa rapidità di risposta che hai con un connazionale. Anche solamente il fatto di aver vissuto adolescenze diverse ha un peso nella socializzazione».

«I tre italiani – spiega – li ho sentiti. In particolare Oldani che ho visto più di una volta dalla fine della stagione ad ora. Mi spiace che se ne siano andati, ma non per questo non ci parleremo più. Ci rivedremo, in corsa, anche se con maglie diverse».

Al Giro ci sarà da lavorare per uno dei velocisti, ma le occasioni di “caccia” non mancheranno
Al Giro ci sarà da lavorare per uno dei velocisti, ma le occasioni di “caccia” non mancheranno

Obiettivi e rivincite

Il focus della stagione per Conci sarà ancora il Giro d’Italia. Il conto in sospeso del 2023 deve essere saldato. 

«La corsa rosa è importante per me. Il ritiro dello scorso anno mi ha fatto male per tanti motivi. Uno su tutti è che non sono riuscito a prendere il via alla tappa di Pergine Valsugana, la frazione di casa. Nel 2024 voglio tornare al Giro per rifarmi, l’ho chiesto personalmente al team e loro sono stati favorevoli. Non abbiamo un uomo di classifica quindi avrò libertà di azione. Chiaramente avremo un velocista, come tutti gli anni d’altronde e nelle tappe piane ci sarà da lavorare. Ma si tratta di un compromesso, tutti siamo a disposizione l’uno dell’altro. Ora tocca rimboccarsi le maniche e preparare la stagione».