Toccata e fuga in Belgio per Borgo e il CTF: un’esperienza unica

21.03.2024
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La voce di Alessandro Borgo dietro la cornetta fa trasparire tutta la sua giovane età. Il 19enne del CTF Victorious è tornato sui banchi di scuola dopo un intenso periodo di gare tra Belgio e Slovenia. Ora è il momento di recuperare dagli sforzi sportivi e mettersi sotto con lo studio: la maturità di luglio inizia a farsi intravedere. 

«Oggi divano e tanti libri – ci dice – niente bici. Ho corso tanto in questi giorni, anche martedì. Sono stato un periodo in Belgio per correre la Youngster Coast Challenge, che ho terminato sesto (foto Koksijde – Oostduinkerke in apertura), poi ho fatto la Popolarissima e due giorni fa in Slovenia l’ultima gara. Ora, invece, ho un altro bel blocco: quello delle verifiche! Devo preparare chimica e storia. Sono all’ultimo anno di Agraria ed Enologia a Conegliano. Quando ho scelto questo indirizzo, il ciclismo non era ancora il mio primo pensiero e ho unito la passione per l’aria aperta a quella per il mio territorio».

Il podio della Youngster Coast Challenge con al centro Behrens, a sinistra Debruyne e a destra Teutenberg (foto Koksijde – Oostduinkerke)
Il podio della Youngster con al centro Behrens, a sinistra Debruyne e a destra Teutenberg (foto Koksijde – Oostduinkerke)

Debutto al Nord da U23

Ora il ciclismo occupa uno dei primi posti per Borgo, tanto da portarlo a correre in Belgio e piazzarsi sesto alla Youngster Coast Challenge. Il giovane corridore veneto ha già corso da queste parti negli anni da junior, ma questo era il suo esordio al Nord da U23. 

«E’ stata una gara impegnativa, dura e lunga – racconta – abbiamo percorso ben 174 chilometri, è stata proprio una gara da Nord, c’era tantissimo vento, con raffiche fino a 30 chilometri orari. Nel mezzo del percorso c’erano anche tre muri, tra cui il Kemmelberg. Il ritmo è stato davvero sostenuto, dall’inizio alla fine, anche perché il livello era elevato. C’erano tutte le devo team con la Alpecin che ha praticamente fatto il bello e il cattivo tempo, anche se poi non hanno vinto. Ogni rettilineo arrivavano dei ventagli, ogni tot chilometri c’erano corridori che saltavano via come birilli. In due o tre momenti ho rischiato anch’io di rimanere tagliato fuori dalla corsa, in particolare in un rettilineo di quattro chilometri. Avevo poca esperienza con il vento e una posizione errata mi ha portato fuori dal primo ventaglio. Devo ammettere che mi ha salvato uno dei consigli di Modolo (Sacha Modolo, ndr) che dall’anno scorso mi segue e mi aiuta». 

Borgo è rimasto nel ristretto gruppo che si è giocato la vittoria (foto Koksijde – Oostduinkerke)
Borgo è rimasto nel ristretto gruppo che si è giocato la vittoria (foto Koksijde – Oostduinkerke)
Cosa ti ha detto?

Che se fossi rimasto fuori da un ventaglio, avrei dovuto aprirne subito un altro, altrimenti avrei solamente perso tempo. Da solo contro un gruppo di dieci o quindici già si fa fatica, in più se ci si aggiunge il vento… Quindi ho aperto un secondo ventaglio, ma mi hanno seguito solamente in due, siamo stati per una decina di chilometri a 15 secondi dai primi. Siamo rientrati solamente una volta iniziato il circuito finale.

Com’è andata?

Gli Alpecin erano in cinque su 15, hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Ma a spuntarla è stato Behrens della Lidl-Trek Future Racing. Dietro ci siamo trovati in cinque a giocarci il podio, io sono entrato per primo alla curva dell’ultimo chilometro, con un buco di due metri tra me e gli altri. Ho deciso di tirare dritto e anticiparli, ma sono tornati sotto proprio a 300 metri dal traguardo e con la volata mi hanno saltato. Comunque ho fatto sesto, non male direi. 

Una giornata da Nord, a tutta dall’inizio alla fine con il vento a incidere sulla corsa (foto Koksijde – Oostduinkerke)
Una giornata da Nord, con il vento a incidere sulla corsa (foto Koksijde – Oostduinkerke)
Correre nel vento è tanto diverso?

Diciamo che ho imparato a fare un ventaglio e ho capito come entrarci. Sembra banale, ma nessuno di noi del CTF aveva esperienza in queste situazioni. 

Facciamo un gioco, raccontaci come si fa un ventaglio.

Supponiamo che il vento arrivi da sinistra. Il primo uomo si mette tutto a sinistra, gli altri lo seguono posizionandosi leggermente a destra, per ripararsi dal vento. Poi si gira, quindi il primo si fa sfilare e si mette in coda, sempre a destra. 

Borgo è al primo anno da under 23, da junior ha corso alla Work Service Speedy Bike
Borgo è al primo anno da under 23, da junior ha corso alla Work Service Speedy Bike
Che tipo di fatica si fa nel correre in questo modo?

Non è come andare in salita dove hai un’andatura costante, ma si vive di attimi. Nel senso che ci sono momenti in cui sei a 200 watt e poi per trenta secondi vai a 800 per chiudere un buco. Ad un certo punto senti le gambe bruciare dalla fatica. Però è stato bello, ho visto che in queste gare dove c’è da soffrire vado bene.

Voi del CTF avete alloggiato nella villa della Bahrain Victorious, emozionante?

Abbiamo vissuto in quella casa per tre giorni. Poche settimane prima vedevo le storie dei pro’ che erano lì per correre e poi ci siamo andati noi. Vederla dai social e poi viverci dentro è stato incredibile. Eravamo in sette ragazzi più un massaggiatore, il diesse, un meccanico e un preparatore. Io ero in camera con Skerl e Capra. Gli altri erano Shtin, Ermakov, Olivo e Andreaus. 

I ragazzi del CTF Victorious hanno alloggiato nella villa belga della Bahrain Victorious
I ragazzi del CTF Victorious hanno alloggiato nella villa belga della Bahrain Victorious
Come avete organizzato le giornate?

Come prima cosa, appena arrivati, abbiamo provato gli ultimi 100 chilometri di gara. E’ stato un passaggio davvero importante perché mi ha aiutato a capire i tratti salienti e quelli pericolosi. In Francia e Belgio hanno tanti spartitraffico e rotonde. Grazie alla ricognizione mi ricordavo quasi chilometro dopo chilometro tutti gli ostacoli. 

La vita di tutti i giorni, invece? Chi faceva da mangiare?

Il cibo lo preparava il massaggiatore, ma anche noi ci siamo messi ai fornelli per cucinare la pasta o il pollo. In quei giorni c’era anche una gara dei professionisti (la Nokere Koerse, ndr) e l’abbiamo vista tutti insieme. Giovedì, il giorno prima della corsa, abbiamo fatto un giro sui muri delle Fiandre, dove l’organizzazione stava già preparando il percorso. Pedalare su quelle strade con la consapevolezza che tra pochi giorni ci sarà la gara è stato unico.

Una casa super attrezzata, anche con lo spazio officina per le bici
Una casa super attrezzata, anche con lo spazio officina per le bici
Com’era il clima alla vigilia?

In squadra un po’ teso, ma io devo ammettere che ero sereno. Sono al primo anno, ogni esperienza è bella e mi porta qualcosa. Quello che arriva è tutto un di più. Il giorno prima della corsa ho chiesto anche qualche consiglio a Raccagni Noviero, che corre nel devo team della Soudal-Quick Step. Lui queste gare ormai le conosce come le proprie tasche. Non mi sarei mai aspettato che il vento potesse fare tutti questi “danni”. 

Possiamo dire che la verifica del Nord l’hai passata, ora mancano storia e chimica.

Vedremo di passare anche quelle!

A casa Iacchi, dove il ciclismo è una passione di famiglia

21.03.2024
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«Dai miei nonni fino a mio fratello più piccolo, in famiglia tutti pedaliamo o abbiamo corso. Ricordo la mia prima biciclettina, una Parkpre bianca. Ero felicissimo». Alessandro Iacchi ci apre le porte della casa di famiglia, da generazioni dedicata al ciclismo. Sport che ormai fa parte del loro Dna.

In questi anni di interviste e gare, spesso usciva fuori il nome degli Iacchi. Tra chi ricordava i nonni in sella, chi i più giovani e chi li ringraziava per aver vissuto presso di loro, vedi Svrcek.

Nella foto di apertura Alessandro è tra il fratello più piccolo, Niccolò, e quello maggiore, Lorenzo, ex pro’ che ha appeso la bici al chiodo nel 2022. Oggi quindi è lui il numero uno della dinastia. E’ infatti professionista con il Team Corratec. Grande impegno, grande passione e una buona costanza di rendimento che si spera possa migliorare.

Nonno Mauro vince una corsa tanti anni fa…
Nonno Mauro vince una corsa tanti anni fa…
Alessandro, come nasce dunque questa passione per il ciclismo da parte della famiglia Iacchi?

Nasce dai miei nonni, sia quello paterno, Piero, che da quello materno, Mauro Romani. Furono dilettanti ai tempi in cui le maglie erano ancora di lana! Una volta smesso e messo su famiglia, nonno Piero fondò il Pontassieve. Era lui che portava alle corse tanti ragazzini, tra cui mio papà Sauro, ma anche gli zii. Alla fine è stato tutto un tramandarsi, fino all’ultimo che va in bici, mio fratello Nicolò, il quale è uno juniores.

E tu come sei salito in bici? Ti ci hanno messo loro?

In realtà è venuto tutto naturalmente. Io da piccolo ho provato mille sport, tra cui il calcio e la pallavolo, ma mi piaceva pedalare. E già dai giovanissimi eccomi in bici. Tra l’altro iniziavano a sparire le squadre per i più piccoli e dopo tanti anni mio “babbo” fece con me quel che all’epoca aveva fatto mio nonno: vale a dire rifondare il Pontassieve. E fu un bel progetto. Eravamo una ventina di bambini. Ed è rimasto in piedi fino a che c’è stato mio fratello Niccolò. Poi purtroppo andare avanti era sempre più complicato, i bambini erano sempre meno e, passato tra gli esordienti Niccolò, hanno chiuso il team. Io dopo i giovanissimi ho fatto gli esordienti in una società mitica.

Quale? 

La SS Aquila, a Ponte a Ema, in pratica la squadra di Gino Bartali. La sede era al museo. Bellissimo.

Spesso quando certe passioni sono tanto forti e radicate, si finisce col mettere pressione ai ragazzi. E’ stato così anche per te?

No, no… assolutamente. Anzi, quando le cose non andavano bene, non mancavano parole di conforto. Mentre non mi hanno mai puntato il dito o detto: perché non sei arrivato? Perché non hai fatto così o colà?

In una famiglia così immaginiamo il tifo, le corse alla tv, l’occhio tecnico…

Mio nonno Mauro soprattutto era un tifosissimo di Pantani. Ogni volta che c’era una corsa non troppo lontana, saltava in macchina e andava a vederlo. Mi racconta sempre di quella volta che per andarlo a vedere nel maledetto giorno di Campiglio fece un sacco di strada a piedi. C’era talmente tanta gente che aveva dovuto lasciare la macchina lontano. Giusto qualche settimana fa, spostando dei mobili, sono riemerse delle vecchie pagine della Gazzetta dello Sport proprio di quei giorni.

Vi capita mai di uscire tutti insieme?

No, difficilissimo. Però con mio fratello che ora è junior a volte sì. Anche due giorni fa abbiamo fatto un paio d’ore insieme.

E poi, Alessandro, gli Iacchi sono stati anche un “porto sicuro” per alcuni vostri colleghi. Giusto?

Giusto. Da noi sono passati diversi corridori ma due si sono fermati a lungo. Uno è stato Martin Svrcek e l’altro Veljko Stojnic. Veljko arrivò che io ero dilettante di secondo anno. Eravamo alla Franco Ballerini. Venne con l’intento di trovare casa di lì a poco e rimase a lungo. Di fatto lo accogliemmo bene e lui si fece voler bene. Sempre rispettoso, educato, disponibile. Avevamo una “casetta” libera di nostra proprietà e lì rimase. Col tempo è diventato un fratello acquisito. Ci allenavamo insieme, uscivamo insieme… Tante volte voleva cucinare da solo, ma i miei nonni gli dicevano: «No, no, tu vieni da noi. Solo non ci stai». Anche se ora è tornato in Serbia, lui stesso si sente con la mia famiglia e i miei nonni.

Alessandro Iacchi e Veljko Stojnic nel 2022: squadre diverse, ma stessa casa
Alessandro Iacchi e Veljko Stojnic nel 2022: squadre diverse, ma stessa casa
Che storia!

Anche io sono stato a trovarlo in Serbia dalla sua famiglia. Ora corre per un team ungherese. E rivederci è sempre un piacere.

E Svrcek?

Più o meno la stessa storia. Tra noi c’è un bel rapporto. Ai miei genitori faceva piacere aiutarlo. Forse perché immaginavano se al suo posto ci fossi stato io. Pensavano a come si poteva sentire questo ragazzino da solo in un paese straniero.

Poi c’è tuo papà, Sauro, che aiuta gli allievi del team Cesaro-Franco Ballerini

Esatto. A papà alla fine è sempre piaciuto stare in mezzo alle corse, ai ragazzi. E’ rimasto lì anche dopo che mio fratello Niccolò è passato di categoria. Si è creato un bel gruppetto e ha deciso di portare avanti questo progetto. Non voleva lasciarli soli.

Alessandro in azione al Giro. Completare la corsa rosa è stata una vera soddisfazione e un orgoglio di famiglia
Alessandro in azione al Giro. Completare la corsa rosa è stata una vera soddisfazione e un orgoglio di famiglia
Insomma anche la Corratec è una famiglia allargata: dalla professional agli allievi, passando per gli juniores… E a proposito di famiglie allargate: tua nonna cucinava per tutti?

Eh sì. Era un porto di mare casa sua. Nonna Laura ci chiedeva e ci chiede sempre cosa dobbiamo mangiare. E’ diventata un’esperta di alimentazione per ciclisti. Sarebbe pronta per un team WorldTour!

Che poi tra chi va e chi viene, chi va a scuola, chi esce al mattino… avete orari diversi.

Esatto, la cucina è sempre aperta. Però lei è contenta. Anzi, se non andiamo, quasi si offende.

E tua mamma cosa dice?

Mia mamma, Gabriella, ormai ci è abituata. E per forza di cose alla fine anche lei spesso viene alle corse e si è appassionata.

Dove vive di preciso la famiglia Iacchi?

A Rufina, Firenze. Quest’anno ci passerà il Tour de France sotto casa. E’ un sogno

Ritorno a Parigi, Bennati inizia l’avvicinamento olimpico

21.03.2024
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Per raccontare lo spirito con cui Daniele Bennati ha vissuto il sopralluogo sul percorso di Parigi, basti sapere che finite le prove sulle strade olimpiche, il cittì della nazionale ha salutato Velo e Sangalli, con cui ha compiuto il viaggio, ed è andato a pedalare sul circuito dei Campi Elisi che nel Tour del 2007 gli regalò la gloria sportiva.

«Devo dire – ammette il toscano – che all’inizio ero un po’ preoccupato di girare in bici col traffico aperto. Invece, nonostante questo, Parigi offre la possibilità di farlo. Tanta gente pedala e sul bordo delle vie c’è sempre una piccola pista ciclabile che puoi fare in ogni direzione. Devi stare attento, però puoi andare in bici ed è veramente spettacolare. E a me ha fatto un effetto bello, ma strano. A Parigi sono tornato altre volte, però mai avrei pensato di pedalarci ancora. Così martedì quando abbiamo finito le ricognizioni ho detto ai ragazzi che sarei tornato sul circuito degli Champs Elysées. L’ho fatto da me, tranquillo. Mi sono anche emozionato, mi sono sentito quasi uno scemo, però è veramente bello, bello, bello».

Il 29 luglio del 2007, Bennati conquista a Parigi il traguardo degli Champs Elysées
Il 29 luglio del 2007, Bennati conquista a Parigi il traguardo degli Champs Elysées

Tre tecnici alla scoperta dei percorsi delle prossime Olimpiadi: lunedì, martedì e mercoledì e oggi si rientra. Marco Velo per le crono (che si correranno il 27 luglio), Bennati e Sangalli per le prove su strada degli uomini e delle donne (in programma rispettivamente il 3 e 4 agosto). Se ne parlava da tempo, si sono fatti ragionamenti su nomi e attitudini: adesso almeno ci sono dati oggettivi su cui ragionare. Bennati racconta, è notte fonda.

Come si è svolto il sopralluogo?

Abbiamo fatto le cose al contrario. Prima siamo andati a vedere le crono con Marco Velo, mentre l’indomani abbiamo fatto il circuito finale, con i due tratti di innesto nel circuito e poi il pezzettino che porta all’arrivo. Ho fatto due giri del percorso e dal punto di vista paesaggistico fare per due volte Montmartre è abbastanza complicato, però bello e veramente emozionante. L’arrivo sul Pont d’Iena è spettacolare. Alzi lo sguardo e hai davanti la Tour Eiffel.

Invece dal punto di vista tecnico?

Martedì abbiamo visto il circuito finale, mentre ieri siamo andati sui tratti in linea e diciamo che non è stato semplice, visto che sono 225 chilometri. Non li abbiamo fatti tutti, abbiamo tagliato qualche passaggio, però sono andato a vedere tutte le cotés. Diciamo che non sono impossibili e le strade sono prevalentemente buone. E’ chiaro che in 225 chilometri, ogni tanto si passa in qualche paesino, con strade un po’ più strette. E’ la classica pianura francese, ci sono delle salite e altre che magari non sono segnalate, ma la strada sale ugualmente.

Se il tratto in linea è lungo 225 chilometri, vuole dire che la maggior parte della corsa non sarà in circuito…

Se ci pensi, 225 chilometri in linea sono tanti. Quando poi arrivi a Parigi, fai per due volte questo circuito con tre volte la salita di Montmartre e altri due “zampellotti”. Uno è quasi un “chilometrino” al 5-6 per cento e l’altro è un po’ più breve. Insomma, dal punto di vista altimetrico non è una corsa impossibile, però neanche la Sanremo lo è e si sa come va a finire. Sicuramente la differenza verrà dal chilometraggio e dal fatto che per le Olimpiadi partono in 80, quindi come gara sarà completamente diversa da una classica.

Il percorso degli uomini a Parigi si snoda per 225 chilometri fuori città e propone due giri del circuito finale
Il percorso degli uomini a Parigi si snoda per 225 chilometri fuori città e propone due giri del circuito finale
In quei 225 chilometri iniziali e solo pochi corridori in gara, rischi che se non c’è qualcuno che prova a tenere il gruppo cucito, dopo un po’ saranno tutti sparpagliati.

Infatti da metà percorso in poi, potrebbe diventare una corsa individuale. E’ quasi incontrollabile, difficile da interpretare. Noi saremo in tre, ma gli altri ne hanno quattro, mica 12… Sinceramente, per come interpretano le gare in questo ciclismo, se c’è Pogacar o Van der Poel, scommetto quello che volete che all’ultimo giro non arrivano 20 corridori. Non lo so, si dovrebbe venire a creare una situazione che magari due o tre nazionali decidono di controllare la corsa, ma fino a quando possono farlo? Fino a Parigi? Dovrebbero esserci tre corridori che tirano per 225 chilometri, la vedo un po’ surreale. Significherebbe che correndo in quattro, dovrebbero esserci nazioni che portano un uomo solo per fare quel tipo di lavoro.

E’ da escludere?

Sarà una gara difficile da interpretare. E’ sicuramente una gara estenuante, perché se dopo metà o anche prima ne rimangono 30-35, non so come si gestiscono 280 chilometri. Visto come sono come interpretano le gare adesso, allacciamoci le cinture…

E se a Parigi arrivano in pochi, si finisce allo sprint oppure la salitella di Montmartre può essere un trampolino per arrivare da soli?

Non è un muro di Grammmont o almeno è un muro di Grammont molto più dolce, diciamo come la prima parte fino all’inizio del tratto veramente duro, che a Parigi non c’è. Sono 900 metri con pendenza massima del 9 per cento. Però l’ultima volta lo fai dopo 270 chilometri e una fiammata di quei corridori più forti farebbe male. Con 5-6-7 secondi, si può pensare di arrivare. Non dovrebbe essere tanto caldo. Per le statistiche che ci ha fornito il CONI e che ho guardato, ad agosto la temperatura di Parigi può variare da 18 e 33 gradi, quindi è molto variabile. In questi giorni era particolarmente caldo, per esempio. Sono arrivato in certe tappe di fine Tour che non era caldo come ieri. 

Che effetto fa a pensare di essere al lavoro per preparare le Olimpiadi?

Fa effetto! Io non sono mai riuscito a farle da corridore, quindi poterle fare da tecnico e guidare la nazionale italiana già da adesso è una grande emozione. Solo il fatto di aver preparato la valigia, averci messo la maglia, la bici, le telecamere, la GoPro e partire con gli altri tecnici… Mi sento già nel clima olimpico, anche se non l’ho mai vissuto in prima persona. Con gli stradisti non saremo al Villaggio, ain un hotel dalle parti di Versailles. Al Villaggio andranno i cronoman.

La Porta dei Leoni, accesso al Museo del Louvre: si passa anche di qui
La Porta dei Leoni, accesso al Museo del Louvre: si passa anche di qui
A Bennati corridore questo percorso sarebbe piaciuto?

Sarebbe stato un percorso veramente molto adatto alle mie caratteristiche, è molto veloce. Per fare un confronto con il mondiale di Glasgow dello scorso anno, che era tutto un rilanciare, qui nel finale lo fai davvero poco. Diventa un percorso fatto ad altissime velocità e la regola è sempre la solita: ci vogliono grandi gambe e grande condizione. Credo che le ultime Olimpiadi abbiano confermato il fatto che se un grande corridore esce bene dal Tour, diventa difficile da battere. Però ad esempio Van Aert e Alaphilippe faranno il Giro ed è pensabile che arriveranno comunque bene. Ci sono questi tre nomi da trovare, diciamo che adesso ho le idee un po’ più chiare.

Una mattina a ruota di Romele sulle sponde del Lago d’Iseo

20.03.2024
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LOVERE – La vita di Alessandro Romele è un gran viaggiare, come quella di tutti i ciclisti. Da inizio anno ha corso in Rwanda, Arabia Saudita, Grecia (Rodi) e Spagna. Quindi vederlo a casa, sulla sponda bergamasca del lago di Iseo, non è che sia strano ma quasi. Il classe 2003 da quest’anno corre con il devo team dell’Astana Qazaqstan, un salto che gli ha permesso di mettere un piede nel professionismo. Ne ha assaggiato le velocità, i ritmi alti e il mal di gambe. Con l’ultima gara in Grecia, invece, una categoria 2.2, ha trovato le prime due vittorie dell’anno

«Quasi inaspettate – ci racconta nel suo giardino, sotto il caldo sole di marzo – perché dopo il Tour du Rwanda non ero stato benissimo. Il vaccino fatto per la febbre gialla mi ha destabilizzato parecchio e in corsa ho fatto davvero tanta fatica. La condizione era sì in crescendo, ma non mi aspettavo di capitalizzarla così presto. Sono stato in giro parecchio, ora resto un po’ più tranquillo fino a fine mese. Poi correrò il Giro del Belvedere e la Gand-Wevelgem, le prime gare U23 dell’anno e poi una corsa a tappe tra Giro d’Abruzzo e Region Pays Loire Tour (in Francia, ndr) e fine mese in Bretagna».

Stai correndo davvero molto…

E’ un modo di correre più organizzato, a blocchi definiti. Collegato anche a come mi sento a livello fisico. Ad esempio, dopo il Rwanda eravamo lì a chiederci se fermarmi o meno e riposare. Le sensazioni in allenamento fanno tanto, ho capito di stare meglio e abbiamo continuato con il programma stabilito. 

Hai un calendario intenso ma schematico?

Direi proprio di sì. Al primo anno in Colpack correvo con più disordine, l’anno scorso molto meno, perché avevamo già un metodo definito. Quest’anno vedo che si seguono molto più gli obiettivi, il Tour of Rhodes non era uno di quelli, ma abbiamo sfruttato il momento. 

Questo continuo correre in contesti internazionali come va? Ti sta facendo crescere?

Il Rwanda è stato difficile per l’altimetria e il dislivello fatto. Quello più difficile per il ritmo, è stato l’AlUla Tour con tanti ventagli. Pensavo fosse più semplice, che bastasse stare davanti, invece su cinque volte ne sono rimasto fuori cinque (ride, ndr). 

E’ cambiato qualcosa nella preparazione?

Sono seguito da Maurizio Mazzoleni da diversi anni, direttamente o indirettamente. Quando ero junior, alla Ciclistica Trevigliese lui collaborava con la squadra. Anche in Colpack ho seguito le sue tabelle, sotto la supervisione sempre di Dario Giovine. Quest’anno ho la fortuna di avere associati Mazzoleni e Anastopoulos. Il greco è capo performance del team WorldTour, però ha accesso ai dati di tutti. Penso che i cambiamenti si siano sentiti. 

Nello specifico che cosa avete fatto?

Abbiamo lavorato sulla forza, che viene fatta al meglio in palestra. Ne ho fatta tanta, non tutti i giorni ma tre volte a settimana, anche con carichi importanti. Tanto ha fatto anche il lavoro impostato con il nutrizionista, Luca Simoni. 

Come lavorate?

Ho una tabella che si auto adatta, composta da tre colonne con i macronutrienti: carboidrati, proteine e grassi. In un’altra tabella separata inserisco l’intensità del lavoro fatto. Ad esempio oggi (ieri per chi legge, ndr) è un giorno a bassa intensità e la tabella mi dice le grammature da consumare. La tabella mi fornisce solo il macronutriente, cosa mangiare lo decido ancora io. Abbiamo deciso così perché sono ancora giovane e c’è margine poi per migliorare o cambiare. 

Integrazione in bici?

Fino a un’ora e mezza/due a bassa intensità, tendo a non portare nulla. Poi se alzo l’intensità mi porto qualcosa. Ora uso molto un panino al miele che mi dà un apporto di 30 grammi di carboidrati. A casa cerco di non usare le cose chimiche, quindi evito gel e barrette. Quelli li uso prettamente in corsa. Ora ho anche una nuova ricetta delle rice cake. 

Come mai?

Il dottore della squadra mi ha fatto notare che quando cucino il riso, poi lo metto in freezer negli stampi. Quando poi lo scongelo, intanto che vado c’è una proliferazione batterica. Invece ora uso il riso soffiato, il composto rimane secco e non passa dal freezer. Questo abbassa la proliferazione batterica e, nel caso mi avanzasse, posso consumarlo anche il giorno dopo. 

Torniamo agli allenamenti, hai cambiato il metodo di lavoro a casa?

Prima di andare a Rodi ho fatto la tripletta con tre ore e mezza, quattro e cinque. Secondo me qualcosa in più anche a livello di lavoro specifico, tanti richiami di VO2 con i 30/30 o 40/20. Nella tripletta classica ho i primi due giorni con meno ore, ma tanta intensità. Per finire, l’ultimo giorno, mi inseriscono la classica uscita di endurance. In questo caso non ho lavori specifici ma tengo la Z2 per tutto il giorno

Prima di partire una fermata dal meccanico di fiducia per montare le ruote con profilo da 60 millimetri
Prima di partire una fermata dal meccanico di fiducia per montare le ruote con profilo da 60 millimetri
Nel recupero, invece?

Oggi (ieri, ndr) ad esempio, che è giorno di recupero, ho fatto due ore davvero blande. Ho un range di potenza da non superare, ma per come sono fatto io pedalo senza nemmeno guardare gli strumenti. 

Come vivi gli allenamenti?

Quelli di endurance sono i più divertenti, poi sul lago non ci si annoia mai. Mentalmente soffro di più l’ora e mezza o due a bassa intensità. Nel giorno di recupero ho il mio bar classico, con 45 minuti ad andare e altri a tornare. 

Dopo tanto viaggiare ti piace allenarti da solo o preferisci avere compagnia?

E’ un bell’equilibrio da trovare, perché a livello di attività siamo sempre in giro per gare. Quando torno a casa mi piace anche uscire da solo. Poi dipende dai giorni, quando c’è tanto sole e fa caldo, pedalare in solitudine è semplice. In inverno, invece, quando hai appena ripreso, forse è meglio avere un compagno o più di uscita. 

Romele ha uno spiccato occhio tecnico, le ruote da 60 mm le sta provando in vista del Belvedere
Romele ha uno spiccato occhio tecnico, le ruote da 60 mm le sta provando in vista del Belvedere
Poi da queste parti ne hai tanti di corridori a cui scrivere per organizzare l’allenamento…

Esco spesso con Nicolas Milesi, che ora è all’Arkea Devo. Fino a settembre eravamo compagni di squadra alla Colpack. Abbiamo davvero un bel rapporto, ci scriviamo ogni giorno, se non succede mi preoccupo (ride, ndr). Ci sono anche tanti altri corridori e amici qui, come Persico, Lino Colosio, Walter Calzoni… Di compagni di squadra ho vicini Scaroni e Gazzoli, che sono di Brescia. 

Il tempo a disposizione finisce, sono le 10,30 ed è ora di uscire in bici, seguiamo Romele fino al fiume Oglio, che divide la provincia di Bergamo da quella di Brescia. Qualche foto, dei video e si torna a casa con la sensazione di aver parlato con un ragazzo sicuro e consapevole del cammino intrapreso.

Ciclismo in El Salvador? Il racconto di due italiane in corsa

20.03.2024
8 min
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Una settimana e mezzo di ambientamento, poi cinque gare, di cui una a tappe, per un totale di nove giorni di corse su dieci. Questa, in estrema sintesi, la trasferta in El Salvador che hanno affrontato alcune formazioni europee tra fine febbraio e metà marzo. Una destinazione non nuova per il ciclismo.

C’è stato un tempo infatti – a cavallo del Duemila – che si iniziavano a vedere… corse dell’altro mondo. La globalizzazione del pedale, attualmente sempre più completa, ha riportato il ciclismo femminile sulle coste pacifiche del Centro America a distanza di dieci anni. Di queste nuove gare in calendario ci aveva raccontato qualcosa Giorgia Vettorello, instillandoci una discreta dose di curiosità. D’altronde sulle strade di El Salvador (in apertura foto Secretarìa de Prensa de la Presidencia), per citare l’esempio più lampante, aveva vinto una ventunenne e già affermata Marianne Vos, così come in altre annate avevano sempre fatto bella figura diverse italiane. Così noi, spulciando la starting list, ci siamo affidati a due ragazze del Trentino-Alto Adige per avere un reportage: Elena Pirrone e Andrea Casagranda.

In El Salvador il livello non era altissimo, ma molte atlete hanno potuto mettersi in gioco, anche con un clima torrido (foto BePink-Bongioanni)
In El Salvador il livello non era altissimo, ma molte atlete hanno potuto mettersi in gioco, anche con un clima torrido (foto BePink-Bongioanni)

A casa di Contreras

Il viaggio intercontinentale per Elena Pirrone e la sua Roland era quasi un dovere istituzionale. Il general manager Ruben Contreras è salvadoregno ed è una sorta di filantropo del ciclismo del suo Paese.

«Le stesse gare di dieci-quindici anni fa – spiega la venticinquenne altoatesina di Laives – le organizzava sempre Ruben, che poi ha dovuto interromperle per motivi di sicurezza. Lui stesso ci ha raccontato che El Salvador aveva già vissuto una guerra civile negli anni ’80 poi dal 2010 in avanti era finito in mano a gang criminali che condizionava tantissimo anche l’aspetto politico. Ora da un po’ di anni è tornato nuovamente ad essere sicuro per gli stessi abitanti ed anche per i turisti. Noi atlete in effetti non abbiamo solo corso laggiù, ma abbiamo visitato la zona in cui eravamo.

«Abbiamo soggiornato a San Salvador per cinque giorni – continua Pirrone – poi ne abbiamo trascorsi altrettanti sulle alture dove c’era una delle tante piantagioni di caffè. Entrambe le volte eravamo in case di proprietà di Ruben, mentre dal 3 marzo in poi, giorno in cui iniziavano le gare, siamo state assieme a tutte le altre squadre in un campus universitario della Capitale, in un edificio completamente nuovo».

Organizzazione e tradizione

Una gara ciclistica a quelle latitudini in questa fase dell’anno solitamente deve convivere con un’organizzazione non dettagliata come quella europea. Questa era un’incognita per le atlete.

«Noi della BePink-Bongioanni – racconta Casagranda – sapevamo di venire in un Paese che aveva già ospitato il ciclismo. La nostra diesse Sigrid Corneo, che ci ha guidate in ammiraglia, c’era stata a correre, vincendo anche un paio di gare. Lo stesso roadbook riportava gli albi d’oro e abbiamo letto il nome di Marianne Vos e altre atlete importanti. Correre in El Salvador tuttavia è molto diverso che farlo in Europa, anche per il cibo. Essendo tutte assieme in questa università, ci siamo dovute adattare a sapori nuovi. Ogni giorno veniva un catering con i pasti. I piatti erano spesso a base di riso e pollo che siamo già abituate a mangiare, ma con spezie e condimenti forti.

Andrea Casagranda (seconda da sx) in El Salvador ha sofferto il caldo, ma ha saputo adattarsi (foto BePink-Bongioanni)
Andrea Casagranda in El Salvador ha sofferto il caldo, ma ha saputo adattarsi (foto BePink-Bongioanni)

Alla fine la realtà ha superato le aspettative. «Devo dire la verità – confida la diciannovenne di Borgo Valsugana – siamo rimaste sorprese in positivo. Certo, si sono notate alcune differenze. Le strade alternavano tratti perfetti ad altri non in ordine con buche o senza tombini. Spesso e volentieri ci siamo imbattute in cani randagi che si buttavano in mezzo alla corsa. Oppure alcuni diesse centroamericani non sapevano come si facevano certe operazioni o manovre in corsa. Tutto sommato però non ci possiamo lamentare perché alla fine siamo riuscite a fare tutto senza grandi problemi».

Nonostante il ciclismo non sia uno sport troppo seguito, il calore del pubblico non è mancato. «Ogni giorno che passava – va avanti Pirrone – l’organizzazione migliorava. Il tifo si faceva sentire a bordo strada e nel complesso c’era molta curiosità da parte della gente. Il prologo del Tour El Salvador lo abbiamo fatto attorno ad una grande piazza dove c’era una biblioteca di sette piani. Abbiamo sempre incontrato persone disponibili, che vivono senza stress. E poi siamo rimaste colpite in positivo perché nessuno trasgrediva o si lamentava nel traffico per il passaggio della gara. A livello organizzativo hanno margini di miglioramento e in futuro non è da escludere che potrebbero partecipare altre formazioni europee, alzando chiaramente il livello dell’evento».

Clima e gare

L’altra grande incognita per le squadre al via delle gare era il clima particolarmente torrido, mentre il fuso orario è stato ben assorbito da tutti.

«Abbiamo fatto scalo a New York – riprende Casagranda – e durante il volo per San Salvador, in cui siamo atterrate alla sera, ci siamo imposte di non dormire per non scompensare poi il sonno della notte. Ho patito invece, e tanto, il caldo. Io non mi sono adeguata tanto al clima, ma è un discorso soggettivo. Quattro giorni prima di partire ero in Belgio a correre con 4 gradi, mentre laggiù ne ho trovati 40. Inizialmente in allenamento mi piaceva finalmente pedalare al caldo, poi in gara, sotto sforzo, l’ho sofferto molto.

«Le gare partivano al mattino abbastanza presto – aggiunge Pirrone – proprio per evitare temperature troppo alte, anche se era un caldo piuttosto secco. Mi ha stupito perché quando siamo state in montagna, attorno ai mille metri, c’erano ugualmente più di 30 gradi. In allenamento abbiamo fatto la salita del vulcano sopra San Salvador (nel Paese ce ne sono più di 170, ndr), una strada di una dozzina di chilometri quasi sempre in doppia cifra di pendenza. Ruben ci raccontava che in gara Vos saliva a zig-zag. Fortunatamente noi abbiamo invece corso su salite lunghe uguali, ma ombreggiate e con curve ampie oppure su stradoni larghi e vallonati».

La maggior parte dei percorsi erano su strade larghe e vallonate, abbastanza curate (foto BePink-Bongioanni)
La maggior parte dei percorsi erano su strade larghe e vallonate, abbastanza curate (foto BePink-Bongioanni)

Un’esperienza per Elena e Andrea

Uno degli obiettivi nemmeno tanto velato di Roland e BePink era quello di fare incetta di punti UCI in questo lotto di gare classe .1, così come fare un’esperienza di vita per tutte le loro atlete.

Purtroppo Pirrone è stata a mezzo servizio come spiega lei tra rammarico ed ironia: «Probabilmente sono delicata come un principessa e non so se sia stato il latte di cocco che ho bevuto nei primi giorni a mettermi fuori gioco (sorride, ndr). Battute a parte, come altre ragazze ho preso a fine febbraio un virus gastrointestinale che non sono riuscita a smaltire. Alla prima gara ho fatto seconda dietro la mia compagna Christoforou, però ho iniziato a sentirmi svuotata e disidratata col passare del tempo, tanto che le altre gare non le ho finite oppure arrivavo molto dietro. Visto che non passava, con lo staff della squadra abbiamo organizzato il mio rientro anticipato perché non aveva più senso restare giù. Peccato, ma mi riprenderò in fretta.

Al Tour a El Salvador, la BePink ha conquistato la maglia bianca dei giovani con Angela Oro
Al Tour a El Salvador, la BePink ha conquistato la maglia bianca dei giovani con Angela Oro

«Durante questa trasferta – conclude Casagranda – abbiamo imparato ad adattarci ad un posto nuovo, soprattutto convivendo con un forte sbalzo termico e con uno stile di vita che ci ha provocato qualche noia intestinale. Sul lato agonistico il livello non era altissimo, quindi abbiamo potuto metterci in gioco. Sicuramente potevamo raccogliere di più, però siamo contente perché nella gara a tappe Angela Oro ha conquistato la maglia bianca di miglior giovane».

S-Works SL8: veloce e precisa, la stabilità è il valore aggiunto

20.03.2024
6 min
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Rispetto alla S-Works SL7 cambia molto, quasi tutto. Il design, anche se al primo impatto le somiglianze ci sono, cambiano soprattutto le performances, perché nella SL8 collimano aerodinamica e leggerezza. L'ultima versione della Tarmac è anche molto, molto leggera, un peso ridotto che però non influisce in modo negativo sulla stabilità, su un avantreno che non risulta nervoso e troppo impegnativo. L'abbiamo provata a fondo.

La Tarmac S-Works SL8 di Specialized è una delle protagoniste del mercato. Rispetto alla versione precedente è cambiata radicalmente nelle performance, pur tenendo fede ad una design che è una sorta di “all in one”.

E’ leggera come una bici specifica per gli scalatori, ma porta in dote anche dei concetti aero non banali che la rendono veloce come una aerodinamica vera e propria. Non adotta delle geometrie estremizzate ed è molto agile. E poi le ruote Roval Rapide CLX II con il profilo differente (51/60 millimetri) che sono un tappeto di velluto. Entriamo nel dettaglio del test.

La SL8 è molto diversa dalla precedente 7
La SL8 è molto diversa dalla precedente 7

Tarmac SL8 Dura-Ace

E’ la stessa bicicletta utilizzata dai corridori del Team Soudal-Quick Step ed il frame-kit (incluso anche il cockpit integrato) è il medesimo in dotazione a Primoz Roglic e compagni. Come sottolineato al momento del suo lancio ufficiale, la S-Works SL8 è l’erede della SL7, anche se le differenze esistono e sono importanti. L’avantreno è stato completamente cambiato, così come la forma ed i volumi di alcune tubazioni. Rispetto al passato anche la nuova metodologia di posa del carbonio ha permesso di abbassare drasticamente il valore alla bilancia, aumentando al tempo stesso il rapporto rigidità/peso.

La bici del test, una taglia 54, ha un peso rilevato di 6,35 chilogrammi (senza pedali). Ha il nuovo cockpit integrato Roval tutto in carbonio, il reggisella specifico e la sella S-Works Power. La trasmissione è Shimano Dura-Ace 52/36 e 11/30, con il power meter 4iiii. Le ruote sono le Roval Rapide CLXII 51/60 tubeless ready, gommate S-Works Turbo Rapidair 2BR da 26 millimetri. L’abbiamo utilizzata nella configurazione tubeless.

Meglio della SL7

Non è solo questione di meglio o peggio, ma sono l’equilibrio e la precisione, insieme alla stabilità, che mettono la SL8 sul gradino superiore. La Tarmac precedente faceva emergere un po’ di nervosismo in alcuni frangenti, che si traducevano in consumo di energie. Paradossalmente la S-Works SL8 è più docile, armoniosa ed è una lama quando si tratta di cambiare traiettoria continuamente ed in modo repentino, fattori che nell’insieme permettono al corridore di fidarsi al 110% del mezzo meccanico.

Al tempo stesso possiamo scrivere che in salita paga poco o nulla nei confronti della Aethos, soprattutto quando le pendenze sono al di sotto della doppia cifra e si riesce a fare una buona velocità. Nei tratti vallonati, in pianura ed ovviamente in discesa, è decisamente più veloce.

Non è una bici comoda per concetto
Non è una bici comoda per concetto

Il comfort? Da spiegare

Il comfort di marcia non è legato ad una bicicletta comoda per concetto, ma ad un progetto che rende funzionale la sua prestazione complessiva. Il comfort è il risultato di più fattori che collimano tra loro e che abbiamo menzionato in precedenza: stabilità e agilità, leggerezza e una rigidità percepita non eccessiva, capacità di bloccare le vibrazioni e di non portarle verso la sella.

A questi si unisce la versatilità del mezzo che è facile da rilanciare e aiuta a mantenere alta la velocità senza troppi sacrifici, ma anche una grande capacità di adattarsi a differenti tipologie di allestimento (ad esempio le altezze delle ruote), senza mai cambiare il carattere vero e proprio del frame-kit.

Ruote e manubrio integrato

Le ruote Roval, che da sempre fanno parte del portfolio Specialized sono quel plus tecnico che non guasta, perché se la ruota è in grado di cambiare la resa tecnica del mezzo, qui siamo ad un livello molto alto. Hanno il profilo differenziato tra anteriore e posteriore (anche la spanciatura del cerchio è differente), oltre ad un meccanismo interno del mozzo che si basa sul progetto DT Swiss. Scorrevolissime prima di tutto e nonostante i due profili già elevati non impiccano il corridore nelle curve in discesa alle alte andature. Usate con la configurazione tubeless sono un punto di riferimento anche quando la qualità dell’asfalto tende al pessimo.

La ruota posteriore da 60 è impegnativa quando la strada sale, la velocità si abbassa e per rilanciare in modo perentorio bisogna avere tanti watt nelle gambe. In frangenti come questo entra in gioco la sua briosità e la prontezza in fase di cambio di ritmo che viene fuori quando si usano ruote dal profilo più basso. Forse meno veloci, ma che paradossalmente fanno diventare la S-Works SL8 ancora più brillante.

Il nuovo manubrio integrato Roval, vantaggioso quando si arpionano gli shifters ed è fondamentale scaricare le pressioni che si generano sui polsi. Ergonomico e con una curvatura mediamente compatta che non obbliga a sprofondare verso il basso e verso l’avantreno, quindi utilizzabile e sfruttabile da diverse tipologie di utenza.

In conclusione

Il nostro test parte da lontano, perché prima di metterci in sella abbiamo affrontato anche il bikefitting Retul. Scrivere che la SL8 è la migliore Tarmac di sempre non è un azzardo, ma non è neppure scontato. Lo riteniamo un vero progetto “tutto in uno”, frutto del percorso intrapreso dalla SL7 (che in fatto di aerodinamica ha strizzato l’occhio alla Venge) e dalla lavorazione del carbonio utilizzata per la Aethos.

La S-Works SL8 non è una di quelle biciclette che buttano giù di sella dopo tante ore e dopo parecchi metri di dislivello positivo. Non è una di quelle bici che funzionano bene solo quando la corda è costantemente tesa. E’ una di quelle bici gratificanti e piacevoli quando l’andatura è bassa ed anche il “giro di scarico” diventa anche un piacere che va ben oltre l’agonismo.

Specialized

Le varie anime di Bosio, oggi biker ma presto stradista

20.03.2024
5 min
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Dalla strada alla mountain bike e viceversa, senza soluzione di continuità, senza paura. Magari anche nello stesso weekend. Se c’è un esempio in Italia di multidisciplina, questo è Tommaso Bosio, in questo periodo protagonista assoluto della scena sulle ruote grasse, capace dopo il 2° posto ad Albenga (SV) nella seconda tappa dell’Italia Bike Cup di sbaragliare la concorrenza a San Zeno (VR) nell’apertura degli Internazionali d’Italia dando scacco matto all’iridato Viezzi con un ultimo giro indiavolato.

Un biker? Non del tutto, anzi. Il suo futuro lo vede più su strada, come si vedrà nel corso della chiacchierata. Il presente però è sulle ruote grasse.

«Questo periodo – dice – porta la parte più corposa della stagione di mtb in Italia, per ora devo concentrarmi sulle gare di cross country. Il giorno dopo Albenga avrei anche corso su strada, il Memorial Italo Ragnoli a Prevalle, ma il percorso non era adatto a me e visto il cattivo tempo ho preferito lasciar perdere».

Bosio in trionfo a San Zeno. Finora è stato il più costante nella mtb (foto Alessandro Di Donato)
Bosio in trionfo a San Zeno. Finora è stato il più costante nella mtb (foto Alessandro Di Donato)
Ti senti più biker o stradista?

Io nasco sulla mountain bike, è il primo amore. Con gli anni però ho incrementato la mia attività su strada e ormai sono diviso a metà, senza poi dimenticare che d’inverno mi dedico al ciclocross. Molti dicono che un’attività è antagonista dell’altra e per certi versi è vero, ma bisogna sempre guardare la medaglia dai due lati. Ci sono tanti aspetti positivi anche differenziando la preparazione in base alla disciplina. Io sinceramente oggi non saprei scegliere.

Hai seguito la moda guardando a campioni come Van Der Poel e Pidcock?

Sono stati e sono un esempio, ma io ho iniziato subito a differenziare la mia attività, quando ancora non erano famosi per quello. Adesso casi come il loro e anche il mio sono all’ordine del giorno, ormai moltissimi ragazzi italiani fanno così e questo è positivo.

In Mtb il diciassettenne è stato nel 2023 17° agli europei e 18° ai mondiali (foto Alessandro Di Donato)
In Mtb il diciassettenne è stato nel 2023 17° agli europei e 18° ai mondiali (foto Alessandro Di Donato)
Si dice però che passare da una bici all’altra comporti disagi e problemi, ci vuole un po’ di tempo per ritrovare feeling. E’ così anche per te?

Con la pratica si diventa sempre più veloci. Io poi sono maniacale nella posizione in sella, cerco subito quella migliore per non soffrire, quindi mi riadatto subito al mezzo e alla pedalata. E’ chiaro che se non usi una bici per un po’, hai più difficoltà, ma non è il mio caso.

In questo periodo la bici da strada la metti da parte?

No, anzi, almeno il 90 per cento della mia preparazione è su strada, per questo avrei anche fatto la gara bresciana, ma non ne valeva la pena visto che era completamente piatta e io vado bene in salita. Il mio calendario è sì intenso, ma anche ragionato in funzione degli obiettivi veri, che sono più avanti nella stagione.

Lo scorso anno Bosio ha colto 4 top 10 su strada, ma è atteso a un deciso salto di qualità
Lo scorso anno Bosio ha colto 4 top 10 su strada, ma è atteso a un deciso salto di qualità
Due gare di due discipline diverse nello stesso weekend. Come riesci a farlo?

Lo scorso anno è già avvenuto: non spessissimo, ma il calendario può portare a queste sovrapposizioni. L’importante è come detto riabituarsi subito al diverso mezzo e stare molto attenti all’alimentazione pre e post gara, considerando i diversi tipi di sforzo che le due discipline richiedono.

Focalizziamo il Bosio stradista: che corridore sei?

Uno scalatore che sfrutta la dote della leggerezza. Me la cavo bene sui percorsi mossi. Lo scorso anno ho infilato 4 top 10 consecutive fra il Liberazione di Massa e il Trofeo Dorigo, chiusa al 7° posto in un consesso internazionale con la doppietta degli A2R francesi Pauls Seixas e Aubin Sparfel, che poi ho ritrovato nel ciclocross. La mia gara migliore però è stata la prima, l’Eroica Juniores di Montalcino anche se sono finito solo 30° per colpa di miei errori di alimentazione, perché avevo una gamba che volava…

Bosio impegnato all’Eroica Juniores. Stava andando molto bene, ma ha avuto una crisi di fame
Bosio impegnato all’Eroica Juniores. Stava andando molto bene, ma ha avuto una crisi di fame
Sappiamo che i cittì ti si contendono…

Io spero di farmi trovare pronto per le gare titolate. Devo dire grazie al mio team, la Ciclistica Trevigliese perché mi lascia libero di scegliere i miei obiettivi, senza alcuna costrizione. Non ho ancora idea di dove puntare l’obiettivo per la stagione: ci sono le gare con titolo in palio nella mtb e con Celestino sono in stretto contatto. Su strada lo scorso anno ho fatto un paio di corse a tappe della Nations Cup, con Salvoldi non ho ancora avuto modo di rapportarmi, spero che avvenga presto.

Come riesci a conciliare tutto ciò con la scuola?

Non è facile, anche perché gli esami li avrò l’anno prossimo. Frequento il Liceo Scientifico di Novi Ligure, fino allo scorso anno era più facile, ora vedo che le difficoltà sono aumentate, anche se comunque il mio rendimento è ancora buono.

Con la Ciclistica Trevigliese il lombardo ha massima libertà nella scelta della disciplina da praticare
Con la Ciclistica Trevigliese il lombardo ha massima libertà nella scelta della disciplina da praticare
Andrai avanti con la doppia attività?

La mia intenzione è farlo quest’anno e poi tirare le somme. Credo che nella prossima stagione dovrò concentrarmi di più sulla strada, anche perché cambierò categoria e non so ancora dove andrò. Ma se voglio fare un vero salto di qualità devo concentrare il mio impegno sulla strada: la mountain bike richiede una metodologia di lavoro che come detto non si confà perfettamente. Poi vedremo che proposte mi arriveranno, da un mondo e dall’altro.

Ma allora come fanno Van Der Poel e Pidcock a continuare per tutta la loro carriera saltando da una parte all’altra?

La risposta è facile: sono fenomeni, di quelli che ne nasce uno ogni tanto. Guardate Koretzky: ci ha provato per due anni, ma poi si è reso conto che il suo rendimento era calato ed è tornato indietro, riprendendo a vincere nella mtb. A un certo punto devi scegliere, se non sei stato baciato in particolar modo da madre natura…

Parigi, perché non bastano quei due giorni fra strada e pista?

20.03.2024
5 min
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Milan e Ganna non parteciperanno alla prova su strada alle Olimpiadi di Parigi, perché il CIO ha composto un calendario surreale e per l’impossibilità di recuperare lo sforzo nel breve tempo a disposizione prima delle prove di inseguimento a squadre (in apertura il trenino azzurro ai mondiali vinti nel 2021). Lo stesso dilemma potrebbe riguardare anche Elisa Balsamo.

Le scelte sono di competenza dei tecnici e un cittì può anche scegliere di correre un rischio, risparmiando a un atleta il primo turno di qualificazioni su pista permettendogli di correre su strada (potrebbe essere il caso di Balsamo), ma non è questo il momento di parlarne. Il punto di vista che ci interessa affrontare è quello del preparatore, per capire le ragioni scientifiche alla base di certe scelte. Per questo ci siamo rivolti a Diego Bragato, responsabile del gruppo performance della FCI.

Bragato non ha partecipato alla Coppa del mondo di Hong Kong, ma partirà per quella di Milton a fine aprile
Bragato non ha partecipato alla Coppa del mondo di Hong Kong, ma partirà per quella di Milton a fine aprile
Perché chi corre la prova su strada dopo due giorni non può essere pronto per il quartetto?

Perché non riuscirebbe a recuperare da tutto lo stress, metabolico e di forza, che una gara così dura ti impone. Quando agli europei di Monaco, Viviani fece al mattino la strada e il pomeriggio vinse l’eliminazione su pista, sapevamo che la prova su strada permetteva di stare per tutto il giorno a ruota e alla fine c’era da fare soltanto la volata. Ma la gara delle Olimpiadi, che si corre in tre e su un percorso lungo e impegnativo, lascia l’atleta distrutto dal punto di vista metabolico e muscolare.

Quindi le 48 ore a disposizione non bastano per reintegrare e ritrovare l’equilibrio?

Ci sono passaggi da fare, anche perché l’inseguimento non si limita a una gara secca, ma si tratta di affrontare altri tre giorni di stress fisico e mentale altissimo. Non è come in un grande Giro, che oggi corrono la crono e domani arrivano in volata. Intanto perché la pista amplifica tutto e ti costringe ad esprimere il meglio che puoi in poco tempo. E poi perché nel grande Giro, tutti affrontano le stesse tappe, qui invece rischieremmo di avere il quartetto con atleti in debito, contro altri che non hanno fatto la strada. E visto che si vince e si perde per dei millesimi, non possiamo permetterci il lusso di correre rischi.

Pista o strada per Balsamo a Parigi? Elisa è decisiva su entrambi i fronti
Pista o strada per Balsamo a Parigi? Elisa è decisiva su entrambi i fronti
Nei giorni che precedono la qualificazione del quartetto, c’è un avvicinamento anche alimentare che si perderebbe correndo su strada?

Lo perderesti assolutamente, come pure non potresti fare richiami di lavoro specifico. Questo chiaramente vale sia per gli uomini sia per le donne: stessa musica, non cambia niente.

E’ stato mai valutato che uno di questi ragazzi provi il doppio impegno oppure è da escludersi a priori?

Le scelte competono ai tecnici. Dal mio punto di vista, è una cosa che non ho mai preso in considerazione, anche vedendo il percorso di Parigi e il fatto ad esempio che gli uomini corrano in tre nella prova su strada. Non avevo mai pensato che potessimo trovarci in questa situazione. Si spera sempre che i nostri ragazzi facciano un salto di qualità, ma quando lo scorso agosto cominciammo a ragionare sul programma di avvicinamento, non si pensava che Milan potesse rientrare in queste considerazioni. Almeno non adesso, per il futuro di sicuro.

La rapida crescita di Jonathan Milan ha messo in difficoltà i tecnici azzurri
La rapida crescita di Jonathan Milan ha messo in difficoltà i tecnici azzurri
Il lavoro muscolare che l’atleta svolgerebbe nella prova su strada si integra in qualche modo con le sue necessità per l’inseguimento?

In questo caso diventa decisivo il breve intervallo fra le prove. Mi spiego: abbiamo sempre usato le corse a tappe per preparare il quartetto, però non così ravvicinate, sempre qualche settimana prima. Se il CIO avesse lasciato una settimana, come ad esempio fra pista e crono, allora si sarebbero potute preparare due specialità.

Si parlava di stress metabolico, quanto la pedalata di una corsa su strada va a incidere su quella ad altissima frequenza di una prova di inseguimento?

Sicuramente il lavoro di una gara su strada due giorni prima ti toglie quel tipo di velocità dalle gambe, come pure la la brillantezza di poter fare una partenza da fermo nel modo migliore. Torno al caso di Viviani nel 2022, alle 5 ore fra la strada e la pista. Quando si decise che potesse correre su strada, ci dicemmo anche che se la corsa avesse preso la piega di ventagli o dinamiche troppo estreme, si sarebbe fermato prima. In più, l’inseguimento è diverso dall’eliminazione, dove non parti da fermo, puoi montare un rapporto che assomigli di più a quello di una gara su strada e anche lo sforzo è simile alla fase intensa della gara su strada. Mentre nel quartetto devi partire da fermo e tenere una frequenza piuttosto diversa.

Bennati e Villa hanno ragionato sull’impiego degli inseguitori su strada a Parigi e lo hanno escluso
Bennati e Villa hanno ragionato sull’impiego degli inseguitori su strada a Parigi e lo hanno escluso
Quanti giorni prima inizia la fase di preparazione a un quartetto olimpico?

Almeno tre-quattro giorni. Negli anni ognuno si è costruito la sua routine, però si parte dal concetto di svuotamento e ricarica delle scorte di glicogeno e di carboidrati fino a ripristinarli. E di richiamare tutti i meccanismi di timing di pedalata, di distribuzione dello sforzo e di assimilazione del gesto della partenza che sono necessari. La partenza e il timing degli sforzi delle pedalate successive. A quel punto, nell’imminenza della gara, devono creare l’automatismo di partire ed essere subito sulla tabella giusta. Trovare la sensazione su quella pista, su quella bici. Devo partire ed essere preciso al decimo già dal primo giro: quel feeling va costruito un po’ alla volta. Per questo sottrarsi a certi meccanismi, oltre a tutto l’affaticamento fisico, può toglierti qualcosa di prezioso.

Cosa farà Plapp al Giro? «Punto alle crono e aiuto Dunbar»

19.03.2024
4 min
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PAVIA – Il bianco delle maniche della maglia di campione australiano risaltano la pelle scura, “quasi Maori”, di Luke Plapp. Occhiali da sole da passeggio e un sorriso stampato sul volto: è così che si presenta il corridore della Jayco-AlUla. .

Plapp sarà uno dei protagonisti del prossimo Giro d’Italia. Dopo la sua ottima prestazione alla Parigi-Nizza volevamo conoscerlo meglio, per capire soprattutto con quali velleità, quali obiettivi, lo vedremo sulle nostre strade a maggio.

Luke Plapp (classe 2000) al via della Sanremo. E’ campione australiano in carica sia a crono che su strada
Luke Plapp (classe 2000) al via della Sanremo. E’ campione australiano in carica sia a crono che su strada

Intelligenza tattica

Nella Parigi-Nizza Luke è arrivato sesto assoluto. Ha persino indossato la maglia gialla di leader per due giorni. E la cosa un po’ ci ha stupito. L’australiano infatti non è certo uno scalatore. E la maglia l’ha presa proprio in salita.

E’ andato in fuga e si è trovato davanti con Buitrago. Poi lungo la scalata finale, sapendo come va il grimpeur colombiano, ha deciso subito di staccarsi, di lasciarlo andare e di salire col suo passo. «Se avessi provato ad inseguirlo avrei impiegato più tempo nel fare la salita», disse quel giorno Plapp dopo l’arrivo, già vestito di giallo.

Però poi ha lottato. Anche contro la pioggia che, dice: «Non vedevo da quattro mesi». Doveva dunque ritrovare un certo feeling con l’acqua.

Plapp è nativo di Melbourne. E’ un classe 2000. E’ un ottimo cronoman e un super pistard. A Tokyo faceva parte del quartetto che è riuscito a conquistare la medaglia di bronzo. E la sua presenza al Giro d’Italia va letta soprattutto in quest’ottica a quanto pare, anche se non lo vedremo sul parquet.

Ha vinto diversi titoli nazionali a crono sin dalle categorie giovanili e poi anche quelli tra gli elite. Per esempio questo gennaio ha fatto doppietta, strada e crono. La Jayco-AlUla, la squadra australiana, lo ha sfilato alla Ineos Grenadiers. E lo ha blindato con un contratto quadriennale.

Parigi-Nizza: verso il Mont Brouilly gli scappa Buitrago, ma Luke limita i danni e va in giallo (foto Aso)
Parigi-Nizza: verso il Mont Brouilly gli scappa Buitrago, ma Luke limita i danni e va in giallo (foto Aso)

Crono rosa nel mirino

Il sesto posto alla Parigi-Nizza poteva indurre a pensare che Luke stesse mutandosi in un uomo da corse a tappe, che mirasse alla generale. Qualche dubbio ci era venuto. A gennaio ci aveva detto altro.

«Io alla generale? Impossibile, impossibile… – ripete due volte – il Giro è troppo duro. Se devo essere sincero il risultato alla Parigi-Nizza ha stupito anche me. E ancora ne sono sorpreso! E’ la prima volta che verrò al Giro e non conoscevo nulla. Prima della Sanremo ho fatto delle ricognizioni delle tappe 6, 7 e 14 (quella di Rapolano sullo sterrato e le due crono, ndr). Penso che la sesta frazione sia fantastica. La ghiaia sarà durissima. Molte persone pensano forse ad uno sprint, ma non credo sarà così».

«Mentre credo che un giorno importante per la classifica generale, sarà la settima tappa. Il traguardo di Perugia è davvero difficile. La salita di Casaglia a cinque chilometri dall’arrivo è molto ripida. E poi è bellissima la tappa 14 (l’altra crono, ndr). Lì si andrà a 55 all’ora: sarà una crono super veloce. Quindi ecco, le tappe 7 e 14 sono quelle a cui miro».

Plapp ha chiuso la Parigi-Nizza al sesto posto nella generale. Ha un contratto con il team di Copeland fino al 2027
Plapp ha chiuso la Parigi-Nizza al sesto posto nella generale. Ha un contratto con il team di Copeland fino al 2027

Per Dunbar ed Ewan

Come dicevamo, Plapp ha iniziato a correre a gennaio. Dopo la Sanremo starà lontano dalle corse per un po’ e inizierà la vera preparazione per il Giro. Prima della corsa rosa prenderà parte al Giro di Romandia.

«Al Giro cercherò di dare il massimo. Al tempo il Giro stesso mi consentirà di costruire al meglio le Olimpiadi. Queste sono il mio obiettivo principale della stagione». Plapp spiega come il Giro s’incastri perfettamente con i suoi programmi in vista di Parigi. In questi programmi non mancherà l’altura.

«E poi al Giro il nostro leader sarà Eddie Dunbar (già settimo lo scorso anno, ndr). Lui adesso è in quota e so che si sta allenando molto bene. Quindi sarò lì per supportare lui e anche Caleb Ewan, il nostro velocista. Vogliamo davvero vincere una tappa con Caleb. Ha avuto un inizio d’anno difficile, ma voglio solo il meglio per lui e per il team. Faremo di tutto per vincere una tappa».